Come funziona l’erezione del pene?

MEDICINA ONLINE GELOSIA UOMO COME FUNZIONA ONE HUNGRY SAD COUPLE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA LOVE COUPLE FRINEDS LOVER SEX GIRL MAN NO WOMAN WALLPAPER.jpgIl termine “erezione” si riferisce all’aumento di volume e all’indurimento di organi o tessuti erettili (pene, clitoride, capezzoli) dovuto ad una massiccia vasodilatazione. Tale fenomeno, che  rispecchia lo stato di eccitazione sessuale maschile, è  sostenuto dall’integrazione di stimoli di varia natura. Fisiologicamente parlando, l’erezione è il risultato di una fine interazione tra elementi di natura vascolare, ormonale, nervosa, psicologica e genitourinaria.

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Integratori alimentari

Qui di seguito trovate una lista di integratori alimentari acquistabili senza ricetta, potenzialmente in grado di migliorare la prestazione sessuale sia maschile che femminile a qualsiasi età e trarre maggiore soddisfazione dal rapporto:

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Scatta l’aumento record per le sigarette: un motivo in più per smettere

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO FUMA SIGARETTA NICOTINA TABAGISMO TOSSICODIPENDENZAProprio ieri, 16 ottobre 2013, ho festeggiato un anno da quando ho smesso di fumare. Sono veramente soddisfatto della mia scelta e spero che tutti voi lettori fumatori possiate trovare la forza e la voglia per prendere quel pacchetto che avete in tasca o in borsa e buttarlo definitivamente nella spazzatura. Non volete farlo per la vostra salute? Non volete farlo per la salute dei vostri figli? Non volete farlo per essere più belli e per avere più energia “sotto le coperte”? Presto avrete un motivo in più per smettere, visto che viene ad essere colpito qualcosa che di questi tempi sta soffrendo già veramente molto: il portafogli.

Aumento record

Sta per scattare infatti l’aumento record per le sigarette voluto dal governo e questa non è la sola brutta notizia per i fumatori visto che ulteriori aumenti sono già programmati per i prossimi tre anni. I consumatori delle “bionde” dovranno sorbirsi a partire dal primo gennaio 2014 almeno quaranta centesimi di aumento per ciascun pacchetto. Non che sia il primo, ma, certamente, è l’incremento più consistente mai messo in atto in una volta sola. Il rincaro così come concepito dai tecnici di Fabrizio Saccomanni è programmato per tappe: sarà di ben il 18,7% in tre anni. Dopo i quaranta centesimi del 2014, infatti, seguiranno almeno due aumenti di venti centesimi a pacchetto dal 2015 in poi.

Troppo aumento, minori entrate

Tutto questo serve per ricavare qualche soldo per questa Italia in piena crisi economica, anche se i risultati sperati (le maggiori entrate) potrebbero essere minori delle aspettative. Dovete infatti sapere che proprio l’anno scorso, tra gennaio e giugno del 2012, le vendite di tabacchi lavorati hanno messo a segno un calo del 9%. Detta così sembra che qualche campagna contro il tabagismo abbia sortito l’effetto sperato. E invece no. Semplicemente sembra essere stata raggiunta la soglia massima di tassazione portando il prezzo del pacchetto oltre i 5 euro e quindi nel migliore dei casi qualcuno ha smesso, nel peggiore si è rivolto al mercato di contrabbando delle sigarette. E’ quello che molti prevedono che avverrà anche con l’ultimo aumento dell’IVA: i prezzi aumentano, la gente non compra, i ricavi per lo Stato diminuiscono. Ma l’Economia non è proprio la mia materia, forse è meglio se torno alla mia amata Medicina!

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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I grassi non fanno ingrassare

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO COLAZIONE CORNETTO DOLCI FRUTTA CROISSANT DIETA DIMAGRIRE CALORIE GRASSII grassi fanno ingrassare? No! Vi sembra strano? Continuate la lettura!

Cominciamo dal principio: i grassi, o meglio lipidi, sono componenti nutrizionali estremamente importanti per l’equilibrio organico della “macchina uomo”; benché si accomunino per insolubilità in acqua, solubilità in solventi organici e consistenza untuosa, tra di loro i grassi sono estremamente eterogenei e si differenziano per struttura molecolare e funzione biologica.  I lipidi sono elementi ternari composti da carbonio (C), idrogeno (H) ed ossigeno (O), e si possono classificare in base alla loro complessità molecolare: Semplici: Gliceridi, Steridi e Cere (esteri formati dal legame tra un alcol ed acidi grassi) Complessi: Fosfolipidi e Glicolipidi (i quali contengono anche altre molecole)

Riferendosi all’intera categoria, i lipidi assolvono diverse funzioni; tra di esse ricordiamo: Energetica (9 kcal/g) Strutturale cellulare (colesterolo e fosfolipidi sono elementi essenziali alla struttura delle membrane cellulari) Strutturale nervosa (costituente delle guaine mieliniche) Bio-regolatrice (precursori ormonali e paraormonali) Soluzione vitaminica (vit. liposolubili: A, D, E e K) Riserva (tessuto adiposo bianco e bruno) Essenziale

