Differenza tra toracentesi, paracentesi e rachicentesi

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZA TORACENTESI PARACENTESI RACHI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgCon i termini “toracentesi”, “paracentesi” (anche chiamata peritoneocentesi) e “rachicentesi” (chiamata anche puntura lombare) si indicano tre tecniche chirurgiche diagnostiche e terapeutiche che vengono condotte introducendo un ago sottile, di solito sotto guida ecografica, rispettivamente nel torace, nell’addome e nella cisterna lombare.

  • Con la toracentesi si preleva del liquido dalla cavità pleurica, il sottile spazio virtuale compreso tra la pleura viscerale e parietale dei polmoni, mentre il paziente sta seduto e piegato in avanti;
  • con la paracentesi si effettua la stessa operazione ma nella cavità peritoneale che si trova tra i visceri addominali, quando il paziente è sdraiato sulla schiena o su un fianco. Talvolta può essere lasciato un tubicino che continua a drenare liquido nei giorni successivi;
  • con la rachicentesi si estrae il liquido cefalorachidiano, prodotto dai plessi corioidei, che scorre nel canale midollare della colonna vertebrale, negli spazi subaracnoidei e nei ventricoli cerebrali. Il fluido cerebrospinale può essere raccolto con maggiore sicurezza nella cisterna lombare, dove il midollo spinale termina nella cauda equina, subito al di sotto del livello della prima (L1) o seconda (L2) vertebra lombare. La cisterna lombare si estende poi nell’osso sacro.

Per approfondire:

Nelle cavità pleuriche e peritoneali normalmente si trova solo un sottile velo di liquido: il suo accumulo in una quantità superiore al normale prende il nome a livello toracico di “versamento pleurico” ed a livello addominale di “ascite“. Il liquido può essere essudato (edema infiammatorio) o trasudato (edema non infiammatorio).

A tale proposito leggi anche:

Perché si effettuano?
Dopo il prelievo del liquido, quest’ultimo viene inviato al laboratorio analisi in modo da capire la causa che ha determinato questo accumulo, che può dipendere da un tumore oppure da malattie di altra natura (come una pleurite nel caso della toracentesi o una cirrosi nel caso di una paracentesi). Oltre che a scopo diagnostico, la procedura può essere effettuata per ridurre la pressione determinata sugli altri tessuti dal liquido in eccesso, che può alterare il funzionamento di alcuni organi, ostacolare la respirazione o causare dolore.
La rachicentesi è utile nella diagnosi di varie patologie, in particolare quelle che colpiscono il cervello, le meningi ed il midollo spinale, come ad esempio: meningite, encefalite, meningoencefalite, mielite, neoplasie, leucemie, emorragie subaracnoidee, varie malattie neurodegenerative.
La rachicentesi può essere considerata urgente nel caso il sospetto clinico indirizzi verso una diagnosi di meningite/meningoencefalite, oppure di emorragia subaracnoidea con un primo riscontro di TAC negativa.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Differenza tra bicipite brachiale, bicipite femorale, tricipite e quadricipite

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Bicipite

Con “bicipite” (in inglese “biceps”) nell’uso comune si identifica il più grande muscolo anteriore del braccio. In verità in medicina la parola “bicipite” indica molto più genericamente un muscolo che presenta due capi d’inserzione ed un solo ventre.
I più famosi muscoli bicipiti del nostro corpo sono:

  • Il bicipite femorale o “bicipite del femore” o “bicipite dell’arto inferiore” è un grosso muscolo posteriore e laterale della coscia;
  • Il bicipite brachiale o “bicipite dell’arto superiore” è un muscolo anteriore del braccio, quello che viene chiamato semplicemente “bicipite” nell’uso comune, come prima accennato.

Bicipite brachiale

Il muscolo bicipite brachiale origina con due capi dalla scapola per andare ad inserirsi con un tendine comune alla tuberosità del radio. E’ localizzato nella loggia anteriore, assieme al muscolo brachiale e muscolo coracobrachiale; è antagonista del muscolo tricipite brachiale. L’azione generale del bicipite è quella di flettere l’avambraccio sul braccio, e flettere il braccio sulla spalla. Il bicipite brachiale è un muscolo biarticolare in quanto dalla scapola raggiunge il radio, superando due articolazioni, la scapolo-omerale e il complesso articolare del gomito. I due capi del bicipite brachiale sono detti lungo e breve. Le funzioni del bicipite brachiale sono:

  • flessione del gomito e supinazione dell’avambraccio;
  • stabilizzazione anteriore della testa omerale;
  • flessione del braccio sull’avambraccio;
  • elevazione del braccio abdotto e ruotato esternamente.

Per approfondire:

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Bicipite femorale

Il bicipite femorale o “bicipite del femore” è un muscolo posteriore e laterale della coscia che, con la sola porzione del capo lungo – insieme ai muscoli semimembranoso e semitendinoso – forma il gruppo dei muscoli ischiocrurali. L’azione del capo breve è limitata alla sola flessione della gamba sulla coscia, ed è pertanto un fascio escluso dal gruppo dei muscoli ischiocrurali. Assieme ai muscoli semimembranoso, semitendinoso e gastrocnemio, il bicipite femorale delimita i margini della cavità poplitea. Il nome “bicipite” deriva dal fatto che il bicipite femorale è composto da due capi: il capo lungo e il capo breve. Il capo lungo origina dalla tuberosità ischiatica, con un tendine comune al muscolo semitendinoso. Il capo breve origina dal terzo medio del labbro laterale della linea aspra del femore. Il capo lungo è innervato dal nervo tibiale(L5-S2) e il capo breve dal nervo peroniero comune (L4-S1). I due capi convergono in un unico tendine che si inserisce sulla testa della fibula (perone). Il capo lungo è in grado di agire su due articolazioni, anca e ginocchio, mentre il capo breve agisce solo sul ginocchio. Le funzioni del bicipite femorale sono:

  • estendere la coscia (capo lungo);
  • flettere la gamba;
  • a ginocchio flesso, ruotare esternamente la gamba e la coscia.

