Ipotensione ortostatica: quando diventa pericolosa

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IPOTENSIONE ORTOSTATICA QUANDO E PERICOLOSA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Pene.jpgIn questo precedente articolo ci eravamo occupati di spiegare a fondo cosa significa e come si cura l’ipotensione ortostatica: Ipotensione ortostatica: sintomi, cause, diagnosi e cura
Ora ci occuperemo di capire come un disturbo relativamente innocuo, possa invece determinare un grave pericolo per la nostra salute, specie per le persone anziane.

Leggi anche: Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

Complicanze dell’ipotensione ortostatica
Mentre le forme lievi di ipotensione ortostatica possono essere solo un fastidio, più gravi complicanze sono possibili soprattutto negli anziani. Queste complicazioni includono soprattutto due eventi:

  • Cadute. Cadere a seguito di svenimenti è una complicanza comune nelle persone con ipotensione ortostatica. La caduta di un anziano spesso determina danni che possono diventare estremamente pericolosi, come la frattura del femore o i traumi alla testa.
  • Ictus. Le oscillazioni della pressione sanguigna possono essere un fattore di rischio per l’ictus cerebrale a causa del ridotto afflusso di sangue al cervello.

Consigli

Di seguito sono elencate alcune regole comportamentali, utili per evitare le crisi di ipotensione ortostatica:

  1. Dormire con la testiera del letto sollevata
  2. Non rimanere in posizione eretta troppo a lungo
  3. Cambiare posizione (da stesi a eretti) lentamente
  4. Praticare regolarmente esercizio fisico ad intensità moderata

Mettendo in pratica queste semplici linee guida generali, il paziente, soprattutto quando anziano, può prevenire le ricadute di ipotensione ortostatica.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Ipotensione ortostatica: sintomi, cause, diagnosi e cura

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IPOTENSIONE ORTOSTATICA SINTOMI CAUSE CURE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari A Pene.jpgL’ipotensione ortostatica, anche chiamata “ipotensione posturale“, è una forma particolare di ipotensione arteriosa (pressione sanguigna bassa) che si verifica quando si passa dalla posizione seduta o sdraiata (clinostatismo) a quella eretta (ortostatismo). L’ipotensione ortostatica può far provare al paziente vertigini e capogiri, e – nei cai più gravi – farlo svenire all’improvviso (sincope): per tale motivo può diventare estremamente pericolosa in alcune situazioni, per esempio quando ci si alza dal letto al buio durante la notte, o quando il soggetto è anziano e l’ipotensione può portare a perdita di equilibrio e cadute, spesso con esiti pericolosi come la frattura di femore. La sincope improvvisa è pericolosa anche in altre situazioni, ad esempio se il soggetto sta svolgendo un lavoro pericoloso dove una elevata vigilanza è richiesta in modo continuo. Una lieve ipotensione ortostatica spesso non ha bisogno di cure e gli episodi saltuari in genere si risolvono da soli in pochi secondi o qualche minuto, tuttavia, una ipotensione ortostatica persistente e/o di lunga durata può essere un segno di più gravi problemi. Molte persone occasionalmente provano vertigini o capogiri quando si mettono in piedi, e di solito ciò non è motivo di preoccupazione dal momento che è un fatto normale, specie se ci si alza velocemente dopo essere stati sdraiati a lungo.

Affinché si possa parlare a tutti gli effetti di ipotensione ortostatica, il calo pressorio dev’essere consistente, superiore a 20 mmHg per la pressione sistolica o a 10 mmHg per quella diastolica.

Patogenesi

Nella posizione in piedi, il cuore “spinge” il sangue al cervello con una data pressione, necessaria a vincere la forza di gravità che invece attrae il sangue in basso. Quando ci si sdraia, il cuore non deve più vincere la forza di gravità per far arrivare al cervello il giusto afflusso di sangue, quindi la pressione arteriosa tende ad abbassarsi lievemente: questo è uno dei motivi per cui siamo più rilassati quando siamo stesi. Quando ci si alza improvvisamente in piedi dalla posizione sdraiata, accadono due cose:

  • la pressione arteriosa del corpo, che era “tarata” per la posizione sdraiata, deve essere prontamente ri-innalzata, per vincere la gravità che si oppone all’afflusso di sangue al cervello;
  • la forza di gravità tende a richiamare il sangue negli arti inferiori, “sequestrandolo”.

Tali due condizioni contemporanee, determinano che:

  • se la pressione arteriosa non viene subito ri-innalzata, al cervello arriva sangue con una pressione troppo bassa;
  • se il sistema venoso delle gambe non riesce a restituire immediatamente tutto il sangue sequestrato e ad opporsi con sufficiente efficacia al ristagno ematico; ne deriva un’inevitabile riduzione del ritorno di sangue al cuore e quindi, al cervello arriva troppo poco sangue.

Il ridotto afflusso ematico al cervello ed il calo pressorio che ne derivano, vengono immediatamente captati da alcune strutture cellulari chiamate barocettori, situate in prossimità del cuore e del collo; tali organelli innescano una risposta sistemica atta a riportare nella norma la pressione ematica, quindi basata sull’aumento della costrizione dei vasi sanguigni, ma anche della frequenza e della contrattilità cardiaca. Se qualcosa in questo meccanismo di compensazione non funziona a dovere, il calo pressorio è tale da scatenare i sintomi tipicamente associati all’ipotensione ortostatica poiché una pressione troppo bassa può far arrivare troppo poco sangue al cervello, fino anche allo svenimento.

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Sintomi e segni

Il sintomo più comune di ipotensione ortostatica è una sensazione di stordimento o di vertigini quando ci si alza dopo esser stati seduti o sdraiati. Questa sensazione, e altri sintomi e segni, di solito accadono poco dopo che si cambia posizione e generalmente durano solo pochi secondi. Sintomi e segni di ipotensione ortostatica sono:

  • sensazione di stordimento o vertigini dopo che ci si mette in piedi all’improvviso dopo essere stati sdraiati;
  • visione offuscata;
  • astenia (sensazione di debolezza);
  • sincope (svenimento);
  • pallore (viso “bianco”);
  • confusione;
  • inappetenza;
  • fastidio all’addome;
  • nausea;
  • amnesia (perdita di memoria) temporanea (nei casi più gravi).

