Aneurisma dell’aorta addominale: quali sono i sintomi?

MEDICINA ONLINE NAUSEA MAL DI PANCIA REFLUSSO GE ESOFAGO STOMACO DUODENO INTESTINO TENUE DIGIUNO ILEO APPARATO DIGERENTE CIBO TUMORE CANCRO POLIPO ULCERA DIVERTICOLO CRASSO FECI VOMITO SANGUE OCCULTO MILZA VARICI CIRROSI FEGATOUn aneurisma dell’aorta addominale è una dilatazione patologica permanente che interessa la parete della più grande arteria dell’addome.
In condizioni normali, nell’adulto, il diametro dell’aorta addominale misura circa 20 -25 millimetri (cioè 2 – 2,5 centimetri). Si parla di aneurisma addominale quando il rigonfiamento aortico raggiunge una dilatazione permanente di almeno i 30 millimetri (ovvero 3 centimetri) di diametro. L’aneurisma è ritenuto di grandi dimensioni quando supera un diametro di 50 millimetri (5 centimetri).
Come per ogni altro aneurisma, la parete aortica interessata dal rigonfiamento è fragile e può rompersi con relativa facilità, provocando una grave perdita di sangue. Per dare un’idea della gravità degli aneurismi addominali, si pensi che il 70-90% dei casi di rottura spontanea si conclude con la morte del soggetto colpito. Insieme agli aneurismi cerebrali, quelli che interessano l’aorta addominale sono gli aneurismi che più mettono in pericolo la vita di un individuo.

Sintomi della presenza di un aneurisma dell’aorta addominale

L’aneurisma dell’aorta addominale è spesso asintomatico (cioè privo di sintomi evidenti): secondo alcune indagini statistiche, infatti, circa 7 individui affetti su 10 non manifestano alcun disturbo degno di nota. In molti casi un aneurisma dell’aorta addominale asintomatico viene individuato per puro caso, in seguito a TAC o RX addome eseguiti di routine o per altri motivi.
Nei pochi casi in cui è sintomatico, l’aneurisma addominale può causare:

  • una sensazione pulsante a livello dell’ombelico;
  • un dolore profondo e costante all’interno dell’addome o su un lato soltanto, dovuto alla pressione che la dilatazione creata dall’aneurisma, esercita sulle strutture anatomiche adiacenti;
  • dolore all’inguine;
  • dolore alle gambe;
  • dolore ai glutei;
  • dolore al fianco destro o sinistro;
  • un dolore alla zona lombare (somigliante ad un comune “mal di schiena”).

Se l’aneurisma è di grandi dimensioni e preme sul sulle strutture al centro del torace (per esempio il nervo laringeo ricorrente) può interferire con la deglutizione, la fonazione (voce) e la respirazione, che possono essere parzialmente o totalmente alterate. E’ importante a tal proposito notare che spesso la presenza o meno di sintomi è legata alla grandezza e alla velocità di crescita dell’aneurisma addominale. In genere, infatti, gli aneurismi asintomatici sono di dimensioni ridotte e a sviluppo lento, mentre gli aneurismi sintomatici sono per lo più di dimensioni notevoli e a crescita rapida.

Qualora si avvertano uno o più dei sintomi prima elencati, è buona norma contattare il proprio medico, specialmente se siete soggetti a rischio. Sono più a rischio di rottura dell’aorta addominale gli individui:

  • di sesso maschile;
  • grandi fumatori;
  • con diabete;
  • che conducono vita sedentaria;
  • con alimentazione sbilanciata ipercalorica ed iperlipidica;
  • in sovrappeso o obesi;
  • con aterosclerosi;
  • che soffrono di vasculiti;
  • con colesterolo elevato;
  • che usano droghe;
  • con ipertensione arteriosa;
  • dai 60 anni in su;
  • con una storia familiare di aneurisma dell’aorta addominale.

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Aneurisma dell’aorta addominale: cos’è e quando diventa pericoloso

MEDICINA ONLINE ANEURISMA AORTA ADDOMINALE SOTTORENALE ROTTURA EMORRAGIA MORTE FORMA FUSO CENTIMETRI DILATAZIONE CHI ANEMIA SANGUE ANALISI BLOOD COAGULAZIONE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIASTRINE WALLPAPER HI RES PIC PICTURE PHOUn aneurisma dell’aorta addominale è una dilatazione patologica permanente che interessa la parete della più grande arteria dell’addome. Sebbene le cause precise siano al momento ignote, la comunità scientifica ritiene che l’insorgenza di un aneurisma addominale sia favorita da diversi fattori, quali ipertensione, invecchiamento, fumo di sigaretta ecc. I sintomi, quando presenti, consistono in una strana sensazione pulsante a livello dell’ombelico, accompagnata da dolore addominale persistente e dolore lombare.
Per una diagnosi precisa, oltre all’esame obiettivo, occorrono solitamente un’ecografia addominale, una TAC e/o una risonanza magnetica nucleare. La terapia prevede l’intervento chirurgico, il quale viene generalmente praticato solo in caso di aneurismi di grandi dimensioni.

Che significa il termine “aneurisma”?

Un aneurisma è una dilatazione patologica di un vaso sanguigno, generalmente un’arteria. I problemi per la salute derivano dal fatto che, una volta dilatatasi, la parete vasale si indebolisce e può rompersi con facilità; in caso di rottura, la perdita di sangue che ne consegue può essere massiva e portare anche alla morte. Inoltre, anche se non dovesse rompersi, un aneurisma di grandi dimensioni può comunque pregiudicare la corretta circolazione sanguigna e favorire la formazione di coaguli sanguigni o di trombi. A seconda dell’arteria colpita, si hanno diversi tipi di aneurisma: ad esempio se ad essere colpita è una arteria cerebrale, si parla di aneurisma cerebrale, se viene colpita l’aorta, si parla di aneurisma aortico.

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Cos’è l’aorta?

L’aorta è il vaso arterioso più grande e importante del corpo umano. Origina direttamente dal cuore (ventricolo sinistro) e, grazie alle sue innumerevoli ramificazioni, diffonde il sangue verso ogni distretto anatomico: testa, arti superiori, organi dell’addome e arti inferiori. A livello puramente didattico, l’aorta viene distinta in due principali segmenti: aorta toracica e aorta addominale.