In merito a quest’ultima funzione è opportuno scendere ulteriormente nel dettaglio.  I lipidi essenziali, cioè elementi che l’organismo NON è in grado di sintetizzare autonomamente, sono detti Acidi Grassi Essenziali (A.G.E) o Essential Fatty Acides (E.F.A.). Si presentano come semplici catene carboniose e possiedono entrambi 2 o più doppi legami (A.G. polinsaturi); essi prendono il nome di: Acido alfa linolenico, della serie omega 3, contenuto maggiormente nel pesce azzurro e nei semi di lino Acido linoleico, della serie omega 6, contenuto maggiormente negli oli  d’oliva, girasole, mais, vinaccioli e soia, ed in buona quantità nella frutta secca.

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Gli A.G.E svolgono alcune importantissime funzioni quali:

  • Fluidificazione di membrana
  • Precursione dell’acido arachidonico, quindi di agenti pro-infiammatori (prostaglandine, trombossani ecc.), ma anche di di citochine anti-infiammatorie Azione ipo-trigliceridemizzante
  • Ottimizzazione della pressione arteriosa
  • Prevenzione del deposito vascolare di colesterolo e riduzione del rischio aterosclerotico
  • Incremento della captazione tissutale-recettoriale del colesterolo LDL.

Secondo i LARN; l’apporto complessivo di A.G.E. deve costituire il 2,5% delle calorie totali suddiviso in: 0,5% omega 3 (oppure da 0,5g a 1,5g/die) 2,0% omega 6 (oppure da 4,0g a 6,0g/die) Tuttavia, in virtù del potenziale effetto protettivo sul rischio cardiovascolare, le più recenti linee guida internazionali raccomandano apporti più generosi (tra il 6 ed il 12% delle calorie totali).

Senza trascurare l’estrema importanza degli A.G.E appena citati, è possibile definire che, dal punto di vista quantitativo, i lipidi di maggior interesse nutrizionale sono i gliceridi in quanto costituiscono circa il 96-97% dei grassi alimentari.  I gliceridi possono essere formati da una, due o tre catene di acidi grassi legate ad un alcol (il glicerolo) per formare rispettivamente mono, di o trigliceridi (o molecole miste come i fosfolipidi). La componente molecolare dei gliceridi che viene utilizzata DIRETTAMENTE al fine di produrre ATP (energia) è costituita dagli acidi grassi.

Gli acidi grassi differiscono per lunghezza (catena corta, media o lunga) e per il tipo di legami che li caratterizzano (i saturi sono privi di doppi legami, i monoinsaturi hanno un doppio legame e i polinsaturi possiedono due o più doppi legami). Dopo questa breve introduzione è possibile fare maggiore chiarezza in merito alla quantità ed alla qualità lipidica desiderabile nella dieta dell’essere umano; veniamo dunque al punto: I grassi fanno ingrassare?

La risposta non è semplice in quanto tendenzialmente fuorviante… ma in onore al vero: NO, non sono i grassi a far ingrassare bensì l’eccesso calorico!

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Il sovrappeso e l’obesità sono patologie per lo più riconducibili ad un bilancio calorico positivo(energia IN – energia OUT) ed all’abuso di alimenti ad alta densità energetica; è quindi opportuno sottolineare che: l’eccesso di ciascuno dei 3 macronutrienti (glucidi, protidi e lipidi), senza eccezioni ma con le dovute differenze, comporta scompensi metabolici ed induce l’incremento ponderale.

In base ai Livelli di Assunzione Raccomandata dei Nutrienti per la popolazione italiana (LARN), i lipidi dovrebbero costituire il 30% della porzione energetica totale nell’individuo in accrescimento ed il 25% nell’adulto, dei quali 1/3 saturi e 2/3 insaturi, avendo anche cura di raggiungere la quota di A.G.E. e di non oltrepassare i 300mg/die di colesterolo esogeno. Il lettore non si lasci forviare dalle diciture che vengono utilizzate nell’esposizione della stima; facendo il calcolo percentuale sul fabbisogno calorico totale dell’individuo si includono scrupolosamente e completamente anche i lipidi NON energetici, le cui funzioni molecolari risultano essenziali per il corretto mantenimento delle attività fisiologiche, quindi: la stima quantitativa del fabbisogno lipidico attraverso la ripartizione energetica GARANTISCE anche l’apporto essenziale dei lipidi non energetici.

