Tinta in gravidanza: si può fare o fa male al bambino?

MEDICINA ONLINE VAGINA DONNA BACIO SESSULITA GRAVIDANZA INCINTA SESSO COPPIA AMORE TRISTE GAY OMOSESSUAANSIA DA PRESTAZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE FRIGIDA PAURA FOBIA TRADIMENTOLe future mamme durante la gravidanza pensano anche alla loro bellezza. Ed uno dei dubbi principali che, prima o poi, viene, è: si può fare la tinta in gravidanza? Si dice infatti che tutto quello che passa attraverso la cute può arrivare al bambino e quindi molte mamme in attesa temono che una tintura per capelli possa causare problemi al bambino. Ma, soprattutto per quelle che magari hanno parecchi capelli bianchi, non farsi la tinta per 9 mesi può essere un problema.

Si parla spesso di tinte e gravidanza. Ed i punti di vista sono molto diversi. Ci sono mamme che rinunciano a tingersi i capelli ed altre che non possono farne a meno. Ma la tinta per capelli fa veramente male durante la gravidanza? Le tinture possono contenere ammoniaca, che, come tutte le sostanze chimiche, è altamente sconsigliata, soprattutto nei primi 3 mesi. L’ammoniaca, infatti, attraverso il cuoio capelluto, potrebbe arrivare al feto, dato che la barriera placentare che non riesce a filtrarla. In realtà l’ammoniaca potrebbe arrivare al feto anche se inalata. E’ per questo che è meglio per le donne in stato interessante non maneggiarla o non sottoporsi a trattamenti con prodotti che contengono ammoniaca.

Ma comunque ci sono delle valide alternative per le mamme in attesa che vogliono farsi la tinta. Esistono infatti tinte a base di coloranti naturali, che non contengono sostanze chimiche, come appunto l’ammoniaca o la resorcina, che possono essere irritanti (a volte durante la gravidanza queste sostanze possono causare allergie, anche se normalmente la donna non soffre di queste allergie). Inoltre sarebbe meglio evitare il più possibile il contatto con il cuoio capelluto. Anche i prodotti naturali, quindi, andrebbero applicati a qualche millimetro di distanza dall’attaccatura.

Nel momento in cui ci si rivolte ad un parrucchiere, durante i nove mesi, è bene far presente il proprio stato e scegliere unacolorazione che non contenga queste sostanze. Per chi invece vuole farsi la tinta a casa, il consiglio è quello di scegliere solo prodotti di aziende cosmetiche note, dove sia indicato chiaramente cosa la tinta contiene, e non prodotti di marche anonime. E leggete sempre bene l’etichetta del prodotto prima di utilizzarlo, per assicurarvi che non contiene ammoniaca o sostanze simili.

Le tinte vegetali possono essere un’altra valida alternativa alle tinte normali. Quindi via libera all’henné. Un’altra soluzione potrebbe essere quella dei colpi di sole, perché, a differenza della tintura, il prodotto non viene applicato sul cuoio capelluto (e quindi non tocca il bulbo del capello).

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Sierotipo in microbiologia: significato ed importanza per i vaccini

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MIl sierotipo è, in microbiologia e virologia, un livello di classificazione di batteri e virus inferiore a quello specie, della quale costituisce l’equivalente di una sottospecie.

In particolare è possibile distinguere diversi sierotipi di una specie batterica o virale quando il materiale organico infetto (ad esempio sangue) reagisce positivamente solo con un determinato siero, contenente un anticorpo in grado di legarsi ad uno specifico antigene microbico: si possono allora distinguere tra di loro microrganismi appartenenti alla medesima specie, in base a differenze tra gli antigeni di superficie rilevabili solo mediante reazioni antigene-anticorpo.

La capacità di distinguere diversi sierotipi all’interno di una specie è di molto aumentata con lo sviluppo di nuove tecniche diagnostiche che sfruttano le proprietà degli anticorpi monoclonali di reagire in modo altamente specifico con determinati antigeni. La possibilità di riconoscere con precisione un determinato sierotipo è molto importante per l’epidemiologia di alcune malattie infettive, perché permette di ricostruire la provenienza e la circolazione dell’infezione; anche per l’allestimento di vaccini è importante distinguere i diversi sierotipi di un agente patogeno, per poter preparare vaccini protettivi verso le sue possibili varianti.

Tra gli agenti patogeni distinti in numerosi sierotipi si ricordano le Salmonelle e gli Streptococchi.

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Quando la malattia deperisce l’organismo: la cachessia

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In quali pazienti si verifica la cachessia?

La cachessia si verifica nei pazienti con tumore, AIDS, malattia di Alzheimer (stadio avanzato), broncopneumopatia cronica ostruttiva, sclerosi multipla, insufficienza cardiaca, tubercolosi, polineuropatia amiloide familiare, avvelenamento da gadolinio, avvelenamento da mercurio (acrodinia) e carenza ormonale.

