Ti spiego perché tuo fratello maggiore è più intelligente di te

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO BAMBINI FRATELLI FAMIGLIA GENITORI FAMIGLIATi senti meno “sveglio” di tuo fratello maggiore? Forse hai ragione, ma anche se fosse vero la “colpa” non è tua ma è del modo in cui sei stato educato. A conferma di questa tesi arriva una ricerca che, analizzando 250 mila QI, ha scoperto che la causa è educativa, non biologica. Questa notizia non fa piacere a molti, a partire dal sottoscritto, visto che chi vi sta parlando fa appunto parte della categoria dei… secondogeniti! I primogeniti, nella media, sono più intelligenti. Un ricercatore dell’Università di Oslo chiamato Peter Kristensen ha analizzato i test di intelligenza condotti su un campione di 250 mila maschi tra i 18 e i 20 anni e ha verificato che il valore dei QI diminuiscono con il diminuire dell’ordine di nascita: secondo quella ricerca, i primogeniti hanno in media un grado di intelligenza di 2,3 punti maggiore rispetto ai fratelli più giovani.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Tutti i segreti dei postumi di una sbornia

Mal di testa persistente, nausea e bocca impastata. Non è la prima volta che ti succede, anzi, scottato dall’esperienza, ti eri ripromesso che non sarebbe più accaduto, ed invece eccoti qui. Se ti ubriachi troppo spesso forse è l’ora di chiedere aiuto ad un medico, ma questa è un’altra storia. Oggi ci occupiamo dei postumi della sbornia e di come smaltirli il più rapidamente possibile.

Durata dei postumi della sbornia

Le hai provate tutte, ma i “rimedi della nonna” non hanno funzionato. Ti chiedi quando ti passerà. Per ritrovare un po’ di serenità, il tuo migliore alleato sarà solo uno: il tempo. In effetti bastano pochi secondi per mandare giù un bicchiere, ma c’è poi bisogno di un’ora per smaltire 0,15 mg/l di alcol. Vale a dire un po’ più di 3 ore se hai bevuto 0,5 mg/litri di alcol, cioè la stessa quantità di tasso alcolico consentito dalla legge. Però puoi bere acqua per evitare la disidratazione e favorire l’eliminazione dell’alcol nelle urine.

Perché hai la “bocca impastata”?

L’alcol provoca effetti sul corpo. Se assunto in grandi quantità, le capacità degli enzimi con il compito di smaltirlo vengono superate. Uno di questi enzimi diffonde poi una sostanza che provoca il vomito attraverso la secrezione della bile gastrica. Questa sensazione di “pienezza” sarebbe tanto più sentita quanto più l’alcol ingurgitato conteneva metanolo, molto più tossico dell’etanolo. In cima ai 50 tipi di alcol che provocano la guele de bois, come la chiamano i francesi, ci sono in ordine decrescente il brandy, il vino rosso, il rhum, il vino bianco, il gin e la vodka. Ma, naturalmente, è tutta questione di proporzione e di tolleranza dell’organismo, a seconda del sesso o dell’origine etnica. Gli asiatici, sprovvisti di un enzima, sono più vulnerabili.

Come smaltire i postumi di una sbornia?

In ogni caso puoi assumere del paracetamolo per ridurre il mal di testa, preferibile all’aspirina che potrebbe provocare sanguinamenti gastrici e aggravare il bruciore di stomaco. Questo può essere attenuato con i farmaci antiacidi. Le nausee e il vomito si possono invece contrastare con farmaci antinausea come il domperidone o la metoclopramide.

Un bicchiere e ti passa?

Aggiungiamo che il vecchio adagio “bisogna combattere il male con il male”, non ha naturalmente nessun fondamento e l’assunzione di un bicchiere di alcol non farà passare più rapidamente i postumi di una sbornia, bensì aggraverà la situazione.

Il vero o falso dei rimedi della nonna

Per bere senza ubriacarsi, bisogna ingoiare un cucchiaio di olio di oliva prima del pasto  
Falso: questa pratica deriva dal principio che l’olio, andando a rivestire le pareti dello stomaco, limiterebbe l’assorbimento dell’alcol.

Per non avere mal di testa, bisogna evitare di mescolare vino bianco e vino rosso
Falso: Non sono i miscugli di per sé ad essere pericolosi, ma l’eccedere nelle bevande alcoliche. Alcune persone, tuttavia, dimostrano una particolare sensibilità verso i vini bianchi.

Per limitare gli effetti dell’alcol, bisogna fare una doccia fredda e bere diversi caffè
Falso: Né la doccia, né il caffè servono a diminuire l’alcolemia. Solo il tempo possiede questa virtù. Tuttavia, sia l’una che l’altro permettono di combattere la sonnolenza.

