Perché si festeggia ferragosto? Significato religioso e nel mondo

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Il termine “ferragosto” relativo al 15 agosto di ogni anno, deriva dalla locuzione latina feriae Augusti, e cioè “riposo di Augusto” indicante una festività istituita dall’imperatore romano Ottaviano Augusto nel 18 avanti Cristo, che si aggiungeva alle esistenti e antichissime festività cadenti nello stesso mese, come i Consualia dedicati a Conso (il dio della terra e della fertilità), per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L’antico ferragosto aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane allo scopo di fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. In tale periodo era usanza che i contadini facessero gli auguri ai proprietari dei terreni, ricevendo in cambio una ricompensa economica. Anticamente, come festa pagana, era celebrata il 1° agosto, tuttavia i reali giorni di festa e riposo dal lavoro erano molti di più: anche tutto il mese di agosto, con particolare festa il giorno 13, che i romani dedicavano alla dea Diana.

Da festa pagana a festa cattolica

Come avviene per la maggioranza delle festività cattoliche attuali (come il Natale, anticamente riconosciuto dai pagani con “sol invitus”) anche la ricorrenza del ferragosto fu assimilata dalla Chiesa cattolica e “trasformata” dai cattolici da festa pagana a festa religiosa cattolica: nel VII secolo si iniziò a celebrare l’Assunzione di Maria proprio il 15 agosto. Il dogma dell’Assunzione determina che la Vergine Maria sia stata assunta, (cioè sia stata “accolta”) in cielo dal dio cattolico.

Ferragosto: dove si festeggia nel mondo?

Il ferrragosto è una ricorrenza tipicamente italiana che però viene celebrata in qualche modo anche in altri paesi del mondo. Forse non tutti sanno infatti che ad esempio in Canada il 15 di agosto si celebra l’Acadian Day, festa legata all’Acadia e cioè la prima colonia francese dell’America settentrionale. Gli abitanti allora decisero di prevedere una festa nazionale in onore di Maria, simboleggiata anche dalla stella d’oro posta nella bandiera della regione, adottata ufficialmente il 15 agosto 1884.
Il 15 agosto è festa anche in India, dove un’antica leggenda vuole che il bagno in mare il giorno di Ferragosto abbia un effetto benefico per la salute.
Anche in Spagna si festeggia: le strade delle principali città diventano coloratissime e dove numerosi spettacoli vengono allestiti nelle vie principali. Spazio al Flamenco, ai costumi tradizionali che sfilano in processioni, a fiumi di sagria, churros, fuochi artificiali e tanto altro ancora. Da Madrid a San Sebastian, dalle coste all’entroterra, questo giorno è particolarmente sentito dalla popolazione.
Il 15 Agosto a Siviglia va in scena la tradizionale processione della Vergine, patrono della città spagnola. Per l’occasione numerosi accorrono da tutta la regione per rendere omaggio alla Santa. La leggenda narra dell’apparizione in sogno della Vergine de los Reyes a Siviglia nel 1248, tramutata poi in venerazione popolare con la costruzione di diversi edifici di culto come la Cappella Reale, la nascita della confraternita dei Sartie la Chiesa di San Ildefonso.
Insomma, magari non sarà chiamato “ferragosto”, ma questo giorno è speciale in tanti paesi del mondo. Questo dipende anche dal fatto che la festività dell’Assunta si celebra in tutto il mondo cattolico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Differenza tra carboidrati semplici e complessi

MEDICINA ONLINE PIZZA PIADINA NAPOLETANA ROMANA ROSSA EMILIANA POMODORO FORMAGGIO MOZZARELLA RISTORANTE CIBO CALORIE MANGIARE OLIO PASTA PANE INGREDIENTI TAVOLA LIGHT DIETA DIMAGRIRE INGRASSAREPer comprendere la differenza tra carboidrati semplice e complessi, è necessario partire da una domanda apparentemente semplice: le parole “zuccheri” e “carboidrati” sono sinonimi? Molti pensano di si ma la verità non esattamente questa, quindi facciamo oggi un po’ di chiarezza.

In base alla loro struttura chimica i carboidrati vengono classificati in semplici e complessi. 

  • carboidrati semplici (anche chiamati “zuccheri”): comprendono i monosaccaridi, i disaccaridi ed i oligosaccaridi. L’unione di due monosaccaridi genera i disaccaridi come il saccarosio, il lattosio e il maltosio.
  • carboidrati complessi: comprendono i polisaccaridi, come ad esempio l’amido, le fibre e il glicogeno. I polisaccaridi sono caratterizzati da un gran numero di unità ripetitive, legate insieme per formare molecole grandi e complesse. Si parte da piccole catene lineari di un minimo di 10 unità ripetitive (sotto questo numero si parla di oligosaccaridi). Per approfondire, leggi anche: Differenza tra monosaccaridi, disaccaridi, polisaccaridi, oligosaccaridi

Da quanto detto appare quindi chiaro che gli zuccheri sono un tipo di carboidrato. Mentre tutti gli zuccheri (carboidrati semplici) sono carboidrati, non tutti i carboidrati sono necessariamente zuccheri.

Velocità di assimilazione dei carboidrati

La distinzione dei carboidrati in “semplici” e “complessi” riguarda la velocità di assimilazione, cioè il tempo che impiegano per essere digeriti, quindi “smontati” e ridotti a molecole elementari (glucosio, fruttosio e galattosio) capaci di oltrepassare la parete intestinale e di entrare nel sangue. Sono complessi, e perciò più lenti nella digestione, i carboidrati dei legumi, della pasta, del pane o del riso (tutti ricchi di amido, una molecola molto lunga e complessa che i nostri enzimi debbono accorciare nella digestione).
Sono considerati carboidrati semplici e di rapido assorbimento quelli del miele o dello zucchero (saccarosio) con cui dolcifichiamo il caffè, quelli della frutta o delle spremute.

Possiamo chiamare zuccheri:

  • glucosio;
  • fruttosio;
  • saccarosio;
  • lattosio;
  • maltosio;
  • maltodestrine.

NON possiamo chiamare zuccheri:

  • glicogeno;
  • amido;
  • fibre.

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Che significa “Carpe diem”? L’invito ad apprezzare ciò che si ha

MEDICINA ONLINE AFORISMI FRASI WIKIQUOTE Prof. John Keating (Robin Williams) nel film del 1989 L’attimo fuggente (Dead Poets Society), diretto da Peter Weir

Robin Williams in “L’attimo fuggente”

Carpe diem: come si traduce e chi lo ha “detto” per primo?

Carpe diem è una locuzione latina presente nelle Odi (Odi 1, 11, 8) del poeta latino Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 8 a.C.) comunemente noto come “Orazio”, che in italiano è  tradotto con “cogli il giorno” oppure, con maggiore libertà, con “cogli l’attimo”, da cui il titolo del famoso film “L’attimo fuggente“. Si tratta non solo di una delle più celebri orazioni della latinità, ma anche di una delle filosofie di vita più influenti della storia dell’uomo, che però è spesso male interpretato.

Cosa significa Carpe diem? Il significato vero

Molti danno alla celebre locuzione il significato di “buttati nelle cose, cogli al volo le occasioni senza pensarci troppo, non lasciarti sfuggire le opportunità che ti si presenteranno“, ma il concetto nascosto nelle due semplici parole Carpe diem è qualcosa di molto più profondo. “Cogli il giorno” è una esortazione all’uomo, affinché lui assapori in ogni momento i beni offerti dalla vita nel presente, dato che il futuro non è prevedibile, da intendersi NON come invito alla ricerca del piacere ed allo sfruttamento di possibilità future, ma ad apprezzare ciò che si ha ORA ed a goderne appieno, dato che – come dice Lorenzo de’ Medici nel Trionfo di Bacco e Arianna – “di doman non c’è certezza”. Non esattamente “cogli le occasioni che ti si presenteranno in futuro“, come molti interpretano erroneamente la locuzione, bensì “cogli letteralmente la tua vita giorno per giorno, vivi la tua esistenza ORA apprezzandola fino in fondo ed apprezzando quello che hai in questo momento“. Cogli… l’oggi, godi dell’oggi!

Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo lo sai che vola e lo stesso fiore che oggi sboccia, domani appassirà. Robert Herrick

Il saggio è colui che quando ha sete e beve, sente l’acqua fresca che gli scende per la gola e pensa: ‘Oh com’è bello bere!’. Luciano De Crescenzo

Un futuro incerto

Dietro al Carpe diem oraziano si nasconde una visione realistica della vita umana, in cui non solo non è possibile conoscere il futuro, ma tale futuro è incerto e la nostra esistenza stessa è certa nel presente, ma non sarà certa il momento successivo. Solo sul presente l’uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, devono concentrarsi le sue azioni. L’uomo che davvero aspira alla felicità deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie apparentemente banali che si presentano di fronte ai suoi occhi OGGI, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro. Le cose che oggi ci sembrano eterne, in realtà non lo sono affatto e domani potremmo non possederle più, quindi non sottovalutiamole e cogliamole oggi.

Godiamo della vista di un fiore, abbracciamo un nostro parente, perché domani potremmo aver perso la vista o potremmo aver perso il nostro caro. Viviamo a fondo ogni singolo apparentemente banale attimo della nostra vita, perché ora lo abbiamo, domani chissà…

Leggi anche: Cosa significa “Panta rei”? Tutto scorre e legge di attrazione dei contrari

Il tempo sfugge

La filosofia oraziana pone in primo piano la libertà dell’uomo nel gestire la propria vita e invita a essere responsabili del proprio tempo, perché, come dice il poeta stesso nel verso precedente, “Dum loquimur, fugerit invida aetas” (“Mentre parliamo, sarà fuggito avido il tempo”), ed è inutile sprecare la vita cercando di conoscere il futuro. Orazio vuole infondere una serena dignità all’uomo, affinché dia valore alla propria esistenza sfidando l’usura del tempo e il suo status totalmente effimero. Lungi quindi dall’essere un crasso e materialista invito al piacere sfrenato, od anche ad un piacere senza turbamento, il Carpe diem è piuttosto ispirato alla concezione epicurea di felicità come assenza di dolore, ed esprime l’angosciosa imprevedibilità del futuro, la gioia dignitosa della vita e la rassegnazione nell’accettare la morte, che il poeta cerca di esorcizzare con l’invito a vivere il presente per non pensare al momento inevitabile del trapasso, che in Orazio è spesso contrapposto all’ammirata esplorazione lirica del paesaggio e della natura, ciclica, meravigliosa e sublime ma anche cupa, misteriosa ed incomprensibile, uno spettacolo da cui l’uomo dovrebbe cogliere la tragica ciclicità.

Leggi anche: Il filo rosso del destino: significato e leggenda dell’amore predestinato

Succhiare il midollo della vita

«Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita, […] per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.»

Questa frase è tratta dal meraviglioso film del 1989 L’attimo fuggente (Dead Poets Society), diretto da Peter Weir, con Robin Williams nella parte del prof. John Keating. La frase cita il celebre filosofo e poeta statunitense Henry David Thoreau e ben racchiude il senso del film e del Carpe diem oraziano.

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Quale tipo di sale si usa per sciogliere ghiaccio e neve? Va bene il sale da cucina?

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Quale tipo di sale viene sparso per le strade?

Sulle strade si usano generalmente due tipi di sale:

  • cloruro di sodio (comune sale da cucina): si sparge sulle strade ancora libere dal ghiaccio, a scopo preventivo quando si prevedono temperature basse. E’ corrosivo;
  • cloruro di calcio: viene versato su neve e/o ghiaccio già esistenti, essendo più efficiente del cloruro di sodio. Il cloruro di calcio non viene mai usato PRIMA che si formi neve o ghiaccio, altrimenti c’è il rischio che formi una sorta di patina scivolosa e potenzialmente più pericolosa per auto e pedoni del ghiaccio stesso.

Il cloruro di calcio scioglie rapidamente neve e ghiaccio fino a -25°C, quando il cloruro di sodio non è efficace, anche se è ovviamente più costoso rispetto al sale da cucina, inoltre va maneggiato con cautela dal momento che la sua inalazione diretta è nociva per le vie respiratorie umane. Ecco alcune caratteristiche che rendono il cloruro di calcio preferibile al tradizionale sale marino:

  • scioglie fino ad 8 volte di più;
  • non è corrosivo per il cemento ed i marmi (anche se può esserlo per i metalli);
  • sviluppa calore a contatto con l’acqua, contribuendo a sciogliere rapidamente il ghiaccio e la neve;
  • efficace fino a -25 C°;
  • minor consumo di prodotto grazie all’effetto igroscopico del cloruro di calcio.

Potete trovare ottimi prodotti con cloruro di calcio qui (confezione da 5 kg): https://amzn.to/3dxuyFp e qui (confezione da 25 kg): https://amzn.to/3yaXtsH

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Sale da cucina per sciogliere il ghiaccio

E’ preferibile usare il sale “grezzo” o “integrale”. Pur essendo efficace, il comune sale presenta inconvenienti non indifferenti ed ha un impatto ambientale non trascurabile; il sale è corrosivo ed i suoi effetti sulla già disastrata rete viaria italiana (ed indirettamente anche sulle nostre automobili), sono evidenti. Il secondo aspetto, che gli ambientalisti non mancano mai di far notare, è che il sale ha un effetto diserbante che, quando usato in quantità massicce, incide sulla salute non solo dell’erba ai margini delle strade ma anche su quella degli alberi. Il sale, sempre se usato per periodi prolungati, può essere infine dilavato dalla pioggia ed una volta infiltratosi nel terreno andare ad inquinare le falde acquifere.

Un ottimo sale antighiaccio ed antineve è questo: http://amzn.to/2osy8I5

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Perché il sale scioglie il ghiaccio? Quale reazione avviene?

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Il punto di congelamento

Quando la temperatura ambientale scende sotto zero, l’acqua sulle strade comincia a formare i primi cristalli di ghiaccio, processo che porta alla formazione di lastre ghiacciate, pericolosissime sia per le autovetture che per i pedoni. Per contrastare tale fenomeno, viene gettato del sale le cui molecole – a contatto con l’acqua – si scindono in ioni e tali ioni si legano elettrostaticamente alle molecole d’acqua. La presenza di questi ioni interferisce con la crescita dei singoli cristalli di ghiaccio: per questo tecnicamente si dice che il sale ha la proprietà di abbassare il punto di congelamento dell’acqua. In pratica il sale va a determinare il fatto che, per ghiacciarsi, l’acqua avrebbe bisogno di una temperatura ancora più bassa di quella ambientale, quindi al diminuire ulteriore della temperatura si aumenta la quantità di sale, dal momento che quantità di sale e punto di congelamento sono inversamente proporzionali: all’aumentare della quantità di sale, diminuisce il punto di congelamento, fino a quando la soluzione non è satura ed altro sale non riuscirebbe a sciogliersi.

Per approfondire, leggi anche: Quale tipo di sale si usa per sciogliere ghiaccio e neve? Va bene il sale da cucina?

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Cosa significa “Panta rei”? Tutto scorre e legge di attrazione dei contrari

MEDICINA ONLINE STUDIO STUDIARE LIBRO LEGGERE LETTURA BIBLIOTECA BIBLIOGRA LIBRERIA QUI INTELLIGENTE NERD SECCHIONE ESAMI 30 LODE UNIVERSITA SCUOLA COMPITO VERIFICA INTERROGAZIONE ORALE SCRITTO Library PICTURE HD WALLPAPERCos’è “Panta rei”?

Cominciamo dal principio: “Panta rei”, o più correttamente “Pánta rheî”, è un aforisma. Un aforisma è una breve o brevissima frase che, in poche parole, condensa un insegnamento, una considerazione od un principio specifico, generalmente di tipo filosofico o morale. In questo caso Panta rei è davvero uno degli aforismi più corti in assoluto, dal momento che è composto da appena soltanto due parole, due parole che però sono piene di significato.

Ma qual è questo significato?