Per approfondire: Muscolo bicipite femorale: anatomia e funzioni

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Tricipite

Il “tricipite” o muscolo tricipite brachiale (in inglese “triceps”) è invece il più importante muscolo posteriore del braccio, è antagonista del muscolo bicipite ed è il responsabile della maggior parte del volume del braccio. E’ formato da tre capi:

  • il capo lungo parte dalla tuberosità sottoglenoidea della scapola e si porta in basso passando attraverso il triangolo dei muscoli rotondi;
  • il capo laterale (o muscolo vasto laterale) parte dalla faccia posteriore del corpo dell’omero, al disopra del solco del nervo radiale;
  • il capo mediale (o muscolo vasto mediale) parte dalla faccia posteriore del corpo dell’omero, al disotto del solco del nervo radiale.

I tre capi si portano verso il basso e si riuniscono in un tendine che prende attacco sulle facce superiori e posteriori dell’olecrano dell’ulna e sulla parete posteriore della capsula articolare del gomito. Le funzioni del tricipite sono

  • l’estensione dell’avambraccio sul braccio;
  • addurre, estendere, estendere in orizzontale, e retroporre il braccio;
  • stabilizzare la spalla.

Per approfondire:

MEDICINA ONLINE ORTOPEDIA MUSCOLI GAMBA ANCA COSCIA GINOCCHIO BICIPITE FEMORALE QUADRICIPITE PIEDE ARTICOLAZIONE COXOFEMORALE FEMORE GLUDEI SEDERE ILEO PSOAS PIRIFORME GEMELLI OTTURATORIO QUADRATO

Quadricipite

Il “quadricipite” (o muscolo quadricipite femorale, in inglese “quadriceps”) è il più grande muscolo del corpo umano ed è situato nella parte anteriore della coscia assieme al sartorio. Al contrario degli altri due muscoli citati in questo articolo, il quadricipite è costituito da quattro capi:

  • retto femorale, che origina dalla spina iliaca anteriore inferiore;
  • vasto mediale, che origina dalla prossimità del collo anatomico del femore;
  • vasto laterale, che origina dalla parte laterale del grande trocantere;
  • vasto intermedio, che origina dalla parte prossimale della faccia antero-laterale del femore.

Questi quattro capi si fondono apparentemente in un unico tendine comune che però è formato dalla sovrapposizione di tre lamine, inserito sulla rotula (patella). Questo tendine, scendendo più in basso e inserendosi sulla tuberosità tibiale, va a formare il legamento patellare, che rinforza la capsula articolare del ginocchio. E’ un muscolo biarticolare poiché permette il movimento di due articolazioni, la coxofemorale e il ginocchio.Il quadricipite ha varie funzioni:

  • flette la coscia sul bacino
  • è importante per il mantenimento della stazione eretta
  • è tra i principali muscoli che permettono la deambulazione.

Per approfondire:

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Fino a che età una donna può avere figli?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma FINO A CHE ETA DONNA PUO AVERE FIGLI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgIn condizioni fisiologiche (normali), una donna sana può teoricamente avere figli nel periodo che intercorre dalla comparsa del menarca (la prima mestruazione) fino alla menopausa, cioè l’evento fisiologico che nella donna corrisponde al termine del ciclo mestruale e dell’età fertile. Nella menopausa termina l’attività ovarica: le ovaie non producono più follicoli ed estrogeni (ormoni femminili principali). Gli uomini, al contrario delle donne, rimangono fertili virtualmente fino alla morte. A tale proposito leggi anche: Perché l’uomo può avere figli per tutta la vita e la donna no?
Nella realtà, la fertilità femminile nella donna resta stabile solo fino ai 30 anni per poi diminuire, con un primo netto calo sopra i 35 e un calo ancora più drastico dopo i 40. L’età media della menopausa è 50 anni, ma già sopra i 44-45 anni le probabilità di avere un figlio sono quasi nulle. A tale proposito leggi anche: Che possibilità ho di rimanere incinta?, dove sono elencate le possibilità statistiche di avere un figlio per fasce di età della donna.

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Pasto libero: “sgarrare” nella dieta è davvero così deleterio?

MEDICINA ONLINE POLENTA CIBO MANGIARE GLICEMIA DIABETE MELLITO DIABETICO PRANZO RICETTA CARBOIDRATIQuando si parla di pasto libero, o cheat meal o “sgarro” che dir si voglia, non si può prescindere da alcune piccole delucidazioni per fare sì che esso sia non un nemico, bensì una freccia in più nella faretra del nostro organismo. Seppur “libero” proprio nella sua natura, esistono alcuni accorgimenti, descritti più avanti, per renderlo il più piacevole e produttivo possibile. I benefici di un pasto libero sono molteplici e vanno dalla biochimica alla pura psicologia, infatti:

  1. Aumenta il senso di libertà e di conseguenza l’aderenza alla dieta;
  2. Ci rende più semplice la scelta di cosa mangiare durante la dieta, in quanto gli sfizi verranno soddisfatti ampiamente;
  3. Infine, rende tutto il nostro percorso socialmente più accettabile.

Dal punto di vista metabolico, inoltre, non si deve dimenticare che mangiare in maniera tranquilla e non calcolata per un solo pasto non crea alcuna grave conseguenza nel lungo periodo, se non un aumento di ritenzione del giorno dopo comunque smaltibile in poco tempo. Inoltre, un breve picco metabolico con innalzamento della media settimanale delle kcal impedirà alla tiroide, attraverso i meccanismi di adattamento, di “adagiarsi sugli allori”.

