Distacco di vitreo: quali sono le conseguenze sulla vista?

MEDICINA ONLINE OCCHIO EYE EYES ANATOMY RETINA FOVEA CORPO VITREO CORNEA VISTA VISION SCLERA COROIDE MACULA CRISTALLINO LIMBUS NEO MELANOMA NEVO MIOPIA DALTONISMO PRESBIOPIA STRABISMO OCIl distacco è considerato benigno quando non comporta trazioni sulla superficie retinica; quando, invece, l’aderenza è tale per cui il corpo vitreo, distaccandosi, tira la retina si possono avere delle complicazioni (come quando si toglie il nastro adesivo da un pacco, che si può rovinare). Noi ci accorgiamo della trazione quando il distacco è accompagnato dai fosfeni (lampi luminosi simili al flash della macchina fotografica che solo la persona colpita nota). In questi casi è bene recarsi subito dal proprio oculista ed evitare gli sforzi fisici (come sollevare pesi, chinarsi in avanti, sospendendo dunque eventuali attività sportive, che possono provocare disidratazione o aumentare il rischio di traumi cerebrali).

Quando il distacco avviene senza trazioni retiniche, si avvertono disturbi visivi aspecifici, variamente descritti (ragnatele, linee fisse o ombre nel campo visivo): queste sono tanto più fastidiose quanto più interessano le aree centrali della visione e, quindi, quanto più sono prossime alla macula (regione centrale della retina che permette la visione chiara e distinta).

Chi soffre di distacco posteriore di vitreo vede le cosiddette mosche volanti, causate dai corpi mobili vitreali. Questi ultimi sono delle aggregazioni cellulari che galleggiano all’interno del corpo vitreo (vengono osservate perché non sono perfettamente trasparenti): sono il segno di una degenerazione vitreale che quasi sempre accompagna il distacco posteriore di vitreo o, al contrario, ne è causa.

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Differenza tra pianeta e pianeta nano con esempi

MEDICINA ONLINE STELLA PIANETA NANO GIOVIANO TERRESTRE SATELLITE NATURALE ARTIFICIALE METEROIDE METEORITE METEORA STELLA CADENTE SOLE LUNA TERRA FANTASCIENZA MARTE PIANETA SISTEMA SOLAREUn pianeta viene definito come un corpo celeste che, a differenza di una stella, non produce energia tramite fusione nucleare, non brilla di luce propria ma di luce riflessa proveniente dalla stella attorno a cui orbita (nel caso della Terra ovviamente è il sole).

Nel 2006 l’Unione Astronomica Internazionale ha stabilito una nuova definizione, per i pianeti: si definisce pianeta un oggetto che orbita stabilmente intorno al Sole, che ha dimensioni sufficienti a raggiungere l’equilibrio idrostatico (cioè che non ha la forma di un sasso, ma grossomodo di una sfera) e che è gravitazionalmente dominante (ovvero che ha “ripulito le vicinanze della sua orbita da altri oggetti”).

In base alla nuova definizione, Plutone è stato retrocesso a pianeta nano: Plutone, infatti, interseca l’orbita di Nettuno e ne è in qualche maniera dominato, nel senso che il suo periodo orbitale è risonante con quello di Nettuno in modo da non incrociarlo mai troppo da vicino. Se così non fosse, sarebbe già stato catturato da Nettuno o sbalzato fuori dalla sua orbita. Insieme a Plutone, sono stati identificati altri pianeti nani, uno dei quali (Eris) è anche più grande dell’ex nono pianeta: la differenza tra pianeta e pianeta nano è proprio il fatto di essere o meno gravitazionalmente dominante nella regione della propria orbita.

Ad oggi, quindi, nel sistema solare ci sono otto pianeti (gravitazionalmente dominanti nella regione della propria orbita):

  • Mercurio;
  • Venere;
  • Terra;
  • Marte;
  • Giove;
  • Saturno;
  • Urano;

e cinque pianeti nani (non gravitazionalmente dominanti nella regione della propria orbita):

  • Plutone;
  • Eris;
  • Haumea;
  • Makemake;
  • Cerere.