Vertigini o stordimento occasionali possono essere relativamente normali, ed essere  il risultato di una lieve disidratazione, ipoglicemia, o troppo tempo al sole per esempio. Vertigini o stordimento possono anche accadere quando ci si mette in piedi dopo essere stati seduti per lungo tempo, come al lavoro, in un concerto, durante lo studio o in chiesa. Se questi sintomi si verificano solo occasionalmente e si risolvono in poco tempo (alcuni secondi), di solito non sono motivo di preoccupazione. E’ importante consultare il medico se si verificano episodi frequenti di ipotensione ortostatica e se il soggetto impiega molti minuti per riprendersi: in questo caso l’ipotensione ortostatica può essere sintomo di patologie.

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Cause

Come già descritto nel paragrafo “patogenesi”, quando ci si alza dalla posizione sdraiata la gravità fa si che il sangue scenda nelle gambe. Questo diminuisce la pressione sanguigna perché c’è meno sangue che circola al cuore, oltre alla diminuzione pressoria che naturalmente si verifica in posizione sdraiata. Normalmente, le cellule speciali (barocettori) vicino al cuore e le arterie del collo avvertono questa pressione sanguigna più bassa e la contrastano innescando un battito cardiaco veloce, che stabilizza la pressione sanguigna.
Nell’ipotensione ortostatica o posturale qualcosa interrompe il processo naturale del corpo di contrastare la pressione bassa. L’ipotensione ortostatica può essere causata e/o peggiorata da molti fattori diversi, tra cui:

  • Disidratazione. Se le perdite idriche derivanti da febbre, vomito, diarrea, sudorazione profusa ed esercizio fisico strenuo non vengono reintegrate, si ha un impoverimento dell’acqua corporea, inclusa la frazione liquida del sangue: il plasma diminuisce il proprio volume, con sensibile calo della pressione ematica.
  • Problemi cardiaci. Alcune condizioni del cuore che possono portare a bassa pressione sanguigna comprendono frequenza cardiaca estremamente bassa (bradicardia), problemi alle valvole cardiache, infarto e insufficienza cardiaca.
  • Diabete. Quando non viene adeguatamente trattato con farmaci appropriati, il diabete porta alla perdita di zuccheri con l’urina; per ragioni osmotiche tale perdita si associa all’escrezione di grandi quantità di acqua. La minzione cospicua e frequente che ne deriva si accompagna a disidratazione e ad un inevitabile calo pressorio. Inoltre, dopo molti anni di malattia, il diabete tende a danneggiare i nervi deputati alla trasmissione dei segnali nervosi, inclusi quelli che contribuiscono a regolare la pressione sanguigna.
  • Disturbi del sistema nervoso. Alcune malattie, come il morbo di Parkinson, atrofia sistemica multipla (neuropatie periferiche Shy-Drager) e amiloidosi, possono creare problemi con la regolazione della pressione sanguigna.

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Fattori di rischio

I fattori di rischio per l’ipotensione ortostatica sono:

  • età. l’ipotensione ortostatica è comune in persone con 65 anni o più anziane;
  • farmaci. Le persone che assumono alcuni farmaci, come ad esempio farmaci per l’ipertensione, hanno un maggior rischio di ipotensione ortostatica. Altri farmaci possono far aumentare le possibilità di un episodio ipotensivo come i farmaci antidepressivi (MAO-inibitori, triciclici) ed i diuretici;
  • anemia;
  • alcolismo, possono favorire l’insorgenza di ipotensione ortostatica;
  • esposizione al calore. Essere in un ambiente caldo può causare sudorazione e, possibilmente, causare disidratazione, che può abbassare la pressione sanguigna;
  • il riposo a letto per lunghi periodi. Se si deve stare a letto per molto tempo a causa di una malattia, si può diventare deboli;
  • gravidanza. Poiché il sistema circolatorio della donna si espande rapidamente durante la gravidanza, la pressione sanguigna potrebbe calare.

Diagnosi

L’obiettivo nel valutare l’ipotensione ortostatica, come con tutte le forme di pressione bassa, è quello di trovare la causa sottostante. Questo aiuta a determinare il corretto trattamento e a individuare eventuali  problemi che possono essere responsabili della pressione bassa. Per aiutare a raggiungere una diagnosi, il medico può raccomandare una o più delle seguenti operazioni:

  • monitoraggio della pressione sanguigna. Il medico misura la pressione del sangue sia mentre si sta seduti che mentre si sta in piedi e metterà a confronto le misure;
  • esami del sangue. Questi possono fornire una certa quantità di informazioni sulla salute in generale come pure se si dispone di un basso livello di zucchero nel sangue (ipoglicemia) o un basso numero di globuli rossi (anemia), entrambi i quali possono causare la sensazione di svenimento e peggiorare l’ipotensione ortostatica;
  • elettrocardiogramma (ECG). Questo test non invasivo rileva irregolarità nel ritmo cardiaco o nella struttura del cuore;
  • ecocardiogramma. Questo esame non invasivo, mostra le immagini dettagliate della struttura del  cuore e la funzione;
  • stress test. Alcuni problemi cardiaci che possono causare la pressione sanguigna bassa sono più facili da diagnosticare quando il  cuore sta lavorando in maniera maggiore. Durante un test di stress, verrà chiesto di fare esercizio fisico, come camminare su un tapis roulant, oppure possono essere somministrati dei farmaci per far lavorare il cuore di più;
  • tilt test otest del tavolo inclinato“, “test di stimolazione ortostatica passiva” o TTT (dall’inglese Tilt Table Test). Permette un monitoraggio continuo della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca del paziente durante il passaggio da una posizione orizzontale alla posizione verticale;
  • manovra di Valsalva. Questo test non invasivo controlla il funzionamento del sistema nervoso autonomo, analizzando la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna dopo diversi cicli di un tipo di respirazione profonda;
  • pressione arteriosa ambulatoriale e registrazione ECG. Questo test consiste nell’indossare un bracciale che misura la pressione sanguigna per 24 ore. E’ possibile anche eseguire un Holter cardiaco.

