Ecografie 3D e 4D: a cosa servono e quali sono le differenze con l’ecografia standard?

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Che differenza c’è tra una ecografia standard, una a 3D ed una a 4D? E’ una domanda che mi sento rivolgere spesso dalle future mamme. La risposta è molto più semplice di quanto possa sembrare.

L’ecografia standard visualizza il bimbo in modo bidimensionale, cioè in 2 dimensioni. L’immagine appare “piatta”, senza mostrare la profondità. E’ un indagine fondamentale per studiare il feto e la sua salute.

L’ecografia 3D o tridimensionale permette la visualizzazione del feto in 3 dimensioni, mostrando un volume e non solo un piano di sezione come avviene per la tradizionale ecografia bidimensionale. Rispetto all’ecografia bidimensionale, nell’immagine appare quindi anche la profondità (come vedete nella foto in alto).
Questa metodica si basa sulla elaborazione computerizzata delle normali immagini ecografiche a due dimensioni: sfruttando il cosiddetto processo di “rendering” riusciamo ad ottenere l’immagine tridimensionale del feto, in maniera molto fedele alla realtà. L’immagine appare statica come se fosse una fotografia.

L’ecografia 4D visualizza l’immagine tridimensionale come avviene nella 3D, ma in più l’immagine si vedrà in movimento: la quarta dimensione infatti è rappresentata dal tempo. Si vedrà quindi in diretta il feto che muove le mani, che muove la labbra o si succhia il dito. Non più una semplice foto ma un vero e proprio video: una esperienza estremamente coinvolgente per i futuri genitori!

Quali sono le differenze dal punto di vista diagnostico?

Da un punto di vista strettamente diagnostico, in buona parte dei casi, non c’è una grande differenza tra le ecografie tridimensionali (3D e 4D) e quella tradizionale o bidimensionale: attualmente la valutazione del feto viene effettuata sulla base dell’ecografia bidimensionale, mentre la metodica 3D e 4D è solo un complemento all’esame. Ma in alcuni selezionati casi, l’indagine 3D e 4D possono rivelarsi strumenti importanti anche dal punto di vista diagnostico e della comunicazione medico-paziente. Per esempio offre la possibilità di visualizzare alcune malformazioni come la labiopalatoschisi (o labbro leporino) in modo più facilmente comprensibile per i genitori, aiutando così il medico nella spiegazione del difetto alla coppia. Altri casi in cui l’ecografia tridimensionale si è mostrata utile sono ad esempio le malformazioni degli arti, come il piede torto congenito.

Fare la 3D/4D o non farla?

Il mio consiglio è quello di affiancare all’ecografia standard bidimensionale, anche la 3D e la 4D dal momento che, oltre ad aumentare le possibilità di valutare il feto, queste tecniche sono estremamente emozionanti per la futura madre ed il futuro padre. Il rapporto tra la madre e il bambino, secondo alcuni studi, sembra infatti positivamente influenzato. Vedere in bambino in tridimensionale e addirittura muoversi è un emozione forte, che incrementa il legame affettivo e in alcuni casi può indurre la mamma a cambiare stile di vita, a migliorare la propria alimentazione, ad evitare attività dannose come il fumo o l’uso di alcool e droghe. Buona gravidanza a tutte!

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Medico Chirurgo
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Credo poco alle parole, credo molto agli esempi

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO MADRE MAMMA FIGLIA FIGLI GENITORI ESEMPIO TRAMONTO PARLARE BAMBINI SILHOUETTECredo poco alle parole, credo molto agli esempi. Lavo i piatti a casa perché fin da bambino ho visto mio padre lavarli per far riposare mia madre quando era stanca; rispetto le persone a torto considerate “diverse” perché da piccolo ho visto mia madre rispettarle.
Ho smesso di fumare perché non voglio ipocritamente dire a mio figlio “smetti di fumare che fa male” se mai dovesse iniziare a fumare. Allo stesso modo credo poco ad un politico che inneggia al taglio del mio stipendio in nome dello sforzo comune, se lui stesso non si è prima tagliato il proprio, di stipendio.
Voglio esempi: le azioni rimangono, le parole contano poco e si disperdono nel vento

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The Lobster (2015): trama, recensione e spiegazione del film

