A che serve la vitamina B12? L’importanza in gravidanza e allattamento

MEDICINA ONLINE BERE LATTE DIABETE BEVANDA CALORIE SODIO MINERALI GASSATA OLIGOMINARALE DISTILLATA INGRASSARE DIMAGRIRE FONTANA MARE PISCINA POTABILE COCA COLA ARANCIATA THE BERE ALCOL DLa vitamina B12 (o cobalamina; in inglese “vitamin B12” o “cobalamin”) è una vitamina essenziale, dal momento che il nostro organismo non è in grado di produrla da solo. E’solubile in acqua e si trova comunemente in una varietà di alimenti come pesce, crostacei, carne e prodotti caseari. La vitamina B12  – unitamente alle altra vitamine del cosiddetto complesso vitaminico B – fisiologicamente aiuta a mantenere sane le cellule nervose ed i globuli rossi – ed è necessaria anche per sintetizzare il DNA, il materiale genetico presente in tutte le cellule. La vitamina B12 è normalmente legata alle proteine del cibo e l’ambiente acido presente nello stomaco ne permette la separazione dalle stesse durante il processo di digestione.

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Cosa avviene alla vitamina B12 dopo averla ingerita?
Nello stomaco, l’ambiente acido e la pepsina staccano la cobalamina dalle proteine cui si trova associata ed essa, poi, si lega alla cobalofillina (o aptocorrina), proteina che viene secreta nella saliva. Nel duodeno, l’azione delle proteasi provenienti dal pancreas determina la degradazione della cobalofillina e la cobalamina, aiutata dall’ambiente alcalino, si lega a una glicoproteina che viene rilasciata dalle cellule parietali dello stomaco: il fattore intrinseco. Il complesso vitamina-fattore intrinseco viene riconosciuto da uno specifico recettore (complesso megalina-cubilina), situato sugli enterociti dell’ileo, che lega il tutto e, tramite un processo di endocitosi, ne permette il trasporto all’interno della cellula.

Fabbisogno nell’adulto, nei bambini, in gravidanza e allattamento
Le linee guida suggeriscono quantità comprese tra 1 e 2 mcg/die come valore medio di fabbisogno per l’adulto normale. Questo fabbisogno, aumenta di almeno il 50%, nel periodo della gravidanza in quanto, oltre al fabbisogno per la madre, c’è quello per il sostenimento della formazione dei globuli rossi del feto in accrescimento, e durante l’allattamento, poiché è attraverso il latte che il neonato assume il suo fabbisogno giornaliero di vitamina B12, Non esistono studi specifici che abbiano analizzato i valori raccomandati per i bambini, e perciò le indicazioni sono basate su quelli degli adulti e proporzionate al dispendio energetico (da 0.4 mcg al giorno per i neonati fono a 6 mesi, fino a 1.8 mcg nei soggetti di 9-13 anni).

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Vitamina B12: in quali cibi trovarla in abbondanza?
La cobalamina si trova in abbondanza nei prodotti di origine animale (carne, pesce, latticini, uova). Gli alimenti che ne contengono di più sono fegato, molluschi e alcuni tipi di pesce. Per questo motivo per chi sceglie una dieta completamente vegetariana o vegana è vivamente consigliabile il ricorso a integratori di vitamina B12. Nell’intestino umano esistono batteri sintetizzanti cobalamina ma sono situati in zone dove il fattore intrinseco (vedi paragrafi precedenti) non arriva per cui l’assorbimento di quest’ultima è irrisorio.

Deficit di vitamina B12
Livelli di vitamina B12 inferiori a 200 pg/ml sono considerati indicativi di un deficit della vitamina. Anche i livelli di omocisteina e di acido metilmalonico possono indirettamente essere indicativi di ipovitaminosi da vitamina B12. L’omocisteina aumenta in caso di bassi livelli di vitamina B12 (> 13 micromoli/L), ma poiché risente anche di altri fattori (vitamina B6 e acido folico) è un marker poco specifico. L’acido metilmalonico è un marker più specifico perché la sua conversione ad acetilCoA dipende direttamente dalla vitamina B12: in caso di carenza della vitamina i livelli sierici di acido metilmalonico aumentano (> 0,4 micromoli/L).

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Quando si verifica una carenza di vitamina B12?
Stati di carenza di vitamina B12 si verificano in caso di:

  •  processi patologici interessanti le cellule parietali dello stomaco o per resezione delle parti di quest’organo che secernono fattore intrinseco (cardias e fondo)
  • uso di contraccettivi orali
  • scarso apporto con la dieta (tipicamente in chi segue una dieta vegana o vegetariana)
  • eccessiva assunzione di alte quantità di vitamina C (> 1 g): ciò può generare stati carenziali di cobalamina dal momento che – ad alte dosi – la vitamina C, in presenza di ferro, si può comportare da ossidante e formare radicali liberi che danneggiano la cobalamina e il fattore intrinseco.

Cosa succede in caso di deficit?
Il deficit di cobalamina provoca la comparsa di anemia perniciosa, malattia caratterizzata da: anemia megaloblastica e disturbi del sistema nervoso. È sempre importante, in questi casi, valutare la concentrazione di cobalamina e acido folico in quanto anche la carenza di quest’ultimo provoca un quadro di anemia megaloblastica però senza interessamento nervoso. L’aggiunta di acido folico in una situazione di anemia perniciosa migliora il quadro anemico ma non ha nessun effetto sui disturbi del sistema nervoso che, anzi, continuano a peggiorare.

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Differenza dolore al seno da gravidanza e da ciclo mestruale

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo MASTODINIA CAUSATO PREOCCUPARSI  Dieta Chirurgia Medicina Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia Grasso Linfodrenante Dietologo Cellulite Calorie Peso Pancia Sessuologia Pene Laser Filler Rughe Botulino 1Il dolore al seno (chiamato anche “mastodinia“) può essere determinato da moltissime cause e condizioni tra cui il ciclo mestruale è sicuramente la più comune. Per tale motivo la mastodinia è comunemente classificata in due grandi blocchi:

  • mastodinia legata al ciclo mestruale;
  • mastodinie ciclo-indipendente.