MEDICINA ONLINE aneurisma aorta addominale

Cos’è un aneurisma dell’aorta addominale?

Un aneurisma dell’aorta addominale, detto più semplicemente aneurisma addominale o AAA, è un rigonfiamento patologico di una porzione del tratto di aorta passante per l’addome (vedi figura qui in alto).
Come per ogni altro aneurisma, la parete aortica interessata dal rigonfiamento è fragile e può rompersi con relativa facilità, provocando una grave perdita di sangue. Per dare un’idea della gravità degli aneurismi addominali, si pensi che il 70-90% dei casi di rottura spontanea si conclude con la morte del soggetto colpito. Insieme agli aneurismi cerebrali, quelli che interessano l’aorta addominale sono gli aneurismi che più mettono in pericolo la vita di un individuo.

Diametro dell’aorta, normale e patologico

Di seguito riporto alcuni dati numerici relativi all’aorta addominale ed aneurismi dell’aorta addominale:

  • in condizioni normali, nell’adulto, il diametro dell’aorta addominale misura circa 20 millimetri (cioè 2 centimetri);
  • si parla di aneurisma addominale quando il rigonfiamento aortico raggiunge almeno i 30 millimetri (ovvero 3 centimetri) di diametro;
  • l’aneurisma in genere è ritenuto di grandi dimensioni quando raggiunge un diametro di 55 millimetri (5,5 centimetri) ed è in genere tanto più pericoloso quanto cresce rapidamente in dimensioni.

Dove sono localizzati più frequentemente gli aneurismi addominali?

Gli aneurismi addominali possono insorgere in vari punti dell’aorta addominale: sotto, sopra e allo stesso livello dei reni (rispettivamente posizione sottorenale, sovrarenale e pararenale), e in prossimità della diramazione che porta alle arterie iliache. Secondo una ricerca statistica, il 90% degli aneurismi dell’aorta addominale è sottorenale. Va ricordato ai lettori che l’aorta può essere interessata da un aneurisma anche ad altri livelli dell’aorta, come ad esempio a livello toracico: in questo caso si parla di aneurisma dell’aorta toracica.

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Epidemiologia

La formazione di un aneurisma addominale è assai più frequente tra gli individui di età avanzata (N.B: sopra i 65 anni, si osserva un aumento sensibile del numero di casi), tra i fumatori e tra i soggetti affetti da ipertensione arteriosa.
Inoltre, si è notato che gli uomini sono più colpiti delle donne e che la razza maggiormente interessata è quella caucasica.
Secondo alcuni studi statistici, gli uomini di età superiore ai 65 anni hanno dall’1 al 3% di probabilità di andare incontro alla rottura di un AAA.
Come si è detto, la mortalità in caso di rottura di un aneurisma addominale è assai elevata (tra il 70 e il 90%).

Cause e fattori di rischio di aneurisma dell’aorta addominale

La causa precisa che porta alla formazione di un aneurisma dell’aorta addominale è sconosciuta.
Possibili fattori di rischio capaci di aumentare il rischio di soffrire di aneurisma dell’aorta addominale, sono:

  • L’invecchiamento. La parete dei vasi sanguigni è composta da elastina e collagene. La prima assicura elasticità ai vasi; la seconda ne garantisce la forza e la resistenza alle sollecitazioni.
    E’ ormai assodato che l’invecchiamento determini una perdita progressiva sia di elastina che di collagene; ciò irrigidisce e rende più fragile la parete vasale, pertanto è anche più facilmente soggetta a dilatazioni permanenti e rotture.
  • L’aterosclerosi. Si tratta di una malattia degenerativa che interessa le arterie di medio e grosso calibro e che dipende da numerosi fattori di rischio (quali fumo, obesità, diabete, sedentarietà ecc.).
    L’aterosclerosi è caratterizzata dall’accumulo, sulla parete interna dei vasi, di depositi di grasso e di altre sostanze (i cosiddetti ateromi o placche aterosclerotiche); questi, una volta infiammati, possono rompersi e provocare sanguinamento. A tale emorragia fa seguito il normale processo di coagulazione, che, però, quando avviene all’interno dei vasi e in prossimità di ciò che rimane degli ateromi, può avere pericolose conseguenze: possono infatti formarsi trombi o coaguli sanguigni, che vanno a sommarsi alla placca aterosclerotica ostacolando il normale flusso ematico.
  • L’ipertensione. L’alta pressione arteriosa è scatenata da numerosi fattori, tra cui: il sovrappeso, l’obesità, la sedentarietà, il fumo di sigaretta, l’invecchiamento, lo stress, una certa predisposizione genetica, l’ipercolesterolemia ecc. Di conseguenza, tutte queste situazioni sono anche fattori favorenti un aneurisma dell’aorta addominale.
  • Il fumo di sigaretta. Il fumo di sigaretta, sia attivo che passivo, oltre a danneggiare direttamente le arterie, favorisce anche la formazione di ateromi e l’innalzamento della pressione arteriosa.
  • La vasculite. È il termine medico che indica un’infiammazione delle pareti dei vasi sanguigni. Può essere provocata da un’infezione, un’allergia, alcuni tipi di tumore, alcune malattie autoimmuni o certi farmaci.
  • Una determinata predisposizione genetica. Gli individui che hanno una storia familiare di aneurisma addominale sono predisposti a sviluppare tali disturbi con maggiore facilità e prima del solito (cioè prima dell’età soglia di 65 anni). Ciò ha indotto a pensare che giochi un ruolo fondamentale anche la componente genetica.

Di solito, i fattori sopradescritti agiscono di concerto, cioè insieme. Pertanto, è più facile che un individuo sviluppi un aneurisma se è contemporaneamente fumatore e affetto da ipertensione oppure se è fumatore, obeso e predisposto geneticamente al problema.

