Donare sangue: come fare con mestruazioni, pillola o gravidanza

MEDICINA ONLINE PRELIEVO DONAZIONE SANGUE ANALISI BLOOD LABORATORY VES FORMULA LEUCOCITARIA PLASMA FERESI SIERO FIBRINA FIBRINOGENO COAGULAZIONE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIASTRINE WALLPAPER HI RES PIC PICTURE PHOTOLe donne NON possono donare sangue durante il ciclo mestruale o durante la gravidanza.

Il giorno del prelievo le donne che hanno in corso la terapia anticoncezionale NON devono sospenderne l’assunzione quotidiana.

Lo Stato, attraverso il D.M. “Protocolli per l’accertamento della idoneità del donatore di sangue ed emoderivati”, cautela le donne imponendo un massimo di 2 donazioni di sangue intero l’anno che, invece, per l’uomo salgono a 4.

Quando è consigliabile donare il sangue? E’ preferibile farlo tra il 10° e il 21° giorno di ciclo. Le donne dovrebbero recarsi alla donazione nel momento più lontano possibile dalle mestruazioni.

Il monitoraggio costante dell’emoglobina, effettuata preliminarmente ad ogni donazione, e del ferro, assicurano la tutela della salute delle donatrici. Le stesse risultano essere particolarmente “adatte” alla donazione di plasma in aferesi che non incide assolutamente sulla parte corpuscolata (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine).

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Perché l’acqua di mare (salata) è più densa dell’acqua dolce?

MEDICINA ONLINE SOLE MARE PAURA DELL ACQUA FEAR OF SWIMMING SPIAGGIA PISCINA MARE DONNA COSTUME SEA SAND GIRL BEACH SWIMMING WALLPAPER HI RES PICS PICTURE PHOTO BEAUTIFUL VETRO UVA UVB ULTRAVIOLETTI RADIAZIONE NEOLa densità dell’acqua salata è 1025 kg per metro cubo, mentre quella dell’acqua dolce è 1000 kg per metro cubo. Per quale motivo esiste questa differenza? Perché nell’acqua di mare (salata) vi sono disciolti materiali che fanno aumentare la sua densità. I materiali disciolti sono vari: il più presente è il cloruro di sodio (NaCl), più comunemente detto “sale da cucina”, presente tra il 70% e l’80% in percentuale rispetto al totale dei sali disciolti. Altri elementi molto presenti come sali disciolti in forma ionica, sono calcio, magnesio e carbonati, zolfo, potassio, nitrati e solfati.

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Condizioni e preparazione per donare il sangue: tutte le informazioni

MEDICINA ONLINE PRELIEVO DONAZIONE SANGUE ANALISI BLOOD LABORATORY VES FORMULA LEUCOCITARIA PLASMA FERESI SIERO FIBRINA FIBRINOGENO COAGULAZIONE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIASTRINE WALLPAPER HI RES PIC PICTURE PHOTOAl momento della donazione, è consigliabile essere a digiuno da qualche ora oppure, se non è proprio possibile presentarsi a stomaco vuoto, è bene aver assunto un pasto comunque leggero, privo di grassi e zuccheri. È necessario aver introdotto una sufficiente quantità di liquidi onde non essere disidratati, prima del prelievo viene compilato un questionario anamnestico riguardo alla storia clinica remota e recente dall’ultima donazione, o comunque gli ultimi 4 mesi, dopodiché il donatore viene sottoposto alla quantificazione dell’emoglobina tramite punzione di un dito della mano ed esame spettrofotometrico della goccia di sangue fuoriuscita.

Segue poi un colloquio con un medico della sezione con cui viene commentato il questionario, viene misurata la pressione arteriosa ed auscultati il cuore ed i polmoni, dopodiché si può accedere alla sala prelievi.