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Trattamenti

Per una lieve ipotensione ortostatica o per episodi ipotensivi isolati, uno dei più semplici trattamenti è quello di sedersi o sdraiarsi subito dopo la sensazione di stordimento: in tal modo i sintomi lievi di ipotensione ortostatica di solito scompaiono in breve tempo.
Il trattamento per l’ipotensione ortostatica cronica e/o severa, dipende invece dalla causa sottostante. Il medico cercherà di risolvere il problema che determina l’ipotensione a monte, come la disidratazione o lo scompenso cardiaco.
Quando la pressione sanguigna bassa è causata da farmaci, il trattamento è basato sul cambiare farmaci o ridurne le dosi. Di solito ci sono diverse opzioni per il trattamento di ipotensione ortostatica, tra cui:

  • cambiamenti dello stile di vita. Bere abbastanza liquidi, evitare passeggiate durante la stagione calda, e alzarsi in piedi lentamente, sono cose che il medico può suggerire;
  • calze a compressione. Le calze elastiche e lo stesso body comunemente usato per alleviare il dolore e il gonfiore delle vene varicose può contribuire a ridurre il ristagno di sangue nelle gambe.
  • farmaci. Alcuni farmaci sia usati da soli o in combinazione, possono essere usati per trattare l’ipotensione ortostatica. A tal proposito sono disponibili vari farmaci che agiscono attraverso differenti meccanismi d’azione; la scelta dipende prima di tutto dalle cause dell’ipotensione ortostatica.

Farmaci

Alcuni farmaci che possono essere usati, sono:

  • il fludrocortisone, (un mineralcorticoide sintetico) e la desmopressina (analogo sintetico della vasopressina) agiscono espandendo il volume plasmatico e riducendo l’escrezione di sodio con le urine; di conseguenza aumentano la volemia e con essa la pressione arteriosa;
  • l’efedrina e la midodrina (simpaticomimetici attivanti i recettori α1 delle vene e delle arteriole) determinano vasocostrizione periferica; di conseguenza elevano la pressione arteriosa;
  • la DL-threo-diidrossifenilserina (DOPS) incrementa la produzione endogena di noradrenalina, un ormone con effetto vasocostrittore.

Rimedi naturali per l’ipotensione ortostatica

Tra gli integratori potenzialmente utili in presenza di ipotensione ortostatica, ricordiamo la caffeina, la yohimbina (attualmente però illegale in Italia), il guaranà ed il matè.

Consigli

Di seguito sono elencate alcune regole comportamentali, utili per evitare le crisi di ipotensione ortostatica:

  1. dormire con la testiera del letto sollevata;
  2. se possibile non rimanere in posizione eretta troppo a lungo;
  3. se possibile non rimanere in posizione sdraiata troppo a lungo;
  4. cambiare posizione (da stesi ad eretti) lentamente ed appoggiandosi ad oggetti stabili;
  5. praticare regolarmente esercizio fisico ad intensità moderata;
  6. controllare regolarmente la pressione arteriosa;
  7. curare una eventuale ipotensione arteriosa;
  8. mantanere la glicemia a livelli normali, ad esempio facendo piccoli spuntini tra i pasti principali;
  9. curare l’eventuale ipoglicemia;
  10. evitare le temperature troppo elevate;
  11. evitare di esporsi al sole troppo a lungo;
  12. indossare calze a compressione;
  13. evitare fumo, alcol, droghe ed abbuffate;
  14. quando si “sente arrivare” lo svenimento, se possibile sedersi o – meglio – sdraiarsi a terra ed alzare le gambe per facilitare il ritorno di sangue alla testa.

Mettendo in pratica queste semplici linee guida generali, il paziente, soprattutto quando anziano, può prevenire le ricadute di ipotensione ortostatica.

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Tumore del colon retto con metastasi: chirurgia, chemioterapia e terapie biologiche

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma COSA SONO METASTASI Riabilitazione Nutrizionista Medicina Estetica Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Linfodrenaggio Pene Vagina Glutei PressoteAsportazione chirurgica delle metastasi

Nel paziente metastatico, in casi selezionati, la chirurgia può ancora essere utilizzata a scopo curativo: ad esempio, se le metastasi sono in numero limitato e di ridotte dimensioni, possono essere asportabili chirurgicamente. Tuttavia bisogna chiarire che solo una piccola percentuale di pazienti con metastasi da tumore del colon retto può essere sottoposta a rimozione chirurgica delle metastasi, a causa di alcuni fattori che possono rendere l’intervento di esecuzione difficile o troppo rischiosa.

Tali fattori sono:

  • condizioni generali del paziente;
  • dimensioni delle metastasi;
  • quantità delle metastasi;
  • localizzazione delle metastasi.

Per facilitare la rimozione chirurgica delle metastasi, si ricorre ai così detti trattamenti neoadiuvanti. Essi hanno lo scopo di ridurre le dimensioni delle masse tumorali per rendere più facile la loro asportazione chirurgica.
Il termine “trattamento di conversione” indica invece un trattamento che rende (converte in) operabile una metastasi non sarebbe operabile. I trattamenti di conversione consistono spesso in una combinazione di chemioterapia a farmaci biologici.

