Leggendo articoli e ricerche in campo psicologico, ho trovato un post che risale addirittura al 2007 ma di cui ho deciso di riportare una traduzione perché racchiude alcuni spunti interessanti e controversi che, sono sicuro, sono destinati a far discutere! Per molti fautori della redpill, quanto scritto in questo articolo non apparirà per Continua a leggere
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L’ictus cerebrale che ti condanna ad essere felice per sempre
Il signore che vedete qui sopra raffigurato si chiama Malcolm Myatt, è nato in Inghilterra 68 anni fa ed è camionista in pensione. Perchè sia diventato un caso medico famoso è presto detto: è sempre contento. E non è un modo di dire. Da quando lo ha colpito un ictus nel 2004, che ha compromesso la sensibilità della parte sinistra del suo corpo, il signor Malcolm non è più grado di provare il sentimento della tristezza. E non perché sia ottimista o stupido: semplicemente nel suo cervello, e in particolare nel lobo frontale che controlla le emozioni, lo choc della malattia ha “cancellato” la possibilità fisiologica di provare tristezza. Nella sfortuna, il signor Myatt – ribattezzato dai giornali Mr. Happy – è stato fortunato: pensate se avesse perso per sempre la possibilità di essere felice…
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Lo Staff di Medicina OnLine
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Più il nostro quoziente intellettivo è alto e meno crediamo in Dio: gli atei sono più intelligenti dei credenti?
Sta facendo enormemente discutere, e non poteva essere altrimenti, lo studio del dipartimento di analisi dell’Università di Rochester di New York pubblicato sul sito del noto quotidiano The Independent e dedicato alla relazione tra il cervello umano e l’esistenza di Dio. I risultati dello studio infatti dicono che gli atei sono mediamente più intelligenti di chi ha una qualche fede religiosa.
Premesse importanti
Anticipando le possibili fallacie logiche di qualche lettore, vi comunichiamo che questo studio e questo articolo NON vogliono dire:
- che tutti gli atei siano “intelligenti”;
- che tutti i credenti siano “non intelligenti”;
- che “basta” essere atei per diventare “intelligenti”;
- che “basta” essere credenti per diventare “non intelligenti”;
- che non possa esistere un “non intelligente” che sia ateo;
- che non possa esistere un “intelligente” che sia credente.
Già ora possiamo quindi avvertire il lettore che il tirar fuori una lista di grandi studiosi o geni credenti, dicendo: “Quei famosi premi Nobel credono in Dio, quindi tutto lo studio è necessariamente falso” è una chiara fallacia logica, come lo è anche dire: “Quei famosi premi Nobel NON credono in Dio, quindi tutto lo studio è necessariamente vero”. Una lista di geni credenti non inficia né scredita i risultati dello studio, come una lista di geni non credenti non lo conferma. Inoltre, per definizione, il parere personale non può in alcun modo sminuire i risultati di uno studio scientifico, specie di questa portata, quindi dire “mio zio crede in dio ed è un genio, quindi lo studio è per forza falso” non ha alcun senso logico, come non lo ha dire “mio zio è ateo ed è un genio, quindi lo studio è per forza vero”. L’unico modo che ha il lettore che non sia d’accordo con questo studio, di contraddire i suoi risultati, è quello di presentare i risultati di un altro studio altrettanto autorevole che abbia risultati opposti. Tutto il resto è opinione personale e, ripeto, non smonta un bel nulla: la scienza non si fa con le opinioni né con le esperienze personali, bensì con la ricerca scientifica.
Il lettore valuti inoltre che:
- no, non è una fake news: che siate d’accordo o no con i suoi risultati, sappiate che lo studio è vero ed è stato riportato su riviste scientifiche internazionali ed autorevoli. Chi dice che “questo articolo è basato su una notizia falsa”, sta oggettivamente dicendo una falsità;
- lo studio è del 2013, quindi se state leggendo questo articolo nel 2026, considerate che potrebbe essere considerato già “vecchio” e sorpassato da altri studi più recenti;
- quanto detto al punto precedente non significa che questo studio, essendo del 2013, sia falso o necessariamente non più valido: esistono studi scientifici effettuati decenni fa che sono ancora validi perché nel frattempo nessun altro studio è riuscito a contraddirli;
- valutare l’intelligenza umana è estremamente difficile, anche perché esistono vari tipi di intelligenze e svariati modi per misurarle: lo stesso QI viene da anni messo in discussione;
- se letto questo articolo andrete su Facebook a litigare con qualcuno unicamente sulla base delle vostre e delle sue credenze personali, sbagliate di grosso: ci auguriamo che nessuno usi questo post per generare inutili flame;
- il titolo di questo articolo, considerato “acchiappaclick” da un famoso sito, descrive con esattezza la situazione evitando di fare clickbait (senza considerare che il sito in questione usa si lui stesso spesso palesi titoli “acchiappaclick”).
Siti che si scagliano a favore o contro questo articolo, senza considerare tali informazioni e raccogliendone i risultati in modo superficiale per dare valore alla propria tesi, fanno unicamente disinformazione o cercano notorietà usando questo articolo come leva. Finita questa lunga ma doverosa premessa, veniamo ora a parlarvi della ricerca vera e propria.
Molti studi sembrano confermarlo
La ricerca del team dello stimato professor Miron Zuckerman, si è avvalsa – tra gli altri – di tre psicologi che hanno condiviso la definizione di intelligenza come capacità di:
- ragionare;
- pianificare;
- risolvere i problemi;
- pensare astrattamente;
- comprendere idee complesse;
- imparare in fretta;
- imparare dall’esperienza.
La ricerca ha comparato più di 63 precedenti studi sul tema, in quella che viene chiamata “meta-analisi” cioè un potente strumento di ricerca matematico-statistico il cui scopo è quello di riassumere i dati provenienti da diversi altri strumenti di ricerca, molto usato anche in campo medico. L’obiettivo di questa integrazione è ottenere un unico indice quantitativo di stima che permetta di trarre conclusioni più forti di quelle tratte sulla base di ogni singolo studio. Ebbene su 63 studi Miron Zuckerman ed il suo team di ricercatori ha verificato che ben 53 giungono alla medesima conclusione, e cioè che le persone più sono religiose e meno sono intelligenti.
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Lo studio che mette insieme tanti studi
Pubblicato sulla prestigiosa “Personality and Social Psychology Review“, lo studio del professor Zuckerman prende in esame molte ricerche effettuate negli ultimi 90 anni, in molte università del mondo, su migliaia e migliaia di “cavie”. La più “antica” iniziò nel 1921 per proseguire per anni su 1.500 persone che da piccole avevano un quoziente intellettivo superiore a 135, bambini superdotati insomma: questi bambini, seguiti poi per decenni fino alla vecchiaia, avevano mostrato un più basso – molto più basso – livello di credenza religiosa. Le analisi comparate, di cui appunto solo 10 su 63 dicono che il credente è più intelligente dell’ateo, hanno fatto desumere all’equipe dell’Università di Rochester che è più probabile che i bambini più intelligenti si allontanino dalla religione.
Ma è davvero così?
