Disturbo di personalità multipla: sintomi, terapie e film in cui è presente

MEDICINA ONLINE DISTURBO DI PERSONALITA MULTIPLA MULTIPLE DISSOCIATIVO IDENTITA DISORDINE PSICHIATRIA CARATTERE SPLIT FILM ENEMY FIGHT CLUB CINEMA TWO FACE FACCIA PAZZIA MAD PSICOLOGIA NARCISO IPOCRITA IPOCRISIA FALSO BUGIA.jpgIl Disturbo dissociativo dell’identità (DDI o DID) anche chiamato “Disturbo di personalità multipla”, è una patologia psichiatrica definita nel 1994 da una serie di criteri diagnostici e fa parte del gruppo dei “disordini dissociativi“. La diagnosi di DID richiede almeno due personalità che prendano il controllo del comportamento  dell’individuo con una perdita di memoria, andando oltre la solita dimenticanza; inoltre i sintomi possono essere l’effetto temporaneo dell’abuso di sostanze o di una condizione medica generalizzata. Il DID è meno comune rispetto ad altri disturbi dissociativi, che si verificano in circa l’1% dei casi ed è spesso in comorbilità con altri disturbi. Durante il XIX secolo in alcuni casi l’epilessia veniva erroneamente considerata un fattore di rischio per la nascita del DID.

I disordini dissociativi sono un gruppo di patologie psichiatriche accomunate dalla “dissociazione” cioè l’interruzione o discontinuità tra processi psichici e fisici solitamente integrati nell’individuo. In particolare, quando un’esperienza viene “dissociata”, non entra a far parte dell’usuale senso di sé dell’individuo, creando una discontinuità nella consapevolezza cosciente.

Sintomi del Disturbo di personalità multipla

Secondo il DSM, il DID implica “la presenza di due o più identità o stati di personalità separate che a loro volta prendono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da un’incapacità di evocare i ricordi personali”. In ogni individuo affetto da DID i sintomi variano e il comportamento può essere spesso inadeguato in situazioni particolari. I pazienti possono avvertire sintomi che sarebbero simili ad epilessia, ansia, disturbi dell’umore, disturbo post traumatico da stress e disturbi alimentari. I sintomi come l’amnesia dissociativa, la depersonalizzazione e la fuga dissociativa sono correlati alla diagnosi del DID e non vengono mai diagnosticati separatamente. Gli individui possono essere spaventati dai sintomi del DID (pensieri intrusivi o emozioni) e dalle loro conseguenze. La maggior parte dei pazienti affetti da DID aveva subito abusi sessuali o fisici, ma la natura dei rapporti tra il DID e questo genere di traumi rimane controversa. Queste identità dissociative, dette anche alters, cioè “altri”, possono avere un impatto sulla conoscenza e la memoria del paziente, che può avere conseguenze drammatiche nella vita di quest’ultimo. I pazienti vittime di abusi non vogliono parlare di questi sintomi perché hanno un legame con il trauma subito, la vergogna e la paura.

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Caratteristiche del Disturbo di personalità multipla

La caratteristica principale di questa condizione psicopatologica è l’interruzione dell’identità, caratterizzata dalla presenza nella persona di due o più stati di personalità distinti, ognuno con proprie modalità relativamente stabili di percepire, relazionarsi e considerare l’ambiente e il Sé (DSM 5, APA 2013). Tali stati di personalità possono essere connotati da caratteristiche molto diverse, come il nome, l’età, il sesso, il tono di voce, la gestualità, il temperamento, la calligrafia, abilità diverse e memorie autobiografiche diverse. I diversi stati del sé dissociati vengono manifestati alternativamente a seconda degli stimoli provenienti dall’ambiente. Benché la caratteristica principale del DID sia la presenza di due o più stati di personalità distinti, solo un numero limitato di pazienti manifesta esplicitamente diversi stati del sé. Quando le identità alternative non sono visibili, la dissociazione dell’identità può presentarsi con una discontinuità del senso di sé (DSM 5, APA 2013). Ad esempio i soggetti affetti da DID possono sentirsi depersonalizzati, osservando “dal di fuori” il loro linguaggio e/o le loro azioni (spesso con la sensazione di non avere il potere di fermarsi o controllarle), o derealizzati, relazionandosi a persone care o con l’ambiente come se fossero sconosciuti, strani, non reali. Talvolta possono riportare di sentire i loro corpi “diversi”, come il corpo di un bambino o di una persona del sesso opposto. Inoltre, attitudini e preferenze personali possono improvvisamente modificarsi e poi ritornare quelle precedenti.
La seconda caratteristica cardine del disturbo è rappresentata dalle amnesie (perdite di memoria), di portata eccessiva per poter essere spiegate come normali dimenticanze (DSM 5, APA 2013). I pazienti affetti dal DID mostrano tipicamente difficoltà nel ricordare eventi del passato (interi periodi di vita nell’infanzia oppure eventi specifici, come quelli traumatici), ma anche del presente (azioni quotidiane e informazioni personali). Ad esempio, dopo un episodio di amnesia, questi soggetti possono ritrovarsi in posti diversi da quelli ricordati per ultimi e non sapere come vi siano arrivati e il motivo per cui vi si trovano; possono scoprire oggetti o appunti scritti che non riconoscono e non riescono a giustificare; possono non ricordare di aver fatto alcune cose e non sapere come motivare alcuni cambiamenti nel proprio comportamento.

Il paziente sa di avere la patologia?