Il dolore al seno legato al ciclo mestruale (mastodinia ciclica) è, come prima accennato, la forma più frequente di dolore mammario. Le donne che ne soffrono lo avvertono generalmente nel periodo premestruale, mediamente una settimana prima delle mestruazioni. Più frequentemente la dolenzia interessa tutte e due le mammelle (ma il dolore può anche essere monolaterale) e ha la tendenza a scomparire in modo progressivo man mano che il flusso mestruale diminuisce. Solitamente il dolore viene percepito inizialmente nella parte più alta dei seni per poi irradiarsi in modo progressivo verso la parte interna delle braccia. Le cause della mastodinia ciclica non sono perfettamente note, ma la maggioranza degli autori ritiene che il dolore sia dovuto alle notevoli variazioni ormonali che caratterizzano il periodo che precede le mestruazioni. Di norma l’età media in cui si registra questo tipo di dolore al seno è di 35 anni circa, ma non mancano casi di mastodinia ciclica in soggetti molto più giovani (15-16 anni). Com’è facilmente intuibile, il dolore al seno legato al ciclo mestruale non ha niente di patologico, ma in alcuni casi può essere decisamente fastidioso e talvolta invalidante.

Leggi anche: Come alleviare i sintomi della sindrome pre-mestruale?

Sintomi e segni

I sintomi e segni che caratterizzano la mastodinia ciclica sono tensione mammaria, turgore, gonfiore e sensazione di pesantezza. La donna riferisce spesso difficoltà nel toccare il seno dal momento che ciò può procurare un certo fastidio.

Cause

La mastodinia ciclica può durare molti anni, ma scompare una volta sopraggiunta la menopausa; una mastodinia in età post-menopausa riconosce ovviamente cause differenti. In alcune donne l’assunzione a lungo termine di anticoncezionali orali provoca un peggioramento della sintomatologia.
Un certo tipo di attività fisica può essere causa di un aumento della dolorabilità dei seni; è soprattutto il caso di quelle donne che svolgono attività che richiedono un maggiore impegno delle braccia e dei muscoli pettorali. Anche il jogging, il running e l’attività sessuale possono acutizzare il dolore mammario. In alcuni casi il dolore al seno legato al ciclo può essere accentuato dall’assunzione di determinati farmaci, in particolare gli anti-ipertensivi e gli antidepressivi. È stato rilevato che molte donne che accusano mastalgia sono affette da displasia mammaria (nota anche come mastopatia fibrocistica), una condizione riscontrabile in circa il 70% della popolazione femminile.

Terapia

Per quanto riguarda il trattamento, il dolore al seno non richiede generalmente alcun intervento particolare; nei rari in casi in cui esso sia particolarmente intenso si può ricorrere all’utilizzo di farmaci ad azione analgesica, per esempio l’ibuprofene e il paracetamolo, che possono essere assunti sia per via orale sia sotto forma di pomate da applicare sulla parte dolente. In casi molto particolari, peraltro molto rari, nei quali nemmeno l’azione dei farmaci sopramenzionati riesce a essere risolutiva, il medico potrebbe prescrivere farmaci come il danazolo (un principio attivo in grado di inibire l’ovulazione) o la bromocriptina (un alcaloide utilizzato nel trattamento della galattorrea), farmaci purtroppo non esenti da effetti collaterali talvolta piuttosto pesanti.

Leggi anche: Mastodinia: quando il seno è gonfio e dolorante

Dolore al seno legato al ciclo: quando bisogna preoccuparsi?

Se il dolore mammario viene avvertito ciclicamente, se non è associato alla formazione a carattere permanente di noduli mammari (oppure ascellari), se non si notano variazioni a livello di dimensioni, consistenza e forma dei seni, nella stragrande maggioranza dei casi, il dolore al seno è da ricondursi alle variazioni ormonali che caratterizzano il ciclo mestruale.
Tuttavia, la dolenzia avvertita nel periodo premestruale potrebbe avere altre ragioni; può essere quindi opportuno ricorrere al medico se il dolore è costantemente localizzato in una determinata zona, se non accenna a diminuire neppure dopo l’assunzione di farmaci analgesici, se alcune parti nodulose, che spesso vengono avvertite alla palpazione durante il ciclo, non scompaiono con la fine del flusso mestruale, se il dolore dura più di due settimane nell’arco di trenta giorni, se il capezzolo appare retratto e se i seni subiscono variazioni a livello di consistenza, dimensione e forma.

Leggi anche: Storia di un seno: dall’embrione alla menopausa

Mastodinia ciclo-indipendente

La mastodinia ciclo-indipendente (mastodinia non ciclica) è una forma di dolore al seno la cui manifestazione non è legata al ciclo mestruale.
Com’è facile intuire, è un sintomo le cui cause possono essere le più svariate e pertanto la sua comparsa pone spesso problemi interpretativi. Al contrario di quanto accade con la mastodinia ciclo-dipendente, infatti, la mastodinia non ciclica può insorgere improvvisamente per poi scomparire molto velocemente o, al contrario, essere presente per lunghi periodi tempo. È proprio questa sua imprevedibilità che spesso crea allarmismo nella donna che può maturare la convinzione di essere affetta da una patologia di una certa gravità (il tumore al seno è spesso, seppur erroneamente, il primo indiziato). In realtà, nonostante molti ritengano il contrario, molto raramente il tumore al seno fa il suo esordio manifestandosi con tale sintomo.
A seconda della causa che ne sta alla base, il dolore al seno può manifestarsi nei modi più diversi; può essere piuttosto lieve oppure, al contrario, particolarmente acuto; può presentarsi sotto forma di lieve indolenzimento diffuso oppure può manifestarsi attraverso fitte piuttosto dolorose; a seconda delle cause, può essere monolaterale (in questo caso si differenza dal dolore da ciclo che interessa di solito entrambi i seni) oppure interessare entrambe le mammelle, può essere localizzato a una zona ben precisa oppure essere esteso anche al braccio.
Come detto le cause possono essere le più svariate, fra le più comuni c’è l’assunzione di farmaci contraccettivi (il dolore mammario è infatti riportato fra gli effetti collaterali dei farmaci antifecondativi); anche la cosiddetta TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva, il trattamento che viene intrapreso per combattere molti dei sintomi che caratterizzano la menopausa) può essere causa di mastodinia.
Fra i farmaci che annoverano il dolore al seno fra gli effetti collaterali ci sono i cosiddetti SSRI (gli inibitori della ricaptazione della serotonina, medicinali che vengono prescritti per trattare alcune forme di depressione) e il tamoxifene (un antineoplastico).
Altre cause di dolore al seno sono l’ingorgo mammario, la mastite, il tumore al seno nonché eventuali traumi (lesioni, incidenti, operazioni chirurgiche ecc).
Ci sono poi delle patologie fra i cui sintomi si annovera un dolore piuttosto diffuso nella zona pettorale che può essere confuso con la mastodinia; è il caso della costocondrite, dell’herpes zoster a livello del seno e di vari disturbi osteoarticolari.
Anche un reggiseno inadeguato può talvolta causare mastalgia.
Il trattamento varia a seconda della causa scatenante, in molti casi il dolore può essere alleviato tramite l’assunzione di farmaci analgesici; nei casi di più difficile risoluzione è necessario chiarire le cause tramite un adeguato iter diagnostico per poi agire di conseguenza.

