Manovra del ballottamento renale: cos’è, come si esegue ed a che serve

MEDICINA ONLINE RENI RENE URINA APPARATO URINARIO URETRA URETERE AZOTEMIA ALBUMINA SINDROME NEFRITICA NEFROSICA PROTEINURIA POLLACHIURIA UREMIA DISURIA CISTITE INFEZIONE POLICISTICO LABORATORIO INSUFFICIENZA RENALELa manovra del ballottamento renale è una tecnica usata in semeiotica medica per apprezzare l’abnorme spostabilità di un organo, in particolare i reni. Consente anche di rinviare con la palpazione bimanuale il rene ptosico o ingrossato tra il fianco anteriormente e la regione lombare posteriormente.

Come si esegue

Una mano è posta posteriormente nell’angolo costo-vertebrale imprime piccole scosse ritmiche che vengono percepite dall’altra mano posta sulla parete addominale. Non è però specifico per il rene in quanto la massa percepita può essere anche di pertinenza splenica o della coda del pancreas o di origine colica.

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Si può vivere senza reni? Conseguenze della nefrectomia

MEDICINA ONLINE RENI RENE URINA APPARATO URINARIO URETRA URETERE AZOTEMIA ALBUMINA SINDROME NEFRITICA NEFROSICA PROTEINURIA POLLACHIURIA UREMIA DISURIA CISTITE INFEZIONE POLICISTICO LABORATORIOI reni hanno parecchie funzioni, essi:

  • mantengono costante la composizione chimica del sangue, depurando il sangue dalle scorie azotate;
  • regolano il bilancio dei liquidi e degli elettroliti del nostro corpo;
  • intervengono nella regolazione della pressione arteriosa;
  • stimolano la produzione dei globuli rossi da parte del midollo osseo (eritropoietina);
  • sovrintendono al metabolismo dell’osso.

In determinate patologie, è necessaria una nefrectomia bilaterale, cioè una rimozione di entrambi i reni. In tali casi la vita è tecnicamente possibile, ma solo effettuando la dialisi (emodialisi) almeno tre volte a settimana. Senza dialisi e senza reni è impossibile vivere. Nell’emodialisi si viene collegati ad un’apparecchiatura dotata di un filtro che fa le veci dei nostri reni, depurando l’organismo dalle scorie azotate e dal fosforo in eccesso che si accumula nel sangue in caso di insufficienza renale. Questo perché i reni sono organi incapaci di rigenerarsi: una volta che il nefrone (l’unità funzionale del rene) degenera non è in grado di rigenerarsi.

Altre conseguenze della nefrectomia bilaterale
L’asportazione di entrambi i reni può determinare una tendenza ad avere valori di pressione arteriosa alterati, perché – come abbiamo visto – il rene è un organo importante nella regolazione della pressione del sangue. Quando esegue la nefrectomia, il chirurgo fa attenzione a non asportare le ghiandole surrenaliche, che si trovano proprio sopra al polo superiore del rene, e che producono anch’esse degli ormoni importanti per la regolazione della pressione. Qualche volta non si può evitare l’asportazione di queste ghiandole; la loro mancanza da origine a disturbi, tra i quali la spossatezza.

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Emoglobina nelle urine (emoglobinuria): cause, sintomi e terapia

campioni con urina rossaLa presenza di emoglobina nelle urine, definita dal termine medico emoglobinuria, si verifica quando si riscontra la presenza di emoglobina (Hb) nelle urine. L’emoglobina è una proteina solubile e di colore rosso presente nei globuli rossi per i quali svolge la funzione vitale di trasporto dell’ossigeno molecolare (per approfondire, leggi: Emoglobina bassa, alta, cause e valori normali). L’emoglobinuria può essere la conseguenza di emolisi (rottura) dei globuli rossi a livello intravascolare (nei vasi sanguigni) o intravescicale (nella vescica urinaria).

La presenza di emoglobina nelle urine non dev’essere confusa con l’ematuria, cioè con la perdita urinaria di sangue; in effetti, l’emoglobina è solo una componente dei globuli rossi, che a loro volta sono solo una delle tante parti corpuscolate del sangue. Tuttavia, entrambe le condizioni sono accumunate dalla colorazione rossastra delle urine, dato che è proprio l’emoglobina ricca di ossigeno a conferire al sangue arterioso la tipica colorazione rossa; al contrario, il sangue venoso è più scuro, perché ricco di emoglobina deossigenata. In definitiva, quindi, l’emoglobinuria non riflette necessariamente una perdita di sangue con le urine, ma solo di pigmenti ematici (emoglobina) che le colorano di rosso.L’ematuria è spesso accompagnata da emoglobinuria, causata dall’emolisi dei globuli rossi contenuti nell’urina, mentre l’emoglobinuria può essere scorporata dall’ematuria, perché spesso sostenuta dai già citati fenomeni di eccessiva emolisi intravascolare. Un’altra importante precisazione è che l’escrezione di urine rossastre non è necessariamente sinonimo di ematuria o di emoglobinuria; infatti, un’urina di questo colore può semplicemente essere dovuta a una contaminazione con flusso mestruale o all’assunzione di particolari alimenti o farmaci. Per quanto detto, la presenza di emoglobina nelle urine conferisce alle stesse un colorito rosso-bruno omogeneo. Tra i vari sintomi che possono associarsi ad emoglobinuria, in relazione alla causa d’origine, ricordiamo febbre, brividi, ingrossamento della milza (splenomegalia), pallore cutaneo, tachicardia, mancanza di respiro, debolezza e itterizia.