Una donazione di sangue intero dura circa 15 minuti; una di plasma ne dura circa 45 ed una di piastrine poco di più. La durata della donazione di plasma è maggiore di quella del sangue intero a causa del procedimento di estrazione del plasma dal sangue: la cannula (l’ago che viene inserito in vena) è collegata ad un separatore cellulare in cui una centrifuga separa la parte più liquida, il plasma appunto, dai globuli rossi. Tale macchina esegue normalmente tre cicli di prelievo-separazione-reinfusione; in ciascuno sono processati circa 450 ml di sangue. Il plasma viene immesso in una sacca, la restante parte processata (globuli rossi concentrati e il plasma non separato) viene reintrodotta nell’apparato circolatorio nel donatore attraverso la stessa cannula. Per la donazione di plasma è incoraggiato lo stringere ritmicamente con la mano una pallina di gommapiuma per favorire il ritorno venoso garantendo un regolare funzionamento del separatore cellulare; è comunque presente un avviso sonoro quando il flusso di sangue si riduce sotto determinati valori.

Tramite una gestione con codici a barre, viene tracciata la singola donazione, identificando la sacca di sangue, l’apparecchio di emotrasfusione impiegato, il tesserino dell’Infermiere e del donatore.
In questo modo, è informatizzata la registrazione del gruppo sanguigno e della data di donazione, che permettono di controllare:

  • l’impiego di sangue di un gruppo compatibile col ricevente;
  • non oltre il tempo massimo utile per la conservazione delle sacche e la trasfusione;
  • il rispetto del tempo minimo di 3 mesi, previsto per legge, tra una donazione e la successiva;
  • la disponibilità in tempo reale di sangue presso ogni centro, per ottimizzare la raccolta e l’impiego in base alla domanda.

Al termine del processo, per compensare la parte liquida tolta, potrebbe essere infusa nel donatore della soluzione salina, ma nella pratica si consiglia semplicemente di bere dei liquidi. Non prelevando componenti cellulari, la donazione di plasma risulta di impatto praticamente nullo sull’efficienza fisica del donatore; può pertanto essere eseguita ad intervalli ridotti (anche soli 14 giorni) ed è particolarmente indicata a donne in età fertile, in quanto non riduce il contenuto di ferro del sangue.

La richiesta di questo emoderivato è molto maggiore rispetto al sangue intero poiché il suo campo di applicazione è molto vasto.

Le donazioni sono in genere indolori e prevedono un ristoro finale. Ai lavoratori dipendenti, inoltre, viene riconosciuta in Italia per legge una giornata di riposo retribuita.

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Le condizioni per la donazione in Italia

Le condizioni necessarie per essere donatore sono:

SANGUE INTERO

  • età: compresa tra i 18 e i 65 anni. È possibile donare prima della maggiore età solo in situazioni particolari, dopo parere medico e autorizzazione da parte di chi esercita la patria potestà sul minore. I donatori abituali in buona salute possono continuare a donare anche oltre i 65 anni. L’età massima per la prima donazione è di 60 anni, posticipabile dal medico. Negli USA è possibile la prima donazione già a 17 anni; in Brasile anche a 16, con il consenso di chi esercita la patria potestà.
  • massa: uguale o superiore ai 50 chili;
  • pulsazioni: comprese tra 50-100 battiti/minuto;
  • pressione arteriosa: tra 14,66 e 24 kPa (sistolica o massima), tra 8 e 13,33 kPa (diastolica o minima).
  • emoglobina: non inferiore a 12,5 g/dL nelle donne ed a 13,5g/dL negli uomini

PLASMA DA AFERESI

  • età: compresa tra i 18 ed i 60 anni; dopo i 60 anni, la plasmaferesi è consentita solo occasionalmente
  • peso, pressione arteriosa, polso: stessi requisiti del sangue intero
  • protidemia: non inferiore ai 6 g% e quadro elettroforetico non alterato
  • emoglobina: non inferiore a 11,5 g/dL nella donna e 12,5 g/dL nell’uomo

In generale Inoltre è necessario:

  • avere un buono stato di salute:
    • non essere affetto da gravi malattie/patologie croniche;
    • non aver avuto malattie nei 15 giorni precedenti il prelievo
    • non aver assunto antibiotici nei 5 giorni precedenti il prelievo;
    • non aver subito estrazioni dentarie nei 7 giorni precedenti la donazione;
    • non aver subito interventi chirurgici o endoscopie nei 4 mesi precedenti il prelievo.
  • non seguire comportamenti a rischio:
    • non essere stato esposto al rischio di malattie trasmissibili (non aver effettuato tatuaggi/piercing negli ultimi 4 mesi);
    • non fare uso di droghe pesanti né uso continuato di droghe leggere;
  • non avere soggiornato per oltre sei mesi nel Regno Unito nel periodo dal 1980 al 1996;
  • che sia passato un anno dalla gravidanza (il parto).

