Esistono modelli dinamici di comportamento alimentare che caratterizzano le persone in base alla situazione che vivono. Un nuovo studio tedesco ha Continua a leggere
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Ora solare: cosa cambia nel nostro corpo (e nel nostro portafoglio)
Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, questa notte sposteremo di un’ora indietro le lancette dell’orologio. Alle 3 in punto dovremo fare un balzo Continua a leggere
Perché il cervello umano è così attratto dai complotti e dagli annunci della fine del mondo?
Ventuno dicembre 2012. Questa data vi ricorda qualcosa? Il 21 dicembre del 2012, secondo una (cattiva) interpretazione del calendario Maya, sarebbe arrivata la fine del mondo. Non è certo il primo annuncio di questo genere e sicuramente non sarà nemmeno l’ultimo: e la ragione è perché, in fondo in fondo, nell’idea dell’apocalisse c’è qualcosa che affascina il nostro cervello. Shmuel Lissek, neuroscienziato dell’Università del Minnesota, che studia da anni il meccanismo cerebrale della paura, ritiene che, fondamentalmente, il concetto di apocalisse evochi una reazione innata e atavica nella maggior parte di noi mammiferi .
“La prima risposta a qualunque accenno di pericolo è la paura: è scritto nell’architettura stessa del nostro cervello”, spiega. Nel corso dell’evoluzione, sopravvivono gli organismi che affrontano la realtà seguendo il principio della prudenza. Questo meccanismo ha avuto conseguenze sia per il corpo sia per il cervello, dove la amigdala può attivare una risposta di paura prima che le aree corticali superiori abbiano la possibilità di valutare la situazione e reagire in modo più razionale.
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Perché agli uomini piace così tanto il seno delle donne?
Quante volte abbiamo visto un uomo parlare con una donna formosa avendo gli occhi puntati sul suo seno? Ma perché gli uomini eterosessuali sono così affascinati dai seni delle donne? Larry Young, uno dei maggiori esperti al mondo nel campo delle neuroscienze del legame sociale, nel suo nuovo libro: The Chemistry Between Us: Love, Sex, and the Science of Attraction, propone una risposta all’affascinante quesito.
L’unico mammifero che assegna un significato sessuale al seno
Gli esseri umani sono gli unici mammiferi attratti sessualmente dalle mammelle e che assegnano ad esse un significato sessuale. Non solo per l’uomo è eccitante sessualmente guardarle e toccarle, ma anche la donna prova piacere sessuale quando viene stimolata sul seno. Quando Roy Levin, dell‘Università di Sheffield, e Cindy Meston, dell’Università del Texas, ha intervistato 301 persone – tra cui 153 donne – ha scoperto che stimolando i seni o capezzoli l’eccitazione sessuale è aumentata nell’82% delle donne.
Leggi anche: La donna con il seno più grande del mondo [VIDEO]
Il seno come “segnale di genere”
Le donne hanno un seno pronunciato, gli uomini hanno un petto piatto o con una mammella poco accentuata grazie ad un muscolo pettorale più o meno allenato. Avere un seno sporgente permette quindi di identificare “a colpo sicuro” una donna. Dal punto di vista evoluzionistico quindi un seno molto voluminoso permette, dall’uomo preistorico in poi, di distinguere con rapidità una femmina con cui accoppiarsi, in maniera molto più sicura rispetto ad un esemplare con un seno di ridotte dimensioni. Lo stesso discorso si applica per i fianchi che nelle donne sono più larghi che negli uomini: seno e fianchi indicano all’uomo preistorico quale sia la femmina e più sono pronunciati più saranno facilitati nella ricerca. Basti pensare alla Venere di Willendorf che è la prima rappresentazione in nostro possesso di un corpo femminile ideale: è una piccola statua calcarea risalente all’età preistorica che si presenta dinnanzi ai nostri occhi con forme rotonde, soprattutto i fianchi e i seni. Nei secoli tali segnali non sono mai cambiati, in effetti l’unico cambiamento tra l’ideale di bellezza di tale statuetta preistorica e l’ideale attuale è… il grasso. Nell’età preistorica una femmina grassa (e una delle prime cose che segnala un eccesso di grasso è appunto un seno grande) rappresentava – in periodi di perenne carestia – un soggetto che aveva grandi possibilità di sopportare una gravidanza e ciò era un forte segnale attrattivo per il maschio. Nell’età attuale, in cui il cibo nelle società industriali è facilmente disponibile per tutti, il peso ideale è diventato segno di salute e determina forte attrazione per l’uomo. Però bacino largo e seno abbondanti resistono negli ideali maschili, ora come migliaia di anni fa.