Panta rei deriva dal greco πάντα ῥεῖ che può essere tradotto con “tutto scorre” e, nonostante sia attribuita al filosofo greco Eraclito (535-475 a.C.), specificatamente non compare mai nei frammenti eraclitei (circa cento) giunti fino a noi, bensì appare come definizione della filosofia eraclitea nel Cratilo di Platone:

«Dice Eraclito “che tutto si muove e nulla sta fermo” e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che “non potresti entrare due volte nello stesso fiume”»

Eraclito riflette sul fatto che l’uomo non possa mai fare la stessa esperienza per due volte, giacché ogni ente, nella sua realtà apparente, è sottoposto alla legge inesorabile del mutamento, nel bene e nel male. Eraclito sottolinea anche che v’è un Logos, sottostante a questo continuo mutare, un’armonia profonda che governa in modo oscuro e inconoscibile la perenne dialettica fra contrari, che provoca il divenire perpetuo degli enti sensibili. Il discepolo di Eraclito, Cratilo, estremizzerà poi il pensiero del suo maestro, sostenendo che non solo non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, ma neppure una volta sola.

L’attrazione dei contrari

Nella dottrina di Eraclito il Panta rei, oltre a riferirsi al continuo fluire e mutare di tutte le cose, si lega strettamente anche alla legge di attrazione dei contrari. L’unità di ciò che è opposto e l’armonia dei termini in disaccordo tra loro (come “caldo-freddo”, “umido-arido”) è allora la causa del mutamento illustrato dal panta rei, ed osservabile nel mondo concreto (così che la nostra esperienza del mondo stesso è sempre irreplicabile, dato che la realtà è un perenne ed armonico mutamento). Eraclito condensa spesso questi principi in massime filosofiche, come la seguente: “Per coloro che entrano negli stessi fiumi, altre e sempre diverse scorrono le acque”.

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Perché la festa della donna si festeggia l’8 marzo e si regala la mimosa?

MEDICINA ONLINE DONNA FESTA DELLA DONNA GIORNATA INTERNAZIONALE FESTIVITA VIOLENZA DATA FIORE MIMOSA PERCHE SI FESTEGGIA SI REGALA FEMMINE FESTA UOMO NATURA AMORE REGALARE.jpgLa “Festa della donna”, più correttamente chiamata “Giornata internazionale della donna”, ricorre l’8 marzo di ogni anno, per ricordare sia le conquiste sociali che le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in ogni parte del mondo, anche se – per ricordare queste ultime –  dal 1999 è stata istituita la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” che ricorre ogni anno il 25 novembre. Anche se la festa della donna in Italia si festeggia dal 1922 in poi, la ricorrenza è una occasione fissa negli Stati Uniti già da più di un decennio prima, dal 1909.

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Perché la festa della donna si festeggia proprio l’8 marzo?

Anche se la risposta a tale domanda è ben definita, sono ancora tante le leggende circolate – e che circolano ancora – negli anni sull’origine della ricorrenza. Tra le più gettonate quella secondo la quale l’8 marzo si ricorda la morte di centinaia di operaie, uccise nel rogo di una fabbrica di Cottons divampato a New York nel 1908, o ancora la repressione poliziesca di una manifestazione sindacali di operaie tessili di New York. Niente di più falso: la festa della donna nacque negli Stati Uniti come il ‘Woman’s Day’, il giorno della donna, il 3 maggio 1908, quando durante una conferenza del Partito socialista di Chicago, la socialista Corinne Brown prese la parola, causa l’assenza dell’oratore ufficiale designato, discutendo dello sfruttamento operato dai datori di lavoro nei confronti delle operaie e delle discriminazioni sessuali subite in termini salariali e di orario di lavoro. Quell’iniziativa non cambiò la situazione delle donne nell’immediato, ma alla fine dell’anno il Partito socialista americano raccomandò a tutte le sezioni locali di riservare l’ultima domenica di febbraio 1909 all’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile. Negli Stati Uniti la prima e ufficiale giornata della donna fu celebrata il 23 febbraio 1909 e verso la fine dell’anno, a New York, scioperarono ventimila camiciaie. Un segnale decisivo per la popolazione femminile. Il successivo 27 febbraio alla Carnegie Hall, tremila donne celebrarono ancora il Woman’s Day. Ma sarà solo nel 1910 che le socialiste americane, durante la Conferenza internazionale della donna a Copenaghen, proposero di istituire una comune giornata dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. Mentre negli USA la festa continuò a essere celebrata a fine febbraio, alcuni paesi europei come Germania, Austria e Svizzera, iniziarono a festeggiare la giornata della donna il 19 marzo.

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L’8 marzo durante la Prima Guerra Mondiale ed in Italia

Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale, le celebrazioni furono interrotte, fin quando l’8 marzo 1917, a San Pietroburgo, le donne guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra. Manifestazioni e proteste esplosero in tutto il paese, portando al crollo dello zarismo. L’8 marzo 1917 rimase nella storia a indicare l’inizio della Rivoluzione russa di febbraio, una data scelta anche dalle donne durante la seconda conferenza internazionale delle donne comuniste nel 1921, fiche fissarono all’8 marzo la ‘Giornata internazionale dell’operaia’. In Italia la Giornata internazionale della donna si tenne per la prima volta nel 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia, che la celebrò il 12 marzo, prima domenica successiva all’8 marzo. Il 16 dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose a ogni paese di dichiarare un giorno all’anno la ‘Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale’ e di comunicare la decisione presa al Segretario generale. L’Assemblea riconobbe l’8 marzo, che già veniva festeggiato in diversi paesi, come la data ufficiale.

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Perché l’8 marzo si regalano le mimose alle donne?

La scelta del fiore della mimosa come fiore simbolo della celebrazione, questa risale all’8 marzo 1946, quando, con la fine della guerra, l’8 marzo venne festeggiato in tutta Italia e tre donne iscritte all’Unione donne italiane (Udi) Rita Montagnana, Teresa Noce e Teresa Mattei, proposero di usare questo fiore come simbolo in quanto la mimosa fiorisce proprio nei primi giorni di marzo.

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Perché fischiano le orecchie? Da cosa dipende e come si cura?

MEDICINA ONLINE ORECCHIO OTORINO CONDOTTO COCLEA CELLULE CILIATE TIMPANO OSSICINI MARTELLO INCUDINE STAFFA LABIRINTITE OTOLITI ACUFENE FISCHIO UDIRE SENSO ESTERNO MEDIO INTERNO.jpgIl termine “acufene” (anche chiamato “tinnito“) indica un sintomo caratterizzato dalla percezione di un rumore simile ad un fischio o un ronzio, in una o in entrambe le orecchie, oppure nella testa, anche se dall’esterno non proviene alcun suono. L’acufene non è una malattia, bensì un sintomo e può essere la spia di una malattia che lo provoca a monte. L’acufene può essere temporaneo, ad esempio quello che si avverte subito dopo aver udito un suono improvviso molto forte e che generalmente dura da alcuni secondi a poche ore, o può durare molto più a lungo, anche mesi, anni o, in alcuni casi, per tutta la vita.

Non esiste una terapia specifica che possa curare tutti gli acufeni: se l’acufene è secondario, si interviene sulla patologia a monte che lo provoca e si suppone che – eliminando la causa – l’acufene sparisca o almeno diminuisca di intensità; se l’acufene è idiopatico, non esistono ad oggi terapie risolutive al 100%. Anche nei casi di acufene secondario, pur trattando efficacemente la causa a monte, non è purtroppo detto che l’acufene scompaia o diminuisca di intensità.

La cura di un acufene può coinvolgere direttamente o indirettamente un gran numero di professionisti della salute, tra cui otorinolaringoiatri, audiologi, chirurghi maxillo-facciali, pneumologi, endocrinologi, oncologi, cardiologi, fisiatri, ortopedici, dentisti, gnatologi, tecnici audiometristi, fisioterapisti e osteopati. Il primo professionista a cui rivolgersi in caso di comparsa improvvisa di acufene è comunque senza dubbio il medico otorinolaringoiatra o il medico audiologo.

Il disturbo ha caratteristiche diverse a seconda del paziente. Alcune persone percepiscono ronzii, fischi, sibili o suoni ad alta o altissima frequenza, altri descrivono suoni simili ad un coro di cicale, alla risacca del mare, ad un macchinario acceso o a delle interferenze simili a quelle che si ascoltano quando una stazione radio non è correttamente sintonizzata.