Purtroppo nell’ambiente mi è capitato in ambulatorio diverse volte di notare tendenze completamente opposte ma parallele: vedere incredibilmente difficile il proprio obiettivo ed estremamente semplice quello a cui non si mira. Diventare “troppo grossi” non è così semplice, così come non lo è “definirsi troppo” – sono concetti che chi si allena seriamente rincorre attraverso la cura maniacale dei dettagli nel lungo periodo, certamente non per un giorno. Ed è per questo preciso motivo che la dieta di un solo giorno, o addirittura in un solo pasto, non solo non può completamente annichilire i risultati di una settimana diligente, ma può risultare – come detto – uno strumento utile al raggiungimento dell’obiettivo nel lungo periodo: l’unico lasso di tempo che conta davvero.

Il vademecum del pasto libero

Il pasto libero è estremamente soggettivo dato che deriva in gran parte da stimolazioni neurali conseguenti all’andamento settimanale della dieta. Una dieta low carb porterà ad un forte desiderio di carboidrati e vice-versa: com’è ovvio che sia, il nostro senso animale ci porta verso quello che ci manca durante la settimana, rendendolo oltremodo piacevole.

Esiste una sola regola base che può applicarsi a un cheat meal – come nel resto della vita, d’altronde – che è il buon senso. Non si deve intendere il sabato sera come una sorta di remake di “Man vs Food”, poiché ingurgitare indiscriminatamente ogni tipologia di alimento, junk e non, porterà a problematiche che non sono strettamente correlate al dimagrimento, bensì al resto degli attori del nostro organismo: intestino, cervello, ipotalamo nello specifico.

Sì, è vero, stiamo parlando di un pasto libero, ma la sensazione da provare dev’essere una liberazione psicologica dalle maglie costrittive settimanali, non una sfida personale dal punto di vista psicologico. La percezione è completamente diversa, così come l’atteggiamento mentale che si assume. Mangiare due pizze non crea nessun problema alla maggior parte delle persone, se in più però si aggiunge: 3 litri di birra, 3 portate di dolci con vaschetta di gelato finale, questo non è più un pasto libero ma un’abbuffata bella e buona da cui è bene guardarsi dal punto di vista psicologico.

Principali errori che causano binge eating

Il bisogno di compiere un simile delirio alimentare quando si dovrebbe semplicemente “sgarrare” durante la dieta per interrompere la monotonia può risiedere in due errori durante la programmazione dietetica:

  1. Eccessiva costrizione alimentare;
  2. Eccessiva restrizione calorica;

Vivere sei giorni a dieta non crea problemi alla maggior parte delle persone, se impostata con criterio e con deficit sufficientemente logico; d’altro canto, vivere sei giorni in agonia del sabato perché nessun giorno ha dei sapori sufficientemente godibili o un introito soddisfacente, è indice di qualcosa di completamente errato nella programmazione, che potrebbe essere quasi sicuramente migliorata ottenendo un risultato probabilmente più lento, ma più sano e mantenibile nel tempo.

Come strutturare il pasto libero: 5 piccoli “how to”

  1. Preferire gli alimenti di cui si sente la mancanza e non un mix indiscriminato;
  2. Per chi fa sport, farlo cadere in un giorno di allenamento, poiché la sensibilità insulinica sarà molto aumentata;
  3. Non consumarlo a casa, poiché acquistare del cibo per goderselo nel pasto libero creerà quasi certamente degli avanzi che forniranno stimoli e tentazioni nei giorni successivi. E non è mai bene buttare del cibo.
  4. Iniziare il pasto libero con della verdura cruda, non per essere sazi prima del tempo ma in ottica di consumare comunque qualcosa di utile, e per favorire anche i processi digestivi. Della verdura cruda ad inizio pasto infatti limita di molto il processo infiammatorio digestivo denominato leucocitosi digestiva.
  5. Dato che molto probabilmente si useranno sapori molto forti, consumare anche molte spezie – i benefici non tarderanno a manifestarsi, essendo la maggior parte delle spezie ad alto valore funzionale.
  6. Goderselo in santa pace!

Approfondimenti e spunti ulteriori sul pasto libero

  1. Per la praticità con cui il pasto libero dev’essere inteso, può essere scambiato tra pranzo e cena. Una regola tutta psicologica e non pratica è quella di farlo coincidere con la cena, in quanto a livello di comodità giornaliera è più facile “terminare una giornata” con un pasto libero piuttosto che iniziarcela, con l’obbligo poi di ricominciare la dieta a cena.
  2. La dieta di quel singolo giorno va cambiata? Non troppo, non per tutti. Non è il solito consiglio generalista e cercherò di dare una spiegazione breve: se si parte da una situazione di metabolismo disastrato, ricercare il piccolo particolare porterà a stufarsi prima del tempo. Viceversa, quando si è alla fine di un percorso e si limano i dettagli, andare a curare anche il resto del giorno può fare la differenza. In questo caso, norma igienica sarebbe quella di consumare proteine e verdure nel resto dei pasti della giornata, colazione compresa.
  3. Non pesarsi/usare come riferimento il proprio aspetto allo specchio il giorno dopo un pasto libero. La comune ingestione di carboidrati, sale e grassi nello stesso pasto vi darà un aspetto “puffy” che verrà smaltito nei giorni successivi, causato dalla forte ritenzione idrica – come già anticipato. Sembra scontato, ma meglio mettere sempre i puntini sulle i: un singolo pasto libero, così come un giorno di dieta, non rovineranno nel lungo periodo quello che state facendo usando un po’ di buon senso, perciò pesarsi/osservarsi il giorno dopo può avere solo aspetti demotivanti.
  4. Parlavamo di un vantaggio metabolico, ad inizio articolo. Effettivamente il famoso “plateau” a cui si giunge durante la dieta è principalmente dovuto all’adattamento repentino che il nostro corpo ha a qualsiasi stimolo. Pertanto, inserire uno stresso controllato durante un singolo pasto induce uno spike metabolico, una controregolazione oressinico-grelinica ed a livello tiroideo con susseguente diminuzione dell’espressione epigenetica delle sirtuine e di tutti i network immunocitochimici che si attivano nelle restrizioni caloriche. In pratica, il corpo la smette di vivere in perenne restrizione.

Quanti pasti liberi? Quando?