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Complicanze degli aneurismi dell’aorta addominale

Gli aneurismi dell’aorta addominale, specie se di grandi dimensioni o che aumentano rapidamente di dimensioni, possono essere molto pericolosi poiché possono rompersi e provocare emorragie così importanti e consistenti da portare anche alla morte dell’individuo in tempi molto brevi. Un’altra seria conseguenza, che può avere luogo a seguito di un aneurisma addominale, consiste nella più facile formazione di emboli all’interno del sistema vascolare. Gli emboli sono, quasi sempre, dei coaguli di sangue capaci di spostarsi dalla sede d’origine (in questo caso l’aneurisma) ad altre arterie contigue di diametro inferiore, situate per esempio nelle gambe, nei piedi o negli organi addominali (rene, fegato ecc); una volta raggiunto un vaso di diametro sufficientemente piccolo da impedirne l’avanzamento, l’embolo blocca come un tappo il flusso di sangue locale.

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Diagnosi di aneurisma dell’aorta addominale

Un medico può accorgersi della presenza di un aneurisma addominale anche con un semplice esame obiettivo, in quanto, al fonendoscopio, può avvertire un rumore particolare e del tutto caratteristico. Tuttavia, per poter delineare le precise caratteristiche dell’aneurisma (dimensioni, posizione, gravità ecc) occorrono diverse procedure diagnostiche, assai più precise, come l’ecografia addominale, la TAC e la risonanza magnetica nucleare. Attenzione: l’esame obiettivo è attendibile nella maggior parte dei casi; tuttavia, se l’aneurisma dell’aorta addominale è piccolo, il medico potrebbe non percepire alcun rumore indicativo. Pertanto, senza ulteriori indagini, il problema rimane inosservato.

Ecografia addominale

L’ecografia addominale è un esame strumentale sufficientemente esauriente e privo di pericolosità. L’indagine prevede l’uso di una sonda a ultrasuoni, la quale, una volta appoggiata sulla cute del paziente, è in grado di proiettare su un monitor gli organi interni di quest’ultimo. Nel punto in cui appoggia la sonda, il medico spalma del gel, che serve soltanto a migliorare la qualità delle immagini. In caso di aneurisma addominale, l’ecografia permette non solo di localizzare il punto esatto della dilatazione, ma anche di misurarne il diametro. Per approfondire, leggi: Effetto Doppler: cos’è e come viene usato in campo medico?

TC

La TC (tomografia computerizzata) fornisce delle immagini chiare degli organi interni, mostrando minuziosamente l’aspetto dell’aorta e degli altri vasi arteriosi che da essa dipartono.

Risonanza magnetica

Grazie alla creazione di campi magnetici, la risonanza magnetica nucleare fornisce un’immagine precisa degli organi contenuti nell’addome, compresi l’aorta e le sue prime ramificazioni. Non è invasiva e non prevede l’utilizzo di radiazioni nocive per l’uomo.

Terapia dell’aneurisma dell’aorta addominale

Il solo modo per poter curare un aneurisma dell’aorta addominale è intervenire con un’operazione chirurgica, tuttavia bisogna specificare che in genere la chirurgia è riservata soltanto ai pazienti con aneurismi di diametro superiore ai 55 millimetri (5,5 centimetri). Infatti, quando la dilatazione aortica è di dimensioni ridotte, è preferibile limitarsi al principio del “guardare e aspettare” (o principio della “sorveglianza”).

Perché non operare gli aneurismi più piccoli?

L’operazione chirurgica per la risoluzione di un aneurisma addominale è molto delicata e il rischio che il paziente muoia durante la sua esecuzione è concreto. Pertanto, viene praticata solo quando il rischio di morte per rottura dell’aneurisma è superiore al rischio di morte per le complicazioni legate all’intervento chirurgico. In altre parole, i medici decidono di operare solo se la presenza dell’aneurisma è considerata più insidiosa della pratica operatoria. La chirurgia infatti può essere fonte di complicanze anche mortali, soprattutto in pazienti debilitati e/o anziani. Come anticipato, gli aneurismi addominali più pericolosi sono quelli di grandi dimensioni o anche quelli che aumentano molto rapidamente di dimensione.

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Cosa succede con il “guardare ed aspettare”?

Il principio del “guardare e aspettare” consiste nel sottoporre il paziente a un’ecografia addominale ogni 6-12 mesi: questo è un ottimo modo per monitorare la situazione ed accorgersi per tempo di un’eventuale ingrandimento della dilatazione.

Quali sono i trattamenti chirurgici attualmente disponibili?

Per riparare l’aorta addominale colpita da aneurisma, attualmente esistono due principali opzioni chirurgiche: la procedura tradizionale e la procedura endovascolare.

  • La procedura tradizionale, o “a cielo aperto”. Consiste nel rimuovere la sezione di aorta interessata dall’aneurisma, per poi sostituirla con una struttura di forma analoga ma di materiale sintetico. In altre parole, il chirurgo esegue una sorta di trapianto. Tale approccio è molto invasivo, perché prevede l’incisione dell’addome e di un vaso arterioso importante come l’aorta. Il recupero post-operatorio può richiedere anche più di 30 giorni.
  • La procedura endovascolare. Consiste nel rinforzare le pareti dell’aneurisma inserendo, internamente alla dilatazione, una protesi metallica di forma circolare e simile a una rete (detta stent). Il posizionamento della protesi avviene tramite un catetere infilato in un’arteria della gamba e condotto fino all’aorta. Una volta posizionato, lo stent è fissato con delle clip metalliche, in modo tale che non si muova dalla sua posizione. Il vantaggio di questa procedura consiste nella bassa invasività e nei tempi di recupero più brevi rispetto alla tecnica tradizionale. Lo svantaggio è che lo stent potrebbe staccarsi, rendendo così necessario un altro intervento per la sua sistemazione. Per assicurarsi che lo stent si mantenga in posizione corretta, è consigliabile svolgere un’ecografia addominale ogni 6-12 mesi. Secondo uno studio statistico, le due procedure, se vanno a buon fine, garantiscono risultati simili: il tasso di sopravvivenza a lungo termine è infatti sovrapponibile. Da quali parametri dipende, allora, la scelta della procedura chirurgica? Per scegliere quale procedura è meglio adottare, il medico valuta l’età del paziente, il suo stato di salute generale (funzione renale ecc.) e la sede dell’aneurisma.