Tuttavia, introdurre una percentuale lipidica moderatamente superiore riducendo quella glucidica o proteica NON incide significativamente sul bilancio energetico e sulla composizione corporea. E’ comunque d’obbligo specificare che, rispetto a protidi e glucidi, i grassi sono i nutrienti che possiedono un maggior potenziale d’ossidazione energetica; pertanto, comparando 2 pasti isocalorici dei quali uno a prevalenza lipidica uno bilanciato

è deducibile che quest’ultimo, avvalendosi di porzioni maggiori, risulti anche più saziante; inoltre, tenendo in considerazione che i lipidi NON sono idrosolubili e la loro concentrazione negli alimenti è spesso inversamente proporzionale all’acqua, lo svantaggio in termini quantitativi può fare la differenza. E’ pur vero che la metabolizzazione dei grassi (come quella degli aminoacidi) ESULA dalla veicolazione insulinica e rallenta l’assorbimento dei carboidrati riducendo il picco glicemico e godendo di tutti i vantaggi attribuiti alla calma insulinica, quindi consumando pasti a moderata prevalenza lipidica si domina parzialmente il picco insulinico ma pur giovando (soggettivamente) di un minor appetito è necessario consumare porzioni alimentari più ridotte a discapito della sazietà gastrica.

Al contrario, eccedere sistematicamente ed in maniera massiccia nel consumo dei grassi e delle proteine (a discapito della quota glucidica) induce un graduale svuotamento delle riserve di glicogeno epatico e muscolare accompagnato ad un adattamento enzimatico tissutale muscolare che (verosimilmente) promuoverebbe il consumo dei lipidi rispetto a quello dei carboidrati. Inoltre, l’incremento dell’ossidazione lipidica e della neoglucogenesi amminoacidica (accentuata in condizioni di ipoglicemia e deplezione prolungata delle scorte di glicogeno) incrementa proporzionalmente la concentrazione ematica di componenti cataboliche come i cheto-acidi, l’ammonio e l’ urea; in circostanze simili si osserva: Un maggior carico epatico a causa dell’incremento di neoglucogenesi, quindi della trans-aminasi e relativo ciclo dell’urea Un maggior carico renale a causa dell’iperosmolarità dei cheto-acidi e dell’urea con tendenza alla disidratazione sistemica Eventuale alterazione scompensata del ph ematico che, in associazione all’ipoglicemia, nel lungo termine può indurre complicanze nervose centrali anche gravi.

In sintesi, l’eccesso prolungato di lipidi (sia saturi che insaturi) e protidi nella dieta a discapito della quota glucidica può indurre un miglioramento dell’efficienza ossidativa degli acidi grassi nelle cellule muscolari; questo aspetto non è da sottovalutare ed associato ad una minuziosa selezione qualitativa dei grassi insaturi a discapito dei saturi e può trovare applicazione (o dare spunto) nel trattamento di alcune patologie metaboliche (soprattutto quelle patogeneticamente correlate all’abuso di carboidrati raffinati nella dieta). Nonostante ciò, lo scarico glucidico importante e prolungato nell’individuo sano e fisicamente attivo presenta effetti collaterali concreti, plausibili e pertanto non trascurabili; tra di essi ricordiamo la compromissione della funzionalità nervosa centrale, la disidratazione sistemica, il sovraccarico renale e verosimilmente quello epatico.

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In ultimo, traducendo in nutrienti i regimi alimentari iperlipidici è possibile osservare due aspetti degni di nota: L’abuso di alimenti animali contenenti acidi grassi saturi e di prodotti alimentari “artefatti” contenenti acidi grassi insaturi idrogenati (forma trans) conduce inevitabilmente all’aumento delle LDL endogene L’abuso di alimenti vegetali contenenti acidi grassi insaturi (monoinsaturi e polinsaturi omega 6) induce un aumento significativo dell’apporto di acido linoleico ma non incide altrettanto efficacemente nell’intake di acido alfa linolenico.

Come già specificato, i due A.G.E devono rappresentare il 2,5% delle calorie totali, nello specifico omega 3 lo 0,5% ed omega 6 il 2%; la carenza di queste due componenti è senz’altro dannosa, ma da studi recenti è emerso che anche l’eccesso di omega 6 può indurre alcuni effetti indesiderati. Infatti, essendo precursore delle prostaglandine, l’acido linoleico in eccesso (dati accertati su dosi farmacologiche) è responsabile dell’aumento della risposta infiammatoria sistemica.

E’ quindi possibile definire che: i regimi dietetici ad elevato contenuto di grassi saturi peggiorano significativamente la condizione lipidica ematica, mentre quelli ad elevato contenuto di acidi grassi omega 6 potrebbero incidere negativamente sulla condizione sistemica incentivando la produzione di molecole pro-infiammatorie.

In conclusione, è si possibile affermare che a percentuali più o meno equilibrate “i grassi non fanno ingrassare“; tuttavia, l’abuso prolungato di alimenti ad alto contenuto lipidico e la conseguente riduzione dei glucidi, dei protidi o di entrambi, nel lungo termine può causare scompensi omeostatici e/o metabolici clinicamente RILEVABILI ed assolutamente non trascurabili.