La fatidica domanda durante la visita ambulatoriale, sia da sportivi agonisti che da persone sedentarie, è: “Dottore ma il pasto libero lo concede, vero?” – quando si parte così, è d’obbligo un po’ di educazione alimentare, che in quest’articolo ci fa anche comodo per ricapitolare e terminare con ulteriori spunti pratici. Dunque, il pasto libero:

  • Dovrebbe essere inserito dopo due settimane dall’inizio della dieta, per dar modo all’organismo ed alla persona di abituarsi al nuovo regime alimentare senza cercare subito alternative vigorose;
  • Può anche essere doppio o triplo nella settimana, dipende tutto dalla quantità e qualità degli allenamenti e dallo stato metabolico della persona;
  • Dev’essere consumato con buon senso e con un senso di libertà, non con sensazioni di sfida o di iper compensazione.
  • Per gli sportivi è certamente più logico farli combaciare con un giorno di allenamento. Pensiamo a chi fa Ironman o il mezzo Ironman, senza dubbio loro avranno la piena libertà di concedersi praticamente ciò che vogliono dopo uno sforzo del genere in un singolo giorno.

Perciò, in definitiva, non preoccupatevi troppo dei vostri risultati, ma vivete serenamente una condizione in cui state lavorando per voi stessi.

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Le 10 fasi (più una) che accomunano tutti i fumatori: seconda parte

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO FUMA SIGARETTA NICOTINA TABAGISMO TOSSICODIPENDENZA UOMOPer scoprire le prime quattro fasi, vi invito a leggere questo articolo: Le 10 fasi (più una) che accomunano tutti i fumatori: prima parte

5) Fase “Sono un fumatore, lo ammetto”
In un certo momento della sua vita da fumatore, il soggetto non può più nascondersi dietro il “ne fumo poche”: ammette pubblicamente di fumare in maniera abituale. Anche se non lo ammetterà mai a se stesso ed agli altri, il suo orgoglio è ferito perché aveva detto a tutti che lui era troppo sveglio per diventare un vero fumatore, Di solito ai parenti e agli amici, preoccupati per lui, minimizza dicendo che “come ha iniziato a fumare lui può smettere quando vuole, ma non ora che la sua vita è così stressante, quindi aspetterà il momento propizio per diminuire le sigarette ed infine smettere del tutto”.

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6) Fase  “Mi piace fumare”
Il soggetto ormai capisce pienamente che fumare fa male alla salute propria e del proprio portafoglio, ma a lui “piace” troppo fumare. La sua vita è bella così e senza sigaretta una giornata gli appare nervosa e noiosa; anzi non gli appare proprio: non riesce a concepire come possibile una giornata senza sigarette esattamente come chiunque non concepisce come possibile una giornata senza respirare aria. Non crede che sia difficile smettere: non vuole proprio smettere! Fuma e riconosce solo i (presunti) effetti positivi del gesto. Nessuno può convincerlo che il fumo ha un brutto sapore e che in realtà è un tossico-dipendente al pari di un cocainomane. Si sente anche in forma! Non sa che se smettesse di fumare sarebbe doppiamente in forma di quanto si sente attualmente. Il lato economico poi è tragicomico. Quando andavo all’università potevo perdere dieci minuti della mia vita a scegliere se nella pausa pranzo comprarmi, il panino da 3 euro o quello da 2 euro per risparmiare qualche soldo, ma quando si trattava di tirare fuori quasi 5 euro per le Marlboro non battevo ciglio: per un fumatore qualsiasi spesa può essere messa in discussione tranne quella per le sigarette. A pensarci ora, da ex fumatore, questa fase potrei chiamarla “MI SONO COMPLETAMENTE RINCRETINITO”. Dopo quasi un anno senza fumare ho risparmiato circa 2000 euro e al bar dell’Umberto I non ho più problemi a scegliere il panino più costoso!

7) Fase “E se smettessi di fumare? Valutiamo i pro e i contro” e  “Ma forse è il momento sbagliato per smettere”
Anche i fumatori più incalliti ad un certo punto si pongono il problema di smettere di fumare. Io per vari anni me lo sono ripetuto. Di solito in questa fase si valutano i pro ed i contro del fumare (senza rendersi conto che in realtà fumare non ha NESSUN PRO). Un “contro” classico è “se smetto di fumare ingrasso”. Se è questa la tua paura leggi qui. Uno dei problemi principali che si pone il fumatore che vuole smettere, è il momento propizio per smettere. Cari amici, ve lo dico con il cuore: il momento migliore per smettere di fumare è ORA, SUBITO, ADESSO! Perché il tanto fantomatico momento propizio, che secondo voi aumenterà le possibilità di smettere con successo, non arriverà mai, semplicemente perché la nostra vita è un insieme di preoccupazioni che si susseguono e di responsabilità che aumentano giorno dopo giorno. La cosa che dico sempre ai miei pazienti è che il momento migliore per smettere in realtà non è oggi: ma IERI! Un mio amico all’università di Medicina diceva che smettere col nervosismo dei nostri difficili esami universitari era impossibile, diceva che avrebbe smesso quando avrebbe finito tutti gli esami. Ma poi finiti gli esami c’era lo stress della laurea: avrebbe smesso dopo la laurea. Ma dopo la laurea c’è l’abilitazione, poi c’è il concorso per la specializzazione, poi quello per il dottorato, poi quello per entrare all’ospedale. Poi ci si sposa, non ci sono i soldi per pagare le bollette, i figli vanno male a scuola, la suocera invecchiando diventa sempre più insopportabile e quel rubinetto continua a perdere acqua anche se hai pagato cento euro all’ultimo idraulico per ripararlo: il momento rilassante sembra non arrivare mai! E quando poi arriva, magari durante una meritatissima vacanza al mare, ci si vuole “godere” il momento, quindi perché rovinarlo con lo stress di smettere? Tutto questo per dire che se siamo stressati non vogliamo smettere perché sotto stress ci appare più difficile smettere, se invece siamo rilassati non vogliamo smettere perché non vogliamo rovinarci il relax con lo stress di smettere. E’ un po’ quello che avviene con il gioco d’azzardo: quando si vince non si vuole smettere perché si sta vincendo e quando si perde si vuole continuare a giocare per riprendersi i soldi persi; il paragone è perfetto perché si tratta in entrambi i casi di una dipendenza, un circolo vizioso difficile da spezzare.
Morale della favola? Il mio collega di medicina non ha mai smesso di fumare e quando riceve i pazienti gli dice che LORO devono smettere di fumare e glielo dice mentre il SUO camice puzza come un posacenere sporco.