L’emoglobinuria si verifica tipicamente quando il livello di Hb nel sangue raggiunge valori troppo elevati, in seguito a una distruzione improvvisa e imponente di globuli rossi (chiamata “emolisi“).
Se le concentrazioni di emoglobina nel sangue sono alte, le funzioni delle cellule del sistema reticolo-endoteliale – che recuperano l’emoglobina libera circolante, trasformandola in bilirubina per smaltirla – potrebbero venire meno o agire in modo non completamente sufficiente. L’emoglobina è la componente essenziale dei globuli rossi (a cui conferisce anche il colore). La sua funzione consiste nel trasportare l’ossigeno dai polmoni ai tessuti in periferia.

Quando i globuli rossi muoiono per cause fisiologiche o patologiche (emolisi), liberano nel sangue l’emoglobina che contengono, la quale viene immediatamente captata dall’aptoglobina. Il complesso che si ottiene è troppo grande per essere filtrato dai glomeruli renali, quindi viene processato e degradato per il riciclo del ferro, dalle cellule immunitarie che costituiscono il sistema reticolare-endoteliale. Tuttavia, se la quantità di emoglobina liberata nel sangue supera i 3 grammi si ha la completa saturazione dell’aptoglobina in circolo (questa proteina ha una concentrazione che va dai 50 ai 150 milligrammi per ogni decilitro di sangue). In simili circostanze, l’emoglobina libera, da composto a 4 catene peptidiche, si scinde in composti a due catene peptidiche e come tale riesce ad attraversare la barriera renale. A questo punto, le cellule epiteliali del tubulo prossimale renale processano l’emoglobina filtrata, trasformandola in ferritina ed emosiderina. Se le quantità di emoglobina sono notevoli e le capacità di assorbimento dei tubuli renali vengono superate, si ha allora passaggio di emoglobina nelle urine (emoglobinuria).

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Perché si misura l’emoglobina nelle urine?

L’emoglobinuria si può verificare in tutte le situazioni che portano a un’improvvisa e aumentata distruzione dei globuli rossi, e alla loro eliminazione con le urine.
Il più delle volte, la presenza di emoglobina nelle urine è la spia di alcune patologie che riguardano l’apparato urinario. Il primo passo per accertare le esatte cause scatenanti l’emoglobinuria consiste nell’analisi delle urine e nell’urinocoltura. Con l’ausilio dell’analisi anamnestica e la constatazione del quadro clinico (eventuali sintomi e segni presenti contemporaneamente all’emoglobinuria), il medico indirizzerà il paziente verso indagini cliniche mirate, sulla base del sospetto diagnostico.

Valori normali di emoglobina nelle urine

Quando si parla di emoglobina nelle urine non esiste un vero valore di riferimento che indichi la normalità, in quanto questa non dovrebbe mai essere presente nelle urine di una persona sana.

  • Valore normale di emoglobina nelle urine: assenza completa di emoglobina nelle urine.
  • Valore patologico di emoglobina nelle urine: presenza di emoglobina nelle urine.

Emoglobina nelle urine alta

Di norma, l’emoglobina non è presente nelle urine. Per tale motivo non si può parlare di valore troppo alto, in quanto basta la sola presenza di emoglobina nelle urine per indurre all’esecuzione di ulteriori accertamenti. Sono molte le possibili cause a monte di una emoglobinuria, tuttavia la presenza di emoglobina nelle urine è determinata principalmente da:

  • produzione difettosa di globuli rossi;
  • ritmo troppo elevato della loro distruzione.

In entrambi i casi, l’emoglobina viene liberata nel circolo ematico e, quando tale presenza diventa eccessiva e il suo smaltimento naturale diventa difficile, questa viene eliminata con le urine.
Le condizioni in cui più comunemente si manifesta un’emoglobinuria sono:

  • Avvelenamenti;
  • Reazioni a trasfusioni di sangue incompatibile;
  • Ustioni estese;
  • Uso di certi farmaci (es. penicillina, cefalosporine o medicinali antiaritmici, come la chinidina, possono provocare emolisi intravascolare e passaggio di emoglobina nelle urine);
  • Malaria;
  • Alcune infezioni acute;
  • Intossicazioni alimentari.

Vi è, inoltre, una serie di patologie che possono essere causa di emoglobinuria. Il favismo è, per esempio, una malattia genetica caratterizzata dalla carenza dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi. Se il paziente assume sostanze come la divicina contenuta nelle fave o alcuni farmaci, questo deficit determina la rottura dei globuli rossi con immissione in circolo dell’emoglobina, che verrà poi filtrata dai reni e precipiterà nelle urine.
Inoltre, tra le possibili condizioni associate alla presenza di emoglobinuria vanno ricordate:

  • Glomerulonefrite acuta (infiammazione acuta dei glomeruli renali);
  • Tumori delle vie urinarie;
  • Anemia falciforme;
  • Morbo di Cooley;
  • Sindrome emolitico-uremica;
  • Malfunzionamento di protesi valvolare cardiaca;
  • Esposizione al piombo;
  • Calcolosi renale;
  • Insufficienza renale cronica;
  • Carcinoma renale;
  • Coagulazione intravasale disseminata (CID);
  • Porpora trombotica trombocitopenica;
  • Tubercolosi delle vie urinarie.