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Metastasi sincrone e metacrone

Se al momento della diagnosi di tumore del colon retto, il tumore primitivo ha già  dato origine a metastasi queste ultime si definiscono metastasi sincrone. Se i medici che hanno in cura il soggetto esprimono una valutazione favorevole sia dal punto di vista medico che chirurgico, si può procedere all’asportazione del tumore primitivo e delle metastasi, scegliendo tra due possibili approcci:

  • effettuare un unico intervento;
  • procedere a più interventi chirurgici, eventualmente preceduti e/o seguiti da altri trattamenti che verranno descritti nei paragrafi successivi.

Anche in caso di diagnosi di metastasi metacrone, vale a dire sviluppatesi dopo la rimozione del tumore primitivo, si deciderà  se procedere con la rimozione delle metastasi stesse e quali ulteriori trattamenti adottare. Gli specialisti coinvolti valuteranno tutte le informazioni e i dati disponibili poiché la chirurgia delle metastasi, in alcuni casi selezionati, può rappresentare la cura definitiva del tumore del colon retto metastatico.

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Chemioterapia

Nei pazienti in fase metastatica in cui sia praticabile la rimozione chirurgica delle metastasi, la chemioterapia può eventualmente precedere l’intervento chirurgico per ridurre le dimensioni delle metastasi e consentire di effettuare un intervento meno esteso e aggressivo (chemioterapia neoadiuvante). Si pratica una chemioterapia di conversione quando le metastasi non sono operabili al momento della diagnosi, ma lo possono eventualmente diventare a fronte di adeguata riduzione delle dimensioni. In questi casi di solito la chemioterapia si associa farmaci biologici. Quando invece la malattia metastatica è in uno stadio così avanzato da non essere più operabile, la chemioterapia diventa una soluzione obbligata. In questo caso si parla di chemioterapia palliativa, che ha la importante finalità  di rallentare la progressione della malattia, alleviare i sintomi e migliorare la qualità  della vita.
I regimi chemioterapici più comunemente utilizzati nel trattamento del tumore del colon retto metastatico sono combinazioni di più farmaci che prevedono sostanzialmente l’utilizzo di irinotecan od oxaliplatino in associazione al 5-fluorouracile o suoi derivati. I nomi dei regimi più comuni sono FOLFIRI (e la sua variante XELIRI) e FOLFOX (e la sua variante XELOX). Tuttavia esistono anche trattamenti più semplici, a base di un solo chemioterapico (ad esempio il 5-fluorouracile o la capecitabina utilizzati singolarmente), così come esistono regimi ancora più complessi, che associano contemporaneamente al 5-fluorouracile sia irinotecan che oxaliplatino, quale il regime FOLFOXIRI.
Negli studi clinici le combinazioni di più chemioterapici hanno dimostrato di essere più efficaci rispetto agli stessi farmaci utilizzati singolarmente. Analogamente, ulteriori studi clinici hanno provato che nel cancro del colon retto l’aggiunta di terapie biologiche alla chemioterapia consente di ottenere migliori risultati rispetto alla chemioterapia sola. Tuttavia, non tutti i farmaci sono adatti per tutti i pazienti e, il compito di scegliere la miglior cura per ciascun paziente, spetta agli specialisti che l’hanno in trattamento.
Ricordiamo infine che la chemioterapia utilizza farmaci citotossici, ovvero tossici per le cellule. In genere il loro effetto è quello di bloccare la divisione delle cellule in rapida replicazione, senza però distinguere tra cellule sane e cellule malate. Infatti, una delle caratteristiche meglio conosciute delle cellule tumorali è la loro capacità di dividersi (e quindi di moltiplicarsi) più rapidamente rispetto alla maggior parte delle cellule sane, la qual cosa rende le cellule tumorali altamente sensibili ai farmaci chemioterapici che bloccano la divisione cellulare. Tuttavia, hanno la capacità di dividersi molto rapidamente anche alcune cellule sane che fanno parte di tessuti che devono continuamente rinnovarsi. E’ il caso delle cellule del midollo osseo che formano i globuli rossi e i globuli bianchi e le cellule dette delle membrane (“epiteli”) che rivestono le superfici interne di organi che entrano in contatto con “materiali” provenienti dall’ambiente esterno all’organismo, come le vie aeree e il tubo digerente.
La maggior parte dei chemioterapici, interferendo con la divisione cellulare, uccide le cellule tumorali e qualche cellula sana che si divide rapidamente: per questo motivo molti farmaci chemioterapici danno come effetto collaterale, ad esempio, anemia e ulcere nella bocca e in gola.
Le moderne terapie biologiche vengono oggi sempre più associate alla chemioterapia per aumentarne l’efficacia e ridurne gli effetti collaterali.

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Le terapie biologiche

La “nuova frontiera” della terapia nel tumore del colon retto, come in molti altri tipi di tumore solido, è rappresentata dai farmaci biologici (detti anche farmaci intelligenti, farmaci “mirati”, o biotecnologici), già utilizzati con successo in alcune altre patologie (ad es. tumore del polmone e della mammella). Sono molecole create in laboratorio per interagire con una precisa funzione della cellula cancerosa e non hanno effetti, o hanno effetti minimi, sulle cellule normali.
L’efficacia delle terapie biologiche non dipende dalla velocità della divisione cellulare: alcune modalità con cui le cellule tumorali del colon retto differiscono dalle sane, sono state scoperte negli ultimi anni, e questo ha permesso agli scienziati di mettere a punto farmaci che agiscono in maniera selettiva. Sono stati scoperti anche alcuni processi importanti per la sopravvivenza del tumore, e si è potuto sviluppare farmaci che li contrastano.
Gli effetti indesiderati più di frequente associati alla chemioterapia non sono presenti con i farmaci biologici, che risultano meglio tollerati, ma è bene specificare che i farmaci biologici, pur essendo mirati contro un preciso bersaglio caratteristico delle cellule tumorali, non sono del tutto privi di effetti collaterali.
I farmaci mirati attualmente impiegati nella pratica clinica per la terapia del tumore del colon retto appartengono alla categoria degli anticorpi monoclonali alla quale accenniamo brevemente qui, e per approfondimenti rimandiamo alla scheda ad essi dedicata.
Gli anticorpi monoclonali sono proteine, simili a quelle che produce l’organismo umano, in grado di interferire con meccanismi chiave della proliferazione cellulare importanti per la sopravvivenza del tumore.