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8) Fase “Gomme, libri, diminuisco le siga, internet, elettroniche”
Il fumatore decide che è il momento di smettere, ma questa volta seriamente: non solo esamina fermamente la possibilità di non fumare ma passa all’azione, attivandosi nel ricercare un aiuto medico o psicologico, oppure decide che inizierà un periodo in cui fumerà sempre meno fino allo smettere di fumare. Di solito in questo periodo si passa parecchio tempo a cercare su internet informazioni sullo smettere (quindi se siete qui a leggere molto probabilmente siete in questa fase!). Alcuni usano i più vari rimedi: io ho provato (senza successo) con le gomme alla nicotina, alcuni usano i cerotti, altri, come il Verdone di “Compagni di scuola”, prova a smettere con una sigaretta finta per mantenere la gestualità. Un classico per smettere è comprare il libro “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo” di Carr Allen. La nuova moda come ben sapete è quella di smettere con la sigaretta elettronica. A conti fatti non c’è un metodo giusto o sbagliato per smettere: il metodo migliore per me può essere inutile per te e viceversa, ognuno deve trovare la sua strada che però purtroppo a volte conduce al…

9) Fase “Fallimento”
Ben pochi purtroppo riescono a smettere di fumare al primo tentativo quindi purtroppo ci si ritrova sconsolati in questa fase. Io ho provato a smettere non so quante volte e fallivo sempre. L’importante, in questa fase, è non perdere la fiducia in se stessi ma cercare di imparare dai propri errori. La domanda da farsi è “dove ho sbagliato?” in modo da non rifare gli stessi errori quando si riproverà nuovamente a smettere. Se io avessi smesso di provare a farla finita con le sigarette all’ennesimo tentativo fallito, ora non sarei qui a dirvi che sono riuscito a smettere! Insomma: fiducia e RIPROVATE!

10) Fase “Ho smesso”
Dopo vari tentativi il fumatore può realmente smettere. In questa fase, a cui aspirano quasi tutti i fumatori prima o poi,  inserisco i tabagisti che sono astinenti da più di sei mesi. Il fumatore si sente finalmente ex fumatore e continua a non fumare. Io ho smesso di fumare da 10 mesi e sono attualmente in questa fase. Attenzione: ho scritto “EX fumatore” invece di “NON fumatore” (che io riferisco a chi non ha MAI fumato una sigaretta). Chi ha smesso di fumare rimarrà un EX fumatore a vita (e non un “NON fumatore”), ciò significa che sarà per sempre molto più a rischio di riaccendersi una sigaretta rispetto a chi non ha mai fumato in vita sua. A questo proposito in tale periodo la parola d’ordine è “non abbassare mai la guardia“. L’errore classico è “siccome ormai ho smesso da tantissimo tempo posso fumarmi una sola sigaretta, che male c’è”. Ed invece basta solo un tiro per ritornare nel circolo vizioso. Conosco gente che ha smesso per anni per poi riprendere a fumare come e più di prima solo per essersi concesso qualche tiro quando pensava di essere ormai fuori dal tunnel e al sicuro. A tal proposito vi consiglio di leggere il libro gratuito di  Joel Spitzer: Non fare piu nemmeno un tiro

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11) Fase di “ricaduta”
Una ulteriore fase, in cui il sottoscritto si impegna ogni giorno per non ritrovarsi, è la fase di ricaduta: questa fase fortunatamente non è sempre presente, anche se frequente. Il fumatore ricade nella dipendenza dal fumo e possono succedere due cose: o torna alla fase 6 e si rassegna alla falsa convinzione che gli piace troppo fumare per poter smettere, oppure torna alla fase 8 e cerca nuovi sistemi più efficaci per riprovare a smettere.

I migliori prodotti per il fumatore che vuole smettere di fumare
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, pensati per il fumatore che vuole smettere di fumare o che ha smesso da poco. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Infezioni oculari interne ed esterne: cause, sintomi e terapie

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma CORPO ESTRANEO OCCHIO CAUSE CURE VISTA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneL’occhio umano, come tutte le altre strutture dell’organismo che sono in contatto con l’ambiente esterno, è spesso soggetto all’attacco di microrganismi ad azione patogena (batteri, virus, protozoi, ecc.), responsabili di infezioni più o meno importanti ed estese. In tal senso risulta fondamentale l’azione protettiva contro le minacce ambientali (agenti esogeni pericolosi), svolta normalmente dalle palpebre e dal film lacrimale. Gli agenti responsabili delle infezioni oculari possono provenire non solo dall’ambiente esterno, ma giungere anche al bulbo oculare attraverso il sangue. Nel neonato il contagio può avvenire soprattutto durante il parto per la presenza di batteri nel canale del parto materno (gonococco , Chlamydia Trachomatis).

A COSA SONO DOVUTE LE INFEZIONI?

La variabilità delle infezioni oculari può essere legata a condizioni fisiologiche (età, attività lavorativa e/o sportiva), a patologie del singolo paziente (condizione di immunodepressione, alterazioni metaboliche, patologie dei vasi sanguigni, deficit neurologici centrali e periferici) o all’utilizzo di lenti a contatto contaminate. Infine vanno ricordate le infezioni oculari derivanti da lesioni gravi e di difficile risoluzione terapeutica, quali quelle post-traumatiche e postoperatorie.

QUALI SONO LE INFEZIONI “ESTERNE”?