Emoglobinuria in gravidanza

In gravidanza, può essere normale riscontrare tracce di emoglobina, come pure di sangue nelle urine, che possono dipendere da cistite. Tuttavia, se i valori aumentano considerevolmente potrebbe essere sintomo di gestosi.

Emoglobina nelle urine nelle sindromi cliniche

In altri casi, l’emoglobina compare nelle urine periodicamente, nel quadro di sindromi cliniche come:

  • Emoglobinuria da sforzo o da marcia: si manifesta per cause sconosciute dopo sforzi fisici intensi e prolungati, esercitati in posizione eretta. Predisposti a sviluppare tale condizione sono gli atleti che praticano la marcia e la corsa, e coloro che lavorano per un periodo prolungato, affrontando attività professionali impegnative dal punto di vista fisico (es. uso di un martello pneumatico). L’emoglobinuria da sforzo o da marcia può comparire soprattutto se tali attività si svolgono in condizione di disidratazione. Ad ogni modo, tale condizione ha carattere benigno e il fenomeno tende a scomparire spontaneamente.
  • Emoglobinuria parossistica da freddo: la crisi emoglobinurica si ha in seguito all’esposizione del corpo, o di una sua parte, a basse temperature. Tale condizione è spesso correlata a un’infezione luetica, ma può essere idiopatica o dipendere da altre infezioni, virali e batteriche.
    L’emoglobinuria parossistica da freddo è dovuta alla presenza nel plasma di una particolare sostanza, l’emolisina, che a basse temperature si lega con i globuli rossi ed esplica la sua attività emolitica a 37°C.
  • Emoglobinuria parossistica notturna: malattia genetica chiamata così per il fatto che è strettamente collegata al sonno, per cui le urine emesse al mattino sono scure al risveglio per la presenza di emoglobina. La condizione è associata a un difetto acquisito dei globuli rossi, che li rende maggiormente suscettibili a fattori diversi (quale probabilmente la modificazione del pH del sangue che si ha durante il sonno).
    La malattia esordisce in modo insidioso, per lo più in soggetti di giovane età, e può essere aggravata da infezioni, trasfusioni di sangue, interventi chirurgici e diversi tipi di farmaci. L’evoluzione è cronica e lenta, e la gravità delle manifestazioni si diversifica da caso a caso.

Possibili sintomi e segni associati

In presenza di emoglobinuria, le urine presentano un colore che va dall’amaranto al bruno, in rapporto alla concentrazione proporzionale di due pigmenti: l’ossiemoglobina (di colore rosso vivo) e la metaemoglobina (rosso-bruna).
A questo fenomeno si può accompagnare o meno una serie di altri sintomi, che saranno correlati alla patologia scatenante l’emoglobinuria, come:

  • Sintomi di anemia;
  • Cefalea;
  • Malessere generale;
  • Senso di prostrazione;
  • Febbre;
  • Brividi;
  • Pallore cutaneo;
  • Ingrossamento della milza (splenomegalia);
  • Tachicardia;
  • Respiro corto o difficile;
  • Dolori all’addome ed agli arti inferiori.

L’emoglobina che attraversa il rene può precipitare nei tubuli renali, determinando gravi alterazioni che, talvolta, sfociano in un blocco renale e nell’uremia.

Emoglobina bassa

Di norma, l’emoglobina non è presente nelle urine. Per tale motivo, anche una bassa concentrazione deve indurre all’esecuzione di ulteriori accertamenti. Riscontrare un’urina rossastra, comunque, non deve subito creare allarme, in quanto può dipendere dall’assunzione di alcuni medicinali o di determinati cibi.

Come si misura?

La presenza di emoglobina va approfondita mediante esame citologico delle urine. In pratica, si effettua un esame microscopico delle cellule emesse con le urine, dopo aver effettuato un particolare procedimento che viene detto “colorazione panottica”.

Preparazione

Per la valutazione dell’emoglobina nelle urine è necessario raccogliere una piccola quantità delle urine del mattino, a digiuno, dopo aver effettuato un’accurata igiene intima e dopo aver lasciato andare la primissima emissione (che può contenere i germi presenti all’esterno dell’apparato urinario). Nel caso delle donne, è bene effettuare l’esame lontano dal periodo mestruale. Le urine vanno raccolte in un contenitore sterile, che va richiuso accuratamente subito dopo e portato in laboratorio entro un breve periodo di tempo.

Interpretazione dei risultati

In presenza di emoglobinuria, è sempre bene rivolgersi al proprio medico, così da individuarne la causa e predisporne la cura.