Leggi anche: Differenza tra seno della donna e seno dell’uomo
Il seno imita le forme dei glutei ed il seno grande le imita meglio
Perché un uomo trova sessualmente eccitante i seni di una donna? Una ipotesi si basa sull’idea che nella maggior parte dei casi i rapporti sessuali degli animali sono effettuati con una penetrazione in cui il maschio è sito posteriormente alla femmina. Alcune scimmie femmine a tal proposito espongano il loro “fondoschiena” per provocare la reazione sessuale del maschio. Negli esseri umani (che al contrario della maggioranza degli animali hanno rapporti “ventre a ventre” in cui non sono visibili i glutei), si pensa che il seno nel corso dell’evoluzione sia diventato più grande imitando i contorni della parte posteriore di una donna. Inoltre, più i seni sono grandi e più ricorderanno la rotondità dei glutei.
Ci sono ancora molti motivi per cui il seno è così apprezzato dagli uomini, scoprili leggendo la seconda parte dell’articolo a questo link: Perché agli uomini piace così tanto il seno delle donne? Seconda parte
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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La tua vita è difficile? Ti spiego tutti i segreti per ritrovare la fiducia in te stesso ed aumentare la tua autostima
Esiste un momento nella vita di una persona in cui la fiducia nelle proprie capacità viene messa duramente alla prova. Può trattarsi di un esame difficile all’università, come anche di un nuovo capo (da tutti considerato psicopatico) che vi da da fare un lavoro complesso da gestire, ma le situazioni che sfidano le nostre vite sono infinite. E le sfide, si sa, si possono vincere ma si possono anche perdere. In quest’ultimo caso ognuno di noi può reagire in maniera diversa: c’è chi nella sconfitta trova le motivazioni e la grinta giusta per rialzarsi subito, c’è chi non ne fa un dramma e ci riprova con calma. Purtroppo non tutti reagiscono bene, soprattutto se l’evento scatenante è sentito come particolarmente intenso e se magari già prima l’autostima non era certo ai massimi livelli. Immaginate una ragazza che non ha mai avuto particolare successo con l’altro sesso, poi trova un ragazzo e dopo poco tempo viene lasciata: una già scarsa autostima viene ancor più minata dall’evento e si rischia di cadere in un baratro a “feedback positivo”, ovvero minore fiducia in se stessi porta ad affrontare i problemi in maniera meno efficiente col risultato di non riuscire a risolverli e ritrovarsi ad avere ancora meno fiducia in se stessi, finendo in un circolo vizioso micidiale.
Come uscire dal circolo vizioso?
Scovare qualità, abbinare obiettivi, valutare le strategie per aggirare gli ostacoli: la lista… Ecco come fare.
1) Cominciamo con un piccolo compito che potete svolgere già a partire da adesso. Su un foglio di carta iniziate a stilare un elenco che contenga almeno dieci qualità che ritenete di possedere, onestamente ma senza modestia. Se proprio non vi vengono in mente tutte e dieci, provate a chiedere agli amici e ai parenti (i più onesti che conoscete!). Se non avete dieci qualità, ma ne avete “solo” sette, o cinque, o una soltanto, non importa: scrivetele ugualmente.