Il soggetto affetto da DID può essere o non essere consapevole delle diverse identità. Talvolta può riferire di udire “conversazioni interiori” tra gli stati di personalità o voci delle altre identità che si rivolgono a lui o ne commentano il comportamento. In generale, l’interscambio tra gli stati del sé e la (relativa) mancanza di consapevolezza del comportamento delle altre identità rende caotica e confusa la vita delle persone che soffrono di questo disturbo, conducendo ad un disagio significativo. Inoltre, nei soggetti affetti da DID sono comuni atti autolesivi, tentativi di suicidio, abuso di sostanze e flashback degli eventi traumatici. Al distubro si accompagnano spesso altri problemi psicopatologici, come depressione, ansia (attacchi di panico), sintomi somatoformi, disturbi alimentari, disturbi del sonno e disfunzioni sessuali (DSM 5, APA 2013).

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Cause del Disturbo di personalità multipla

Le cause di DID non sono ancora del tutto certe, tuttavia appare chiaro ai ricercatori che sia legato all’interazione del paziente con stress intensi, traumi antecedenti, storie di nutrizioni inadeguata durante l’infanzia e un’innata capacità di dissociare i ricordi o esperienze vissute. Un’alta percentuale di pazienti affetti da DID segnalano di aver subìto abusi di varia natura durante l’infanzia, soprattutto quelli che ne sono stati vittime durante la prima e la seconda infanzia. Tali esperienze traumatiche possono riguardare abusi fisici, sessuali ed emotivi, esperienze di maltrattamenti e abbandono. Quando i bambini vivono esperienze così estreme, non sono costituzionalmente in grado di sostenerle. Non hanno le capacità di coping e cognitive dall’adulto di comprendere la situazione, valutare ciò che sta loro capitando e ciò che possono fare. Si trovano a sperimentare emozioni di estremo terrore, solitudine, dolore, abbandono e impotenza. Ecco che allora la dissociazione diviene per questi bambini un modo per ignorare, ottundere, dimenticare il fatto drammatico: essa permette di compartimentare l’angoscia lontano da loro stessi, portandoli a credere di non stare sperimentando l’abuso, che sta invece capitando “a qualcun altro”. Così, mentre il corpo subisce l’abuso, un bambino può fluttuare fino al soffitto e guardare ciò che sta capitando a “un’altra persona” (cioè ad una parte dissociata del sé, ad un’altra identità). Allo scopo di sopravvivere in una condizione fortemente ostile, il bambino può creare sé alternativi con funzioni, personalità, caratteristiche e ruoli diversi.

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Esempi di personalità

Esempi di personalità che tipicamente coesistono nel paziente con DID:

  • personalità indifesa: può ospitare i pensieri e le emozioni di impotenza;
  • personalità creativa: ospita gli aspetti fantasiosi;
  • personalità aggressiva: ospita le reazioni di risposta alle situazioni fastidiose, cioè le reazioni di rabbia;
  • personalità adattata: ospita gli aspetti di adattamento alla realtà.

In ognuna personalità, il paziente ha generalmente un tipo particolare di forma di linguaggio specifica e/o movenze fisiche specifiche. Ad esempio nella personalità indifesa il paziente può parlare lentamente e con linguaggio infantile e tenere la testa bassa, invece nella personalità aggressiva può parlare a voce alta, usare turpiloquio e sfidare con lo sguardo l’interlocutore. Il passaggio tra le varie personalità avviene in tempi variabili, più spesso in modo repentino, in modo spontaneo o determinato da un evento o una situazione particolare, ad esempio uno stress improvviso o la vista di una persona amata/odiata dal paziente.

Mitigare i traumi

La dissociazione e l’incapsulamento delle esperienze traumatiche (ricordi, affetti, sensazioni, comportamenti intollerabili) in stati comportamentali personificati (cioè rudimentali identità alternative) ha l’effetto di mitigare l’effetto dei traumi sullo sviluppo infantile. Tali processi possono servire a proteggere le relazioni con le figure di accudimento (anche quando queste sono state abusive o inadeguate) e permettere la maturazione in altre aree di sviluppo (ad esempio quella intellettuale, sociale e artistica). Col tempo, tali stati rudimentali del sé vanno incontro ad un processo di strutturazione secondaria, dando vita alle identità alternative tipiche del disturbo. La dissociazione consente quindi alla persona di canalizzare il dolore entro percorsi che la aiutano nella sopravvivenza, tanto che alcuni autori l’hanno definita un fattore di resilienza evolutiva. I “compagni” che il soggetto che soffre di DID ha sviluppato nel suo percorso l’hanno aiutato a sopravvivere in una situazione drammatica ed ostile. Tuttavia, gli stessi meccanismi attivati dalla mente a scopo difensivo per fronteggiare momenti estremamente dolorosi e travolgenti, divengono successivamente dannosi e patologici per la persona stessa. Il DID, dunque, non si sviluppa da una mente matura e unificata che “si frantuma”, ma è il risultato del fallimento di una normale integrazione dello sviluppo.

Terapia del Disturbo di personalità multipla

La maggior parte delle malattie mentali sono curabili, almeno parzialmente, ed il disturbo dissociativo non fa eccezione. Nei casi in cui non si giunge ad una completa guarigione – che corrisponderebbe ad una integrazione tra le diverse identità del soggetto in un’unica identità – il disturbo può comunque essere gestito efficacemente, anche se è vero che generalmente, per raggiungere tale obiettivo, possono essere necessari anche molti anni, e ciò comporta un intenso impegno da parte del paziente, dei suoi famigliari e del personale sanitario. E’ comunque del tutto possibile per qualcuno che soffre di DID possa condurre una vita normale e soddisfacente. Il trattamento deve essere condotto da professionisti della salute mentale, come psicoterapeuti e psichiatri, evitando il “fai da te”. I metodi di trattamento includono la psicoterapia a cui si può integrare l’utilizzo di farmaci che agiscono sulla sintomatologia correlata al disturbo (ad esempio sulla depressione o l’ansia, come alcuni farmaci antidepressivi).