Cause di emoglobina nelle urine

Il riscontro di emoglobina nelle urine, assente in condizioni normali, è la tipica conseguenza di processi emolitici (distruzione dei globuli rossi), che liberano in circolo l’emoglobina contenuta nelle emazie lese. Quando le concentrazioni di tale pigmento raggiungono livelli particolarmente elevati – tali da saturare l’aptoglobina, i sistemi di recupero e smaltimento del sistema reticolo endoteliale, e le capacità di riassorbimento del tubulo prossimale – l’emoglobina passa nelle urine.
Tra le cause più frequenti di emoglobinuria ricordiamo:

  • Glomerulonefrite acuta;
  • Ustioni estese;
  • Tumori renali;
  • Malaria;
  • Emoglobinuria parossistica notturna;
  • Pielonefriti;
  • Infarto renale;
  • Anemia falciforme;
  • Tubercolosi del tratto urinario;
  • Anemia emolitica autoimmune;
  • CID (coagulazione intravasale disseminata);
  • Sindrome emolitica uremica;
  • Reazioni a trasfusioni di sangue incompatibili;
  • Anemie immunoemolitiche da farmaci (ad esempio a metil-dopa o a penicillina);
  • Emoglobinuria da freddo;
  • Favismo;
  • Protesi valvolare cardiaca malfunzionante;
  • Sforzi fisici intensi e prolungati (emoglobinuria da sforzo, tipica ad esempio di podisti, marciatori e di chi fa lungo uso di martello pneumatico).

Terapia

La terapia dell’emoglobinuria è essenzialmente eziologica, cioè è rivolta al trattamento delle cause a monte che l’hanno determinata. Ciò significa che non esiste una terapia unica che vada bene in tutti i casi. Curando la causa a monte che l’ha determinata, l’emoglobina nelle urine dovrebbe non essere più ritrovata.

Per approfondire:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Ipertrofia o iperplasia prostatica benigna: cause, sintomi e cure

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PROSTATITE BATTERICA ABATTERICA PROSTATA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneL’ipertrofia prostatica benigna o – più correttamente – l’iperplasia prostatica benigna (da cui l’acronimo “IPB”), in inglese “benign prostatic hyperplasia” (da cui l’acronimo “BPH”), conosciuta anche come adenoma prostatico, è una malattia a carico della ghiandola prostatica. La patologia è caratterizzata da un aumento di volume della prostata, dovuto all’incremento del numero di cellule (da cui la denominazione “iperplasia”), che si estrinseca principalmente nella zona “di transizione” della prostata, ovvero in una parte centrale attorno all’uretra prostatica. E’ una crescita di tipo benigno, cioè comporta compressione sui tessuti circostanti senza infiltrarli. E’ un fenomeno legato all’invecchiamento ma che in alcuni soggetti è maggiore che in altri, e col passare degli anni può causare una compressione e distorsione dell’uretra prostatica ostruendo la fuoriuscita dell’urina. Sono escluse componenti ambientali nell’eziologia della malattia, mentre si è ipotizzato il ruolo di fattori ereditari per l’aumentato rischio di incidenza in parenti di soggetti colpiti dalla patologia.

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Epidemiologia

L’IPB colpisce il 5-10% degli uomini di 40 anni di età, e fino all’80% degli uomini tra 70 e 80 anni. Tuttavia il numero dei soggetti in cui la IPB diventa sintomatica, cioè costituisce effettivamente un disturbo, è circa la metà.

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Iperplasia prostatica benigna e cancro alla prostata

L’IPB ed il carcinoma prostatico (cancro della prostata) non sono correlati, sebbene le due condizioni possano coesistere e spesso il secondo venga diagnosticato incidentalmente durante indagini per la molto più comune IPB. IPB e carcinoma si impiantano su zone diverse della prostata, essendo il carcinoma di pertinenza prevalentemente della zona periferica.

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Cause e fattori di rischio

Il diidrotestosterone (DHT) e gli estrogeni hanno un ruolo nell’insorgenza della BPH. Questo significa che occorre la presenza degli androgeni per l’instaurarsi della BPH, ma non sono necessariamente la causa diretta della patologia. Questo è dimostrato dal fatto che gli eunuchi non sviluppano la patologia quando raggiungono l’età adulta. Inoltre, la somministrazione di testosterone esogeno non è associata all’aumento significativo dei sintomi della BPH. Il DHT, un metabolita del testosterone è un mediatore critico della crescita della prostata. Il DHT viene sintetizzato nella prostata dal testosterone in circolo. Una volta sintetizzato, il DHT giunge alle cellule epiteliali e segnala la trascrizione del fattore della crescita al mitogene dei due tipi di cellula. L’importanza del DHT nel causare noduli iperplasici nella prostata è supportata dalle osservazioni cliniche in cui un inibitore della 5α-reduttasi viene somministrato al paziente in queste condizioni. La terapia con gli inibitori della 5α-reduttasi riduce notevolmente il contenuto di DHT nella prostata e conseguentemente il volume della prostata ed i sintomi dell’ipertrofia prostatica benigna.
Esiste una notevole evidenza sul fatto che gli estrogeni giocano un ruolo nell’eziologia della BPH. Questo è basato sul fatto che la BPH si verifica in uomini con elevati livelli di estrogeni e relativamente ridotti livelli di testosterone libero (questa sostanza ha quindi, se non convertita in altri ormoni, un’azione benefica e salutare nei confronti della prostata) e quando i tessuti prostatici diventano più sensibili agli estrogeni e meno rispondenti al DHT. Cellule prese dalla prostata di uomini affetti da BPH hanno mostrato una più elevata risposta agli alti livelli di estradiolo nel caso di bassi livelli di androgeni.

