Anorgasmia: quando manca l’orgasmo, cause e rimedi

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO AMORE COPPIA SESSO SESSUALITA ABBRACCIO MATRIMONIO MASTURBAZIONE ORGASMOSi definisce anorgasmia l’incapacità di raggiungere l’apice del piacere, nonostante una stimolazione sessuale intensa e prolungata. L’anorgasmia, come il vaginismo e la dispareunia, s’inserisce nel gruppo di patologie che rendono difficoltoso un rapporto sessuale.

Classificazione

Si parla di anorgasmia primaria se il disturbo è sempre stato presente, fin dall’inizio della vita sessuale del paziente, e secondaria se invece sopravviene in un secondo tempo, dopo un periodo di attività sessuale normale. Ancora, l’anorgasmia è generalizzata se è presente sempre e situazionale se lo è solo in certe occasioni e non in altre.

Cause

L’anorgasmia può essere indotta da sostanze psicotrope (droghe o farmaci), disturbi fisici, soprattutto a carico dell’apparato genitale, oppure avere un’origine psicologica. Molto raramente l’anorgasmia può avere una causa organica, come traumi del midollo spinale o uso di farmaci. Di gran lunga più frequenti sono le cause psicologiche, come un autocontrollo troppo forte, un’eccessiva attenzione al piacere del partner, forme di spectatoring e di autoosservazione, ansie da prestazione ecc. Una delle motivazioni di ordine psicologico per cui un soggetto può esserne colpito è l’essere stato vittima di violenza sessuale, soprattutto nella prima infanzia: questo tipo di violenza è spesso oggetto di rimozione, ovvero non viene più ricordato a livello cosciente. Se la causa è attestabile ad un episodio di questo genere, è possibile ottenere una remissione dei sintomi tramite un approccio psicoterapico. Una causa particolare di disfunzione nel raggiungimento dell’orgasmo, definita PSSD (disfunzione sessuale post-SSRI) è stata individuata nell’uso di SSRI, ovvero antidepressivi che agiscono sul reuptake della serotonina. Questa disfunzione, che inibisce o rende difficile l’orgasmo, inizia già durante il trattamento, e perdura per un periodo variabile (generalmente regredisce in tempi brevi ma sono descritti centinaia di casi persistenti per anni[1]) dopo la sospensione dello stesso. Il termine popolare riferito all’anorgasmia femminile è frigidità: questo termine porta però con sé connotazioni negative che invece il termine anorgasmia non contempla; inoltre il termine frigidità indica, in modo più generico, la difficoltà di abbandonarsi al piacere sessuale, mentre l’anorgasmia si riferisce esclusivamente all’impossibilità di raggiungere l’orgasmo. La frigidità vera e propria può insorgere nel tempo, come conseguenza di una prolungata anorgasmia; nell’uomo, simmetricamente, può manifestarsi una impotenza secondaria, o reattiva.

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Sintomi e segni

Frequentemente l’anorgasmia riguarda in modo esclusivo il rapporto sessuale penetrativo mentre è possibile raggiungere l’orgasmo con altre pratiche di sesso non penetrativo, si può in tal caso parlare di anorgasmia coitale. In altri casi la persona non riesce a raggiungere l’orgasmo con il partner ma può indurselo facilmente con l’autoerotismo. È infine diffusa la forma generalizzata in cui l’individuo non riesce in nessun caso a raggiungere l’orgasmo e spesso non lo ha mai raggiunto nella sua vita, quest’ultima condizione è più frequente nella donna. Nei soggetti di sesso maschile questa disfunzione è in genere associata ad eiaculazione ritardata: il fatto che un soggetto anorgasmico possa in alcuni casi avere un’eiaculazione contrasta con la frequente convinzione secondo cui l’eiaculazione coincide necessariamente con orgasmo.

Quali sono i rimedi per l’anorgasmia?

I rimedi sono diversi a seconda di quelle che possono essere le cause. Va da sé che, nel caso di un’origine psicologica, il rimedio è rivolgersi a uno psicologo e/o sessuologo. Anche un consulente per coppie può essere indicato, se il problema è nella coppia stessa e nell’intesa. Quando invece vi siano origini organiche o fisiche, posto che si sia esclusa una patologia medica più o meno seria (farsi visitare da un ginecologo o andrologo), si potrà ricorrere a diverse soluzioni. Esistono infatti in commercio prodotti per stimolare la libido, per favorire l’afflusso di sangue agli organi genitali (Viagra e simili) e altri integratori. È sempre bene evitare l’uso di alcol o peggio di droghe. Nel caso di assunzione di psicofarmaci è bene rivolgersi al proprio medico curante. Un fisioterapista o personal trainer potrà essere d’aiuto in caso di problemi al pavimento pelvico o muscolari. Tra i rimedi naturali o alternativi ci possono essere:

  • Erbe che stimolano la libido.
  • Coadiuvanti sessuali come i sex toys.
  • Tecniche di rilassamento come yoga, tantra ecc.
  • Massaggi, anche da fare in coppia.
  • Tecniche di stimolazione degli organi sessuali.
  • Posizioni sessuali in cui lei riesce a stimolare in modo adeguato il clitoride, per esempio «lei sopra».
  • Aromaterapia.

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Vibratori e sex toys

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Ritardanti

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Prodotti per facilitare il sesso anale

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Le abbuffate notturne ingrassano di più: i trucchi per non mangiare di notte

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO FRIGORIFERO CUCINA CIBO DIETA DIMAGRIRE PRODOTTI SPESA SUPERMERCATOVi piacerebbe smettere di mangiare di notte, ma non avete idea di come placare questa insana voglia? E’ necessario sapere che le calorie vengono assorbite in modo differente in funzione dell’ora in cui vengono assunte. A sostenerlo sono i ricercatori della Northwestern della University in Illinois (Stati Uniti). Il team di ricerca della Northwestern University ha infatti messo in atto uno studio su dei topi. Il suddetto è stato poi pubblicato sull’International journal of Obesity. Grazie a questa analisi condotta sui topi, è stato scoperto che la medesima quantità di cibo mangiata nelle ore notturne fa ingrassare molto di più se viene assimilata nelle ore destinate al sonno. Nel corso dell’esperimento, è stato infatti comprovato che un gruppo di topi nutriti con una dieta ipercalorica negli orari notturni, ha messo su il doppio del peso rispetto agli altri topi che si alimentavano con gli stessi alimenti, ma negli orari diurni.