Ovviamente questa affermazione non implica il fatto che un credente NON possa essere intelligente e la prova è la lunga lista di geni in vari campi dello scibile umano, che credono o hanno creduto in una religione. Inoltre il vero nucleo di questo studio potrebbe indicare qualcosa di lievemente diverso e cioè che chi è poco intelligente tende ad uniformare la propria opinione a quella comune, a conformarsi alle convenzioni sociali, quindi fra i credenti vengono conteggiati tutti i poco intelligenti che credono in Dio solo perché lo fanno tutti gli altri. Seguendo questo ragionamento, paradossalmente se fossimo in una società in maggioranza atea lo studio forse ci direbbe che mediamente gli atei sono meno intelligenti dei credenti. In pratica il risultato dello studio non implica che chi crede in Dio sia automaticamente poco intelligente ma solo che chi è intelligente tende più facilmente crescendo a staccarsi dalle convenzioni sociali e farsi un’idea propria. Bisogna infine considerare che avere una grande intelligenza non implica necessariamente una consapevolezza sul tema e molti “geni” potrebbero essere diventati atei solo per rifiuto verso le convenzioni sociali e non a seguito di una reale e profonda riflessione.
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Non accontentarsi di un dogma “fantasy”
Da qui in poi farò una serie di considerazioni personali, scaturite dal risultato di questa meta-analisi. Prendetelo come uno sfogo personale derivato da anni di discussioni con fanatici religiosi, quindi se eravate solo interessati alla ricerca citata nell’articolo, potete anche evitare di andare oltre.
Quando due esseri umani si pongono la domanda “da dove veniamo?” lo scienziato si sforza di elaborare delle tesi, come per esempio quella del Big Bang, e successivamente cerca con fatica delle prove a sostegno di una data ipotesi piuttosto che un’altra. Quando alla fine la tesi del Big Bang sarà quella più probabile MA NON LA TESI “CERTA”, lo scienziato ammetterà umilmente di non avere la “Verità” in tasca, ma solo delle teorie che si prestano alla smentita da parte di successivi scienziati che si impegneranno con fatica in nuove e più complesse ricerche. Invece il credente si “accontenterà” di sapere di Adamo ed Eva, cioè una storia oggettivamente di fantasia (e che presume anche una serie di incesti), preconfezionata, ipse dixit, senza mettere in discussione questa “Verità”. Per quanto poi tale metafora si presti a interpretazioni magari anche meno fantasiose, rimane comunque un dogma. Molto comodo, poco umile, perché presume di conoscere la risposta a domande a cui in realtà nessuno – neanche “l’infallibile” papa – può dare spiegazione certa.
Zeus, Babbo Natale e Gesù
Mentre lo scienziato arriverà a dire: non so per certo come questo dato fenomeno sia avvenuto e continuerò per sempre a cercare di capirne il perché, il credente si accontenta invece di una storia “fantasy” che fornisce tutte le risposte necessarie, ma esse appaiono (o dovrebbero apparire) all’uomo del 2000, palesemente grottesche ed inventate, tra angeli volanti, soli che si fermano nel cielo, arche-zoo improbabili, bambini primogeniti uccisi, streghe, maschilismi inaccettabili e diavoli con zoccoli e forconi che prendono possesso delle persone, insomma cose che potevano essere credute al tempo del Malleus Maleficarum e dello stigma diaboli, ma a cui oggi potrebbe credere solo uno schizofrenico delirante, ritenute accettabili solo perché ce le hanno ripetute ed inculcate fin da bambini, come amava ripetere Bertrand Russell, a partire dalla violenza del pedobattesimo in poi. Pensateci bene: da piccoli ci dicono che esiste Dio e che esiste Babbo Natale, due figure che non possiamo vedere. Poi cresciamo e ci dicono che Babbo Natale non esiste, mentre continuano a dirci che esiste Dio, ma se continuassero a dirci che esiste anche Babbo Natale, noi continueremo per sempre a credere che esiste un tizio obeso e probabilmente diabetico che vive in Lapponia e – non si sa bene perché – ad un certo punto della sua vita, aiutato dai sui amici elfi, sale su delle renne volanti e commette svariate violazioni di domicilio per dare regali alla gente senza motivo, storia comunque più plausibile di un uomo che muore, resuscita e poi vola in cielo dal padre che in realtà è sé stesso ed ha messo incinta la sua stessa madre vergine, storia che è per forza vera dal momento che la propria religione è sempre e comunque l’unica che dice la verità, mentre le altre migliaia di religioni esistenti ed esistite sono tutte bugie ridicole messe in giro dal diavolo per “sviarci”.
Vorrei poi nuovamente eliminare ogni possibilità di fallacia logica: la ricerca citata nell’articolo NON DICE che I CREDENTI NON SIANO INTELLIGENTI, semmai asserisce che è più probabile che una persona atea sia intellettivamente più capace di una credente esattamente come è statisticamente più facile che chi si sia messo a cercare i motivi fisici dell’esistenza dei fulmini sia stato intellettivamente più capace (o almeno più curioso, concedetemelo) rispetto a chi credeva che i fulmini sulla terra li mandasse un Zeus adirato. Ah, a proposito: c’è qualche credente all’ascolto che mi sa dire che differenza c’è tra il dio cattolico e Zeus? E non datemi la solita risposta, che “Dio esiste mentre Zeus non esiste“, perché a quel punto io potrei chiedervi, come fate sempre voi, di dimostrarmi la NON esistenza di Zeus e siccome non si può dimostrare la NON esistenza di nulla a questo mondo, non vorrei lasciarvi in tilt logico per alcune ore (anche se, per un credente, la logica ha ben poco peso…).
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Umili dubbi
Quello che penso è che la scienza si fa delle domande e prova a darsi delle risposte con fatica, ricercando con pazienza tramite esperimenti, mettendo sempre in dubbio con nuove scoperte la “verità” scoperta dagli scienziati precedenti, ammettendo a sé stessi con umiltà che anche la “verità” scoperta da noi, potrebbe non essere la vera “verità”. Amo pensare che il bello della conoscenza sia quello di colmare la nostra mente seminandovi dei dubbi, non riempendola di certezze, anche perché le certezze non appartengono alla nostra piccola esistenza e – probabilmente – mai le avremo, anche continuando a cercarle per sempre. Questa è la bellezza della scienza: spingere l’essere umano verso la curiosità, inseguire domande ed usare il cervello (quello stesso cervello che ci avrebbe dato un fantomatico dio, lo vogliamo usare o no?) per trovare risposte, in una continua lotta contro il dogma preconfezionato, contro un’arcaica verità, storicamente imposta con la politica, la forza, la violenza della (ben poco “santa”) inquisizione, le guerre ed il sangue innocente di “streghe” e di brillanti liberi pensatori marchiati a fuoco come “eretici”, contro ogni schema applicato da altri, partendo dal basso, dalla concezione di essere piccoli insiemi di molecole pensanti dispersi su un insignificante granello di polvere che galleggia nell’oscuro universo (quasi certamente colmo di altre forme di vita) e non certo le creature più importanti di esso, le predilette di una divinità invisibile, che ha ben poche differenze con il fantasioso (e più credibile) Sauron de “Il signore degli anelli“.
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La religione esiste solo perché abbiamo paura
Preghiamo soprattutto quando siamo in difficoltà e quando ci troviamo di fronte a situazioni che non capiamo e che vorremmo controllare ma non ci riusciamo. L’uomo vede i fulmini e ne ha paura, quindi inventa Zeus, che è nel cielo ed è lui a mandarli. Perché lo crea? Perché sente la necessità di immaginarsi un omino nel cielo, che non può vedere? Per tre motivi:
- si rende un evento inspiegabile… spiegabile. Si riesce finalmente a dare una spiegazione ad un evento incomprensibile, visto che la scienza duemila anni fa non poteva ancora spiegare il fatto che il fulmine fosse una semplice scarica elettrica instaurata fra due corpi con altissima differenza di potenziale elettrico. Un evento pauroso, capace di distruggere un raccolto, potenzialmente mortale e senza senso, diventa spiegabile e basta questo per far meno paura;
- si rende un evento imprevedibile… prevedibile. Se l’essere umano si comportava male con gli dei, Zeus inviava i fulmini, quindi il fulmine diventava un effetto di una causa ben specifica e riconosciuta, in una sola parola: prevedibile. Se una cosa è prevedibile, fa molta meno paura di un evento imprevedibile;
- si rende un evento incontrollabile… controllabile. Se l’essere umano si comportava bene con gli dei, pregandoli con rituali prestabiliti ed offrendo animali sacrificali, Zeus NON inviava i fulmini. Il fulmine, da elemento incontrollabile, diventava un evento evitabile grazie alla preghiera, ai rituali ed ai doni.