L’intensità può essere molto variabile: alcuni descrivono un sintomo più lieve, con un suono percepito “in lontananza”, periferico, minimo o sfumato, mentre per altri l’acufene può essere avvertito come molto forte, invasivo, ravvicinato, “centrale” e che arriva perfino a coprire i suoni ambientali, rappresentando quindi un problema per la normale capacità uditiva e di fatto un handicap, con conseguenze psicologiche anche catastrofiche per la persona.

Pur essendo catalogato come “sintomo”, l’acufene, specie se grave, a mio avviso può essere considerato come una vera e propria patologia cronica invalidante e come un importante fattore di rischio per malattie psichiatriche come la depressione. Aggiungo che “so di cosa parlo” perché non solo sono un medico e ho studiato l’argomento sui libri ed avuto pazienti con acufene, ma soffro io stesso di un acufene bilaterale cronico piuttosto grave che – senza esagerazioni – ha completamente cambiato (in negativo) la mia vita.

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Diffusione

Si stima che l’acufene sia piuttosto frequente e in grado di interessare circa 10% ÷ 15% delle persone; nella maggior parte dei casi viene tollerato ragionevolmente bene, mentre nell’1-2% degli individui può causare problemi di adattamento al disturbo particolarmente significativi. Circa 2.5-5 milioni di italiani convivono con l’acufene.

Età di insorgenza

L’acufene non fa distinzioni: può colpire a qualsiasi età, anche se non si tratta di un sintomo diffuso tra i bambini, che riferiscono la patologia più raramente rispetto agli adulti, in parte perché è più probabile che i bambini affetti da acufene abbiano problemi di udito fin dalla nascita. Potrebbero quindi non notare l’acufene e non preoccuparsi, proprio perché sono abituati a questo problema fin dalla nascita.

Modalità di insorgenza

Un acufene può comparire improvvisamente, senza alcun motivo apparente o legato a episodi acuti, come traumi cerebrali o assunzione di farmaci ototossici. Altri acufeni possono invece presentarsi in modo graduale, senza alcun motivo apparente o in seguito a svariate cause, come otiti, alterazioni dell’articolazione temporo-mandibolare o tumori.

Classificazione e tipi di acufene

In base alle cause che lo hanno provocato, l’acufene può essere secondario o idiopatico. L’acufene viene definito “secondario“, quando è causato a monte da svariate patologie, in particolare quelle che interessano l’orecchio, come le otiti. In molti casi l’acufene è “idiopatico“, cioè non si riesce a capire con esattezza da cosa sia procurato. Se l’acufene è secondario, in genere curando la patologia a monte che lo provoca, tende a scomparire gradatamente. I casi idiopatici possono anch’essi sparire nel tempo, tuttavia tendono più frequentemente ad essere cronici e purtroppo a durare anni o per tutta la vita, causando in alcuni casi gravissimi disagi alla persona. Sempre in base alla causa ed al tipo, si distinguono:

  • acufeni audiogeni, correlati ad alterazioni uditive (Auditory Tinnitus);
  • acufeni somato-sensoriali, correlati a problemi ai muscoli, alle ossa, alla cervicale (Somatosensory Tinnitus);
  • acufeni psicogeni, correlati a interazioni psicopatologiche dell’apparato uditivo (Psychopathology-related Tinnitus);
  • acufeni combinati, che presentano due o più combinazioni di acufeni dei gruppi precedenti (Combined Tinnitus).

Acufene acuto, subacuto, cronico e recidivante

In base alla durata, l’acufene può essere di tre tipi principali:

  • acufene acuto: ha una durata di massimo tre mesi;
  • acufene subacuto: ha una durata compresa tra tre mesi e sei mesi;
  • acufene cronico: ha una durata superiore a sei mesi e nei casi più gravi può persistere per tutta la vita.

Un acufene acuto, se non si interviene prontamente (ad esempio con antibiotici ed antinfiammatori) per curare la causa a monte che lo determina, può diventare subacuto e cronico, sempre a patto che la causa a monte sia effettivamente individuata, che sia curabile e che non abbia determinato danni nervosi permanenti. In genere è più facile intervenire per curare efficacemente un acufene acuto che uno subacuto o cronico. Quando un acufene viene avvertito in modo continuo per oltre uno o due mesi, è più alta la probabilità che diventi cronico e che persista per tutta la vita. La possibilità di cronicizzazione diviene tanto più possibile all’aumentare del tempo passato dall’insorgenza dell’acufene.
L’acufene può essere definito “recidivante“, quando si presenta periodicamente, per poi diminuire di intensità e sparire, per poi ripresentarsi nuovamente a distanza di tempo variabile.

Acufene monolaterale, bilaterale, migrante e centrale

In base alla zona in cui viene avvertito l’acufene, si ha:

  • acufene monolaterale: il suono viene avvertito solo nell’orecchio destro o in quello sinistro;
  • acufene bilaterale: il suono viene avvertito sia nell’orecchio destro che in quello sinistro, a volte contemporaneamente, a volte in modo alternato, in alcuni casi avvertendo lo stesso identico suono nelle due orecchie, in altri avvertendo suoni di tipo diverso;
  • acufene migrante: il suono viene avvertito alternativamente ad un orecchio, poi all’altro e viceversa;
  • acufene centrale: il suono viene avvertito in modo centrale, “nel mezzo della testa”.

In alcuni casi un acufene monolaterale, nel tempo può diventare bilaterale, mentre molto rara è la situazione in cui un caufene bilaterale diventi monolaterale.

Acufene monotonale, bitonale e pluritonale

L’acufene può essere caratterizzato da un suono unico (acufene monotonale, ad esempio un singolo sibilo o un singolo fruscio) o due suoni insieme (acufene bitonale, ad esempio un sibilo che si “innalza” nel contesto di un fruscio di soffofondo) o più suoni contemporanemanete (acufene pluritonale).

Volume dell’acufene

Il volume di un acufene può variare da appena percettibile a estremamente alto. Durante la giornata in molti riferiscono una alternanza tra queste due situazioni, la prima soprattutto la mattina e all’ora di pranzo, la seconda nelle ore tardo-pomeridiane, serali e di notte. Nel tempo il volume di un acufene può oggettivamente peggiorare (ad esempio perché il danno alle cellule ciliate o al nervo acustico si sia amplificato per qualche motivo) ma può anche soggettivamente diminuire, soprattutto se la persona riesce ad ignorarlo il più possibile e la corteccia uditiva del suo cervello “impara” a catalogarlo come suono non importante, quindi facendolo arrivare il meno possibile alla nostra coscienza: purtroppo però – prima che ciò avvenga – possono passare mesi o anni dall’insorgenza del fastidio e molto del successo di questa “esclusione dell’acufene dalla coscienza”, dipende dalla gravità dell’acufene e dalla “pazienza” della persona.

Acufene soggettivo od oggettivo

A seconda del fatto che l’acufene possa o non possa essere ascoltato da altre persone oltre al paziente, avremo:

  • acufene soggettivo (acufene propriamente detto): il suono viene percepito solo dall’individuo che ne soffre, ma non può essere ascoltato da un osservatore esterno, neanche usando strumenti amplificatori. E’ il tupo di acufene più diffuso;
  • acufene oggettivo: il suono può essere percepito anche da ascoltatori esterni. L’acufene è generato da rumori interni dell’organismo, come quelli legati al flusso sanguigno) e può quindi essere ascoltato anche dal medico. E’ il tipo di acufene più raro.

Acufene continuo o intermittente

L’acufene può essere definito continuo quando non si smette mai di udirlo, oppure intermittente: in questo caso la persona tende ad averlo in orari della giornata specifici, magari in corrispondenza di determinate attività (ad esempio solo a pranzo o duranze sforzi fisici o episodi di stress) oppure può avvertirlo in orari imprevedibili, mentre in altri momenti l’acufene è totalmente assente o comunque talmente limitato da essere avvertito come molto lontano e poco invasivo. Un acufene continuo può diminuire fortemente di intensità per poi ripresentarsi ad intensità normale, tanto da apparire intermittente.

