Differenza tra enzima e coenzima

MEDICINA ONLINE CICLO DI KREBS ACIDI TRICARBOSSILICICon il termine “enzima” (in inglese “enzyme“) in campo medico si identifica un catalizzatore dei processi biologici (biocatalizzatore). Quasi tutti gli enzimi sono proteine, solo una minoranza sono “ribozimi”, cioè enzimi a RNA. Essendo un catalizzatore, un enzima ha funzione di aumentare la velocità di una reazione chimica diretta e inversa (dal composto A al composto B e viceversa), senza intervenire sui processi che ne regolano la spontaneità. In altre parole, gli enzimi agiscono dal punto di vista cinetico senza modificare la termodinamica del processo. Un enzima facilita una reazione attraverso l’interazione tra il substrato (la molecola o le molecole che partecipano alla reazione) ed il proprio sito attivo (la parte di enzima in cui avvengono le reazioni), formando un complesso. Dopo che la reazione è avvenuta, il prodotto viene allontanato dall’enzima, che rimane disponibile per iniziarne una nuova (l’enzima non viene infatti consumato durante la reazione).

In campo medico, con il termine di coenzima o cofattore (in inglese “cofactor“) si intende invece una piccola molecola di natura non proteica o anche uno ione metallico che ha il compito di associarsi all’enzima e di renderne possibile l’attività catalitica. I cofattori, non essendo proteici, spesso devono essere assunti con la dieta, perché non possono essere prodotti dalla cellula.  Per questo motivo, storicamente, spesso ci siamo riferiti ai cofattori come a vitamine, cioè elementi necessari per il metabolismo da assumere attraverso l’alimentazione. Esistono, in ogni caso, numerosi cofattori non-vitaminici, come ad esempio i gruppi eme (contenuti in proteine come l’emoglobina) e diversi ioni metallici.
Sulla base della loro natura chimica, i cofattori vengono quindi suddivisi in metalli e coenzimi (intesi come piccole molecole organiche).   Un enzima privo del cofattore che ne rende possibile l’attività enzimatica è detto apoenzima.  Il legame tra cofattore ed apoenzima permette la formazione del cosiddetto oloenzima (detto anche oloproteina).
In base all’interazione con l’enzima , i coenzimi, come anche alcuni cofattori metallici, possono legarsi all’enzima tramite legami covalenti oppure attraverso legami deboli.
Se legati in modo stabile, essi vengono chiamati gruppi prostetici se invece legati in maniera debole, si parla di cosubstrati, dal momento che in questo caso essi si legano all’enzima solo in occasione della catalisi della reazione, proprio come avviene per un substrato.

Ricapitolando: l’enzima è un catalizzatore, cioè velocizza una reazione chimica, mentre il coenzima ha il compito di associarsi all’enzima e di renderne possibile l’attività catalitica.

 

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Come si separa il siero dal sangue?

MEDICINA ONLINE PRELIEVO VALORI ANEMIA DONAZIONE SANGUE ANALISI BLOOD LABORATORI VES FORMULA LEUCOCITARIA PLASMA FERESI SIERO FIBRINA FIBRINOGENO COAGULAZIONE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIASTRINE WALLPAPER HI RES PIC PICTURE PHOPer ottenere il siero dal sangue, in seguito al prelievo ematico, si attende la coagulazione.

In seguito si separa la fase liquida del sangue dalla parte corpuscolare – tramite centrifugazione del campione biologico – e si ottiene dunque il siero sanguigno.

Ricordiamo che il siero sanguigno equivale ad un plasma (cioè la parte liquida del sangue) privato di fibrinogeno, fattore VIII, fattore V e protrombina.

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Differenza tra aldosi e chetosi con esempi

MEDICINA ONLINE ZUCCHERI ALDOSI CHETOSI  PENTOSI ESOSI CARBOIDRATI ZUCCHERI MONOSACCARIDI POLI MONO OLIGO GLUCIDI EGG PASTO FRITTA OLIO SAUSAGE DIET LIGHT DIETA DIMAGRIRE CALORIE MANGIARE INGRASSARE WALLPAPER PIC PHOTO.jpgGli aldosi ed i chetosi sono entrambi carboidrati.
La principale differenza tra gli aldosi e i chetosi è che

  • gli aldosi hanno un gruppo aldeidico (-CHO) come funzione terminale; foto in alto, lato sinistro. Tutti gli aldosi hanno come struttura fondamentale quella della gliceraldeide. Gli aldosi più noti sono: gliceraldeide, treosio, eritrosio, lixosio, xilosio, arabinosio, ribosio, talosio, galattosio, idosio, gulosio, mannosio, glucosio, altrosio, allosio;
  • i chetosi contengono invece un gruppo chetonico (C=O) all’interno della catena; foto in alto, lato destro. L’omologo inferiore più piccolo dei chetosi è l’1,3 -Diidrossipropanone, molto conosciuto con il nome di di-idrossiacetone (CH2OH-CO-CH2OH). Il chetoso più importante è il fruttosio.