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Farmaci per curare le mestruazioni dolorose e terapia non farmacologica

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RAGAZZA TRISTE DONNA DEPRESSIONE STANCA PAURA FOBIA PENSIERI SUICIDIO FIUMA PONTEConsiglio di leggere prima questo articolo: Dismenorrea: quando le mestruazioni sono dolorose

Il trattamento farmacologico di prima linea per la cura del dolore associato alla dismenorrea consiste nella somministrazione di FANS, farmaci antinfiammatori non steroidei utili per mascherare il dolore. Questi medicinali esercitano la propria attività terapeutica anche bloccando le COX 1 e 2 (enzimi ciclossigenasi responsabili della formazione di prostaglandine, trombossano e prostacicline, mediatori chimici del dolore).  Quando il dolore è così intenso da generare nausea e vomito, si consiglia la somministrazione di un antiemetico, oltre chiaramente ai FANS. Discussa risulta invece la cura con l’alverina citrato, un farmaco antispastico che esercita la propria attività terapeutica solo in alcune donne.
Da ultimo, ma non per importanza, l’assunzione regolare di un contraccettivo ormonale è indicata per le donne con forti dolori mestruali: la pillola anticoncezionale, infatti, contiene ormoni che bloccano l’ovulazione, riducendo pertanto anche il dolore associato ai crampi mestruali.  Qualora le mestruazioni dolorose dipendano da una patologia di fondo, come l’endometriosi o la presenza di fibromi, la soluzione più appropriata risulta essere la chirurgia (ablazione chirurgica del tessuto anomalo).
Di seguito sono riportate le classi di farmaci maggiormente impiegate nella terapia contro le mestruazioni dolorose, ed alcuni esempi di specialità farmacologiche; spetta al medico scegliere il principio attivo e la posologia più indicati per il paziente, in base alla gravità della malattia, allo stato di salute del malato ed alla sua risposta alla cura.

FANS

Per alcune donne che riferiscono di avere delle mestruazioni veramente molto dolorose, in alcuni casi la somministrazione di FANS nella dismenorrea dovrebbe iniziare addirittura il giorno prima dell’arrivo delle mestruazioni, a scopo preventivo.

Ibuprofene (es. Brufen, Moment, Subitene): per il dolore medio-moderato alla gola, si consiglia di assumere per os una dose di attivo pari a 200-400 mg (compresse, bustine effervescenti), ogni 4-6 ore dopo i pasti, al bisogno. Non assumere oltre 2,4 grammi al dì. La somministrazione endovenosa per placare il dolore da dismenorrea non è indicata. Naproxene (es. Aleve, Naprorex): si consiglia di assumere una capsula da 550 mg due volte al dì (ogni 12 ore, salvo ulteriori indicazioni del medico), al bisogno.

Flurbiprofene (es. Froben): la dose raccomandata per il controllo del dolore associato alla dismenorrea è 50 mg, da assumere per bocca 4 volte al giorno, al bisogno. Non superare le dosi indicate.

Valdecoxib (es. Bextra): farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS) appartenente al gruppo dei medicinali denominati “inibitori della ciclossigenasi-2 (COX-2)”. Il principio attivo, bloccando l’enzima COX-2, inibisce il rilascio di prostaglandine, i mediatori del dolore che favoriscono l’infiammazione e la percezione dolorosa. Indicativamente, assumere il farmaco alla dose di 20 mg, due volte al giorno. Il farmaco non è attualmente commercializzato in Italia.

Acido mefenamico (es Lysalgo): la dose raccomandata per le mestruazioni dolorose suggerisce di assumere 500 mg di farmaco per via orale, seguiti da 250 mg ogni 6 ore, a partire dal momento in cui sopraggiunge la mestruazione.

Somministrazione di ormoni estro-progestinici per il controllo delle mestruazioni dolorose

Etinilestradiolo/Levonorgestrel (es. Loette, Microgynon, Miranova, Egogyn): si tratta di pillole contraccettive, indicate in primis per bloccare l’ovulazione (effetto contraccettivo) ed in secondo luogo per il controllo del dolore nel contesto delle dismenorrea. Questi farmaci sono reperibili in confezioni da 21-28 compresse: ogni compressa è costituita da 0,02 mg di etinilestradiolo e 0.1 mg di levonorgestrel. La cura farmacologica prevede l’assunzione di una compressa al dì, per 21 giorni, possibilmente circa alla medesima ora ogni giorno, seguita da un intervallo libero di una settimana.

Desogestrel/Etinilestradiolo (es. Gracial, Novynette, Lucille, Dueva, Securgin): si tratta di compresse rivestite da 20 mcg di etnilestradiolo e 150 mcg di desogestrel. La posologia di questi farmaci rispecchia quella sopradescritta: la corretta modalità d’assunzione di questi attivi garantisce una significativa riduzione del dolore associato alla dismenorrea.