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Una scena del film The Lobster

The lobster. Un film di Yorgos Lanthimos. Con Colin Farrell, Rachel Weisz, Jessica Barden, Olivia Colman, Ashley Jensen. Titolo originale The Lobster. Fantascienza, durata 118 min. – Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Francia 2015

Il regista Yorgos Lanthimos è un geniale creatore di mondi. The Lobster è un film unico soprattutto per il soggetto, che inventa un mondo totalitario che è al contempo lontanissimo dal nostro, ma che potrebbe paradossalmente, già essere il nostro. La genesi della sceneggiatura di The Lobster (che tradotto significa “l’aragosta“) è stata caratterizzata da un lungo processo di osservazione e discussioni tra Lanthimos e Filippou, attorno ai temi della vita, delle persone, dei rapporti e dei comportamenti umani. I due hanno iniziato a sviluppare quella che inizialmente era solo un’idea trasformandola, poi, in una vera e propria trama, da esplorare più a fondo. Come spiega più dettagliatamente Lanthimos: “L’idea di questo film è nata dalle discussioni su come le persone sentono la necessità di trovarsi costantemente in una relazione amorosa, sul modo in cui alcuni vedono coloro che non hanno una relazione; su come si venga considerati falliti se non si sta con qualcuno; su cosa arrivano a fare certe persone pur di trovarsi un compagno; sulla paura; e su tutto ciò che ci succede quando cerchiamo un partner.”“Bastava osservare sia gli amici che gli sconosciuti,” sottolinea Filippou, “E poi riflettere su come vivono e reagiscono di fronte a situazioni differenti. La necessità principale era quella di scrivere qualcosa sul tema dell’amore. Perciò abbiamo cercato di pensare all’attuale significato dell’amore per gli esseri umani; a come sia collegato al concetto di solitudine e di compagnia.” Questo, in essenza, sembrava il focus ideale per la loro terza collaborazione. The Lobster descrive due mondi diversi, come spiega più approfonditamente Filippou: “Un mondo dove vivono le coppie, opposto a un mondo dove vivono i solitari. Il film cerca di descrivere com’è avere un compagno e com’è stare da soli nella vita.”

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Il soggetto (ATTENZIONE SPOILER)

Esiste un mondo in cui se a 40 anni sei single vieni deportato in un hotel di lusso assieme agli altri “individualisti” come te e lì hai 45 giorni di tempo per trovare l’anima gemella e innamorarti. Le regole sono severissime (se ti beccano a masturbarti ti infilano la mano colpevole in un tostapane rovente…). Se ce la fai e ti accoppi, sei libero, se non ce fai vieni trasformato in un animale a tua scelta, che devi indicare subito al momento del tuo ingresso nell’hotel/lager.
La direttrice dell’hotel si rivela essere una specie di poliziotto carcerario. Le regole che governano l’Hotel sono tediose, complesse e inflessibili. Tutti i detenuti devono obbligatoriamente indossare un’uniforme particolare e seguire un programma rigoroso. Tutti vivono nel terrore di quello che potrebbe accadergli nel caso in cui non si conformassero alle regole. La direttrice mi ricorda molto l’infermiera Ratched (l’infermiera del film Qualcuno volò sul nido del Cuculo). È lei che ha il compito di trasformare le persone in animali se non riescono a trovarsi un compagno.

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Vie d’uscita a questo triste destino?

In teoria puoi sempre provare a scappare. Nei boschi intorno all’hotel vivono i solitari, fuggiaschi che sono riusciti ad evadere. Se vuoi, puoi provare ad unirti a loro. Salvo scoprire che fra loro vigono regole ancora più feroci e crudeli, anche se rovesciate, rispetto a quelle che strutturavano la vita nell’hotel. Si potrebbe infatti pensare che lasciare un sistema così indottrinato come quello dell’hotel per andare nella foresta significhi ottenere la libertà da tutte le regole e strutture artefatto dell’hotel, ma presto si capisce che qualsiasi tipo di struttura dominante, o di regola dura, imposta sugli esseri umani, prima o poi, si rivela innaturale. In sostanza, il mondo dei solitari (il bosco) è ugualmente, se non addirittura maggiormente, brutale di quello dell’hotel. La natura è solo metafora di una finta libertà, che si rivela essere peggio della vita “vera”, come nel finale di quel capolavoro che è Brazil di Terry Gilliam.