Acufeni pulsanti

Alcuni tipi di acufene sono detti “pulsanti“. L’acufene pulsante è un tipo particolare di acufene che – anziché essere continuo – è di tipo ritmico e pulsante. Nella maggioranza dei casi il suoni va a tempo con il battito cardiaco, quindi ad esempio aumenta in frequenza durante una tachicardia. Di solito, ma non sempre, l’acufene pulsante è oggettivo e quindi può essere udito dal medico durante l’esame obiettivo, ad esempio appoggiando lo stetoscopio sul collo del paziente, oppure mediante un microfono collocato all’interno del condotto uditivo e collegato con un amplificatore e un trasduttore esterno. Nonostante non sia una forma frequente di acufene alcune delle sue cause sono note, come ad esempio ipertensione arteriosa, soffi al cuore, patologie a carico delle trombe di Eustachio, tumore glomico ed anomalie in una vena o in un’arteria cerebrale.

Acufeni “spike” o “di picco”

Nel contesto di un acufene, possono a volte verificarsi degli acufeni “diversi”, ancora più forti, che generalmente si sovrappongono all’acufene “primario” o che sono semplicemente avvertiti come aumento di intensità e/o variazione di tono: tale tipo di acufene “secondario” è detto acufene spike o acufene di picco o picco di acufene. Un acufene spike generalmente è più “forte” del normale acufene e può avere una tonalità diversa rispetto all’acufene “primario”, ad esempio risultando più acuto. Un acufene spike può durare alcuni secondi, minuti, ore o addirittura giorni o settimane alla volta. Sebbene questi picchi possano essere difficili da gestire, dal momento che peggiorano una condizione già fastidiosa e gettano ancor di più nello sconforto la persona, non sono generalmente un segno che l’acufene stia peggiorando e sono quasi sempre temporanei: al loro cessare, il paziente torna ad avvertire il “solito” acufene, anche se purtroppo l’acufene spike in rari casi può diventare permanente.

Fattori che aumentano o diminuiscono l’acufene

Ogni paziente può presentare fattori che aumentano o diminuiscono l’intensità dell’acufene, soprattutto in base alla condizione a monte che lo ha provocato. Le ore del mattino e del pranzo sembrano essere quelle in cui gli acufeni tenderebbero ad essere percepiti come meno intensi, mentre nel tardo pomeriggio, a cena e la notte, gli acufeni di solito aumentano di intensità: ciò sembrerebbe da collegarsi alla secrezione del cortisolo (l’ormone “antistress”), che aumenta la mattina fino all’ora del pranzo, per poi diminuire nel pomeriggio ed essere minima le ore serali e soprattutto notturne.

Molti pazienti riferiscono un peggioramento del sintomo quando le condizioni atmosferiche cambiano, ad esempio quando si verificano episodi di bassa pressione (pioggia, temporali e tempo uggioso in generale): gli acufeni quindi tenderebbero a peggiorare nei mesi invernali e freddi, ed a migliorare nei mesi caldi ed estivi.

Un aumento della pressione arteriosa (ipertensione) o una sua diminuzione (ipotensione), possono determinare la comparsa di un acufene o peggiorarne uno già esistente e lo stesso possono fare l’aumento della concentrazione di glucosio nel sangue (iperglicemia), la sua diminuzione (ipoglicemia) e patologie ad esse correlate, come il diabete. Patologie dell’articolazione temporo-mandibolare, bruxismo, malocclusione ed altre patologie che interessano la mandibola ed i muscoli masticatori, possono peggiorare un acufene pre-esistente o causarlo. Patologie che interessano la porzione cervicale della schiena, possono causare o peggiorare un acufene (in questo caso spesso l’acufene cambia di intensità quando il collo e la testa compiono determinati movimenti o rimangono in posizioni specifiche ed è più frequentemente di tipo “migrante”). L’idrope endolinfatica (l’aumento dell’endolinfa nell’orecchio interno) può causare o aumentare un acufene. Bere molta acqua e diete iposodiche potrebbero diminuire l’intensità di un acufene, specie se causato da idrope. La tachicardia può rendere più fastidioso un acufene pulsante.

Stati di forte ansia, depressione, psicosi, attacchi di panico, stare in posizione sdraiata, ipertensione endocranica, sonno, fame, sete e stress psico-fisico possono determinare la comparsa di un acufene o peggiorarne uno già esistente. Un pasto ricco di carboidrati e grassi potrebbe diminuire temporaneamente l’intensità di un acufene grazie al loro effetto “antidepressivo” (legato all’aumento del neurotrasmettitore dopamina), ma potrebbero anche farlo peggiorare sul medio/lungo periodo se si eccede con le calorie.

Ogni paziente deve imparare a capire nel tempo quali fattori soggettivi statitsticamente aumentano o diminuiscono il proprio acufene, per trarre vantaggio da questa preziosa informazione, in modo da provare il meno disagio possibile.

Inibizione residua

Ascoltare suoni moderatamente forti può aumentare l’intensità di un acufene (ma può anche al contempo mascherarlo), tuttavia è risaputo che alcuni suoni abbastanza forti ed acuti possono determinare l’immediata diminuzione dell’intensità dell’acufene, anche se temporaneamente: questo fenomeno viene chiamato inibizione residua. Ascoltare musica ad un moderato volume, soprattutto con cuffie (in ear e on ear), in alcuni casi può mascherare l’acufene, coprendolo, e l’effetto di tale mascheramento può a volte perdurare temporaneamente anche quando si smette di ascoltare musica, sempre grazie all’inibizione residua. Il fenomeno dell’inibizione residua viene usato in modo vantaggioso in alcune terapie per l’acufene che hanno l’obiettivo di rendere il sintomo il più sopportabile possibile per il paziente.

Conseguenze

Ogni persona ha un proprio livello di tolleranza al rumore prodotto dall’acufene sia in base al tipo, alla durata ed al livello di gravità dell’acufene, sia in base al livello di ansia del soggetto che alla propria capacità di imparare a gestirlo, ad esempio apprendendo come ignorarlo il più possibile o intuendo i fattori ed i comportamenti che maggiormente tendono a diminuirlo per poi metterli in pratica. Pur trattandosi di una esperienza molto personale, tuttavia da quasi tutti i pazienti viene descritta come fastidiosa o addirittura estremamente fastidiosa, specie nei momenti di silenzio. Quando la persona con acufene si trova in ambienti rumorosi, infatti, il fischio tende più facilmente ad essere coperto dal rumore ambientale: nei momenti di silenzio, invece, il sintomo diventa molto più evidente ed invasivo. Non a caso l’acufene viene avvertito soprattutto la sera e la notte, quando l’igiene del sonno prevederebbe il silenzio assoluto per poter prendere sonno e per godere di un riposo realmente ristoratore. Al momento di addormentarsi, l’udire l’acufene può generare ansia e l’ansia può peggiorare l’acufene o comunque la sua percezione, in un circolo vizioso difficile da spezzare: nei casi più gravi l’acufene notturno può generare forme di insonnia estremamente difficili da trattare e determinare grave sonnolenza diurna. Molti pazienti riferiscono che l’acufene ha tolto loro il piacere e il rilassamento del puro silenzio.

L’acufene rende la persona generalmente molto più insofferente, nervosa, negativa e triste di quanto non lo fosse prima del suo verificarsi e può rappresentare un problema soprattutto nei momenti in cui sarebbe necessaria la massima calma. Il paziente con acufene grave riferisce una maggiore difficoltà a concentrarsi ed a memorizzare informazioni, sia indirettamente, perché il sonno notturno è meno riposante a causa del disturbo e ciò porta a sonnolenza diurna, sia direttamente perché quest’ultimo interferisce con la capacità di concentrazione e di memoria.

Il paziente con acufene può perdere molto tempo a pensare all’acufene, alla ricerca di informazioni su come curare il proprio disturbo e nel sottoporsi a numerosi esami e terapie: ciò si rivela dispendioso non solo in termini di tempo, ma anche di soldi spesi che comunque non porteranno – nella maggioranza dei casi –  a risolvere realmente il problema. Un acufene grave può portare al consumare i propri risparmi, all’isolamento sociale, al lasciare il proprio lavoro, al perdere una relazione amorosa grave (perché convivere con una persona con acufene grave può mettere a dura prova anche i partner più pazienti e le relazioni più durature). Parlare ossessivamente del proprio problema con i propri amici, può portare all’allontanamento di questi ultimi, stanchi di ascoltare le “solite lamentele dell’amico che ormai parla solo di acufene”. Il paziente con acufene può pensare ossessivamente al proprio disturbo ed alle presunte cause che l’hanno determinato: “ah se potessi tornare a quel giorno e non andare a quel concerto che mi ha causato il trauma acustico e l’acufene…”; “ah quanto era bella bella la mia vita prima dell’acufene…”.