Per approfondire: Dolore al seno (mastodinia): da cosa è causata e quando preoccuparsi?

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Perché vengono le voglie in gravidanza?

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In corso della gravidanza è più facile provare un’attrazione improvvisa e irresistibile per un determinato alimento, questo si verifica per due principali motivi: i cambiamenti ormonali e la percezione del gusto.

Durante i nove mesi di gestazione si verificano delle variazioni ormonali, ovvero un innalzamento del livello di progesterone, prolattina, estrogeni e gonadotropina corionica umana, che determinano alcune conseguenze. La donna in gravidanza avrà una maggiore sensibilità per gli odori, che possono causare nausea per determinati cibi o attrazione per altri.

Generalmente gli alimenti preferiti sono sia dolci sia salati, mentre vengono rifiutati quelli amari oppure apprezzati quelli che prima della gravidanza non piacevano. Anche l’appetito cambia nei nove mesi, si avverte la necessità di fare spuntini e prediligere i cibi calorici e in generale ascoltare le esigenze del proprio organismo, che comunica ciò di cui ha bisogno.

Le voglie, oltre che per gli alimenti, possono nascondere un desiderio di affetto, dalle coccole del partner alle attenzioni dei parenti e degli amici, quindi talvolta sono sufficienti anche piccoli gesti affinché quei desideri della futura mamma vengano subito appagati.

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Allattamento materno, artificiale e misto: quale latte per il bambino?

MEDICINA ONLINE NEONATO BIMBO BAMBINO PIANTO CONGENITO LATTE ALLATTAMENTO SEN MADRE FIGLIO GENITORE BIMBI LATTANTE MATERNO ARTIFICIALE DIFFERENZA PICCOLO PARTO CESAREO NATURALE PIANGEREIl latte materno è sicuramente l’alimento più idoneo per il bebè, anche se a volte ci possono essere degli impedimenti o delle controindicazioni che spingono a ricorrere al latte artificiale. In ogni caso, se la mamma non può allattare il bambino al seno, si può ricorrere al latte artificiale scegliendo quello che per composizione è più simile al latte materno (che rimane comunque l’alimento ideale per il bambino). Si deve quindi ricorrere ad altri tipi di latte solo nei casi in cui non sia possibile avere adeguata quantità di latte materno (allattamento misto) o quando questo venga a mancare del tutto (allattamento artificiale). Un numero sempre crescente di indagini, mostrano che l’allattamento materno è particolarmente adatto per soddisfare i bisogni alimentari ed emotivi del bambino. Oltre alle proprietà nutritive e protettive del latte, l’allattamento al seno permette, infatti, di stabilire un contatto importante fra madre e figlio. A questo si uniscono crescenti evidenze di vantaggi in termini di salute anche per la madre che allatta al seno il proprio bambino. È quindi compito del medico informare, indirizzare, incoraggiare ed aiutare tale metodica considerandola un diritto sia per la mamma che per il figlio. Il latte materno adeguatamente trattato e conservato in particolari “banche” collocate nei reparti di neonatologia può essere anche donato per alimentare altri neonati che non possono ricevere quello della propria madre.

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Il latte e il peso del bambino
Ciò che fa latte è la richiesta di un bambino sano e che ha fame. Se il bambino è debole o prematuro o malato, o semplicemente dorme troppo, la sua richiesta di latte sarà minore, di conseguenza le ghiandole mammarie si metteranno a riposo: in altre parole l’organismo, anche se molto efficiente perché produce latte col minimo dispendio calorico, tende a risparmiare fatica.
Durante le prime 6 settimane circa d’allattamento le ghiandole mammarie si saranno “calibrate” sull’esigenza del bambino, in base al sesso, all’età gestazionale e al peso. È però fondamentale che durante tale periodo il bambino abbia avuto libero accesso al seno della mamma, senza restrizioni d’orario e durata delle poppate, né di giorno né di notte. Alla fine delle sei settimane si raggiunge di solito l’apice della produzione, che aumenterà di pochissimo nei 5-6 mesi successivi, mentre il bambino continuerà a crescere. Nel primo mese il piccolo può andare al seno 8-12 volte per 24 ore, se lo desidera, a patto che si attacchi bene.

Il bambino alla nascita ha un peso variabile che va dai 2,5 ai 4,5 chili. Un peso che tende a diminuire nei primi giorni di vita del bambino fino a circa il 10 per cento, quindi un bambino che appena nato pesa 3 chili può calare e raggiungere 2 chili e 700 grammi. Si tratta di un evento naturale dovuto all’emissione di urine e delle prime feci del bebè, all’essiccamento del cordone ombelicale e alla perdita d’acqua con la traspirazione cutanea: non dipende quindi dall’assenza del latte materno. In ogni caso quanto più rapidamente si instaura la montata lattea, tanto più veloce è il recupero del peso della nascita: quindi le perdite vengono compensate dall’assunzione di latte materno. Alcuni bambini iniziano a crescere subito (già dal terzo giorno di vita), altri, avendo avuto alcune difficoltà nell’avvio all’allattamento, stentano un po’ a prendere peso e mettono su qualche grammo solo dopo qualche giorno. L’importante è che alla fine della terza settimana di vita il bebè abbia ripreso il peso della nascita.

Le feci sono spesso fonte di preoccupazione per la mamma, ma è bene sapere che il loro colorito nero-verdastro e la loro vischiosità sono caratteristiche del tutto normali. Le prime feci (meconio) continueranno ad essere eliminate dal bambino nei primi 3-4 giorni di vita per poi far posto gradualmente alle “normali” feci del lattante. Un bambino che al quinto giorno di vita scarichi ancora meconio con tutta probabilità non riceve latte a sufficienza! Il latte materno, infatti, stimola i movimenti intestinali per cui il bambino, di solito, evacua dopo ogni pasto. La consistenza delle feci è di solito cremosa, ma trovare le feci semiliquide non deve spaventare la mamma: non si tratta assolutamente di diarrea. Il colore di solito è giallo-ocra, simile alla senape, ma alcune volte può essere verdastro. La dieta della mamma, se da un lato influenza scarsamente la composizione del latte, può invece modificare molto sia la consistenza, sia la frequenza, sia il colore delle scariche. Le sostanze chimiche che di solito sono responsabili del sapore forte dei cibi (per esempio quelle nella cipolla) possono passare nel latte materno e cambiare le caratteristiche delle feci, ma senza apportare conseguenze per la salute del bebè.

