Estate e gravidanza: quale cibi devi preferire se sei in dolce attesa

MEDICINA ONLINE GRAVIDANZA ATTESA MATERNITA ESTATE SOLE CALDO MARE PISCINA ABBRONZATURA PELLE MAMMA FIGLIO INCINTA FETO BIMBO BAMBINO SOLE AMNIOTICO MALE DOLORE UMIDITA FASTIDIO GINECOLOGIA.jpgUna corretta alimentazione è fondamentale, durante la gravidanza, per combattere il caldo e le temperature elevate. Sì a frutta e verdura ricche di vitamine e sali minerali importantissimi per la salute dell’organismo (preferire prodotti di stagione consumati crudi per mantenere invariate le loro proprietà nutritive).

Sì a frullati, succhi e centrifughe al posto dei soliti spuntini. Sì a piccoli pasti leggeri suddivisi nell’arco di tutta la giornata evitando le grandi abbuffati di pranzo e cena. Sì all’acqua, la bevanda più indicata per placare i morsi della sete, mantenere il corretto livello di idratazione dell’organismo, prevenire ritenzione idrica e gonfiori. No a cibi fritti e grassi, alcolici e pasti troppo abbondanti.

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Fa più ingrassare il prosciutto cotto o quello crudo? Quante calorie hanno?

MEDICINA ONLINE PROSCIUTTO COTTO O CRUDO DIFFERENZE PIU CALORIE DIABETE GLICEMIA INSULINA ZUCCHERI CARBOIDRATI CIBO DOLCE MANGIARE ACQUA VALORI PROPRIETA NUTRIZIONISTA TAVOLA DIETA DIMAGRIRE TERMOGENICO.jpgDurante un regime dietetico è consigliabile mangiare prosciutto cotto o prosciutto crudo? Tante volte nella vostra vita ci siamo poste/i questo quesito. Per errore comune si tende istintivamente a credere che il prosciutto cotto sia più light rispetto a quello crudo.
In verità il prosciutto cotto per via della sua lavorazione in salamoia, nitriti, nitrati, glutammati, ascorbati e latte in polvere, contiene un rilevante quantitativo di sale, grassi e carboidrati, per cui dal punto di vista nutrizionale non risulta esser particolarmente indicato per una dieta ipocalorica.

Grassi e sodio

A differenza di quello cotto, il prosciutto crudo è più leggero e possiede meno grassi (al di là del grasso visibile che si può rimuovere con facilità prima di mangiarlo). Ma non è finita qui: ha un quantitativo di proteine maggiore, un apporto elevato di vitamine del gruppo B e una discreta dose di sali minerali.
Alla luce di quanto detto, nonostante la scelta fra entrambi possa risultare già abbastanza scontata e palese, occorre precisare che non per tutti è possibile optare a primo colpo per il prosciutto crudo. Chi soffre di pressione alta e deve seguire un regime alimentare a basso contenuto di sodio, si vede costretto ad evitare il prosciutto crudo poiché a causa della sua salatura a secco, contiene molto sale.

Ha meno calorie il prosciutto cotto o quello crudo?

Per quanto riguarda invece l’apporto calorico, il prosciutto cotto contiene 215 calorie ogni 100 grammi mentre quello crudo ha all’incirca 330 calorie ogni 100 grammi. La differenza calorica non è abissale, per cui sgrassando opportunamente le fette di prosciutto prima di consumarle, se ne può ulteriormente ridurre l’apporto lipidico.
Pertanto quale fra i due tipi di prosciutto bisogna consumare se si vuole optare per un’alimentazione light e non compromettere la dieta? La scelta ricade sicuramente sul prosciutto cotto. Ha un contenuto calorico inferiore (ovvero 215 calorie), ha meno grassi (solo 14 grammi per 100 grammi) e contiene meno sale.

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Patologie della tiroide: possono far veramente ingrassare?

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Se la tiroide non funziona correttamente, uno dei sintomi più comuni è proprio l’aumento di peso o la difficoltà a dimagrire.