Le infezioni oculari “esterne” (che riguardano la parte anteriore del bulbo oculare), a seconda della struttura primariamente coinvolta, sono le seguenti:

  1. calazio (infiammazione di una ghiandola sebacea localizzata a livello palpebrale);
  2. orzaiolo (infiammazione con sovrapposto processo infettivo batterico a carico di una ghiandola palpebrale);
  3. blefarite o blefarocongiuntivite (coinvolgente il bordo palpebrale e la congiuntiva);
  4. dacriocistite e/o canaliculite (interessamento delle vie lacrimali, più precisamente del sacco lacrimale e/o dei canalini lacrimali);
  5. congiuntivite (localizzata a carico della mucosa congiuntivale);
  6. cheratite (interessamento corneale) o cheratocongiuntivite.

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QUALI SONO LE INFEZIONI “INTERNE”?

Le infezioni oculari “interne” (che riguardano la parte posteriore del bulbo oculare) osservate più spesso sono le seguenti:

  • uveiti: processi che coinvolgono l’uvea anteriore, posteriore o intermedia;
  • endoftalmite: grave processo infettivo localizzato all’interno del bulbo oculare.

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COME SI MANIFESTANO ?

La sintomatologia delle infezioni oculari è chiaramente strettamente collegata alle strutture coinvolte e al grado di estensione del processo patologico. I primi sintomi che si manifestano sono: gonfiore palpebrale più o meno evidente, iperemia congiuntivale (arrossamento della congiuntiva), bruciore, lacrimazione o secrezione e fotofobia (intolleranza alla luce). Nei casi più gravi ai suddetti sintomi, si associa dolore oculare e ipertono (aumento della pressione oculare). Qualora si avverta uno qualsiasi di questi sintomi è consigliata subito una visita oculistica specialistica in grado di diagnosticare il processo infettivo da cui si è eventualmente affetti.

SI PUÒ SOFFRIRE DI UN CALO DELLA VISTA?

Sì, ma generalmente ha carattere transitorio. Nelle maggior parte delle infezioni oculari non gravi, tuttavia, si assiste a un peggioramento qualitativo della vista più che a un suo calo effettivo di tipo quantitativo. Infatti la lacrimazione, il bruciore o la fotofobia, la secrezione e le opacità della cornea possono provocare uno perdita del fuoco delle immagini, oltre a una riduzione della vividezza dei colori. Quando, invece, il processo infettivo è più grave (ed esteso alla parte interna dell’occhio) si assiste, nella maggior parte dei casi, ad un vero e proprio calo del visus, provocato sia dalla presenza di cellule infiammatorie presenti nel corpo vitreo, la sostanza gelatinosa che riempie il bulbo oculare, e sia dal coinvolgimento della retina.

COSA SI PUÒ FARE?

In generale anche in perfette condizioni di salute è sempre buona norma seguire corrette norme igieniche: non toccare o strofinare gli occhi con le mani sporche, evitare – se possibile – gli ambienti pieni di polvere, fumo o smog; se si è portatori di lenti a contatto è consigliato non indossarle troppe ore al giorno e non usarle quando si va al mare o in piscina.

QUALE TERAPIA ESEGUIRE?

La terapia da effettuare è correlata all’agente patogeno coinvolto. Se si tratta di un’infezione batterica si deve ricorrere a terapia antibiotica locale (con instillazione di colliri) che, nei casi più persistenti, si può associare all’assunzione di antibiotici per via orale. Spesso, inoltre, è consigliato l’utilizzo di colliri ad azione antinfiammatoria in aggiunta a quelli antibiotici. In una buona percentuale di casi è indicato anche l’utilizzo di una terapia locale o sistemica a base di cortisone. In presenza di infezione virale si somministrano farmaci specifici ad azione locale o sistemica (generale).

COSA FARE SE IL DISTURBO PERSISTE?

Se dopo circa una settimana dall’inizio del trattamento la patologia non fosse regredita o, quantomeno, non ha dato segni di miglioramento è necessario consultare nuovamente il proprio oculista per ottenere un adeguamento della terapia e, se necessario, sottoporsi a esami di laboratorio in grado di chiarire meglio il quadro patologico.

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Ceretta: tutti i consigli per depilarsi perfettamente

Beautician Waxing A Woman's Leg Applying Wax Strip

Ogni donna desidera gambe lisce e pelle compatta e morbida, la ceretta è certamente tra le soluzioni più efficaci. Per questa ragione moltissime donne scelgono di depilarsi con questo metodo che nella maggior parte dei casi riesce a togliere anche i peli più corti, è delicato e si può fare anche da sole in casa. Scopriamo insieme tutti i segreti per fare una ceretta perfetta e una ceretta senza dolore.

Tipi di ceretta

Quando decidiamo di fare la ceretta, dobbiamo prima di tutto scegliere qualetipo di ceretta è più adatta alla nostra pelle e al nostro corpo. Di modi per fare la ceretta ne esistono diversi, ognuno con le sue caratteristiche, ecco alcuni fra i più comuni metodi di depilazione con la cera.

Ceretta a caldo

La ceretta a caldo è senza dubbio la più comune, moltissime donne infatti ricorrono proprio a questo particolare metodo. Come suggerisce il nome per depilarsi in questo caso si utilizza una cera riscaldata, ad una temperatura abbastanza alta, comunque sopra i 40°. La ceretta a caldo è estremamente efficace, nel senso che non solo rimuove i peli in maniera precisa, ma il suo effetto dura di più a lungo rispetto ad altre tecniche di depilazione. E’ possibile fare la ceretta a caldo anche da sole, però se ci si sente poco sicure è meglio recarsi dall’estetista: il risultato sarà professionale e avremo evitato qualsiasi possibilità di scottarci! E’ bene tener presente che se abbiamo i capillari fragili o la nostra pelle è particolarmente sensibile, la ceretta a caldo è sconsigliata in favore di un’altra soluzione.