In pratica la religione fornisce una risposta rassicurante, ma con elevatissima probabilità falsa, alla paura dell’uomo per i fulmini. La scienza invece cosa fa? Si impegna, sperimenta, prova, riprova, finché capisce cos’è il fulmine ed impara a controllarlo con un parafulmine, controllandolo per davvero e non per finta con una inutile preghiera o un grottesco rituale in stile “danza della pioggia”. Ho fatto l’esempio dei fulmini, ma potete sostituirli con qualsiasi fenomeno, come i terremoti, le eclissi, le convulsioni di un epilettico, le stelle, la nascita di gemelli siamesi, l’aurora boreale… Se ci pensate, qualsiasi religione fornisce risposte facili, di immediata comprensione per chiunque (anche per chi ha è ignorante) e mediamente piacevoli, a qualsiasi paura umana. Paura della siccità (prega e dio manda la pioggia), dell’eclisse di sole (prega e dio fa riapparire il sole) delle malattie (prega e dio ti guarisce), di morire (prega e dio non ti fa morire) e della morte (prega e dio ti manda nel paradiso eterno). Ma soprattutto le religioni forniscono risposta a due delle più grandi domande dell’umanità: cosa c’è dopo la morte e perché esistiamo. Sono domande a cui, probabilmente, non avremo mai risposta. Sono domande che ci fanno paura, soprattutto quando ci avviciniamo al trapasso, perché una possibile risposta potrebbe essere “dopo la morte diventiamo polvere, dopo un paio di generazioni nessuno si ricorderà di noi e la nostra esistenza non ha alcun senso”. E’ vero: anche la scienza esiste perché abbiamo paura di ciò che non conosciamo, ma essa ha l’obiettivo di rispondere in modo razionale e non con favole e – se proprio non riesce a trovare una risposta scientificamente rilevante – ammette la sua ignoranza e non inventa facili e ridicole risposte.
La religione è controllo sociale, politico ed economico
In soldoni, la scienza prova a dare risposte, ma non lo fa in modo rassicurante. Non ci dice che c’è un paradiso dopo la morte, ma solo polvere. Non ci dice che siamo il popolo eletto di dio, ma solo che siamo una forma di vita nata per una serie di incredibili coincidenze, che naviga su un granello di sabbia in uno spazio oscuro, forse infinito e che per noi non ha neanche un punto di riferimento, ad esempio non ha né un sopra né un sotto. La scienza non si piega a facili risposte rassicuranti disegnate per colmare la paura della morte, delle malattie e dell’inutilità delle nostre incomprensibili esistenze. Al contrario la religione “regala” risposte anestetizzanti create con l’unico scopo di istituire un potere economico e politico basato sull’ignoranza e su una manipolazione che tanto somiglia alla circonvenzione di un incapace, magari quando l’essere umano è più debole, ad esempio quando è disperato per una malattia terminale e quindi più facilmente plagiabile. Una bieca manipolazione che inizia fin da quando siamo dei neonati e non possiamo difenderci dal vedere la nostra testa bagnata da fantomatiche acque sante (motivo per cui non ho battezzato i miei figli: da grandi e consapevoli del gesto, se vorranno, lo faranno loro). Una manipolazione che ha storicamente sempre elevato il clero oltre meriti reali, permettendogli di restare SEMPRE impunito di fronte a crimini indicibili e di possedere 2 mila miliardi di euro solo in immobili, alla faccia della povertà auspicata (per gli altri, non per sé stessi). Una associazione piramidale, ipocrita, falsamente umile, storicamente distopica, che crea buchi fenici nelle mani di manigoldi prima osteggiati dalla chiesa e poi usati come carta di credito e che ostenta sangue non newtoniano da mescolare all’occorrenza, per vendere santini, medagliette, acqua “santa” e paccottiglia a caro prezzo in stile Wanna Marchi. Una associazione che prende cadaveri di poveri ragazzini, li imbalsama con cera e silicone, gli mette una tuta da ginnastica con l’etichetta di “santo” e li ostenta come feticci alla necrofilia del credente. Un gruppo composto da numerosi individui senza scrupoli che non vede l’ora di trovare il portafoglio nelle nostre tasche e che gode nel nostro piegarsi davanti a persone vestite da carnevale e che parlano in latino per darsi un tono di santità, ma che all’interno in realtà sono più atee del sottoscritto. Individui che non vedono l’ora di trovare il morbido della società dove affondare il colpo, e quel morbido è chiamato ignoranza, motivo per cui la scienza, la razionalità, la possibilità di studiare e di accedere alla cultura, sono da sempre i naturali nemici alle religioni tutte. Non smettiamo mai di studiare e di usare il nostro cervello! Senza aspettare qualcosa dopo la morte, ma vivendo pienamente la nostra vita consci del fatto che – probabilmente – sarà l’unica a disposizione. Vivendo in armonia con gli altri perché lo sentiamo dentro di noi e non per paura di un improbabile inferno che ci aspetta. Senza essere condizionati nelle nostre scelte, di vita, di aborto, di eutanasia, di legami, di sessualità, da interferenze inaccettabili per uno stato laico ed aconfessionale come (dovrebbe essere) l’Italia, da parte del Vaticano che, di fatto, è uno Stato straniero a cui le leggi italiane si devono piegare da decenni.