L’esercizio fisico accelera l’eliminazione dell’alcol dal fegato
Falso: Non c’è niente che acceleri il lavoro di smaltimento del fegato: né l’esercizio fisico, né il freddo o il caldo, e neanche l’’assunzione di cibo o farmaci. Solo il tempo permette di far diminuire l’alcolemia e la capacità di smaltimento varia da un soggetto a un altro. Un individuo in buona salute elimina in media 0,15 g di alcol all’ora. Risultato: pochi secondi per buttare giù un bicchiere e almeno 90 minuti per smaltirlo! Senza dimenticare che, se consumato a digiuno, l’alcol si diffonde più velocemente nell’organismo rispetto a quando viene assunto durante un pasto, e in quel caso manifesta i suoi effetti più rapidamente.

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Abbuffarsi senza alcun controllo: è il disturbo da alimentazione incontrollata

MEDICINA ONLINE UOMO CHE MANGIA DOLCI CIBO MANGIARE DIETA DIMAGRIRE CRAVATTA CAMICIA GRASSI MASSA CORPOREA LAVORO UFFICIO STRESS MERENDA CALORIEIl disturbo da alimentazione incontrollata (in inglese “Binge Eating Disorder” da cui l’acronimo BED) è un disturbo alimentare di tipo bulimico che si manifesta con episodi di ricorrenti e protratte assunzioni di cibo, associate alla sensazione di perdere il controllo dell’atto del mangiare, ma NON seguite da manovre di eliminazione (come induzione del vomito o assunzione di diuretici e/o lassativi) o da altri comportamenti compensatori (come digiuno o attività fisica sostenuta). Quando l’abbuffata avviene di notte e non si verificano condotte compensatorie, si parla di “Night Eating Disorder” (NED). cioè di “disturbo da alimentazione notturna”: esso è caratterizzato da episodi di abbuffate notturne o dal mangiare per alcune ore durante la notte.

Cause e fattori di rischio

I fattori di rischio sono gli stessi per tutti i disturbi del comportamento alimentare:

  • la presenza di un membro della famiglia a dieta per un qualsiasi motivo
  • critiche di familiari su alimentazione, peso o le forme corporee
  • episodi di vita in cui si è stati presi in giro sull’alimentazione, il peso o le forme corporee
  • obesità dei genitori
  • obesità personale nell’infanzia
  • frequentazione di ambienti che enfatizzano la magrezza (es. danza, moda, sport)
  • disturbi dell’alimentazione in famiglia

Esistono, inoltre, delle caratteristiche specifiche di personalità che si riscontrano nei pazienti affetti da disturbo dell’alimentazione. Questi aspetti di personalità vengono considerati come fattori di vulnerabilità individuale, ovvero fanno sì che coloro che ne sono portatori siano più esposti di altri a sviluppare un disturbo dell’alimentazione. Una persona sarà tanto più a rischio se:

  • ha uno scarso concetto di sé (bassa autostima);
  • non ha fiducia in se stessa;
  • ha scarsa consapevolezza delle proprie emozioni;
  • è eccessivamente perfezionista;
  • tende ad estremizzare le cose, cioè “vede tutto bianco o tutto nero”;
  • manifesta comportamenti impulsivi o comportamenti ossessivi;
  • tende ad attribuire importanza eccessiva al peso ed alla forma del proprio corpo.

Sintomi e segni

Gli individui affetti da tale disturbo presentano ricorrenti episodi di alimentazione incontrollata (non per forza eccedono con il cibo in modo costante), ovvero abbuffate che presentano almeno tre delle seguenti caratteristiche:

  • mangiare più velocemente del normale;
  • mangiare grandi quantitativi di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati;
  • mangiare fino a sentirsi dolorosamente pieni;
  • mangiare da soli e di nascosto, per via della vergogna che si prova per quanto si sta mangiando;
  • sentirsi disgustati di sé, depressi o molto in colpa dopo un’abbuffata.

Le abbuffate degli individui affetti dal disturbo di alimentazione incontrollata sono tipicamente caratterizzate dalla presenza di due elementi in contemporanea:

  • il fatto di mangiare in un periodo definito di tempo una quantità di cibo nettamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe in quel lasso di tempo e in quelle stesse circostanze;
  • la sensazione di perdita di controllo durante l’episodio (incapacità di controllare cosa si mangia e quanto, e incapacità di fermarsi).

Ciò porta coloro che soffrono di BED, nel corso del tempo, ad evolvere verso l’obesità, che può essere di grado variabile. Il 20-30% dei soggetti che richiedono un trattamento per l’obesità e il 5-8% degli obesi in genere soffre di un disturbo da alimentazione incontrollata.