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Malformazioni artero-venose cerebrali: sintomi e cura

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma MALFORMAZIONI ARTERO VENOSE CEREBRALI SINTOMIRiabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Pene.jpgLe malformazioni artero-venose cerebrali sono patologie complesse che consistono in anomalie vascolari in cui le arterie, spesso ipertrofiche, confluiscono in una o più vene di scarico saltando il letto capillare (che fisiologicamente riduce la pressione). Il trattamento è spesso multidisciplinare: endovascolare, neurochirurgico e radiochirurgico.

Che cosa sono le malformazioni artero-venose (MAV)?

Le MAV sono patologie complesse che consistono in anomalie vascolari in cui le arterie, spesso ipertrofiche confluiscono in una o più vene di scarico saltando il letto capillare (che fisiologicamente riduce la pressione). Per tale motivo gli scarichi venosi sono sottoposti a un regime pressorio anomalo con tutte le conseguenze del caso. Possono essere cerebrali o spinali.

Quali sono le cause delle malformazioni artero-venose (MAV)?

Le MAV sono dovute al confluire delle arterie, spesso ipertrofiche (quindi più grosse rispetto al corrispettivo fisiologico), in una o più vene di scarico. Il letto capillare che fisiologicamente riduce la pressione, viene saltato e ciò comporta un regime pressorio anomalo a carico degli scarichi venosi che possono andare incontro a rottura o trombosi.

Quali sono i sintomi delle malformazioni artero-venose (MAV)?

In alcuni casi le MAV sono asintomatiche, cioè non danno alcun sintomo. Nel 50% dei casi, le MAV determinano una cefalea. Spesso le MAV possono provocare crisi epilettiche. Talvolta le malformazioni sanguinano dando segno di sé con sintomi correlati alla sede dell’ematoma.

Quali sono i rischi legati alle malformazioni artero-venose (MAV)?

Le MAV sono un fattore di rischio per emorragie cerebrali, crisi epilettiche, cefalee, trombosi, ictus cerebrali. Alcune di queste patologie, se non trattate, possono essere mortali.

Diagnosi

Spesso riscontro occasionale in risonanza magnetica encefalo eseguite per altri motivi. La RM rappresenta il primo livello diagnostico, permettendo una corretta valutazione della sede e dell’architettura della malformazione.
L’esame angiografico è fondamentale perché essendo “dinamico” permette di conoscere il flusso, valutare gli scarichi venosi e preventivare un trattamento endovascolare di embolizzazione.

Trattamenti

Il trattamento delle MAV è spesso multidisciplinare: endovascolare, neurochirurgico e radiochirurgico. Il tipo di trattamento dipende dalla sede, dalle dimensioni della MAV, dalla sintomatologia e dall’età del paziente.

Il trattamento microchirurgico consiste nell’isolare il nidus (il gomitolo di vasi anomali) chiudendo le afferenze a partenza dai vasi normali. La progressiva riduzione di sangue determina un lento “spegnimento” della MAV. Una volta circoscritto il nidus si chiudono le vene di scarico e si asporta la lesione. Bisogna sottolineare che all’interno della MAV non si trova tessuto cerebrale “funzionante”. Il trattamento microchirurgico si avvale delle più moderne tecniche di monitoraggio elettrofisiologico e di neuro navigazione che permettono una significativa riduzione della morbidità soprattutto in zone eloquenti (regioni motorie, della parola etc).

Il trattamento endovascolare di embolizzazione consiste nel passare con un catetere a livello inguinale, attraverso l’arteria femorale, fino a raggiungere gli apporti arteriosi della MAV. Si iniettano materiali in grado di ottenere una riduzione progressiva del flusso in rapporto al “planning multidisciplinare”. Il trattamento può essere mirato a una embolizzazione pre-chirurgia o pre-radiochirurgia. Solo in MAV piccole è possibile ottenere una completa chiusura della MAV con il solo trattamento endovascolare.