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La religione è psichiatria elevata a convenzione sociale
In tutto ciò vorrei farvi notare un fatto curioso: come facciamo noi medici a distinguere uno schizofrenico che vede e parla con una persona invisibile, da un credente che vede e parla col suo dio invisibile? Dobbiamo pur avere un criterio per distinguere i malati dai sani. Ebbene, semplificando, chi crede in una divinità invisibile non viene considerato un malato mentale fondamentalmente solo perché – in base alla cultura ed alla società in cui vive – crede in qualcosa in cui credono troppe persone, quindi diventa una convenzione sociale il fatto che sia considerato sano. Se arriva da me un paziente italiano che crede (lui da solo) nel dio Ngalyod (il “serpente arcobaleno”), che parla con lui, lotta contro il Sole e crea montagne, giudicando chi vìola le leggi, lo potrei considerare come psichiatrico, mentre se giunge da me un paziente aborigeno australiano, che crede nello stesso identico dio, lo dovrei giudicare come sano perché, per la sua cultura di riferimento, è da sani credere nel serpente arcobaleno. Ripeto il concetto: se arriva una persona all’ospedale che dice di parlare con una persona invisibile che vive ovunque e gli appare davanti agli occhi e parla con lui, noi medici dobbiamo avere un criterio per dire se quella persona ha assunto droghe oppure se è probabilmente uno schizofrenico che ha allucinazioni uditivo-visive o se è sano di mente. Se in quell’omino invisibile credono miliardi di persone, allora è sano. Se in quell’omino invisibile ci crede solo lui, allora è malato. E’ una semplificazione estrema, ma concettualmente è così. La differenza tra religione e psichiatria, fondamentalmente, è solo il numero di persone che crede in quella religione ed il fatto di essere inseriti in una certa cultura piuttosto che in un altra e in un certo periodo storico piuttosto che in un altro. Ha fatto scalpore ad esempio il conduttore televisivo Paolo Brosio che alcuni anni fa asserì di vedere la Madonna e di averla fotografata; se Brosio avesse detto: “Ho visto l’unicorno volante”, avrei dovuto indagare su una sua possibile malattia psichiatrica o sull’uso di stupefacenti, ma visto che ha detto “Ho visto la Madonna”, allora devo reputarlo sano, perché è un fatto comune pensare che qualcosa che in base all’esperienza empirica oggettivamente non esiste, come la Madonna, in realtà esista. Se tuttavia fra qualche anno esistesse “la religione dell’unicorno volante” e miliardi di persone credessero che l’unicorno volante esista e che il dio cattolico non esista, dovrei considerare sani i moltissimi credenti nell’unicorno volante e potrei considerare schizofrenici le due o tre persone che ancora dicono di parlare col dio cattolico. Eh si, perché le convenzioni sociali per definizione cambiano nel tempo e nello spazio: se viene da me un tizio che dice che esiste Zeus che manda i fulmini e che lui gli parla ogni giorno da una nuvola, lo considero “pazzo” solo perché siamo in Italia nel 2020 e non in Grecia nel 300 avanti cristo. Nel 4000 ad esempio il dio cattolico potrebbe con buone probabilità essere considerato pura mitologia, come viene oggi considerato mitologia Zeus. Le religioni, proprio perché storie di fantasia, evolvono nel tempo e cambiano in base alle esigenze sociali contingenti. Per approfondire questo argomento, vi consiglio la lettura di: Sindrome di Lasègue-Falret (disturbo psicotico condiviso): quando la follia è “a due”
La mia è l’unica Verità vera
Le convenzioni sociali e le verità “dogmatiche” accettate cambiano anche semplicemente da un gruppo di persone di riferimento all’altro. Pensiamo ad esempio agli adepti di Scientology, che legittimamente credono in questa storia descritta dallo scrittore di fantascienza L. Ron Hubbard:
Xenu era il feroce governatore supremo della Confederazione Galattica (fondata 95 milioni di anni fa) che, circa 75 milioni di anni fa, si rese autore di un genocidio galattico portando sulla Terra centinaia di miliardi di alieni facendoli viaggiare su velivoli simili ai nostri DC-8. Queste astronavi venivano adoperate in quel periodo per trasportare gli individui sui vari pianeti di cui faceva parte la Confederazione e per ucciderli all’interno di diversi vulcani usando delle bombe ad idrogeno. Gli spiriti di questi alieni sono presenti oggi e vivono attaccati ai corpi delle persone causando loro danni spirituali.
Perdonate eventuali errori nella storia: se ci fosse qualche lettore di Scientology all’ascolto, scriva un messaggio per correzioni. Nel gruppo degli appartenenti a Scientology, di cui fa parte anche l’attore Tom Cruise, questa storia ha perfettamente senso, mentre la storia del dio cattolico è stata totalmente inventata ed è probabilmente considerata inverosimile e sciocca. Nel gruppo dei cattolici, al contrario, la storia di Xenu governatore della Confederazione Galattica è considerata totalmente inventata, inverosimile e sciocca, mentre la storia di Gesù crocefisso, del dio cattolico, dell’inferno, della Madonna vergine e degli angeli ha perfettamente senso. Se chiedi ad un membro dei due gruppi, ognuno ti dirà che le cose in cui egli crede siano l’unica Verità, mentre quello che dicono gli altri milioni di credi diffusi sulla testa, siano solo menzogne. E se prendessi un credente per ognuna delle circa 3000 religioni attualmente esistenti ed ognuno potesse dire che il suo dio è l’unico realmente esistente? Chi ha ragione? E se non avesse ragione nessuno? E se la Verità non fosse di questo mondo?
Il punto di domanda
Umiltà, curiosità, assenza di Verità precostituite ed apertura mentale ci hanno permesso di avanzare nel progresso scientifico ed aumentare la nostra aspettativa di vita da 30 a 80 anni: se Albert Bruce Sabin, anziché inventare il celebre vaccino che ha salvato la vita a milioni di bambini, avesse passato la vita a pregare, quei bambini ora sarebbero morti, tra l’altro in teoria per volontà di quello stesso dio che il credente ringrazia quando “salva la vita” ma non incolpa mai quando “fa ammalare”, con la tipica coerenza che lo contraddistingue. Ed è sempre “grazie a dio” e mai grazie al chirurgo che ha passato magari 40 anni di vita a studiare per togliere a vostro figlio quel maledetto tumore al cervello, tumore che in teoria dio stesso ha fatto venire a vostro figlio oppure – nel migliore dei casi – ha previsto ma senza fare un bel nulla per evitarlo, condannando un innocente bambino al dolore e alla morte senza alcun motivo, il tutto spiegabile dal prete di turno con un abilissimo “le vie del signore sono sconosciute all’uomo…”. Lo stesso prete che poi, diventato papa, quando una bimba gli chiede “chi ha creato dio?”, fa finta di nulla e non risponde perché sa benissimo che qualsiasi sua risposta non avrebbe senso, come nessun senso ha la sua religione tutta. Che poi, davvero questo dio che ha, almeno previsto la formazione del tumore, non fa nulla per impedirlo se non viene prima almeno un po’ pregato di farlo? Un dio piuttosto egocentrico e narcisista, direi! Ma a questo punto quando state male, andate in chiesa e non al Pronto Soccorso: una preghiera da recitare a memoria senza neanche capirne le parole dedicata al vostro santo preferito (che “intercede” con dio, con una sorta di “raccomandazione divina”) ed il vostro cancro al colon sparirà per “miracolo”! E, rimanendo in tema, come fate a non capire che sarebbe molto più utile passare un’ora a fare volontariato, piuttosto che passare la stessa ora in chiese (sempre più vuote per fortuna) a sonnecchiare e far finta di ascoltare e capire fiabe ridicole ed anacronistiche su Farisei e Samaritani, scritte migliaia di anni fa da uomini misogini? Come fate inoltre a non capire che i “miracoli” sono semplicemente dei fatti che la scienza non è riuscita ANCORA a spiegare? Alcuni episodi considerati “miracoli” mille anni fa, ad esempio, oggi sono spiegabilissimi, perché la scienza è “andata avanti”. Per la religione le eclissi solari erano la rappresentazione dell’ira di dio e mettevano paura: ora – grazie alla scienza – non ci fanno più paura.
La scienza ci ha fatto progredire anche perché chiunque può farne parte: se arrivasse un bambino di 11 anni e riuscisse a dimostrare scientificamente che Einstein si sbagliava, la scienza sarebbe costretta ad accettare la nuova tesi senza alcun timore reverenziale. La ricerca sfida l’autorità, non si mette all’ombra di un albero a cullarsi comodamente sulla verità provata o detta da altri 2000 anni prima, altrimenti la Terra sarebbe ancora piatta ed al centro dell’universo, col Sole che ci gira attorno. La religione invece non si pone domande ma accetta dei dogmi – oggettivamente irrazionali e usciti da un racconto fantasy – per fede, dando alle persone una “Verità” arbitraria che non può essere messa in discussione, MAI, altrimenti qualche anno fa si finiva per esser torturati, imprigionati ed uccisi bruciati vivi, mentre oggi si finisce per essere ostracizzati dalla società e dal mondo del lavoro, come successo a tanti miei colleghi.