In caso di uso frequente di condotte di eliminazione, il paziente presenta spesso il segno di Russell; per approfondire: Segno di Russell in anoressia e bulimia: cause ed interpretazione

Differenze tra disturbo da alimentazione incontrollata e bulimia

I due disturbi sono molto simili tra loro, tuttavia nel disturbo da alimentazione incontrollata l’abbuffata non è seguita da alcun comportamento compensatorio inadeguato, quali l’epurazione (vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici o clisteri), l’esercizio fisico eccessivo e/o il digiuno: questa è la principale differenza con la bulimia nervosa: nella bulimia nervosa tali condotte compensatorie sono invece presenti e seguono l’abbuffata. I due disturbi del comportamento alimentare, alimentazione incontrollata e bulimia, hanno tuttavia numerose caratteristiche in comune, come il fatto che il paziente tendenzialmente sia cosciente della sua situazione, ma se ne vergogni moltissimo e la viva con preoccupazione sia relativa alla perdita di controllo che relativa alle conseguenze delle abbuffate sul peso corporeo e sulla salute.

Conseguenze fisiche

Il disturbo da alimentazione incontrollata può portare – direttamente o indirettamente – a complicazioni mediche vere e proprie, come:

  • sovrappeso od obesità;
  • ridotta aspettativa di vita;
  • diabete;
  • malattie cardiovascolari;
  • apnee notturne;
  • certe tipologie di tumore;
  • dislipidemia;
  • colelitiasi;
  • ipertensione arteriosa;
  • infarto del miocardio.

Conseguenze psicologiche

I soggetti affetti da BED, dal punto di vista psicologico, sono tipicamente depressi o stressati a causa del proprio problema alimentare. Spesso questa sensazione si traduce in isolamento sociale, poiché essi si vergognano del proprio stile alimentare o della propria condizione di sovrappeso o obesità. In alcuni casi il soggetto soffre di depressione e può avere ideazioni suicidarie.

Terapia

Come tutti i disturbi del comportamento alimentare, il BED necessita di un approccio multidisciplinare che preveda una collaborazione tra psichiatra, internista, dietologo e psicologo. Si hanno quindi a disposizione diversi tipi di trattamento, ciascuno focalizzato su aspetti specifici del problema e su modalità peculiari di intervento. Tuttavia, il disturbo da alimentazione incontrollata sembra rispondere meglio ai trattamenti sia rispetto all’anoressia nervosa che alla bulimia nervosa.

Trattamento dimagrante convenzionale

Un trattamento dimagrante convenzionale ha efficacia a breve termine nel ridurre le abbuffate, ma la probabilità di ricaduta è estremamente alta, poiché non si va ad intervenire in alcun modo sui meccanismi disfunzionali che in primo luogo hanno generato il problema.

Auto-aiuto con manuali

L’auto-aiuto con i manuali, si è riscontrato utile nelle forme più lievi.

Psicoterapia

  • La terapia cognitiva-comportamentale è il metodo maggiormente studiato e supportato dagli specialisti per la cura dei DCA; si pone come scopo quello di aiutare chi soffre di un disturbo dell’alimentazione a imparare a gestire il proprio sintomo, a sostituirlo con comportamenti più adeguati e soddisfacenti, e a identificare e modificare alcune modalità di pensiero problematiche che favoriscono il mantenimento della patologia alimentare. Il trattamento prevede tre fasi per una durata complessiva di almeno un anno.
  • La terapia ad orientamento sistemico-relazionale cerca di intervenire sul problema attraverso la modificazione delle relazioni familiari problematiche all’interno del nucleo familiare, e presuppone dunque che sia l’intera famiglia a sottoporsi al trattamento
  • Il counselling dietetico-nutrizionale, attraverso il monitoraggio quotidiano dell’alimentazione mediante un diario alimentare dove la persona annota cosa ha mangiato durante il giorno, permette nei casi meno gravi di modificare le abitudini nutrizionali scorrette.

Sia la terapia cognitivo-comportamentale che la psicoterapia interpersonale danno dei tassi di remissione ≥ 60%; il miglioramento solitamente è ben mantenuto nel lungo termine. Tali trattamenti non producono però una significativa perdita di peso nei pazienti obesi, se non abbinati anche ad uno specifico piano alimentare.

Terapia farmacologica

  • farmaci antidepressivi – come gli inibitori della ricaptazione della serotonina. Hanno un’efficacia a breve termine nell’eliminare le abbuffate, ma quella a lungo termine non è nota.
  • lisdexamfetamina – approvata per il trattamento del disturbo da moderato a grave. Può ridurre il numero di giorni di abbuffata e sembra causare una lieve perdita di peso, ma la sua efficacia a lungo termine è sconosciuta.
  • farmaci che sopprimono l’appetito (come per esempio il topiramato).
  • farmaci dimagranti (come per esempio l’orlistat).

