Essendo di origini non del tutto settentrionali (eufemismo) sono letteralmente circondato da parenti ed amici che adorano il peperoncino. Tutti concordano sul fatto che esso sia un toccasana per la loro salute ed in parte non mi sento di contraddirli. In rete è pieno di articoli che parlano bene del peperoncino, qui invece, ve lo dico subito, vado – almeno in parte – in controtendenza. Il peperoncino, come vedremo nell’articolo, stando ai tanti studi pubblicati ed alle inesorabili statistiche mediche, si comporta proprio come un “condimento del diavolo”: fa insieme bene (piccole quantità e uso sporadico) e male (grandi quantità e uso quotidiano). Consumarlo spesso o in abbondanza, e senza accompagnarlo nel medesimo pasto da molti cibi protettivi come insalate crude abbondanti, frutta e perfino latte, fa solo male.
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Rischio di eccessi se i piatti sono insapore
Piace a tutti, certo, insaporire con un sapore deciso un piatto evidentemente scondito. Ma perché è insapore? Questo è un altro punto da sottolineare: non si usano per ignoranza e insensibilità le tante erbe aromatiche e i tanti sapori delicati offerti dalla natura, e si preferisce coprire tutto con un solo sapore pungente, rozzo e invadente che molto spesso fotografa in modo impietoso la mancanza di gusto e raffinatezza del cuoco. Il piccante anestetizza la lingua e il gusto.
Ormai la cucina italiana è tutta rossa-acidula di pomodoro, verde-amara di rucola e rosso-piccante di peperoncino. Un appiattimento mai verificatosi in passato. E i sapori delle pietanze, e i gusti delicati? Spariti.
Per fortuna tutti e tre questi invadenti alimenti sono antiossidanti e benefici. Il peperoncino, però, lo è solo se consumato con prudenza. Perché? Perché, anche un bambino lo capisce, è diverso dagli altri cibi con proprietà protettive e antiossidanti. Il peperoncino…
…è molto piccante!
Alla luce dell’ecologia, dell’evoluzione e anche della tossicologia e della biologia dell’uomo, il piccante ha sempre un valore negativo. In natura il sapore piccante è interpretato come un segnale di pericolo, un avvertimento della specie al predatore (e l’uomo, tanto più se vegetariano o naturista, dopo gli animali erbivori è il “predatore” per antonomasia di vegetali), proprio come gli aculei d’un istrice o le affilate unghie d’un gatto dovrebbero dissuadere i loro attaccanti carnivori. La differenza è che il piccante “avverte” in tempo il predatore: si pensi ai tanti funghi velenosi di sapore piccante. E che il peperoncino possa non solo far bene (è, tra l’altro efficace antidolorifico e mucocinetico), ma anche far male, non è frutto di chissà quali revisionismi anti-Natura di oggi: è ingenuo, sottoculturale e anti-naturista idealizzare la natura come “buona” in ogni caso, come ben sapeva il saggio Socrate mentre beveva la cicuta. Del resto la selezione dei cibi tra tutti quelli possibili, spezie comprese, è interamente opera dell’uomo.