La ricerca scientifica è un fiume in piena inarrestabile che spinge l’uomo a nuotare ingegnandosi verso posti sconosciuti, mentre la religione è un rassicurante lago fermo lì da migliaia di anni, con mezzo metro di profondità, che addomestica l’uomo trattandolo da decerebrato, cullandolo in una ciambella di piacevoli menzogne, rendendolo comfortably numb ed allontanando dalla sua mente la paura delle malattie e della morte, ottenendo da ciò uno smisurato potere economico, sociale e politico: l’unico prezzo da pagare per galleggiare nelle placide acque tiepide della piacevole ignoranza, è il rispetto per sé stessi e la propria intelligenza ed in molti questo dazio lo pagano volentieri, specie nell’Italia “orgogliosamente” prima per analfabetismo funzionale.
La parola di Dio è un punto esclamativo che chiude la nostra mente e ci lascia fermi su una falsa linea di arrivo. La scienza è un punto di domanda che rimette tutti sulla linea di partenza e ci apre la mente alla luce dell’infinito.
Non so come la pensiate voi, ma io preferisco i punti di domanda.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Sindrome di Otello, Gelosia ossessiva, Sindrome di Mairet: quando la gelosia diventa patologica
Chiariamolo subito: un certo grado di gelosia è assolutamente normale ed anzi può essere il simbolo di quanto teniamo ad una persona. La gelosia è un sentimento universale che abbiamo provato tutti noi, almeno una volta nella vita, specialmente nell’epoca che stiamo vivendo ora, dove basta leggere di sfuggita un messaggio ambiguo sullo smartphone del proprio o della propria partner per farsi venire in mente mille dubbi e paranoie. In alcuni casi può – però – assumere contorni patologici ed interferire con la nostra vita sociale, professionale e/o relazionale, diventando “gelosia patologica“. Cerchiamo oggi di capire in cosa consiste la gelosia patologica, partendo dall’inquadrare i soggetti più a rischio di esserne affetti.
Più esposto chi ha subito una perdita da piccolo
Quali sono i soggetti più a rischio di sviluppare Gelosia Patologica? In genere, è più esposto alla gelosia chi nella vita infantile ha vissuto momenti di abbandono da parte dei genitori (o di chi ne faceva le veci), divenendo iper-bisognoso di conferme. E non è necessario che la perdita sia avvenuta realmente: ci sono bambini molto sensibili, cui il normale livello di rassicurazioni non basta mai. Per costoro, l’idea del tradimento è terrorizzante, perché evoca dolori lontani, soverchianti. Al contrario, chi ha avuto un’infanzia più felice, ha gli strumenti psicologici per far fronte all’eventualità di un addio. Come avrà intuito il più acuto tra i lettori, spesso soffre di Gelosia Patologica chi – al contempo – è affetto da Sindrome da Abbandono.
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I due paradossi: “geloso infedele” ed “amore distrutto”
Il sentimento diventa patologico quando la spinta del dolore è così forte da indurre ad azioni che distruggono il rispetto di sé e dell’altro; quando per lungo tempo e in maniera immotivata turba la serenità, senza essere placata da rassicurazioni e conferme; quando fa perdere il contatto con la realtà, arrivando a far scambiare i sospetti per certezze. Il paradosso è che spesso i gelosi non sono affatto persone fedeli. È la gelosia proiettiva: vedo nell’altro il male che non voglio vedere in me, mi ossessiono pensando che il partner, in certe circostanze, si comporterebbe come me.
Il secondo paradosso è che la gelosia di questi soggetti, che vorrebbero tanto salvaguardare l’amore, invece lo distrugge. Fa a pezzi il dialogo, la fiducia, la spontaneità. Trasporta l’amore in un clima di diffidenza. Scatena nell’altro la tendenza alla fuga.
Soffrono più gli uomini o le donne?
Il dolore è ugualmente intenso, però vissuto in modo diverso: generalizzando, lei tende a star male in silenzio; lui decide di agire e di darsi da fare. Come l’Otello della famosa tragedia di Shakespeare.
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Tre gruppi
La gelosia patologica può essere inquadrata in tre grandi gruppi distinti in base alle caratteristiche formali delle idee di gelosia. Sono, in ordine di gravità:
- la Gelosia ossessiva in cui le tematiche di gelosia hanno caratteristiche che possono rientrare in quelle che il DSM-IV ha indicato per il Disturbo Ossessivo Compulsivo;
- la Sindrome di Mairet in cui le tematiche di gelosia hanno le caratteristiche formali delle idee prevalenti;
- la Gelosia delirante o Disturbo delirante di tipo geloso, detta anche «Sindrome di Otello».
La gelosia ossessiva
Nella gelosia ossessiva le immagini e le idee di infedeltà sono incoercibili e fortissimo nel paziente è radicato il dubbio sulla infedeltà del proprio partner, un dubbio lacerante che non si riesce a mettere a tacere con alcun ragionamento razionale. Chi ne soffre è continuamente alla ricerca di segnali che possano lenirlo, confermarlo o smentirlo. Il paziente si trasforma spesso in un detective a tempo pieno e passa moltissimo tempo nelle attività di ricerca della presunta infedeltà del partner; nei casi più gravi questa ossessiva ricerca costringe il soggetto addirittura a lasciare il proprio lavoro, per potersi dedicare alla attività “investigativa”. La spasmodica ricerca di informazioni, ai tempi di internet, trova naturale sfogo nei social network: il geloso ossessivo scandaglia ogni piccola componente del “profilo” del proprio partner, dando spesso significati eccessivi a particolarità apparentemente insignificanti della “bacheca” del presunto traditore. A volte basta un semplice “ciao” di uno/a sconosciuto/a per scatenare dubbi profondi e discussioni interminabili col partner. I gelosi ossessivi riconoscono l’infondatezza dei loro sospetti, arrivano anche a vergognarsene, ma sono, loro malgrado, trascinati e sommersi dalla tormentosità del dubbio. Così c’è chi sottopone tutti i giorni la moglie a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento o la corrispondenza del partner e chi magari anche la biancheria intima alla ricerca di attività sessuali illecite. Queste persone riescono a rendersi conto delle loro esagerazioni, ma «non ce la fanno» a cambiare condotta, né a scacciare dalla propria mente certi pensieri pur sentiti come assurdi. I sentimenti di gelosia vengono vissuti permeati da un incoercibile dubbio. Sono tendenzialmente criticati ed il paziente vive con pena il fatto di provarli e ancora di più di «dover» accondiscendere alle conseguenti condotte comportamentali, fino a momenti di possibile grave egodistonia. Talvolta quello che stupisce è come il partner di questi pazienti accetti – anche per anni – tutto questo, suggerendo come nella scelta del partner e nello sviluppo di una tale sintomatologia (almeno quando questa si mantenga per anni) non si deve più parlare di un singolo malato, ma di una coppia in cui entrambi abbiano un qualche grado di patologia della mente.
La Sindrome di Mairet
Nella Sindrome di Mairet il soggetto vive in un clima perennemente pervaso di vissuti di gelosia non solo di tipo amorosa. La condizione è indicata anche come «Iperestesia Gelosa» e delinea un quadro clinico di confine tra normalità e patologia in cui le idee di gelosia sono quantitativamente floride e tendono ad occupare tutto il campo esperenziale del paziente. Sono anche notevolmente persistenti tanto che spesso costituiscono un vero e proprio doloroso stile di vita. Diventano cioè compagne insostituibili di ogni relazione umana significativa (massimamente se sentimentale). Le tematiche di gelosia assumono in questa condizione la struttura formale di «idee prevalenti», hanno cioè una forte componente affettiva e mantengono un costante confronto con la realtà, pur occupando in modo stabile ed esclusivo il campo coscienziale del paziente. Inoltre spingono fortemente a comportamenti non infrequentemente sentiti, dal contesto socio-culturale, come abnormi e patologici. Nella Sindrome di Mairet la gelosia copre insomma tutte le attività umane, non solo il rapporto con il proprio partner, spingendo il soggetto a comportamenti patologici.