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Come funziona l’erezione del pene?

MEDICINA ONLINE GELOSIA UOMO COME FUNZIONA ONE HUNGRY SAD COUPLE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA LOVE COUPLE FRINEDS LOVER SEX GIRL MAN NO WOMAN WALLPAPER.jpgIl termine “erezione” si riferisce all’aumento di volume e all’indurimento di organi o tessuti erettili (pene, clitoride, capezzoli) dovuto ad una massiccia vasodilatazione. Tale fenomeno, che  rispecchia lo stato di eccitazione sessuale maschile, è  sostenuto dall’integrazione di stimoli di varia natura. Fisiologicamente parlando, l’erezione è il risultato di una fine interazione tra elementi di natura vascolare, ormonale, nervosa, psicologica e genitourinaria.

Continua la lettura su https://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/erezione-pene.html

Integratori alimentari

Qui di seguito trovate una lista di integratori alimentari acquistabili senza ricetta, potenzialmente in grado di migliorare la prestazione sessuale sia maschile che femminile a qualsiasi età e trarre maggiore soddisfazione dal rapporto:

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Scatta l’aumento record per le sigarette: un motivo in più per smettere

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO FUMA SIGARETTA NICOTINA TABAGISMO TOSSICODIPENDENZAProprio ieri, 16 ottobre 2013, ho festeggiato un anno da quando ho smesso di fumare. Sono veramente soddisfatto della mia scelta e spero che tutti voi lettori fumatori possiate trovare la forza e la voglia per prendere quel pacchetto che avete in tasca o in borsa e buttarlo definitivamente nella spazzatura. Non volete farlo per la vostra salute? Non volete farlo per la salute dei vostri figli? Non volete farlo per essere più belli e per avere più energia “sotto le coperte”? Presto avrete un motivo in più per smettere, visto che viene ad essere colpito qualcosa che di questi tempi sta soffrendo già veramente molto: il portafogli.

Aumento record

Sta per scattare infatti l’aumento record per le sigarette voluto dal governo e questa non è la sola brutta notizia per i fumatori visto che ulteriori aumenti sono già programmati per i prossimi tre anni. I consumatori delle “bionde” dovranno sorbirsi a partire dal primo gennaio 2014 almeno quaranta centesimi di aumento per ciascun pacchetto. Non che sia il primo, ma, certamente, è l’incremento più consistente mai messo in atto in una volta sola. Il rincaro così come concepito dai tecnici di Fabrizio Saccomanni è programmato per tappe: sarà di ben il 18,7% in tre anni. Dopo i quaranta centesimi del 2014, infatti, seguiranno almeno due aumenti di venti centesimi a pacchetto dal 2015 in poi.

Troppo aumento, minori entrate

Tutto questo serve per ricavare qualche soldo per questa Italia in piena crisi economica, anche se i risultati sperati (le maggiori entrate) potrebbero essere minori delle aspettative. Dovete infatti sapere che proprio l’anno scorso, tra gennaio e giugno del 2012, le vendite di tabacchi lavorati hanno messo a segno un calo del 9%. Detta così sembra che qualche campagna contro il tabagismo abbia sortito l’effetto sperato. E invece no. Semplicemente sembra essere stata raggiunta la soglia massima di tassazione portando il prezzo del pacchetto oltre i 5 euro e quindi nel migliore dei casi qualcuno ha smesso, nel peggiore si è rivolto al mercato di contrabbando delle sigarette. E’ quello che molti prevedono che avverrà anche con l’ultimo aumento dell’IVA: i prezzi aumentano, la gente non compra, i ricavi per lo Stato diminuiscono. Ma l’Economia non è proprio la mia materia, forse è meglio se torno alla mia amata Medicina!

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I grassi non fanno ingrassare

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO COLAZIONE CORNETTO DOLCI FRUTTA CROISSANT DIETA DIMAGRIRE CALORIE GRASSII grassi fanno ingrassare? No! Vi sembra strano? Continuate la lettura!