Dopo la donazione

La legislazione italiana (Legge 21 ottobre 2005, n. 219) prevede una giornata di riposo retribuita per chi ha effettuato una donazione. Tale norma, adottata anche da altre nazioni europee per incentivare maggiormente i potenziali donatori, è comunque di carattere precauzionale e viene normalmente disattesa dai donatori lavoratori autonomi, che dopo la donazione in genere effettuano una normale giornata di lavoro. Risulta però importante per chi svolge lavori pesanti, pericolosi o che richiedano particolare attenzione: conducenti di camion, aerei, treni, pompieri, quanti lavorano su impalcature, eccetera. Per quanto riguarda gli studenti, invece, l’assenza causata nella giornata della donazione è giustificata e, sotto presentazione di un certificato medico, le ore di assenza non vengono conteggiate.

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Differenze tra il diabete di tipo 1 e 2 (insulino dipendente e resistente)

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZE DIABETE TIPO 1 2 INSULINO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgIl diabete mellito di tipo 1 e di tipo 2, una volta rispettivamente chiamati “insulino dipendente” ed “insulino resistente”, sono due patologie che vengono spesso confuse, anche perché in effetti portano entrambe ad una alterazione dei livelli glicemici nel sangue, tuttavia sono patologie profondamente diverse per eziologia, diffusione, sintomi e terapie. Vediamo quali sono queste differenze.

Diabete mellito di tipo 1 (insulino dipendente)
Il diabete mellito di tipo 1 (DM1), anche detto diabete insulino dipendente (o anche diabete giovanile, perché la sua insorgenza è abitualmente più precoce) si manifesta quando il pancreas non è in grado di produrre adeguata insulina: non potendo contare sulla propria produzione di questo ormone, chi ha questa forma di diabete è costretto a somministrarsi insulina per mantenere sotto controllo la glicemia. La terapia per il diabete di tipo 1 è quindi di tipo insulinico, con il paziente che deve somministrarsela tramite iniezione, in genere almeno 4 volte al giorno, o attraverso microinfusori. In genere, ha un esordio rapido, brusco, con variazioni stagionali e differenze geografiche. Diverse evidenze indicano che si tratti di una malattia autoimmunitaria (l’organismo distrugge parte delle sue stesse cellule). I fattori di rischio non sono conosciuti con certezza. Alcuni esperti hanno ipotizzato un coinvolgimento di infezioni virali intrauterine, predisposizione genetica ed altri.

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Diabete mellito di tipo 2 (insulino resistente)
Il diabete di tipo 2 (DM2), anche detto diabete insulino resistente, molto diffuso tra pazienti obesi, è la forma di diabete più frequente che si sviluppa in età adulta, oltre ad essere la forma di diabete più diffusa in assoluto nella popolazione ed in forte crescita negli ultimi anni. Si manifesta quando il pancreas produce una corretta quantità di insulina che però non riesce a svolgere la sua funzione a causa della resistenza delle cellule bersaglio, ciò porta nelle fasi iniziali della patologia ad una iperproduzione compensatoria di insulina da parte del pancreas (al contrario del diabete di tipo 1) che però cronicamente tende a diminuire nelle fasi successive della malattia. Il diabete di tipo 2 è legato a uno stile di vita scorretto, caratterizzato da un’alimentazione non equilibrata e da una scarsa attività fisica. Questa forma ha anche una forte caratterizzazione genetica, per cui tende a essere ereditario: chi ha genitori o parenti diabetici ha maggiore probabilità di sviluppare la patologia. Derivando molto spesso da abitudini non equilibrate, la correzione dello stile di vita è il primo presidio terapeutico per questa forma di diabete. Nel caso ciò non fosse sufficiente a tenere sotto controllo la glicemia – ed in molte persone accade anche se lo stile di vita è perfetto – occorre intervenire con i farmaci.