Leggi anche: Sei vittima di un narcisista? Forse sei una donna dipendente
La Sindrome di Otello
Nella Sindrome di Otello (o Gelosia Delirante o Delirio di Gelosia) il soggetto non ha alcun dubbio: è pienamente convinto dell’infedeltà del partner e ricerca e trova “conferme” del tradimento ovunque. Tenta in ogni modo di strappare la confessione al partner e attua rimedi contro la sua supposta infedeltà restringendone l’autonomia o assoldando investigatori. Il comportamento del paziente pertanto non è teso alla scoperta di qualcosa, che si pensa già di sapere, ma piuttosto a far ammettere all’altro la colpa. Da qui una continua richiesta di confessioni assillanti, portate avanti talvolta in modo reiteratamente subdolo, altre volte con l’arma del ricatto, talvolta infine ricorrendo alla coercizione e alla violenza fisica. L’ammissione del tradimento viene presentata, dal soggetto al proprio partner, sempre come «la medicina» che porrà fine ai tormenti e ai dubbi che ne conseguono. Talvolta il partner accusato, nella speranza di porre fine ad una situazione insostenibile, ammette un magari inesistente tradimento. Lungi dal placarsi il delirante, che ha finalmente avuto la conferma delle sue certezze, intensifica la sua aggressività e tenta di far ammettere ulteriori infedeltà. Questo tipo di gelosia può giungere ad atti violenti nei confronti del partner o del presunto amante e spesso è una complicanza dell’alcolismo cronico.
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Come faccio a capire se sono affetto da gelosia patologica?
Chi ha il dubbio di essere un geloso patologico (o che ha il dubbio che ne sia affetto un proprio caro), può parlarne con il proprio medico di famiglia che saprà indirizzare il soggetto ad uno specialista. In molti casi, bisogna dirlo, è però molto difficile – anche per un medico esperto – tracciare confini netti tra chi è patologico e chi non lo è. Certo è che quando notiamo che la nostra gelosia ci impedisce di vivere serenamente la nostra vita sociale, forse è il caso di non far finta di nulla e chiedere aiuto, patologia o no. Per una diagnosi precisa vanno considerate qualità, quantità e durata dei comportamenti.
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Come si cura la gelosia patologica?
Come abbiamo potuto vedere la gelosia patologica, nelle sue diverse forme, si riconosce dagli atteggiamenti ossessivi che assume il soggetto affetto, atteggiamenti che non lasciano spazio ad altro. Il diretto interessato può intuire di avere un comportamento sbagliato, anche se spesso non riesce a rendersene conto ma con un po’ di aiuto da parte di amici e familiari potrebbe forse prendere coscienza delle proprie azioni irrazionali. Rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta può essere utile ma nei casi più gravi può essere necessario l’uso di vari tipi di farmaci, in particolare ansiolitici ed antipsicotici (o neurolettici o tranquillanti maggiori). Quest’ultimi bloccano i recettori della dopamina, legata all’attività di eccitazione e alla gelosia “patologica”. L’azione dei neurolettici è immediata, si prendono per bocca, due o tre volte al giorno. L’iniezione è scelta quando si desidera un effetto rapido per calmare le manifestazioni di gelosia ossessiva e di gelosia delirante. Sono farmaci molto potenti che vanno presi necessariamente sotto controllo di un medico esperto in questo tipo di patologia.
Se credi di provare una gelosia eccessiva, che ti impedisce di vivere serenamente la tua vita e ti crea problemi con il tuo o la tua partner, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a gestirla ed a superare tutte le tue paure.
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Scoperta l’area cerebrale alla base della gelosia patologica
La gelosia delirante a cui sono associati comportamenti aggressivi come lo stalking, il suicidio o l’omicidio sarebbe legata allo squilibrio di una specifica area del cervello. E’ questo il risultato di uno studio condotto da un team di ricercatori del Dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’università di Pisa, pubblicato sulla rivista ‘Cns – Spectrums’ della Cambridge University Press.
Secondo gli autori dell’articolo – Donatella Marazziti, Michele Poletti, Liliana Dell’Osso, Stefano Baroni e Ubaldo Bonuccelli – le radici neuronali della cosiddetta ‘sindrome di Otello‘ si troverebbero nella corteccia frontale ventro-mediale, un’area del cervello che sovrintende complessi processi cognitivi e affettivi.
Continua la lettura su https://www.lastampa.it/cultura/2013/01/14/news/sindrome-di-otello-ecco-dove-si-annida-1.36128468/
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Cosa sente chi è in coma?
Tra il coma e la morte cerebrale si estende una zona d’ombra dove la medicina va a tentoni. Un paziente che ha aperto gli occhi, respira, sembra sveglio, ma non risponde agli stimoli, è cosciente oppure no? Può sentire quello che gli viene detto? Comprende ciò che gli succede intorno o è solo un’illusione indotta dal battito delle ciglia? Sono interrogativi angoscianti che possono affliggere parenti e amici, per anni, ponendo talvolta di fronte a scelte estreme. Ora, una nuova ricerca accende un faro nella nebbia che avvolge gli stati vegetativi più difficili, nei casi in cui mancano le reazioni motorie, come stringere una mano, girare gli occhi, alzare un piede, in segno d’interazione.
La tecnica
La tecnica, sperimentata dal gruppo guidato da Marcello Massimini, del Dipartimento di Scienze Cliniche Luigi Sacco dell’università degli Studi di Milano assieme ai colleghi del Coma Science Group dell’Université de Liège, in Belgio, ha permesso ai ricercatori di distinguere su 17 pazienti con gravi lesioni cerebrali, chi aveva recuperato un livello minimo di coscienza, pur non riuscendo a comunicare con il mondo circostante. “Paradossalmente, la coscienza è uno stato cerebrale che non dipende tanto dal dialogo verso l’esterno, quanto più dal dialogo interno, tra i neuroni della corteccia”, spiega Massimini: “Si può essere coscienti, anche se all’apparenza si direbbe il contrario. Succede, per esempio, durante la fase REM, quando si sogna. Ecco perché abbiamo deciso di sondare la comunicazione interna”.
Il coscienziometro
È una delle primissime applicazioni cliniche del cosiddetto coscienziometro di cui vi avevamo parlato, una macchina che combina la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalogramma, consentendo di misurare in maniera non invasiva le interazioni tra i neuroni, presupposto della coscienza, secondo la teoria dell’informazione integrata. “In una persona sveglia, lo stimolo di un’area cerebrale, non importa quale, si propaga in un tempo brevissimo ad altre aree neuronali. È evidente: in pochi millisecondi tutta la corteccia si accende”, chiarisce Massimini: “Al contrario, quando si ripete l’esperimento in un soggetto non cosciente, per esempio sotto anestesia o durante il sonno non Rem, l’impulso magnetico genera solo una risposta nell’area stimolata: il cervello sembra disconnesso. Come se fosse fatto di isole separate tra loro, senza ponti di connessione”.
“Svegli” ma con are corticali non connesse
Ecco quindi che il metodo, dopo anni di analisi in condizioni reversibili e controllabili, è stato applicato a pazienti usciti dal coma e rimasti intrappolati in quel limbo in cui la diagnosi è un terno al lotto. L’errore diagnostico è stimato intorno al 40 per cento dei casi. I risultati, descritti sulla rivista Brain, indicano chiaramente che “i pazienti in stato vegetativo mostrano l’assenza di comunicazione tra le aree corticali, nonostante appaiano svegli. Al contrario, nei pazienti con un minimo livello di coscienza, questa comunicazione c’è”, continua lo scienziato.