Ceretta a freddo

La ceretta a freddo è un metodo di depilazione più semplice e delicato del precedente. In questo caso la cera non va scaldata, ma si trova già sulle strisce depilatorie, fredda e pronta all’uso. Il risultato è molto buono, ma bisogna sapere che la durata della depilazione a freddo è comunque minore. In compenso la ceretta a freddo ci offre la comodità di poterci depilare da sole in maniera veloce e senza alcuna complicazione in fase di preparazione: è rapida e pronta all’uso!

Ceretta araba o orientale

E’ una ceretta molto raffinata che utilizza al posto della cera un composto naturale, capace anche di nutrire la pelle. Zucchero, acqua, miele e limonescaldati e sciolti insieme creano una specie di pasta appiccicosa che si impiega in sostituzione della cera. Si tratta di un metodo di depilazione estremamente delicato, si può realizzare il preparato a casa, acquistarlo già pronto in negozi specializzati o rivolgersi a centri estetici che offrono anche questo trattamento. La pelle dopo la depilazione con la ceretta araba o orientale è liscia e morbida, però il risultato dura meno a lungo e il pelo deve essere ricresciuto un minimo perché si riesca a strappare. In compenso non sono necessarie strisce di alcun tipo: la nostra cera orientale si applica direttamente sulla pelle e poi la si strappa, come se fosse essa stessa una striscia di cotone.

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Ceretta perfetta alle gambe

Per riuscire a depilare perfettamente le gambe, è necessario preparare precedentemente la pelle. In che modo? Uno scrub, che comunque andrebbe fatto regolarmente, aiuta a rimuovere le cellule morte e a far uscire i peli incarniti. Ricordiamoci di usare sempre acqua tiepida, in questo modo la pelle delle gambe sarà coccolata sin dal primo istante. A questo punto non resta che mettersi all’opera e passare alla cera vera e propria. La parte dei polpacci è abbastanza facile da fare, anche da sole, mentre le cosce, soprattutto il retro, possono richiedere per le meno esperte l’aiuto di un’amica. Il trucco è appoggiare sempre la gamba in modo che la pelle sia ben tesa, così da consentire alla cera di stendersi perfettamente e di permettere a noi di dare quello strappo deciso che fa la differenza. Una volta terminata la depilazione applichiamo una crema idratante per dare sollievo alla pelle e astringente se dobbiamo uscire di lì a poco e non vogliamo che si notino i pori.

Ceretta perfetta all’inguine

La ceretta all’inguine è senza dubbio più complessa della semplice ceretta alle gambe, ma con un po’ di attenzione è possibile depilarsi da sole anche nella cosiddetta zona bikini. Come per le gambe, anche per la ceretta all’inguine si parte dalla preparazione facendo proprio uno scrub. Essendo l’inguine una zona delicata, consigliamo certamente di usare un metodo di depilazione gentile e poco aggressivo. Quando passiamo alla cera vera e propria, facciamo in modo di agire un pezzetto alla volta, in modo tale da essere più precise e da limitare anche il fastidio. Quando abbiamo terminato pensiamo a regalare un po’ di sollievo alla zona intima, utilizzando una fresca crema lenitiva.

Ceretta a rullo

La ceretta a rullo è in realtà molto simile, come tecnica e anche come procedimento, agli altri tipi di ceretta, ciò che cambia è che al posto delle strisce depilatorie in cotone, o della semplice cera, possiamo avvalerci dell’aiuto delrullo. Cos’è il rullo? Il rullo è uno strumento che si usa per la depilazione, è composto da un serbatoio nel quale si mette la cera (apposite ricariche vendute in profumeria) e un cappuccio costituito da un cilindro che ruota e che rende semplice la stesura della cera. Il rullo va preparato prima dell’uso, perché va caricato e poi scaldato poggiandolo sulla sua base, generalmente dotata di una lucina che si spegne o si accende una volta che la cera ha raggiunto la temperatura ottimale. Pronto il rullo basta stendere la cera e strappare, si tratta di un metodo davvero facile.

Tipi di cera depilatoria

Quando parliamo di ceretta, parliamo inevitabilmente anche della cera che useremo sul nostro corpo. Forse non tutte sanno che esistono tipi diversi di cera depilatoria, capaci di dare risultati diversi tra loro, vediamo quelli più comuni.

Cera al miele

La cera al miele è quella più comunemente impiegata per la ceretta. In generale è una cera tollerata bene da diversi tipi di pelle, semplice da utilizzare e capace di depilare veramente in maniera efficace, lasciando liscia e morbida ogni parte del corpo.

Cera al titanio rosa

E’ ottima per chi desidera togliere fino all’ultimo pelo con pochi strappi, senza contare che è una cera che va scaldata meno di quella al miele, evitandoci quindi diverse complicazioni e risparmiandoci il rischio di scottarci

Cera all’azulene

E’ una cera nota per la sua delicatezza, particolarmente indicata se si hanno problemi di capillari o vene fragili o se la nostra pelle soffre ogni tanto di piccole irritazioni.

Cera all’ossido di zinco

E’ la cera delle prime volte, infatti grazie alla sua formula leggera è perfetta per chi si appresta per la prima volta a depilarsi.

Cera con la mica

Chi ha problemi con quei peletti troppo corti per essere portati via, dovrebbe sperimentare la cera con la mica che favorisce l’estirpazione anche dei peli piccolissimi.

Fare la ceretta da sole in casa

La ceretta da sole si può fare tranquillamente, l’importante è avere a disposizione tutto l’occorrente e magari farsi aiutare le prime volte da qualche amica che ha più esperienza di noi. Cosa serve per fare la ceretta in casa? Tutto dipende da quale tipo di ceretta scegliamo. La ceretta a caldo è senza dubbio la più complessa, la cera va infatti sciolta in un pentolino e va quindi trovata la temperatura ottimale, poi va stesa accuratamente con una spatolina e poi portata via insieme ai peli grazie alle strisce di cotone. Serve pratica per diventare davvero rapide e veloci. La cera a freddo invece è più semplice e possiamo davvero farla in qualsiasi momento, basta tenere sempre a portata di mano delle strisce depilatorie già pronte. La cera orientale si può fare anch’essa in casa, ma bisogna impegnarsi per riuscire a dare al composto di miele, zucchero, limone e acqua la giusta consistenza, quella che consente di depilarsi in maniera perfetta.