Di questi, soltanto Cerere sta nel sistema solare interno, gli altri sono tutti oggetti transnettuniani. Oltre a questi, un’altra quindicina di oggetti sono sotto studio per stabilire se possono rientrare nella categoria o se devono accontentarsi di essere catalogati come “oggetti minori del sistema solare” (una definizione francamente un po’ triste).

 

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Differenza tra elemento, composto e miscuglio con esempi

Work of scientists in the chemical laboratory.Elemento chimico
L’elemento chimico è una sostanza che non può essere scomposta in altre sostanze. Nell’elemento gli atomi hanno uguale numero e disposizione di elettroni, ma possono avere massa differente; quando ciò avviene si parla di isotopi e occupano il medesimo posto della tavola periodica. Sono 96 gli elementi naturali presenti sulla Terra, 80 hanno almeno un isotopo stabile, e attualmente ne sono stati creati artificialmente in laboratorio altri 21 , per un totale di 118 elementi. Per ordinarli si utilizza la tavola periodica degli elementi, dove la classificazione avviene in base al numero atomico e al numero di elettroni presenti negli orbitali atomici s, p ed f. Nel 1870 il tedesco Julius Lothar Meyer pubblicò la versione estesa della sua tavola periodica elaborata precedentemente nel 1864. Nel 1869, indipendentemente da Meyes, il professore chimico russo Dmitrij Mendeleev pubblicò la sua prima tavola periodica. In entrambi gli schemi gli elementi sono ordinati in righe e colonne, in peso atomico e si inizia una nuova riga o colonna quando le caratteristiche cominciano a ripetersi. Tuttavia tra le due venne adottata quella di Mendeleev poiché era più precisa: aveva infatti meno spazi vuoti e, in alcuni casi, il professore decise di ignorare l’ordine suggerito dai pesi atomici e scambiando elementi vicini per inserirli nella colonna con le stesse proprietà chimiche.

Esempi di elemento chimico

  • Idrogeno,
  • elio,
  • mercurio,
  • alluminio,
  • argento,
  • carbonio,
  • calcio,
  • ferro,
  • iodio,
  • magnesio,
  • azoto,
  • radio,
  • piombo
  • sodio.

Composto chimico
Il composto chimico è un sistema omogeneo formato da due o più elementi con un rapporto fisso che ne determina la composizione; ovvero è una sostanza pura costituita da atomi di natura diversa. Il rapporto fisso è determinato da specificità chimiche o fisiche. Ad esempio l’acqua (H2O, questa la sua formula), che è formata da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, è un composto, mentre ottone e cioccolata sono miscugli.
Infine la caratteristica principale del composto è rappresentata dalla sua formula chimica; in essa funziona come una carta d’identità: vi è descritto il rapporto del numero di atomi nella molecola, l’unità minima della sostanza. E’ possibile suddividere i composti chimici in singoli atomi o in composti più semplici attraverso processi ad alta temperatura detta temperatura di decomposizione. Qual è la differenza tra elemento chimico e composto? La risposta più ovvia e immediata è che i primi formano i secondi.

Esempi di composto chimico

  • acqua (H2O);
  • cloruro di sodio (NaCl);
  • ossigeno (O2);
  • anidride carbonica (CO2)
  • ammoniaca (NH3);
  • metano (CH4);
  • anidride nitrica (N2O5);
  • anidride ipoclorosa (Cl2O);
  • monossido di carbonio (CO).