Gli studi continuano
È un passo importante. Ma è solo il primo. “Ora gli studi proseguiranno su larga scala, coinvolgendo tre strutture come l’Ospedale Niguarda di Milano, che riceve pazienti in coma, in fase acuta, la clinica Don Gnocchi, per la lungodegenza di pazienti in stato vegetativo, e il Centro europeo per il coma di Liegi”, racconta Massimini. La speranza degli scienziati non è, meramente, poter distinguere i casi in cui sussiste coscienza da quelli in cui la coscienza non è riemersa. Sarebbe un traguardo affascinante, emotivamente forte, ma tutto sommato fine a se stesso. La vera sfida infatti è un’altra: “Vogliamo capire i meccanismi cerebrali che scattano nel recupero della coscienza, cosa innesca la connessione tra i neuroni e cosa, invece, la stacca. Perché così potremmo forse stimolare gli stessi meccanismi e promuovere il recupero cognitivo”. Il risveglio dal baratro dello stato vegetativo: è questo il sogno, lontano, forse irraggiungibile, che s’insegue. Il coscienziometro potrebbe essere la chiave.
Fonte: http://daily.wired.it/news/scienza/2012/01/11/coscienza-coma-stato-vegetativo-09809.html
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Sei disoccupato? Rischi la “sindrome da lavoro precario”: cause, sintomi e cure

Con “sindrome da lavoro precario” in medicina e psicologia si indica un insieme di sintomi psicologici e fisici che colpiscono le persone che non hanno una situazione professionale stabile. Il paziente “tipo” può essere un neulaureato che non riesce a trovare una occupazione oppure una Continua a leggere
La tua vita è difficile? Ti spiego tutti i segreti per ritrovare la fiducia in te stesso ed aumentare la tua autostima
Esiste un momento nella vita di una persona in cui la fiducia nelle proprie capacità viene messa duramente alla prova. Può trattarsi di un esame difficile all’università, come anche di un nuovo capo (da tutti considerato psicopatico) che vi da da fare un lavoro complesso da gestire, ma le situazioni che sfidano le nostre vite sono infinite. E le sfide, si sa, si possono vincere ma si possono anche perdere. In quest’ultimo caso ognuno di noi può reagire in maniera diversa: c’è chi nella sconfitta trova le motivazioni e la grinta giusta per rialzarsi subito, c’è chi non ne fa un dramma e ci riprova con calma. Purtroppo non tutti reagiscono bene, soprattutto se l’evento scatenante è sentito come particolarmente intenso e se magari già prima l’autostima non era certo ai massimi livelli. Immaginate una ragazza che non ha mai avuto particolare successo con l’altro sesso, poi trova un ragazzo e dopo poco tempo viene lasciata: una già scarsa autostima viene ancor più minata dall’evento e si rischia di cadere in un baratro a “feedback positivo”, ovvero minore fiducia in se stessi porta ad affrontare i problemi in maniera meno efficiente col risultato di non riuscire a risolverli e ritrovarsi ad avere ancora meno fiducia in se stessi, finendo in un circolo vizioso micidiale.
Come uscire dal circolo vizioso?
Scovare qualità, abbinare obiettivi, valutare le strategie per aggirare gli ostacoli: la lista… Ecco come fare.
1) Cominciamo con un piccolo compito che potete svolgere già a partire da adesso. Su un foglio di carta iniziate a stilare un elenco che contenga almeno dieci qualità che ritenete di possedere, onestamente ma senza modestia. Se proprio non vi vengono in mente tutte e dieci, provate a chiedere agli amici e ai parenti (i più onesti che conoscete!). Se non avete dieci qualità, ma ne avete “solo” sette, o cinque, o una soltanto, non importa: scrivetele ugualmente.
2) Per ognuna delle qualità, aggiungete accanto un possibile obiettivo che vorreste raggiungere. Se ad esempio avete scritto di essere persone determinate, un probabile traguardo da prefissarsi potrebbe essere quello di portare a termine un lavoro che vi è stato assegnato nonostante i numerosi impegni. A questo punto accadrà un fatto: vi verranno in mente tantissimi dubbi e molte perplessità circa le possibilità di riuscita del vostro progetto. Niente paura, mettete per iscritto anche le incertezze e le esitazioni.
3) Non resta che affrontare razionalmente le esitazioni che sono via via emerse. Cercate soluzioni reali agli ostacoli che impediscono al vostro obiettivo di concretizzarsi, tenendo sempre presente che a guidarvi non deve essere l’emotività, bensì la logica, il ragionamento rigoroso e sensato, la ragionevolezza e la lucidità. Chiedetevi se la colpa degli insuccessi è vostra o degli altri e rispondete sempre con sincerità. Quando avrete terminato, non dovrete fare altro che prendere solennemente un impegno con voi stessi affinché possiate con fermezza, tenere fede alle promesse fatte.
4) Tenete la lista che avete preparato sempre a portata di mano e di tanto in tanto rileggetela: vi accorgerete che quelle qualità che possedete sono sempre lì e nessuno ve le potrà mai togliere. Questo piccolo esercizio vi farà ricordare che anche gli altri credono in voi perché riescono a vedere dei lati positivi spesso invisibili ai vostri occhi.
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Non pensare di esserlo: CONVINCITI di esserlo!
Ancorare degli obiettivi da raggiungere (compilando una lista, come ho scritto precedentemente), senza sfidare le nostre forze e i nostri limiti, senza porci obbiettivi irraggiungibili, è un ottimo metodo per affrontare la vita. I risultati, sicuramente non tarderanno ad arrivare, e con essi la crescita della nostra autostima. Una volta raggiunti gli obiettivi raggiungibili, passiamo a quelli apparentemente “irraggiungibili”, vi stupirete di quello che siete capaci di fare, se solo riuscite a convincervi di essere in grado di farlo!
Chi siamo? Quali vestiti siamo?
1) Il primo passo importante da fare, è prendere coscienza della nostra personalità, e imparare ad accettarci per quello che siamo, conoscere i pregi dei nostri difetti. Il nostro essere, si distingue da ogni altro, ed è proprio questo valorizza l’essere umano, avere idee diverse, non significa avere idee sbagliate. Quando ci troviamo di fronte ad un discorso, non ci limitiamo ad annuire, ma esponiamo i nostri pensieri anche se sono differenti, senza però né offendere né essere scortese. Proviamo ad utilizzare questa tecnica, con le persone più vicine a noi, come parenti o familiari, poi anche con gli amici e infine al lavoro.
2) Curiamo il nostro look, in base alle nostre esigenze e ai nostri gusti, non copiando le persone che ci affiancano tutti i giorni ma cercando sempre il capo di abbigliamento con cui siamo a nostro agio e che rappresenta il nostro carattere. Non dimentichiamoci di curare la biancheria intima, e non parlo solo di quelle sere in cui prevediamo incontri galanti col nostro partner! Sul lavoro, a scuola, con gli amici, al parco a portare il cane: essere a posto “sotto” e non solo “sopra” vi farà sentire più a vostro agio e più fiduciosi nelle vostre capacità. Ciò vale anche per l’igiene intima.
Voce in capitolo e sassolini nelle scarpe
1) In casa, facciamo valere anche i nostri bisogni, anche nelle scelte più scontate, come quella di quale programma guardare in televisione: non ci facciamo “mettere sempre sotto” ma facciamo presente, in maniera educata e cortese, che anche noi abbiamo “voce in capitolo”.