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In cosa consiste la sindrome dell’alimentazione notturna?
Questo disturbo alimentare provoca la costante ricerca di alimenti appaganti nelle ore notturne. Un forte disagio psicologico dettato dal cambiamento del ritmo del sonno, un’alterazione costante del ciclo sonno/veglia. Tra le altre cause: disturbo del comportamento alimentare, disturbo del sonno, disturbo dell’umore, stress. Questo fastidioso disturbo alimentare porta ad un aumentare di peso, visto che i pasti consumati nelle ore notturne sono più calorici di circa il 25% di quelli consumati in altri orari.

Tra i sintomi che rivelano questo disturbo, segnaliamo:

  • alimentazione compulsiva di notte;
  • difficoltà a dormire;
  • frequenti risvegli notturni caratterizzati dal bisogno di mangiare per prendere nuovamente sonno.
  • mancanza di appetito al mattino.

Mangiare di notte è poco indicato, visto che in questa fase il corpo ha la tendenza ad accumulare tutto ciò che viene introdotto, finendo col farvi ingrassare con più facilità. Mangiare di notte potrebbe essere normale nel momento in cui avete mangiato poco durante la giornata o fatto un’intensa sessione di sport.

Compreso il disturbo ed i suoi sintomi, vediamo come smettere di mangiare di notte:

  • Immediatamente dopo aver fatto l’ultimo pasto della giornata, provvedete a lavarvi i denti con un dentifricio al sapore di menta, sciacquandovi con del collutorio in grado di mantenere a lungo il suo sapore in bocca. Nel caso in cui non permanga, applicate delle strisce sbiancanti sui denti nel momento in cui sentite la necessità di mangiare.
  • Mettete lo smalto per le unghie, in modo da non potervi preparare uno spuntino se ne avete voglia. In alternativa potete impiastricciare le vostre mani con della crema idratante.
  • Gomme da masticare: grazie ai chewingum riuscirete a controllare meglio la fame notturna. Sceglieteli rigorosamente senza zucchero e non esagerate mai con la quantità, soprattutto se soffrite di gastrite! Nel dubbio chiedete consiglio al vostro medico.
  • Bagno caldo. Non aspettate di addormentarvi dinanzi alla tv, ma fate un bagno rilassante, vi concilierà il sonno.
  • Mangiate frutta e verdura e cereali integrali, accompagnandoli ad un pasto proteico (uova, carne, pesce). Vi si riempirà lo stomaco.
  • Assumete melatonina (di solito bastano 1 o 2 mg) e dopo circa 20 minuti crollerete letteralmente dal sonno: dormire è il rimedio migliore per non mangiare di notte!

IMPORTANTE
Questi consigli sono utili e pratici, ma sono ovviamente dei palliativi. Per risolvere davvero il problema è necessaria una visita da un medico esperto in questo tipo di patologie, che saprà indicarvi una cura farmacologica o psicoterapica per risolvere a monte il problema dell’ansia che vi fa mangiare in maniera errata.

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Herpes genitale: saperlo riconoscere, come si trasmette e come si cura

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OSPEDALE ANAMNESI ESAME FONENDOSCOPIOL’herpes genitale è una malattia sessualmente trasmissibile provocata da un virus, l’herpes simplex virus. Le crisi di recidive possono essere all’origine di dolori e di disagio che alterano la qualità della vita.

Saper riconoscere l’herpes genitale

I sintomi dell’herpes sono presenti solo nel 10% dei casi. Sono molto dolorosi nella zona d’infezione (sesso, natiche, cosce) e possono essere accompagnati da febbre, mal di testa e dolori al ventre. Nella donna: all’inizio si manifesta con pruriti, bruciori, pizzicori. Si possono avvertire dolori anche urinando. Nella zona della vulva compare del rossore a cui fanno seguito piccoli gruppi di vescichette (o piccole pustole). Queste vesciche piene di virus, poi, si rompono provocando piaghe vive, a volte molto dolorose. La cicatrizzazione avviene solo dopo 2 o 3 settimane e la crosta formatasi cade. I sintomi possono essere accompagnati da perdite vaginali. In alcune donne, l’herpes può localizzarsi all’interno della vagina e persino sul collo dell’utero, il che rende molto difficile la diagnosi, dato che i segni non sono visibili a occhio nudo. Nell’uomo: i sintomi sono spesso meno dolorosi e la guarigione è più rapida (una decina di giorni). Le zone colpite sono in genere quelle del pene e del prepuzio (piega di pelle che ricopre il glande). L’herpes può situarsi anche sulla piccola zona che si trova tra i due. Quando le lesioni colpiscono i testicoli è particolarmente fastidioso e la cicatrizzazione è lunga.

La diagnosi

Solo il medico può stabilire una diagnosi sicura. L’herpes infatti può essere confuso con altre malattie relative agli organi sessuali (micosi, infezione urinaria, altre MST…), in quanto i sintomi sono simili. Per sapere se si è portatori del virus, esistono due metodi: tramite prelievo con tampone (una sorta di cotton fioc) strisciato sulle lesioni e poi messo in coltura, e/o tramite un prelievo di sangue. È importante consultare il medico sin dalla comparsa dei primi sintomi o in presenza di una lesione dolorosa, un’irritazione o un semplice fastidio nelle parti intime, perché un ritardo nella consultazione può rendere la diagnosi più difficile.

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Le modalità di trasmissione

Il primo contatto dell’organismo con il virus dell’herpes si verifica durante un rapporto sessuale, con o senza penetrazione, con una persona con lesioni erpetiche sul sesso, sulle natiche o sulle cosce, oppure con una persona semplicemente portatrice del virus che però non presenta sintomi. In caso di herpes labiale, un rapporto in cui bocca e organi sessuali entrano in contatto può causare la trasmissione del virus presente sulle labbra alle parti intime del partner. Succede dall’1 al 30% dei casi di herpes genitale. Può verificarsi anche il contrario.

Una malattia recidiva

Una volta contratto il virus, esso resto nell’organismo per tutta la vita, nascosto in un ganglio nervoso nella parte bassa della schiena. È lì che elegge il suo domicilio a vita. Si ripresenta più o meno regolarmente, riprende lo stesso tragitto nervoso dell’andata e ricompare laddove è stato contratto: sono le recrudescenze dell’herpes, dette anche “recidive” o “crisi” la cui frequenza e intensità variano da una persona a un’altra.

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Complicazioni della malattia erpetica

Le complicazioni della malattia erpetica a volte possono essere gravi, soprattutto se vengono contagiati gli occhi, oppure in gravidanza, se il feto subisce il contagio al momento del parto, con serie conseguenze per il neonato.