Senza timore di essere smentito e per esperienza personale diretta, posso affermare che l’acufene cronico grave è una vera e propria tortura psicologica che colpisce 24 ore su 24 e per tutta la vita, per tale motivo rappresenta un vero e proprio handicap ed è capace di interferire fortemente con il funzionamento della persona in campo sociale, relazionale e professionale, abbassando di netto la qualità della vita del soggetto e rappresentando un fattore di rischio per malattie psichiatriche come la depressione. Non sono rare le ideazioni suicidarie in soggetti con acufene grave, continuo e che perdura da anni, senza possibilità di una cura che elimini del tutto il problema. Sono noti numerosi fatti di cronaca, alcuni anche in Italia, di persone con acufene grave che si sono tolte la vita perché non riuscivano più a sopportare questo fastidio.

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Possibili cause e fattori di rischio

La causa esatta dell’acufene è tuttora sconosciuta, ma potrebbe essere legato al modo in cui i suoni vengono percepiti a livello dell’orecchio e/o interpretati dal cervello; in alcuni casi potrebbe non essere legato a una causa unica, ma a una combinazione di diversi fattori. Di fatto il tinnito è quindi un sintomo e non una malattia. Tra i diversi fattori di rischio e possibili cause dell’acufene, ci sono:

  • Infiammazione del nervo acustico. Il nervo acustico si trova nell’orecchio interno, esattamente dietro la coclea e trasmette al cervello informazioni su udito ed equilibrio: una sua infiammazione potrebbe essere la causa di un acufene.
  • Meningite. Un acufene può comparire in caso di infezioni delle meningi, le membrane che rivestono il sistema nervoso.
  • Problemi di udito provocati dall’esposizione a rumori intensi, ad esempio concerti o ascolto di musica con cuffia ad alti volumi. L’esposizione acuta o cronica a rumori molto forti può danneggiare e persino distruggere le cellule ciliate che si trovano nell’orecchio interno, il che può portare a calo dell’udito e ad acufene. Una volta danneggiate le cellule ciliate non possono essere ricostruite o sostituite. Tra i soggetti colpiti da acufene circa due su tre hanno difficoltà di udito, questa sembra quindi essere la causa più comune.
  • Accumulo di cerume nel condotto uditivo. La quantità di cerume prodotta dalle orecchie varia da persona a persona. A volte si produce una quantità di cerume tale da compromettere l’udito o da far sembrare più forte l’acufene; se vi accorgete di un eccesso di cerume chiedete al vostro medico di famiglia di farvelo togliere manualmente: quest’operazione non può essere effettuata con un semplice cotton fioc (che può anzi peggiorare la situazione), ma deve essere eseguita da un otorinolaringoiatra (medico specialista che si occupa delle orecchie, del naso e della gola) o dal medico stesso.
  • Alcuni farmaci. Alcuni farmaci sono “ototossici”, cioè pericolosi per l’orecchio e potrebbero determinare o peggiorare un acufene come effetto collaterale (acufene “iatrogeno”), come anche ipoacusia, sordità e vertigini. Gli effetti collaterali, che possono dipendere dal dosaggio del farmaco, possono essere temporanei (diminuire o sparire del tutto alla cessazione dell’assunzione del farmaco) oppure permanenti (rimanere per mesi o per sempre anche dopo la cessazione dell’assunzione). Prima di assumere un qualsiasi farmaco, assicuratevi che il medico che ve lo prescriva sappia che soffrite di acufene o che avete fattori di rischio (ad esempio famigliari che soffrano di acufene o ipoacusia od uso di farmaci ototossici concomitanti) e informatevi sulle terapie alternative che potrebbero essere adatte nel vostro caso. Farmaci ototossici sono: antibiotici, diuretici, antidepressivi, ansiolitici come le benzodiazepine, farmaci contro il cancro, farmaci al chinino, farmaci antinfiammatori non steroidei (aspirina, ibuprofene, ketoprofene, acido acetilsalicilico). Gli antibiotici che possono causare ototossicità sono gli aminoglicosidici (diidrostreptomicina, neomicina, kanamicina, gentamicina, streptomicina), i macrolidi (claritromicina, eritromicina, roxitromicina, azitromicina) ed i glicopeptidi (vancomicina).
  • Infezioni dell’orecchio o sinusite. Molte persone, compresi i bambini, possono soffrire di acufene durante un’infezione dell’orecchio esterno, medio o interno (ad esempio una otite media secretiva che interessi la cassa timpanica o la tuba di Eustachio, con presenza di catarro tubarico) o una sinusite. Una volta curata l’infezione, di solito l’acufene diminuisce fino a scomparire gradualmente, tuttavia, soprattutto le otiti medie e interne, potrebbero determinare dei danni irreversibili che provocano acufeni cronici, che persistono anche dopo che l’otite sia stata correttamente curata.
  • Disordini temporo-mandibolari. Alcune persone hanno i muscoli o le articolazioni della mandibola (ATM, cioè articolazione temporo-mandibolare) non correttamente allineate: questo non provoca soltanto l’acufene, ma può anche influire negativamente sui muscoli e sui nervi cranici e sulle strutture incaricate di ammortizzare i colpi, che si trovano all’interno dell’articolazione della mandibola. Alcuni dentisti sono “gnatologi”, cioè perfezionati nella gnatologia, quindi specializzati nella cura dei disordini temporo-mandibolari e mascellari. Lo gnatologo è quindi una figura di riferimento importante per chi soffre di acufene.
  • Alterazioni a carico della cervicale. Alterazioni morfo-funzionali della colonna vertebrale cervicale, a loro volta determinate da molte cause (ernie discali, cattiva postura, alterazioni a carico della mandibola, traumi…), possono determinare o favorire l’insorgenza di un acufene.
  • Malattie cardiovascolari. Una piccola percentuale di persone affette da acufene soffre di acufene pulsante: di solito in questo caso si avverte una pulsazione ritmica, che spesso va a tempo con il battito cardiaco. L’acufene pulsante può indicare la presenza di una malattia cardiovascolare (cioè di una compromissione del normale flusso sanguigno nelle vene e nelle arterie), come ad esempio soffio al cuore, ipertensione arteriosa o arteriosclerosi (indurimento della parete esterna delle arterie).
  • Alcuni tipi di tumore. Succede molto raramente, ma a volte si può essere affetti da un tumore benigno che cresce lentamente nei nervi acustici, vestibolari o facciali. Questi tumori possono causare: acufene, sordità, paralisi facciale e problemi di equilibrio. Ad esempio il neurinoma del nervo acustico o il meningioma possono determinare acufene.
  • Otosclerosi. L’otosclerosi è una malattia non infiammatoria localizzata della capsula ossea labirintica che può causare acufene: una volta che viene curata con un intervento di stapedotomia, il disturbo dovrebbe sparire.
  • Traumi alla testa e al collo. Anche i traumi alla testa e al collo possono provocare l’acufene, specie se estesi, con fratture e con emorragie.
  • Alcune malattie, come ad esempio l’ipotiroidismo o ipertiroidismo, la malattia di Lyme, la fibromialgia, la malattia di Ménierè e la sindrome di presa toracica, possono presentare l’acufene come sintomo.
  • Anomalie anatomiche congenite o secondarie. Strutture anatomiche anomale già presenti alla nascita o secondarie a traumi o altre cause, come ossa e vasi sanguigni, possono favorire la comparsa di acufene.
  • Lesioni che colpiscono il sistema nervoso centrale. Qualsiasi lesione neurologica che può interessare direttamente o indirettamente le vie uditive, può favorir la comparsa di acufene, ad esempio l’ictus cerebrale ischemico o emorragico e la sclerosi multipla.

Acufene idiopatico

In alcuni casi l’acufene è il sintomo di una malattia specifica, che viene individuata dal medico. Ciò è un bene perché, intervendondo se possibile per curare tale malattia, l’acufene dovrebbe sparire o comunque diminuire di intensità (anche se purtroppo a volte neanche curare la malattia a monte elimina l’acufene). In altri casi, invece, l’acufene insorge senza alcuna causa specifica nota ed in questo caso viene definito “acufene idiopatico”. Quando si presenta un acufene idiopatico, è più complicato se non impossibile intervenire con cure specifiche, sia perché non essendo nota una causa ben determinata del problema, non si può intervenire su di essa, sia perché non esistono cure specifiche capaci di eliminare l’acufene. Un acufene idiopatico può diventare cronico o, in altri casi, sparire da solo.