La tiroide si trova nella parte anteriore della gola e produce ormoni in gran parte responsabili del nostro metabolismo, il processo con cui il corpo digerisce il cibo e lo trasforma in energia. Quando la tiroide smette di secernere ormoni correttamente, un sorprendente numero di processi interni va letteralmente in tilt.

In condizioni di ipotiroidismo si bruciano meno calorie e quanto non viene smaltito è immagazzinato nel corpo come grasso. La stanchezza avvertita si traduce in svogliatezza e pigrizia. Per svolgere le le normali attività quotidiane, ed ovviamente per praticare dello sport, il corpo deve avere energia sufficiente.

E’ quindi ovvio che le cellule non possono funzionare correttamente senza il “carburante” di cui hanno bisogno: il cuore non può battere, i polmoni non possono respirare, e lo stomaco non può digerire il cibo. La tiroide è essenziale per garantire le funzioni vitali, ovvero quei processi che continuano a funzionare nel nostro organismo anche quando ci troviamo in condizioni di riposo e relax (ad esempio quando siamo seduti sul divano a guardare la televisione) o, addirittura, quando stiamo dormendo.

Se la tiroide non funziona in modo ottimale, l’organismo non riceve abbastanza energia e, conseguentemente, ci si sente sempre stanchi e privi di forza.

La malattia della tiroide può essere congenita o derivare da una risposta auto-immune che induce gli anticorpi ad attaccare i tessuti sani dell’organismo. Le due condizioni più diffuse sono l’ipotiroidismo e l’ipertiroidismo. Potrebbe anche accadere che un paziente non si renda conto di avere un deficit tiroideo in quanto, apparentemente si sente vitale per tutto il giorno, e non riscontra  alcuna difficoltà a svolgere le attività quotidiane (lavoro, faccende domestiche…).

In questo caso, in realtà, l’energia che si sta utilizzando è quella prodotta dalle ghiandole surrenali: in altre parole, adrenalina. Pur non avvertendo fatica, se la tiroide è poco attiva, si ha la necessità di assumere più caffeina , di introdurre più zuccheri o di fumare di più rispetto al normale.

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Tiroide: la verità su proteine, carboidrati, grassi e salute

Chi soffre di disturbi della tiroide, è spesso confuso rispetto all’alimentazione da seguire, su ciò che dovrebbe mangiare e, in particolare, sulla giusta quantità di proteine, carboidrati e grassi da assumere attraverso gli alimenti.  Quale dieta si dovrebbe seguire?   Qui entra in gioco, come spesso in verità accade, il buon senso.

La prima regola è quella di non prestare troppa attenzione ai rapporti tra proteine, carboidrati e grassi. Piuttosto, si dovrebbe cercare di seguire una dieta composta principalmente di cibi integrali, che riduca al minimo i cibi raffinati e gli zuccheri.  Carne biologica (se non siete vegetariani), frutta e verdura  fresca, noci, semi e altri cibi ricchi di fibre, costituiscono una dieta  sana ed equilibrata.

Quando ci si concentra sull’assunzione di un solo tipo di cibo (ad esempio proteine) e si eliminano altri alimenti essenziali (grassi o carboidrati), questo si traduce spesso in un piano alimentare sbilanciato, dunque in una dieta scorretta che può generare numerosi problemi di salute. Seguire una dieta “equilibrata” di per sé non significa necessariamente garantire la salute ottimale della tiroide ma è tuttavia vero che una dieta sana e bilanciata, può contribuire a mantenere l’organismo in buona salute, rafforzando il sistema immunitario.

Questo a sua volta contribuirà a garantire un corretto funzionamento della ghiandola tiroidea e ridurrà al minimo le probabilità di sviluppare una condizione autoimmune. A volte i chili di troppo sono dovuti alla tiroide che fa ingrassare anche se si è a dieta, ma una corretta ed equilibrata alimentazione rappresenta sempre il primo passo di ogni trattamento e cura.

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Dieta zero grano senza pane né pasta: cosa mangiare?

MEDICINA ONLINE CIBO DIETA ALIMENTAZIONE PASTA RISO SUGO DIABETE CIBI GLICEMIA CARBOIDRATI PRANZO CUCINA CENA RICETTADieta zero grano: cos’è?