Cure per l’herpes genitale

L’herpes genitale non è una malattia di cui vergognarsi. È falsamente rassicurante dirsi che si conosce bene il proprio partner e che non si rischia niente: il tuo partner può benissimo trasmetterti il virus senza neanche sospettare di esserne portatore. Se, nonostante tutto, il senso di colpa diventa troppo grande, o se le recidive sono troppo fastidiose, è consigliabile parlarne con il proprio medico di fiducia. La visita è confidenziale. Un ritardo nella consultazione può rendere la diagnosi più difficile. È molto importante dunque consultare il medico sin dalla comparsa dei primi sintomi. Esistono trattamenti efficaci per limitare il dolore, la frequenza delle crisi e per ridurre il rischio di contagio. Prima vengono messi in atto, più sono efficaci. Pertanto è necessario recarsi subito dal proprio medico, anche nel caso in cui vi sia solo il dubbio di un eventuale contagio. Nel nostro Paese l’herpes genitale non è incluso tra le malattie infettive sottoposte a denuncia obbligatoria, quindi non esistono dati nazionali certi sull’incidenza di questa malattia. Gli unici dati disponibili provengono dal Sistema di Sorveglianza delle Malattie Sessualmente Trasmesse (MST).

Pulizia dei genitali

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HIV e AIDS: come, dove e quando si eseguono i test per la diagnosi?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PRELIEVO SANGUE LABORATORIO ANALISI DEL SANGUE ANEMIAIl test HIV è noto come “test dell’AIDS”. In realtà, però, si tratta di una dicitura errata. Il test, infatti, serve a rilevare se un soggetto abbia sviluppato anticorpi anti HIV. E’ bene ricordare, infatti, che l’AIDS rappresenta solo la fase terminale dell’infezione da HIV.

Cos’è il test ELISA?

L’ELISA è un test di immunoreazione, un esame di laboratorio, eseguito sul sangue, per diagnosticare le malattie infettive. Il termine ELISA deriva dalla dicitura inglese – Enzyme Linked ImmunoSorbent Assay – saggio di immunoassorbimento mediante anticorpi enzimodipendenti.

Cos’è il periodo finestra?

Quando il virus HIV penetra nell’organismo gli anticorpi, anti – HIV, non si formano subito. Il periodo finestra è, quindi, il lasso di tempo durante il quale si è stati contagiati ma non è, ancora, avvenuta la sieroconversione. Quel periodo, in sintesi, in cui non si è, ancora, diventati sieropositivi perché non si sono formati gli anticorpi specifici anti – HIV. Durante questa fase, quindi, il test ELISA risulta negativo e, di conseguenza, basandosi solo su di esso, per diagnosticare la sieropositività, il contagio può non essere rilevato.

Il periodo finestra dura mediamente:

  • 4 – 6 settimane nel caso di test ELISA di vecchia generazione;
  • 22 giorni con i test ELISA, attualmente, in uso nella maggior parte dei laboratori.

In ogni caso per ottenere un risultato che possa essere considerato definitivo è necessario attendere 3 mesi dall’evento “a rischio”. Tuttavia, per sicurezza, in genere si consiglia di ripetere il test anche a “6 mesi”.

Cos’è il test Western Blot?

Il Western Blot è un test di conferma che consente di identificare, attraverso il sangue, la presenza di anticorpi specifici nei confronti di differenti virus. Questo esame è, in genere, utilizzato come test di conferma dell’infezione.

Come eseguire il test?

Il test ELISA, eseguito privatamente, ha un costo modesto. Al contrario, invece, presso le strutture pubbliche può essere effettuato gratuitamente, anonimamente e, in genere, senza richiesta del medico.

Il test può essere eseguito:

  • Nelle strutture pubbliche e private dove si effettuano prelievi.
  • Nelle Unità Operative di Malattie Infettive degli Ospedali pubblici.
  • Nei Centri di cura delle Malattie Sessualmente Trasmissibili.

Chi dovrebbe eseguire il test?

Le persone appartenenti a un gruppo ad “alto rischio” dovrebbero sottoporsi ai test. E’ bene sottolineare che, spesso, l’infezione da HIV è asintomatica. In alcuni casi, invece, è possibile riscontrare disturbi della pelle, dermatite seborroica, dimagrimento, diarrea, febbre, candidosi orale. Altre infezioni che possono accusare i pazienti, infettati da HIV, sono rappresentate da herpes simplex o herpes zoster, tubercolosi, salmonellosi. Il test è, assolutamente, volontario e, perché venga eseguito, è necessario il vostro consenso esplicito. La decisione di fare il test è solo vostra: prendetevi il vostro tempo per affrontarlo serenamente. Ricordate, però, che una diagnosi precoce potrebbe consentirvi maggiore possibilità di scelta nel valutare un eventuale percorso terapeutico.

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Lenti a contatto: come si applicano, come si conservano e che problemi possono dare?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA BELLA SI LAVA LA FACCIA COSMETICI SAPONE BELLEZZA VISOLa nascita delle lenti a contatto risale al 1508. La sua invenzione ha un “padre” d’élite: Leonardo da Vinci. Fu proprio il genio italiano, infatti, a descrivere, per primo, la possibilità di utilizzare le lenti a contatto. La prima lente della storia, però, venne realizzata, da un tedesco, solo nel 1887. Era fabbricata in vetro e copriva, interamente, la parte anteriore dell’occhio. Per arrivare alle lenti a contatto di plastica, trasparente, dobbiamo aspettare gli anni ‘40. Oggi vengono utilizzate da milioni di persone. Le lenti a contatto si utilizzano per correggere i più comuni difetti della vista. Questi sottili dischi, infatti, consentono di mutare la capacità di rifrazione della cornea ma, a differenza, dei “cugini” occhiali soddisfano anche le esigenze estetiche e di praticità… L’essere umano, è un dato certo, è vanitoso!

Quanti tipi di lenti a contatto esistono?