2) Per ognuna delle qualità, aggiungete accanto un possibile obiettivo che vorreste raggiungere. Se ad esempio avete scritto di essere persone determinate, un probabile traguardo da prefissarsi potrebbe essere quello di portare a termine un lavoro che vi è stato assegnato nonostante i numerosi impegni. A questo punto accadrà un fatto: vi verranno in mente tantissimi dubbi e molte perplessità circa le possibilità di riuscita del vostro progetto. Niente paura, mettete per iscritto anche le incertezze e le esitazioni.
3) Non resta che affrontare razionalmente le esitazioni che sono via via emerse. Cercate soluzioni reali agli ostacoli che impediscono al vostro obiettivo di concretizzarsi, tenendo sempre presente che a guidarvi non deve essere l’emotività, bensì la logica, il ragionamento rigoroso e sensato, la ragionevolezza e la lucidità. Chiedetevi se la colpa degli insuccessi è vostra o degli altri e rispondete sempre con sincerità. Quando avrete terminato, non dovrete fare altro che prendere solennemente un impegno con voi stessi affinché possiate con fermezza, tenere fede alle promesse fatte.
4) Tenete la lista che avete preparato sempre a portata di mano e di tanto in tanto rileggetela: vi accorgerete che quelle qualità che possedete sono sempre lì e nessuno ve le potrà mai togliere. Questo piccolo esercizio vi farà ricordare che anche gli altri credono in voi perché riescono a vedere dei lati positivi spesso invisibili ai vostri occhi.
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Non pensare di esserlo: CONVINCITI di esserlo!
Ancorare degli obiettivi da raggiungere (compilando una lista, come ho scritto precedentemente), senza sfidare le nostre forze e i nostri limiti, senza porci obbiettivi irraggiungibili, è un ottimo metodo per affrontare la vita. I risultati, sicuramente non tarderanno ad arrivare, e con essi la crescita della nostra autostima. Una volta raggiunti gli obiettivi raggiungibili, passiamo a quelli apparentemente “irraggiungibili”, vi stupirete di quello che siete capaci di fare, se solo riuscite a convincervi di essere in grado di farlo!
Chi siamo? Quali vestiti siamo?
1) Il primo passo importante da fare, è prendere coscienza della nostra personalità, e imparare ad accettarci per quello che siamo, conoscere i pregi dei nostri difetti. Il nostro essere, si distingue da ogni altro, ed è proprio questo valorizza l’essere umano, avere idee diverse, non significa avere idee sbagliate. Quando ci troviamo di fronte ad un discorso, non ci limitiamo ad annuire, ma esponiamo i nostri pensieri anche se sono differenti, senza però né offendere né essere scortese. Proviamo ad utilizzare questa tecnica, con le persone più vicine a noi, come parenti o familiari, poi anche con gli amici e infine al lavoro.
2) Curiamo il nostro look, in base alle nostre esigenze e ai nostri gusti, non copiando le persone che ci affiancano tutti i giorni ma cercando sempre il capo di abbigliamento con cui siamo a nostro agio e che rappresenta il nostro carattere. Non dimentichiamoci di curare la biancheria intima, e non parlo solo di quelle sere in cui prevediamo incontri galanti col nostro partner! Sul lavoro, a scuola, con gli amici, al parco a portare il cane: essere a posto “sotto” e non solo “sopra” vi farà sentire più a vostro agio e più fiduciosi nelle vostre capacità. Ciò vale anche per l’igiene intima.
Voce in capitolo e sassolini nelle scarpe
1) In casa, facciamo valere anche i nostri bisogni, anche nelle scelte più scontate, come quella di quale programma guardare in televisione: non ci facciamo “mettere sempre sotto” ma facciamo presente, in maniera educata e cortese, che anche noi abbiamo “voce in capitolo”.
2) Un altro passo importante, è “toglierci il sassolino dalla scarpa” Cosa vuol dire? Affrontare situazioni scomode, che ci mettono a disagio e che ci alterano l’umore durante la giornata. Mai rimandare inconvenienti, prolungherebbero la nostra ansia Un toccasana, per ritrovare la fiducia in se stessi, è assimilare un pizzico di ironia, saper prendersi gioco di se stessi, sdrammatizzare, ridere e pensare che a tutto c’è un rimedio
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Repetita iuvant, ovvero: ripetitelo tante volte
Ottimo metodo per rafforzare la propria autostima è ripetersi più volte, durante il giorno, che abbiamo le potenzialità giuste per affrontare qualsiasi sfida. Ripeterlo mentalmente se siamo in pubblico, a voce alta se siamo soli e magari di fronte allo specchio: “io non valgo meno degli altri, casomai il contrario!”
Quando mi guardo allo specchio
1) Innanzitutto, se il problema è il vostro aspetto fisico, vi confido un segreto: non lo è! O meglio, non dovrebbe esserlo: smettete di guardarvi allo specchio in continuazione cercando ogni minimo difetto o inestetismo. Il mondo è pieno di persone: belle, brutte, splendide, orribili. Siamo tutti uguali, pur con le nostre diversità. Ciascuno di noi possiede qualcosa di bello e di meno bello. Il mio consiglio è di evitare di focalizzarvi sugli aspetti negativi, privilegiando sempre più quelli che sono i vostri pregi. Un esercizio quotidiano molto semplice consiste nel guardarvi ogni mattina allo specchio, per dieci minuti, allenandovi ad osservare solo quello che vi piace di voi, e cercando di apprezzare sempre più anche quelli che prima consideravate dei difetti. Ricordate sempre che “la vera bellezza è negli occhi di chi guarda”! Se poi il vostro difetto estetico è per voi estremamente insopportabile, ricordate che la medicina e chirurgia estetica può sempre darvi una mano!
2) Quando vi fanno un complimento, evitate di pensare a quale sia il motivo per cui l’avete ricevuto: prendete e portate a casa! Provate una volta tanto a credere che, se vi viene offerto un complimento, è solo perché davvero ve lo meritate. Al contempo, se qualcuno vi insulta, lasciate correre: molto spesso è tutta invidia, poco ma sicuro, e la brutta figura l’ha fatta l’altro perchè è stato cafone! Ripetete questi semplici passi ogni mattino, ogni pomeriggio, ogni sera come un mantra, fateli diventare parte della vostra vita: forse non guadagnerete la stima di voi stessi da un momento all’altro, ma di sicuro potete provare a costruirla giorno per giorno, imparando a guardare il bicchiere mezzo pieno e chiudendo un occhio ogni volta che ne verserete un goccio! Sapete come dico io? Il bicchiere non solo è mezzo pieno, ma quello che manca me lo sono appena bevuto io!
Siamo solo umani, perdoniamoci ma assumendo la nostra responsabilità
1) Spesso siamo portati a perdonare più facilmente gli errori degli altri rispetto ai nostri: niente di più sbagliato! Siamo tutti esseri umani, ed in quanto tali siamo portati a sbagliare di continuo, fa parte del naturale cammino della vita: si sbaglia, quindi si impara. Quando commettiamo un errore, evitiamo dunque di arrabbiarci con noi stessi, ma cerchiamo piuttosto di capire dove abbiamo sbagliato e perché. Teniamo a freno la rabbia e contiamo fino a dieci. Non abbiamo paura di chiederci scusa. Sono semplici piccolezze, ma possono fare la differenza se ripetute nel tempo: lo scopo è quello di “abituarci” ad apprezzare noi stessi.
2) Il punto 1 però non deve portarvi all’estremo opposto: deresponsabilizzarvi! Una volta che avete preso atto dei vostri fallimenti, abbiate il coraggio di assumervene le responsabilità. Dare la colpa alla sorte di un traguardo non raggiunto forse attenuerà qualche senso di colpa, ma vi collocherà automaticamente in una dimensione di impotenza. La responsabilità di un evento -anche negativo- vi permette invece di considerare l’errore come vostro, spingendovi a non ripetere lo stesso comportamento in futuro. Nessuno è infallibile, e se imparerete a guardarvi intorno potrete vedere come le persone che stimate di più siano tutte accomunate dalla capacità di agire, sbagliare e metabolizzare i propri sbagli. La strada per il successo è disseminata di errori.