Cominciamo dal principio: i grassi, o meglio lipidi, sono componenti nutrizionali estremamente importanti per l’equilibrio organico della “macchina uomo”; benché si accomunino per insolubilità in acqua, solubilità in solventi organici e consistenza untuosa, tra di loro i grassi sono estremamente eterogenei e si differenziano per struttura molecolare e funzione biologica.  I lipidi sono elementi ternari composti da carbonio (C), idrogeno (H) ed ossigeno (O), e si possono classificare in base alla loro complessità molecolare: Semplici: Gliceridi, Steridi e Cere (esteri formati dal legame tra un alcol ed acidi grassi) Complessi: Fosfolipidi e Glicolipidi (i quali contengono anche altre molecole)

Riferendosi all’intera categoria, i lipidi assolvono diverse funzioni; tra di esse ricordiamo: Energetica (9 kcal/g) Strutturale cellulare (colesterolo e fosfolipidi sono elementi essenziali alla struttura delle membrane cellulari) Strutturale nervosa (costituente delle guaine mieliniche) Bio-regolatrice (precursori ormonali e paraormonali) Soluzione vitaminica (vit. liposolubili: A, D, E e K) Riserva (tessuto adiposo bianco e bruno) Essenziale

In merito a quest’ultima funzione è opportuno scendere ulteriormente nel dettaglio.  I lipidi essenziali, cioè elementi che l’organismo NON è in grado di sintetizzare autonomamente, sono detti Acidi Grassi Essenziali (A.G.E) o Essential Fatty Acides (E.F.A.). Si presentano come semplici catene carboniose e possiedono entrambi 2 o più doppi legami (A.G. polinsaturi); essi prendono il nome di: Acido alfa linolenico, della serie omega 3, contenuto maggiormente nel pesce azzurro e nei semi di lino Acido linoleico, della serie omega 6, contenuto maggiormente negli oli  d’oliva, girasole, mais, vinaccioli e soia, ed in buona quantità nella frutta secca.

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Gli A.G.E svolgono alcune importantissime funzioni quali:

  • Fluidificazione di membrana
  • Precursione dell’acido arachidonico, quindi di agenti pro-infiammatori (prostaglandine, trombossani ecc.), ma anche di di citochine anti-infiammatorie Azione ipo-trigliceridemizzante
  • Ottimizzazione della pressione arteriosa
  • Prevenzione del deposito vascolare di colesterolo e riduzione del rischio aterosclerotico
  • Incremento della captazione tissutale-recettoriale del colesterolo LDL.

Secondo i LARN; l’apporto complessivo di A.G.E. deve costituire il 2,5% delle calorie totali suddiviso in: 0,5% omega 3 (oppure da 0,5g a 1,5g/die) 2,0% omega 6 (oppure da 4,0g a 6,0g/die) Tuttavia, in virtù del potenziale effetto protettivo sul rischio cardiovascolare, le più recenti linee guida internazionali raccomandano apporti più generosi (tra il 6 ed il 12% delle calorie totali).

Senza trascurare l’estrema importanza degli A.G.E appena citati, è possibile definire che, dal punto di vista quantitativo, i lipidi di maggior interesse nutrizionale sono i gliceridi in quanto costituiscono circa il 96-97% dei grassi alimentari.  I gliceridi possono essere formati da una, due o tre catene di acidi grassi legate ad un alcol (il glicerolo) per formare rispettivamente mono, di o trigliceridi (o molecole miste come i fosfolipidi). La componente molecolare dei gliceridi che viene utilizzata DIRETTAMENTE al fine di produrre ATP (energia) è costituita dagli acidi grassi.

Gli acidi grassi differiscono per lunghezza (catena corta, media o lunga) e per il tipo di legami che li caratterizzano (i saturi sono privi di doppi legami, i monoinsaturi hanno un doppio legame e i polinsaturi possiedono due o più doppi legami). Dopo questa breve introduzione è possibile fare maggiore chiarezza in merito alla quantità ed alla qualità lipidica desiderabile nella dieta dell’essere umano; veniamo dunque al punto: I grassi fanno ingrassare?

La risposta non è semplice in quanto tendenzialmente fuorviante… ma in onore al vero: NO, non sono i grassi a far ingrassare bensì l’eccesso calorico!

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Il sovrappeso e l’obesità sono patologie per lo più riconducibili ad un bilancio calorico positivo(energia IN – energia OUT) ed all’abuso di alimenti ad alta densità energetica; è quindi opportuno sottolineare che: l’eccesso di ciascuno dei 3 macronutrienti (glucidi, protidi e lipidi), senza eccezioni ma con le dovute differenze, comporta scompensi metabolici ed induce l’incremento ponderale.