Possiamo classificare le lenti a contatto in quattro categorie: lenti rigide di plastica; lenti rigide permeabili ai gas; lenti morbide e lenti “speciali”. Le lenti rigide di plastica garantiscono una buona visione e hanno una lunga durata, intorno ai cinque anni, sono poco costose e di facile manutenzione. Tuttavia, a volte, risultano difficili da tollerare. Le lenti rigide permeabili ai gas, introdotte all’inizio degli anni ‘80, hanno le stesse qualità ottiche di quelle rigide ma sono più comode e facili da portare perché l’ossigeno può attraversare la lente raggiungendo l’occhio. Tuttavia, queste lenti, hanno minore durata, meno di cinque anni, e sono più costose. Le lenti morbide chiamate, anche, idrofile per il loro elevato contenuto di acqua, dal 38 al 70 per cento, sono le più comode. In genere sono facili da indossare, possono essere portate per molte ore e risultano ideali anche per un uso “occasionale”. A dispetto di queste molteplici qualità, però, le lenti morbide correggono bene miopia e ipermetropia ma, non altrettanto bene, l’astigmatismo. Tuttavia, oggi, esistono, in commercio, particolari tipi di lenti morbide capaci di correggere un certo grado di astigmatismo. Altri inconvenienti, poi, sono la minore durata, solo 12 – 18 mesi, e una manutenzione più complessa rispetto alle lenti a contatto rigide. Un capitolo a parte, invece, meritano le lenti, cosiddette “speciali”. Oggi, infatti, la tecnologia permette l’utilizzo di particolari lenti che sono in grado di soddisfare le più svariate esigenze. Tra queste, senza dubbio, meritano una menzione speciale le lenti colorate che permettono di modificare il colore dell’iride.

Come si applicano le lenti a contatto?

Prima regola: lavatevi sempre, con cura, le mani eliminando, con attenzione, eventuali tracce di sapone prima di indossare le lenti a contatto. Prendete la lente, dal contenitore, servendovi dell’applicatore di plastica. Sciacquatela con cura. Ponete la lente sull’indice, in questo caso, fate sempre attenzione a non capovolgerla. Sollevate, per tenerla aperta, la palpebra superiore. Guardate fisso davanti a voi mentre avvicinate la lente all’occhio. Mettetela sull’occhio. Guardate in basso e lasciate la palpebra. Se necessario, poi, la lente può essere centrata massaggiando delicatamente la palpebra. Una cosa è certa: è molto più facile a farsi che a dirsi!

Qual è la manutenzione delle lenti a contatto?

La manutenzione delle lenti a contatto dipende, principalmente, dal tipo di lente che avete scelto. Le lenti rigide necessitano di diverse soluzioni chimiche: per pulirle, per inumidirle e per conservarle. La cura delle lenti morbide, invece, è più complessa. Le lenti morbide, infatti, sono permeabili e assorbono le sostanze con cui entrano in contatto. Per questo, quindi, le soluzioni usate, per la loro manutenzione, devono essere diluite. Per prevenire rischi di contaminazione, inoltre, occorre disinfettarle con un mezzo chimico o termico. Tuttavia, per eliminare possibili agenti patogeni, è utile anche una pulizia saltuaria mediante, per esempio, una compressa contenente un enzima o una sostanza ossidante. Che i vostri occhi siano neri, blu, verdi, marroni, viola o gialli, la cura e la manutenzione delle vostre lenti a contatto vi garantirà uno sguardo limpido e… 10 decimi assicurati!

Il rovescio della medaglia

Le lenti a contatto consentono di correggere la maggior parte dei difetti della vista che prevedono l’utilizzo degli occhiali. Questi sottili dischi, inoltre, sono in grado di correggere difetti che i “cugini” occhiali non riescono a modificare. Nella maggioranza dei casi la scelta delle lenti a contatto è condizionata da motivi legati alla praticità e all’estetica. Sono invisibili, non cadono, non si bagnano quando piove, non si appannano… Pregi che consentono alle lenti a contatto di “battere” gli occhiali. Ogni medaglia, però, ha il suo rovescio. Lo scorretto utilizzo o la scarsa manutenzione delle lenti a contatto, infatti, può causare disturbi e, in alcuni casi, danni alla salute. Chi porta le lenti a contatto può essere costretto ad affrontare alcuni problemi. Una piccola percentuale di soggetti, inoltre, non riesce a portare le lenti a causa di un’ipersensibilità – persone affette da febbre da fieno o con la carnagione molto chiara – di necessità ottiche particolari e di abitudini igieniche personali. Le lenti a contatto, poi, possono irritare gli occhi se questi risultano secchi a causa di una scarsa lacrimazione. Per questo motivo, questo metodo di correzione della vista, non è mai consigliato agli anziani carenti di lubrificazione oculare.

Ma quali sono i principali problemi che possono causare le lenti a contatto?

La più comune problematica causata dalle lenti a contatto è la congiuntivite. Questa patologia è un’infiammazione della congiuntiva – la membrana trasparente che ricopre la sclera e la parte interna delle palpebre – che colpisce, ogni anno, almeno un individuo su 50. La congiuntivite può essere di due tipi: infettiva e allergica. Tutti i tipi di congiuntivite causano arrossamento, prurito, sensazione di sabbia negli occhi, comparsa di una secrezione, talvolta, fotofobia – intolleranza verso la luce intensa – e gonfiore delle palpebre. La diagnosi, generalmente, viene formulata in base all’aspetto dell’occhio. Se si sospetta un’infezione, invece, può essere necessario eseguire dei tamponi oculari per individuare il microrganismo responsabile. La congiuntivite infettiva si cura applicando un collirio o una pomata a base di antibiotici. La secrezione e le, eventuali, croste che si formano attorno alle palpebre, invece, possono essere rimosse con l’ausilio di acqua tiepida o soluzione fisiologica sterile. La congiuntivite allergica, invece, può essere alleviata con un collirio a base di antistaminici o corticosteroidi. Questi ultimi, però, vanno utilizzati solo in assenza di infezione. Un’eventuale congiuntivite infettiva, infatti, potrebbe essere peggiorata dall’uso di prodotti medicali a base di corticosteroidi.

L’abrasione corneale

Un’altra problematica che può essere causata dalle lenti a contatto è l’abrasione corneale. Si tratta di un graffio o una lesione dell’epitelio – rivestimento esterno – della cornea. In genere, la lesione, guarisce in tempi rapidi ma può provocare, temporaneamente, forte dolore, intensa fotofobia e iperlacrimazione. Il dolore può essere mitigato proteggendo l’occhio con una benda oculare, somministrando farmaci analgesici o utilizzando colliri contenenti preparati ciclopedici capaci, cioè, di paralizzare, temporaneamente, il muscolo ciliare dell’occhio. I colliri a base di antibiotici, invece, vengono, generalmente, somministrati per scongiurare il rischio di un’infezione batterica che potrebbe causare gravi ulcerazioni corneali, ascessi e, in casi rarissimi, cecità. Le lenti a contatto, però, possono, in alcuni casi, essere utilizzate come terapia per alcuni tipi di disturbi. Le persone con forte miopia o reduci da un intervento di asportazione di cataratta, per esempio, possono riscontrare, con l’utilizzo degli occhiali, una notevole distorsione della visione. Le lenti a contatto – lenti rigide sclerali – inoltre vengono impiegate per nascondere cicatrici presenti sulla superficie della cornea. Anche ai pazienti con irregolarità della cornea – conseguenza di una malattia, un trauma, un’ulcerazione o un trapianto – ne viene consigliato l’utilizzo. Le lenti a contatto toriche, più spesse ai margini, sono, invece, in grado di correggere gradi elevati di astigmatismo. Le lenti a contatto, insomma, devono essere utilizzate nel modo corretto, in questo modo, questi sottilissimi dischi di plastica, possono essere utili alleati per i nostri occhi.