Sintomi e segni

I sintomi non sono correlati con le dimensioni della ghiandola: infatti una prostata di piccole dimensioni può in alcuni casi provocare sintomi ostruttivi molto più gravi di una prostata dalle dimensioni maggiori; questo perché la sintomatologia deriva dalla somma di due componenti: quella statica, determinata dalla massa della ghiandola, e quella dinamica, dovuta al tono della muscolatura liscia del collo vescicale, della prostata e della sua capsula. Riconosciamo due tipi di sintomi: quelli urinari di tipo ostruttivo, e quelli di tipo irritativo. Fra gli ostruttivi si ricordano la difficoltà ad iniziare la minzione, l’intermittenza di emissione del flusso, l’incompleto svuotamento della vescica, il flusso urinario debole e lo sforzo nella minzione.
Fra i sintomi irritativi si annoverano la frequenza nell’urinare, che è detta pollachiuria, la nicturia, cioè un aumentato bisogno durante la notte, l’urgenza (la necessità di svuotare la vescica non può essere rimandata) e il bruciore ad urinare. Questi sintomi, ostruttivi ed irritativi, vengono valutati usando il questionario dell’ International Prostate Symptom Score (IPSS), formulato per appurare la severità della patologia.
La IPB può essere una patologia progressiva, specialmente se non curata. L’incompleto svuotamento della vescica può portare all’accumulo di batteri nel residuo vescicale aumentando i rischi di prostatiti e pielonefriti. L’accumulo di urina può, peraltro, portare anche alla formazione di calcoli dovuti alla cristallizzazione di sali nel residuo post-minzionale. La ritenzione urinaria, acuta o cronica, è un’altra forma di progressione della patologia. La ritenzione urinaria acuta è l’incapacità a vuotare completamente la vescica, mentre quella cronica vede il progressivo aumentare del residuo e della distensione della muscolatura della vescica. Chi soffre di ritenzione urinaria cronica, può andare incontro ad una patologia di compromissione renale detta uropatia ostruttiva. L’ipertrofia prostatica benigna non è in grado di provocare deficit erettivo, eventuali influenza sulle capacità erettiva può essere provocato dal dolore che tale patologia ha negli stati più avanzati (causa psicologica).

Leggi anche: Mi alzo spesso di notte per urinare: quali sono le cause e le cure?

Diagnosi

L’esplorazione rettale, (palpazione della prostata attraverso il retto), può rivelare un marcato ingrossamento della ghiandola; è un esame molto soggettivo che dipende dall’abilità dell’urologo. Maggiore precisione al fine della valutazione del volume prostatico è dato dall’ecografia sia sovrapubica che transrettale. L’ecografia inoltre evidenzia il residuo postminzionale, cioè se rimane urina stagnante in vescica dopo aver urinato, che è sintomo importante che la IPB si sta aggravando. Altro segno da valutare è lo spessore delle pareti vescicali, che se incrementa è un altro segno di ostruzione al deflusso urinario. L’ecografia inoltre consente di diagnosticare complicanze frequenti di una IPB trascurata, come diverticoli vescicali, calcoli, o sedimento nel lume dell’organo emuntore.
La uroflussimetria è forse l’esame più utile in IPB, perché evidenzia se tale patologia causa un’ostruzione oppure no. Distingue perciò la IPB significativa da quella non significativa sulla dinamica minzionale. Alcuni parametri come Qmax (velocità di flusso massima) sono usati anche per verificare la risposta alle terapie nel tempo.
Il PSA è spesso eseguito nei pazienti IPB per screenare se coesiste una componente maligna della patologia. E’ un esame del sangue che se innalzato indica una qualche sofferenza della ghiandola prostatica, includendo patologie benigne come infiammazione, IPB o traumatismo, ma anche il carcinoma prostatico. Un suo innalzamento richiede un attento monitoraggio ed eventualmente esami più approfonditi. Strumenti usati nella diagnosi, sono:

Non tutti i test sono sempre necessari per raggiungere la diagnosi.

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Trattamento

Il trattamento di una iperplasia prostatica benigna può essere medica e/o chirurgica.

Terapia medica

Diversi farmaci  e molecole possono essere usati per il trattamento della iperplasia della prostata. Gli alfa bloccanti (α1-recettori adrenergici antagonisti) procurano un sostanziale miglioramento dei sintomi della BPH. Molecole come doxazosin, terazosin, alfuzosin e tamsulosin vengono impiegate con successo. Vecchie molecole come phenoxybenzamine e prazosin non sono raccomandate per il trattamento della BPH. Gli alfa bloccanti rilassano la muscolatura della prostata e del collo vescicale ed aumentano la portata del flusso urinario, ma possono causare eiaculazione retrograda.
Gli inibitori della 5α-reduttasi, (finasteride e dutasteride) sono un altro trattamento praticato. Quando vengono usati in abbinamento agli alfa bloccanti, si è notata una drastica riduzione del volume della prostata in persone con ghiandole molto ipertrofiche.
Vi è anche una notevole evidenza dell’efficacia di fitoterapici, quali l’estratto del frutto della serenoa repens e del saw palmetto nell’alleviare in maniera moderata i sintomi della patologia. Altre erbe medicinali che hanno alla base sistematiche ricerche sono il beta-sitosterolo tratto dalla hypoxis rooperi (pianta grassa africana) e la pygeum (estratta dal Prunus africana), mentre vi è una minore conoscenza sull’efficacia della Cucurbita pepo semi di zucca e dell’Urtica dioica (Wilt et al., 2000).