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Le differenze tra i due tipi di diabete appaiono chiare guardando la seguente tabella:

                                               Diabete di tipo 1                          Diabete di tipo 2

  • Insulina:                       Scarsa o mancante                     Normale/eccessiva
  • Sintomi:                        Evidenti                                       Assenti nelle fasi iniziali
  • Insulinodipendenza:  Si                                                   No nelle fasi iniziali
  • Peso:                              Generalmente normale            Sovrappeso, obesità
  • Cause:                            Forse autoimmunitarie            Stile di vita, ereditarietà
  • Esordio:                         Brusco                                         Graduale
  • Età:                                 Prima dei 35 anni                      Dopo i 35 anni
  • Complicazioni:            Molti anni dopo                          Evidenti alla diagnosi
  • Terapia iniziale:          Insulina                                        Dieta, esercizio, farmaci

Uno stile di vita sano è fondamentale in entrambi i tipi di diabete mellito: il paziente deve seguire una dieta libera ma equilibrata e mantenersi in forma con l’attività fisica.

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HIV e AIDS: dopo quanto si manifestano i sintomi? I 4 stadi dell’infezione

medicina-online-dott-emilio-alessio-loiacono-medico-chirurgo-roma-zona-compare-acne-rivela-problemi-riabilitazione-nutrizionista-infrarossi-accompagno-commissioni-cavitazione-radiofrequenza-ecografiaIl virus dell’HIV (“virus dell’immunodeficienza umana“) causa una malattia del sistema immunitario nota come AIDS, acronimo di sindrome da immunodeficienza acquisita (in inglese Acquired Immune Deficiency Syndrome).

Cos’è l’AIDS?

L’AIDS è una patologia immunitaria che interferisce con il sistema immunitario limitandone l’efficacia, rendendo le persone colpite progressivamente più suscettibili alle infezioni, in particolare a quelle opportunistiche, ed allo sviluppo di alcuni tipi di cancro. Questa vulnerabilità aumenta con il progredire della malattia. Anche se i trattamenti per l’HIV e l’AIDS possono rallentare o praticamente arrestare il decorso dell’infezione e della sindrome, non vi è purtroppo ad oggi una cura conosciuta che elimini virus e sindrome od un vaccino specifico contro l’HIV. Molti pensano che l’AIDS si verifichi subito dopo l’infezione da HIV, ma ciò è un errore: può infatti verificarsi anche dopo decenni dalla trasmissione del virus.

Leggi anche: Sesso e AIDS: l’HIV si trasmette anche tramite il rapporto orale

Come si trasmette l’HIV?

L’HIV può essere trasmesso “orizzontalmente” attraverso il contatto diretto con il sangue e con i liquidi del corpo di una persona infetta, ad esempio scambiandosi aghi usati, tramite una trasfusione di sangue o avendo rapporti sessuali non protetti con persone infette. Un neonato può contrarre l’HIV dalla madre infetta “verticalmente” durante la gravidanza, il parto e l’allattamento al seno. Una volta che è avvenuta l’infezione, i sintomi non sono subito del tutto evidenti, anzi tendono inizialmente ad essere assenti (durante l’incubazione) e successavamente poco specifici per poi sparire anche per decenni, tanto che il soggetto può non sapere di essere affetto per un periodo molto lungo della sua vita, infettando altre persone inconsapevolmente.

Leggi anche: Si muore di AIDS? Qual è l’aspettativa di vita?

Fasi dopo l’infezione da HIV

Subito dopo che il virus HIV è penetrato nell’organismo, l’infezione da HIV può essere suddivisa in quattro stadi:

  1. incubazione (senza sintomi);
  2. infezione acuta (con sintomi simili a quelli di una influenza);
  3. periodo di latenza (senza sintomi);
  4. AIDS.

1) Incubazione

Il periodo di incubazione è totalmente asintomatico: ciò significa che il soggetto non ha alcun sintomo dell’infezione e generalmente non sa di essere infetto e quindi di poter infettare altre persone. L’incubazione del virus HIV dura da 1 a 4 settimane dal momento del contagio.

Leggi anche: Il liquido pre-eiaculatorio può indurre gravidanza e trasmettere l’HIV?

2) Infezione acuta

Al termine dell’incubazione, si verifica la fase dell’infezione acuta, che dura in media 28 giorni, in cui si manifestano sintomi tipicamente influenzali, tra cui:

  • febbre;
  • tosse;
  • astenia (mancanza di forze);
  • malessere generale;
  • sonnolenza;
  • rinorrea (naso che cola);
  • mal di gola;
  • difficoltà a deglutire;
  • mal di testa;
  • linfonodi ingrossati e doloranti;
  • dolori muscolari e articolari;
  • nausea e vomito;
  • perdita di peso;
  • inappetenza.