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Il futuro non è scritto nel marmo, neanche la nostra autostima
Cercate di accantonare fin da subito l’idea che il vostro livello di autostima non possa cambiare, che sia scolpito nel marmo del vostro patrimonio genetico o nel destino. Non è così. “Autostima” è il nome che diamo all’immagine mentale che abbiamo di noi stessi, e in quanto tale è un’opinione destinata a mutare nel tempo a seconda di varie circostanze. Spesso influiscono su questa immagine circostanze esterne quali i fallimenti passati, le critiche, l’affetto di chi ci sta attorno. Altrettanto spesso, però, questa immagine non ha un reale aggancio con avvenimenti o motivazioni oggettive, che possono essere mal lette dall’interessato, o addirittura non essere reali. Per prima cosa, quindi, chiedetevi quanto di vero ci sia in quello che pensate di voi stessi. Potreste scoprire di essere troppo severi o impietosi nel giudicarvi.
Anche una maratona inizia con un passo
Quando mi sono iscritto a medicina la prima reazione di fronte alla mole di esami, frequenze obbligatorie ed esercitazioni è stata drammatica. Medicina è la facoltà più lunga in assoluto e quando sei al primo semestre del primo anno ti senti spaventato dai sei anni che ti aspettano, dagli infiniti esami che dovrai sostenere, dai libri da 2000 pagine che dovrai imparare a memoria. Il consiglio che proprio oggi ho dato ad alcuni studenti del primo anno che ho incontrato per caso all’Umberto I è stato: affrontate un esame per volta senza pensare agli altri! E quando avrete di fronte un libro da migliaia di pagine, non fatevi bloccare dalla paura: cominciate a studiare il primo capitolo, domani penserete al secondo, dopodomani al terzo e magari in un mese lo avrete comodamente finito! Tutto questo per dirvi che se la vita vi presenta tre o più problemi alla volta, se è possibile non cercate di risolverli tutti nello stesso momento: cercate di capire quale problema ha la priorità sugli altri e cercate di risolvere quello, poi penserete agli altri!
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Un problema tira l’altro
Spesso poi vari problemi sono uno la conseguenza degli altri e risolvere il primo crea le condizioni perché si risolvano gli altri. Un mio amico si ritrova a 30 anni fuoricorso con l’università, convive con i genitori e ci litiga spesso, non riesce a trovare una ragazza, ha problemi di erezione e di salute. I problemi sono irrisolvibili? Forse si, se vengono affrontati tutti insieme. Ma se invece il mio amico (generalizzando) spendesse tutte le sue forze nell’obiettivo di laurearsi forse riuscirebbe a trovarsi un lavoro, col lavoro potrebbe pagarsi un mutuo e lasciare la casa dei propri genitori, smetterebbe di litigarci, non apparendo “mammone” potrebbe avere più successo con le donne. Avendo casa propria non avrebbe problemi ad avere un rapporto sessuale “tranquillo e privato” come invece non accadeva quando viveva coi propri genitori quindi forse i problemi di erezione sparirebbero! E’ una generalizzazione ma è per farvi capire che bisogna sempre scegliere il problema chiave altrimenti il rischio di disperdere le forze tra vari problemi e non risolverne nessuno è alto.
Se credi di avere un problema di bassa autostima e non riesci a gestire da solo o da sola questa situazione, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere il tuo problema.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Il quoziente intellettivo? Un mito da sfatare
Avete provato, magari per semplice curiosità, a sottoporvi ai test per misurare il quoziente intellettivo e il risultato è stato deludente? Non vi Continua a leggere
Sei di destra? Sei meno intelligente
Premesse importanti
Visto che questo articolo sviluppa, anche a distanza di anni, delle vere e proprie “guerre” tra opposte fazioni politiche sui social come Facebook, mi sento in dovere di scrivere a posteriori questa premessa. Anticipando le possibili fallacie logiche di qualche lettore, vi comunico che questo studio e questo articolo NON vogliono dire:
- che tutte le persone di idee politiche di sinistra o di centro siano “intelligenti”;
- che tutte le persone di destra siano “non intelligenti”;
- che non possa esistere un “non intelligente” che sia di sinistra o di centro;
- che non possa esistere un “intelligente” che sia di destra;
- che tutte le idee politiche di sinistra o di centro siano necessariamente giuste;
- che tutte le idee politiche di destra siano necessariamente sbagliate.