Miscugli o miscele
I miscugli (o miscele) sono materiali formati dalla mescolanza di più sostanze pure e, a differenza di queste ultime, non presentano caratteristiche ben definite. Mentre la composizione degli elementi che formano il composto è fissa e ben determinata dalla natura, nei miscugli invece (sia miscugli omogenei che miscugli eterogenei) la composizione delle sostanze che lo formano non è fissa e determinata. Un miscuglio di acqua e sale presenta per esempio densità diverse a seconda della composizione della miscela. Osservando un corpo, spesso notiamo che esso è formato da sostanze di natura diversa (es. granito) e talvolta tale differenza esiste anche se il fatto non è evidente ai nostri occhi (es. acqua minerale). Ci troviamo di fronte, in questi casi, a una mescolanza di più sostanze, ciascuna delle quali mantiene la propria identità e può, in vario modo, essere separata dalle altre attraverso opportune tecniche di separazione. Mescolanze di questo tipo si chiamano miscugli.

Esempi di miscuglio
L’acqua minerale che beviamo è un esempio di miscuglio: essa contiene piccole quantità di altre sostanze disciolte che sono i sali minerali. La stessa cosa si può dire per tutti i prodotti chimici in uso nel laboratori. Sulle loro confezioni sono sempre riportati i risultati delle analisi che indicano anche la quantità di sostanze indesiderate. A seconda del modo in cui le sostanze si mescolano, i miscugli possono essere classificati in:

  • miscugli omogenei;
  • miscugli eterogenei.

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Le 10 peggiori frasi che un uomo può dire per provarci con una donna

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Proprietà MAGNESIO DEPRESSIONE ANSIA STRESS UMORE CIBI RICCHI Roma Pressoterapia Grasso Massaggio Linfodrenante Dietologo Perdere  Donna Cellulite Calorie Peso Sessuologia Pene Laser Filler Rughe BotulinoQuesta guida semiseria è dedicata a tutti quegli uomini che, instancabilmente, continuano a provarci con tutte le donne che Continua a leggere

Differenza tra “consumare entro” e “preferibilmente entro”: cibo e data di scadenza

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma NOVE CIBO MANGIARE DATA SCADENZA Radiofrequenza Rughe Cavitazione Grasso Pressoterapia Linfodrenante Dietologo Cellulite Calorie Pancia Sessuologia HD Filler BotulinoApriamo il frigorifero, controlliamo la data di scadenza di uno dei barattoli di yogurt che avevamo comprato una settimana prima e ci accorgiamo che il prodotto è ormai scaduto. Tutti gli alimenti scaduti sono da buttare? Non sempre è così. Gli esperti ci aiutano a fare chiarezza sulle differenti date di scadenza.

Esistono date di scadenza perentorie ed altre date di scadenza che rappresentano invece una raccomandazione. Insomma, c’è differenza tra “consumare entro”, data di scadenza assoluta, e “consumare preferibilmente entro”. Le maggiori attenzioni, a parere dell’esperto, devono essere riservate a carne e pesce.

Se l’alimento deve essere consumato entro una certa data, significa che oltre quella data NON potrà essere assunto.

Se l’alimento deve essere consumato preferibilmente entro una certa data, può essere ancora mangiato alcuni giorni dopo la scadenza indicata sulla confezione. Le sue qualità organolettiche infatti dovrebbero rimanere invariate, così come non vi sarebbero rischi per la salute. In ogni caso, è sempre bene controllare lo stato del prodotto che si vorrebbe consumare. In presenza di cattivi odori, di macchie sospette o di muffe è bene gettare il tutto.

Consumare cibo scaduto o andato a male può provocare delle vere e proprie intossicazioni alimentari. Il pesce è l’alimento maggiormente responsabile di intossicazioni in Italia, mentre nel Regno Unito la prima causa delle stesse è associata a alla carne di pollo e di maiale. Per quale motivo?

Secondo alcuni esperti le contaminazioni della carne causate da agenti patogeni sono da imputare alle condizioni di vita e alle modalità di macellazione degli animali all’interno degli allevamenti intensivi. La loro morte avviene per stordimento e dissanguamento. Un’evenienza che porta ad un indebolimento del sistema immunitario ed alla conseguente presenza di batteri nocivi nelle loro carni.