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Peperoncino ed ulcera gastrica, cirrosi epatica, tumori ed infiammazioni: i danni che può procurare al corpo
Un problema dibattuto è se aumenti o diminuisca il rischio ulcera gastrica, e irriti o lesioni fegato e reni. Su questo ci sono studi con esiti diversi: alcuni (Myers e coll). hanno documentato danni al DNA e sanguinamenti nello stomaco simili a quelli ottenuti con l’aspirina; altri dopo un pasto “messicano” con 30 g di peperoncino jalapeño in 12 volontari non hanno visto erosioni allo stomaco (Graham e coll.). Del resto, tutte le spezie se usate in eccesso, cronicamente e insieme tra loro (il che spesso amplifica gli effetti, positivi e negativi), danno rischi. Come la yaji, popolare salsa ricca di spezie (peperoncino, pepe nero, chiodo di garofano e zenzero) usata quotidianamente in Nigeria, che ha fatto mettere le mani nei capelli ai biopatologi nigeriani in uno studio che riporta il maggior rischio di necrosi del fegato (Nwaopara e coll.) e altri danni tra cui una potente reazione immunitaria, infiammazioni, e nei casi più gravi nefropatie, lesioni cutanee, fibrosi, cirrosi epatica (A.A. Eddy). Ma sono evidentemente, come nella dieta di alcuni strati popolari urbani in Asia e Africa, casi legati ad alimentazione carente di cibi antiossidanti, poco o nulla riferibili alla nostra alimentazione. Però denunciano quello che potrebbero fare le spezie se assunte in modo sbagliato e in diete sbagliate, come può accadere anche da noi in anziani, malati, giovani, soggetti culturalmente isolati ed emarginati. Più vicini a noi i rischi di irritazione e infiammazione nell’ultimo tratto intestinale e ancor più alle vie urinarie, e talvolta con maggior rischio di prostatite e tumore della prostata. Inoltre dopo aver ripetutamente consumato cibi ricchi di peperoncino il paziente spesso manifesta bruciore e perfino difficoltà alla minzione, o minzioni ripetute (stranguria). Il peperoncino inoltre provoca quel sintomo leggero e passeggero chiamato ialoproctite (bruciore anale). In individui e diete a rischio può provocare un aumento del rischio di tumori delle vie digerenti, specie nel caso di tumori della bocca, della gola, dell’esofago. Vale la pena abusarne? No, decisamente no: ai primi sintomi anomali, meglio smettere del tutto, e ricorrere semmai ad altre spezie. Oltretutto il peperoncino ha sapore, ma non ha odore. Che per una spezia non è il massimo.
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Peperoncino e cancro allo stomaco
Nel 2007 una ricerca sostenuta dal World Cancer Research Fund e dall’American Institute for Cancer Research riportava ciò:“14 studi caso-controllo hanno investigato il rapporto tra peperoncino e cancro allo stomaco. 9 studi hanno mostrato un aumentato rischio per i più alti consumi, comparati ai più bassi, rischio statisticamente significativo in 4 casi. In un 5.o studio il maggior rischio era significativo nei maschi ma non nelle donne, mentre in un 6.o studio era significativo solo nei non-bevitori di alcol ma non nei bevitori. Un diminuito rischio [da peperoncino] era mostrato da altri 4 studi, ma statisticamente significativo solo in 3.”
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Il peperoncino efficace come mucinetico e antidolorifico
Il pungente peperoncino aiuta come efficace mucocinetico a eliminare il catarro bronchiale. Per uso topico, cosparso in soluzione oleosa sulla parte dolorante, è un potente antidolorifico perché interrompe la trasmissione del dolore attraverso le fibre nervose periferiche (ma in alcuni casi agisce perfino sui neuroni centrali, ha provato la rivista Pain), attutendo o facendo cessare dolori e pruriti post-erpetici che magari duravano da anni (“fuoco di S.Antonio” o herpes zoster).
Alle volte, quando si è un po’ raffreddati e intasati, un brodo piccante con peperoncino ci fa bene. Ed ha anche una potente azione antiossidante, limitata solo dal fatto che essendo una droga piccante la si può consumare solo a grammi, non a etti! Ho letto studi che lo considerano addirittura anticancro, ma evidentemente non verso gli organi che irrita. Ha anche un curioso effetto paradosso: secondo alcuni, a dosaggi adeguati, stimolando a reagire la mucosa gastrica (reazione adattativa), in alcuni casi potrebbe aumentare perfino le difese anti-ulcera. Ma alcuni studi più recenti hanno invece evidenziato preoccupanti microlesioni a livello dello stomaco.
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Come consumare il peperoncino per evitare i danni?
Consumatelo di rado, in polvere, quindi ben amalgamato ai cibi, mai a diretto contatto con le mucose (lo stesso per l’aglio), e sempre in piccole quantità e durante pasti abbondanti, ricchi di verdura e frutta fresca, per esempio arance. Non assumetelo più di una o due volte a settimana e, ai primi sintomi come bruciore e stranguria, smettete ed eventualmente consultate un medico se i sintomi persistono.
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Peperoncino e cottura
Infine il problema della eventuale cottura. Può essere cotto il peperoncino? No, assolutamente: il calore distrugge parte dei suoi principi attivi. In India, dove però si abbonda in piccante e anche il peperoncino viene mescolato ad altre spezie (p.es. è nel curry), può capitare che sia cotto o più spesso (e più correttamente) aggiunto in fine cottura. La differenza è una questione di tempi e di consistenza. Si può tollerare che sia aggiunto a pezzetti in fine cottura al riso e coinvolto in un minuto di cottura, ma non quando è in polvere: va aggiunto a fuoco spento o direttamente sui piatti, a seconda dei gusti di ognuno.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Mi capita spesso che una persona venga da me per chiedermi una opinione, preoccupata dal fatto che una sua amica (o una conoscente, o una figlia) è vistosamente al di sotto del peso normale o allarmata nel vedere che questa è dimagrita troppo in un arco di tempo eccessivamente breve. Casi estremi come quello che vedete nella foto in alto non lasciano dubbi alla presenza della patologia, ma lo stesso non è per quei casi border, di persone abbastanza magre: soffrono o no di anoressia? E’ ovvio che non tutti quelli che dimagriscono molto o che sono al di sotto del peso normale soffrono di anoressia, tuttavia è importante ricordare che non tutte le persone sottopeso che stanno “benissimo” con un certo vestito (secondo i canoni della nostra ormai distorta società) sono sane. Insomma come fare a distinguere una persona normale o al massimo sottopeso da una persona che soffre di anoressia, in un mondo che idolatra modelle malate?
L’alcol è un afrodisiaco?
Il reflusso gastroesofageo è un disturbo molto diffuso caratterizzato da sintomi come il bruciore di stomaco, l’acidità ed il rigurgito. E’ causato, fondamentalmente, da una risalita involontaria del contenuto gastrico lungo l’esofago. Se tale risalita è particolarmente intensa e frequente si può parlare a tutti gli effetti di malattia da reflusso gastroesofageo.
La malattia da reflusso gastroesofageo, sigla MRGE (in inglese GERD, Gastro-Esophageal Reflux Disease o GORD, Gastro-Oesophageal Reflux disease), è una malattia di interesse gastroenterologico, causata da complicanze patologiche del reflusso gastroesofageo: si parla di “malattia” (MRGE) quando il reflusso causa sintomi (pirosi, rigurgito) o quando, con la gastroscopia, si evidenziano lesioni infiammatorie a carico dell’esofago (esofagite), o ulcere, o trasformazione metaplastica della mucosa (esofago di Barrett). La malattia presenta tendenza alle recidive.
Della colonscopia tradizionale ne ho
La colonscopia è una procedura diagnostica e terapeutica mediamente invasiva usata per la visione diretta delle pareti interne del grosso intestino (colon). A tale scopo si utilizza una sottile sonda flessibile – chiamata colonscopio – munita di telecamera all’apice. Il colonscopio viene inserito previa lubrificazione per via anale e poi fatta risalire pian piano nel retto e negli altri tratti dell’intestino crasso, per incontrare nell’ordine:
Molti dei cibi che mangiamo ogni giorno devono essere necessariamente cotti (come la carne) altri possono essere mangiati cotti o crudi (per esempio le verdure) ed altri possono essere cotti in vari modi (le patate possono essere bollite ma anche fritte). La cosa importante da sapere è che la cottura modifica alcune caratteristiche del cibo, determinando infatti processi simili a quelli digestivi trasformando sostanze chimiche complesse in altre più semplici. L’amido contenuto nei cereali, se sottoposto ad una fonte di calore, può ad esempio trasformarsi parzialmente in zuccheri più semplici (l’