Terapia non farmacologica e consigli per il controllo delle mestruazioni dolorose

Applicare una borsa dell’acqua calda a livello del basso ventre. Bere liquidi caldi e consumare pasti leggeri e frequenti (dilazionare i pasti in tanti piccoli spuntini). Praticare tecniche di rilassamento, come yoga o meditazione. Può essere utile anche assumere integratori minerali e vitaminici (calcio, magnesio, vitamina B6) e, nel caso l’alimentazione risulti carente, integrare la dieta con supplementi a base di omega tre (ricchi di EPA e DHA, come l’olio di pesce). Ovviamente un consiglio che va bene anche per migliorare la nostra salute è perdere peso, se necessario, e seguire un programma di regolare esercizio fisico. Le mie pazienti riferiscono che, quando il dolore non è particolarmente eccessivo, può bastare anche soltanto stendersi sul letto, rilassarsi con un bel film con Meg Ryan e praticare un massaggio a livello del basso ventre, per alleviare il dolore mestruale.

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Dismenorrea: quando le mestruazioni sono dolorose

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA TRISTE DEPRESSIONE TRISTEZZA CAPELLI PENSIERI PAURA FOBIAI dolori mestruali affliggono, in maniera più o meno importante, donne fertili di tutte le civiltà e di ogni rango sociale. Non a caso, quindi, la dismenorrea (altro nome per indicare il forte dolore mestruale) è una delle più comuni condizioni di interesse ginecologico. La mestruazione dolorosa affligge approssimativamente l’80% delle donne in fase di ciclo mestruale e nel 30% circa dei casi può impedire le normali attività quotidiane, costringendo a letto per più ore o giorni le persone interessate.

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Cause

La causa di una dismenorrea è spesso difficile da definire, data anche la notevole soggettività dei sintomi, tuttavia può essere ricondotta o ad alterata funzione ovarica o ad altre alterazioni a carico dell’utero o infine a motivi non chiaramente patologici, di origine nervosa e ormonale. Vi sono due diverse forme di dismenorrea: quella primitiva (che appare nelle donne che non hanno mai partorito) e una forma secondaria (frequente nelle donne che hanno già partorito).

Fattori di rischio

I fattori di rischio sono:

  • giovane età (meno di 20 anni),
  • menarca precoce,
  • non aver mai partorito (nulliparità),
  • familiarità per il disturbo,
  • menorragia (flusso mestruale abbondante),
  • abusi sessuali,
  • basso o eccessivo Indice di Massa Corporea.

Sintomi

Il dolore può precedere la mestruazione di alcuni giorni o può accompagnare il ciclo, e generalmente si affievolisce con la fine della mestruazione. In alcuni casi la dismenorrea può essere accompagnata da perdite ematiche consistenti (menorragia).

Diagnosi

La diagnosi di dismenorrea si serve di anamnesi, esame obiettivo e, in alcuni casi, di esami come:

  • esame delle urine,
  • ecografia pelvica,
  • tomografia computerizzata,
  • risonanza magnetica,
  • isteroscopia,
  • laparoscopia.

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Terapia

Si possono usare farmaci analgesici e antinfiammatori non steroidei, inibitori della sintesi delle prostaglandine, principali responsabili del dolore. Per chi fosse allergico ai principi contenuti negli antidolorifici, è possibile ricorrere all’uso di paracetamolo o farmaci equivalenti ad esso. Spesso utilizzata per il trattamento della dismenorrea è anche la pillola anticoncezionale.

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Anorgasmia: quando manca l’orgasmo, cause e rimedi

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO AMORE COPPIA SESSO SESSUALITA ABBRACCIO MATRIMONIO MASTURBAZIONE ORGASMOSi definisce anorgasmia l’incapacità di raggiungere l’apice del piacere, nonostante una stimolazione sessuale intensa e prolungata. L’anorgasmia, come il vaginismo e la dispareunia, s’inserisce nel gruppo di patologie che rendono difficoltoso un rapporto sessuale.

Classificazione

Si parla di anorgasmia primaria se il disturbo è sempre stato presente, fin dall’inizio della vita sessuale del paziente, e secondaria se invece sopravviene in un secondo tempo, dopo un periodo di attività sessuale normale. Ancora, l’anorgasmia è generalizzata se è presente sempre e situazionale se lo è solo in certe occasioni e non in altre.