Ricordiamo che i prodotti scaduti, per legge, non possono essere venduti e che la data di scadenza “preferibilmente entro” indica che le caratteristiche organolettiche del prodotto potrebbero non essere più garantite trascorso il giorno indicato sulla confezione, ma che la sicurezza alimentare non è compromessa. Le uova possono essere consumate fino a una settimana dalla data di scadenza, meglio se sode e ben cotte, mentre dai formaggi a pasta dura è possibile rimuovere l’eventuale muffa formatasi.

La questione della data di scadenza è fortemente legata al grave problema degli sprechi alimentari. Per evitare di gettare del cibo scaduto che fino a poco tempo prima sarebbe stato perfettamente commestibile, cerchiamo di porre sempre grande attenzione alle date di scadenza indicate sulle confezioni, regoliamoci in base ad esse mentre facciamo la spesa e controlliamo sempre in frigorifero e in dispensa quali prodotti dovremmo consumare il prima possibile.

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Indice glicemico: perché è importante per il paziente diabetico

MEDICINA ONLINE POLENTA CIBO MANGIARE GLICEMIA DIABETE MELLITO DIABETICO PRANZO RICETTA CARBOIDRATIPerché è importante prestare attenzione all’indice glicemico degli alimenti, specie per il paziente con diabete mellito?
E’ molto importante tenere conto dell’indice glicemico degli alimenti, vale a dire della capacità di un alimento di aumentare il valore della glicemia indipendentemente dalla quantità di glucosio che contiene.

La presenza di glucosio in un alimento può essere trasferita al sangue in modo molto differente da un alimento a un altro indipendentemente dalla quantità presente nell’alimento stesso. Per esempio, un pane ricco di fibra come quello integrale tende ad alzare meno la glicemia (e quindi ha un indice glicemico più basso) di quello bianco perché parte dello zucchero resta legato alla fibra che non viene assorbita.

Sebbene il riso e la pasta abbiano una quantità di zuccheri simili (80% il riso e 70% la pasta). i granuli di amido del riso sono più piccoli e composti da un tipo di amido più facilmente digeribile e assorbibile e quindi l’indice glicemico sale da 61 per la pasta a 117 per il riso brillato mentre per quello integrale scende a 81 (si considera il pane bianco come riferimento con un indice glicemico pari a 100). Ma la cottura stessa della pasta può ridurre l’indice a glicemico, scendendo fino a 35 per la pasta al dente!

E’ importante quindi tenere conto del fatto che alcuni alimenti apparentemente “innocui” possono invece riservare brutte sorprese come le patate al forno (135), carote (135),  miele (126),  polenta e patate bollite (105),  banane mature  (90).

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Vasopressina (ormone antidiuretico o ADH): funzioni e patologie

MEDICINA ONLINE RENI RENE URINA APPARATO URINARIO URETRA URETERE AZOTEMIA ALBUMINA SINDROME NEFRITICA NEFROSICA PROTEINURIA POLLACHIURIA UREMIA DISURIA CISTITE INFEZIONE POLICISTICO LABORATORIOLa vasopressina (o ADH, acronimo dall’inglese antidiuretic hormone) è un peptide di nove aminoacidi con funzioni di ormone, neurotrasmettitore e modulatore della trasmissione nervosa. È nota anche come ormone antidiuretico, adiuretina o arginina-vasopressina (AVP). La maggior parte della vasopressina viene sintetizzata dai nuclei sopraottico e paraventricolare dell’ipotalamo, una importante struttura del sistema nervoso centrale.

Leggi anche: Ipotalamo: anatomia, struttura e funzioni

Quando viene secreta la vasopressina?