Questo regime alimentare è stato diffuso in seguito ad una pubblicazione di William Davis, cardiologo statunitense. Quest’ultimo è convinto che bisognerebbe bandire dalla tavola sia il pane che la pasta. Soltanto in questo modo si può dimagrire in maniera veloce e naturale. Secondo Davis, le cause del sovrappeso vanno rintracciate nei processi di lavorazione del grano, che ne alterano la composizione originale: tutto ciò determinerebbe vari problemi all’organismo, comprese le patologie cardiovascolari legate strettamente all’aumento del peso corporeo.

Come funziona

Secondo il cardiologo Davis, nella nostra epoca abbiamo sviluppato una sorta di dipendenza dal grano. Tutto sarebbe imputabile alla gladina, una proteina del frumento che si comporterebbe come un oppiaceo. L’unico modo per dimagrire e per aggirare l’effetto di questa proteina è rinunciare ai farinacei, a tutti quei prodotti preparati con la farina di grano. In questo modo, secondo l’esperto, si possono perdere fino a 20 chili in pochi mesi, regolando anche i problemi di pressione alta e di ipercolesterolemia.

Cosa mangiare

L’alimentazione senza grano, secondo l’ideatore di questa dieta, permetterebbe di non andare incontro a nessuna carenza nutrizionale. In particolare dovremmo strutturare i nostri pasti in questo modo:

  • alimenti consentiti – verdura, frutta fresca, frutta secca, carne, uova, pesce, formaggi;
  • alimenti non consentiti – tutti i prodotti realizzati a base di grano, farro, orzo e segale e tutti i cibi pieni di zuccheri;
  • alimenti parzialmente ammessi – latticini, legumi, succhi di frutta.

Perché il grano farebbe male

Secondo il cardiologo William Davis, ci sarebbero alcuni motivi in base ai quali il grano si rivelerebbe dannoso nei confronti dell’organismo. L’esperto ritiene che il grano di oggi non sia più quello di una volta, per questo sarebbe da evitare:

  • livello degli zuccheri nel sangue – dopo aver mangiato un piatto di pasta, il livello degli zuccheri nel sangue rimane alto per più di 4 ore;
  • livello dell’insulina – anche il livello dell’insulina rimane alto e contribuisce alla formazione del grasso soprattutto addominale;
  • grasso addominale – il grasso addominale, che determina la formazione della tipica pancetta, deve essere considerato il frutto di un’infiammazione;
  • effetto sul cervello – l’effetto del grano sul cervello corrisponderebbe in maniera del tutto simile a quello provocato dagli oppiacei;
  • effetto sulla pelle – Davis ritiene che il grano contribuisca in maniera determinante a far invecchiare la pelle.

IMPORTANTE: prima di seguire una dieta di questo tipo, chiedete prima consiglio al vostro medico.

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Fratture di femore: conseguenze a breve e lungo termine

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Prima di iniziare la lettura, per comprendere meglio l’argomento trattato, leggi anche: Femore rotto: tipi di frattura, sintomi, intervento, riabilitazione e conseguenze

Conseguenze a breve termine delle fratture di femore:

  • Infezioni. Se la frattura è esposta, ossia se in seguito al trauma i tronconi dell’osso hanno lacerato i tessuti e sono fuoriusciti all’esterno, è elevato il rischio di infezioni. L’osteomielite è la più comune ed anche la più difficile da curarsi.
  • Gravi lesioni dei tessuti come vasi sanguigni, nervi, capsule articolari. Le complicanze possono essere immediate con gravi emorragie che se non ridotte immediatamente possono comportare la morte dell’infortunato. Possono però comportare anche delle complicanze successive come nel caso delle fratture sottocapitate che, poiché generalmente danneggiano la vascolarizzazione della capsula articolare e della testa del femore che è già scarsamente irrorata, possono provocare necrosi della testa dell’osso.
  • Emorragie interne. Anche se la frattura non è esposta possono aversi forti emorragie e conseguenti shock per il ridotto volume sanguigno in circolo.
  • Shock neurogeno causato dal fortissimo dolore.
  • Embolia (ostruzione di un’arteria causata da un coagulo di sangue o da una bolla d’aria). In conseguenza della rottura dell’osso i midolli ossei possono introdursi attraverso la rottura di un vaso nel torrente sanguigno e bloccarsi negli alveoli polmonari o nel cervello.
  • Sindrome compartimentale. In seguito al trauma la muscolatura potrebbe essere interessata da un’importante tumefazione che riempie i compartimenti muscolo/osso. Se non sottoposta ad opportune cure la sindrome può evolversi in necrosi muscolare. Può capitare che la sindrome compartimentale sia particolarmente acuta ed allora bisogna con urgenza intervenire chirurgicamente praticando incisioni verticali nei compartimenti interessati per alleviare la pressione.
  • Lesioni da decubito, tipiche dei pazienti anziani immobilizzati a letto per lunghi periodi durante la riabilitazione; a tale proposito leggi anche: Lesioni da decubito: prevenzione, stadi, classificazione e trattamento

Conseguenze a lungo termine delle fratture di femore:

  • problemi connessi con un incompleto recupero della funzionalità dell’arto,
  • disturbi derivanti dall’allettamento (pazienti anziani): piaghe di decubito, trombo flebiti, insufficienze cardiorespiratorie, infezioni urinarie.

I migliori prodotti per la cura delle ossa e dei dolori articolari 

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere di ossa, legamenti, cartilagini e tendini e la cura dei dolori articolari. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Femore rotto: riabilitazione, profilassi antitrombotica e controllo del dolore

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma 109 ANNI ROMPE FEMORE DANTE PARLANI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PenePrima di iniziare la lettura, per comprendere meglio l’argomento trattato, leggi anche: Femore rotto: tipi di frattura, sintomi, intervento, riabilitazione e conseguenze

Come si effettua la riabilitazione dopo una frattura di femore e relativo intervento?
Dopo circa una settimana dall’intervento chirurgico il soggetto inizia a camminare con le stampelle o con un girello e dopo circa due mesi può iniziare a camminare normalmente; ovviamente esistono enormi differenze individuali nei tempi di recupero, relative a età del soggetto, patologie correlate e condizioni generali. In questo periodo è necessario un percorso riabilitativo che consenta il ritorno della persona alla normale attività ed efficienza fisica, da effettuare in una struttura specializzata se il paziente è anziano. La riabilitazione comprende una serie di terapie mirate ad evitare che il trauma risulti invalidante e che insorgano conseguenze. Inizialmente il paziente dovrà fare esercizi di respirazione e ripetute variazioni della postura a letto necessari per evitare complicazioni polmonari ed edemi, flebiti e piaghe da decubito. Successivamente sono necessari esercizi per camminare impostando una corretta postura per un equa distribuzione dei pesi, e nel contempo altri esercizi in acqua o con l’utilizzo di cyclette e tapis roulant volti a migliorare il tono muscolare.

Profilassi antitrombotica post intervento
I pazienti con frattura di femore sono a rischio elevato per TVP. Il tasso di TVP totale e distale dopo frattura di femore in assenza di profilassi è rispettivamente del 50 % e del 27% (Chest, 2008). TVP sintomatica si riscontra dall’1,3% all’8% di pazienti sottoposti a profilassi nei tre mesi successivi al trauma (Chest, 2008). EP fatale si verifica in una percentuale dei pazienti che varia dallo 0,4% al 7,5% nei tre mesi successivi al trauma. Fattori favorenti sono l’età avanzata e il ritardo dell’intervento. Il rischio tromboembolico è significativamente ridotto tra i pazienti che ricevevano una profilassi farmacologica. Il rischio di EP fatale diminuisce se l’intervento avviene entro 24 ore dal trauma. Uno dei farmaci più usati nel periodo riabilitativo è l’enoxaparina sodica (Clexane).

Leggi anche: Ho dimenticato di assumere l’anticoagulante, cosa fare?