Già ora possiamo quindi avvertire il lettore che il tirar fuori una lista di grandi studiosi o geni di destra, dicendo “Quei famosi premi Nobel sono di destra, quindi tutto lo studio è falso” è una chiara fallacia logica. Una lista di geni di destra non inficia né scredita i risultati dello studio. Inoltre, per definizione, il parere personale non può in alcun modo sminuire i risultati di uno studio scientifico, quindi dire “Mio zio Ugo è un genio ed è di destra, quindi lo studio è falso” (frase realmente letta su Facebook), non ha alcun senso logico. L’unico modo che ha il lettore che non sia d’accordo con questo studio, di contraddire i suoi risultati, è quello di presentare i risultati di un altro studio altrettanto autorevole che abbia risultati opposti. Tutto il resto è opinione personale e, ripeto, non smonta nulla.
Il lettore valuti inoltre che:
- l’affermazione contenuta nel titolo non rappresenta necessariamente l’opinione di chi scrive bensì è il risultato di una ricerca condotta dalla Brock University nell’Ontario, Canada, e pubblicata sulla prestigiosa rivista Psychological Science; il sottoscritto, in questa sede assolutamente neutrale nei confronti dei diversi schieramenti politici, ha semplicemente trovato interessante questa ricerca e meritevole di dibattito;
- no, non è una fake news: che siate d’accordo o no con i suoi risultati, sappiate che lo studio è vero ed è stato riportato su riviste scientifiche autorevoli. Chi dice che “questo articolo è basato su una notizia falsa”, sta oggettivamente dicendo una falsità;
- lo studio è del 2012, quindi se state leggendo questo articolo nel 2027, considerate che potrebbe essere considerato già “vecchio” e sorpassato da altri studi più recenti;
- quanto detto al punto precedente non significa che questo studio, essendo del 2012, sia falso o necessariamente non più valido: esistono studi scientifici effettuati decenni fa che sono ancora validi perché nessun altro studio è riuscito a contraddirli;
- valutare l’intelligenza umana è estremamente difficile, anche perché esistono vari tipi di intelligenze e svariati modi per misurarle: lo stesso QI viene da anni messo in discussione;
- il titolo di questo articolo, così tranchant, è ovviamente provocatorio: la questione in realtà – come sempre accade – è molto più complessa, quindi cerchiamo di non fermarci al titolo come spesso fa l’italiano medio;
- no, questo sito non parla di politica e nessuno del nostro Staff – pur avendo ovviamente le proprie idee – ha interessi e/o lavora in politica: chi vede in questo articolo un modo subdolo per attaccare qualche schieramento politico e/o soggetto politico o per favorirne un altro, compie un grossolano bias cognitivo;
- il concetto su cosa siano con esattezza le idee politiche di “destra”, “estrema destra”, “centro”, “sinistra” o “estrema sinistra”, non è universalmente valido, bensì cambia a seconda dello Stato che si prende in considerazione e del periodo storico di riferimento: una stessa idea considerata di “sinistra” negli USA degli anni ’90, potrebbe essere valutata di “destra” nell’Italia del 2010 o nell’Unione Sovietica degli anni ’70.
Fatte queste premesse, ora passiamo finalmente all’articolo vero e proprio.