  • Per esempio, gli anticorpi monoclonali rivolti contro il fattore di crescita epidermico (anti-EGFR) sono in grado di agire in modo mirato sui meccanismi che regolano la crescita del tumore. La loro efficacia in associazione alla chemioterapia standard nei tumori in fase avanzata è ormai dimostrata, e il loro uso si sta diffondendo nella comune pratica clinica (cetuximab e panitumumab).
  • Oltre agli anti-EGFR, altre terapie sono già  comunemente in uso con successo nel trattamento di diversi tipi di tumore, quali gli inibitori di VEGF (VEGF: fattore di crescita dell’endotelio vascolare) (bevacizumab), ed esistono anche alcune ulteriori opzioni ancora in fase sperimentale.

Al momento, gli anticorpi monoclonali non sono ancora un’alternativa completa alla chemioterapia, ma un complemento da utilizzarsi preferibilmente in combinazione ad essa.

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Differenza tra trombo e placca aterosclerotica

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZA TROMBO PLACCA ATEROSCLEROTICA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari A Pene.jpgMentre l’ateroma (placca aterosclerotica) è un processo graduale, che inizia col deposito di grassi (lipidi, colesterolo) nella parete di un’arteria e porta ad aterosclerosi, la trombosi è l’occlusione solitamente improvvisa di un vaso per una placca che si è rotta, o per dei detriti che si sono spostati da un punto all’altro del torrente circolatorio. La placca aterosclerotica dopo vari gradi di infiammazione e fibrosi (indurimento) si può rompere e generare una trombosi, inoltre il trombo può spezzarsi e determinare la formazione di un embolo.
Una trombosi è un evento improvviso che può essere dovuto a tantissime cause legate alla circolazione e può determinare una patologia acuta, invece la formazione di una placca è un processo patologico molto più graduale, che non necessariamente blocca completamente il vaso.

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Differenza tra trombosi arteriosa e venosa profonda e superficiale

MEDICINA ONLINE TROMBOSI VENOSA PROFONDA FLEBOTROMBOSI FLEBOTROMBOSI FLUSSO SANGUE SANGUIGNO TROMBO EMBOLO ARTI INFERIORI GAMBE COSCIA SAFENA EMBOLIA POLMONARE MORTELa trombosi è un processo patologico che consiste nella formazione di trombi all’interno dei vasi sanguigni, che ostacolano o impediscono la normale circolazione del sangue. La differenza tra trombosi arteriosa e venosa consiste nel tipo di vaso coinvolto. Le trombosi venose o flebotrombosi, associate spesso a varici, sono più frequenti e si localizzano maggiormente negli arti inferiori; si distinguono in trombosi venosa profonda (TVP) e superficiale. Per quanto riguarda le lesioni arteriose, i trombi possono essere in relazione all’aterosclerosi.

Ecco una sintetica classificazione delle trombosi più comuni:

Trombosi venose

      • Flebotrombosi;
      • Trombosi venosa profonda;
      • Tromboflebite;
      • Sindrome della classe economica;
      • Sindrome di Paget-von Schroetter.

Trombosi arteriose

Trombosi ascendente dell’aorta addominale: si ha quando una placca aterosclerotica interessa cronicamente il carrefour aortico, oppure le arterie iliache comuni. Mentre circoli collaterali sostengono il flusso all’arto, evitando di dare una sintomatologia importante, a monte della stenosi aterosclerotica si ha flusso turbolento e stasi ematica che causano trombosi. Quest’ultima sale sia “capillarmente”, cioè arrampicandosi lungo le pareti dell’aorta, sia “orizzontalmente” con strati che si sovrappongono. Ciò comporta:

      1. Sindrome di Leriche, caratterizzata da assenza dei polsi su entrambi gli arti, claudicatio glutea ed impotenza nel maschio.
      2. Quando la trombosi arriva alla arteria mesenterica inferiore e la blocca, vengono compromessi i circoli collaterali che la stessa arteria mesenterica inferiore rifornisce.
      3. Salendo blocca anche le arterie lombari con conseguente ischemia midollare e paraplegia.
      4. Può arrivare alle arterie renali dando insufficienza renale acuta.

Trombosi sistemiche

  • Trombocitopenia indotta da eparina;
  • Phlegmasia coerulea dolens;
  • Sindrome da anticorpi antifosfolipidi.

Per approfondire:

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Differenza tra trombo, embolo, coagulo, embolia, trombosi, aterosclerosi, placca

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZA TROMBO EMBOLO COAGULO EMBOLIA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari A Pene.jpg

Un trombo nell’arteria carotide può determinare ictus cerebrale

Trombo, coagulo e trombosi

Con trombo (dal greco θρόμβος, che significa “grumo”) in medicina si identifica una massa costituita da fibrina con globuli rossi e bianchi, che si forma per coagulazione del sangue all’interno di un sistema cardiovascolare non interrotto: questa caratteristica lo distingue dal coagulo, che invece si forma all’esterno del sistema cardiovascolare quando esso presenti un’interruzione, oppure all’interno di un sistema cardiovascolare dopo la morte dell’individuo. I trombi possono formarsi in qualsiasi punto del sistema cardiovascolare e sono sempre ancorati alla parete del vaso. La formazione di un trombo ha cause riconducibili essenzialmente a tre alterazioni predisponenti principali, descritte dalla cosiddetta triade di Virchow:

  • lesione dell’endotelio;
  • stasi venosa o turbolenza del flusso sanguigno;
  • ipercoagulabilità (trombofilia).