In base ai Livelli di Assunzione Raccomandata dei Nutrienti per la popolazione italiana (LARN), i lipidi dovrebbero costituire il 30% della porzione energetica totale nell’individuo in accrescimento ed il 25% nell’adulto, dei quali 1/3 saturi e 2/3 insaturi, avendo anche cura di raggiungere la quota di A.G.E. e di non oltrepassare i 300mg/die di colesterolo esogeno. Il lettore non si lasci forviare dalle diciture che vengono utilizzate nell’esposizione della stima; facendo il calcolo percentuale sul fabbisogno calorico totale dell’individuo si includono scrupolosamente e completamente anche i lipidi NON energetici, le cui funzioni molecolari risultano essenziali per il corretto mantenimento delle attività fisiologiche, quindi: la stima quantitativa del fabbisogno lipidico attraverso la ripartizione energetica GARANTISCE anche l’apporto essenziale dei lipidi non energetici.

Tuttavia, introdurre una percentuale lipidica moderatamente superiore riducendo quella glucidica o proteica NON incide significativamente sul bilancio energetico e sulla composizione corporea. E’ comunque d’obbligo specificare che, rispetto a protidi e glucidi, i grassi sono i nutrienti che possiedono un maggior potenziale d’ossidazione energetica; pertanto, comparando 2 pasti isocalorici dei quali uno a prevalenza lipidica uno bilanciato

è deducibile che quest’ultimo, avvalendosi di porzioni maggiori, risulti anche più saziante; inoltre, tenendo in considerazione che i lipidi NON sono idrosolubili e la loro concentrazione negli alimenti è spesso inversamente proporzionale all’acqua, lo svantaggio in termini quantitativi può fare la differenza. E’ pur vero che la metabolizzazione dei grassi (come quella degli aminoacidi) ESULA dalla veicolazione insulinica e rallenta l’assorbimento dei carboidrati riducendo il picco glicemico e godendo di tutti i vantaggi attribuiti alla calma insulinica, quindi consumando pasti a moderata prevalenza lipidica si domina parzialmente il picco insulinico ma pur giovando (soggettivamente) di un minor appetito è necessario consumare porzioni alimentari più ridotte a discapito della sazietà gastrica.

Al contrario, eccedere sistematicamente ed in maniera massiccia nel consumo dei grassi e delle proteine (a discapito della quota glucidica) induce un graduale svuotamento delle riserve di glicogeno epatico e muscolare accompagnato ad un adattamento enzimatico tissutale muscolare che (verosimilmente) promuoverebbe il consumo dei lipidi rispetto a quello dei carboidrati. Inoltre, l’incremento dell’ossidazione lipidica e della neoglucogenesi amminoacidica (accentuata in condizioni di ipoglicemia e deplezione prolungata delle scorte di glicogeno) incrementa proporzionalmente la concentrazione ematica di componenti cataboliche come i cheto-acidi, l’ammonio e l’ urea; in circostanze simili si osserva: Un maggior carico epatico a causa dell’incremento di neoglucogenesi, quindi della trans-aminasi e relativo ciclo dell’urea Un maggior carico renale a causa dell’iperosmolarità dei cheto-acidi e dell’urea con tendenza alla disidratazione sistemica Eventuale alterazione scompensata del ph ematico che, in associazione all’ipoglicemia, nel lungo termine può indurre complicanze nervose centrali anche gravi.

In sintesi, l’eccesso prolungato di lipidi (sia saturi che insaturi) e protidi nella dieta a discapito della quota glucidica può indurre un miglioramento dell’efficienza ossidativa degli acidi grassi nelle cellule muscolari; questo aspetto non è da sottovalutare ed associato ad una minuziosa selezione qualitativa dei grassi insaturi a discapito dei saturi e può trovare applicazione (o dare spunto) nel trattamento di alcune patologie metaboliche (soprattutto quelle patogeneticamente correlate all’abuso di carboidrati raffinati nella dieta). Nonostante ciò, lo scarico glucidico importante e prolungato nell’individuo sano e fisicamente attivo presenta effetti collaterali concreti, plausibili e pertanto non trascurabili; tra di essi ricordiamo la compromissione della funzionalità nervosa centrale, la disidratazione sistemica, il sovraccarico renale e verosimilmente quello epatico.

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In ultimo, traducendo in nutrienti i regimi alimentari iperlipidici è possibile osservare due aspetti degni di nota: L’abuso di alimenti animali contenenti acidi grassi saturi e di prodotti alimentari “artefatti” contenenti acidi grassi insaturi idrogenati (forma trans) conduce inevitabilmente all’aumento delle LDL endogene L’abuso di alimenti vegetali contenenti acidi grassi insaturi (monoinsaturi e polinsaturi omega 6) induce un aumento significativo dell’apporto di acido linoleico ma non incide altrettanto efficacemente nell’intake di acido alfa linolenico.