2) Un altro passo importante, è “toglierci il sassolino dalla scarpa” Cosa vuol dire? Affrontare situazioni scomode, che ci mettono a disagio e che ci alterano l’umore durante la giornata. Mai rimandare inconvenienti, prolungherebbero la nostra ansia Un toccasana, per ritrovare la fiducia in se stessi, è assimilare un pizzico di ironia, saper prendersi gioco di se stessi, sdrammatizzare, ridere e pensare che a tutto c’è un rimedio
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Repetita iuvant, ovvero: ripetitelo tante volte
Ottimo metodo per rafforzare la propria autostima è ripetersi più volte, durante il giorno, che abbiamo le potenzialità giuste per affrontare qualsiasi sfida. Ripeterlo mentalmente se siamo in pubblico, a voce alta se siamo soli e magari di fronte allo specchio: “io non valgo meno degli altri, casomai il contrario!”
Quando mi guardo allo specchio
1) Innanzitutto, se il problema è il vostro aspetto fisico, vi confido un segreto: non lo è! O meglio, non dovrebbe esserlo: smettete di guardarvi allo specchio in continuazione cercando ogni minimo difetto o inestetismo. Il mondo è pieno di persone: belle, brutte, splendide, orribili. Siamo tutti uguali, pur con le nostre diversità. Ciascuno di noi possiede qualcosa di bello e di meno bello. Il mio consiglio è di evitare di focalizzarvi sugli aspetti negativi, privilegiando sempre più quelli che sono i vostri pregi. Un esercizio quotidiano molto semplice consiste nel guardarvi ogni mattina allo specchio, per dieci minuti, allenandovi ad osservare solo quello che vi piace di voi, e cercando di apprezzare sempre più anche quelli che prima consideravate dei difetti. Ricordate sempre che “la vera bellezza è negli occhi di chi guarda”! Se poi il vostro difetto estetico è per voi estremamente insopportabile, ricordate che la medicina e chirurgia estetica può sempre darvi una mano!
2) Quando vi fanno un complimento, evitate di pensare a quale sia il motivo per cui l’avete ricevuto: prendete e portate a casa! Provate una volta tanto a credere che, se vi viene offerto un complimento, è solo perché davvero ve lo meritate. Al contempo, se qualcuno vi insulta, lasciate correre: molto spesso è tutta invidia, poco ma sicuro, e la brutta figura l’ha fatta l’altro perchè è stato cafone! Ripetete questi semplici passi ogni mattino, ogni pomeriggio, ogni sera come un mantra, fateli diventare parte della vostra vita: forse non guadagnerete la stima di voi stessi da un momento all’altro, ma di sicuro potete provare a costruirla giorno per giorno, imparando a guardare il bicchiere mezzo pieno e chiudendo un occhio ogni volta che ne verserete un goccio! Sapete come dico io? Il bicchiere non solo è mezzo pieno, ma quello che manca me lo sono appena bevuto io!
Siamo solo umani, perdoniamoci ma assumendo la nostra responsabilità
1) Spesso siamo portati a perdonare più facilmente gli errori degli altri rispetto ai nostri: niente di più sbagliato! Siamo tutti esseri umani, ed in quanto tali siamo portati a sbagliare di continuo, fa parte del naturale cammino della vita: si sbaglia, quindi si impara. Quando commettiamo un errore, evitiamo dunque di arrabbiarci con noi stessi, ma cerchiamo piuttosto di capire dove abbiamo sbagliato e perché. Teniamo a freno la rabbia e contiamo fino a dieci. Non abbiamo paura di chiederci scusa. Sono semplici piccolezze, ma possono fare la differenza se ripetute nel tempo: lo scopo è quello di “abituarci” ad apprezzare noi stessi.
2) Il punto 1 però non deve portarvi all’estremo opposto: deresponsabilizzarvi! Una volta che avete preso atto dei vostri fallimenti, abbiate il coraggio di assumervene le responsabilità. Dare la colpa alla sorte di un traguardo non raggiunto forse attenuerà qualche senso di colpa, ma vi collocherà automaticamente in una dimensione di impotenza. La responsabilità di un evento -anche negativo- vi permette invece di considerare l’errore come vostro, spingendovi a non ripetere lo stesso comportamento in futuro. Nessuno è infallibile, e se imparerete a guardarvi intorno potrete vedere come le persone che stimate di più siano tutte accomunate dalla capacità di agire, sbagliare e metabolizzare i propri sbagli. La strada per il successo è disseminata di errori.
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Il futuro non è scritto nel marmo, neanche la nostra autostima
Cercate di accantonare fin da subito l’idea che il vostro livello di autostima non possa cambiare, che sia scolpito nel marmo del vostro patrimonio genetico o nel destino. Non è così. “Autostima” è il nome che diamo all’immagine mentale che abbiamo di noi stessi, e in quanto tale è un’opinione destinata a mutare nel tempo a seconda di varie circostanze. Spesso influiscono su questa immagine circostanze esterne quali i fallimenti passati, le critiche, l’affetto di chi ci sta attorno. Altrettanto spesso, però, questa immagine non ha un reale aggancio con avvenimenti o motivazioni oggettive, che possono essere mal lette dall’interessato, o addirittura non essere reali. Per prima cosa, quindi, chiedetevi quanto di vero ci sia in quello che pensate di voi stessi. Potreste scoprire di essere troppo severi o impietosi nel giudicarvi.
Anche una maratona inizia con un passo
Quando mi sono iscritto a medicina la prima reazione di fronte alla mole di esami, frequenze obbligatorie ed esercitazioni è stata drammatica. Medicina è la facoltà più lunga in assoluto e quando sei al primo semestre del primo anno ti senti spaventato dai sei anni che ti aspettano, dagli infiniti esami che dovrai sostenere, dai libri da 2000 pagine che dovrai imparare a memoria. Il consiglio che proprio oggi ho dato ad alcuni studenti del primo anno che ho incontrato per caso all’Umberto I è stato: affrontate un esame per volta senza pensare agli altri! E quando avrete di fronte un libro da migliaia di pagine, non fatevi bloccare dalla paura: cominciate a studiare il primo capitolo, domani penserete al secondo, dopodomani al terzo e magari in un mese lo avrete comodamente finito! Tutto questo per dirvi che se la vita vi presenta tre o più problemi alla volta, se è possibile non cercate di risolverli tutti nello stesso momento: cercate di capire quale problema ha la priorità sugli altri e cercate di risolvere quello, poi penserete agli altri!
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Un problema tira l’altro
Spesso poi vari problemi sono uno la conseguenza degli altri e risolvere il primo crea le condizioni perché si risolvano gli altri. Un mio amico si ritrova a 30 anni fuoricorso con l’università, convive con i genitori e ci litiga spesso, non riesce a trovare una ragazza, ha problemi di erezione e di salute. I problemi sono irrisolvibili? Forse si, se vengono affrontati tutti insieme. Ma se invece il mio amico (generalizzando) spendesse tutte le sue forze nell’obiettivo di laurearsi forse riuscirebbe a trovarsi un lavoro, col lavoro potrebbe pagarsi un mutuo e lasciare la casa dei propri genitori, smetterebbe di litigarci, non apparendo “mammone” potrebbe avere più successo con le donne. Avendo casa propria non avrebbe problemi ad avere un rapporto sessuale “tranquillo e privato” come invece non accadeva quando viveva coi propri genitori quindi forse i problemi di erezione sparirebbero! E’ una generalizzazione ma è per farvi capire che bisogna sempre scegliere il problema chiave altrimenti il rischio di disperdere le forze tra vari problemi e non risolverne nessuno è alto.
Se credi di avere un problema di bassa autostima e non riesci a gestire da solo o da sola questa situazione, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere il tuo problema.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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