Il deperimento dell’organismo si accompagna quindi a edemi (per ipoproteinemia ed altre alterazioni dell’equilibrio idroelettrolitico) astenia, dispnea, anoressia, febbre, alterazioni del sensorio e agitazione psicomotoria.

Si tratta di una condizione grave e coloro che la sperimentano vedono aumentare drammaticamente la propria probabilità di morte per la malattia di base. La cachessia può essere un segno di varie patologie sottostanti; quando un paziente si presenta con questa condizione, un medico generalmente prende in considerazione la possibilità della presenza di un tumore, di una acidosi metabolica (diminuzione della sintesi proteica e aumento del catabolismo proteico), di alcune malattie infettive (ad esempio, la tubercolosi e l’AIDS), la pancreatite cronica e alcune malattie autoimmuni o una dipendenza da anfetamine. La cachessia indebolisce fisicamente i pazienti ad uno stato di immobilità derivante dalla perdita di appetito, dall’astenia e dall’anemia e la risposta al trattamento standard è generalmente deludente. La cachessia include la sarcopenia come parte della condizione.

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Cause

La cachessia si riscontra spesso nei pazienti oncologici in fase terminale e in questo contesto prende il nome di cachessia neoplastica. I pazienti con insufficienza cardiaca congestizia possono accusare una sindrome cachettica. Inoltre, una comorbilità di cachessia può essere vista nei pazienti che presentano una delle malattie classificate tra le malattie polmonari croniche ostruttive. La cachessia è anche associata con le fasi avanzate della insufficienza renale cronica, con la fibrosi cistica, la sclerosi multipla, la malattia del motoneurone, la sindrome di Parkinson, la demenza, l’AIDS e altre malattie progressive e degenerative.

Cancro

Circa il 50% di tutti i pazienti affetti da cancro soffre di cachessia. Coloro che hanno una forma tumorale del tratto gastrointestinale superiore o del pancreas hanno la più alta frequenza di sviluppare un sintomo cachessico. Questa percentuale sale all’80% nei pazienti oncologici terminali. Oltre ad aumentare la morbilità e la mortalità, ad aggravare gli effetti collaterali della chemioterapia e a ridurre la qualità della vita, la cachessia è considerata la causa immediata della morte per una stima che varia dal 22% al 40% dei pazienti oncologici.

La cachessia nel tumore è un processo dovuto all’infiltrazione neoplastica nell’organismo, all’emesi, alla chemioterapia o alla radioterapia, a forti dolori o a forte depressione e all’azione depauperante della risposta al tumore da parte dell’organismo tramite il continuativo rilascio di citochine quali TNF, IFN, IL-1, IL-6. Esse causano il riassorbimento di proteine, lipidi, glucidi, purine a partire dal tessuto muscolare e adiposo, determinando la perdita di peso.

I sintomi della cachessia neoplastica includono una perdita di peso progressiva e l’esaurimento delle riserve di tessuto adiposo e muscolare. La condizione ovrebbe essere sospettata se si riscontra una involontaria perdita di peso superiore al 5% del peso prima della malattia, in un periodo di sei mesi. Approcci terapeutici tradizionali, come stimolanti dell’appetito, 5-HT3 antagonisti, supplementazione dei nutrienti e inibitori selettivi della COX-2, non sono riusciti a dimostrare il successo nell’invertire le anomalie metaboliche visibili nella cachessia neoplastica.

Fisiopatologia

Il meccanismo esatto con cui queste malattie causano la cachessia è poco conosciuto, ma vi è probabilmente un ruolo per le citochine infiammatorie, come il fattore di necrosi tumorale-alfa (che è anche soprannominato ‘cachessina’), per l’interferone gamma e l’interleuchina 6, così come i fattori proteolitici secreti dal tumore. Sindromi correlate includono kwashiorkor e marasma, anche se queste non sempre hanno una malattia causale sottostante e sono più spesso sintomi di una grave malnutrizione. Coloro che soffrono di disturbi alimentari, come l’anoressia nervosa, sembrano avere livelli plasmatici elevati di grelina. Livelli di grelina sono riscontrabili anche nei pazienti con cachessi indotta da un tumore.