Controllo del dolore durante la riabilitazione
Il controllo del dolore è parte integrante del percorso terapeutico. È necessario rilevare il dolore secondo una delle scale abituali (VAS, NRS, faccette nei casi di pazienti con fragilità cognitive) e registrarlo in cartella. La terapia con analgesici va prescritta al bisogno utilizzando preferibilmente paracetamolo ed oppioidi deboli. Si deve porre estrema attenzione ai FANS, che possono causare sanguinamenti gastrici o insufficienza renale e possono causare problemi di sanguinamento in soggetti anziani in terapia con antiaggreganti e anticoagulanti come sono quelli in riabilitazione post intervento.

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Diabete di tipo 1: cause, fattori di rischio, sintomi e cure

MEDICINA ONLINE DIABETE MELLITO TIPO 1 2 PREDIABETE PRE-DIABETE SANGUE VALORI GLICEMIA EMOGLOBINA GLICATA ZUCCHERI DIETA CARBOIDRATI PASTA PANE INSULINA RESISTENTE DIPENDENTE CIBO MANGIARE VERDURA FRUTTAIl diabete di tipo 1 è una forma di diabete che si manifesta prevalentemente nel periodo dell’infanzia e nell’adolescenza (anche se non sono rari i casi di insorgenza nell’età adulta) e per questa ragione fino a pochi anni fa veniva anche denominato diabete infantile. 

Fisiopatologia

Il diabete mellito di tipo 1 rientra nella categoria delle malattie autoimmuni perché è causato dalla produzione di autoanticorpi (anticorpi che distruggono tessuti ed organi propri non riconoscendoli come appartenenti al copro ma come organi esterni) che attaccano le cellule Beta che all’interno del pancreas sono deputate alla produzione di insulina. Come conseguenza, si riduce, fino ad azzerarsi completamente, la produzione di questo ormone il cui compito è quello di regolare l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule. Si verifica, pertanto, una situazione di eccesso di glucosio nel sangue identificata con il nome di iperglicemia. La mancanza o la scarsità di insulina, quindi, non consente al corpo di utilizzare gli zuccheri introdotti attraverso l’alimentazione che vengono così eliminati con le urine.
In questa situazione l’organismo è costretto a produrre energia in altri modi, principalmente attraverso il metabolismo dei grassi, il che comporta la produzione dei cosiddetti corpi chetonici. L’accumulo di corpi chetonici nell’organismo, se non si interviene per tempo, può portare a conseguenze molto pericolose fino al coma.

Cause

Le cause del diabete di tipo 1 non sono ancora state individuate con certezza. Di sicuro ci sono dei fattori che contribuiscono alla sua comparsa:

  • fattori genetici (ereditari);
  • fattori immunitari (legati ad una particolare difesa del nostro organismo contro le infezioni);
  • fattori ambientali (dipendono dall’azione contro il nostro organismo di batteri, virus, sostanze chimiche, etc.).

I dati attualmente disponibili indicano che ci sono soggetti geneticamente predisposti a sviluppare malattie autoimmuni (e quindi anche il diabete di tipo 1), ma devono verificarsi altri eventi (fattori immunitari e/o fattori ambientali) perché la malattia si sviluppi. Sebbene i pazienti affetti da diabete di tipo 1 non siamo solitamente obesi, l’obesità non è incompatibile con la diagnosi. Ultimamente è stato dimostrato, infatti, che l’obesità non rappresenta un fattore di rischio solo per il diabete di tipo 2 ma anche per quello di tipo 1. Le persone affette da questa forma di diabete possono, infine, avere anche altri disturbi immunitari come il morbo di Graves, la tiroide di Hashimoto e il morbo di Addison.