Il trattamento radiochirurgico: si tratta di raggi x o gamma che, tramite collimatori, raggiungono una “precisione chirurgica”. Previa angiografia cerebrale si esegue un piano di trattamento (in una singola seduta o in più sedute) che mira a chiudere nel tempo le afferenze arteriose e il nidus creando una “iperplasia” (un ispessimento progressivo della parete del vaso fino alla sua completa chiusura).
Per la radiochirurgia esiste un limite di volume della MAV. Se superiori a 3 cm hanno un alto rischio di recidiva. Per una completa obliterazione della MAV sono necessari fino a due anni, quindi nel frattempo il rischio di sanguinamento rimane invariato. Esiste anche un rischio di radio necrosi (effetti secondari dei raggi a livello del tessuto sano cerebrale) che risulta dose dipendente.

Per approfondire leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Quanti ovuli possiede mediamente una donna fertile?

MEDICINA ONLINE VAGINA VULVA APPARATO GENITALE FEMMINILE SCHEMA ANATOMIA UTERO TUBE FALLOPPIO OVAIOTra le 16 e le 20 settimane di gravidanza, le ovaie di un feto di sesso femminile contengono 6-7 milioni di oociti. La maggior parte di essi vengono eliminati e, al momento della nascita, ne riman­gono circa 1-2 milioni.

Dopo la nascita, non ne vengono prodotti altri. Al mo­mento della pubertà, sono presenti solo 300.000 oociti circa, più che sufficienti per il periodo fertile della vita. Una donna di 20 anni ha in genere 200.000 ovuli; a 30 sono già diventati 100.000; a 40 siamo sui 2.000 ovuli.

Solo, in piccola parte, gli oociti maturano fino allo stadio di ovuli. Le molte migliaia di oociti che non giungono a maturazione, degenerano. Tale fenomeno progredi­sce più rapidamente nei 10-15 anni che precedono la menopausa. Al momento della menopausa, sono scomparsi tutti.

Soltanto circa 400 ovuli vengono rila­sciati nel corso del periodo fertile della donna, di solito uno per ogni ciclo me­struale. Fino al momento del rilascio, l’ovulo rimane in uno stato di inattività all’interno del follicolo, in una fase di sospensione del processo di divisione cellulare. Pertanto, l’oocita è una delle cellule corporee che vivono più a lungo.

Poiché un ovulo inattivo non è in grado di attuare il normale processo di ripara­zione cellulare, la possibilità che venga danneggiato aumentano con l’avan­zare dell’età. Questo è il principale motivo per cui le probabilità di aberrazioni cromosomiche o genetiche aumentano se una donna concepisce in età avanzata.

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Di cosa sono fatte le pareti della vagina?

MEDICINA ONLINE VAGINA VULVA APPARATO GENITALE FEMMINILE SCHEMA ANATOMIA UTERO TUBE FALLOPPIO OVAIOLe pareti della vagina sono composte di morbide pieghe elastiche di pelle membranoso-mucosa che si allungano o contraggono (con il concorso dei muscoli pelvici) per adeguarsi alla misura del pene, durante l’atto sessuale.

Parete vaginale e sessualità

Durante l’eccitazione sessuale, specie se vi è stimolazione del clitoride, le pareti della vagina si auto-lubrificano. Ciò riduce l’attrito che può manifestarsi in conseguenza delle varie attività sessuali. In passato si riteneva che le ghiandole di Bartolino fossero responsabili della lubrificazione vaginale. Studi successivi rilevarono invece che è la stessa parete vaginale ad emettere goccioline di liquido che, dapprima isolate, successivamente formano un velo continuo e lucente su tutta la parete. La risposta vaginale è la stessa qualunque sia il tipo di stimolazione sessuale (clitoridea, mammaria, orale, ecc) ma la quantità di liquido può essere maggiore o minore a seconda dell’intensità e della durata dello stimolo. La lubrificazione si verifica anche in post-menopausa, ma la quantità di liquido secreto è fortemente inadeguata.

Anatomia della parete vaginale

La parete della vagina risulta costituita da tre tonache: mucosa, muscolare e av­ventizia.
La tonaca mucosa superiormente fa seguito alla mucosa del muso di tinca e inferiormente continua con la cute del vestibolo della vagina. È formata dall’epitelio di rivestimento e dalla lamina propria.