Trattamento

Il trattamento o la gestione della cachessia dipende dalle cause, dalla prognosi generale e da altri fattori legati al paziente. Se possibile, ed accettabile, le cause reversibili e le patologie che l’hanno causata, vengono trattate. Le terapie non farmacologiche che hanno dimostrato di essere efficaci nella cachessia indotta da un tumore includono una consulenza nutrizionale, interventi psicoterapeutici e l’allenamento fisico. In Europa, il trattamento raccomandato è il risultato di una combinazione di nutrizione, terapia farmacologica e non farmacologica. L’assunzione di steroidi può essere utile nella cachessia neoplastica, ma il loro utilizzo è raccomandato per una durata massima di 2 settimane al fine di evitare effetti collaterali. I progestinici come l’acetato di megestrolo sono un’opzione per la gestione della cachessia refrattaria che si presenta con l’anoressia come sintomo importante. Altri farmaci che sono stati utilizzati o sono oggetto di indagine nella terapia per la cachessia, ma per cui mancano prove conclusive che ne stabiliscono efficacia o la sicurezza, e quindi non sono generalmente consigliati, comprendono:

  • Talidomide e antagonisti delle citochine
  • I cannabinoidi
  • Gli acidi grassi omega-3, tra cui l’acido eicosapentaenoico (EPA)
  • Farmaci non steroidei anti-infiammatori
  • Procinetici
  • La grelina e del recettore della ghrelina agonisti
  • Modulatori selettivi del recettore degli androgeni
  • Ciproeptadina
  • Idrazina

In alcuni paesi è stato consentito l’uso della cannabis medica. Non vi sono prove sufficienti per sostenere l’uso di olio di pesce per il trattamento della cachessia associata ad un tumore in uno stadio avanzato.

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Emocoltura: procedura, a cosa serve, positiva cosa indica?

MEDICINA ONLINE BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA EMOGLOBINA.jpgPer emocoltura si intende la coltura di un campione di sangue ottenuto in condizioni di sterilità. È un’importantissima tecnica per la diagnosi microbiologica di batteriemia o sepsi.

Quando si richiedere una emocoltura?

Esistono diverse situazioni fisiopatologiche nelle quali è possibile sospettare la setticemia e richiedere un’emocoltura per anticipare gli interventi terapeutici.

Reperti suggestivi all’esameobiettivo
Febbre o ipotermia, tachipnea, tachicardia ed ipotensione in un soggetto con anamnesi positiva per infezioneo per un intervento chirurgico recente, sono elementi sufficienti per richiedere l’esame colturale dei campioni ematici.

Dati di laboratorio
Un’importante leucocitosi (o talvolta leucopenia) accompagnata da trombocitopenia in un soggetto con quadro obiettivo compatibile, deve essere sempre considerata come sospetta sepsi. Con il progredire del quadro settico, possono comparire marcata iperbilirubinemia e iperazotemia, grave trombocitopenia con allungamento del tempo di trombina, iperlipidemia e ipoalbuminemia. I granulociti neutrofili possono presentare granulazioni tossiche e vacuoli citoplasmatici. Nel soggetti diabetici, la setticemia può esordire con una brusca iperglicemia e esitare verso il coma chetoacidosico.

Alterazioni dell’omeostasi del calcio
La setticemia grave è una delle poche condizioni in grado di dare ipocalcemia vera, condizione caratterizzata da riduzione del calcio ematico libero (non legato alle proteine del sangue come l’albumina).

Emolisi
Una setticemia da Clostridium provoca spesso un grave quadro emolitico dimostrabile dalla notevole presenza di emoglobina nelle urina ed anemia. Le infezioni da Plasmodium sostengono un quadro simile; in questo caso l’analisi dello striscio sottile e della goccia spessa risultano essere presidi importantissimi per la diagnosi di malaria.

Alterazioni dell’equilibrio acido base
Prima che compaiano febbre, ipossiemia ed ipotensione, il riscontro di una alcalosi respiratoria in un soggetto ospedalizzato sottoposto ad intervento chirurgico o procedure invasive, è spesso segno precoce di batteriemia sostenuta da batteri Gram negativi. Successivamente, per affaticamento dei muscoli respiratori e per l’accumulo di acido lattico, si manifesta un’acidosi metabolica con gap anionico elevato.

Reperti strumentali
In un quadro obiettivo compatibile, una radiografia del torace che dimostri la presenza di un processo infiammatorio polmonare è un importante elemento che depone verso la diagnosi di sepsi secondaria ad infezione respiratoria. Quadri elettrocardiografici caratterizzati da tachicardia sinusalee alterazioni non specifiche del tratto ST o dell’onda T sono reperti spesso presenti in caso di setticemia.

Prelievo

Il prelievo di sangue deve avvenire prima del picco febbrile. Tuttavia data la difficile prevedibilità del picco febbrile, il prelievo può avvenire in corrispondenza delle prime fasi febbrili. È fondamentale l’accuratezza del prelievo, che deve avvenire in condizioni di assoluta sterilità (utilizzo di guanti e dispositivi sterili) e dopo disinfezione della cute con alcool isopropilico al 70%, iodiopovidone o clorexidina al 2%. Il prelievo deve avvenire dopo l’asciugatura del disinfettante. Negli adulti occorre prelevare circa 10 ml; nei bambini sono sufficienti circa 2-5 ml. È preferibile effettuare più prelievi (3 in 24 ore o almeno 2 a distanza di alcune ore) da diverse sedi corporee. Tuttavia, in situazioni di estrema gravità, sono considerati validi anche 3 prelievi in un’ora. Il sangue deve essere raccolto in particolari contenitori detti “flaconi Bactec” (nei flaconi il sangue viene diluito, per diminuire l’attività battericida del siero o di eventuali antibiotici); all’interno dei flaconi è presente:

  • Terreno di coltura liquido arricchito (per aerobi, anaerobi, miceti o per uso pediatrico)
  • Composto che lisa leucociti (potrebbero falsare la rilevazione dei batteri)
  • Anticoagulante (SPS, sodio polianetolsulfonato)
  • Resina (ARD = Antibiotic Removal Device,lega e neutralizza antibiotici eventualmente presenti)

Solitamente si utilizzano due flaconi per prelievo; uno per la ricerca degli anaerobi e uno per la ricerca degli aerobi. I flaconi Bactec devono essere trasportati il prima possibile al laboratorio di microbiologia. Il materiale non deve essere refrigerato e deve essere protetto da un contenitore rigido ed in sicurezza per evitare rotture, perdite accidentali o stillicidio. Flaconi rotti, senza etichettature, conservati per più di 72 ore o prelevati con misure non adeguate vengono rifiutati dal laboratorio.

Analisi

I flaconi Bactec contengono un substrato cromogeno (in grado di colorarsi e di emettere fluorescenza) che si attiva in presenza di anidride carbonica, principale catabolita del metabolismo batterico. I campioni raccolti dai diversi pazienti vengono incubati nel “termostato Bactec”, particolare sistema chiuso in grado di controllare e agitare (è buona regola) continuamente i diversi flaconi Bactec. Se il sistema rileva luminescenza, avvisa gli operatori con un segnale acustico, segnalando anche il campione risultato positivo. Molti campioni, delle infezioni più comuni, possono positivizzarsi nel giro di diverse ore. Tuttavia alcuni batteri insoliti (vedi oltre) ed atipici hanno tempi molto più lunghi di crescita. Proprio per questo i campioni vengono mantenuti in incubazione per 7-14 giorni. Se il campione è positivo, si può procedere prelevando del materiale per l'”osservazione diretta” e per la coltura. L’osservazione diretta viene fatta previa centrifugazione del campione (per concentrare i batteri) e colorazione di Gram; per la coltura, il materiale viene inoculato in Agar cioccolato, Agar sangue, Agar MacConkey, Agar Sabouraud e altri. La crescita selettiva in un terreno, accompagnato da un profilo di colorazione e biochimico è una tappa fondamentale per l’identificazione del batterio. I batteri (casi per 100 soggetti batteriemici, 2003-2004) più comunemente isolati sono:

Batteri Gram positivi Infezioni in comunità Infezioni in ospedale
S. pneumoniae 14 2.6
S. aureus 7.6 17.5
Altri stafilocchi 4 15.7
Vari Streptococchi 12.3 4.2
Enterococchi 3 7.7
S. bovis 1 0.1
Batteri Gram negativi Infezioni in comunità Infezioni in ospedale
E. coli 26 12
Salmonella spp. 3 0
P. aeruginosa 7.6 15.9
Haemophilus spp. 7.2 0
N. meningitidis 2.4 0
N. gonorrhoeae 0.2 0
Bacilli Gram negativi insoliti
Gruppo HACEK, Bartonella spp., Brucella spp., Borrelia spp., Legionella spp., Francisella spp., Bordetella holmesii.
Cocchi e bacilli Gram positivi insoliti
Abiotrophia spp., Granulicatella spp., Bacillus hackensackii, Mycobacterium spp. (è possibile anche l’isolamento di Mycoplasma)
L’identificazione del batterio è seguita dalla comunicazione al reparto per la terapia antibiotica precoce; inoltre il materiale è utilizzato per l’allestimento di un antibiogramma.

Batteriemie dovute a catetere venoso centrale

Le batteriemie e le sepsi sono spesso associate alla presenza di catetere venoso centrale (CVC). La presenza di sepsi nella 1ª settimana dall’inserimento del catetere è dovuta alla contaminazione della superficie esterna (manovre non sterili). Successivamente si ritiene che la colonizzazione microbica avvenga all’interno del lume del catetere (utilizzo di infusioni contaminate, cattive misure igieniche e comportamentali). In caso di sintomi compatibili, in pazienti portatori di catetere, necessitano di una diagnosi rapida che permetta di stabilire la fonte dell’infezione. Per far ciò, si può prelevare il catetere incriminato per stabilire la presenza di una carica microbica responsabile della malattia. Si utilizzano 2 metodi

Metodo semi-quantitativo di Maki o del roll plate
Consiste nel ritirare il catetere sospetto e far rotolare gli ultimi 4-5 centimetri su una piastra di Petri e contare il numero di colonie sviluppatesi sulla placca dopo incubazione. Il limite diagnostico è fissato a 15 colonie; superato questo limite, si ammette che la sepsi è dovuta al catetere venoso centrale.
Metodo quantitativo di Cleri o del broth washing
Consiste nel mettere la punta del CVC in un volume noto di brodo sterile, agitare energicamente per 1 minuto e seminare su terreno solido un volume di 100 μl. Successivamente si procede con l’incubazione: il limite diagnostico è di 1.000 CFU (unità formanti colonia, corrispondenti direttamente al numeno di batteri) per catetere inviato.

Tuttavia, queste 2 metodiche, benché molto precise, consentono di individuare la fonte di infezione solo dopo aver rimosso il catetere, che può anche non risultare infetto. Da ciò la necessità di determinare la fonte infettiva senza rimuovere il CVC (la procedura di inserimento è invasiva e difficoltosa). Un metodo molto valido ed usato è il DTP, basato su concetto che vi è una relazione inversa fra il tempo di positivizzazione di Bactec e la carica microbica del campione prelevato. Nei pazienti con catetere venoso centrale, l’emocoltura viene prelevata contemporaneamente da una vena periferica e dal CVC: se il campione da sangue venoso periferico si positivizza in un tempo maggiore di 2 ore rispetto a quello prelevato dal CVC, si assume che la batteriemia sia relazionata ad infezione di quest’ultimo.

Altri metodi

Benché il metodo Bactec sia insostituibile, data la precisione e la potenzialità, si è reso sempre più necessario l’allestimento di un sistema più rapido per la diagnosi di sepsi.

Diagnosi rapida di sepsi con real-time PCR
Il sistema SeptiFast è un metodo introdotto recentemente nella pratica di laboratorio di batteriologia clinica. È un nuovo test molecolare in PCR Real-time multiplex per la rapida rilevazione nel sangue di batteri e funghi. Identifica gli agenti eziologici (batteri Gram positivi e negativi e funghi) responsabili del 90% delle sepsi, ma non è in grado di identificare tutti i microrganismi.
Permette l’identificazione di specie in meno di sei ore (contro i 4-5 giorni per il metodo tradizionale). Il risultato è indipendente dalla capacità di crescita del microrganismo e dalla presenza di antibiotici nel campione di sangue (rileva il DNA, non serve una grande quantità di batteri). Ha un’alta sensibilità di rilevazione di funghi e infezioni multiple batterico/fungine. Tuttavia non sostituisce l’emocoltura, poiché non identifica tutti i batteri e non effettua l’antibiogramma. Nei soli campioni positivi per S. aureus è possibile determinare la presenza del gene mecA’ per la resistenza alla meticillina(ceppi MRSA). Il campione richiesto è 1,5 ml di sangue, la durata dell’intero processo è minore di 6 ore. Il sistema impiega anche sonde marcate con quattro fluorofori differenti e melting analysis del DNA amplificato; è inoltre prevista l’eliminazione di amplificati contaminanti. Il software di identificazione dedicato si chiama SIS (SeptiFast Identification Software).

Procalcitonina
La procalcitonina (PCT) è una proteina di 116 aminoacidi derivata dalla proteolisi intracellulare del precursore (la pre-procalcitonina). La calcitonina fisiologicamente attiva viene prodotta per proteolisi della procalcitonina ad opera dell’enzima pro-ormone convertasi, a livello delle cellule C della tiroide. La procalcitonina, invece, si trova in circolo in questa forma integra in caso di infezioni batteriche gravi e sepsi e la sua origine è extratiroidea, soprattutto prodotta da cellule parenchimali e dagli organi connessi con il sistema immune. La PCT si modifica in alcune condizioni cliniche: stati infettivi di origine batterica, fungina e parassitaria, con manifestazioni sistemiche associate ma anche nei quadri di SIRS non necessariamente sostenuti da eventi infettivi, quali lo shock cardiogeno ed il trauma chirurgico. Nei soggetti sani la PCT è minore di 0.05 ng/ml; nel corso di infezione aumentano i livelli di PCT, per aumento della sintesi in sedi extra-tiroidee (soprattutto il fegato): aumenta dopo 3 ore dalla somministrazione di endotossina e ha un picco intorno alle 8-24 ore, con un’emivita di 24 ore. Rilevare alti livelli di procalcitonina in soggetti con sospetta sepsi è un elemento importante per la diagnosi certa; in questi casi occorre immediatamente iniziare la terapia antisettica e antibiotica.

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Zirtec (cetirizina) 10mg compresse, foglietto illustrativo

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICDenominazione

ZIRTEC 10 MG COMPRESSE RIVESTITE CON FILM

Categoria Farmacoterapeutica

Derivati piperazinici.

Principi Attivi

Cetirizina dicloridrato.

Eccipienti

Cellulosa microcristallina; lattosio monoidrato; silice anidra colloidale; magnesio stearato. Opadry Y-1-7000 che consiste in: idrossipropilmetilcellulosa (E 464); titanio diossido (E 171); macrogol 400.

Indicazioni

Adulti e pazienti pediatrici a partire da 6 anni di eta’: trattamentodei sintomi nasali e oculari della rinite allergica stagionale e perenne; trattamento sintomatico dell’orticaria cronica idiopatica.

Controindicazioni/Eff.Secondar

Ipersensibilita’ al principio attivo, ad uno qualsiasi degli eccipienti elencati, all’idrossizina o a qualunque derivato della piperazina. Pazienti con grave insufficienza renale con clearance della creatininainferiore a 10 ml/min.

Posologia

Bambini di eta’ compresa tra 6 e 12 anni: 5 mg due volte al giorno (mezza compressa due volte al giorno).

Adulti e adolescenti di eta’ superiore ai 12 anni: 10 mg una volta al giorno (1 compressa).

Sulla base dei dati disponibili, nei soggetti anziani con funzionalita’ renale normale non risulta necessaria alcuna riduzione della dose.

Non ci sono dati disponibili che documentino il rapporto efficacia/sicurezza nei pazienti con insufficienza renale. Poiche’ la cetirizina e’ prevalentemente escreta per via renale, nei casi in cui non possono essere utilizzati trattamenti alternativi, gli intervalli tra le dosi devono esserepersonalizzati in base alla funzionalita’ renale. Clcr >=80 (ml/min):10 mg una volta al giorno; clcr 50-79 (ml/min): 10 mg una volta al giorno; clcr 30-49 (ml/min): 5 mg una volta al giorno; clcr <30 (ml/min):5 mg una volta ogni 2 giorni; pazienti in dialisi (clcr <10 ml/min):controindicato. Nei pazienti pediatrici affetti da insufficienza renale, la dose dovra’ essere adattata individualmente, tenendo in considerazione la clearance renale, l’eta’ e il peso corporeo del paziente. Ipazienti affetti solo da insufficienza epatica non necessitano di alcun adattamento della posologia. Pazienti con insufficienza epatica e renale: si raccomanda un adattamento della posologia. Modo di somministrazione: le compresse devono essere assunte con un bicchiere di liquido.

Conservazione

Questo medicinale non richiede alcuna condizione particolare di conservazione.

Avvertenze

Alle dosi terapeutiche, non sono state evidenziate interazioni clinicamente significative con alcool (per livelli ematici di alcool di 0,5 g/l). Tuttavia, si raccomanda cautela in caso di assunzione concomitante di alcool. Si raccomanda cautela nei pazienti epilettici e nei pazienti a rischio di convulsioni. I test cutanei per l’allergia sono inibiti dagli antistaminici ed e’ richiesto un periodo di wash-out (di 3 giorni) prima di effettuarli. Pazienti con rari problemi ereditari di intolleranza al galattosio, deficit di Lapp lattasi o malassorbimento diglucosio-galattosio non devono assumere compresse di cetirizina rivestite con film. L’uso della formulazione in compresse rivestite con film non e’ raccomandato nei bambini di eta’ inferiore a 6 anni, poiche’questa formulazione non consente un appropriato adattamento della dose.

Interazioni

Per il profilo farmacocinetico, farmacodinamico e di tollerabilita’ della cetirizina, non sono previste interazioni con questo antiistaminico. Negli studi di interazione farmaco-farmaco, in effetti, non sono state riportate ne’ interazioni farmacodinamiche ne’ interazioni farmacocinetiche significative, in particolare con pseudoefedrina o teofillina (400 mg/die). Il grado di assorbimento della cetirizina non viene ridotto dall’assunzione di cibo; sebbene la percentuale di assorbimentosia diminuita.

Effetti Indesiderati

Studi clinici hanno mostrato che la cetirizina al dosaggio raccomandato ha effetti indesiderati minori a livello del SNC, che includono sonnolenza, affaticamento, capogiri e cefalea. In qualche caso, e’ stata riportata stimolazione paradossa del SNC. Benche’ la cetirizina sia uninibitore selettivo dei recettori H 1 periferici e sia relativamente priva di attivita’ anticolinergica, sono stati segnalati rari casi di difficolta’ nella minzione, disturbi dell’accomodazione dell’occhio e secchezza delle fauci. Sono stati segnalati casi di funzionalita’ epatica anomala con innalzamento degli enzimi epatici accompagnato da bilirubina elevata, la maggior parte dei quali risolti a seguito di interruzione del trattamento con cetirizina dicloridrato. Nell’ambito di sperimentazioni cliniche controllate in doppio cieco, nelle quali sono stati confrontati cetirizina verso placebo o altri antistaminici al dosaggio raccomandato (10 mg al giorno per la cetirizina), per le quali sono disponibili dati quantitativi di sicurezza, sono stati trattati concetirizina piu’ di 3200 soggetti. Patologie generali: affaticamento. Patologie del sistema nervoso centrale e periferico: capogiri, cefalea.Patologie del sistema gastro-intestinale: dolore addominale, secchezza delle fauci, nausea. Disturbi psichiatrici: sonnolenza. Patologie del sistema respiratorio: faringite. Sebbene statisticamente l’incidenzadella sonnolenza con la cetirizina fosse piu’ comune che con il placebo, tale evento e’ risultato di entita’ da lieve a moderata nella maggioranza dei casi. Ulteriori studi in cui sono state effettuate prove obiettive hanno dimostrato che le usuali attivita’ quotidiane non vengono compromesse alla dose giornaliera raccomandata, nei volontari sanigiovani. Patologie del sistema gastro-intestinale: diarrea. Disturbi psichiatrici: sonnolenza. Patologie del sistema respiratorio: rinite. Patologie generali: affaticamento. >>Esperienza post-marketing. Patologie del sistema emolinfopoietico. Molto raro (<1/10.000): trombocitopenia. Disturbi del sistema immunitario. Raro (>=1/10.000, <1/1.000): ipersensibilita’.; molto raro: shock anafilattico. Disturbi psichiatrici.Non comune (>=1/1.000, <1/100): agitazione; raro: aggressivita’, confusione, depressione, allucinazioni, insonnia; molto raro: tic. Patologie del sistema nervoso. Non comune: parestesia; raro: convulsioni; molto raro: disgeusia, sincope, tremore, distonia, discinesia; non nota:amnesia, compromissione della memoria. Patologie dell’occhio. Molto raro: disturbo dell’accomodazione, visione offuscata, oculorotazione. Patologie cardiache. Raro: tachicardia. Patologie gastrointestinali. Noncomune: diarrea. Patologie epatobiliari. Raro: funzionalita’ epaticaalterata (innalzamento delle transaminasi, della fosfatasi alcalina, della gamma-GT e della bilirubina). Patologie della cute e del tessutosottocutaneo. Non comune: prurito, rash; raro: orticaria; molto raro:edema angioneurotico, eruzione fissa da farmaci. Patologie renali e urinarie. Molto raro: disuria, enuresi. Patologie sistemiche e condizioni relative alla sede di somministrazione. Non comune: astenia, malessere; raro: edema. Esami diagnostici. Raro: aumento di peso.

Gravidanza E Allattamento

Per cetirizina sono disponibili pochissimi dati clinici su gravidanzeesposte al trattamento. Studi sugli animali non mostrano effetti dannosi diretti o indiretti per quanto riguarda la gravidanza, lo sviluppoembrionale/fetale, il parto o lo sviluppo post-natale. La prescrizionea donne in gravidanza deve essere effettuata con cautela. Cetirizinae’ escreta nel latte materno a concentrazioni che rappresentano dal 25% al 90% di quelle misurate nel plasma, a seconda del tempo di campionamento dopo la somministrazione. Pertanto la prescrizione a donne cheallattano deve essere effettuata con cautela.

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Differenza tra anuria ed oliguria

MEDICINA ONLINE RENI RENE URINA APPARATO URINARIO URETRA URETERE AZOTEMIA ALBUMINA SINDROME NEFRITICA NEFROSICA PROTEINURIA POLLACHIURIA UREMIA DISURIA CISTITE INFEZIONE POLICISTICO LABORATORIO INSUFFICIENZA RENALECon “anuria” si intende la sospensione quasi totale della produzione di urina, con diuresi inferiore a 100 ml nelle 24 ore. Tale sintomo è l’espressione di una brusca  grave interruzione della funzione renale.

Con “oliguria” si intende un flusso di urina diminuita rispetto al normale, inferiore ai 1 ml/kg/h nei neonati, a 0.5 ml/kg/h nei bambini, e ai 400 ml/giorno (17ml/ora) negli adulti. Per esempio, in un adulto di 70 kg, equivale a 0,24 o 0,3 ml/ora/kg. Tuttavia anche il valore di 0,5 ml/kg/h viene comunemente utilizzato per definire oliguria negli adulti. Anche in questo caso può essere la manifestazione di una brusca diminuzione dell’attività renale (causa renale), ma può essere anche causata da scarsa perfusione ematica del rene (causa pre-renale) o da ostruzione al deflusso dell’urina a livello dell’uretere (causa post-renale)

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Differenza tra anuria e ritenzione urinaria

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA ANURIA RITENZIONE URINARIA ISCURIA.jpgCon il termine “anuria” si intende la sospensione quasi totale della produzione di urina, con diuresi inferiore a 100 ml nelle 24 ore.

Con “ritenzione urinaria” (o iscùria), si intende invece l’accumulo di urina nella vescica, come conseguenza dell’incapacità – parziale o totale – della vescica di svuotarsi.

In pratica – pur avendo entrambe in comune il risultato della mancata emissione di urina dal meato uretrale – nella ritenzione urinaria l’urina viene prodotta dai reni ed inviata in vescica, dove l’urina rimane bloccata, mentre invece nell’anuria l’urina non viene proprio prodotta o comunque viene prodotta in quantità estremamente minime.

Cause diverse
L’anuria è spesso causata da uno scarso afflusso di sangue al rene o da un danno renale, ed è espressione di una brusca interruzione della funzione renale, invece la ritenzione urinaria è causata quasi sempre da ostacoli nel passaggio dell’urina (da ipertrofia prostatica, stenosi dell’uretra, presenza di calcoli che occludono l’uretra) o da danni nervosi che determinano iperreflessia detrusoriale. In pratica nell’anuria il problema è quasi sempre a monte degli ureteri, mentre nella ritenzione urinaria il problema è a valle degli ureteri.

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Diagnosi differenziale
Nella maggioranza dei casi è abbastanza facile capire se la mancata emissione di urina è legata ad anuria o a ritenzione urinaria, specie nelle fasi tardive. L’accumulo di urina presente nella ritenzione urinaria (e non nell’anuria) dà come segno il “globo vescicale” cioè una condizione caratterizzata dall’aumento di volume della vescica che può arrivare a contenere fino a 3000/4000 mL: il globo vescicale è solitamente ben riconoscibile anche solo alla vista, nel basso addome (vedi foto in alto).

Terapie diverse
In entrambi i casi la cura definitiva sarà necessariamente secondaria alla scoperta della causa a monte che causa le due condizioni. In caso di ritenzione urinaria, si provvederà con neuromodulazione sacrale (impianto di un elettrocatetere che produce una parestesia che dà sollievo e beneficio ai pazienti affetti da disordini cronici funzionali del basso tratto urinario) ed ovviamente a cateterismo urinario (inserimento di un catetere Foley). Nell’anuria invece diventa importantissimo scoprire le cause del probabile danno renale ed intervenire velocemente su esse.

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Crostata con la crema di Nutella: ricetta facile e gustosa

MEDICINA ONLINE MARMELLATA GELATINA CONSERVA MOSTARDA SENAPE VERDURA FRUTTA OLIO CROSTATA CIOCCOLATO BARATTOLO BOTULINO DISINFEZIONE COTTURA BOLLITURA ROTOLO DOLCE PESCA KIWI CREMA NUTELLA LIMONI RICETTA CACAO FATTA IN CASALa crostata alla Nutella è un dolce che può essere sublime come al contrario risultare un completo disastro.

I motivi del fallimento possono essere svariati. Una frolla troppo friabile o al contrario durissima, ma il problema più frequente è che la Nutella in forno indurisce e perde una delle sue più importanti caratteristiche, ossia la sua straordinaria cremosità. Per ovviare a questo inconveniente, in questa ricetta abbiamo farcito la crostata con la crema di Nutella e il risultato è stato ottimo.

Ingredienti

PER LA FROLLA

  • 250 gr di farina;
  • 125 gr di zucchero;
  • 90 gr di burro;
  • 2 uova;
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci.

PER LA CREMA ALLA NUTELLA

  • 250 ml di latte;
  • 50 gr di farina;
  • 50 gr di zucchero;
  • 1 uovo;
  • 1 baccello di vaniglia;
  • 200 gr di Nutella.

Tempo Preparazione:
45 Minuti

Tempo Cottura:
20 Minuti

Tempo Riposo:
30 Minuti

Dosi:
10 Persone

Difficolta:
Facile

Calorie:
350

Preparazione

  1. Preparate la frolla, facendo una fontana con la farina sul spianatoia. Mettete al centro il burro ammorbidito a temperatura ambiente e amalgamatelo alla farina con la punta delle dita.
  2. Aggiungete le uova, lo zucchero e il lievito, continuando ad impastare. Il segreto per la riuscita di una buona pasta frolla è quello di maneggiarla il meno possibile per non scaldarla.
  3. Formate una palla, rivestitela con la pellicola alimentare e fate riposare in frigorifero per almeno 30 minuti. Più la pasta frolla rimane in frigo è migliore sarà il risultato. Nel frattempo che la pasta frolla riposa, preparate la crema di Nutella fatta in casa utilizzando la nostra ricetta.
  4. Imburrate una teglia del diametro di 24 cm. Riprendete la pasta frolla dal frigorifero e stendetela con il mattarello o con le mani ad un altezza di 4/5 mm. Adattate il disco alla teglia, ritagliando le eccedenze di pasta. Ricordatevi di bucherellare tutto il fondo con una forchetta.
  5. Riempite con la crema di Nutella e formate sulla superficie il classico motivo incrociato di striscioline di pasta frolla. Striscioline di pasta che avrete ovviamente ottenuto stendendo la pasta frolla rimasta.
  6. Cuocete la crostata alla Nutella in forno a 180 °C per circa 20/25 minuti avendo l’accortezza di coprirla con la carta argentata per non farla seccare.

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