Quando un trombo, per svariate cause come ad esempio le turbolenze di flusso indotte dall’ipertensione arteriosa, si stacca dalla parete vasale, può determinare embolia.

Trombosi

La trombosi (dal greco θρόμβωσις, che significa “lesione da grumo”) è un processo patologico caratterizzato dalla formazione di uno o più trombi all’interno di uno o più vasi sanguigni. La trombosi ostacola del tutto o impediscono parzialmente la normale circolazione del sangue. Se un trombo è presente in una vena, si parla di trombosi venosa (ad esempio “trombosi venosa profonda degli arti inferiori“), se invece è sito all’interno di una arteria, si parla di trombosi arteriosa (ad esempio trombi nelle arterie coronarie, capaci di determinare infarto del miocardio, o trombi nelle arterie carotidi, capaci di determinare ictus cerebrale). Se la trombosi avviene all’interno del cuore, si parla di trombosi intracardiaca. La trombosi arteriosa e quella intracardiaca solitamente sono determinate da danni endoteliali, mentre la trombosi venosa è più frequentemente associata a stasi. Le trombosi venose o flebotrombosi, associate spesso a varici, sono più frequenti e si localizzano maggiormente negli arti inferiori; si distinguono in trombosi venosa profonda (TVP) e trombosi venosa superficiale (TVS). Per quanto riguarda le lesioni arteriose, i trombi possono essere in relazione all’aterosclerosi.

Per approfondire:

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA ATEROSCLEROSI ARTERIOSCLEROSI PLACCA EMBOLO EMBOLIA TROMBOSI INFARTO CUORE SANGUE CIRCOLAZIONE SANGUIGNA

Flusso sanguigno normale e flusso sanguigno alterato dall’aterosclerosi

Arteriosclerosi, aterosclerosi e placca aterosclerotica

Con arteriosclerosi in medicina si indica un indurimento tessutale (“sclerosi”), della parete arteriosa che compare con l’avanzare dell’età, come conseguenza dell’accumulo di tessuto connettivo fibroso a scapito della componente elastica.

L’aterosclerosi o aterosi è un tipo specifico di arteriosclerosi  caratterizzata da infiammazione cronica dell’intima (lo strato più interno delle arterie, in diretto contatto con il sangue) delle arterie di grande e medio calibro; infiammazione che è dovuta fondamentalmente, ma non solo, all’accumulo e alla ossidazione delle lipoproteine nella parete arteriosa e che produce un insieme dinamico di lesioni multifocali, la più tipica delle quali è la placca aterosclerotica. L’aterosclerosi è causata dal concorso di fattori molteplici, tra cui:

  • fattori genetici (familiarità),
  • fumo di sigaretta,
  • ipercolesterolemia,
  • sindrome metabolica,
  • diabete mellito,
  • ipertensione arteriosa,
  • sovrappeso ed obesità,
  • iperomocisteinemia,
  • vita sedentaria,
  • alcool,
  • agenti infettivi.

L’aterosclerosi è cronica e progressiva, si manifesta tipicamente nell’età adulta o avanzata, e può causare o favorire patologie cardiovascolari anche molto gravi e mortali, come l’infarto del miocardio, gli aneurismi, disturbi vascolari periferici (in particolare agli arti inferiori) ed ictus cerebrale.

Per approfondire:

Embolo

Con embolo in medicina ci si riferisce ad un corpo di varia natura (solida, liquida o gassosa) che viaggia all’interno del circolo sanguigno e capace di determinare l’occlusione di un vaso sanguifero (embolia) qualora incontri un vaso sanguigno che ha un diametro inferiore al proprio. In molti casi l’embolo origina dalla rottura di un trombo (“tromboembolo“) che si è formato nelle cavità cardiache oppure nei vasi sanguigni venosi degli arti inferiori. Quando un tromboembolo determina una embolia, si parla di “tromboembolia” (ad esempio “tromboembolia polmonare“). Gli emboli possono essere formati anche da cellule adipose, cellule neoplastiche, aria penetrata nelle vene in seguito a iniezione o a ferita e conglomerati infetti.

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La trombosi venosa profonda è un fattore di rischio per l’embolia

Embolia

L’embolia (o “embolismo“) è l’ostruzione di un’arteria o di una vena, causata da un corpo estraneo al normale flusso sanguigno, che viene denominato embolo di dimensioni tali da ostruire un vaso arterioso o venoso. Nei casi più gravi in cui essa interessi un’arteria, l’embolia può provocare la morte del soggetto colpito per ischemia cerebrale, polmonare o cardiaca (infarto del miocardio, ictus cerebrale…). L’embolia da coaguli ematici è il tipo più frequente di embolia ed è detta tromboembolia. In base al tipo di corpo estraneo coinvolto, si parla di:

  • embolia gassosa, quando l’embolo sia causato da una bolla di gas (ad esempio azoto). A tale tipo di embolia è particolarmente esposto chi pratica immersioni subacquee; infatti, nel caso in cui non vengano rispettati i tempi di decompressione, l’improvvisa variazione di pressione può portare alla formazione di bolle d’azoto nel circolo sanguigno. Analogamente, la stessa cosa può succedere nel caso di volo ad alta quota in una cabina non pressurizzata. In generale comunque, eccezion fatta per i casi succitati, l’embolia gassosa è un evento molto raro;
  • embolia lipidica (chiamata anche liquida, adiposa o grassosa o sindrome lipido-embolica), quando l’embolo è costituito da un ammasso di grasso. I lipidi infatti essendo idrofobici e quindi insolubuli nel sangue idrofilo si dispongono a formare una micella che può provocare l’ostruzione del vaso. Tale embolia si verifica specialmente come effetto collaterale anche tardivo nel caso di eventi traumatici alle ossa del bacino e agli arti inferiori;
  • embolia da liquido amniotico, nelle donne durante la gravidanza può accadere che del liquido amniotico venga spinto nel circolo sanguigno materno;
  • embolia da colesterolo, causata da placche aterosclerotiche all’interno di un vaso sanguigno;
  • embolia settica da grumi di germi solitamente frammisti a materiale di derivazione ematica o tissutale;
  • embolia tumorale;
  • tromboembolo, quando un trombo si stacca dalla parete del vaso che lo contiene e migra in altra regione del circolo potendo ostruire altri vasi in distretti più importanti. Le più frequenti embolie venose sono le embolie polmonari, quelle arteriose sono caratteristiche dell’ictus cerebrale.