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Terapia chirurgica

Solo in caso di fallimento del trattamento medico e fitoterapico, può rendersi necessario un trattamento chirurgico. Qualsiasi intervento chirurgico per IPB pone a rischio, in entità differente, la meccanica eiaculatoria del paziente. A contrario, la rigidità nell’erezione e la capacità di arrivare all’orgasmo non vengono influenzati da questa chirurgia correttamente eseguita.
Adenomectomia open surgery. Significa rimuovere l’adenoma mediante il tradizionale taglio chirurgico, nella variante trans vescicale (ATV) o infravescicale (Millin). Interventi usati da oltre 50 anni, hanno ancora un’efficacia insuperata anche se con una morbilità perioperatoria che alcuni mettono in discussione, nella realtà attuale di chirurgia mini-invasiva. Interventi tuttora definiti “gold standard” in caso di prostate veramente voluminose.
Resezione transuretrale dell’adenoma prostatico (TURP). Questo prevede la resezione di parte della prostata attraverso l’uretra. Consigliabile per prostate fino a un certo volume, presenta il vantaggio della mini-invasività, ovvero evitare tagli e un recupero postoperatorio più rapido. Esistono anche alcune nuove tecniche per ridurre il volume della prostata ipertrofica, alcune delle quali non sono ancora abbastanza sperimentate per stabilire i loro effetti definitivi. Esse prevedono vari metodi per distruggere parte del tessuto ghiandolare senza danneggiare quello che rimarrà in sito. Fra queste si ricordano: la vaporizzazione transuretrale della prostata (TVP), la laser TURP, la visual laser ablation (VLAP), la Transurethral Microwave Thermo Therapy (TUMT), la Transurethral needle ablation of the prostate (TUNA) e la sua evoluzione tecnologica Prostiva, micro iniezioni di etanolo in situ ed altre ancora allo studio o in via di sperimentazione.
Nuove tecniche che comportano l’impiego del laser in urologia, sono state sperimentate negli ultimi 10 anni. Si è iniziato con la VLAP, tecnica che usa uno YAG laser a contatto con il tessuto prostatico. Una tecnologia simile, è chiamata Photoselective Vaporization of the Prostate (PVP) ed usa un laser a luce verde (KTP) ed è emersa recentemente. Questa procedura utilizza un laser ad alta potenza di 80 Watt KTP con una fibra laser di 550 micron inserita nella prostata. Questa fibra ha una riflessione interna di 70 gradi. Essa è usata per vaporizzare il tessuto della capsula prostatica. Il KTP laser ha una penetrazione di 2.0mm (quattro volte più profonda del laser ad Olmio).
Un’altra procedura chiamata Holmium Laser Ablation of the Prostate (HoLAP), è stata adottata pressoché in tutto il mondo. Analogamente al KTP, il laser per l’HoLAP è un dispositivo con una sonda di 550 micron con una potenza di 100 Watt ed un angolo di riflessione di 70 gradi. La sua profondità di passata è di 2,140nm, che cade nella zona invisibile dell’infrarosso e non può essere visto ad occhio nudo. La profondità di penetrazione del laser ad Olmio è inferiore a 0,5 mm evitando così le necrosi tissutali spesso causate dal laser a profonda penetrazione della tecnica KTP. Entrambi i metodi, KTP e Olmio, ablano circa uno o due grammi di tessuto al minuto.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Uroflussometria: indicazioni, preparazione, come si esegue

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma DIECI ABITUDINI TI DANNEGGIANO RENI Radiofrequenza Rughe Cavitazione Peeling Pressoterapia Linfodrenante Dietologo Cellulite Dieta Pancia Sessuologia Filler BotulinoL’uroflussometria, a volte chiamata “uroflussimetria” (in inglese “uroflowmetry“) è un esame non invasivo che permette di studiare il flusso urinario. E’ un indagine semplice, considerata di prima istanza nei pazienti che riferiscono disturbi della minzione.

Uroflussometria: a che serve?

L’obiettivo di una uroflussometria è quello di evidenziare un eventuale disturbo urinario ostruttivo riferito dal paziente, quindi distinguere un soggetto con flusso normale da uno affetto da qualche patologia del basso apparato urinario che influisce effettivamente sulla sua minzione, come la comune iperplasia prostatica benigna, i calcoli dell’apparato urinario, la stenosi dell’uretra, la vescica neurologica o altre patologie.

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Uroflussometria: per quali malattie è indicata?