Il paziente in genere sottovaluta tali sintomi, interpretandoli come una semplice influenza. Se il paziente invece riesce a ricollegare i sintomi influenzali ad un evento accadutogli una settimana o alcune settimane prima (ad esempio un rapporto sessuale non protetto con uno sconosciuto o una trasfusione di sangue), potrebbe sottoporsi ad un analisi del sangue alla ricerca del virus HIV, ricerca che darà purtroppo esito positivo (cioè indicare che la persona si sia realmente infettata).

Leggi anche: HIV e AIDS: come, dove e quando si eseguono i test per la diagnosi?

3) Periodo di latenza

Al termine della fase dell’infezione acuta, si verifica il periodo di latenza che, al pari dell’incubazione, è generalmente priva di sintomi. Il periodo di latenza ha una durata estremamente variabile: può durare da 2 settimane a 20 anni. Ovviamente in questo lungo arco di tempo il soggetto può infettare altre persone.

4) AIDS

Nella fase dell’AIDS conclamato il sistema immunitario è debilitato e ciò si traduce in un maggior rischio dello sviluppo di infezioni (ad esempio polmoniti, micosi e soprattutto infezioni opportunistiche) e di vari tipi di tumore (come il sarcoma di Kaposi, tumori del cervello e linfomi). I sintomi e segni che possono essere riscontrati nella fase dell’AIDS sono molto vari e possono includere:

  • rash cutaneo;
  • rapida perdita di peso;
  • febbre anche alta;
  • forte stanchezza;
  • linfonodi ingrossati e doloranti;
  • nausea, vomito e diarrea persistenti;
  • agitazione e sudorazione notturna,
  • tremori;
  • sintomi e segni di qualsiasi infezione opportunistica, in particolare alcuni tipi di polmonite.

I primi sintomi legati alla presenza di HIV, si osservano quindi entro circa un mese dal contagio e sono sintomi simili a quelli dell’influenza, a tal proposito leggi: HIV: sintomi iniziali in donne e uomini

Per approfondire:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra toracentesi, paracentesi e rachicentesi

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZA TORACENTESI PARACENTESI RACHI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgCon i termini “toracentesi”, “paracentesi” (anche chiamata peritoneocentesi) e “rachicentesi” (chiamata anche puntura lombare) si indicano tre tecniche chirurgiche diagnostiche e terapeutiche che vengono condotte introducendo un ago sottile, di solito sotto guida ecografica, rispettivamente nel torace, nell’addome e nella cisterna lombare.

  • Con la toracentesi si preleva del liquido dalla cavità pleurica, il sottile spazio virtuale compreso tra la pleura viscerale e parietale dei polmoni, mentre il paziente sta seduto e piegato in avanti;
  • con la paracentesi si effettua la stessa operazione ma nella cavità peritoneale che si trova tra i visceri addominali, quando il paziente è sdraiato sulla schiena o su un fianco. Talvolta può essere lasciato un tubicino che continua a drenare liquido nei giorni successivi;
  • con la rachicentesi si estrae il liquido cefalorachidiano, prodotto dai plessi corioidei, che scorre nel canale midollare della colonna vertebrale, negli spazi subaracnoidei e nei ventricoli cerebrali. Il fluido cerebrospinale può essere raccolto con maggiore sicurezza nella cisterna lombare, dove il midollo spinale termina nella cauda equina, subito al di sotto del livello della prima (L1) o seconda (L2) vertebra lombare. La cisterna lombare si estende poi nell’osso sacro.

Per approfondire:

Nelle cavità pleuriche e peritoneali normalmente si trova solo un sottile velo di liquido: il suo accumulo in una quantità superiore al normale prende il nome a livello toracico di “versamento pleurico” ed a livello addominale di “ascite“. Il liquido può essere essudato (edema infiammatorio) o trasudato (edema non infiammatorio).