Nella cultura di massa

Il DID è stato spesso tematica centrale di numerose opere, tra cui i seguenti film in cui viene usato in modo più o meno fantasioso (ATTENZIONE SPOILER!):

  • Fight Club, di David Fincher (1999);
  • Psyco, di Alfred Hitchcock (1960);
  • Identità, di James Mangold (2003);
  • Doppia personalità, di Brian De Palma (1992);
  • Secret Window, di David Koepp (2004);
  • Nascosto nel buio, di John Polson (2005);
  • Enemy, di Denis Villeneuve (2013);
  • Number 23, di Joel Schumacher (2007);
  • Shelter – Identità paranormali, di Måns Mårlind e Björn Stein (2010);
  • The Ward – Il reparto, di John Carpenter (2010);
  • L’inquilino del terzo piano, di Roman Polanski (1976);
  • Shutter Island, di Martin Scorsese (2010);
  • Split, regia di M. Night Shyamalan (2016);
  • Schegge di paura, di Gregory Hoblit (1996);
  • K-PAX – Da un altro mondo, di Iain Softley (2001);
  • Strade perdute, di David Lynch (1997).

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra svenimento e sincope

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZANel linguaggio comune dire “mancamento”, “perdita di coscienza”, “svenimento” o “sincope” sono sinonimi, ma ciò non è del tutto corretto.

Perdita di coscienza transitoria

Il “mancamento” indica la perdita momentanea di coscienza o, per essere più precisi, la “transitoria perdita di coscienza” determinata da varie cause diverse. Perdere la coscienza per alcuni secondi è generalmente un fatto non grave, tuttavia può diventare un fatto potenzialmente pericoloso in alcune situazioni: ad esempio se si sta guidando una vettura, si sta svolgendo un lavoro pericoloso o se nella caduta si sbatte la testa (o il femore, se il soggetto è anziano e/o con osteoporosi) con elevato rischio di trauma cerebrale e fratture ossee. Generalmente, in tempi variabili di circa poche decine di secondi, la perdita di cocienza cessa e la persona torna vigile spontaneamente. Il termine “transitoria” è molto importante, dal momento che se la perdita di coscienza non è transitoria, si parla di “coma”. Nella maggioranza dei casi una transitoria perdita di coscienza non è grave e può essere determinata da svariate condizioni e patologie benigne (anche una forte emozione, un calo glicemico o l’alzarsi repentinamente dalla posizione sdraiata possono determinarla), tuttavia – specie se il fenomeno si verifica di frequente – non va sottovalutato perché potrebbe essere il sintomo di una patologia cardiologica o nervosa.

Una perdita di coscienza transitoria può essere di vari tipi:

  • perdita di coscienza transitoria da svenimento o sincope: determinata da diminuito afflusso di sangue al cervello (da ipotensione, bradicardia, vasodilatazione) e caratterizzata da perdita tono posturale (il soggetto cade);
  • perdita di coscienza transitoria da ipoglicemia: determinata da diminuita concentrazione di zuccheri nel sangue (mentre invece il flusso sanguigno al cervello è normale, a differenza della sincope) e caratterizzata da perdita di tono posturale (il soggetto cade);
  • perdita di coscienza transitoria da epilessia: determinata da alcune forme di epilessia. In questo caso il flusso sanguigno cerebrale e la glicemia sono normali (a differenza dalla sincope e dalla perdita di coscienza da ipoglicemia), inoltre non c’è perdita di tono posturale (il soggetto non cade).

Perdita di coscienza transitoria da svenimento o sincope

Lo “svenimento”, che in medicina viene più correttamente chiamato “sincope” (i due termini sono sinonimi) è una condizione caratterizzata dalla improvvisa perdita della coscienza associata all’incapacità di mantenere la posizione eretta, conseguenza di una interruzione totale o parziale temporanea del flusso di sangue al cervello, che si risolve spontaneamente in tempi molto rapidi.  Una delle tipiche cause di svenimento è l’ipotensione arteriosa, cioè quella condizione in cui la pressione del sangue arterioso diminuisce oltre un certo limite, tale per cui il sangue non riesce ad essere spinto in modo adeguato ai tessuti cerebrali, che sono estremamente “avidi” ed “esigenti” in fatto di fabbisogno ematico (il cervello ha necessità di ricevere almeno 50 millilitri di sangue al minuto per ogni 100 grammi del suo tessuto, altrimenti si rischia lo svenimento).

Ricorda: Si parla di ipotensione se la pressione arteriosa sistolica (pressione massima) è minore di 100 mmHg o se la pressione arteriosa diastolica (minima) è minore 60 mmHg. Per approfondire leggi: Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

Le cause di ipotensione che possono portare a svenimento sono molte. Una causa tipica è l’ipotensione ortostatica che si verifica nel passaggio rapido in posizione eretta partendo da sdraiato, fatto questo che diminuisce la pressione arteriosa sistolica di anche 20 mmHg: tale improvvisa diminuzione di spinta ematica, priva il cervello del sangue necessario e può determinare svenimento, specie in soggetti già ipotesi e/o in anziani. Per approfondire leggi anche:

Esistono poi le ipotensioni arteriose neuromediate, un gruppo alquanto eterogeneo di condizioni la cui caratteristica comune è una temporanea iperattività del sistema nervoso autonomo o simpatico che, indipendentemente dalla nostra volontà, regola la pressione arteriosa mediante vasodilatazione e frequenza dei battiti cardiaci. Per effetto di questa iperattività il fisiologico controllo del circolo arterioso viene alterata e si determina bradicardia (rallentamento della frequenza cardiaca) o vasodilatazione (allargamento del diametro dei vasi sanguigni ) o entrambe le cose. La conseguenza di bradicardia e vasodilatazione è una improvvisa diminuzione della pressione arteriosa che porta a minor afflusso di sangue al cervello e svenimento.