L’uroflussometria è indicata nei pazienti che presentano sintomi e segni relativi ad una disfunzione urinaria, come sensazione di difficoltà ad urinare, mitto rallentato, gocciolamento post-minzionale, pollachiuria, nicturia, urgenza minzionale, incontinenza urinaria e senso di incompleto svuotamento vescicale. Negli uomini spesso tale sintomatologia può essere legata ad aumento di volume della ghiandola prostatica (ad esempio a causa di una iperplasia prostatica benigna o di un cancro della prostata), mentre nelle donne può essere frequentemente associata a cistite (infiammazione della vescica) o cistouretrite (infiammazione di vescica ed uretra). Di seguito riporto una serie di sintomi e segni che possono spingere il medico a richiedere una uroflussometria:

  • pollachiuria: emissione con elevata frequenza (a meno di 4 ore di distanza) di piccole quantità di urina;
  • nicturia: ripetuto bisogno di urinare durante il riposo notturno;
  • poliuria: eliminazione di una quantità di urina superiore a 2000 ml nelle 24 ore (2500 ml o 3000 ml secondo alcune fonti), generalmente associata ad un aumento della frequenza della minzione;
  • disuria: difficoltà ad urinare;
  • stranguria: dolore durante la minzione;
  • enuresi: perdita involontaria di urina durante la notte;
  • ritenzione urinaria (o iscùria): accumulo di urina nella vescica, come conseguenza dell’incapacità – parziale o totale – della vescica di svuotarsi;
  • tenesmo vescicale: contrazione spasmodica e dolorosa, dello sfintere vescicale accompagnata da pressione e fastidio in regione uretrale o sovrapubica e stimolo minzionale urgente, con emissione minima di urina. Anche subito dopo aver urinato, il paziente avverte ancora lo stimolo di urinare ma nel tentativo di minzione spesso non riesce ad emettere urina;
  • urine torbide: segno di probabile infezione lungo le vie urinarie;
  • incontinenza urinaria: incapacità di trattenere l’urina che porta a perdita involontaria di urina;
  • globo vescicale: aumento di volume della vescica che può arrivare a contenere fino a 4000 ml (4 litri) di urina.

La presenza di uno o più di questi sintomi può essere legata a molte patologie, e il fine della flussimetria non è di distinguere quale sia la causa del disturbo fra esse (a questo scopo il medico richiederò altri esami), bensì di oggettivare il disturbo e fornire parametri numerici  che possano quantificarlo con precisione. L’uroflussometria è anche un valido strumento di monitoraggio dei risultati di un trattamento, medico o chirurgico. Viene quindi raccomandata nei pazienti che devono effettuare una terapia medica o sottoporsi ad un intervento chirurgico, e poi ripetuta ad intervalli di tempo stabiliti dall’urologo.

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L’uroflussometro

L’apparecchiatura con cui si effettua questo esame è chiamata uroflussometro. Di fatto è un vaso che misura la velocità del flusso urinario e la registra su un tracciato. L’atto minzionale viene quindi rappresentato graficamente in un asse cartesiano, con tempo e flusso in ascisse e ordinate. I parametri più utili sono Qmax (flusso massimo), Qave (flusso medio), Vol (volume urinato, molto utile specie se rapportato allo stimolo minzionale del paziente o al suo residuo postminzionale). L’interpretazione di questo diagramma consente di confermare od escludere la presenza di una disfunzione del primo tratto urinario.

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Uroflussometria: come si esegue?

L’uroflussometria si esegue urinando nel vaso raccoglitore dell’apparecchio, come in un normale WC. E’ importante che l’esame si svolga in un ambiente confortevole, così da ridurre al minimo ansia e stati emozionali in grado di ostacolare la minzione.

Uroflussometria: come ci si prepara all’esame?

Arrivare all’esame con un moderato desiderio di urinare è necessario per rendere l’esame attendibile, infatti urinare uno scarso volume o forzare la minzione con un eccessivo carico di acqua sono frequenti motivi di falsamento del test. Il consiglio è di non urinare nelle 3 ore prima dell’esame, e prepararsi bevendo una moderata quantità di acqua.

Oltre alla uroflussometria

In base ad i sintomi e segni del paziente ed alla patologia sospettata dal medico, per raggiungere una diagnosi – oltre alla uroflussometria – potrebbero essere indicati uno o più dei seguenti esami:

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Urodinamica: cos’è, a che serve e come funziona

MEDICINA ONLINE APPARATO URINARIO RENI URETRA URETERI URETERE DIFFERENZA URINA AZOTEMIA PENE VAGINA ORIFIZIO SCORIE VESCICA TUMORI TUMORE CANCRO DIAGNOSI CISTOSCOPIA ECOGRAFIA UOMO DONNAL’urodinamica è un esame medico che consiste nello studio e nella verifica dello stato operativo del sistema urinario, in particolare della vescica e dell’uretra. È un esame prescritto sia agli uomini che alle donne per cercare ed offrire la cura più adatta per l’incontinenza urinaria, la disuria ed altri disturbi della minzione in genere. L’urodinamica fornirà al medico le informazioni necessarie per diagnosticare la causa e la natura, ad esempio, dell’incontinenza del paziente, dando così le migliori opzioni di trattamento disponibili.

L’urodinamica è in genere condotta da un urologo, un uroginecologo, o da infermieri specialisti di urologia. L’urodinamica viene eseguita per mezzo di due cateteri (uno inserito in vescica, l’altro nel retto) in grado di rilevare le variazioni di pressione endovescicale ed endoaddominale: si introduce quindi in vescica una soluzione fisiologica e si valutano sensibilità, capacità, stabilità e distensibilità della muscolatura vescicale, mediante la registrazione delle pressioni intravescicali. Si può anche valutare in che modo il paziente avverte lo stimolo minzionale, fornendo quindi informazioni utili sul funzionamento della vescica. Tali variazioni vengono trasmesse e documentate da una centralina collegata ad un comune computer.