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Tipi di diabete mellito

Il diabete di tipo 1 viene suddiviso in:

  • Diabete mellito autoimmune (fino a poco tempo fa conosciuto con il nome di diabete insulinodipendente). Si manifesta nella stragrande maggioranza dei casi durante l’infanzia o l’adolescenza (diabete infantile), ma non sono rari nemmeno i casi tra gli adulti. È causato dalla distruzione delle cellule Beta da parte di anticorpi. La velocità di distruzione di tali cellule è variabile: in alcuni soggetti è molto rapida, in altri molto lenta.
    La forma a progressione rapida si manifesta principalmente, ma non esclusivamente, nei bambini; la forma lentamente progressiva tipicamente negli adulti e talvolta viene definita come diabete autoimmune latente dell’adulto (LAD). Alcuni pazienti, soprattutto bambini ed adolescenti, possono presentare come primo sintomo della malattia una chetoacidosi; altri una modesta iperglicemia a digiuno che può rapidamente trasformarsi in iperglicemia severa e chetoacidosi in presenza si altre situazioni di stress.
  • Diabete mellito idiopatico. È una forma molto rara di diabete di tipo 1 che si manifesta principalmente nei soggetti di etnia africana o asiatica. Si presenta con una carenza di insulina permanente accompagnata da chetoacidosi, ma nessuna evidenza di autoimmunità. Le cause del diabete mellito idiopatico non sono ancora note.

Sintomi

La scarsità o l’assenza di insulina, impedisce all’organismo di utilizzare il glucosio per produrre l’energia necessaria al suo funzionamento.
Il glucosio, introdotto con l’alimentazione, non viene utilizzato e viene eliminato dal corpo attraverso le urine. Si verifica, quindi, un aumento del volume urinario, con conseguente aumento della sensazione di sete, e un calo di peso improvviso dovuto al fatto che non vengono trattenute le sostanze nutritive.
I principali sintomi clinici del diabete di tipo 1 sono, infatti, i seguenti:

  • poliuria (aumento del volume e delle urine);
  • polidipsia (aumento della sete);
  • polifagia paradossa (dimagrimento improvviso non dovuto a variazioni nella dieta).

Spesso il sintomo di esordio del diabete di tipo 1 è la chetoacidosi diabetica (aumento della quantità di corpi chetonici nel sangue). In alcuni casi si riscontra un’interruzione dei sintomi subito dopo la fase di esordio; è una condizione transitoria, nota come luna di miele, che può durare solo pochi mesi. Passato questo breve periodo i sintomi si ripropongono e permangono stabilmente dando origine alla malattia vera e propria.

Terapia

La terapia si avvale principalmente di:

  • esercizio fisico adeguato;
  • dieta ipoglucidica ipocaloria;
  • controllo periodico della glicemia;
  • somministrazione di insulina;
  • trapianto di pancreas o trapianto di cellule beta pancreatiche.

L’insulina utilizzata per il trattamento può essere somministrata per via sottocutanea o con infusore, avviando il rilascio di insulina prima dei pasti. Il trattamento con insulina predispone all’ipoglicemia, nella cui eventualità è necessario apporto di zuccheri. In caso di crisi ipoglicemica severa il trattamento è invece con somministrazione di glucagone, per approfondire leggi: Glucagone: cos’è, a cosa serve, alto, adrenalina e diabete

Complicanze del diabete

Per comprendere le complicanze ed i pericoli a lungo termine del diabete, leggi: Diabete mellito: conseguenze e complicanze a lungo termine

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Panettone o pandoro: quale fa ingrassare di più?

MEDICINA ONLINE NATALE DOLCI NATALIZI PANDORO PANETTONE SFOGLIATA LIEVITAZIONE INGREDIENTI ZUCCHERO A VELO CALORIE RICETTE DIFFERENZE DIETA CIBO DOLCE COLOMBA PASQUA BUONE FESTE CAPODANNO.jpgPandoro o panettone non sono dolci dietetici, ma quale dei due fa ingrassare di più?

Entrambi hanno un elevato contenuto calorico:

  • 100 grammi di panettone con canditi e uvetta hanno circa da 330 a 360 calorie;
  • 100 grammi di pandoro ricoperto di zucchero a velo hanno circa 410 calorie.

Si tratta di alimenti completi ricchi di amido, con un discreto contenuto proteico ma con un’elevata presenza di grassi. A parità di peso, il pandoro è comunque più calorico del panettone perché contiene una maggiore quantità di grassi saturi e uova, ma entrambi i dolci devono essere consumati con moderazione, specie da chi è già in sovrappeso.

Entrambi sono “battuti” dal torrone, che mediamente contiene circa 460 calorie per 100 grammi.

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