La vasopressina viene secreta nelle seguenti condizioni:

  • Disidratazione dell’organismo: è lo stimolo più efficace nell’indurre la secrezione dell’ormone. La vasopressina determina il recupero di fluidi attraverso la formazione di urine più concentrate in modo da conservare i liquidi contenuti nel corpo e mantenere stabile la volemia (il volume di sangue circolante). Determina anche un aumento della pressione arteriosa in quanto ha anche attività di vasocostrittore. Una sostanza simile denominata lisin-vasopressina è stata trovata nei maiali dove svolge funzioni analoghe. Nell’ipotalamo i neuroni che formano i nuclei sopraottico e paraventricolare che sintetizzano la vasopressina sono osmocettori che in seguito all’aumento dell’osmolarità del plasma (soprattutto se determinata da una aumentata concentrazione di sodio) inducono la secrezione di vasopressina a livello dell’ipofisi posteriore (neuroipofisi). Questi neuroni ricevono anche afferenze da altri osmocettori localizzati in regioni (organo vascolare della lamina terminale e organo subfornicale) localizzate in prossimità della parete anteriore del terzo ventricolo. La secrezione, assente a livelli di osmolarità plasmatica intorno ai 280 mosm/kg, è già spiccata a 290 mosm/kg ossia a livelli di poco superiori. Gli osmocettori, oltre a regolare il rilascio di vasopressina, controllano anche lo stimolo della sete. La vasopressina non è l’unico ormone che regola i fenomeni di concentrazione e diluizione delle urine: altri ormoni coinvolti sono l’aldosterone e i peptidi natriuretici come il peptide natriuretico atriale.
  • Contrazione del volume plasmatico: è un meccanismo meno sensibile rispetto alla risposta in seguito ad aumenti dell’osmolarità plasmatica. La vasopressina viene prodotta in seguito a stimolazione dei barocettori presenti nelle carotidi e nelle altre arterie e dei volocettori a livello dell’atrio destro. Le emorragie massive, determinando una diminuzione della volemia, inducono la liberazione di vasopressina attraverso questi meccanismi.
  • Aumenti della concentrazione plasmatica di colecistochinina attraverso modalità non ancora chiarite.
  • L’alcool etilico riduce la secrezione di vasopressina, il che determina riduzione del riassorbimento di acqua dal filtrato glomerulare ed aumenta la diuresi: in parole povere, quindo si bevono alcolici, si ha maggiore stimolo ad urinare.
  • L’angiotensina II può stimolare la secrezione di vasopressina.

Leggi anche: Idratazione corretta: quanta acqua bere al giorno e perché è così importante

Funzioni della vasopressina a livello renale

L’ormone agisce a livello del dotto collettore (zona iperosmotica) dove promuove l’inserimento, a livello della membrana apicale delle cellule epiteliali tubulari, di proteine chiamate acquaporine (aquaporina-2s), che aumentano il riassorbimento dell’acqua. Vengono così escrete urine ridotte in volume e concentrate fino a 1200 mMol/l(antidiuresi). Viceversa per una diminuzione di osmolarità del plasma si avranno urine diluite (150 mMol/l). La vasopressina lega recettori specifici denominati V2 (accoppiati a proteine G stimolatorie) situati sulla membrana basolaterale delle cellule del tubulo contorto distale. Le proteine G stimolatorie attivano l’enzima adenilato ciclasi con formazione di cAMP e pirofosfato a partire da ATP. Il cAMP attiva una cascata di segnali che termina con l’inserzione nella membrana plasmatica apicale delle acquaporine le quali normalmente si trovano inserite nella membrana di vescicole di deposito. L’inserimento delle proteine nella membrana plasmatica avviene tramite un processo di esocitosi delle vescicole. In caso di diminuzione della vasopressina le acquaporine saranno nuovamente internalizzate nella cellula tramite endocitosi. Il processo tramite cui porzioni di membrana vengono inserite o tolte dalla membrana plasmatica è noto come “riciclaggio di membrana”. La proteina repressore che regola l’espressione del gene che codifica per la protein chinasi A (PKA) ha un sito di legame per il cAMP. In seguito al legame, la proteina si distacca dal promoter del gene determinando una maggior sintesi di PKA. La protein chinasi A fosforila altri enzimi che in cascata arrivano alla liberazione di glucosio a partire dal glicogeno alla base dei processi che producono energia all’interno della cellula. L’energia viene anche utilizzata per fondere la membrana delle vescicole nella quale sono inserite le acquaporine con la membrana della cellula epiteliale tubulare. In questo processo sono probabilmente coinvolti ioni calcio e quindi la fosfolipasi C(PLC). La PLC può essere attivata da recettori associati a proteine G. La vasopressina inoltre aumenta la permeabilità all’urea della porzione papillare dei dotti collettori, determinando un aumentato riassorbimento di urea nell’interstizio della midollare renale, in seguito al gradiente di concentrazione creato dalla rimozione di acqua nella porzione corticale dei dotti collettori. L’urea, a livello degli osmocettori ipotalamici, diffondendo liberamente attraverso le membrane, non costituisce uno stimolo per l’inibizione del rilascio di vasopressina. Un’altra funzione della vasopressina nel rene è quella di stimolare il riassorbimento di Sodio a livello della porzione ascendente dell’ansa di Henle.