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Idratazione corretta: quanta acqua bere al giorno e perché è così importante

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Papilloma vescicale: virus, sintomi, vaccino e cure

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA URETRA URETERE VESCICA RENI URINA SPERMA USCITAIl papilloma è un tumore benigno superficiale che può svilupparsi non solo nella vescica, ma anche altri tessuti, ad esempio nella cute (verruca) o nella mucosa della laringe. Dal punto di vista anatomo-patologico questo tumore è costituito da una proliferazione epiteliale su un supporto connettivo vascolarizzato. Strutturati con delle proiezioni digitiformi e solitamente hanno un rivestimento epiteliale, mentre al centro di essi si trovano dei vasellini e tessuto connettivo che serve a nutrire queste papille.

Cause

Il papilloma vescicale è causato dal virus del papilloma umano (HPV), un virus appartenente alla famiglia dei Papillomaviridae. Le infezioni da HPV sono estremamente diffuse e possono causare anche malattie della cute e delle mucose. Solitamente l’infezione provocata da questo virus non causa nessuna alterazione e si risolve da sola. In una minoranza di casi invece provoca delle lesioni a livello del collo dell’utero. La maggior parte di esse guarisce spontaneamente, ma alcune, se non curate, progrediscono lentamente verso forme tumorali. Il virus si contrae generalmente attraverso rapporti sessuali con partner sconosciuti o frequentando ambienti con scarsa igiene, ma non si possono escludere vie indirette dell’infezione come bocca e unghie.

Fattori di rischio

Tra i fattori di rischio del tumore alla vescica ci sono:

  • fumo: è il principale fattore di rischio per questo tipo di tumore, quindi i fumatori corrono un rischio di ammalarsi maggiore rispetto a chi non fuma;
  • rapporti sessuali non protetti e con sconosciuti;
  • alcune sostanze chimiche con cui si viene a contatto sul posto di lavoro: possono essere a rischio operai dell’industria chimica, tessile e metallurgica, macchinisti, tipografi, imbianchini, parrucchieri, camionisti. Anche l’arsenico può favorire l’insorgere del papilloma vescicale: questa sostanza velenosa può essere presente nell’acqua, ma in molti Paesi la quantità massima di arsenico presente nell’acqua potabile è limitata per legge;
  • precedenti famigliari o personali di tumore alla vescica;
  • terapie antitumorali effettuate con alcune categorie di farmaci come, ad esempio, la ciclofosfamide o tramite radioterapia all’addome o alla zona pelvica.

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Sintomi e segni

I sintomi ed i segni sono identici per gli uomini e per le donne. Un segno precoce del tumore alla vescica è il sangue nelle urine (che però è un sintomo comune ad altre patologie e quindi non è automaticamente sinonimo di tumore). E’ possibile avere anche bruciore durante la minzione, dolore al basso ventre, necessità di urinare in maniera più frequente e con urgenza, maggior facilità a contrarre infezioni del tratto urinario, sensazione di non aver svuotato completamente la vescica. Per approfondire:

Diagnosi

Per la corretta diagnosi è necessario farsi visitare da uno specialista che potrà richiedere degli accertamenti come esami di laboratorio delle urine, Pap-test; urografia endovenosa, cioè un particolare tipo di radiografia che permette di vedere in maniera dettagliata tutto l’apparato urinario; l’ecografia e la cistoscopia, un esame che consiste nell’introduzione all’interno della vescica di uno strumento che permette di vederne l’interno ed eventualmente di prelevare dei campioni di tessuto da analizzare. Una lista degli strumenti diagnostici utili per individuare la patologia e per la diagnosi differenziale, è la seguente:

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Quali sono i vaccini disponibili?

In base al nuovo Piano nazionale prevenzione, il vaccino prevede due dosi fino a 13-14 anni e tre dosi oltre questa età. Al momento non è contemplata la possibilità di sottoporsi a un richiamo: i ricercatori hanno evidenziato che il vaccino induce una risposta immunitaria forte e rapida in caso di esposizione simulata a questi virus. In pratica, ha dimostrato di poter continuare a difendere l’organismo anche nel lungo termine. I vaccini disponibili oggi sono due: bivalente che è efficace contro i tipi 16 e 18 e quadrivalente utile contro i tipi 6, 11, 16 e 18. C’è molta attesa però per il vaccino nona valente che sta per arrivare proprio in questo periodo. Rispetto agli altri, questo è attivo verso i ceppi 6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52, 58 e garantirà una protezione pari a oltre il 90% contro le forme tumorali Hpv-correlate.

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Prognosi

La prognosi è buona, tuttavia si deve ricordare che nella specie umana i papillomi della vescica possono avere un’evoluzione (cosiddetta “progressione”) da benigna a maligna.

Cura

La possibilità di trattamento chirurgico di un tumore della vescica comprendono la resezione transuretale, per neoplasie di piccole dimensioni non infiltranti, trattamento spesso risolutivo, e la cistectomia (asportazione dell’organo) parziale o totale, a seconda dello stadio clinico, dell’aggressività e del tipo di tumore.

Per approfondire:

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