  • L’epitelio di rivestimento è del tipo pavimentoso composto, costituito da più strati: strato basale, intermedio e superficiale.
    • Lo strato basale è formato da cellule più o me­no cilindriche con grande nucleo vescicoloso e presenta numerose mitosi.
    • Lo strato intermedio è costituito da diversi piani di cellule fusiformi il cui citoplasma contiene glicogeno.
    • Lo strato superficiale è costituito da cellule appiattite il cui citoplasma può contenere granuli cheratoialini; i nuclei presentano gradi diversi di picnosi.L’epitelio vaginale è molto sensibile al tasso ematico degli ormoni sessuali e presenta, durante il ciclo mestruale, modificazioni notevoli in rapporto alla fase estrogenica o a quella progesteronica, tanto che si può parlare di un ciclo vaginale. L’esame di strisci vaginali colorati con meto­do di Papanicolau consente di stabilire la situazione endocrina del soggetto. Nei primi 14 giorni del ciclo mestruale (fase estrogenica), si osserva un aumento progressivo di cellule acidofile (indice acidofilo) con nuclei piccoli e picnotici (indice picnotico). Nella fase progesteronica successiva, l’indice acidofilo e picnotico si riducono; compaiono invece cellule basofile con nuclei grandi a cromatina dispersa. Queste cellule, che tendono ad ammassarsi e a desquamare, hanno un citoplasma caratterizza­to da margini arricciati.
  • La lamina propria, su cui poggia l’epitelio, si solleva in papille. È formata da tessuto connettivo denso, ricco di fibre elastiche, che diminui­scono andando in profondità. Sono presenti va­si, soprattutto venosi e accumuli di linfociti, mentre mancano le ghiandole. La superficie va­ginale è infatti lubrificata ad opera del muco cervicale.

La tonaca muscolare ha uno spessore ridotto; è formata da fasci di fibrocellule muscolari lisce a decorso prevalentemente spirale, separati da connettivo ricco in fibre elastiche.

La tonaca avventizia connette la vagina alle formazioni adiacenti. È sottile, ma resistente ed è formata da tessuto connettivo ricco di fasci elastici che tende a diventare fibroso nella por­zione inferiore. In essa sono contenuti ricchi plessi venosi.

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Fibrinogeno alto o basso: valori normali ed interpretazione

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST ESAME SANGUE ANALISI CLINICHE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI LEUCOCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEIl fibrinogeno è una proteina presente nel plasma sanguigno. È conosciuta anche con altri nomi:

  • Fattore I
  • Fibrinogeno attivo
  • Antigene del fibrinogeno

Viene prodotto dal fegato e dal tessuto endoteliale, cioè dal tessuto che riveste la superficie interna dei vasi sanguigni, dei vasi linfatici, e la superficie interna del cuore, cioè atri, ventricoli e vasi sanguigni cardiaci.

FIBRINOGENO: le funzioni

Il fibrinogeno svolge due funzioni principali, entrambe fondamentali per il processo di emostasi cioè per fermare le emorragie:

  • Aiuta le piastrine ad aderire alle pareti dei vasi sanguigni (durante la fase piastrinica dell’emostasi);
  • Si trasforma in fibrina per permettere la coagulazione (durante la fase coagulativa dell’emostasi).

Il nome fibrinogeno infatti significa letteralmente “produttore di fibrina”. Per far coagulare il sangue, la trombina trasforma il fibrinogeno in fibrina, dando il via al processo di coagulazione.

FIBRINOGENO: i valori normali

I valori considerati normali vanno da un minimo di 200 milligrammi per decilitro fino ad un valore massimo di 400 milligrammi per decilitro. Per le donne il valore massimo può essere un po’ più alto. Valori normali di questa proteina nel nostro organismo, indicano un corretto funzionamento del processo di coagulazione del sangue.