Come già specificato, i due A.G.E devono rappresentare il 2,5% delle calorie totali, nello specifico omega 3 lo 0,5% ed omega 6 il 2%; la carenza di queste due componenti è senz’altro dannosa, ma da studi recenti è emerso che anche l’eccesso di omega 6 può indurre alcuni effetti indesiderati. Infatti, essendo precursore delle prostaglandine, l’acido linoleico in eccesso (dati accertati su dosi farmacologiche) è responsabile dell’aumento della risposta infiammatoria sistemica.

E’ quindi possibile definire che: i regimi dietetici ad elevato contenuto di grassi saturi peggiorano significativamente la condizione lipidica ematica, mentre quelli ad elevato contenuto di acidi grassi omega 6 potrebbero incidere negativamente sulla condizione sistemica incentivando la produzione di molecole pro-infiammatorie.

In conclusione, è si possibile affermare che a percentuali più o meno equilibrate “i grassi non fanno ingrassare“; tuttavia, l’abuso prolungato di alimenti ad alto contenuto lipidico e la conseguente riduzione dei glucidi, dei protidi o di entrambi, nel lungo termine può causare scompensi omeostatici e/o metabolici clinicamente RILEVABILI ed assolutamente non trascurabili.

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Farmaci per curare le mestruazioni dolorose e terapia non farmacologica

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RAGAZZA TRISTE DONNA DEPRESSIONE STANCA PAURA FOBIA PENSIERI SUICIDIO FIUMA PONTEConsiglio di leggere prima questo articolo: Dismenorrea: quando le mestruazioni sono dolorose

Il trattamento farmacologico di prima linea per la cura del dolore associato alla dismenorrea consiste nella somministrazione di FANS, farmaci antinfiammatori non steroidei utili per mascherare il dolore. Questi medicinali esercitano la propria attività terapeutica anche bloccando le COX 1 e 2 (enzimi ciclossigenasi responsabili della formazione di prostaglandine, trombossano e prostacicline, mediatori chimici del dolore).  Quando il dolore è così intenso da generare nausea e vomito, si consiglia la somministrazione di un antiemetico, oltre chiaramente ai FANS. Discussa risulta invece la cura con l’alverina citrato, un farmaco antispastico che esercita la propria attività terapeutica solo in alcune donne.
Da ultimo, ma non per importanza, l’assunzione regolare di un contraccettivo ormonale è indicata per le donne con forti dolori mestruali: la pillola anticoncezionale, infatti, contiene ormoni che bloccano l’ovulazione, riducendo pertanto anche il dolore associato ai crampi mestruali.  Qualora le mestruazioni dolorose dipendano da una patologia di fondo, come l’endometriosi o la presenza di fibromi, la soluzione più appropriata risulta essere la chirurgia (ablazione chirurgica del tessuto anomalo).
Di seguito sono riportate le classi di farmaci maggiormente impiegate nella terapia contro le mestruazioni dolorose, ed alcuni esempi di specialità farmacologiche; spetta al medico scegliere il principio attivo e la posologia più indicati per il paziente, in base alla gravità della malattia, allo stato di salute del malato ed alla sua risposta alla cura.

FANS

Per alcune donne che riferiscono di avere delle mestruazioni veramente molto dolorose, in alcuni casi la somministrazione di FANS nella dismenorrea dovrebbe iniziare addirittura il giorno prima dell’arrivo delle mestruazioni, a scopo preventivo.

Ibuprofene (es. Brufen, Moment, Subitene): per il dolore medio-moderato alla gola, si consiglia di assumere per os una dose di attivo pari a 200-400 mg (compresse, bustine effervescenti), ogni 4-6 ore dopo i pasti, al bisogno. Non assumere oltre 2,4 grammi al dì. La somministrazione endovenosa per placare il dolore da dismenorrea non è indicata. Naproxene (es. Aleve, Naprorex): si consiglia di assumere una capsula da 550 mg due volte al dì (ogni 12 ore, salvo ulteriori indicazioni del medico), al bisogno.

Flurbiprofene (es. Froben): la dose raccomandata per il controllo del dolore associato alla dismenorrea è 50 mg, da assumere per bocca 4 volte al giorno, al bisogno. Non superare le dosi indicate.

Valdecoxib (es. Bextra): farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS) appartenente al gruppo dei medicinali denominati “inibitori della ciclossigenasi-2 (COX-2)”. Il principio attivo, bloccando l’enzima COX-2, inibisce il rilascio di prostaglandine, i mediatori del dolore che favoriscono l’infiammazione e la percezione dolorosa. Indicativamente, assumere il farmaco alla dose di 20 mg, due volte al giorno. Il farmaco non è attualmente commercializzato in Italia.

Acido mefenamico (es Lysalgo): la dose raccomandata per le mestruazioni dolorose suggerisce di assumere 500 mg di farmaco per via orale, seguiti da 250 mg ogni 6 ore, a partire dal momento in cui sopraggiunge la mestruazione.