Perdita di coscienza transitoria da calo glicemico

Anche un calo glicemico repentino che pure può dar luogo a perdita di coscienza transitoria e caduta, tuttavia non è classificabile come sincope in quanto la perfusione cerebrale (afflusso di sangue al cervello) rimane nella norma. Per approfondire, leggi: Differenza tra calo di zuccheri e calo di pressione: sono la stessa cosa?

Perdita di coscienza transitoria da epilessia

Anche alcune forme di epilessia possono determinare a perdita di coscienza transitoria, tuttavia – a differenza di sincope e calo glicemico, non si hanno alterazioni del flusso sanguigno cerebrale, diminuzione della glicemia e perdita del tono posturale.

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Svenire durante la defecazione, minzione o deglutizione: è possibile?

MEDICINA ONLINE BAGNO CACCA FECI WATER WC TOILETTE INTESTINO COLON STIPSI STITICHEZZA RETTO ANO EMORROIDI DOLORE COPROCULTURA ANALISI SANGUE FECI ANALISI INFEZIONE PESO DIETA DIMAGRIRE LASSATIVO URINA PIPI CISTITE BERE ACQUSi può svenire mentre si va in bagno o mentre si deglutisce? Si, è possibile. Leggete fino in fondo questo articolo e scoprirete come.

Cos’è uno svenimento?

Lo “svenimento”, che in medicina viene più correttamente chiamato “sincope”, è una condizione caratterizzata dalla improvvisa perdita transitoria della coscienza associata all’incapacità di mantenere la posizione eretta, fatti potenzialmente pericolosi se si sta guidando una vettura, si sta svolgendo un lavoro pericoloso o se nella caduta si sbatte la testa (o il femore, se il soggetto è anziano e/o con osteoporosi) con elevato rischio di trauma cerebrale e fratture ossee. Generalmente, in tempi variabili di circa poche decine di secondi, lo svenimento cessa e la persona torna vigile spontaneamente, in caso contrario si parla di coma. Non tutte le perdite di coscienza transitorie sono però sincopi: in alcune forme di epilessia, ad esempio, si perde coscienza ma non si tratta di sincope, perché non si ha diminuzione del flusso ematico cerebrale né perdita del tono posturale. Alcune perdite di coscienza con perdita di tono posturale possono essere inoltre determinate da ipoglicemia, ma in questo caso non si tratta di sincope perché la causa della perdita di coscienza dipende dall’abbassamento della concentrazione degli zuccheri nel sangue, e non dalla diminuzione del flusso cerebrale.

Cause di uno svenimento

La perdita di conoscenza della sincope è la conseguenza di interruzione totale o parziale temporanea del flusso di sangue al cervello, che si risolve spontaneamente in tempi molto rapidi. Per questo motivo, ad esempio, un calo glicemico repentino che pure può dar luogo a perdita di coscienza e caduta, non è classificabile come sincope in quanto la perfusione cerebrale (afflusso di sangue al cervello) rimane nella norma. Per approfondire, leggi: Differenza tra calo di zuccheri e calo di pressione: sono la stessa cosa?

Una delle tipiche cause di svenimento è l’ipotensione arteriosa, cioè quella condizione in cui la pressione del sangue arterioso diminuisce oltre un certo limite, tale per cui il sangue non riesce ad essere spinto in modo adeguato ai tessuti cerebrali, che sono estremamente “avidi” ed “esigenti” in fatto di fabbisogno ematico (il cervello ha necessità di ricevere almeno 50 millilitri di sangue al minuto per ogni 100 grammi del suo tessuto, altrimenti si rischia lo svenimento).

Ricorda: Si parla di ipotensione se la pressione arteriosa sistolica (pressione massima) è minore di 100 mmHg o se la pressione arteriosa diastolica (minima) è minore 60 mmHg. Per approfondire leggi: Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

Cause di ipertensione e sincope

Le cause di ipotensione che possono portare a svenimento sono molte. Una causa tipica è l’ipotensione ortostatica che si verifica nel passaggio rapido in posizione eretta partendo da sdraiato, fatto questo che diminuisce la pressione arteriosa sistolica di anche 20 mmHg: tale improvvisa diminuzione di spinta ematica, priva il cervello del sangue necessario e può determinare svenimento, specie in soggetti già ipotesi e/o in anziani. Per approfondire leggi anche:

Esistono poi le ipotensioni arteriose neuromediate, un gruppo alquanto eterogeneo di condizioni la cui caratteristica comune è una temporanea iperattività del sistema nervoso autonomo o simpatico che, indipendentemente dalla nostra volontà, regola la pressione arteriosa mediante vasodilatazione e frequenza dei battiti cardiaci. Per effetto di questa iperattività il fisiologico controllo del circolo arterioso viene alterata e si determina bradicardia (rallentamento della frequenza cardiaca) o vasodilatazione (allargamento del diametro dei vasi sanguigni ) o entrambe le cose. La conseguenza di bradicardia e vasodilatazione è una improvvisa diminuzione della pressione arteriosa che porta a minor afflusso di sangue al cervello e svenimento.