A tale proposito leggi anche:

Perché si effettuano?
Dopo il prelievo del liquido, quest’ultimo viene inviato al laboratorio analisi in modo da capire la causa che ha determinato questo accumulo, che può dipendere da un tumore oppure da malattie di altra natura (come una pleurite nel caso della toracentesi o una cirrosi nel caso di una paracentesi). Oltre che a scopo diagnostico, la procedura può essere effettuata per ridurre la pressione determinata sugli altri tessuti dal liquido in eccesso, che può alterare il funzionamento di alcuni organi, ostacolare la respirazione o causare dolore.
La rachicentesi è utile nella diagnosi di varie patologie, in particolare quelle che colpiscono il cervello, le meningi ed il midollo spinale, come ad esempio: meningite, encefalite, meningoencefalite, mielite, neoplasie, leucemie, emorragie subaracnoidee, varie malattie neurodegenerative.
La rachicentesi può essere considerata urgente nel caso il sospetto clinico indirizzi verso una diagnosi di meningite/meningoencefalite, oppure di emorragia subaracnoidea con un primo riscontro di TAC negativa.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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Colesterolo e uova: si o no? Tutta la verità scientifica

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma COLESTEROLO UOVA SI O NO VERITA SCIENZA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgAncora sono molti gli italiani che – a causa dei media che per decenni le hanno estremamente demonizzate – credono nel fatto che le uova facciano aumentare il colesterolo, ma è davvero così? Falso. Le uova, consumate in modo corretto, non solo non aumentano i livelli di colesterolo, ma sono ricche di nutrienti importanti per la salute.

Tutta la verità sulle uova
Da tempo ormai si sa che 100 grammi di uova contengono solo 5 grammi di grassi e di questi solo 1,5 grammi sono grassi saturi, oltre ad essere un’ottima fonte di proteine ad altissimo valore biologico contenendo tutti gli aminoacidi essenziali per il nostro organismo in solo 64 calorie. Un uovo, per esempio, contiene 6 grammi di proteine e pochi grassi che non hanno alcun impatto negativo sul colesterolo. Come dimostrato da numerose ricerche scientifiche  le uova sono una buona fonte di vitamina D utile per l’assorbimento del calcio, aiutano a prevenire la degenerazione maculare grazie all’alto contenuto di carotenoidi, rientrano tra gli alimenti che prevengono il cancro della mammella ma soprattutto è stato dimostrato che, il consumo moderato di uova, che non superi le 4 uova a settimana suddivise anche nei vari preparati, non ha nessun impatto negativo sul colesterolo e quindi non vi è alcuna correlazione tra il consumo di uova e le malattie cardiovascolari.

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Come mai le uova pur ricche di colesterolo sono inserite nelle diete?
Le uova sono un alimento poco costoso, ricco di proteine, a elevato valore biologico ma è anche uno degli alimenti che contiene più colesterolo: il tuorlo, il rosso, ne contiene 200 mg. Nonostante questo anche nelle diete per chi soffre di ipercolesterolemia, cioè ha i valori del colesterolo oltre i livelli raccomandati, vengono lasciate le classiche due uova la settimana: questo accade perché quello su cui oggi si concentra l’attenzione è il tipo e la quantità di grasso che una persona assume (grassi saturi rispetto agli insaturi) più che alla quantità totale di colesterolo. Le uova contengono circa il 9% di grassi (poco più di 5 g per uovo, cioè quanto 1 cucchiaino di olio o di burro), concentrati nel tuorlo, di cui più del 50% sono formati da grassi mono e polinsaturi. Detto questo, è ovvio che un consumo elevato di uova da parte di persone affette da ipercolesterolemia è comunque sconsigliato.

Quante uova può consumare chi soffre di colesterolo alto?
Il mio consiglio è quello di non superare le 2-3 uova a settimana facendo attenzione non solo al consumo delle uova in sé ma anche a tutti quegli alimenti che possono contenerle, come dolci, paste fresche, alcune salse a base di uova, e come componenti di alcune ricette, visto che spesso sono usate perché fanno da legante tra i vari ingredienti.

Come mangiare le uova?
Meglio le uova alla coque piuttosto che sode: sono sufficienti 3 minuti di bollitura, rispetto ai circa 7 che servono per farle sode, per godere dei benefici delle uova e digerirle più facilmente e rapidamente.