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Rottura dell’aneurisma dell’aorta addominale

Quando un aneurisma dell’aorta addominale va incontro a rottura, l’enorme pressione presente a questo livello spinge rapidamente il sangue all’esterno dell’arteria. L’emorragia interna è rapida e copiosa e va a determinare una ipotensione arteriosa che porta a shock e morte in pochi minuti. E’ una emergenza medica: bisogna intervenire immediatamente.

Consigli per prevenire un ulteriore peggioramento delle condizioni

In presenza di un aneurisma addominale il medico raccomanda al paziente di:

  • non fumare;
  • praticare regolarmente attività fisica adeguata al proprio stato di salute;
  • mangiare sano e in maniera equilibrata, quindi limitare le dosi di cibo, gli alimenti grassi e il sale;
  • perdere peso in caso di sovrappeso od obesità;
  • non bere alcolici;
  • non assumere droghe;
  • evitare sforzi improvvisi;
  • evitare lo stress psico-fisico prolungato;
  • se si soffre di diabete, ipercolesterolemia, ipertensione o altre patologie che possono rappresentare fattori di rischio per l’aumento delle dimensioni o la rottura dell’aneurisma, curarsi secondo le indicazioni del medico.

Queste stesse indicazioni valgono anche a livello di prevenzione nei soggetti che, ad esempio, hanno casi in famiglia di aneurismi addominali. Tuttavia, bisogna ricordare che se esiste una predisposizione genetica alla formazione di aneurismi, anche l’adozione delle corrette misure preventive potrebbe non essere sufficiente ad impedirne la comparsa.

Prognosi

Molto spesso, l’individuo che sviluppa un aneurisma dell’aorta addominale è anche a rischio delle altre malattie cardiovascolari ad esso associate (coronaropatie, infarto del miocardio, ictus cerebrale, arteriopatie degli arti inferiori…). Non a caso, la maggior parte di questi pazienti muore per un infarto o per un ictus, mentre ben più rari sono i decessi per rottura dell’aneurisma.

Mortalità post-intervento

La mortalità, dopo un intervento (riuscito) di correzione di un aneurisma dell’aorta addominale, è diminuita negli ultimi decenni; al momento (2014), nel mondo Occidentale il suo valore è pari all’1,6%. Risulta invece nettamente superiore la mortalità dopo un intervento per rimediare alla rottura spontanea di un aneurisma addominale: essa è infatti pari a circa il 40%.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Integratore di Inositolo (vitamina B7): benefici, dimagrimento e controindicazioni

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE MIGLIORE MARCA SPORT DIMAGRIRE DIETA ISOSITOLO COLINA VITAMINE MINERALI OMEGA 3 MACA FOLICO GINSENG MAGNESIO CONSIGLIATA CIBO CERVELLO MEMORIA.jpgL’inositolo è un composto di origine biologica strutturalmente simile al glucosio, coinvolto in numerosi processi biologici tra cui quello di signalling cellulare, e di elemento strutturale (nella forma coniugata con lipidi). Chiamato anche “Vitamina B7“, può essere sia assunto con la dieta che sintetizzato dall’organismo. L’inositolo gioca un importante ruolo come base strutturale di numerosi messaggeri secondari nelle cellule eucariote ed è una componente molto importante nei lipidi strutturali componenti la cellula.
Nel mondo medico-sportivo viene impiegato per  svariati scopi come promuovere la fertilità femminile, il ripristino della sensibilità all’insulina, come migliorativo della performance in caso di sforzo continuato ed attività fisica di resistenza, la regolazione del metabolismo del grasso corporeo e l’eliminazione del grasso dal fegato ed, ultimo ma più diffuso utilizzo, nella cura dell’ansia. In linea generale gli studi hanno proclamato l’inositolo come uno tra i migliori integratori per il mondo femminile. Di seguito vi presentiamo una lista di benefici che l’inositolo apporta al nostro organismo.

Benefici per la glicemia

L’attivazione del recettore dell’insulina provoca l’assorbimento del glucosio grazie alla mobilitazione di particolari vescicole.Questo si verifica dopo che una serie di intermedi vengono coinvolti. L’inositolo sembra aiutare questo processo di segnalazione dell’insulina aumentandone la velocità. Di conseguenza si è notato che un ingestione di almeno 1 g di inositolo giornaliero sia in grado di esercitare un’azione ipoglicemizzante, abbassando quindi i liveli di glucosio ematico circolante. Questo effetto può essere determinante per un’ integrazione su persone diabetiche o comunque chi cerca di non raggiungere alti picchi glicemici.

Inositolo per dimagrire

Studiando gli effetti benefici che l’inositolo poteva avere sulle donne affette da ovaio policistico, si notarono altre reazioni secondarie su donne sia obese che con un leggero sovrappeso, in maniera più evidente difatti su donne con una massa grassa maggiore del 37%. Si concluse quindi che le donne con difficoltà nel perdere massa grassa potevano trarre beneficio da una supplementazione di almeno 4 g giornalieri di inositolo.

Inositolo per colesterolo ed ipertensione arteriosa

Diversi studi hanno anche confermato un miglioramento nei parametri metabolici monitorati, come quelli del metabolismo del glucosio e della salute cardiovascolare: ad esempio un aumento dei livelli di HDL (il “colesterolo buono”) a discapito dei livelli di LDL (il “colesterolo cattivo”) e trigliceridi nonché una diminuzione della pressione sanguigna. L’inositolo infatti stimola la produzione di lecitina (fosfatidilcolina) nell’organismo, la quale “ripulisce” le pareti delle arterie dai depositi lipidici e li veicola al fegato (dove vengono in parte eliminati attraverso la bile). Allo stesso modo, l’inositolo impedisce che questo organo accumuli troppi lipidi ed “ingrassi” e quindi ha una azione epatopotrettiva nei confronti della steatosi epatica, una patologia legata all’accumulo intracellulare di trigliceridi che comporta una serie di danni fino alla necrosi della cellula epatica.

Inositolo contro depressione e disturbi d’ansia

A livello medico l’inositolo ha trovato ampio spazio nella cura di problemi d’ansia, depressione o disturbi correlati quali sintomi bipolari o bulimia. Spesso infatti anche gli sportivi sottoposti ad un’intensa attività fisica e ad una dieta molto restrittiva possono incappare in episodi di grave stress dovuti ad un allenamento sbagliato, troppo intenso, o da un rammarico per il non raggiungimento di determinati obiettivi. Questa affermazione deriva dai diversi esperimenti condotti su persone affette da disturbi depressivi: in esse erano evidenti livelli di inositolo più bassi del normale. Con una cura di inositolo molto consistente (12 g giornalieri per circa 4 settimane) i sintomi della malattia apparivano alleviarsi. Attenzione però: questi benefici scompaiono appena se ne interrompe l’utilizzo, inoltre l’inositolo è capace di ridurre i sintomi in persone con disordini alimentari solo con dosaggi elevati (18 g giornalieri).

Inositolo nei cibi

Le più generose fonti alimentari sono rappresentate dalla crusca, dai cereali integrali , dal germe di grano, dal lievito di birra, dagli agrumi, dalle carni in genere ed in modo particolare dal fegato. Quest’ultimo rappresenta l’organo chiave per la sua sintesi endogena (un’azione, questa, condivisa con il rene).

Metabolismo dell’inositolo

L’inositolo, che ha formula molecolare identica a quella del glucosio, ma diversa struttura, è sintetizzato a partire dal glucosio 6-fosfato (il primo prodotto della glicolisi); quello in eccesso viene catabolizzato ed eliminato a livello renale. Similmente alle vitamine del gruppo B, l’inositolo è idrosolubile, ragion per cui un’eventuale integrazione è ben tollerata e priva di tossicità. Una volta prodotto, l’inositolo entra nelle cellule, dov’è in gran parte trasformato in fosfatidilinositolo; le azioni biologiche di questa sostanza sono molteplici e per certi versi ancora da chiarire. Sappiamo, ad esempio, che è attivo nelle membrane plasmatiche, dove partecipa, come precursore di secondi messaggeri, ai sistemi di trasmissione dei segnali che controllano l’attività cellulare.

Dosaggio di inositolo

A seconda dell’utilizzo che se ne vuole fare, abbiamo diverse posologie di inositolo:

  • per migliorare la performance aerobica: 750 mg da 1 a 3 volte al giorno;
  • per dimagrire: 4 grammi al giorno;
  • per il trattamento dell’ovaio policistico: il range di dosaggio varia dai 200 ai 400 mg al giorno preferibilmente prima della colazione (la dose di 4000 mg è quella più altamente raccomandata);
  • per il trattamento della depressione e come migliorativo della trasmissione neuromuscolare: il dosaggio richiesto per questo impiego è sicuramente più alto in quanto i primi effetti positivi si notano dai 6 g in su fino ad un dosaggio di circa 14-18 g giornalieri, assunti per vari giorni (generalmente almeno 4 settimane).

Effetti collaterali dell’inositolo

L’inositolo si è mostrato sicuro i tutti i casi studiati su persone adulte. Alcuni effetti collaterali – generalmente associati a sovradosaggio – sono stati riscotrati quali nausea, diarrea e stanchezza generale.

Controindicazioni dell’inositolo ed avvertenze

Le controindicazioni principali riguardano la gravidanza e l’allattamento in quanto non sono stati effettuati studi a sufficienza a riguardo, quindi chiedete al vostro medico se assumere o no inositolo in gravidanza ed allattamento. In ogni caso chiedete consiglio al vostro medico prima di assumere inositolo, soprattutto se soffrite di malattie psichiatriche e/o se assumete farmaci per la cura di malattie psichiatriche.

Il miglior integratore alimentare di inositolo

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Altri integratori molto utili per il tuo benessere psico-fisico, sono i seguenti:

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Integratore di Colina: efficace per aumentare la memoria

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE MIGLIORE MARCA CONSIGLIATA CIBO CERVELLO MASCHILE FEMMINILE ENCEFALO PSICOLOGIA AMORE PENSIERI OBIETTIVI PROBLEM SOLVING SOLUZIONE ITER MECCANISMI MEMORIA RAGIONAMENTO.jpgLa colina è un nutriente essenziale per il corretto funzionamento dell’organismo. Conosciuta anche come vitamina J viene talvolta classificata come appartenente alle vitamine del gruppo B. È usata come precursore per il neurotrasmettitore noto come acetilcolina e costituisce una parte importante delle nostre membrane cellulari neuronali per aiutare la trasmissione nervosa, la fluidità e l’integrità strutturale delle nostre cellule nervose. Sebbene la colina sia prodotta dal corpo umano, è stato dimostrato che un supplemento offre notevoli miglioramenti delle capacità cognitive. In un meccanismo simile alla fosfatidilserina, l’integrazione di colina può essere utilizzata per “precaricare” il cervello con la colina disponibile, consentendo una riserva speciale del composto ogni volta che ne ha più bisogno. La colina ed i suoi derivati sono composti fondamentali per il nostro organismo in quanto coinvolti in più vie metaboliche, il che porta l’integratore di colina ad essere utile per molti obiettivi diversi, vediamoli insieme!

Precursore dell’acetilcolina

Uno dei neurotrasmettitori più importanti per la funzione della memoria è l’acetilcolina, composta da acido acetico e colina. Questo neurotrasmettitore è essenzialmente un gruppo acetilico di molecole collegate ad una molecola di colina. Un calo sostanziale di questo neurotrasmettitore è stato osservato in pazienti affetti da patologie come Alzheimer e demenza senile, la vitamina J rappresenta quindi un supporto naturale contro il declino cognitivo. Questo semplice, ma essenziale neurotrasmettitore innesca una carica che viene poi trasmessa lungo il neurone: è la forza trainante di un segnale nervoso. Per tale motivo un supplemento di colina può determinare un aumento delle capacità nervose e della memoria, molto utile in caso di periodi stressati nel lavoro e nello studio.

Colina per l’apparato cardiocircolatorio

La Colina, congiuntamente alle trimetilglicina (o Betaina) – della quale è precursore – è in grado di “convertire” l’omocisteina plasmatica, un aminoacido in grado di elevare significativamente il rischio cardiovascolare, indipendentemente dalla presenza di altri fattori predisponenti o ereditari in metionina (un aminoacido essenziale).

Funzioni antinfiammatorie

L’assunzione di Colina determina la riduzione delle concentrazioni di alcuni marcatori infiammatori come VES (Un aumento di questo marcatore suggerisce la presenza di un’infiammazione in corso), PCR (Proteina C Reattiva, sintetizzata dal fegato che aumenta fino a valori centinaia di volte superiori a quelli basali la sua concentrazione nel flusso sanguigno in presenza di varie malattie, processi infiammatori o in seguito ad operazioni chirurgiche), citochine infiammatorie e TNFα (Fattore di necrosi tumorale).

Fonti alimentari di colina

La Colina è presente in quantità variabili nel latte materno ed in alimenti come il tuorlo d’uovo, semi di soia, germe di grano, zenzero, riso integrale, fegato (di vitello e di tacchino), lievito di birra ed in molti altri alimenti come la lattuga (in quantità minori che non permettono quindi di stabilire se queste fonti siano utilizzabili per assorbimento intestinale); non è invece contenuta nel latte vaccino ed è inoltre noto che alcol, caffeina, nicotina ed altre sostanze nervine ne compromettono l’integrità.

Dosaggio di Colina

L’assunzione di vitamina J è stata calcolata dal Food and Nutrition Board of the Institute of Medicine of the National Academy of Sciences Statunitense, in 550 milligrammi giornalieri.

Effetti collaterali della colina

L’assunzione secondo le dosi consigliate è stata sporadicamente associata a temporanei fenomeni di nausea, diarrea ed incontinenza in alcuni soggetti predisposti. Dosaggi elevati di Colina (Superiori a 3500 mg giornalieri) potrebbero aumentare l’incidenza di ipotensione, disturbi neurologici ed alterazioni della funzionalità epatica e renale, oltre a causare la comparsa di uno spiacevole odore di pesce durante la sudorazione (A causa dell’escrezione di alcuni cataboliti).

Il miglio integratore alimentare di colina

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Dolore nel lato sinistro e destro del corpo: a cosa corrisponde?

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Il lato sinistro del corpo equivale al lato destro dell’immagine e viceversa

L’addome ed il torace del nostro corpo contengono organi che sono fondamentali per il funzionamento del nostro organismo. Molto spesso i meno esperti tendono a confondere la posizione di questi organi: sono a destra o a sinistra? Oppure capita a tutti di avere dei dolori in una data posizione del corpo e non sapere esattamente a quali organi possano corrispondere. Oggi facciamo chiarezza, anche con l’ausilio dell’immagine in alto, tenendo conto di due informazioni fondamentali:

  • il lato sinistro del corpo equivale al lato destro dell’immagine e viceversa, ad esempio la milza è nel lato sinistro del corpo ma nell’immagine è rappresentata sul lato destro. Dal punto di vista “anatomico” devi imparare ad immaginare un corpo umano come se lo stessi guardando di fronte a te.
  • un dolore può essere percepito in un punto ma può essere causato da una patologia che riguarda un tessuto anche molto distante da quel punto, ad esempio può essere riferito al braccio sinistro ma in realtà avere origine nel cuore, come avviene nell’infarto del miocardio.

Per approfondire, leggi anche:

Organi posizionati nel lato sinistro di torace ed addome

Gli organi e tessuti posizionati nel lato sinistro di torace ed addome, sono:

  • il polmone sinistro;
  • la pleura sinistra;
  • il lobo sinistro del fegato;
  • la scapola e la clavicola sinistra;
  • la parte sinistra dello sterno;
  • una parte dell’esofago;
  • lo stomaco;
  • la milza;
  • una parte dell’aorta;
  • le coste ed i muscoli intercostali;
  • il corpo e la coda del pancreas;
  • la parte finale del colon trasverso;
  • il colon discendente;
  • il sigma;
  • l’ovaio sinistro nelle donne;
  • il rene sinistro;
  • la porzione sinistra dell’intestino tenue;
  • le fasce muscolari.

Organi posizionati nel lato destro di torace ed addome

Gli organi e tessuti posizionati nel lato destro di torace ed addome, sono:

  • il polmone destro;
  • la pleura destra;
  • la maggior parte del fegato;
  • la scapola e la clavicola destra;
  • la parte destra dello sterno;
  • una parte dell’esofago;
  • una parte dell’aorta;
  • le coste ed i muscoli intercostali;
  • la testa del pancreas;
  • la parte iniziale del colon trasverso;
  • il colon ascendente;
  • l’appendice vermiforme;
  • l’ovaio destro nelle donne;
  • il rene destro;
  • la porzione destra dell’intestino tenue;
  • le fasce muscolari.

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I dolori alla parte alta del fianco sinistro possono essere determinati da:

  • patologie del fegato;
  • ulcera allo stomaco;
  • patologie del diaframma;
  • ulcera al duodeno;
  • colica biliare;
  • traumi;
  • patologie della milza;
  • emorragie;
  • pancreatite acuta.

I dolori alla parte centrale del fianco sinistro possono essere determinati da:

  • calcoli renali;
  • traumi;
  • malattia diverticolare del colon;
  • costipazione;
  • infiammazione intestinale;
  • emorragie;
  • patologie della milza.

I dolori alla parte bassa del fianco sinistro possono essere determinati da:

  • malattia diverticolare del colon;
  • dolore pelvico di origine ginecologica;
  • traumi;
  • emorragie;
  • ernia inguinale.

I dolori alla parte alta del fianco destro possono essere determinati da:

  • patologie del fegato;
  • patologie del diaframma;
  • ulcera al duodeno;
  • colica biliare;
  • colecistite;
  • traumi;
  • emorragie;
  • pancreatite acuta.

I dolori alla parte centrale del fianco destro possono essere determinati da:

  • calcoli renali;
  • traumi;
  • malattia diverticolare del colon;
  • infiammazione intestinale;
  • emorragie.

I dolori alla parte bassa del fianco destro possono essere determinati da:

  • malattia diverticolare del colon;
  • dolore pelvico di origine ginecologica;
  • traumi;
  • emorragie;
  • ernia inguinale.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra fratture patologiche, fisiologiche e da stress

MEDICINA ONLINE FRATTURA OSSO NORMALE FISIOLOGICA TRAUMATICA PATOLOGICA DA STRESS DURATA MICROFRATTURA OSTEOPOROSI METASTASI TUMORE ANZIANO CROLLO VERTEBRA Osteoporose healthy bone pathological fracture.jpgPer frattura si intende l’interruzione della continuità di un segmento osseo. In base alle cause che la generano è possibile differenziare tra due tipologie di frattura: patologica  e fisiologica (anche chiamata “frattura traumatica“). Se la frattura riguarda solo l’osso è detta “isolata”, mentre se coinvolge anche i legamenti è detta “associata”. Le fratture possono inoltre essere “composte” (quando i due monconi ossei risultano allineati tra loro), “scomposte” (in cui i due monconi non sono allineati)o “esposte” (i monconi rompono la cute ed arrivano a comunicare con l’esterno). Il punto preciso di interruzione è detto rima di frattura, mentre l’area circostante è definita focolaio di frattura. La differenza più importante, ai fini dell’argomento di questo articolo, è quella tra frattura di tipo traumatica, patologica o da stress:

  • fratture fisiologiche (o traumatiche): avvengono in un osso sano, con normale resistenza meccanica. Essendo le ossa di un adulto estremamente robuste, generalmente è necessario un trauma che possiede una forza medio-elevata per generare una frattura ossea. Sono le fratture più frequenti, diffuse soprattutto tra individui giovani ed adulti, specie se svolgono attività ad alto rischio di impatti violenti (come gli sportivi);
  • fratture patologiche: avvengono in un osso NON sano, con ridotta resistenza meccanica. Tale minore resistenza può essere determinata da molte patologie locali e sistemiche come osteoporosi, tumore osseo o metastasi ossea che indeboliscono progressivamente l’osso. Sono fratture meno frequenti, generalmente diffuse maggiormente tra gli anziani.

Quindi mentre una frattura fisiologica avviene in un osso sano che è stato sottoposto ad un trauma di potenza medio-alta, una frattura patologica invece avviene in un osso indebolito (a causa di una patologia). Per generare una frattura in un osso così indebolito è sufficiente un trauma di potenza medio-bassa.

Le fratture da stress (chiamate anche “fratture da durata”) avvengono su un osso sano a normale resistenza meccanica e sono causati da microtraumi ripetuti varie volte nel tempo. Tali microtraumi singolarmente sarebbero troppo deboli per generare un frattura traumatica, tuttavia, la loro ripetizione nel tempo, indebolisce progressivamente anche l’osso più robusto e lentamente ma inesorabilmente determinano lesione e frattura dell’osso. E’ tipica degli sportivi.

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Ptosi palpebrale congenita, monolaterale, improvvisa, cura ed intervento

MEDICINA ONLINE PTOSI PALPEBRALE INFANTILE OCCHIO BULBO OCULARE SOPRACCIGLIO MONOLATERALE IMPROVVISA CURA INTERVENTO childhood eyelid ptosis ptosis infantil.jpgCon “ptosi palpebrale” (anche chiamata “blefaroptosi“) si intende la diminuzione dell’apertura palpebrale in senso verticale determinata da abbassamento della palpebra superiore che si verifica come conseguenza di un deficit anatomico e/o funzionale del relativo muscolo elevatore della palpebra.

La ptosi palpebrale può essere:

  • congenita o primaria: si verifica in caso di difetti già presenti alla nascita del muscolo elevatore della palpebra, in caso di paralisi del III nervo cranico o in caso di malattie sistemiche quali la sindrome di Bernard-Horner o il fenomeno di Marcus-Gunn;
  • acquisita o secondaria: si verifica in conseguenza di altre patologie come miastenia gravis, distrofia miotonica, distrofia oculofaringea, oftalmoplegia cronica esterna progressiva, oppure come conseguenza di un trauma fisico o della presenza di una massa infiammatoria o cicatriziale.

La ptosi palpebrale può inoltre essere:

  • ptosi palpebrale vera: quando l’abbassamento è determinato da reale abbassamento della palpebra da deficit anatomico e/o funzionale del suo muscolo elevatore;
  • pseudoptosi: quando la ptosi è il risultato di ipotropia, eccesso di cute o ridotto volume dell’orbita oculare.

Cause di ptosi palpebrale

Una ptosi fisiologica si verifica tipicamente nell’invecchiamento. La causa patologica più comune consiste nello sviluppo improprio del muscolo elevatore, responsabile del sollevamento della palpebra superiore. Se la condizione è abbastanza grave, la palpebra cadente può causare altri disturbi, come l’ambliopia (per occlusione); per questo motivo, è importante rivolgere una particolare attenzione al trattamento durante la prima infanzia, prima che la ptosi palpebrale possa interferire con lo sviluppo della vista. Negli adulti, la condizione può verificarsi sia monolateralmente che bilateralmente, come complicanza di altre malattie che determinano indebolimento o paralisi del muscolo elevatore o della sua innervazione, a causa di traumi, malattie neurologiche e muscolari o, più raramente, tumori della cavità oculare.

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Sintomi e segni di ptosi palpebrale

La ptosi è essa stessa un segno caratterizzato dall’abbassamento mono o bilaterale della palpebra che può perdurare stabile nel tempo o seguire un andamento intermittente. La ptosi può svilupparsi gradualmente nel corso di decenni (ptosi progressiva) o improvvisamente. La ptosi palpebrale può essere appena percettibile o coprire completamente la pupilla, l’iride e altre parti dell’occhio. In alcuni casi, la blefaroptosi può limitare e persino impedire la normale visione. Quando la condizione è unilaterale, può essere facile evidenziare una differenza confrontando le due palpebre, mentre la ptosi può essere difficile da identificare quando interessa entrambi i lati del volto o in presenza di un disturbo minimo.
A volte, una palpebra cadente rappresenta un problema isolato che cambia l’aspetto di una persona senza comprometterne la visione o la salute. In altri casi, può essere un segnale di avvertimento per un disturbo più grave, che interessa muscoli, nervi, occhi o cervello. La ptosi palpebrale che insorge in un periodo di giorni o di ore può essere un segno di un grave problema medico.
Sintomi e segni che possono essere associati alla ptosi, comprendono:

  • difficoltà nel chiudere o aprire gli occhi;
  • lieve cedimento o grave lassità della pelle sopra o intorno alla palpebra;
  • stanchezza e dolori intorno agli occhi, soprattutto nel corso della giornata;
  • cambiamento dell’aspetto del viso.