Esistono varie tipologie di svenimento da ipotensione neuromediata, le più comuni sono:

Vasovagali. Sono varie sindromi che hanno in comune la mediazione del nervo vago e che conducono al temporaneo svenimento. I trigger ossia i grilletti che attivano questa condizione sono svariati ed eterogenei tra loro ed ad esempio: rimanere in piedi per tempi lunghi, emozioni intense…

Seno carotidee. Sono dovute ad una ipersensibilità del seno carotideo, che è una dilatazione nel tratto iniziale della arteria carotide interna in prossimità della regione in cui ha origine, cioè alla biforcazione con la carotide. Gesti comuni come radersi, allacciarsi il colletto della camicia o farsi il nodo alla cravatta possono attivare il riflesso seno-carotideo che determina una asistolia cardiaca transitoria (mancanza di sistole ovvero della contrazione del cuore) ed anche ipotensione. La conseguenza è ipoperfusione cerebrale e sincope.

Situazionali. Sono causate da un insieme di situazioni diverse tra loro ma che hanno in comune l’involontaria esecuzione di movimenti che portano a compiere quella che in medicina viene chiamata manovra di Valsalva: ovvero una  espirazione forzata con la glottide chiusa. Tutto ciò produce un aumento della pressione intra-toracica che contrasta il ritorno del sangue venoso al cuore. Ne consegue una riduzione della gittata sistolica e quindi della pressione arteriosa sistemica. I ricettori che sono posizionati nel seno carotideo rivelano il calo pressorio e per compensare lo squilibrio eccitano il sistema simpatico che induce aumento della frequenza cardiaca e vasocostrizione. Azioni che tendono a risollevare la pressione. La sincope in questa sequenza rapida di eventi può instaurarsi o per effetto del calo della pressione causato dalla diminuzione della gittata sistolica o per la successiva iperattivazione del sistema simpatico. Le situazioni che più comunemente attivano questo tipo di sincope sono: colpi di tosse, starnuti, sforzi durante la defecazione, minzione, deglutizione, esercizi fisici come il sollevamento di pesi, il post- prandiale, etc.

Terapia per l’ipotensione arteriosa

Essendo molte le cause dell’ipertensione arteriosa (in questo articolo ne abbiamo citate solo alcune), le terapie possibili sono diverse e sono legate alle cause a monte che hanno determinato l’ipotensione. C’è da dire che, se si eccettuano i casi di ipotensione secondaria a gravi patologie che richiedono il ricovero ospedaliero, in genere è sufficiente una buona idratazione per ripristinare una massa ematica adeguata. Nelle ipotensioni legate a farmaci antipertensivi, è spesso sufficiente modificare la dose del farmaco per evitare l’ipotensione. Negli altri casi l’ipotensione può essere risolta andando a causare la patologia a monte che la causa. La Diidroergotamina che causa aumento del tono venoso è il farmaco di prima scelta nella forma con prevalenza del tono simpatico e nella forma dinamicolabile dell’alterazione della regolazione circolatoria.

Consigli generali per minimizzare il rischio di ipotensione

  • maggiore apporto di sodio (ad es. al mattino panino con burro salato) e di liquidi; controindicazione: insufficienza cardiaca;
  • esercizi per la circolazione (attività sportiva);
  • massaggi, idroterapia (Kneipp);
  • la posizione a letto con busto più alto di 20o diminuisce la diuresi notturna e la reazione ortostatica al mattino;
  • alzarsi lentamente dalla posizione sdraiata;
  • calze elastiche.

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Differenza tra metencefalo e mielencefalo

MEDICINA ONLINE SISTEMA NERVOSO ANATOMIA DIENCEFALO MESENCEFALO ROMBOENCEFALO TELE CERVELLO CENTRALE PERIFERICO SIMPATICO PARASIMPATICO MIDOLLO SPINALE TRONCO ENCEFALICO CEREBRALE MESENCEFALO PONTE BULBO MIDOLLO ALLUNGATOCerchiamo di capire oggi la differenza anatomica tra metencefalo e mielencefalo, dal momento che vengono spesso confusi dai nostri studenti. Cominciamo dal principio: il sistema nervoso centrale dell’uomo è diviso in due parti fondamentali:

  • l’encefalo posto nella scatola cranica;
  • il midollo spinale situato nel canale vertebrale.

L’encefalo (anche chiamato “proencefalo”, “prosencefalo” o “cerebro”) è costituito da tre parti fondamentali:

  • cervello: a sua volta diviso in telencefalo e diencefalo;
  • tronco encefalico: costituito da mesencefalo e romboencefalo;
  • cervelletto.

Il tronco encefalico è quindi quella parte dell’encefalo costituita dal mesencefalo e dal romboencefalo. Il romboencefalo è a sua volta diviso in due parti:

  • metencefalo: composto da ponte di Varolio (o più semplicemente “ponte”) e cervelletto;
  • mielencefalo: composto dal midollo allungato (o “bulbo”).

Il tronco encefalico viene quindi ad essere formato da 3 segmenti che sono, dall’alto verso il basso:

  • mesencefalo (a sua volta diviso in tetto e tegmento);
  • ponte di Varolio (o ponte);
  • midollo allungato (o “bulbo”).

Il cervelletto, pur facendo parte del romboencefalo assieme al ponte, non è invece considerato parte del tronco encefalico.