Leggi anche: Mi alzo spesso di notte per urinare: quali sono le cause e le cure?

Funzioni della vasopressina a livello cardiovascolare

La vasopressina, aumentando le resistenze periferiche, determina un innalzamento della pressione arteriosa. Questo tipo di regolazione è blanda nell’individuo sano; acquista maggiore importanza nei casi di shock ipovolemico dovuto, ad esempio, ad emorragie dove la vasopressina secreta si rivela un efficiente meccanismo di compensazione.

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Funzioni della vasopressina a livello del sistema nervoso centrale

La vasopressina prodotta e rilasciata nel sistema nervoso centrale, dove ha funzioni di neurotrasmettitore o neuromodulatore, sembra essere implicata nei meccanismi di formazione della memoria (memoria a lungo e breve termine), riflessi polisinaptici. I meccanismi alla base di queste funzioni non sono stati ancora chiariti e anche il reale ruolo della vasopressina in questo ambito è ancora controverso. Ciononostante la desmopressina, una sostanza analoga alla vasopressina, ha suscitato interesse come sostanza nootropa. La vasopressina è rilasciata nel cervello con ritmo circadiano dai neuroni del nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo. La vasopressina rilasciata dai neuroni ipotalamiciche proiettano alla corteccia è coinvolta nella regolazione della pressione arteriosa, della temperatura corporea e, in animali come il topo campagnolo comune, nei comportamenti aggressivi. È in studio il ruolo della vasopressina nei comportamenti sociali dei topi. Si pensa che la vasopressina, rilasciata nel sistema nervoso centrale durante l’attività sessuale, induca e mantenga comportamenti rivolti a mantenere la stabilità della coppia come ad esempio l’aggressività verso altri maschi. Le evidenze sperimentali includono studi condotti in diverse specie animali e indicano che la distribuzione all’interno delle varie regioni del sistema nervoso centrale della vasopressina e dei suoi recettori presenta differenze tra le varie specie animali e correla con differenti comportamenti sociali specie specifici. In particolare, i recettori per la vasopressina sono distribuiti in maniera differente nelle specie animali monogame e promiscue, talvolta è differente anche la distribuzione degli assoni contenenti vasopressina, anche quando vengano comparate specie strettamente correlata tra di loro. Inoltre, anche esperimenti che prevedono l’iniezione intracerebrale di agonisti ed antagonisti della vasopressina rafforzano l’ipotesi che la vasopressina sia coinvolta nei comportamenti aggressivi contro altri maschi. È stato anche dimostrato che differenze nella sequenza del gene che codifica per il recettore della vasopressina tra individui della stessa specie potrebbero essere predittive di differenze nel comportamento sociale.