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I vantaggi del latte materno
Il latte materno è l’alimento ideale per la crescita e la salute del bambino durante il suo primo anno di vita. È composto, infatti, da nutrienti fondamentali e nessun altro alimento è così adatto a far crescere bene un bambino, proteggendolo dalle malattie più comuni dell’infanzia (diarree, infezioni respiratorie ed urinarie, allergie, malattie infettive) e svolgendo un’importante azione protettiva nei confronti di obesità, ipertensione arteriosa, aterosclerosi, anemia, carie dentaria. Il latte materno è un alimento facilmente digeribile, per questo i bambini allattati al seno non soffrono quasi mai di stitichezza! Inoltre, soddisfa velocemente la fame e la sete del bambino e soprattutto è sempre pronto e alla giusta temperatura.

Composizione ed effetti
La composizione del latte materno varia in base a diversi fattori per rispondere il più possibile alle diverse esigenze del bebè. Alla fine della poppata, per esempio, il latte contiene un numero di proteine e grassi maggiore rispetto all’inizio, quindi il latte da acquoso diventa più denso e cremoso (più saziante). Naturalmente il cambiamento del latte avviene diversamente da mamma a mamma e quindi si può verificare che alcuni bambini ricevano quello di cui hanno bisogno in cinque minuti, altri in dieci minuti o più. Il bambino può passare da una mammella all’altra per soddisfare il senso di sete perché al latte concentrato di una mammella corrisponde il latte più acquoso dell’altra. Questa variabilità è un “optional” originale del latte materno differente in questo dal latte artificiale (sempre invariato nel gusto e nella concentrazione).

I nutrienti principali del latte materno sono:

  • le proteine: sono meglio digerite, di maggiore valore nutritivo, più adatte allo sviluppo, meno allergizzanti e con una funzione antinfettiva maggiore rispetto agli altri latti
  • gli zuccheri: per la maggior parte lattosio, che rappresenta un’ottima fonte di energia e inibisce la crescita di germi cattivi nell’intestino
  • i grassi: sono ben digeriti e per la maggior parte essenziali
  • i minerali: il latte umano è povero di minerali, ragion per cui al sesto mese di vita del bambino si suggerisce di integrare la sua alimentazione cominciando a svezzarlo; il contenuto in ferro, nonostante sia basso, è ben assorbito dall’intestino dei bambini
  • le vitamine: se la mamma esegue una dieta bilanciata il suo latte è in grado di soddisfare il fabbisogno del bambino per tutti i tipi di vitamine.

Lo sviluppo intellettivo del bambino
Nel latte materno c’è una maggiore concentrazione di acido docosaesanoico rispetto al latte artificiale. A questa sostanza lipidica è stato attribuito l’effetto di potenziare la funzionalità delle vie nervose. Quindi il sistema nervoso centrale dei bambini allattati al seno dovrebbe essere più ricco di acido docosaesanoico rispetto a quello dei bambini che sono allattati artificialmente. I primi, secondo alcuni studi, avranno una vista migliore e un quoziente intellettivo superiore. A questi studi è legato però un po’ di scetticismo: sarebbe, infatti, l’ambiente e non solo la dieta a far sviluppare differenze tra il bambino allattato al seno e quello allattato con latte in polvere.

Risparmio
Allattare artificialmente comporta una spesa per la famiglia che si aggira intorno ai 900 euro nel corso del primo anno di vita del bambino. Oltre all’acquisto del latte, poi, ci sono da considerare le spese per acquistare gli accessori utili per allattare. L’allattamento al seno, invece, comporta una spesa inferiore che è sintetizzabile nelle aumentate esigenze alimentari della donna. Un altro punto a favore dell’allattamento al seno è la prevenzione “naturale” delle malattie materne e infantili: un risparmio notevole per la società e i servizi sanitari. Ma non sono solo gli aspetti economici dalla parte dell’allattamento al seno. Si pensi solo alla sua fruibilità del latte materno da parte del bambino: disponibilità a qualsiasi ora del giorno e della notte, sempre alla temperatura ideale, in casa e fuori.

La salute della mamma
Allattare al seno fa perdere i chili presi durante la gravidanza: i grassi accumulati durante la gestazione, infatti, sono utilizzati per produrre il latte. Alcuni studi, poi, documentano come l’allattamento al seno prevenga il tumore della mammella: il benefico effetto, però, è debole e si limita al tumore che insorge prima della menopausa. E ancora, l’allattamento al seno protegge la donna dall’osteoporosi della vecchiaia e in particolare da una sua complicanza: la frattura del collo del femore. Lo scheletro della donna si impoverisce durante l’allattamento per l’aumentato fabbisogno di calcio, tuttavia, a distanza di tempo dalla sospensione dell’allattamento al seno, la mineralizzazione ossea viene reintegrata.

Allattamento artificiale
Per allattamento artificiale si intende l’alimentazione del bambino con latte alternativo a quello materno. Oggi si riconosce che il latte umano è l’alimento ideale per il bambino nel suo primo anno di vita, quindi un latte non vale l’altro. Quando il latte materno, per qualche motivo, non è disponibile, si dovrà scegliere un latte la cui composizione è più vicina a quella del latte umano. Non è possibile riprodurre nel latte in polvere le caratteristiche di quello materno (dalle proprietà antiallergiche a quelle antinfettive), ma si può esigere che siano rispettati i requisiti nutrizionali fondamentali del latte materno.

Solo i latti che rispondono a questi requisiti, definiti “adattati”, possono essere utilizzati per la nutrizione del bambino nei primi 4-6 mesi di vita, in assenza del latte materno. Il latte di latteria (intero o diluito), per esempio, non è adatto per tutto il primo anno di vita del bambino perché comporta una serie di svantaggi: un carico di sali minerali eccessivo, un maggiore apporto di acidi grassi saturi (possibili responsabili di aterosclerosi), un maggiore rischio di anemia da carenza di ferro. Lo stesso dicasi per il latte di mucca. Dopo i sei mesi e fino alla fine del primo anno di vita del bambino, in assenza di latte materno, si utilizzeranno i cosiddetti “latti di proseguimento” che, a differenza di quelli utilizzati nei primi mesi, sono meno elaborati da punto di vista nutrizionale (la loro produzione quindi costa meno).