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Differenza tra svenimento e collasso

MEDICINA ONLINE ELETTROCARDIOGRAMMA ECG ESAME ONDE ONDA P T U COMPLESSO QRS TRATTO INTERVALLO RR INTERPRETAZIONE SIGNIFICATO CUORE IMPULSO ELETTRICO NODO SENO ATRIALE SETTO ATRIO VENTRICOLO TORACE AORTA VENA ARTERIALa perdita momentanea di coscienza in medicina viene chiamata “transitoria perdita di coscienza” e può essere determinata da varie cause diverse. Perdere la coscienza per alcuni secondi è generalmente un fatto non grave, tuttavia può diventare un fatto potenzialmente pericoloso in alcune situazioni: ad esempio se si sta guidando una vettura, si sta svolgendo un lavoro pericoloso o se nella caduta si sbatte la testa (o il femore, se il soggetto è anziano e/o con osteoporosi) con elevato rischio di trauma cerebrale e fratture ossee. Generalmente, in tempi variabili di circa poche decine di secondi, la perdita di coscienza termina e la persona torna vigile spontaneamente. Il termine “transitoria” è molto importante, dal momento che se la perdita di coscienza non è transitoria, si parla di “coma”. Nella maggioranza dei casi una transitoria perdita di coscienza non è grave e può essere determinata da svariate condizioni e patologie benigne (anche una forte emozione, un calo glicemico o l’alzarsi repentinamente dalla posizione sdraiata possono determinarla), tuttavia – specie se il fenomeno si verifica di frequente – non va sottovalutato perché potrebbe essere il sintomo di una patologia cardiologica o nervosa.

Una perdita di coscienza transitoria può essere di vari tipi, tra cui:

  • perdita di coscienza transitoria da svenimento o sincope: determinata da diminuito afflusso di sangue al cervello (da ipotensione, bradicardia, vasodilatazione, causate a loro volta da fattori posturali, nervosi, cardiaci…) e caratterizzata da perdita tono posturale (il soggetto cade);
  • perdita di coscienza transitoria da ipoglicemia: determinata da diminuita concentrazione di zuccheri nel sangue (mentre invece il flusso sanguigno al cervello è normale, a differenza della sincope) e caratterizzata da perdita di tono posturale (il soggetto cade);
  • perdita di coscienza transitoria da epilessia: determinata da alcune forme di epilessia. In questo caso il flusso sanguigno cerebrale e la glicemia sono normali (a differenza dalla sincope e dalla perdita di coscienza da ipoglicemia), inoltre non c’è perdita di tono posturale (il soggetto non cade).

Collasso

Con “collasso” si indica una perdita di coscienza transitoria con perdita di tono posturale (il soggetto cade) determinata da diminuito afflusso di sangue al cervello determinata in particolare da un calo improvviso della pressione arteriosa a sua volta determinato da:

  • diminuzione della pressione arteriosa e della gettata sistolica (quantità di sangue espulsa dal cuore) a loro volta determinate dalla diminuita efficienza del cuore e/o dal numero di battiti al minuto: se tale numero è troppo basso (meno di 40) o troppo alto (più di 150) si può determinare una riduzione della quantità di sangue che il cuore è in grado di mettere in movimento (portata cardiaca) e ciò può determinare il collasso;
  • alterazione del tono dei vasi sanguigni: aumento del diametro dei vasi sanguigni ed alterazione della loro forza contrattile (resistenza periferica), possono determinare il collasso.

Modificazioni di uno o entrambi tali fattori potranno determinare una riduzione dei valori pressori, con minore afflusso di sangue al cervello e perdita dei sensi e del tono posturale. Il collasso è quindi un tipo specifico di perdita di coscienza transitoria determinata da cause cardiache, al contrario – ad esempio – delle sincopi neuromediate (come le vasovagali), determinate da una temporanea iperattività del sistema nervoso autonomo o simpatico che porta e bradicardia (rallentamento della frequenza cardiaca) o vasodilatazione (allargamento del diametro dei vasi sanguigni ) o entrambe le cose.

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I 5 disturbi ossessivo compulsivi attualmente più diffusi

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA IRA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA PSICOSOMATICA PSICHIATRIA OSSESSIVOIl disturbo ossessivo-compulsivo (DOC o OCD acronimo dall’inglese obsessive-compulsive disorder), a volte chiamato anche “sindrome ossessivo-compulsiva”, è un disordine psichiatrico che si manifesta in una gran varietà di forme, tutte principalmente caratterizzate dall’anancasmo, cioè dall’incapacità del soggetto di evitare di compiere determinate azioni o di pensare determinati contenuti, solitamente in modo ripetitivo ed un numero di volte ben preciso, pena il verificarsi di una sensazione di ansia più o meno intensa. I pensieri ossessivi nel DOC sono quindi associati a compulsioni (azioni particolari o rituali da eseguire) che tentano di neutralizzare l’ossessione e l’ansia che ne deriverebbe dalla mancata neutralizzazione.

Il disturbo ossessivo-compulsivo, pur essendo classificato tra i disturbi d’ansia dai manuali ufficiali delle malattie psichiatriche, è da molti considerato invece – in virtù della sua incerta rispondenza al trattamento con farmaci ansiolitici – come entità nosografica autonoma con un definito nucleo psicopatologico. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo d’ansia che non deve essere confuso con il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (OCPD), patologia che appartiene invece ai disturbi di personalità. A tal proposito leggi: Disturbo ossessivo-compulsivo: ripetere, ripetere e ripetere ancora all’infinito un gesto. Differenze col disturbo di personalità ossessivo-compulsivo

La gravità del cosiddetto OCD, varia dai casi limite a base prevalentemente organica (squilibri neurobiologici che vengono trattati quasi esclusivamente attraverso la farmacoterapia), fino ad arrivare alle forme «sfumate» del disturbo, che colpiscono moltissime persone (pensiamo per esempio al timore di non aver chiuso la porta di casa, o la macchina, o al senso di «non aver finito» una determinata cosa – «not just right experience») e che rispondono anche a un trattamento esclusivamente psicoterapeutico.  La struttura centrale del disturbo è la stessa, ma l’entità della sua gravità varia, e soprattutto varia la sua forma, in termini di tipologia di compulsione.  Ecco le cinque forme ossessive-compulsive più diffuse:

1) Checkers

Queste persone sentono l’impulso irrefrenabile di controllare (to check) che qualcosa sia chiuso/bloccato: eseguire quella chiusura o quel gesto rituale, spazza via mentalmente la sensazione che qualcosa non sia finito o non chiuso.