Leggi anche: Asse ipotalamo-ipofisario: fisiologia e ormoni rilasciati

Struttura e correlazione con l’ossitocina

Le vasopressine (vasopressina umana e gli analoghi ormoni presenti in altre specie animali) sono dei peptidi formati da 9 aminoacidi (nonapeptide). Il numero di aminoacidi presenti nella molecola di preormone prima che questa venga attivata per clivaggio è di 164. La sequenza aminoacidica (struttura primaria) della vasopressina umana è Cys-Tyr-Phe-Gln-Asn-Cys-Pro-Arg-Gly con i residui di cisteina legati da un ponte disolfuro. La lisin-vasopressina ha l’aminoacido lisina al posto dell’arginina. La struttura dell’ossitocina è molto simile a quella delle vasopressine: anch’essa è un nonapeptide (peptide di nove aminoacidi) con un ponte disolfuro e la sua sequenza aminoacidica differisce solo in due posizioni (vedi tabella seguente). Il gene che codifica per la vasopressina e il gene che codifica per l’ossitocina si trovano sullo stesso cromosoma separati da una distanza relativamente breve (meno di 15,000 basi nelle varie specie). I neuroni magnocellulari che producono vasopressina sono simili in molti aspetti e adiacenti ai neuroni magnocellulari che producono ossitocina. La somiglianza tra vasopressina ed ossitocina può determinare reazioni crociate: l’ossitocina presenta una bassa attività antidiuretica, alti livelli di vasopressina possono determinare contrazioni della muscolatura uterina.

Leggi anche: Patologie di ipotalamo e ipofisi

Patologie correlate alla vasopressina

Una alterata secrezione di vasopressina, può determinare danni anche molto gravi all’organismo:

  • un aumentato livello di vasopressina configura la sindrome da inappropriata produzione di ormone antidiuretico (SIADH) che decorre con iposodiemia. Si possono riscontrare in patologie neurologiche e in caso di microcitoma polmonare, un tumore che può secernere sostanze ad attività ormonale tra cui la vasopressina;
  • una diminuzione del rilascio di vasopressina o una diminuita sensibilità dei reni all’ormone determina diabete insipido, una condizione caratterizzata da ipersodiemia(aumento del sodio nel sangue), poliuria (aumentata produzione di urina) e conseguente polidipsia (sete);
  • alcuni medicamenti preoperatori come gli oppiacei, ossitocina, antiemetici determinano un’aumentata secrezione di vasopressina che può causare una moderata iposodiemia per alcuni giorni;
  • la vasopressina ha un ruolo nell’idrope dell’orecchio interno e nella sindrome di Mèniére.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Leiomioma: il tumore benigno della muscolatura liscia

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO LABORATORIO MICROSCOPIOIl leiomioma è un tumore benigno (quindi NON è un cancro, con “cancro si intende un tumore “maligno“), localizzato nella muscolatura liscia. Il leiomioma non deve essere confuso con il leiomiosarcoma, che è un tumore maligno (un cancro) e quindi è potenzialmente molto più pericoloso del leiomioma.

Leggi anche: Che differenza c’è tra tumore benigno o maligno, neoplasia, cancro?

Tipi di leiomioma

Il leiomioma si sviluppa comunemente nell’utero, nello stomaco o nell’esofago dando origine rispettivamente al leiomioma uterino, gastrico o esofageo.