La ptosi può essere associata a strabismo o ad un altro disturbo che colpisce la posizione degli occhi o il loro movimento. Spesso, i bambini affetti da ptosi palpebrale inclinano la testa all’indietro o sollevano le sopracciglia nel tentativo di vedere meglio. Questo comportamento, nel tempo, può portare a mal di testa (per iperattività del muscolo frontale) e a “torcicollo oculare”, che può causare, a sua volta, problemi al collo e/o ritardo nello sviluppo. L’ambliopia (generica debolezza della vista non dovuta ad una malattia conclamata del globo oculare) può derivare direttamente dall’oscuramento della visione o indirettamente dallo sviluppo di errori di rifrazione, come l’astigmatismo. Lo sviluppo di ambliopia rappresenta un’indicazione per la correzione chirurgica immediata della ptosi palpebrale.

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Trattamento della ptosi palpebrale

Il trattamento, nei casi in cui non sia possibile eliminare la causa della ptosi palpebrale, prevede l’intervento chirurgico.

Intervento chirurgico per la correzione della ptosi palpebrale

Il chirurgo sceglie come intervenire a seconda della gravità della ptosi palpebrale, dettata dalla maggiore o minore chiusura della palpebra (in fase statica), nonché dall’escursione verso l’alto del margine palpebrale (fase dinamica), dell’età della persona e del tipo di causa. Esistono due tipi principali di intervento in base al funzionamento del muscolo elevatore della palpebra:

  • il muscolo elevatore della palpebra non funziona: si preleva una porzione di tendine dalla muscolatura laterale della coscia e si crea una sorta di bretella che collega il movimento di apertura o chiusura della palpebra con quello del sopracciglio. Così facendo, una volta che si alza il sopracciglio, automaticamente si solleva la palpebra.
  • il muscolo elevatore funziona ma è troppo debole o sfilacciato: si interviene chirurgicamente per accorciarlo e ri-fissarlo in modo stabile alla porzione rigida della palpebra.

Per eseguire questo intervento il paziente deve potere sottostare a un’anestesia, dunque è necessario fare una serie di esami del sangue e un elettrocardiogramma in preparazione. Alcune malattie che condizionano la cicatrizzazione dei tessuti (diabete) e che richiedono l’uso di anticoagulanti (eparina, aspirina) debbono essere studiate prima dell’intervento, onde evitare di incorrere in serie complicanze.

Nei bambini entrambi gli interventi per la ptosi palpebrale si eseguono sempre in anestesia generale, mentre negli adulti possono essere eseguiti anche in anestesia locale con sedazione, scelta preferibile perché è utile la collaborazione del paziente cosciente che apre e chiude la palpebra durante l’intervento per capire se la palpebra si alza a sufficienza. Di solito la procedura dura circa un’ora. Le tecniche prevedono l’uso di bisturi, strumenti tradizionali e punti di sutura. Laser o altre forme di energia NON sono indicati in questo campo. La via d’accesso per la ptosi palpebrale è la stessa che si utilizza per correggere gli inestetismi in chirurgia estetica. Per questo motivo la cicatrice risulta poco visibile, nascosta nella piega palpebrale.

Possibili complicanze del trattamento chirurgico della ptosi palpebrale

Accorciando il muscolo può accadere che la palpebra non rimanga perfettamente chiusa, soprattutto di notte. Se si tratta di un paio di millimetri, il difetto non crea problemi di salute alla cornea, perché durante il sonno il bulbo oculare ruota e di fatto resta protetto. Se invece l’apertura provoca irritazioni alla cornea, bisogna re-intervenire per evitare che alla lunga si creino ulcere corneali. Un ulteriore problema che può sopravvenire con l’avanzare dell’età è un rilassamento della cute, che può presentare delle pliche diverse dalla palpebra sana. Anche questo inestetismo può essere risolto con un semplicissimo intervento di chirurgia plastica chiamato blefaroplastica.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Differenza esoftalmo ed enoftalmo

MEDICINA ONLINE ENOFTALMO OCCHIO BULBO OCULARE SOPRACCIGLIO MONOLATERALE IMPROVVISA CURA INTERVENTO.jpg

Enoftalmo dell’occhio destro

In sintesi: l’esoftalmo indica lo spostamento dell’occhio verso l’esterno, mentre l’enoftalmo indica lo spostamento dell’occhio in profondità.

Con “esoftalmo” si intende una protrusione (cioè uno spostamento in avanti) del bulbo oculare oltre la rima palpebrale negli adulti (nei bambini e negli anziani è infatti normale un lieve enoftalmo). L’esoftalmo può essere unilaterale (colpisce solo un occhio) o bilaterale (colpisce entrambi gli occhi; inoltre può essere diretto (l’occhio si presenta semplicemente spinto in avanti, provocato da formazioni di natura traumatica o tumorale) o indiretto (in cui è presente uno spostamento anche laterale del bulbo oculare, comunemente causato da processi malformativi od infiammatori cronici, nonché da patologie che interessano la tiroide, come l’ipertiroidismo che si verifica nel morbo di Basedow).

Con “enoftalmo” in medicina si intende lo spostamento del bulbo oculare verso l’interno, in profondità rispetto alla sua condizione normale. L’arretramento del bulbo deve essere superiore a 2 mm. Anche l’enoftalmo può essere unilaterale o bilaterale e può essere determinato da molte cause diverse come: sindromi cachettiche, sindrome di Bernard Horner, stato di disidratazione cronica, traumatismi (fratture LeFort II e III).

La gravità dell’enoftalmo viene espressa in millimetri di spostamento indietro dell’occhio, mentre nell’esoftalmo in millimetri di spostamento in avanti dell’occhio. Tale misurazione che viene effettuata con l’imaging a risonanza magnetica.

Per approfondire:

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