Preparazione ed offerta
Latti artificiali in polvere o liquidi? Entrambi sono validi. I primi durano a lungo e ingombrano poco, con i secondi si evitano eventuali errori di preparazione. In Italia sono più diffusi i latti in polvere, mentre quelli liquidi sono utilizzati soprattutto dagli ospedali. Il latte in polvere va sciolto in acqua tiepida (in precedenza bollita) in modo che ogni 100 millilitri di latte contengano 13 grammi di sostanze disciolte. Questa concentrazione è l’ideale per una crescita ottimale: il latte non va addensato arbitrariamente nella convinzione di far crescere meglio il bambino (o più in fretta!). Quello che conta è di non lasciar cadere sistematicamente nel biberon un misurino più del dovuto. Se si ha l’impressione che il bambino mangerebbe di più, non si deve modificare la composizione del latte quanto piuttosto offrire al bebè poppate più abbondanti. Nell’allattamento artificiale, infatti, è compito della mamma incrementare gradualmente la quantità di latte quando nota che quello preparato fino a quel momento diventa insufficiente (se il bebè lo richiede vuol dire che ne ha bisogno). Se la concentrazione è esatta non ci saranno problemi di digestione. Anche l’orario della poppata deve essere elastico, quindi no agli orari rigidi. Per stare più tranquilla la mamma può preparare i biberon di latte un’unica volta al giorno, calcolando orientativamente le quantità che saranno necessarie: questi biberon possono essere conservati nel frigo anche 24 ore.

Dal latte materno al latte artificiale
Quando il passaggio dal seno al biberon si rende necessario, ma è sgradito, può essere utile che sia qualcun altro, e non la mamma, ad offrire il biberon al bambino (per esempio una nonna o il papà). Il cambiamento così è completo: del latte e di chi lo offre al bambino. Il rifiuto del biberon, comunque, non è un evento comune: capita spesso, infatti, che il bambino passi dal seno al biberon con facilità e rapidità proprio per la minor fatica nella suzione.

Allattamento misto
Se nelle prime settimane di vita del lattante la madre non ha latte a sufficienza o se questa situazione avviene a causa di brevi malattie o stress psichici, si completa la poppata carente al seno con quantità superiori di latte artificiale, ma solo se la carenza di latte è momentanea. Nel caso di una riduzione temporanea della portata lattea è utile aumentare il numero dei pasti, perché la suzione del bambino è un’eccellente stimolante della secrezione lattea, e assumere qualche medicamento che favorisce la produzione di latte. Ecco un esempio per chiarire: la madre di un lattante di 3 mesi che pesa 5 chili e 600 grammi si accorge che il bebè alla fine del pasto piange dimostrando chiaramente di avere ancora fame. Dalla doppia pesata, eseguita almeno per un paio di giorni, risulta che la quantità di latte introdotto è in media 500 grammi al giorno. Il fabbisogno alimentare è invece 160 grammi x 5,6 chilogrammi, pari cioè a 900 grammi al giorno. La madre quindi alla fine di ogni pasto darà al proprio piccolo una quantità di latte in polvere tale da compensare il difetto del latte materno. In pratica il bambino dovrebbe introdurre 180 grammi per pasto, quindi 180 grammi per 5 pasti: quello che manca deve essere coperto da latte in polvere adattato. Diverso il discorso quando si parla di bambini prematuri o neonati di peso molto basso. L'”unicità” del latte materno, l’immaturità funzionale dell’apparato digerente in questi bambini, la loro facilità alle infezioni intestinali, rendono particolarmente preziosa l’alimentazione naturale. Quindi anche se il bambino prematuro è assistito in ospedale la madre deve fare il possibile per mantenere viva la lattazione, estraendo meccanicamente il latte almeno 4 volte al giorno con un tiralatte. Avvicinare il bambino e stabilire un contatto precoce e molto utile: quando il bambino è portato al seno della madre la lattazione aumenta immediatamente.

Quando iniziare lo svezzamento 
Lo svezzamento consiste nell’introduzione nell’alimentazione del bambino di pasti diversi dal latte. È un momento delicato perché il bambino dovrà abituarsi a staccarsi gradualmente dal seno materno, a non considerarlo più un’abitudine. Il periodo ideale per iniziare lo svezzamento è il periodo intorno al sesto mese di vita del bambino per motivi sia fisiologici sia psicologici. A questa età il bambino ha raggiunto la maturità delle funzioni digestive, è curioso e disponibile alle novità, mentre in seguito comincerà a diventare più diffidente, meno incline ad esperienze gustative nuove. I cibi solidi, per esempio i cereali, la carne e il formaggio non sono adatti alla sua funzione renale ancora immatura. Inoltre, possono rappresentare una fonte di sostanze allergizzanti che potrebbero passare attraverso la parete intestinale, che nei primi mesi di vita del bambino è particolarmente permeabile, col rischio di scatenare allergie nel bambino. Inoltre i cibi solidi sono poveri di grassi, di cui il lattante ha invece molto bisogno. In una minestrina, per esempio, si trova solo il 30 per cento delle calorie sotto forma di grassi, mentre nel latte materno ben il 54 per cento. I cibi solidi, essendo a più alta densità energetica, possono, se messi nel biberon, determinare un’iperalimentazione del bambino e un eccessivo aumento di peso, che nei soggetti predisposti può rappresentare un fattore di rischio di diventare obesi nelle età successive. Naturalmente i tempi e i modi dello svezzamento dipendono dagli usi e dai costumi della popolazione e dalle caratteristiche culturali del nucleo familiare, quindi meglio non attenersi a schemi rigidi o a tabelle obbligate, ma è opportuno tenere in considerazione le norme generali per evitare alcuni errori:

  • non iniziare lo svezzamento prima del quarto-sesto mese del piccolo
  • l’accettazione e la tolleranza di un alimento da parte del bambino non è sinonimo di salute (anche in assenza di disturbi evidenti)
  • se il bambino rifiuta il cibo è meglio non insistere troppo e riprovare più avanti (lo svezzamento deve essere un motivo di piacere!)