  • Il leiomioma uterino è un tumore benigno che cresce all’interno e/o intorno alla parete dell’utero, a partire dalle cellule muscolari lisce del miometrio e dal tessuto connettivo fibroso; si suddivide in tre forme distinte, quello sottosieroso, quello intramurale e infine il sottomucoso. Tali malattie, data la loro natura, colpiscono prevalentemente le donne intorno alla terza decade di età, infatti circa una donna su 5 dopo i 35 anni sviluppa un leiomioma uterino.
  • I leiomiomi esofagei sono fra i più comuni tumori benigni esofagei (assieme ai polipi fibro-epiteliali), anche se spesso non vengono notati e diagnosticati, perché quasi sempre si tratta di tumori benigni. La patologia benigna, di cui il leiomioma è un rappresentante, è tuttavia soltanto una piccola parte (meno dell’1%) delle neoplasie esofagee. Patologie maligne come carcinoma squamocellulare e adenocarcinoma riferite all’esofago meritano quindi attenzione non solo per la particolare aggressività, ma anche per la non irrilevante prevalenza.
  • I leiomiomi gastrici sono più rari di quelli esofagei, spesso sono asintomatici ed hanno una grandezza generalmente minore di 5 centimetri.

Leggi anche: Cosa sono le metastasi? Tutti i tumori danno metastasi?

Cause e fattori di rischio

Le cause specifiche dei leiomiomi, non sono ancora del tutto note, ma si crede che alcuni fattori possano rappresentare fattori di rischio che, forse agendo in sinergia, aumentano il rischio che si sviluppi. a uterino non sono ancora note, ma s’ipotizza che più di un fattore possa svolgere un ruolo nell’insorgenza del tumore. Possibili fattori di rischio per la sviluppo di un tumore, sono:

  • forte sovrappeso;
  • anamnesi familiare positiva per i leiomiomi;
  • vita sedentaria;
  • dieta poco sana;
  • età avanzata;
  • fumo di sigaretta.

Ogni tipo di leiomioma, ha specifici fattori di rischio. Nel caso di quelli uterini, vi sono:

  • menarca (prima mestruazione) precoce, prima degli 11 anni di età;
  • tarda età per la menopausa (l’ultima mestruazione) oltre i 50 anni di età;
  • età fertile (in particolare dopo i 30 anni);
  • ipertensione arteriosa;
  • disfunzioni ormonali.

Leggi anche: Come prevenire i tumori ed il cancro? I 10 cambiamenti consigliati

Sintomi e segni

I sintomi e segni di un leiomioma variano in base a numerosi fattori tra cui il sito di insorgenza e la grandezza. Nel caso dei leiomiomi uterini, possibili sintomi sono:

  • minzione frequente (ciò può accadere quando un fibroma esercita pressione sulla vescica);
  • dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia);
  • dolore alla pancia o alla parte bassa della schiena;
  • stitichezza;
  • sanguinamento eccessivo durante le mestruazioni;
  • sanguinamento nel periodo intermestruale;
  • senso di tensione al basso addome;
  • perdite vaginali croniche;
  • incapacità di urinare o svuotare completamente la vescica;
  • pancia gonfia o pesantezza nella parte bassa dell’addome;
  • difficoltà nel concepimento, infertilità o sterilità.

In alcuni casi i sintomi possono essere del tutto assenti. I sintomi dei fibromi uterini, di solito, si stabilizzano o scompaiono del tutto dopo la menopausa.

Leggi anche: Come nasce un cancro? Cosa sono i cancerogeni e come avviene la cancerogenesi?

Diagnosi

La diagnosi si avvale principalmente di esame del sangue e di strumenti della diagnostica per immagini, come l’ecografia, la TAC e l’endoscopia, associati anche a biopsia ed esame istologico. Nel caso di un tumore che interessi l’utero, è indispensabile una isteroscopia, che permette di visualizzare le pareti uterine interne e la localizzazione dei tumori.

Leggi anche: Capire se si ha un tumore: come viene diagnosticato un cancro

Terapia

Questo tipo di tumore non deve necessariamente asportato: si osserva e solo se subisce variazioni nel tempo si interviene. Qualora ci sia il rischio di rapida trasformazione in tumore maligno (sarcoma), l’unico intervento ritenuto valido è l’asportazione chirurgica.

Per approfondire:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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