Cause

L’anorgasmia può essere indotta da sostanze psicotrope (droghe o farmaci), disturbi fisici, soprattutto a carico dell’apparato genitale, oppure avere un’origine psicologica. Molto raramente l’anorgasmia può avere una causa organica, come traumi del midollo spinale o uso di farmaci. Di gran lunga più frequenti sono le cause psicologiche, come un autocontrollo troppo forte, un’eccessiva attenzione al piacere del partner, forme di spectatoring e di autoosservazione, ansie da prestazione ecc. Una delle motivazioni di ordine psicologico per cui un soggetto può esserne colpito è l’essere stato vittima di violenza sessuale, soprattutto nella prima infanzia: questo tipo di violenza è spesso oggetto di rimozione, ovvero non viene più ricordato a livello cosciente. Se la causa è attestabile ad un episodio di questo genere, è possibile ottenere una remissione dei sintomi tramite un approccio psicoterapico. Una causa particolare di disfunzione nel raggiungimento dell’orgasmo, definita PSSD (disfunzione sessuale post-SSRI) è stata individuata nell’uso di SSRI, ovvero antidepressivi che agiscono sul reuptake della serotonina. Questa disfunzione, che inibisce o rende difficile l’orgasmo, inizia già durante il trattamento, e perdura per un periodo variabile (generalmente regredisce in tempi brevi ma sono descritti centinaia di casi persistenti per anni[1]) dopo la sospensione dello stesso. Il termine popolare riferito all’anorgasmia femminile è frigidità: questo termine porta però con sé connotazioni negative che invece il termine anorgasmia non contempla; inoltre il termine frigidità indica, in modo più generico, la difficoltà di abbandonarsi al piacere sessuale, mentre l’anorgasmia si riferisce esclusivamente all’impossibilità di raggiungere l’orgasmo. La frigidità vera e propria può insorgere nel tempo, come conseguenza di una prolungata anorgasmia; nell’uomo, simmetricamente, può manifestarsi una impotenza secondaria, o reattiva.

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Sintomi e segni

Frequentemente l’anorgasmia riguarda in modo esclusivo il rapporto sessuale penetrativo mentre è possibile raggiungere l’orgasmo con altre pratiche di sesso non penetrativo, si può in tal caso parlare di anorgasmia coitale. In altri casi la persona non riesce a raggiungere l’orgasmo con il partner ma può indurselo facilmente con l’autoerotismo. È infine diffusa la forma generalizzata in cui l’individuo non riesce in nessun caso a raggiungere l’orgasmo e spesso non lo ha mai raggiunto nella sua vita, quest’ultima condizione è più frequente nella donna. Nei soggetti di sesso maschile questa disfunzione è in genere associata ad eiaculazione ritardata: il fatto che un soggetto anorgasmico possa in alcuni casi avere un’eiaculazione contrasta con la frequente convinzione secondo cui l’eiaculazione coincide necessariamente con orgasmo.

Quali sono i rimedi per l’anorgasmia?

I rimedi sono diversi a seconda di quelle che possono essere le cause. Va da sé che, nel caso di un’origine psicologica, il rimedio è rivolgersi a uno psicologo e/o sessuologo. Anche un consulente per coppie può essere indicato, se il problema è nella coppia stessa e nell’intesa. Quando invece vi siano origini organiche o fisiche, posto che si sia esclusa una patologia medica più o meno seria (farsi visitare da un ginecologo o andrologo), si potrà ricorrere a diverse soluzioni. Esistono infatti in commercio prodotti per stimolare la libido, per favorire l’afflusso di sangue agli organi genitali (Viagra e simili) e altri integratori. È sempre bene evitare l’uso di alcol o peggio di droghe. Nel caso di assunzione di psicofarmaci è bene rivolgersi al proprio medico curante. Un fisioterapista o personal trainer potrà essere d’aiuto in caso di problemi al pavimento pelvico o muscolari. Tra i rimedi naturali o alternativi ci possono essere:

  • Erbe che stimolano la libido.
  • Coadiuvanti sessuali come i sex toys.
  • Tecniche di rilassamento come yoga, tantra ecc.
  • Massaggi, anche da fare in coppia.
  • Tecniche di stimolazione degli organi sessuali.
  • Posizioni sessuali in cui lei riesce a stimolare in modo adeguato il clitoride, per esempio «lei sopra».
  • Aromaterapia.

Integratori alimentari efficaci nel migliorare quantità di sperma, potenza dell’erezione e libido sia maschile che femminile

Qui di seguito trovate una lista di integratori alimentari acquistabili senza ricetta, potenzialmente in grado di migliorare la prestazione sessuale sia maschile che femminile a qualsiasi età e trarre maggiore soddisfazione dal rapporto, aumentando la quantità di sperma disponibile, potenziando l’erezione e procurando un aumento di libido sia nell’uomo che nella donna:

Vibratori e sex toys

Esistono una serie di vibratori, sex toys ed indumenti, che possono essere usati per ottenere più piacere e rendere più appagante il rapporto per entrambi i partner, noi vi consigliamo questi:

Ritardanti

Questi prodotti possono ritardare l’eiaculazione, permettendo di far durare più a lungo il vostro rapporto sessuale, molto utili anche per chi soffre di eiaculazione precoce:

Prodotti per facilitare il sesso anale

Il sesso anale praticato con un lubrificante di buona qualità, rende il rapporto più piacevole ed appagante per entrambi i partner. Il miglior lubrificate anale attualmente sul mercato, selezionato, testato e consigliato dal nostro Staff, è il seguente: http://amzn.to/2BUNEAO. Questo prodotto facilita e rende più piacevole il sesso anale e può essere usato da solo, cospargendolo su pene e superficie esterna dell’ano, o inserendolo all’interno dell’ano tramite un clistere di alta qualità come questo: http://amzn.to/2kmuIU4

Se il rapporto anale è troppo doloroso, potete usare questo spray che anestetizza l’ano e rende più semplice e piacevole la penetrazione: https://amzn.to/2kplWFo

Una ottima pulizia per minimizzare il rischio di tracce fecali, è questa doccetta per pulizia intestinale: http://amzn.to/2pfLYgw

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Le abbuffate notturne ingrassano di più: i trucchi per non mangiare di notte

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO FRIGORIFERO CUCINA CIBO DIETA DIMAGRIRE PRODOTTI SPESA SUPERMERCATOVi piacerebbe smettere di mangiare di notte, ma non avete idea di come placare questa insana voglia? E’ necessario sapere che le calorie vengono assorbite in modo differente in funzione dell’ora in cui vengono assunte. A sostenerlo sono i ricercatori della Northwestern della University in Illinois (Stati Uniti). Il team di ricerca della Northwestern University ha infatti messo in atto uno studio su dei topi. Il suddetto è stato poi pubblicato sull’International journal of Obesity. Grazie a questa analisi condotta sui topi, è stato scoperto che la medesima quantità di cibo mangiata nelle ore notturne fa ingrassare molto di più se viene assimilata nelle ore destinate al sonno. Nel corso dell’esperimento, è stato infatti comprovato che un gruppo di topi nutriti con una dieta ipercalorica negli orari notturni, ha messo su il doppio del peso rispetto agli altri topi che si alimentavano con gli stessi alimenti, ma negli orari diurni.

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In cosa consiste la sindrome dell’alimentazione notturna?
Questo disturbo alimentare provoca la costante ricerca di alimenti appaganti nelle ore notturne. Un forte disagio psicologico dettato dal cambiamento del ritmo del sonno, un’alterazione costante del ciclo sonno/veglia. Tra le altre cause: disturbo del comportamento alimentare, disturbo del sonno, disturbo dell’umore, stress. Questo fastidioso disturbo alimentare porta ad un aumentare di peso, visto che i pasti consumati nelle ore notturne sono più calorici di circa il 25% di quelli consumati in altri orari.

Tra i sintomi che rivelano questo disturbo, segnaliamo:

  • alimentazione compulsiva di notte;
  • difficoltà a dormire;
  • frequenti risvegli notturni caratterizzati dal bisogno di mangiare per prendere nuovamente sonno.
  • mancanza di appetito al mattino.

Mangiare di notte è poco indicato, visto che in questa fase il corpo ha la tendenza ad accumulare tutto ciò che viene introdotto, finendo col farvi ingrassare con più facilità. Mangiare di notte potrebbe essere normale nel momento in cui avete mangiato poco durante la giornata o fatto un’intensa sessione di sport.

Compreso il disturbo ed i suoi sintomi, vediamo come smettere di mangiare di notte:

  • Immediatamente dopo aver fatto l’ultimo pasto della giornata, provvedete a lavarvi i denti con un dentifricio al sapore di menta, sciacquandovi con del collutorio in grado di mantenere a lungo il suo sapore in bocca. Nel caso in cui non permanga, applicate delle strisce sbiancanti sui denti nel momento in cui sentite la necessità di mangiare.
  • Mettete lo smalto per le unghie, in modo da non potervi preparare uno spuntino se ne avete voglia. In alternativa potete impiastricciare le vostre mani con della crema idratante.
  • Gomme da masticare: grazie ai chewingum riuscirete a controllare meglio la fame notturna. Sceglieteli rigorosamente senza zucchero e non esagerate mai con la quantità, soprattutto se soffrite di gastrite! Nel dubbio chiedete consiglio al vostro medico.
  • Bagno caldo. Non aspettate di addormentarvi dinanzi alla tv, ma fate un bagno rilassante, vi concilierà il sonno.
  • Mangiate frutta e verdura e cereali integrali, accompagnandoli ad un pasto proteico (uova, carne, pesce). Vi si riempirà lo stomaco.
  • Assumete melatonina (di solito bastano 1 o 2 mg) e dopo circa 20 minuti crollerete letteralmente dal sonno: dormire è il rimedio migliore per non mangiare di notte!

IMPORTANTE
Questi consigli sono utili e pratici, ma sono ovviamente dei palliativi. Per risolvere davvero il problema è necessaria una visita da un medico esperto in questo tipo di patologie, che saprà indicarvi una cura farmacologica o psicoterapica per risolvere a monte il problema dell’ansia che vi fa mangiare in maniera errata.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Herpes genitale: saperlo riconoscere, come si trasmette e come si cura

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OSPEDALE ANAMNESI ESAME FONENDOSCOPIOL’herpes genitale è una malattia sessualmente trasmissibile provocata da un virus, l’herpes simplex virus. Le crisi di recidive possono essere all’origine di dolori e di disagio che alterano la qualità della vita.