Non esiste un momento preciso per smettere di allattare. Oggi molte donne portano avanti un allattamento di lunga durata, fino alla fine del secondo anno di vita e oltre: una scelta che, nel rispetto delle esigenze individuali e sociali della mamma e del piccolo, può avere implicazioni psicologiche positive sullo sviluppo di alcuni bambini. Comunque mamma e bambino dovrebbero decidere in libertà, senza volere stabilire a priori dei tempi per smettere di allattare e allo stesso tempo senza essere condizionati da pregiudizi diffusi ma privi di fondamento sui limiti dell’allattamento.

La relazione madre figlio
Come il bambino prova piacere nel succhiare il seno materno, così la mamma prova piacere ad essere fonte di gratificazione per il figlio e avverte una sensazione di benessere fisico. La mamma inizia a conoscere il neonato, toccandolo, tenendolo vicino, guardandolo e rivolgendosi a lui con voce dolce; il bambino si calma quando viene appoggiato sulla spalla per effetto del calore del corpo e del rassicurante battito del cuore. Inoltre il piccolo oltre a seguire con lo sguardo i movimenti della mamma, è capace fin dal primo giorno di rispondere alla voce dell’adulto, anche senza vederlo, esprimendosi con i propri movimenti o con il pianto (la mamma inizia a capire se il piccolo piange per rabbia o per fame, per frustrazione o per dolore). Di richiamo per l’adulto è poi lo stesso aspetto fisico del bambino, occhi e testa grandi, guance rotonde e in evidenza, alta fronte sporgente.

Latte umano e contatto
La specie umana è “una specie a contatto continuo”, ossia una specie il cui piccolo, completamente dipendente dalla mamma, rimane vicino a lei per frequenti poppate rese necessarie dal contenuto relativamente basso di proteine (ma anche di grassi e di sali) del latte di donna. Ecco dunque spiegata “biologicamente” la vicinanza continua tra madre e bambino, a prescindere dalle implicazioni di ordine psicologico. Quanto frequenti debbano essere le poppate nessuno può dirlo con esattezza, sono troppi infatti gli elementi che mascherano i ritmi naturali. La cultura, le convenzioni sociali e la famiglia hanno il loro peso. Le madri dei paesi in via di sviluppo, per esempio, che dormono accanto ai loro bambini e li portano al collo durante i loro spostamenti, forse rappresentano il modello per eccellenza della specie umana intesa come specie a contatti continui. Queste donne non consentono ai loro bambini di piangere e li attaccano al seno ogni volta che i loro piccoli ne manifestano il desiderio. La donna italiana, per esempio, anche se non può comportarsi come la donna del terzo mondo, può comunque capire l’importanza di sincronizzare i propri ritmi sociali a quelli del bambino, lasciando la precedenza alla natura piuttosto che all’applicazione di rigidi schemi di interazione e nutrizione.

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Utero: anatomia, funzioni, patologie e sintomi in sintesi

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L’utero è un organo muscolare cavo che, insieme alle ovaie, alle tube di Falloppio (o salpingi o tube uterine), alla vagina e alla vulva forma l’apparato riproduttivo femminile. È l’organo deputato ad accogliere l’ovulo fecondato, a consentirne lo sviluppo e a espellere il feto quando la gravidanza giunge al termine. L’utero riceve lo sbocco delle salpingi e in basso si apre nella cavità vaginale.
La struttura dell’utero non è sempre la stessa nel corso della vita: molti sono i cambiamenti a cui questo organo va incontro in base alle diverse fasi dello sviluppo sessuale della donna (prepubertà, pubertà, maturità sessuale, menopausa), in caso di gravidanza e nel corso del ciclo mestruale.

L’utero è posto al centro della piccola pelvi, tra la vescica (anteriormente) e il retto (posteriormente). Caratteristica è la posizione dell’utero rispetto al bacino: l’asse maggiore di questo forma con l’asse maggiore del bacino un angolo aperto anteriormente (angolo di versione) di circa 60° (condizione detta antiversione fisiologica), mentre l’asse del corpo forma con l’asse del collo uterino un angolo ottuso (angolo di flessione) di circa 150°, aperto anteriormente (antiflessione fisiologica). Anteriormente poggia sulla vescica, dalla quale è separato tramite il recesso peritoneale (cavo vescicouterino) che solitamente è una cavità virtuale; posteriormente è in rapporto col retto attraverso l’interposizione di un altro recesso peritoneale, il cavo retto-uterino, detto anche Cavo del Douglas, che solitamente contiene anse dell’intestino tenue; lateralmente al retto prendono inserzione, su entrambi i lati, i legamenti larghi, delle formazioni peritoneali contenenti tessuto connettivo e strutture vasali e legamentose (legamento rotondo, tuba uterina, uretere, parte delle ovaie).

La forma dell’utero ricorda grosso modo quella di un cono con la punta rivolta verso il basso. Nelle donne che non hanno avuto figli le dimensioni dell’utero si attestano intorno ai 6-7 centimetri di lunghezza, 3-4 centimetri di larghezza e uno spessore di 2-3 centimetri, per un peso complessivo di circa 50 grammi: valori che, però, possono subire notevoli cambiamenti nel caso di donne che hanno avuto molti figli, nelle quali dimensioni e peso di questo organo possono aumentare. La cavità uterina è rivestita internamente da una mucosa, l’endometrio, grazie a cui viene garantito nutrimento all’embrione nel primo periodo di vita intrauterina, prima che si verifichi l’impianto. La muscolatura che riveste l’utero (miometrio) è spessa e consistente e le sue contrazioni rendono possibile, al momento del parto, l’espulsione del feto.

Due sono le porzioni nelle quali è possibile idealmente dividere l’utero:

  • una parte più larga – detta corpo uterino o corpo dell’utero – che si espande verso l’alto e in cui sfociano le salpingi (o tube di Falloppio, o tube uterine);
  • il fondo dell’utero, la parte più estesa che termina superiormente;
  • una parte più stretta, detta collo dell’utero o cervice uterina, dalla forma simil-cilindrica, rivolta verso il basso e che va a inserirsi nella vagina.

Prima della pubertà il collo dell’utero corrisponde a circa la metà della lunghezza totale dell’utero; nelle donne che hanno avuto figli, invece, arriva a corrispondere a un terzo di tutta la lunghezza dell’organo: ciò accade, specie nelle donne che hanno avuto più figli, in seguito al notevole sviluppo a cui va incontro il corpo uterino per ospitare le gravidanze.