I migliori prodotti per abbassare il colesterolo e dimagrire
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, che sono estremamente utili per abbassare il colesterolo e dimagrire, fattori che diminuiscono il rischio di ipertensione, ictus cerebrale ed infarto del miocardio. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Colesterolo: gli italiani non lo misurano e non fanno prevenzione

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma COLESTEROLO ITALIANI PREVENZIONE MISURA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgItaliani e colesterolo: un rapporto “inconsapevole”. Due su 3 non lo misurano e uno su 2 non fa prevenzione del rischio cardiovascolare. Ma poi la metà di questa quota che fugge scopre di avere livelli preoccupanti (sopra i 200 mg/dl). Per sensibilizzare il Belpaese sull’importanza di andare ‘al cuore del problema’, un team di specialisti investirà un mese intero: marzo, il ‘Mese del cuore’. L’iniziativa di prevenzione ha debuttato a Roma lo scorso anno e ora si sposta da metropoli a metropoli, sbarcando a Milano. A promuoverla Danacol in collaborazione con il Policlinico universitario Gemelli di Roma e l’università Cattolica del Sacro Cuore. In programma ci sono 5 fine settimana di visite gratuite offerte alla cittadinanza nei chiostri dell’ateneo. In occasione della tappa romana – al Policlinico Gemelli nel settembre 2016 – è stata scattata una fotografia significativa della situazione nel Belpaese, dove si risponde alle campagne di prevenzione gratuita, ma c’è ancora da imparare su stili di vita di qualità, collegati alla longevità.

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Italiani inconsapevoli
Lo screening del Mese del cuore ha riguardato circa 1.200 persone, dai 18 ai 90 anni, a cui si aggiungono i risultati di oltre 26 mila utenti registrati al portale ‘viaggioalcuoredelproblema.it’, dove è stato messo a disposizione un percorso formativo e test di autovalutazione dei 7 principali fattori di rischio cardiovascolare: pressione arteriosa, indice di massa corporea, colesterolo, dieta equilibrata, esercizio fisico, fumo e glicemia. Gli italiani risultano ancora sospesi fra la consapevolezza dell’importanza della prevenzione e la sottovalutazione del valore di controlli periodici, a tutte le età. Il 61% delle persone valutate sono risultate con valori alti di pressione arteriosa e il 56% in sovrappeso. Le osservazioni – spiegano gli esperti – hanno inoltre permesso di confermare come il colesterolo di chi fa attività fisica regolare sia nettamente più basso, così come quello di coloro che hanno un regime alimentare equilibrato. Nonostante ciò, più della metà delle persone coinvolte nei check-up ha dichiarato di non seguire una dieta equilibrata (52%) e di non fare regolarmente attività fisica (53%). Ancora tanti i fumatori: il 24% del campione. La tappa milanese vedrà impegnati gli specialisti nei 5 weekend dal 3 marzo al 2 aprile (venerdì dalle 16.30 alle 19, sabato dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 19, e domenica dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16). Ci si potrà sottoporre a un check-up gratuito nella sede dell’università Cattolica a Milano, in Largo Gemelli 1, prenotando al numero verde 800.08.77.80 fino al 17 febbraio. I medici del Gemelli misureranno la pressione arteriosa, i valori di glicemia e colesterolo, l’indice di massa corporeo, e indagheranno su stile di vita, abitudini alimentari e alcuni parametri di performance funzionale (come ad esempio, la forza muscolare), per rilasciare al termine una scheda con i risultati delle valutazioni e una serie di raccomandazioni. Dopo Milano, il Mese del cuore tornerà ancora una volta a Roma a settembre.

Un corretto stile di vita è importante
In campo il team specialistico coordinato da Francesco Landi, docente della facoltà di Medicina e chirurgia della Cattolica e geriatra al Gemelli di Roma, da anni al lavoro sull’identificazione dei fattori associati a una longevità ‘di successo’. “Un corretto stile di vita può aiutare a controllare in modo sostanziale i fattori di rischio per lo sviluppo di importanti patologie – spiega l’esperto – e iniziative di sensibilizzazione come il Mese del cuore possono contribuire a una maggiore consapevolezza degli italiani sul tema prevenzione. E’ sufficiente un check-up per valutare la correttezza delle proprie abitudini di vita e ricevere consigli su come vivere in modo più sano e più a lungo”. Tutti i risultati dell’iniziativa, conclude Landi, “saranno presentati in occasione del secondo World Congress on Public Health and Nutrition che si terrà a Roma il 22-24 marzo”.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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