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La sindrome post traumatica da aborto esiste davvero?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RAGAZZA TRISTE DONNA DEPRESSIONE STANCA PAURA FOBIA PENSIERI SUICIDIO FIUMA PONTESi è diffusa negli Stati Uniti, sta arrivando anche in Italia. La chiamano Sindrome post abortiva (Post Abortion Syndrome) e sarebbe una sindrome post traumatica successiva a ogni interruzione di gravidanza. È l’ultima frontiera nel mondo delle strategie che si oppongono alla possibilità di scegliere e alla garanzia dei servizi sanitari in ambito riproduttivo. Viene in soccorso alla strategia dell’attribuzione di diritti fondamentali all’embrione, con la conseguente affermazione che abortire significherebbe compiere un omicidio – ma spesso senza spingersi coerentemente nel definire “omicide” le protagoniste di quell’atto, perché è troppo impopolare.

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Come nasce un cancro? Cosa sono i cancerogeni e come avviene la cancerogenesi?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO LABORATORIO MICROSCOPIO DNA GENETICAOgni strada che conduce al cancro, anche il più voluminoso e fatale, è iniziata in maniera quasi banale: una mutazione non riparata del DNA di una cellula. Una sola mutazione non provoca il cancro, piuttosto, sono necessarie più mutazioni in zone molto critiche della cellula. Potreste pensare che il nostro corpo è così perfetto che sembra impossibile che si lasci scappare una alterazione così banale, invece vi dico che i processi che sono dietro ai meccanismi del nostro DNA sono talmente complessi e certosini che è quasi un miracolo che, tra miliardi di errori che il nostro corpo corregge ogni secondo, non siamo tutti affetti da decine di malattie contemporaneamente. Questo è un pensiero presente nel primo capitolo del libro di Fisiologia (il Guyton) che tutti gli studenti di medicina al secondo anno conoscono. Ma scusate se ho divagato e torniamo a noi.

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Cancerogenesi e cancro

La cancerogenesi, anche chiamata “carcinogenesi” è il processo che trasforma cellule normali in cellule cancerose. La divisione cellulare (proliferazione) è un processo fisiologico che ha luogo in quasi tutti i tessuti e in innumerevoli circostanze. Normalmente l’omeostasi, l’equilibrio tra proliferazione e morte cellulare programmata, di solito per apoptosi, è mantenuto regolando strettamente entrambi i processi per garantire l’integrità di organi e tessuti. Le mutazioni nel DNA che conducono al cancro, portano alla distruzione di questi processi ordinati distruggendone i programmi regolatori. La carcinogenesi, secondo la teoria più condivisa, è causata dalla mutazione del materiale genetico di cellule normali, che altera l’equilibrio tra proliferazione e morte cellulare. Questo dà luogo a una divisione cellulare incontrollata e alla formazione del tumore. La rapida e incontrollata proliferazione può portare a tumori benigni o a tumori maligni (cancri). I tumori benigni non si estendono ad altre parti del corpo, non invadono altri tessuti e raramente costituiscono un pericolo per la vita dell’individuo. I tumori maligni possono invadere altri organi, estendersi in organi distanti (metastasi) e mettere in pericolo la vita. Questo evento richiederebbe più di una mutazione, in genere, più mutazioni a carico di certe classi di geni. La perdita del controllo della proliferazione avrà luogo solo in seguito a mutazioni nei geni che controllano la divisione cellulare, la morte cellulare, e i processi di riparazione del DNA.

Che cos’è un cancerogeno?

Un “cancerogeno” è una sostanza che dà origine a neoformazioni tissutali con caratteristiche atipiche, anche se non è sempre detto che le neoformazioni tissutali siano maligne.

Tappe della cancerogenesi

  • fase di INIZIAZIONE: è dovuta al contato con il genotossico, che va provocare la mutazione nelle cellule;
  • fase di PROMOZIONE: le cellule iniziano tumore la loro moltiplicazione dando origine ad un gruppo di cellule modificate;
  • fase di PROGRESSIONE: le cellule benigne si trasformano in maligne in seguito all’intervento di promotori o mutazioni.

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Caratteristiche delle cellule tumorali

Le cellule che sono andate incontro a trasformazione neoplastica (carcinogenetica) presentano varie proprietà che le distinguono dalle cellule del tessuto sano:

  • Resistono all’apoptosi (suicidio programmato della cellula).
  • Si riproducono, dividendosi, in maniera incontrollata (o non muoiono) e solitamente si dividono con frequenza maggiore del normale.
  • Sono autosufficienti per quanto riguarda i fattori di crescita.
  • Non rispondono agli antagonisti dei fattori di crescita e la inibizione da contatto è soppressa.
  • Possono presentare una differenziazione cellulare alterata.

Le cellule più aggressive possono presentare alcune caratteristiche aggiuntive che le rendono particolarmente maligne:

  • Possono invadere i tessuti vicini, solitamente possono secernere metalloproteinasi che digeriscono la matrice extracellulare.
  • Possono spostarsi a grande distanza e formare metastasi.
  • Possono secernere fattori chimici che stimolano la formazione di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi).

Quasi tutti i tumori si sviluppano a partire da una sola cellula, ma solitamente la cellula iniziale non acquisisce tutte le caratteristiche in una volta sola. Con ogni mutazione tumorale la cellula acquisisce un leggero vantaggio evolutivo sulle cellule vicine, entrando in un processo detto di evoluzione clonale. Ne consegue che cellule discendenti dalla cellula mutata, per effetto di ulteriori mutazioni, possano trarre un vantaggio evolutivo ancora maggiore. Le cellule che presentano solo alcune delle mutazioni necessarie alla formazione di un tumore maligno sono ritenute origine dei tumori benigni; tuttavia con l’accumularsi delle mutazioni le cellule mutate formeranno un tumore maligno. Lo sviluppo di un tumore è spesso iniziato da un piccolo cambiamento nel DNA, mutazione puntiforme, che porta ad una instabilità genetica della cellula. L’instabilità può aumentare fino alla perdita di interi cromosomi o alla formazione di copie multiple. Anche lo schema della metilazione del DNA della cellula cambia, attivando e disattivando geni in modo incontrollato. Le cellule che proliferano rapidamente, come le cellule epiteliali, hanno un rischio maggiore di trasformarsi in cellule tumorali, al contrario delle cellule che si dividono meno, per esempio i neuroni.