Il circolo vizioso
Dallo studio dei ricercatori canadesi della Brock University è emerso che chi da bambino presenta un quoziente intellettivo alquanto basso, crescendo avrà maggiori possibilità di sviluppare tendenze razziste, conservatrici, pregiudizi e intolleranza verso altre culture e religioni; al contrario, chi da bambino ha un QI più alto, crescendo avrà maggiori tendenze a sviluppare idee progressiste. Il professore di psicologia Gordon Hodson, autore e responsabile dello studio, ha spiegato:
“Quello che è emerso è un ciclo vizioso, in cui le persone con basso QI vivono intorno a ideologie conservatrici che formano resistenze al cambiamento e dunque pregiudizi e razzismo”.
Secondo il prof. Hodson, i risultati della ricerca mostrano che le persone “meno intelligenti” svilupperebbero fin da bambini tendenze maggiormente conservative a causa di strutture ed ordini più facili da capire rispetto alla complessità che li circonda. Semplificando: secondo la ricerca in questione, chi ha un QI più basso tenderebbe ad appoggiare idee più “facili da comprendere” e conservative (generalizzando: “porti chiusi”, forte attaccamento alla propria religione e cultura, patriottismo, famiglia “tradizionale” e patriarcale, contrasto all’omosessualità, libero mercato, pensiero dogmatico, maggiore libertà di difesa personale e della proprietà privata anche con armi, difesa dei propri valori, pregiudizio verso altre culture e religioni, autoritarismo, potere all’uomo “forte”…), mentre chi ha un QI più alto tenderebbe ad appoggiare idee più “complesse” e progressiste (accoglienza degli stranieri, inclusività, ateismo, sentirsi “cittadini del mondo”, tolleranza verso altre culture e religioni, parità sessuale, potere “al popolo”, azione sociale dello stato, libertà sessuale, maggiore attenzione alla ricerca scientifica, opposizione ai dogmi, apertura mentale, redistribuzione della ricchezza…).
Lo studio completo potete leggerlo in questo PDF: Gordon Hodson – Lower Cognitive Ability Predicts Greater Prejudice Through Right-Wing Ideology
Pregiudizi e razzismo
Ecco le parole esatte emerse dallo studio di Hodson:
“Sfortunatamente queste caratteristiche contribuiscono a sviluppare pregiudizi. Nonostante le loro implicazioni importanti per i comportamenti e le relazioni interpersonali, le capacità cognitive sono state ampiamente ignorate come spiegazioni del pregiudizio. Abbiamo proposto e testato modelli di mediazione in cui basse capacità cognitive predicono un maggiore pregiudizio, un effetto mediato attraverso l’approvazione di ideologie di destra (conservatorismo sociale, autoritarismo di destra) e bassi livelli di contatto con i membri esterni al gruppo. In un’analisi su larga scala, a livello nazionale rappresentante del Regno Unito, abbiamo scoperto che più è bassa l’intelligenza generale durante l’infanzia, più razzismo si produce in età adulta, e questo effetto è stato in gran parte mediato attraverso una ideologia conservatrice. Un’analisi secondaria di un set di dati degli Stati Uniti ha confermato un effetto predittivo di scarsa capacità di ragionamento astratto-omofobico sul pregiudizio, un rapporto parzialmente mediato sia da autoritarismo e bassi livelli di contatto con l’intergruppo. Tutte le analisi hanno tenuto conto dell’istruzione e dello status socioeconomico. I nostri risultati suggeriscono che le abilità cognitive svolgono un ruolo fondamentale, anche se sottovalutato, nel determinare il pregiudizio. Di conseguenza, si consiglia una accresciuta attenzione sulla capacità cognitiva nel campo della ricerca sul pregiudizio e una migliore integrazione delle capacità cognitive nei modelli di pregiudizio.”
Tutti i lettori di destra, prima di sentirsi offesi da questa ricerca, dovrebbero leggersi questo articolo.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Sindrome dell’ape regina: quando le donne odiano ed invidiano le altre donne
Uomini che odiano le donne è un famoso libro di Stieg Larsson, che ha avuto tanto successo da meritarsi una versione cinematografica omonima uscita nel 2009, noto primo capitolo della trilogia “Millennium”. Citazioni cinematografiche a parte, l’argomento di oggi è un fenomeno noto da sempre, che potrebbe invece essere alla base di un romanzo chiamato “DONNE che odiano le donne“.