2) Washers

Questi soggetti compulsivamente (si) lavano o puliscono la casa, gli oggetti e gli indumenti, raggiungendo una certa soglia di senso di pulizia e igiene, fugando il timore di essere contaminati o non perfettamente puliti.

3) Hoarders

Questi soggetti sono anche identificati col termine di «accumulatori», rappresentano una categoria laterale dei pazienti con disturbo DOC. Per approfondire leggi:

4)Repeater

Si chiamano anche «thinking ritualizes», scacciano via i pensieri ossessivi ripetendo un gesto o un’azione, anche mentale (contare fino a 10, ripetere delle parole o dei mantra), fino al punto in cui sia raggiunto uno stato di tranquillità percepita.

5) Orders

Per ripulire la mente dai pensieri ossessivi, queste persone creano intorno a sé un ambiente perfetto, usando simmetria e rigore.

Le cause del DOC non sono attualmente del tutto note. La psichiatria biologica presume ci possa essere uno scompenso nel milieu neurotrasmettitoriale (in particolare in riferimento al livello di serotonina), e un comportamento difettoso entro alcuni circuiti che collegano zone antiche del cervello a zone più recenti; la teoria psicanalitica dà altre spiegazioni, la psicoterapia a matrice cognitivista ancora altre.

Leggi anche:

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Differenza tra allucinazione, allucinosi, illusione visiva, illusione ottica, miraggio

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Una illusione visiva: l’immagine sembra muoversi, ma in realtà è ferma

Allucinazione

L’allucinazione è una falsa percezione in assenza di uno stimolo esterno reale e proprio per questo spesso definita “percezione senza oggetto“. In psicopatologia le allucinazioni vengono classificate fra i disturbi della percezione, possono essere semplici o complesse e sono distinte dalle allucinosi e dalle illusioni. Le allucinazioni si possono verificare in ognuna delle modalità sensitive, in particolare riconosciamo allucinazioni visive, uditive, gustative, olfattive e tattili e fenomeni allucinatori cenestesici, enterocettivi e protopatici. Ad esempio si ha una allucinazione gustativa quando si avverte un gusto senza un reale stimolo gustativo, una allucinazione uditiva quando si avverte un suono in assenza di reale stimolo uditivo, una allucinazione visiva quando si vede un oggetto che non esiste. Una allucinazione può anche essere “negativa“: ha luogo quando un oggetto reale non viene percepito dal soggetto allucinato. Le allucinazioni possono verificarsi in soggetti sani in modo transitorio (in caso di forti stress, emozioni, febbre alta, uso di droghe…) o cronicamente in soggetti psichiatrici, ad esempio schizofrenici, in associazione ad altri sintomi, come i deliri. Esempi di allucinazioni sono quelle ipnagogiche e ipnopompiche, che si verificano quando il soggetto è sul punto di addormentarsi o di risvegliarsi, o le allucinazioni lilipuziane (in cui tutto appare di dimensioni ridotte) che si verifica nella Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie o sotto l’effetto di droghe allucinogene. Per approfondire:

Allucinosi

Con “allucinosi” si intende quella percezione allucinatoria della quale il soggetto riconosce la natura patologica, fatto che la differenza dall’allucinazione. Ad esempio mentre nell’allucinazione il soggetto vede un oggetto che non esiste ed è convinto che esso esista quasi meravigliandosi che gli altri non lo vedano, invece nell’allucinosi il soggetto vede un oggetto che non esiste ma si rende conto che quell’oggetto non esiste e che gli altri non lo possano vedere perché non esiste.
Le allucinosi possono presentarsi in soggetti sani (ad esempio le allucinosi sono caratterizzanti i contenuti onirici del sonno e la fase I, cioè dell’addormentamento); ma anche in conseguenza di patologie di interesse neurologico (neoplasie del tronco encefalico, angiopatie, traumi cranici chiusi, epilessie e malformazioni cerebrali…) o di intossicazione da sostanze (allucinosi alcolica, da abuso di alcol, o da uso di droghe).

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Illusione

Con il termine illusione in medicina si indica la distorsione di una percezione sensoriale relativa ad uno stimolo realmente esistente, causata dal modo in cui il cervello normalmente organizza ed interpreta le informazioni che riceve. Le illusioni possono coinvolgere tutti i sensi, ma quelle visive, chiamate illusioni ottiche o “illusioni visive“, sono le più famose e conosciute dal momento che la vista spesso prevarica gli altri sensi. Nell’illusione ottica un oggetto viene percepito in modo diverso da come è realmente a causa di un errore della sua interpretazione da parte della corteccia visiva. Prendiamo ad esempio l’immagine che vedete qui in alto: è più lunga la linea rossa in alto o quella in basso? Secondo voi quella in basso è più lunga? Sbagliato: sono uguali. Le due frecce laterali hanno ingannato la normale percezione del vostro cervello. Per approfondire, leggi anche: Illusioni ottiche: incredibili immagini a colori e spiegazione del fenomeno

Miraggio

Il miraggio è un tipo specifico di illusione ottica, presente in natura (ma replicabile anche artificialmente), che si verifica quando i raggi del Sole incontrano uno strato d’aria più caldo rispetto agli strati sovrastanti (dove l’aria è più fredda e ha densità maggiore): in queste condizioni i raggi di luce subiscono una riflessione totale ed è possibile vedere le immagini come se fossero veramente riflesse al suolo. Tipici miraggi sono:

  • nel deserto, dove è possibile vedere il riflesso del cielo sul terreno in lontananza e pensare erroneamente di scorgere acqua o addirittura un piccolo lago;
  • lungo una strada asfaltata nei mesi più caldi: può capitare di vedere il riflesso delle macchine in lontananza o dell’asfalto stesso ed avere l’impressione che vi sia una pozzanghera.