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Meccanismo della carcinogenesi

In definitiva, il cancro è una malattia dei geni. Perché delle cellule inizino a dividersi in maniera incontrollata devono essere danneggiati i geni che ne regolano la crescita. I proto-oncogeni sono geni che promuovono la crescita cellulare e la mitosi cioè un processo di divisione cellulare; i geni soppressori del tumore (geni oncosoppressori) scoraggiano la crescita cellulare o impediscono la divisione cellulare per consentire la riparazione del DNA. Tipicamente è necessaria una serie di numerose mutazioni a questi geni prima che una cellula normale si trasformi in una cellula cancerosa.

Proto-oncogeni

I proto-oncogeni promuovono la crescita cellulare in diversi modi. Molti producono ormoni, “messaggeri chimici” tra le cellule, che incoraggiano la mitosi e il cui effetto differisce a seconda del tessuto o cellula riceventi e della conversione dello stimolo (trasduzione del segnale) che si verifica (meccanismo mediante il quale l’informazione è trasferita dalla superficie della cellula al suo nucleo attivando una serie di reazioni a cascata). Alcuni proto-oncogeni controllano la sensibilità agli ormoni perché sono responsabili essi stessi del sistema di conversione dello stimolo o dei recettori nelle cellule o nei tessuti. Producono spesso mitogeni o sono coinvolti nella trascrizione del DNA nella sintesi proteica che crea proteine ed enzimi che la cellula utilizza o con i quali interagisce. Mutazioni nei proto-oncogeni possono modificare la loro funzione, aumentando la quantità o l’attività delle proteine prodotte. Quando questo accade diventano oncogeni e le cellule hanno una maggiore probabilità di dividersi in maniera eccessiva e incontrollata. Il rischio di cancro non può essere ridotto rimuovendo i proto-oncogeni dal genoma in quanto essi sono fondamentali per la crescita, la riparazione e la omeostasi (equilibrio) dell’organismo, e diventano pericolosi solo quando mutano.

Fattori di crescita

Una cellula privata di fattori di crescita va rapidamente incontro ad apoptosi. Analogamente, affinché un tessuto possa proliferare o andare incontro a differenziazione, occorrono segnali extracellulari rappresentati da molecole di natura proteica, come l’insulina e le citochine, lipidica come ad esempio il cortisolo e la triiodotironina, o peptidica; tali molecole vengono chiamate anche fattori di crescita o mitogeni.
Affinché un fattore di crescita sia in grado di stimolare la proliferazione cellulare, occorre che esso si leghi ad un recettore, localizzato nella membrana cellulare, nel citoplasma o nel nucleo. Il complesso fattore di crescita-recettore è in grado di attivare una cascata di segnalazione intracellulare il cui scopo finale è quello di promuovere la trascrizione di mRNA contenente le informazioni necessarie alla creazione di proteine che innescano la divisione cellulare. Le tappe che dal complesso fattore di crescita-recettore portano alla divisione cellulare sono molteplici; il motivo di tale complessità è quello di favorire e modulare il controllo di segnali altrimenti di grado di promuovere una eccessiva proliferazione del tessuto. In questa maniera, per ogni scalino del processo di trasduzione vengono attuati una serie di meccanismi di controllo, il cui corretto funzionamento porta ad una corretta e coordinata proliferazione cellulare. Per esempio, questo meccanismo porta all’arresto della crescita in cellule poste ad un carico eccessivo di mitogeni, essendo magari una tappa a valle in grado di inibire a feedback una tappa a monte.
Una cellula autosufficiente è una cellula che non ha bisogno della fisiologica quantità di stimoli esterni per provvedere alla crescita e al differenziamento. L’autosufficienza può realizzarsi attraverso molteplici meccanismi:

  • Secrezione autocrina di fattori di crescita
  • Iperespressione dei recettori per i fattori di crescita
  • Mutazioni attivanti dei recettori per i fattori di crescita
  • Mutazioni attivanti delle proteine responsabili della trasduzione del segnale di crescita

Geni soppressori del tumore (geni oncosoppressori)

I geni soppressori del tumore codificano i messaggeri chimici e le proteine anti proliferazione che fermano la mitosi e la crescita cellulare. Di solito i soppressori del tumore sono fattori di trascrizione che sono attivati dallo stress cellulare o dal danneggiamento del DNA. Spesso danni al DNA causano tra le altre cose la presenza di materiale genetico vagante e attivano così enzimi e reazioni chimiche che portano all’attivazione dei geni soppressori del tumore. La funzione di tali geni è di arrestare il ciclo della cellula in modo da effettuare la riparazione del DNA, impedendo che le mutazioni siano passate alle cellule figlie. Soppressori del tumore sono fra gli altri il gene p53, che è un fattore di trascrizione attivato da molti stress cellulari tra cui danni da ipossia (mancanza di ossigeno) e radiazione ultravioletta. Tuttavia, una mutazione può danneggiare un gene soppressore del tumore o la via che porta alla sua attivazione. L’inevitabile conseguenza è che la riparazione del DNA è impedita o inibita: il danno al DNA si accumula senza essere riparato portando inevitabilmente al cancro.