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Spiegazione di The Lobster

Rispetto a tanti film che parlano dell’amore per luoghi comuni, per sdolcinatezze languorose, per esibizioni ginnico-muscolari, o per finte provocazioni pseudo-trasgressive, Yorgos Lanthimos ci dice in realtà come proprio intorno all’amore – a come si deve amare, a chi si deve amare, a cosa significhi amare – si imbastiscano i peggiori totalitarismi del nostro tempo. O forse anche i peggiori totalitarismi tout court. Perché The Lobster è come un film fuori dal tempo. Rispetto a chi ti dice che sei obbligato ad amare, o a chi ti dice che ti è proibito amare, Lanthimos rivendica – con gesto anarchico e libertario – il valore ribelle della scelta individuale. Fai quello che senti e quello che vuoi. A qualunque costo, anche a costo di precipitare nell’amore cieco, cioè in quello che ti priva letteralmente del senso della vista. Come capita, appunto, nel finale. Non solo al protagonista, ma anche a noi. Che per qualche secondo proviamo la vertigine di vedere uno schermo totalmente nero. Nel buio, non vediamo più nulla. Che è successo? Stiamo provando anche noi l’esperienza dell’amore cieco?

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Riattaccata la testa ad un bimbo di 16 mesi “decapitato” in un incidente

MEDICINA ONLINE Jackson Taylor decapitazione interna testa collo vertebre incidente operazione decapitato head.jpgGrazie ad un intervento chirurgico estremamente complesso, ad un bambino australiano è stata riattaccato il cranio, staccatasi internamente dal Continua a leggere

In alto, nell’armadietto

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma Traumatologia Sport Ecografia Vascolare Articolare Medicina Estetica Mappatura Flebologo Dietologo IN ALTO NELL'ARMADIETTO Radiofrequenza Cavitazione Cellulite Pressoterapia Linfodrenante DermatologoCerte volte apro una cartella vecchia ed impolverata, di quelle che non apre mai nessuno, di quelle che stanno in alto, nell’armadietto.
Persone che sono ferme a letto da prima che io nascessi e che non possono fare l’amore, sposarsi o avere dei figli da abbracciare. Persone che pagano, con la propria esistenza, non si sa quale ben precisa colpa, se non quella di essere venute al mondo.
Dalle storie di sofferenza di alcuni malati imparo così tanto che certe volte non capisco se sono io il loro dottore o se sono loro il mio. E non capisco quale sia il senso di tutto quel dolore. Non esiste alcun senso e difficilmente qualcuno riuscirebbe a trovarlo se solo li vedesse, credetemi sulla parola.
L’unica cosa che posso fare per loro – oltre che cercare ogni giorno di migliorarmi per essere un medico alla loro altezza e oltre che dargli una carezza quando li vedo – è non lamentarmi della mia vita appena c’è una piccola e stupida cosa che va storta, perché là fuori c’è qualcuno che sta combattendo una battaglia che io non riesco nemmeno ad immaginare. Mi fermo un istante e capisco che tutti i miei insormontabili problemi sono, in realtà, insignificanti.

Certe volte apro una cartella vecchia ed impolverata, di quelle che non apre mai nessuno, di quelle che stanno in alto, nell’armadietto. Ogni cartella è una vita. Ogni cartella è una storia che ha qualcosa da insegnarmi.

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Bodybuilder 19enne muore per la rottura dell’aorta: usava steroidi anabolizzanti e testosterone

MEDICINA ONLINE Andrej Gajdos FARMACI LISTA ANNI ALLENAMENTO MUSCOLI PESI GINNASTICA GUINNESS RECORD MORTE DEAD DEATH CUORE PATOLOGIA STEROIDI DOPING SOSTANZE DOPANTI GH BODYBUILDER BODYUn ragazzo di 19 anni, Andrej Gajdos, con la passione per il bodybuilding è morto sul colpo all’esterno di un supermercato nella sua città, Weston-super-Mare, in Inghilterra. Dall’autopsia è emerso che l’adolescente è morto a causa della rottura dell’aorta, un evento molto raro a questa età. Sul caso è stata aperta un’inchiesta. Da un esame post mortem è emerso che nel corpo del 19enne, che andava in palestra due volte al giorno, c’erano tracce di steroidi anabolizzanti e testosterone.