Saper riconoscere l’herpes genitale

I sintomi dell’herpes sono presenti solo nel 10% dei casi. Sono molto dolorosi nella zona d’infezione (sesso, natiche, cosce) e possono essere accompagnati da febbre, mal di testa e dolori al ventre. Nella donna: all’inizio si manifesta con pruriti, bruciori, pizzicori. Si possono avvertire dolori anche urinando. Nella zona della vulva compare del rossore a cui fanno seguito piccoli gruppi di vescichette (o piccole pustole). Queste vesciche piene di virus, poi, si rompono provocando piaghe vive, a volte molto dolorose. La cicatrizzazione avviene solo dopo 2 o 3 settimane e la crosta formatasi cade. I sintomi possono essere accompagnati da perdite vaginali. In alcune donne, l’herpes può localizzarsi all’interno della vagina e persino sul collo dell’utero, il che rende molto difficile la diagnosi, dato che i segni non sono visibili a occhio nudo. Nell’uomo: i sintomi sono spesso meno dolorosi e la guarigione è più rapida (una decina di giorni). Le zone colpite sono in genere quelle del pene e del prepuzio (piega di pelle che ricopre il glande). L’herpes può situarsi anche sulla piccola zona che si trova tra i due. Quando le lesioni colpiscono i testicoli è particolarmente fastidioso e la cicatrizzazione è lunga.

La diagnosi

Solo il medico può stabilire una diagnosi sicura. L’herpes infatti può essere confuso con altre malattie relative agli organi sessuali (micosi, infezione urinaria, altre MST…), in quanto i sintomi sono simili. Per sapere se si è portatori del virus, esistono due metodi: tramite prelievo con tampone (una sorta di cotton fioc) strisciato sulle lesioni e poi messo in coltura, e/o tramite un prelievo di sangue. È importante consultare il medico sin dalla comparsa dei primi sintomi o in presenza di una lesione dolorosa, un’irritazione o un semplice fastidio nelle parti intime, perché un ritardo nella consultazione può rendere la diagnosi più difficile.

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Le modalità di trasmissione

Il primo contatto dell’organismo con il virus dell’herpes si verifica durante un rapporto sessuale, con o senza penetrazione, con una persona con lesioni erpetiche sul sesso, sulle natiche o sulle cosce, oppure con una persona semplicemente portatrice del virus che però non presenta sintomi. In caso di herpes labiale, un rapporto in cui bocca e organi sessuali entrano in contatto può causare la trasmissione del virus presente sulle labbra alle parti intime del partner. Succede dall’1 al 30% dei casi di herpes genitale. Può verificarsi anche il contrario.

Una malattia recidiva

Una volta contratto il virus, esso resto nell’organismo per tutta la vita, nascosto in un ganglio nervoso nella parte bassa della schiena. È lì che elegge il suo domicilio a vita. Si ripresenta più o meno regolarmente, riprende lo stesso tragitto nervoso dell’andata e ricompare laddove è stato contratto: sono le recrudescenze dell’herpes, dette anche “recidive” o “crisi” la cui frequenza e intensità variano da una persona a un’altra.

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Complicazioni della malattia erpetica

Le complicazioni della malattia erpetica a volte possono essere gravi, soprattutto se vengono contagiati gli occhi, oppure in gravidanza, se il feto subisce il contagio al momento del parto, con serie conseguenze per il neonato.

Cure per l’herpes genitale

L’herpes genitale non è una malattia di cui vergognarsi. È falsamente rassicurante dirsi che si conosce bene il proprio partner e che non si rischia niente: il tuo partner può benissimo trasmetterti il virus senza neanche sospettare di esserne portatore. Se, nonostante tutto, il senso di colpa diventa troppo grande, o se le recidive sono troppo fastidiose, è consigliabile parlarne con il proprio medico di fiducia. La visita è confidenziale. Un ritardo nella consultazione può rendere la diagnosi più difficile. È molto importante dunque consultare il medico sin dalla comparsa dei primi sintomi. Esistono trattamenti efficaci per limitare il dolore, la frequenza delle crisi e per ridurre il rischio di contagio. Prima vengono messi in atto, più sono efficaci. Pertanto è necessario recarsi subito dal proprio medico, anche nel caso in cui vi sia solo il dubbio di un eventuale contagio. Nel nostro Paese l’herpes genitale non è incluso tra le malattie infettive sottoposte a denuncia obbligatoria, quindi non esistono dati nazionali certi sull’incidenza di questa malattia. Gli unici dati disponibili provengono dal Sistema di Sorveglianza delle Malattie Sessualmente Trasmesse (MST).

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