Mutazioni multiple

In generale, sono richieste mutazioni in entrambi i tipi di gene perché si formi il cancro. Una mutazione limitata ad un oncogene verrebbe eliminata dai normali processi di controllo della mitosi e dai geni soppressori dei tumori. Una mutazione di un solo gene soppressore del tumore, sarebbe anch’essa insufficiente per causare il cancro per la presenza di numerose copie di “backup” dei geni che duplicano la sua funzione. È solo quando un numero sufficiente di proto-oncogeni è mutato in oncogeni e sufficienti geni soppressori del tumore sono stati disattivati che i segnali di crescita cellulare sopravanzano i segnali che la regolano e la crescita cellulare aumenta rapidamente completamente fuori controllo. Il “danno accumulato” è teorizzato da molti ricercatori per spiegare la crescita esponenziale dei tumori nella tarda età. Nei giovani le difese contro il danno al DNA sono molto forti, ma, con la mutazione dei geni soppressori del tumore, la velocità con cui si sommano i danni aumenta in modo esponenziale in una sorta di “spirale mortale”. Questa teoria è ulteriormente supportata dal fatto che la probabilità di contrarre un cancro aumenta in modo esponenziale e non lineare con l’età. La quantità del danno in una cellula cancerosa è immensa, quasi tutti i cromosomi presentano un qualche tipo di mutazione comprese multiple copie del cromosoma trisomia, o completa mancanza di un cromosoma (monosomia). Di solito gli oncogeni sono geni dominanti poiché contengono mutazioni che portano funzioni nuove o anormali (Mutazione genetica) mentre soppressori del tumore mutati sono geni di tipo recessivo perché contengono mutazioni che riducono o annullano la funzionalità. Ogni cellula ha due copie dello stesso gene, una proveniente da ogni genitore, ma nella maggior parte dei casi una mutazione con aumento della funzionalità da parte di un gene proto-oncogene è sufficiente a trasformarlo in un oncogene. Di solito invece una mutazione con perdità di funzionalità deve accadere in entrambe le copie di un gene soppressore del tumore per rendere quel gene completamente inefficace. Esistono comunque casi in cui la perdità di funzionalità di una sola copia di un gene soppressore del tumore rende anche l’altra copia non funzionante, e ciò è chiamato “effetto negativo dominante”. Ciò si può osservare in molte mutazioni del fattore di trascrizione p53. Mutazioni nei geni soppressori del tumore possono essere passate ai discendenti causando un aumento di probabilità di ereditare il cancro. Si verifica in tali individui una incidenza aumentata di tumori multipli e una loro minore latenza. Se si eredita una copia dei soppressori del tumore difettosa da un genitore e una normale dall’altro si è a rischio di sviluppare il tumore perché le mutazioni nei soppressori del tumore agiscono in maniera recessiva e la perdita della copia normale crea il fenotipo del cancro. Per esempio individui che sono eterozigoti per mutazioni p53 sono spesso vittime della sindrome di Li-Fraumeni, e quelli che sono eterozigoti per mutazioni della proteina del retinoblastoma (pRb) sviluppano il retinoblastoma. Allo stesso modo mutazioni nel gene della poliposi adenomatosa familiare sono collegate al cancro del colon poliposico con migliaia di polipi nel colon in giovane età (vedi Il cancro del colon: una neoplasia prevenibile). Mutazioni in BRCA1 e BRCA2 portano invece ad un precoce cancro al seno.

Insensibilità all’invecchiamento cellulare

Nei laboratori di microbiologia l’identificazione di un virus avviene grazie all’incubazione in colture cellulari (piccoli contenitori rettangolari che contengono cellule prelevate da tessuti come il rene di scimmia) del materiale prelevato dal paziente sospetto. Il più grosso limite di questa metodica è la scadenza cellulare, ovvero, il periodo oltre il quale una colonia di cellule non è più capace di sopravvivere anche se continuamente stimolata da fattori di crescita (vedi autosufficienza per la crescita cellulare). La scadenza imposta è comune a tutte le cellule dell’organismo umano; questo fenomeno, nell’insieme, è implicato nel processo di invecchiamento e senescenza dei tessuti e degli organi. Ad oggi, il problema della scadenza cellulare per le colture virali è stato valicato grazie alla presenza di colture in linea continua, gruppi cellulari che derivano da tumori, come le cellule HeLa (cellule del carcinoma della cervice uterina di Henrietta Lacks). Le cellule in linea continua sono cellule immortalizzate (senza scadenza) da specifiche alterazioni a carico di alcuni geni, come quelli che codificano per la telomerasi, un enzima che stabilizza il genoma aggiungendo una specifica sequenza di DNA sull’estremità 3′ di ogni cromosoma. L’insieme ripetuto delle sequenze specifiche aggiunte (TTAGGG, T=timidina, A=adenosina, G=guanosina) forma i telomeri, che costituiscono il cappuccio terminale di ogni cromosoma. In molti tipi di carcinoma polmonare la telomerasi è costitutivamente attiva, a testimonianza dell’insensibilità delle cellule neoplastiche alla senescenza e alla morte cellulare.

Angiogenesi

Nel corso dell’embriogenesi, ma anche nella vita adulta, lo sviluppo di un tessuto o di un organo si accompagna ad un sincrono sviluppo dei vasi sanguigni da cui riceve ossigeno e sostanze nutritive. Il meccanismo alla base di questo processo deve essere ricercato nella secrezione da parte delle cellule del tessuto in espansione di una serie di fattori che stimolano la proliferazione dell’endotelio polarizzandolo verso il nuovo distretto. L’innesco alla secrezione di questi fattori di crescita è rappresentato dall’ipossia; infatti, con l’espansione del tessuto, sempre più cellule si troveranno ad una distanza tale dal vaso sanguigno da risultare relativamente ischemiche. In queste cellule, soprattutto macrofagi tissutali, l’ischemia relativa porta ad una cascata di segnalazione intracellulare che ha come bersaglio la trascrizione di alcuni geni come il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF), il fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGF), il fattore di crescita epidermico (EGF), il fattore di crescita fibroblastico (FGF), il fattore di crescita trasformante α (TGF-α) e il fattore di necrosi tumorale (TNF-α). Questo contesto di segnalazione molecolare, insieme alla presenza di proteasi e citochine, promuove lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni, indirizzandoli verso le cellule relativamente ischemiche. Con il ritorno alla normale perfusione, lo stimolo proliferativo cessa e il nuovo tessuto è in grado di sopravvivere grazie al nuovo corredo vascolare. Dato che l’ossigeno diffonde nei tessuti per solo 1–2 mm rispetto al vaso sanguigno, un tumore che non possiede capacità angiogenetiche non può essere in grado di svilupparsi per uno spessore superiore a tale livello. Viceversa, un tumore con spiccata attività angiogenica può procurarsi un corredo vascolare tale da sostenere una crescita virtualmente illimitata. Non solo; con l’accesso al torrente ematico, un tumore può garantirsi il mezzo necessario alla propagazione metastatica a distanza.