La sua famiglia ha anche trovato quattro diversi tipi di steroidi nel suo appartamento. Il medico che ha effettuato l’autopsia ha affermato che il cuore del giovane bodybuilder pesava 680 grammi, mentre un cuore normale pesa in media tra i 400 e i 500 grammi. “La sua storia in palestra mi ha fatto sospettare che stava prendendo steroidi da molto tempo, i muscoli della parte superiore del suo corpo erano enormi”, ha spiegato.

Il medico ha comunque affermato di non poter essere certo che gli steroidi siano stati la causa diretta della sua morte. La madre del ragazzo ha descritto suo figlio come un giovane conosciuto e amato da molte persone e per i suoi funerali ha creato un pagina di raccolta fondi che ha superato l’obiettivo iniziale di 2500 sterline: “Era un bodybuilder molto forte e sognava di diventare il nuovo The Rock”.

Londra, 4 agosto 2007

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Cara miss Italia Alice Sabatini, ecco cosa succedeva nel 1942

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Ecografia Vascolare Articolare Medicina Estetica Mappatura Nei Flebologo Dietologo Roma CARA MISS ITALIA ALICE SABATINI 1942 Radiofrequenza Cavitazione Cellulite Pressoterapia Linfodrenante DermatologiaQualche giorno fa è stata eletta la miss Italia 2015, si chiama Alice Sabatini e durante la serata finale del concorso, alla domanda “in che epoca ti sarebbe piaciuto vivere”, lei risponde ai giurati di voler essere nata nel 1942. “Avrei voluto esser nata nel 1942 per vivere la Seconda Guerra mondiale, ma tanto il militare non l’avrei fatto perchè sono donna”. La ragazza è giovane ed emozionata, ma questa frase, pronunciata sorridendo, è davvero fastidiosa e non può essere in nessun modo giustificata. Normalmente lascio correre quando avvengono questi “scandali da sabato sera” e cerco di non occuparmene, convinto che più si parla di un fatto stupido e più gli si da importanza. Ma questa volta non ce la faccio a trattenermi, anche perché qui non si può parlare per nulla di “fatto stupido”, ma di un evento in cui, gente come mio nonno materno, ha perso fratelli ed amici tra le bombe ed i proiettili. Mi piacerebbe parlare con Alice. Direttamente con lei.

Ecco, cara Alice, volevo semplicemente dirti quello che succedeva durante la Seconda Guerra Mondiale, non perché io l’abbia vissuta, ma perché tante testimonianze ci sono giunte da quel triste periodo storico. Osserviamo insieme questa foto datata proprio 1942, il tuo anno preferito. L’immagine mostra l’uccisione di civili da parte di truppe mobili dell’esercito tedesco (Einsatzgruppen) vicino Ivanograd, Ucraina. Questa foto – di proprietà di Tadeusz Mazur, ora conservata presso l’Archivio Storico di Varsavia – è stata spedita dal fronte orientale in Germania ed è giunta a noi poiché intercettata in un ufficio postale di Varsavia da un membro della resistenza polacca che l’ha raccolta insieme ad altra documentazione sui crimini di guerra nazisti.

Ecco, cara Alice, nella foto si vede un soldato tedesco (ed altre armi sulla sinistra fanno intuire la presenza di vari altri militari) mentre sta per uccidere a sangue freddo un uomo e suo figlio terrorizzato tra le sue braccia. L’uomo è inerme, è girato nel tentativo estremo di proteggere – col proprio corpo – il suo bambino. Altri corpi ormai senza vita, in terra. Ecco, cara Alice, quello che succedeva nel tuo amato 1942. Morte, distruzione, odio, bombe atomiche, sangue di innocenti, migliaia di bambini orfani, anziani fucilati in piazza, persone private degli arti, della dignità, dei figli, della propria vita. L’angoscia di andare a dormire, senza la certezza di svegliarsi vivi il giorno dopo. Forse tu hai visto troppe volte il film “Salvate il soldato Ryan” e pensi che in fondo la Seconda Guerra Mondiale sia una “bella storia”? No, la verità è che decine di milioni di persone sono morte nel terrore, lontane da casa e tra atroci sofferenze. Persone come te, che però a 18 anni erano già considerate adulte, con l’infanzia sfumata nella nebbia di un bombardamento che ti ha distrutto casa alle tre di notte, lontane dal caldo abbraccio di una madre come la tua che ora ti difende. Milioni di persone sono morte affinché il mondo non assista più ad un simile massacro. E sono morte anche per te, per darti la libertà di dire tutto quello che vuoi, perfino la cazzata che hai detto in diretta tv.