Somministrazione di ormoni estro-progestinici per il controllo delle mestruazioni dolorose

Etinilestradiolo/Levonorgestrel (es. Loette, Microgynon, Miranova, Egogyn): si tratta di pillole contraccettive, indicate in primis per bloccare l’ovulazione (effetto contraccettivo) ed in secondo luogo per il controllo del dolore nel contesto delle dismenorrea. Questi farmaci sono reperibili in confezioni da 21-28 compresse: ogni compressa è costituita da 0,02 mg di etinilestradiolo e 0.1 mg di levonorgestrel. La cura farmacologica prevede l’assunzione di una compressa al dì, per 21 giorni, possibilmente circa alla medesima ora ogni giorno, seguita da un intervallo libero di una settimana.

Desogestrel/Etinilestradiolo (es. Gracial, Novynette, Lucille, Dueva, Securgin): si tratta di compresse rivestite da 20 mcg di etnilestradiolo e 150 mcg di desogestrel. La posologia di questi farmaci rispecchia quella sopradescritta: la corretta modalità d’assunzione di questi attivi garantisce una significativa riduzione del dolore associato alla dismenorrea.

Terapia non farmacologica e consigli per il controllo delle mestruazioni dolorose

Applicare una borsa dell’acqua calda a livello del basso ventre. Bere liquidi caldi e consumare pasti leggeri e frequenti (dilazionare i pasti in tanti piccoli spuntini). Praticare tecniche di rilassamento, come yoga o meditazione. Può essere utile anche assumere integratori minerali e vitaminici (calcio, magnesio, vitamina B6) e, nel caso l’alimentazione risulti carente, integrare la dieta con supplementi a base di omega tre (ricchi di EPA e DHA, come l’olio di pesce). Ovviamente un consiglio che va bene anche per migliorare la nostra salute è perdere peso, se necessario, e seguire un programma di regolare esercizio fisico. Le mie pazienti riferiscono che, quando il dolore non è particolarmente eccessivo, può bastare anche soltanto stendersi sul letto, rilassarsi con un bel film con Meg Ryan e praticare un massaggio a livello del basso ventre, per alleviare il dolore mestruale.

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Dismenorrea: quando le mestruazioni sono dolorose

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA TRISTE DEPRESSIONE TRISTEZZA CAPELLI PENSIERI PAURA FOBIAI dolori mestruali affliggono, in maniera più o meno importante, donne fertili di tutte le civiltà e di ogni rango sociale. Non a caso, quindi, la dismenorrea (altro nome per indicare il forte dolore mestruale) è una delle più comuni condizioni di interesse ginecologico. La mestruazione dolorosa affligge approssimativamente l’80% delle donne in fase di ciclo mestruale e nel 30% circa dei casi può impedire le normali attività quotidiane, costringendo a letto per più ore o giorni le persone interessate.

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Cause

La causa di una dismenorrea è spesso difficile da definire, data anche la notevole soggettività dei sintomi, tuttavia può essere ricondotta o ad alterata funzione ovarica o ad altre alterazioni a carico dell’utero o infine a motivi non chiaramente patologici, di origine nervosa e ormonale. Vi sono due diverse forme di dismenorrea: quella primitiva (che appare nelle donne che non hanno mai partorito) e una forma secondaria (frequente nelle donne che hanno già partorito).

Fattori di rischio

I fattori di rischio sono:

  • giovane età (meno di 20 anni),
  • menarca precoce,
  • non aver mai partorito (nulliparità),
  • familiarità per il disturbo,
  • menorragia (flusso mestruale abbondante),
  • abusi sessuali,
  • basso o eccessivo Indice di Massa Corporea.

Sintomi

Il dolore può precedere la mestruazione di alcuni giorni o può accompagnare il ciclo, e generalmente si affievolisce con la fine della mestruazione. In alcuni casi la dismenorrea può essere accompagnata da perdite ematiche consistenti (menorragia).

Diagnosi

La diagnosi di dismenorrea si serve di anamnesi, esame obiettivo e, in alcuni casi, di esami come:

  • esame delle urine,
  • ecografia pelvica,
  • tomografia computerizzata,
  • risonanza magnetica,
  • isteroscopia,
  • laparoscopia.

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Terapia

Si possono usare farmaci analgesici e antinfiammatori non steroidei, inibitori della sintesi delle prostaglandine, principali responsabili del dolore. Per chi fosse allergico ai principi contenuti negli antidolorifici, è possibile ricorrere all’uso di paracetamolo o farmaci equivalenti ad esso. Spesso utilizzata per il trattamento della dismenorrea è anche la pillola anticoncezionale.

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