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FIBRINOGENO alto

Se i valori del fibrinogeno sono troppo alti, questo potrebbe indicare che sono in corso alcune alterazioni nel nostro corpo, ma che non si tratta necessariamente di una malattia. Ad esempio, in gravidanza e durante le mestruazioni, il livello di fibrinogeno nel sangue si alza. Può trattarsi anche della conseguenza di un intervento chirurgico, di una ferita o di un’ustione, di uno stato di infiammazione o di infezione. Altre volte invece il valore di questa proteina presente nel sangue si alza come conseguenza di alcune patologie:

  • Artrite o febbre reumatica
  • Ictus o infarto
  • Epatite
  • Malattie dei reni
  • Polmonite
  • Tubercolosi
  • Uremia
  • Tumori

Fibrinogeno basso

I valori bassi di fibrinogeno possono dipendere da alcune condizioni legate alla gravidanza, come nel caso del distacco della placenta o dell’aborto, ma possono essere anche legate ad anemia e malnutrizione o trasfusioni di sangue e possono derivare da infezioni molto gravi. Escludendo queste situazioni, i principali motivi per un valore del fibrinogeno basso sono dovuti a queste cause:

  • Malattie del sangue come:
    • Afibrinogemia ereditaria
    • Disfibrinogemia
    • Embolia
    • Emofilia
    • Coagulazione intravascolare disseminata
    • Fibrinolisi
  • Eclampsia
  • Malattie del fegato
  • Tumori, come la leucemia

FIBRINOGENO: quando fare un test

Gli esami dei livelli di fibrinogeno sono molto utili per individuare la presenza di alcune malattie e per prevedere se c’è un’elevata possibilità di svilupparle. In particolare, il test è consigliato nelle seguenti situazioni:

  • A seguito di sanguinamento
  • A seguito di trombosi
  • Per controllare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari (come ictus e infarto)
  • Quando altri esami del sangue fanno pensare a problemi di coagulazione
  • In caso di malattie ereditarie o acquisite che interferiscono con la coagulazione
  • Quando è importante valutare la coagulazione di un paziente (ad esempio per un intervento chirurgico)

FIBRINOGENO: i tipi di test 

Per testare il fibrinogeno si fa un esame del sangue. Il test specifico condotto attraverso il sangue può essere di due tipi:

  • il test quantitativo, che misura la concentrazione del fibrinogeno in una certa quantità di sangue, ovvero quanti milligrammi di questa proteina sono presenti in ogni decilitro di sangue. Con questo test si può vedere quanto fibrinogeno c’è ma non se funziona bene;
  • il test qualitativo, o test di attività del fibrinogeno, per misurare la sua funzionalità durante la fase di formazione del coagulo.

Mentre i test quantitativi sono molto precisi e danno l’esatta quantità di fibrinogeno presente nel sangue, i test qualitativi sono più complessi.

FIBRINOGENO: i test qualitativi dell’attività

I test qualitativi del fibrinogeno vengono eseguiti in provetta “mimando” quello che avviene nel corpo durante la coagulazione. Al campione di sangue prelevato dal paziente viene aggiunta della trombina per iniziare il processo di coagulazione e controllare se questo avviene nei tempi giusti e se dà origine ad un coagulo stabile. Nonostante tali test in provetta non possano descrivere esattamente quello che succede nel corpo del singolo paziente durante l’intero processo di coagulazione (che include molti fattori per cui è impossibile riprodurli tutti in provetta), esistono comunque strumenti adatti ad analizzare la funzionalità di ogni singolo elemento che partecipa alla coagulazione. Per avere una risposta precisa, si aggiunge una quantità fissa di trombina e si misura il tempo di coagulazione, in particolare misura quanto tempo impiega in fibrinogeno a trasformarsi in fibrina. Se il tempo è troppo lungo, ciò sta ad indicare che il fibrinogeno contenuto in quello specifico campione di sangue è presente in quantità troppo bassa o che la sua funzionalità è più bassa del normale.

FIBRINOGENO: come ci si prepara al test?

Per molti esami del sangue è necessaria una certa preparazione, come ad esempio il digiuno dalla mezzanotte del giorno precedente.

Nel caso degli esami del sangue per il fibrinogeno, non è necessario alcun tipo di preparazione particolare. È importante comunque dare a chi dovrà analizzare le analisi alcune informazioni importanti sul nostro stato di salute e su alcune situazioni particolari, come ad esempio fumo, gravidanza, mestruazioni in corso nel giorno del prelievo di sangue, eventuali donazioni o trasfusioni di sangue avvenute nei giorni precedenti al prelievo.

Il sangue verrà prelevato normalmente da una vena del braccio: è un esame quasi indolore e  dura pochi secondi: se si è preoccupati per il prelievo di sangue, basta informare il personale sanitario presente il giorno del prelievo in modo che ci dia tutto il supporto necessario per superare l’esame.

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FIBRINOGENO: cosa si scopre con il test? Come si leggono i risultati?

Come abbiamo scritto poco sopra, i test del livello di fibrinogeno sono test quantitativi e servono per valutare la quantità di questa proteina nel sangue. I test qualitativi servono invece per valutare il tipo di attività della proteina.

In merito ai test quantitativi, il fibrinogeno aumenta rapidamente quando c’è un’infezione o un’infiammazione acuta in corso. Un alto livello di questa proteina nel sangue può indicare quindi la presenza di una malattia che con altri tipi di esame non si è riusciti a scoprire. Partendo da un test col fibrinogeno alto, si stringe il cerchio delle ipotesi possibili e ci si concentra solo sulla ricerca delle malattie che fanno alzare il suo livello nel sangue. Per questo è importante avvisare il medico di situazioni particolari (gravidanza, mestruazioni, aborto, trasfusione di sangue, malattie in corso), in modo che possa leggere con precisione i risultati del test. Generalmente, un test per il fibrinogeno alto è utile per valutare quanto estesa sia un’infezione o un infiammazione, qualunque sia la sua origine.

In merito ai test qualitativi, questi risultati descrivono la qualità della capacità di coagulare. Un fibrinogeno con una buona attività permette una buona coagulazione: se invece l’attività del fibrinogeno è bassa questo significa che la coagulazione è debole e che il corpo non riesce a produrre dei coaguli sufficientemente resistenti. Quando la funzionalità del fibrinogeno è troppo bassa, il medico la deve valutare assieme agli esami quantitativi. Se vari esami funzionali indicano sempre una bassa funzionalità della proteina questo può una malattia congenita, che il paziente ha dalla nascita. Le patologie congenite sono principalmente tre:

  • Afibrinogenemia, cioè la totale assenza di fibrinogeno, che causa forti emorragie in quanto il sangue non riesce a coagulare bene e in tempi rapidi;
  • Ipofibrinogenemia, cioè livelli di fibrinogeno cronicamente bassi con una diminuita funzionalità;
  • Disfibrinogenemia, cioè fibrinogeno con una struttura molecolare anormale, che causa malfunzionamenti nella coagulazione.

FIBRINOGENO E DINTORNI: per saperne di più

Il processo di emostasi (coagulazione sangue) consta di tre fasi che servono per fermare l’emorragia e sono:

  1. Fase vascolare: i vasi sanguigni della zona ferita si restringono per diminuire la perdita di sangue;
  2. Fase piastrinica: in pochi minuti, le piastrine aderiscono alle pareti dei vasi sanguigni ed iniziano a richiamare altre piastrine fino a formare un primo tappo piastrinico fragile per chiudere la ferita;
  3. Fase coagulativa: fibrina e piastrine insieme formano un tappo più solido, necessario quando la ferita è particolarmente profonda.

Piastrine: dette anche trombociti, sono i più piccoli elementi presenti nel sangue. Non si tratta di vere e proprie cellule, ma di corpuscoli prodotti principalmente dal midollo osseo.

Fibrina: è una proteina con una particolare struttura a maglie e filamenti, molto elastica, che funziona esattamente come una toppa di stoffa. Il nome stesso deriva da “fibra”. Grazie alla sua struttura, costruisce una specie di rete che intrappola gli altri elementi presenti nel sangue (ad esempio i globuli rossi) e crea il coagulo, ovvero un tappo di sangue che si rapprende e chiude la ferita, fermando l’emorragia in un primo momento e permettendo successivamente alla pelle di riformarsi al di sotto del coagulo.

Trombina: è un’altra proteina presente nel sangue. Ha una forma a sfera a sua funzione è quella di trasformare il fibrinogeno in fibrina quando è necessario chiudere una ferita.

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Cos’è un gene ed a che serve?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Peso Dietologo Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaSmettere fumare Obesità Cancerogeni Cancerogenesi e CancroI geni sono sequenze nucleotidiche situate in posizioni fisse e specifiche del cromosoma. Non sono altro che una serie di nucleotidi con una specifica sequenza che ha la funzione, mediante il successivo processo di TRASCRIZIONE E TRADUZIONE, a generare una proteina (e non solo, in realtà il prodotto può essere anche un tRNA o rRNa ad esempio).

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