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Funzioni dell’utero

Il compito dell’utero è triplice: accoglie l’ovulo fecondato, ne consente lo sviluppo e permette l’espulsione del feto quando la gravidanza giunge al termine.

Patologie più diffuse dell’utero

1) Anomalie congenite, rappresentate da uteri malformati in varia maniera (per esempio doppi o con setti).
Sintomi: generalmente asintomatiche (in alcuni casi problemi di fertilità ); spesso saranno associate anomalie congenite del distretto urinario. Nel caso in cui il sangue mestruale per un qualsiasi ostacolo non defluirà  all’esterno (come per esempio nell’imene imperforato), saranno presenti dolori al basso ventre anche di notevole intensità  e l’utero sarà  ripieno di sangue (condizione questa ben visibile all’ecografia).

2) Fibromi (sinonimo nel linguaggio parlato: miomi): sono dei noduli nello spessore del miometrio (la parte muscolare, paragonata ai muri di un stanza). Per definizione sono ascritti tra le formazioni benigne e raramente degenereranno in senso maligno; l’equivalente “invasivo” è il fibrosarcoma; dimensioni e sede risultano estremamente variabili.
Sintomi: spesso sono completamente asintomatici; nella evenienza di localizzazione in prossimità  della cavità  uterina, ma non esclusivamente in questo caso, potranno causare emorragie uterine. È possibile la torsione con dolori al basso ventre soprattutto nei fibromi cosiddetti sottosierosi ad estrinsecazione esterna all’utero. Con il termine fibromatosi uterina, si intende un utero aumentato, anche modicamente, di dimensioni con limiti sinuosi ma non necessariamente pieno di noduli miomatosi; a volte costituisce la normalità  di donne che hanno affrontato più parti, in altri casi può rappresentare l’anticamera allo sviluppo di miomi veri e propri.

3) Adenomiosi: Consiste nella presenza di endometrio nello spessore del miometrio o muscolo uterino. Si formano così delle zone singole o multiple che spesso causano metrorragie – le quali a volte non risentono del trattamento con estroprogestinici (pillola) -, dolori mestruali soprattutto dal secondo giorno del ciclo. Tale condizione, che rappresenta una forma di endometriosi interna, è spesso non diagnosticata e confusa ecograficamente con i fibromi. Il trattamento consiste nell’uso di progestinici, analoghi dell’LHRH, isterectomia in caso di dolore e metrorragie in donne che non desiderano la prole. Sconsigliata in donne in età  fertile l’escissione del focolaio adenomiosico in quanto potrebbe determinare una perdita di tessuto uterino, incompatibile con successive gravidanze. Ogni caso, ad ogni modo, richiede valutazione personalizzata.

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4) Polipi endometriali e del canale cervicale: spesso benigni, richiedono però valutazione istologica per la possibile presenza di atipie.
Sintomi: nessun sintomo; emorragie uterine o perdite ematiche lievi.

5) Cancro endometriale: è più frequente in donne in perimenopausa;
Sintomi: emorragie uterine; perdite capricciose; in alcuni casi nessun sintomo.

6) Patologie del collo uterino: sostanzialmente includono le infiammazioni ed il cancro; il cancro potrà  causare nessun sintomo o perdite vaginali ematiche anche lievi. Le infiammazioni quasi sempre provocheranno leucorrea (fuoriuscita vaginale di secrezioni con varie caratteristiche). Quasi tutte le persone alla domanda: “ha mai avuto perdite ginecologiche?” rispondono senza esitare: “soltanto in quantità  normale”. La normalità è però: nessuna perdita. Sono solo ammesse a metà  del ciclo, modeste emissioni di muco chiaro, inodore, incolore, e filante.

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I cambiamenti dei genitali femminili durante la vita della donna

MEDICINA ONLINE VULVA LABBRA GRANDI PICCOLE LABIA MINORA MAJOR VAGINA SEX SESSO DONNA APPARATO SESSUALE FEMMINILE CLITORIDE MEATRO URETRALE OPENING IMENE VERGINITA WALLPAPER PICS PICTUREIl primo cambiamento importante dei genitali femminili avviene con l’arrivo della pubertà: in questa fase le piccole labbra, le grandi labbra e il clitoride aumentano di volume, spunta la prima peluria, cambia l’ecosistema vaginale e si presentano le prime secrezioni vaginali.

La tappa successiva è scandita dall’inizio dei rapporti sessuali, che comportano la rottura dell’imene.

Altri cambiamenti importanti si hanno in gravidanza, quando i tessuti dei genitali si congestionano per prepararsi al parto; in questo periodo anche le secrezioni aumentano in modo consistente. Le mucose della vagina, in particolare, si gonfiano e cambiano colore per l’effetto degli alti livelli di estrogeni tipici della gestazione.

Le variazioni dei livelli ormonali influenzano i genitali non solo durante la gravidanza: le fluttuazioni degli estrogeni, del progesterone e del testosterone presenti nell’organismo giocano un ruolo fondamentale in tutte le fasi di vita di una donna.
Durante l’ovulazione, per esempio, si nota spesso un aumento delle perdite e una sensazione di prurito: in parte si tratta di un fenomeno normale, dovuto al picco di estrogeni tipico di questa fase del ciclo, se l’aspetto delle secrezioni è limpido e filante, “a chiara d’uovo”.

Il parto naturale comporta un rilassamento e un allungamento dei muscoli della vagina. Questo ha come conseguenza una diminuzione della sua sensibilità e quindi del piacere sessuale. Il parto per via vaginale può infatti determinare una marcata variazione del tono del muscolo elevatore (fino all’ipotono, quando le fibre muscolari più vicine alla vagina vengono lacerate durante il parto); una maggiore apertura dell’entrata vaginale, un “abbassamento” della parete vaginale anteriore che può prolassare (“cistocele”) o di quella posteriore (“rettocele”).
Per ritornare alle condizioni precedenti il parto (o quasi) può essere molto utile fare, più volte al giorno e per alcuni mesi, un semplice esercizio: stringere e rilassare ritmicamente i muscoli della vagina (contando per esempio fino a cinque in contrazione e fino a dieci in distensione).

Un’altra conseguenza del parto può essere legata all’episiotomia, il taglio che viene praticato alla base della vagina per agevolare la nascita del bambino: è importante che la sutura (“episiorrafia”) sia fatta con grande competenza in modo che il muscolo che circonda la vagina non rimanga compromesso da una lesione permanente o da una ricostruzione non appropriata.