Il miraggio è una illusione e non una allucinazione, perché non si vede un oggetto inesistente, bensì si vede un oggetto realmente esistente ma in modo distorto.

Ricapitoliamo:

  • l’allucinazione visiva è il vedere un oggetto che non esiste ed essere sicuri che esista,
  • l’allucinosi visiva è il vedere un oggetto che non esiste e rendersi conto che non esista,
  • l’illusione visiva è il vedere un oggetto che esiste realmente, ma disegnato o creato in modo tale da indurre il cervello in errore,
  • il miraggio è un tipo specifico di illusione visiva presente in natura.

Altri modi in cui la nostra percezione viene ad essere alterata, sono l’apofenia e la pareidolia (illusione pareidolitica). Per approfondire: Apofenia e pareidolia (illusione pareidolitica): spiegazione, esempi

Leggi anche:

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Differenza tra delirio ed allucinazione con esempi

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Con “delirio” in psichiatria ci si riferisce ad un disturbo del contenuto del pensiero, che deriva da un giudizio errato della realtà che non viene corretto né dalla critica né dell’esperienza, in quanto le decisioni ed i comportamenti che vengono adottati dal personale sanitario, servono – secondo la percezione distorta del paziente – solo a confermare maggiormente tale modello di pensiero. L’idea persistente del paziente può essere basata su fatti reali ma ingigantiti o essere del tutto inventata.
Le forme croniche di delirio, basate sull’elaborazione razionale e lucida di un sistema di credenze errate, possono essere l’unico sintomo di una patologia psichica, in questo caso si parla appunto in particolare di disturbo delirante cronico o paranoia. Il delirio può tuttavia anche presentarsi assieme ad altri sintomi psichiatrici e caratterizzare molte patologie, tra cui la schizofrenia e la sindrome maniaco depressiva. Esempi tipici di deliri, sono:

  • delirio di nocumento: convinzione delirante di essere osteggiato o danneggiato da tutti, conoscenti e/o sconosciuti, per motivi noti (solitamente assurdi) o senza alcun motivo. Ad esempio il paziente può riferire che per strada tutti cercano di rubargli il portafogli o di farlo inciampare;
  • delirio erotomane: l’idea delirante che un’altra persona, di solito di rango sociale elevato (una persona ricca e famosa, ad esempio), sia innamorata segretamente del soggetto. Ad esempio una paziente può essere sicura che l’attore Tom Cruise sia segretamente innamorata di lei;
  • delirio grandioso, di grandezza o megalomania: delirio di aumento del proprio valore, potere, sapere, identità, o di speciale relazione con qualche divinità o persona famosa. Il paziente ha la convinzione di essere estremamente importante, per esempio di essere stato prescelto da Dio per compiere una missione di fondamentale importanza, o di essere l’unico detentore di conoscenze o poteri straordinari;
  • delirio di colpa: il paziente si sente responsabile e colpevole di danni e di sciagure di ogni tipo motivando tali convinzioni sulla base di avvenimenti e fatti di importanza irrilevante o addirittura inesistenti. Ad esempio può sentirsi responsabile di un terremoto;
  • delirio di inserzione del pensiero: delirio che alcuni dei propri pensieri non siano i propri, ma piuttosto vengano inseriti nella propria mente;
  • delirio del furto del pensiero il paziente percepisce il suo pensiero come estratto, asportato o rubato abusivamente e con finalità ostili e tale delirio è associato spesso a situazioni di blocco del pensiero;
  • delirio di trasmissione del pensiero: delirio che i propri pensieri vengono trasmessi fuori ad alta voce, cosicché possono essere percepiti dagli altri (questo delirio, insieme a quello dell’inserzione del pensiero e del furto del pensiero, appartiene alla categoria dei “deliri da influenzamento“).

Allucinazione

L’allucinazione è una falsa percezione in assenza di uno stimolo esterno reale e proprio per questo spesso definita “percezione senza oggetto“. In psicopatologia le allucinazioni vengono classificate fra i disturbi della percezione e sono distinte dalle allucinosi e dalle illusioni. Le allucinazioni si possono verificare in ognuna delle modalità sensitive, in particolare riconosciamo allucinazioni visive, uditive, gustative, olfattive e tattili e fenomeni allucinatori cenestesici, enterocettivi e protopatici. Una allucinazione può anche essere “negativa“: ha luogo quando un oggetto reale non viene percepito dal soggetto allucinato. Le allucinazioni possono verificarsi in soggetti sani in modo transitorio (in caso di forti stress, emozioni, febbre alta, uso di droghe…) o cronicamente in soggetti psichiatrici, ad esempio schizofrenici, in associazione ad altri sintomi, come i deliri.
Esempi di allucinazioni sono quelle ipnagogiche e ipnopompiche, che si verificano quando il soggetto è sul punto di addormentarsi o di risvegliarsi, o le allucinazioni lilipuziane (in cui tutto appare di dimensioni ridotte) che si verifica nella Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie o sotto l’effetto di droghe allucinogene.

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