E poi, cara Alice, quel “ma tanto il militare non l’avrei fatto perchè sono donna”. Tralasciando il fatto che hai portato indietro di vari decenni le lotte delle donne per la parità dei sessi, volevo dirti solo una cosa. Cara Alice miss Italia 2015, la miss contenta di appartenere al sesso femminile durante la guerra: le donne durante la Seconda Guerra Mondiale venivano sfruttate, lavoravano come schiave per supportare lo sforzo bellico, aspettando per anni il ritorno di un figlio, di un padre, di un marito, di un promesso sposo che probabilmente non sarebbe mai tornato vivo a casa. Donne che vivevano nel terrore, donne che partorivano tra le macerie e morivano di infezioni, donne che venivano rapite, stuprate e mutilate, donne che venivano portate nei campi di concentramento, donne innocenti uccise a sangue freddo. Donne il cui corpo, dopo la morte, veniva vilipeso. Veniva trattato come immondizia scomoda, spogliato di ogni residua goccia di umana dignità. Smembrato. Bruciato. Annichilito.

Ecco, cara Alice, sei giovane ma questo non giustifica la tua frase infelice a dir poco. Io, al posto tuo, avrei detto che sarei voluto nascere nella metà del 1400, per poter ammirare Leonardo Da Vinci che regala al mondo L’Ultima Cena, o al massimo negli anni ’60, per vedermi dal vivo tutti i concerti dei Pink Floyd degli anni d’oro. Ma sono io. Tu preferiresti vivere la Seconda Guerra Mondiale. Sono gusti. Io spero per te che né te, né i tuoi cari, viviate mai la realtà di un conflitto mondiale. Ad ogni modo se vuoi provare la sensazionale esperienza di assaporare la guerra da vicino, ti invito a fare un viaggio in Siria, di questi tempi: tanto sei donna, cosa ti può succedere? In bocca al lupo, cara Alice.

A tutti gli altri lettori dico invece: una volta finite le riflessioni, dimentichiamoci di lei e facciamola tornare nel posto che si merita, quello dove stava tre giorni fa: nell’oblio.

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Come avere un orgasmo vaginale

MEDICINA ONLINE VULVA LABBRA GRANDI PICCOLE LABIA MINORA MAJOR VAGINA SEX SESSO DONNA APPARATO SESSUALE FEMMINILE CLITORIDE MEATRO URETRALE OPENING IMENE VERGINITA WALLPAPER PICS PICTUREC’è chi crede che sia frutto di una totale invenzione e chi, invece, lo ritiene il modo più bello e appagante di provare piacere. Stiamo parlando dell’orgasmo vaginale, argomento spesso al centro di dibattiti e ricerche e sul quale ancora non è stata fatta molta chiarezza. Oggi, vogliamo mettere da parte la teoria che sostiene che l’orgasmo sia riconducibile solo e soltanto alla stimolazione del clitoride e vogliamo spiegarvi cosa dicono gli studiosi sull’orgasmo vaginale. Secondo vari studi, infatti, anche la stimolazione vaginale profonda può portare le donne all’orgasmo, ma cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su cos’è e su come si può raggiungere il tanto dibattuto orgasmo vaginale.

Cos’è l’orgasmo vaginale

L’orgasmo vaginale è quel tipo di orgasmo che non si raggiunge nella vulva, dunque nella parte esterna dell’organo genitale femminile, attraverso la stimolazione clitoridea, ma all’interno della vagina, attraverso la stimolazione del cosiddetto punto G. L’orgasmo vaginale, dunque, è raggiungibile, secondo gli esperti, solo attraverso la penetrazione durante un rapporto, con la pressione del pene, delle dita o di qualche sex toy. Il piacere sarebbe dato, in pratica, dalla frizione sul cosiddetto punto G.

Cos’è il punto G?

Per capire come raggiungere l’orgasmo vaginale, è importante capire prima cosa sia il punto G. Si tratta di una piccola protuberanza all’interno della vagina, più precisamente nella sua parte anteriore, a circa 5 centimetri dalle labbra, ed è un punto presente in tutte le donne.

Come trovare il punto G

Individuare il punto G non è sempre semplice. Per riuscirci, da sole o con il partner, è fondamentale rilassarsi e sdraiarsi a pancia in su. Con il palmo rivolto verso l’alto, inserire una o due dita nella vagina, a questo punto piegare le dita da un lato e dall’altro andando a toccare le pareti interne, fino a percepire una zona rugosa e tondeggiante: ecco il punto G. Individuarlo non significa solo imparare a conoscere meglio il proprio corpo, ma scovare quel punto che, secondo molti esperti, sarebbe in grado di far provare un piacere intenso e molto profondo. Le prime volte, durante la ricerca del punto G, potrebbe capitare di avvertire qualche fastidio, per questo è preferibile interrompere e riprovare a distanza di un po’ di tempo.

Come avere un orgasmo vaginale

A differenza dell’orgasmo clitorideo, quello vaginale – ammesso che esista – è più difficile da raggiungere e molto dipende dalla sensibilità delle donne. Numerose ragazze, infatti, sono clitoridee e dunque riescono a raggiungere l’apice del piacere soltanto attraverso la stimolazione del cosiddetto pene femminile. Bisogna dire, però, che sempre secondo alcune teorie, il raggiungimento dell’orgasmo vaginale richiede pazienza ed esperienza: che lo si provi a raggiungere attraverso la masturbazione o durante un rapporto con il partner, infatti, sarà necessario rilassarsi e perdere un po’ di tempo alla ricerca del famigerato punto G. Poche sono le donne che dicono di aver raggiunto questo tipo di orgasmo, anche se, stando ad alcune ricerche, l’orgasmo avuto all’interno della vagina sarebbe molto più appagante di quello raggiunto nella vulva.

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L’orgasmo vaginale esiste?

Ora che abbiamo capito cos’è l’orgasmo vaginale e abbiamo provato a darvi qualche spunto per provare a raggiungerlo, è bene sottolineare perché sull’orgasmo vaginale ci sono ancora tanti dubbi. A differenza dell’orgasmo clitorideo, raggiunto da tutte (salvo problematiche particolari), in poche possono dire di aver vissuto l’orgasmo vaginale che, secondo alcuni, sarebbe sempre un orgasmo clitorideo. Sempre più scienziati e medici, infatti, sono dell’idea che l’orgasmo vaginale sia una pura invenzione da far risalire, addirittura a Sigmund Freud. Il noto psicolanalista, infatti, riteneva che l’orgasmo vaginale fosse quello della maturità sessuale, a differenza di quello clitorideo, appartenente alle donne ancora sessualmente immature. Da allora si è acceso il dibattito che, ancora oggi, non è giunto ad una conclusione.

Orgasmo vaginale: teorie

Tra i più alti esponenti della corrente di pensiero che non crede all’esistenza dell’orgasmo vaginale, troviamo il dottor Vincenzo Puppo del Centro italiano di Sessuologia di Bologna e Giulia Puppo del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, i quali, sulla rivista Clinical Anatomy hanno chiaramente espresso il loro punto di vista: non avendo la vagina alcun rapporto diretto con il clitoride ed essendo quest’ultimo l’organo che scatena l’orgasmo, l’orgasmo vaginale non esiste. Eppure, nel 1950, Ernst Grafenberg, con un trattato dettagliato, parlava di quel punto – che dall’iniziale del suo cognome ha preso la denominazione di punto G – in cui avrebbe avuto origine l’orgasmo femminile. Ad oggi molti ancora seguono la teoria di Grafenberg, sostenendo che a raggiungere l’orgasmo vaginale sia circa il 20-30 per cento delle donne. Ma quindi l’orgasmo vaginale esiste o non esiste? Nel dubbio vi abbiamo dato un po’ di nozioni. Hai visto mai vi capitasse di raggiungere, inaspettatamente, un orgasmo vaginale?

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