Quindi trombosi ed embolia sono entrambe condizioni che determinano una riduzione di flusso (parziale o totale) causate rispettivamente da trombo e da embolo. Il trombo è “fermo” ed “attaccato” alla parete del vaso sanguigno, mentre l’embolo viaggia all’interno del circolo ematico, almeno finché non incontra un vaso sanguigno che ha un diametro inferiore al proprio: in questo caso l’embolo si può “bloccare” in quel punto. Quando l’embolo si forma dalla rottura di un trombo (l’evenienza più frequente), si parla di tromboembolo e tromboembolia.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Trombo: cause, classificazione, trombosi venose, arteriose e sistemiche

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma TROMBO CAUSE CLASSIFICAZIONE VENOSE ARTERI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari A Pene.jpgIl trombo è una massa solida costituita da fibrina contenente piastrine, globuli rossi e bianchi, che si forma per coagulazione del sangue all’interno di un sistema cardiovascolare non interrotto: questa caratteristica lo distingue dal coagulo, che invece si forma all’esterno del sistema cardiovascolare quando esso presenti un’interruzione, oppure all’interno di un sistema cardiovascolare dopo la morte dell’individuo. I trombi possono formarsi in qualsiasi punto del sistema cardiovascolare e sono sempre ancorati alla parete del vaso.

La formazione di un trombo ha cause riconducibili essenzialmente a tre alterazioni predisponenti principali, descritte dalla cosiddetta triade di Virchow:

  • Lesione dell’endotelio (incluso qualsiasi tipo di disfunzione endoteliale). Questo è l’unico fattore della triade in grado di determinare completamente ed autonomamente una trombosi. Un danno alla superficie interna di un vaso provoca il rilascio, da parte delle cellule endoteliali, di varie sostanze, tra cui le endoteline (potenti vasocostrittori che agiscono nelle arteriole a livello della lesione) ed il fattore di von Willebrand (vWF), una proteina che permette l’adesione piastrinica mediando l’interazione tra le piastrine e la matrice extracellulare esposta, che è trombogenica. Per indurre la formazione di un trombo non è però necessario esclusivamente un danno fisico alle cellule endoteliali, sono sufficienti alterazioni delle loro attività pro- ed anti-trombotiche, come una maggiore produzione di fattori coagulanti o una diminuita produzione dei fattori anticoagulanti. L’ulcerazione di placche aterosclerotiche può esporre la matrice sottoendoteliale e causare inoltre stasi e turbolenza ematica.
  • Stasi venosa o turbolenza del flusso sanguigno. La turbolenza può essere causa di danno o disfunzione endoteliale, di flussi controcorrente, o di zone di stasi; la stasi sanguigna a sua volta rappresenta la causa più importante dei trombi. Stasi e turbolenza promuovono l’attivazione dell’endotelio in senso pro-coagulativo, portano le piastrine a contatto con l’endotelio, impediscono la rimozione e la diluizione dei fattori della coagulazione attivati nonché l’afflusso dei fattori che inibiscono la coagulazione.
  • Ipercoagulabilità (detta anche trombofilia). L’ipercoagulabilità è l’alterazione delle vie della coagulazione, ed è il fattore meno frequente nelle trombosi; può essere classificata in forme primarie (o genetiche), e forme secondarie (od acquisite).

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Caratteristiche e classificazione dei trombi

I trombi arteriosi o intracardiaci solitamente insorgono a causa di danni endoteliali; quelli venosi invece per stasi.

A seconda della sede e delle circostanze del loro sviluppo, i trombi assumono caratteristiche differenti; essi vengono classificati in base a tre caratteristiche: la loro composizione (elementi corpuscolati e fibrina), le loro dimensioni e la loro sede. La caratteristica che accomuna tutti i tipi di trombi è che la loro direzione di accrescimento è sempre rivolta verso il cuore: nel caso dei trombi venosi, la distribuzione dei fattori protrombotici avviene lentamente ed omogeneamente lungo tutto il corpo del trombo permettendo una crescita in direzione del cuore; nel caso dei trombi arteriosi, l’impetuosità del flusso permette l’azione dei fattori protrombotici solo alla cima del trombo, cioè nella parte che per prima viene a contatto col flusso.

In base alla composizione si distinguono tre tipi di trombi, dovuti ai diversi effetti possibili della velocità del flusso ematico e della rapidità della coagulazione:

      • Trombi bianchi: formati da piastrine, fibrina e pochi globuli rossi e pochi globuli bianchi; sono peculiari delle arterie, dove il flusso veloce non permette di catturare globuli rossi;
      • Trombi rossi o “da stasi”: formati da piastrine, fibrina e molti globuli rossi e molti globuli bianchi; sono peculiari delle vene, per la lentezza del flusso;
      • Trombi variegati: presentano zone chiare e zone rosse alternate (strie di Zahn), a causa di un lento processo di aggregazione piastrinica che ha intrappolato alcuni globuli rossi nei momenti di bassa velocità del flusso ematico (condizione che si verifica, ad esempio, dopo ogni contrazione a livello del cuore e del primo tratto dell’aorta).

In base alle dimensioni si distinguono in trombi:

      • ostruttivi: che occludono l’intero lume del vaso;
      • parietali: che non occludono tutto il vaso;
      • a cavaliere: situati sullo sprone di una biforcazione.

Infine i trombi si possono ancora suddividere per sede:

      • arteriosi: sono quelli che causano gli infarti; si formano in particolare nelle coronarie, nelle arterie cerebrali e in quelle degli arti inferiori;
      • venosi: sempre occlusivi, si formano in sede di dilatazione del vaso (varici) o di ulcere; si formano per il 90% negli arti inferiori ma possono interessare anche gli arti superiori, la prostata, le vene ovariche ed uterine;
      • intracardiaci: localizzati in particolare negli atri
      • aneurismatici: localizzati nel falso lume di aneurismi arteriosi.

Sono inoltre detti trombi murali quelli formatisi nelle cavità cardiache o nell’aorta.

Classificazione delle trombosi

Trombosi venose

      • Flebotrombosi
      • Trombosi venosa profonda
      • Tromboflebite
      • Sindrome della classe economica
      • Sindrome di Paget-von Schroetter

Trombosi arteriose

      • Trombosi ascendente dell’aorta addominale: si ha quando una placca aterosclerotica interessa cronicamente il carrefour aortico, oppure le arterie iliache comuni. Mentre circoli collaterali sostengono il flusso all’arto, evitando di dare una sintomatologia importante, a monte della stenosi aterosclerotica si ha flusso turbolento e stasi ematica che causano trombosi. Quest’ultima sale sia “capillarmente”, cioè arrampicandosi lungo le pareti dell’aorta, sia “orizzontalmente” con strati che si sovrappongono. Ciò comporta:
      1. Sindrome di Leriche, caratterizzata da assenza dei polsi su entrambi gli arti, claudicatio glutea ed impotenza nel maschio.
      2. Quando la trombosi arriva alla arteria mesenterica inferiore e la blocca, vengono compromessi i circoli collaterali che la stessa arteria mesenterica inferiore rifornisce.
      3. Salendo blocca anche le arterie lombari con conseguente ischemia midollare e paraplegia.
      4. Può arrivare alle arterie renali dando insufficienza renale acuta.

Trombosi sistemiche

  • Trombocitopenia indotta da eparina
  • Phlegmasia coerulea dolens
  • Sindrome da anticorpi antifosfolipidi

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La “donna vampiro” e la sua trasformazione [FOTO]

MEDICINA ONLINE María José Cristerna VAMPIRE WOMAN GIRL PIERCING DONNA TATOO TATUAGGI VAMPIRO IMMAGINI FOTO PICS PICTURE STRANGE ORECCHINI IMPIANTI 01.jpgA volte le persone decidono di scegliere di fare un cambiamento netto nella propria vita. C’è chi sceglie di cambiare lavoro, chi di cambiare città, chi di cambiare abitudini e poi c’è anche chi decide di cambiare look o addirittura di stravolgerlo. Come ha fatto questa donna messicana, che ha trasformato il suo aspetto fino a prendere le sembianze di un vampiro. Lei è conosciuta in tutto il mondo e la sua storia è stata raccontata qualche anno fa dal Dailymail

Probabilmente quello che vedrete di seguito è uno dei cambiamenti più radicale che abbiate mai visto negli ultimi anni.

María José Cristerna è nata in una famiglia molto religiosa in Messico, ha 49 anni ed è madre di 4 figli. Ha abbandonato la carriera da avvocato per dedicarsi alla sua passione, oggi è Dj e tatuatrice. E’ cresciuta in Guadalajara, una città famosa per le delle bande e in cui molte donne vengono abusate. Anche Maria ha attraversato una fase difficile della sua vita per affrontare questo grave problema che affligge molte donne.
Questa donna ha subito violenza domestica nella sua vita ed ora combatte per aiutare le donne. Lei che ha sfidato ogni logica per diventare la prima donna vampiro al mondo. In Messico è molto conosciuta, viene chiamata la “Vampire Woman”. Quando la gente la vede camminare, si spaventa e addirittura cambia strada. Ma la sua natura nobile alla fine fa ricredere tutti. Certo il suo aspetto appare inquietante e non fa di certo pensare ad una donna con una gran bontà d’animo che si batte per i problemi delle donne e che cerca di trovare insieme a loro delle soluzioni per vivere meglio.

La donna che ha tatuato il 96 % del corpo, ha fatto dei lavori dentali e si è fatta impiantare delle protesi in titanio sul cranio fa veramente paura. Probabilmente il suo modo di reagire alla vita fa discutere molto.
Uno degli amici di Maria ha rivelato che molta gente ha pensato che Maria fosse stata posseduta da un demone.

Il suo aspetto è stato veramente stravolto, basta guardare alcune foto di prima per vedere il notevole cambiamento, ma nonostante tutto è sempre una buonissima persona, anche se l’aspetto fa un po’ paura a molte persone. Da quanto è diventata popolare però la gente la apprezza, soprattutto per il bene che fa per le donne che subiscono violenza. Maria ritiene di esprimere bellezza attraverso la sua arte, che Dio risiede nella sua anima e che le persone dovrebbero essere giudicare per le azioni e non per l’aspetto.

L’aspetto è solo temporaneo, ma un animo nobile rimane per sempre. Lei si propone di cambiare il mondo compiendo delle azioni nobili soprattutto per le donne. Maria sostiene “Tutte le donne dovrebbero avere il potere di essere ciò che vogliono, di fare ciò che vogliono, e dovrebbero essere trattate nel modo in cui si meritano”

Il suo cambiamento non è ancora terminato basta scorrere i suoi profili social per vedere la continua modificazione che subisce il suo aspetto.

Prima di giudicare bisognerebbe conoscere le storie delle persone, ognuno nella vita ha un proprio obiettivo, quello di Maria appare un po’ contraddittorio, ma non per questo merita di essere vista come un demone, come molta gente ha fatto. Lei si dedica agli altri molto di più di chi invece ha un aspetto elegante e bello. Bisogna sempre ricordare che “L’abito non fa il monaco”.

Ecco alcune immagini di María José Cristerna:

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