Dal calo degli estrogeni dipendono le modificazioni tipiche della menopausa: il clitoride si rimpicciolisce, specialmente se la menopausa è stata precoce e, ancor più, se è stata conseguenza dell’asportazione bilaterale delle ovaie; le labbra – grandi e piccole – si assottigliano; i peli cadono o diventano bianchi; il “monte di Venere” si appiattisce; la lubrificazione vaginale si riduce; le secrezioni mutano composizione chimica, cambiando colore e profumo; il pH della vagina aumenta e offre una protezione meno efficace contro molti batteri, favorendo l’insorgere di cistiti e vaginiti.
Anche il volume dei corpi cavernosi si riduce con l’età: è massimo fra la pubertà e i vent’anni, mentre a cinquanta il tessuto muscolare liscio, essenziale per il meccanismo dell’eccitazione, risulta ridotto di oltre il 50 cento.
Un discorso a parte merita il “lichen sclerosus” della vulva, una patologia caratterizzata dalla produzione di autoanticorpi contro i tessuti vulvari: può causare una precoce fusione delle piccole labbra con le grandi labbra (conglutinazione), e del clitoride con il cappuccio che lo copre (“prepuzio”). Questa malattia può comparire anche nell’infanzia e nell’adolescenza, e si associa a secchezza vulvare, prurito e una riduzione progressiva della qualità della risposta sessuale e del piacere.

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Gravidanza: è vero che il desiderio sessuale aumenta?

gravidanza tiroidite HashimotoÈ vero che nell’attesa il desiderio aumenta?
Nel corso dei nove mesi la produzione degli ormoni estrogeni cresce progressivamente, in più, si verifica una maggiore vasocongestione a livello vaginale e tutti questi fattori agiscono positivamente sul desiderio sessuale della futura mamma.
Naturalmente, oltre a questi motivi il modo di vivere la sessualità in gravidanza dipende molto da come la si viveva prima, ma a parte questo, è vero che il più delle volte la donna si sente bene nel suo nuovo stato e si vede ugualmente piacevole e femminile. Non per niente, rispetto al passato il pancione si ‘porta’ con molta più disinvoltura e si espone volentieri, tanto che in spiaggia capita spesso di vedere future mamme in bikini, orgogliose di mostrare le loro nuove rotondità. Anche in gravidanza, insomma, si ha voglia di essere riconosciute come donne e di vivere il proprio spazio come amanti.
E questo soprattutto nel secondo trimestre, quando il corpo si è ormai abituato alle modificazioni della gravidanza, la donna si sente meglio e il pancione non è ancora tanto ingombrante. C’è poi un altro aspetto che, da un punto di vista psicologico, può influire positivamente: durante l’attesa si possono avere rapporti sessuali in libertà, senza preoccuparsi di dover usare un anticoncezionale o di dover stare attente… per non restare incinte! Infine, il fatto di condurre ritmi di vita di solito più rilassati fa sentire bene con se stesse e più serene: spesso, infatti, stress e stanchezza finiscono per spegnere il desiderio.

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Coprire i capelli bianchi in gravidanza: ecco le tinte più sicure

MEDICINA ONLINE GRAVIDANZA ATTESA MATERNITA ESTATE SOLE CALDO MARE PISCINA ABBRONZATURA PELLE MAMMA FIGLIO INCINTA FETO BIMBO BAMBINO SOLE AMNIOTICO MALE DOLORE UMIDITA FASTIDIO GINECOLOGIAE’ del tutto ingiustificato temere che le tinture per capelli in gravidanza possano creare dei problemi. In particolare è infondata l’idea che sostanze potenzialmente nocive, che potrebbero essere presenti nei prodotti usati per la tintura, passando attraverso i vasi sanguigni presenti nel cuoio capelluto possano raggiungere il nascituro attraverso la placenta. Le sostanze impiegate in tali prodotti, infatti, sono preventivamente valutate e approvate dal Comitato scientifico europeo e il loro uso in gravidanza è ritenuto assolutamente sicuro.

Per precauzione, una sola volta al mese e con un breve tempo di posa

Va a ogni modo precisato che le applicazioni delle tinture per capelli in gravidanza devono essere poco frequenti (circa una volta al mese) e il contatto con la cute non deve superare la mezz’ora. In ogni caso, per evitare ogni possibile e più remoto rischio, è preferibile evitare i trattamenti più penetranti e aggressivi soprattutto nei primi tre mesi di gravidanza, la delicata fase in cui il feto va formandosi.
Alcune sostanze potenzialmente sensibilizzanti contenute nei prodotti per la colorazione dei capelli potrebbero, invece, indurre reazioni allergiche (arrossamenti, gonfiori e prurito ecc.) che, nei nove mesi, risultano favorite dalle variazioni ormonali che l’organismo della gestante subisce.

Verificare che non provochino reazioni allergiche

Prima di ricorrere alle tinture per capelli in gravidanza, sia a casa sia dal parrucchiere, è importante accertarsi dell’assenza di eventuali fenomeni allergici attraverso il “test di sensibilità cutanea”. Basta applicare una piccola dose di tintura sulla pelle, seguendo le istruzioni riportate nelle avvertenze dei prodotti, e verificare che cosa accade: se nell’arco di 48 ore compaiono nella zona rossori, pruriti o gonfiori, il prodotto non deve essere applicato.

Meglio trattamenti che non penetrano in profondità

Per sentirsi sicure nei nove mesi il consiglio degli esperti è sempre quello di preferire trattamenti che non penetrano in profondità. Si tratta di prodotti come le fialette ravvivanti, gli spray riflessanti o i mascara per capelli, le cui particelle coloranti sono legate a resine dall’azione fissativa e ad altri componenti che rimangono sulla superficie del capello senza entrare in contatto con la cute e la radice. Di solito, il loro effetto scompare dopo uno shampoo.

Le colorazioni da preferire

Le possibili colorazioni sono:
1. colorazioni a ossidazione leggera tono: si tratta di tinte leggermente ossidanti che coprono bene i capelli bianchi senza un cambiamento deciso della tonalità. La durata varia in base alla quantità di ossidante presente nel prodotto;
2. colorazioni a ossidazione classica: sono soluzioni o emulsioni in crema molto penetranti che fissano le sostanze coloranti nella parte più profonda del capello grazie all’azione dell’ammoniaca o di altre sostanze basiche (alcaline). Aprendo le squame del capello permettono ai principi attivi di entrare al suo interno. Si tratta di tinte permanenti perché modificano in modo definitivo il colore dei capelli.

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