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Yoni: il massaggio vaginale per raggiungere il benessere psicofisico

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Come si fa un massaggio vaginale

Per fare un massaggio vaginale bisogna innanzitutto capire che si tratta di una stimolazione che ha lo scopo di donare piacere senza chiedere nulla in cambio. Il segreto per praticarne uno in modo perfetto è creare un vero e proprio spazio sacro, cacciando ogni forma di preoccupazione, così da liberare la mente e da godere a pieno della propria sessualità. Una volta fatto, bisogna far stendere la donna accanto a sé, farla rilassare, magari accendendo delle candele, accarezzandole i capelli, spalmandole dell’olio sul corpo, per poi arrivare solo alla fine alla stimolazione della vagina. Bisogna partire dalle labbra esterne e poi passare alle pareti interne molto lentamente, aiutandosi anche con un lubrificante. Nel caso in cui si incontrassero ancora delle zone “tese”, bisogna continuare con il massaggio, accarezzando l’area dolcemente. Una delle posizioni più comode per sperimentare un massaggio Yoni è stendersi sulla schiena con le gambe aperte, le ginocchia e dei cuscini che sostengono la parte superiore del corpo, cosa che dà alla donna la possibilità di guardare ciò che fa il partner. La persona che pratica il massaggio deve invece sedersi a gambe incrociate tra le gambe della donna. E’ importante inoltre respirare profondamente e restare con i corpi sincronizzati e in contatto, così che l’esperienza diventi ancora più intensa.

Cosa occorre per il massaggio Yoni?

L’unica cosa necessaria per praticare il massaggio Yoni in modo perfetto è liberare la mente, servendosi di un ambiente rilassante. Candele profumate, cuscini, oli essenziali, lubrificanti sono gli unici prodotti necessari per rendere l’esperienza eccitante e terapeutica. Naturalmente, dovranno essere utilizzati solo all’occorrenza, non è detto infatti che tutti ne abbiano bisogno per rilassarsi. E’ inoltre fondamentale ridurre al minimo ogni forma di conversazione e guardarsi negli occhi, così da creare maggiore intimità ed entrare in contatto con il partner ad un livello più profondo, senza servirsi delle parole.

I benefici dello Yoni massage

L’obiettivo del massaggio vaginale non è l’orgasmo, che diventa solo una conseguenza del trattamento, ma piuttosto dare alla donna la possibilità di esplorare nuove dimensioni della sessualità, permettendole di propagare la sua energia sessuale in tutto il corpo e di liberarsi dai blocchi fisici e mentali che le impediscono di trovare la serenità. Durante un massaggio Yoni, le tossine vengono espulse, così come pure le emozioni negative, come la frustrazione, la vergogna o le delusioni. In questo modo, è come se il corpo e la mente si ripulissero, permettendo di raggiungere uno stato di beatitudine, di guarigione. Come se non bastasse, gli organi sessuali cominciano a funzionare meglio, il corpo diventa più ricettivo alle stimolazioni erogene e il rapporto di coppia più soddisfacente. Non è un caso che venga consigliato a coloro che vogliono ritrovare la libido nella relazione. Secondo il Tantra, il corpo e il cuore sono collegati e solo quando riescono ad entrare in contatto ci si apre alla vita, godendo a pieno del piacere e vedendo le cose con maggiore chiarezza. Oltre ad avere effetti positivi sulla vita di coppia e sul benessere mentale, il massaggio Yoni ha anche dei benefici sul corpo. Se praticato regolarmente, riduce le tensioni emozionali, i dolori mestruali o quelli provati durante un rapporto sessuale, aumenta la sensibilità delle parti intime e la naturale lubrificazione, apre a nuovi livelli di estasi del piacere, favorendo orgasmi più intensi ed eliminando i blocchi psichici che impediscono di vivere con serenità l’attività intima. Insomma, il massaggio vaginale sembra essere un vero e proprio toccasana per la salute di corpo e mente.

Massaggio vaginale: anche Gwyneth Paltrow lo consiglia

Anche Gwyneth Paltrow sul suo blog “Goop” ha sottolineato l’efficacia di una pratica simile. Dopo il bagno di vapore vaginale per purificare le parti intime, ha spigato dove è possibile provare lo Yoni massage. L’unico inconveniente? Ogni seduta costerebbe ben 300 dollari e ci si ritrova alle prese con uno sconosciuto che massaggia la propria vagina. A questo punto, ci si potrebbe chiedere per quale motivo non si punta sulla masturbazione, che è ugualmente piacevole ma gratuita, oppure sui sex toys pensati appositamente per la stimolazione intima, la verità è che il massaggio Yoni sarebbe capace di “ripulire” la vagina dalle emozioni negative che ci rimangono bloccate, portando ad un incredibile benessere mentale e ad un orgasmo più intenso del normale.

Vibratori e sex toys

Esistono una serie di vibratori, sex toys ed indumenti, che possono essere usati per ottenere più piacere e rendere più appagante il rapporto per entrambi i partner, noi vi consigliamo questi:

Quale olio usare per i massaggi?

Per tutti i tipi di massaggi sensuali, l’uso di un olio specifico può migliorare decisamente l’esperienza di entrambi i partner, rendendo più semplice l’esecuzione da parte di chi lo effettua e creando un’atmosfera più stimolante grazie alla fragranza che sprigiona nell’ambiente. A tale scopo l’olio per massaggi assolutamente consigliato ed usato dal nostro Staff è questo: http://amzn.to/2yeMNIE, ottimo grazie alla miscela di olio essenziale di rosmarino, limone, ginepro e bergamotto su base di semi d’uva. Provatelo per una esperienza di massaggio sensuale, coinvolgente ed appagante.

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