L’uomo “l’ha capito”, le donne no
Il fenomeno è conosciuto fin dalla notte dei tempi, ma gli psicologi hanno iniziato a studiarlo soprattutto dagli anni 70: è la leggendaria incapacità di alcune donne, non tutte per fortuna, di allearsi per far fronte comune ad una situazione avversa, che porta ad una competizione spesso estrema e senza esclusione di colpi bassi e bassissimi. Mentre l’uomo, che si la natura ha reso competitivo ma anche logico, ha compreso che in molti casi la cooperazione della “Teoria dei giochi” è un concetto che può far felici tutti i contendenti (ogni uomo ottiene una “fetta di torta”, seppur piccola), invece la donna media sembra non aver del tutto compreso questo fatto e vuole necessariamente “tutta la torta” a scapito di tutte le concorrenti. E’ un comportamento che deriva dalla biologia umana: l‘uomo sano ha infatti una quantità sterminata e virtualmente infinita di gameti (gli spermatozoi) che gli permettono di trasmettere i propri geni fecondando possibilmente moltissime donne quindi è meno “selezionatore” e – salvo casi estremi – riesce a vivere pacificatamente con altri uomini, a patto che ognuno abbia una platea relativamente ampia di donne da fecondare. Al contrario le donne hanno a disposizione un numero limitato di gameti (gli oociti) e di tempo fertile, quindi sono portate dalla natura a dover iperselezionare i maschi con cui accoppiarsi, sbaragliando la concorrenza di tutte le altre donne.
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Le donne preferiscono promuovere gli uomini
Il meccanismo biologico prima citato, porta a comportamenti talmente ben riconoscibili che gli psicologi hanno coniato l’espressione “sindrome dell’ape regina” (in inglese “queen bee syndrome”), ovvero l’odio della donna che ha raggiunto i vertici di una organizzazione verso i suoi subordinati femminili. Tale donna al potere finisce con l’avere una sorta di predisposizione ad aiutare gli uomini escludendo qualsiasi velleità di solidarietà femminile ed anzi tendendo ad ostacolare – anche con mobbing ed azioni non lecite – la promozione di altre donne, in modo da rimanere l’unica donna a cui potenziali partner maschili possano tendere nell’ambiente lavorativo. Il fenomeno è finito sotto la lente di ingrandimento di svariate ricerche, tra cui quella di alcuni studiosi dell’Università di Cincinnati che hanno intervistato circa duemila dipendenti di alcune aziende statunitensi e hanno scoperto che si registra un allarmante incremento dell’incidenza di questa sindrome. Nella pratica quotidiana di un’azienda, una donna a capo di un reparto afflitta dalla sindrome dell’ape regina, a parità di punteggio, ha la tendenza a promuovere un dipendente di sesso maschile rispetto ad uno di sesso femminile.
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Donna capo: salute addio
La sindrome dell’ape regina non crea solamente un clima lavorativo tossico, soprattutto per le donne subordinate che possono subire un vero e proprio mobbing, ma si ripercuote anche sulla salute della donna capo: uno studio tedesco di alcuni anni fa ha infatto scoperto che le donne che ricoprivano ruoli rilevanti in una socetà e che tendevano a prevaricare le colleghe, andavano soggette con maggiore frequenza ad emicranie, ansia, gastriti, insonnie e depressione. Inoltre un sondaggio condotto in Gran Bretagna ha svelato che due donne su tre preferiscono avere un capo di sesso maschile, proprio perché il rischio di dover interagire con una donna manager soggetta a sbalzi di umore, invidie e vessazioni sessiste è molto elevato.
Se credi di soffrire della Sindrome dell’aper regina, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, riuscirai a risolvere definitivamente il tuo problema.

Gli uomini “l’hanno capito”:
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