Un rumore molto forte è sufficiente a causare acufene?

Molti si chiedono se un’esposizione non ripetuta a un rumore forte, avvenuta magari molto tempo prima, può provocare l’acufene. La risposta è si: i bambini, come del resto le persone di ogni età, possono essere a rischio di acufene se esposti a rumori molto forti. Alcune occasioni del tempo libero, come le sagre, i concerti, le corse automobilistiche o gli eventi sportivi possono essere attività molto rumorose che potrebbero danneggiare le orecchie dei bambini. Vi consigliamo di proteggere le orecchie, di mettere in guardia i bambini dai pericoli dei rumori forti e di valutare la possibilità di non far partecipare i bambini all’evento o di farli allontanare dalla fonte di rumore. Si può parlare di un danno vero e proprio se:

  • vi devono parlare a voce alta perché voi sentiate,
  • le orecchie vi fanno male,
  • oppure se il vostro udito è peggiorato immediatamente dopo l’esposizione al rumore.

L’esposizione al rumore può essere unica oppure ripetuta per mesi o per anni. Il volume del rumore può influire sul livello della perdita di udito, ad esempio i rumori di 100 decibel percepiti per più di un quarto d’ora possono provocare la sordità, come i rumori di 110 decibel, uditi anche solo per più di un minuto. Ricordiamo però che l’esposizione non ripetuta a un rumore di forte intensità non provoca automaticamente l’acufene o la sordità permanente, poiché la sensibilità uditiva varia da persona a persona. È anche possibile che il danno dovuto all’esposizione al rumore non venga notato per molti anni.

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Acufene ed ereditarietà

Potrebbe esserci una qualche predisposizione ereditaria per alcune persone, ma non si sa con certezza se l’acufene sia già scritto nei nostri geni. Gli scienziati che lavorano alla mappatura del genoma umano, ad esempio, non hanno ancora scoperto nessun gene dell’acufene, ma hanno identificato i geni responsabili di alcuni problemi d’udito molto rari, della disfunzione temporo-mandibolare, della sindrome di Ménière e del neurinoma acustico. Queste patologie spesso comprendono l’acufene come effetto collaterale e questo indica che ci potrebbe essere un qualche collegamento, ma l’argomento è ancora lontano dall’essere esplorato sufficientemente. Sembra anche che alcune persone “responders”, che hanno avuto un acufene da assunzione di farmaco ototossico, abbiano parenti che abbiano avuto a loro volta lo stesso problema, ad indicare che c’è certamente una predisposizione a sviluppare acufeni in alcune famiglie piuttosto che in altre.

Tipo di suono udito

Spesso l’acufene viene definito “ronzio nelle orecchie”, ma alcune persone percepiscono rumori come:

  • sibili,
  • rombi,
  • fischi,
  • stridori,
  • tintinnii,
  • fruscii,
  • crepitii,
  • interferenze;
  • soffi,
  • pulsazioni.

Sintomi e segni associati

L’acufene è esso stesso un sintomo. In base alla causa a monte che lo ha determinato o favorito, potrebbe essere associato ad altri sintomi e segni, tra cui:

  • rinorrea (naso che cola);
  • ipoacusia;
  • sordità;
  • sensazione di orecchio ovattato;
  • dolore alle tempie;
  • dolore all’orecchio;
  • dolore nella parte centrale del volto, in corrispondenza dei seni paranasali;
  • paralisi facciale;
  • difficoltà visive di varia natura (visione sfocata, visione appannata, visione distorta, perdita della vista…);
  • mal di testa;
  • difficoltà di concentrazione;
  • letargia;
  • ansia;
  • vertigini;
  • amnesie;
  • improvvisi cambi comportamentali;
  • alterazioni neurologiche motorie e/o sensoriali;
  • allucinazioni visive e/o uditive;
  • perdita di coscienza.

La presenza di uno o più di questi sintomi e segni, rilevati dal medico durante l’anamnesi e l’esame obiettivo, lo aiutano nella diagnosi.

Diagnosi

Oltre all’anamnesi ed all’esame obiettivo, il medico può servirsi di vari strumenti per individuare la possibile causa a monte dell’acufene, tra cui:

  • esame del sangue;
  • esame audiometrico;
  • esame impedenziometrico;
  • esame vestibolare;
  • endoscopia;
  • ecografia;
  • radiografia;
  • TC;
  • risonanza magnetica.

Pericoli del fischio nell’orecchio

Raramente l’acufene è sintomo di una condizione grave e nella maggior parte dei casi è fondamentalmente solo una causa di fastidio. In alcuni casi è tuttavia possibile che l’impatto sul quotidiano sia tale da influire su concentrazione e qualità del sonno, fino a diventare una vera e propria causa di depressione; può interferire con la normale vita di relazione e con le altre attività quotidiane e tutto questo fa sì che il malato, specie se è già predisposto, possa scivolare verso uno stato depressivo, ansia, stanchezza e stress. In letteratura si trovano le prove che la maggior parte delle persone affette da acufene non è depressa e nemmeno seriamente disturbata dal sintomo, ma i pazienti che già erano depressi, al contrario, si sentono molto più danneggiati dal problema rispetto ai pazienti non depressi. Nei soggetti predisposti è quindi assolutamente raccomandabile un supporto psicologico.

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Ad oggi non esiste alcuna cura definitiva per l’acufene, non esiste cioè nessuna bacchetta magica che permetta ai milioni di persone che ne soffrono di non sentire più quel rumore nelle orecchie e nella testa, ma tendenzialmente il sintomo cronico in molti casi tende a migliorare nel tempo perché il cervello ha la capacità di abituarsi ad esso e ciò permette al paziente di farci caso il meno possivile. In alcuni casi di acufene si può guarire, soprattutto quando sia possibile individuare esattamente la causa scatenante e sia possibile curarla. Ad esempio alcune persone producono cerume in eccesso che impedisce ai rumori provenienti dall’esterno di penetrare nell’orecchio: quando il cerume o un qualsiasi oggetto esterno (come un capello) toccano il padiglione auricolare può prodursi come risultato l’acufene. Facendo rimuovere il cerume dal medico o dall’otorino, si rimuove anche la causa che provoca il disturbo. Purtroppo a volte, anche quando la causa scatenante è chiara e viene curata bene (ad esempio se la causa è una infezione), il danno alle strutture nervose può essere irreparabile e l’acufene può permanere per il resto della vita. Alcuni farmaci ototossici possono ad esempio determinare un danno alle cellule ciliate dell’orecchio interno o al nervo acustico: tale danno è quasi sempre irreversibile e può scatenare acufeni, ipoacusia o sordità che permangono nonostante il farmaco non sia più assunto. In alcuni casi, se il farmaco ototossico viene sospeso in tempi rapidi, i problemi protebbero essere solo temporanei. Alcune persone con gravi problemi di udito hanno sperimentato che un impianto cocleare li aiuta a sentire il mondo intorno a loro e questo in parte rende l’acufene nella loro testa meno fastidioso. Purtroppo ad oggi, è sconfortante per i pazienti sapere che non esiste una cura definitiva all’acufene cronico e che dovranno averle per il resto della loro vita, anche se esistono metodi per alleviare il disturbo.

Stile di vita

Anche se spesso si tende a sottovalutare l’impatto di un corretto stile di vita, sono numerose le testimonianze di pazienti che hanno trovato un enorme sollievo correggendo alcuni aspetti come:

  1. Smettere di fumare.
  2. Bere almeno 1.5-2 l di acqua al giorno.
  3. Ridurre drasticamente l’uso del sale e degli alimenti salati (attenzione ai cibi industriali!).
  4. Evitare gli alcolici.
  5. Evitare la caffeina (caffè, cola, bibite energetiche, …).
  6. Evitare pasti troppo ricchi di grassi e piccanti.