Ruolo del danno genetico

Il cancro è in definitiva causato dall’accumulo di danni genetici che sono fondamentalmente mutazioni nel DNA. Sostanze che causano queste mutazioni sono note come mutageni e mutageni che causano il cancro sono noti come cancerogeni. Particolari sostanze sono state associate a specifici tipi di cancro. Il fumo di sigaretta è associato con il cancro ai polmoni. La prolungata esposizione alla radiazione, in particolare alla radiazione ultravioletta del sole, porta al melanoma ed altre patologie maligne della pelle. L’inalazione di fibre di asbesto è associata al mesotelioma. In termini più generali, agenti chimici detti mutageni e radicali liberi possono causare mutazioni cellulari. Altre mutazioni possono essere causate da infiammazioni croniche.

Invasione e metastatizzazione

Una caratteristica che permette una prima distinzione tra tumori benigni e tumori maligni è il tipo di invasione tissutale: infatti, mentre i primi tendono ad espandersi comprimendo i tessuti circostanti, i secondi tendono ad espandersi infiltrandoli. Il processo di infiltrazione richiede la capacità attiva di farsi strada attraverso i tessuti, con demolizione della matrice extracellulare e sconvolgimento dell’architettura dell’organo. Non solo: in un organo sano i vari tessuti che lo compongono sono in equilibrio stabile. Si consideri ad esempio un bronco, formato da un epitelio colonnare semplice che poggia su un esile strato connettivale che compone la lamina propria. La lamina propria divide la superficie epiteliale dalla sottomucosa, composta da connettivo nel quale sono immerse ghiandole sierose, tessuto muscolare liscio, fibre elastiche e cartilagine. L’architettura di un tessuto così complesso viene garantita dalla presenza di segnali di riconoscimento tra cellula e cellula, che impediscono lo sviluppo eccessivo dell’uno rispetto all’altro. Ad esempio, nella superficie laterale della membrana delle cellule dell’epitelio bronchiale sono presenti proteine chiamate caderine. La vicinanza tra cellule della stessa specie (es: epitelio) porta al contatto tra le varie caderine, che, così, innescano un segnale intracellulare che inibisce la proliferazione del tessuto. Questo meccanismo, chiamato inibizione da contatto, blocca lo sviluppo eccessivo di un tessuto e al contempo porta alla proliferazione dello stesso in caso di mancanza di cellule (es: una lesione). L’inibizione da contatto che si sviluppa tra cellule della stessa specie viene definita omotipica; quella che si sviluppa tra due cellule diverse (es: epitelio e tessuto connettivo) viene invece definita eterotipica, operante, ad esempio, nella parte inferiore dalla membrana cellulare delle cellule dell’epitelio bronchiale. Da ciò è possibile dedurre che il primo passo per l’infiltrazione è la perdita dell’inibizione da contatto. Il tasso di crescita globale di una neoplasia è dato dalla velocità di crescita (quella con cui le cellule del clone completano il ciclo cellulare), dalla neoangiogenesi (garantendosi l’apporto di prodotti trofici) e la frazione di crescita (percentuale di cellule di una popolazione neoplastica che è compresa nel compartimento profilerativo).

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Cause

È impossibile stabilire la causa iniziale per uno specifico tipo di cancro. Tuttavia, con l’aiuto delle tecniche della biologia molecolare, è possibile caratterizzare le mutazioni o le aberrazioni cromosomiche all’interno di un tumore e rapidi progressi si stanno facendo nel campo della predizione della prognosi basandosi in alcuni casi sullo spettro delle mutazioni. Ad esempio, quasi metà di tutti i tumori ha un gene p53 difettoso. Questa mutazione è associata con una scarsa prognosi, poiché quelle cellule tumorali sono meno soggette ad andare in apoptosi (morte cellulare programmata) quando sono danneggiate dalla terapia. Mutazioni della telomerasi rimuovono barriere addizionali, aumentando il numero di volte che una cella può dividersi. Altre mutazioni consentono al tumore una angiogenesi (crescita di nuovi vasi sanguigni) per consentirgli di ricevere più nutrienti, o per andare in metastasi, diffondendosi ad altre parti del corpo.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Mappa mondiale della lunghezza del pene: gli italiani quale posizione occupano?

MEDICINA ONLINE THE PENIS SIZE WORLDWIDE EUROPE UNITED STATES ITALY CHINA JAPAN GRANDEZZA LUNGHEZZA MEDIA PENE ITALIA MONDO EUROPA GERMANIA FRANCIA CIRCONFERENZA CM CENTIMETRI MISURA MAPPA SCHEMA TESTICOLI GONADI SESSO UOMODopo la mappa mondiale della grandezza del seno (cliccate qui per vederla) e la mappa mondiale delle ragazze “facili” (cliccate qui se volete conoscerla) ecco che qui sopra potete vedere una nuova mappa creata da TargetMap, questa volta disegnata per indicare la lunghezza media del pene in erezione nei singoli stati. I Paesi in verde hanno delle misure più “generose”, mentre quelli in rosso sono un po’ meno “fortunati”.

Italiani in buona posizione

Negli Stati Uniti la lunghezza media oscilla tra 11,67 e 13,47 cm, al pari della Russia e dell’Australia; gli italiani sono in buona posizione: il loro pene in erezione misura tra i 14,88 e i 16,09 cm, le stesse misure che si trovano in Francia e vari stati del Sud e Centro America, come Brasile, Uruguay, Paraguay, Perù e Messico. Non va altrettanto bene a cinesi, giapponesi, coreani e indiani: il loro pene eretto arriva al massimo a 11,66 cm, mentre i record “in positivo” appartengono ad alcuni stati di Africa e Sud America come Sudan, Congo, Camerun, Ghana, Bolivia, Ecuador, Venezuela e Columbia. Tra 13,48 e 14,87 cm oscillano invece Germania, Grecia e vari altri stati del Nord Europa; stesse misure anche per Turchia, Arabia Saudita e Canada.

Aumentare la lunghezza del pene con ausili meccanici

Esistono due tipi di strumenti per l’allungamento del pene: le pompe a vuoto e gli estensori. Le pompe a vuoto per l’allungamento penieno sono costituite da un cilindro in cui infilare il pene e di un meccanismo di pompaggio che fa espandere il pene oltre le sue normali capacità. Le pompe a vuoto, pur non fornendo guadagni macroscopici delle dimensioni, in alcuni soggetti potrebbero aumentare circonferenza e lunghezza del pene. Esempi di pompe a vuoto tecnicamente ben costruite, sono:

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Un estensore penieno è una struttura composta da due anelli (uno da fissare alla base del pene, l’altro appena sotto il glande) uniti da aste metalliche ai lati, che vengono regolate in modo da tenere in trazione il pene, “stirandolo”, per ottenere un suo allungamento non chirurgico. Esempi di estensori tecnicamente ben costruiti, sono:

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