Terapie disponibili

Esistono diverse terapie contro l’acufene, ma vi consigliamo comunque di sentire il vostro medico audiologo e/o otorinolaringoiatra per scoprire la migliore terapia nel vostro caso. L’acufene è un disturbo che varia molto da persona a persona, quindi terapie diverse hanno effetti diversi a seconda del paziente. Le terapie dell’acufene, proprio come le cause del disturbo, sono svariate, e ciò che funziona per un paziente potrebbe non funzionare in tutti i casi: se ad esempio la causa di un acufene è una otite o una sinusite, un cortisonico unito ad un antibiotico e aerosol potrebbero risolvere il problema, mentre in caso di otosclerosi o di tumore cerebrale, potrebbe essere necessaria la chirurgia (rispettivamente stapedotomia e rimozione chirurgia del tumore, in lacuni casi associata a radioterapia e chemioterapia). Qui di seguito una serie di terapie e di palliativi utili quando l’acufene persista a lungo, con l’obiettivo – più che di eliminarlo del tutto – di renderlo più sopportabile al paziente.

Mascheratori e generatori di rumore

I mascheratori e i generatori di rumore sono per molti versi simili, il protocollo di entrambe le terapie introduce rumori estranei nella vita del paziente. I mascheratori spesso rappresentano una valida opzione per gestire l’acufene, perché il loro scopo è quello di alleviare immediatamente la percezione del disturbo. Gli ausili per l’udito, gli apparecchi combinati e diversi tipi di generatori di suoni possono realizzare un mascheramento totale o parziale. Nello specifico i mascheratori posti all’interno dell’orecchio emettono rumori che coprono parzialmente o totalmente l’acufene. Generalmente vengono impostati per emettere un rumore ad alta frequenza.

Emettendo un rumore poco intenso i generatori di rumore permettono a chi soffre di acufene di continuare a udirlo. L’intenzione è quella di permettere al paziente di abituarsi all’acufene, mescolando il rumore prodotto dall’acufene con quello emesso dal generatore di rumore. Questi apparecchi spesso sono usati insieme a quello che viene definito counseling direttivo. Lo scopo dell’unione di queste due terapie è quello di riabituare il cervello ed aiutare il paziente ad abituarsi al rumore dell’acufene fino quasi a non sentirlo più.

Mentre il mascheramento di solito è efficace fin da subito, i generatori di rumore impiegano più tempo ad alleviare il disturbo in maniera significativa e misurabile: il periodo può variare da alcuni mesi fino a uno, a volte due, anni.

L’inibizione residua è la scomparsa temporanea dell’acufene nel momento in cui viene spento il mascheratore. A volte, dopo aver acceso il mascheratore, averlo indossato per pochissimo tempo e averlo spento, si può scoprire che l’acufene si è molto ridotto oppure è scomparso totalmente. Il lasso di tempo in cui l’acufene può scomparire dopo il mascheramento può variare da alcuni minuti ad alcuni giorni. Le persone che sperimentano l’inibizione residua devono avere un acufene che può essere mascherato, cioè il mascheramento deve essere una terapia valida per il vostro acufene.

Farmaci

In commercio non esiste alcun farmaco specifico per curare un acufene divenuto ormai cronico, tuttavia ci sono diversi farmaci che hanno alleviato l’acufene nel caso di molti pazienti, soprattutto quelli che hanno sviluppato depressione ed idee ossessive rispetto all’acufene, come gli ansiolitici (ad esempio le benzodiazepine come il diazepam) o gli antidepressivi (come gli SSRI). Ovviamente ci sono delle precauzioni da osservare quando li si usa, ad esempio alcuni farmaci che alleviano l’acufene possono causare dipendenza e dovrebbero essere usati solo sotto supervisione di un medico specializzato, senza considerare che alcuni farmaci usati per elevare la qualità della vita del paziente con acufene, come alcuni antidepressivi, sono potenzialmente ototossici, quindi potrebbero paradossalmente aumentare l’acufene, inoltre – in alcuni casi e soprattutto nei primi mesi di trattamento – potrebbero paradossalmente peggiorare la depressione e innescare idee suicidarie nella persona.

Psicoterapia

La psicoterapia cognitivo comportamentale è un approccio che ha dimostrato di permettere grandi risultati in pazienti affetti da ansia e depressione; è basato sull’idea che i pensieri del paziente influiscano in modo determinante sui modi in cui poi agisce e percepisce le emozioni e di conseguenza sull’acufene, dal momento che quest’ultimo viene generalmente avvertito quando lo stress è più elevato. Questa tecnica può essere efficacemente applicata anche allo stress e all’ansia connessi alla percezione dell’acufene; ad esempio, se conoscenze del paziente su questo fenomeno sono limitate, è molto probabile che possa diventare ansioso e stressato, emozioni in grado di peggiorare l’entità del sintomo (o almeno di come viene percepito). Cambiare il modo di pensare al disturbo può contribuire a ridurre l’ansia e consentire di accettare più facilmente il rumore, che nel tempo diventerà così meno evidente e invasivo.

Altre terapie

Se avete delle domande su una cura naturale potete consultare un medico naturopata della vostra zona per avere ulteriori informazioni, è comunque consigliabile mantenere un sano scetticismo nei confronti di tutti i prodotti che pretendono di curare l’acufene al 100%, soprattutto se cronico e correlato a danno nervoso. Da un altro punto di vista, se davvero c’è qualcosa che non fa male e può migliorare la qualità della vita o il benessere generale, vale la pena di parlarne con il vostro medico e magari di provarlo, sperando anche nell’effetto placebo. Da un punto di vista scientifico non ci sono inoltre evidenze chiare che integratori multivitaminici e prodotti simili possano condurre a miglioramenti. Ancora controverso l’uso di agopuntura e di ipnosi per curare l’acufene.

Prevenzione del fischio nell’orecchio

Per prevenire gli acufeni la strategia più importante è proteggere il proprio udito, sia in ambito ricreativo che professionale: indossare i tappi per le orecchie o le cuffie, limitare il periodo di tempo trascorso nell’ambiente rumoroso e attenzioni simili possono davvero fare la differenza sia in termini di prevenzione che riduzione del rischio di peggioramento del disturbo. Anche il rumore durante il tempo libero può avere ripercussioni sul vostro udito. La prossima volta che vi ritrovate nel bel mezzo di un rumore che vi dà fastidio (per esempio durante un evento sportivo, un concerto o mentre siete a caccia) indossate una protezione per le vostre orecchie, che può ridurre il rumore da 15 a 20 decibel. Per le situazioni in cui il rumore è davvero eccessivo, potrebbe essere necessario indossare le cuffie sopra i tappi per le orecchie. Fate attenzione anche alle altre attività che provocano rumori forti, come asciugarvi i capelli o usare il tosaerba. Ricordatevi di proteggervi le orecchie: lasciate le cuffie appese alle maniglie del tosaerba, oppure tenete i tappi per le orecchie in bagno vicino al phon. L’esposizione ripetuta ai rumori forti può avere un effetto complessivo dannoso per il vostro udito.

Cosa può far peggiorare il fischio nell’orecchio?

L’esposizione ai rumori forti, come già detto in precedenza, può avere un effetto negativo sul vostro udito e far peggiorare l’acufene. Fate attenzione a proteggervi con tappi per le orecchie o cuffie, oppure evitando di partecipare a eventi particolarmente rumorosi. Anche alcuni farmaci possono far peggiorare l’acufene. Comunicate al vostro medico di famiglia (e non solo al vostro otorino) tutti i farmaci con e senza obbligo di ricetta che state assumendo o avete assunto di recente. Molte persone trovano che l’alcool, la nicotina e la caffeina, come pure alcuni alimenti, possono far peggiorare l’acufene. Altri, invece, trovano che gli alimenti con un alto contenuto di zucchero o con una quantità qualsiasi di chinino (acqua tonica) possono far sembrare più forte l’acufene. Controllate la vostra risposta a diversi stimoli e trovate un giusto compromesso: evitate di eliminare tutti gli alimenti che vi piacciono, ma anche di far peggiorare l’acufene senza un buon motivo. Da ultimo ricordiamo che anche lo stress e la fatica possono avere ripercussioni sull’acufene. Fate delle pause per rilassarvi, ricordate che gli eventi della vita possono manifestarsi nel vostro organismo sotto forma di peggioramento dell’acufene.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine