Cifosi patologica o ipercifosi dorsale: cause, terapie e conseguenze

MEDICINA ONLINE SCHIENA COLONNA VERTEBRALE VERTEBRE SCOLIOSI LORDOSI CIFOSI FISIOLOGICO PATOLOGICO ASSE POSTURALE ATTEGGIAMENTO SCOLIOTICO POSTUROLOGIA ESERCIZI RIMEDI BAMBINO ZAINO PESO CONVESSO CONCAVO BUSTO CHIRURGIACon il termine “cifosi” (in inglese “kyphosis“) in medicina si intende la curvatura fisiologica dorsale della colonna vertebrale, in senso antero-posteriore e con concavità anteriore, che oscilla tra i 20 ed i 45°, visibile osservando il corpo lateralmente. Quando si parla semplicemente di “cifosi”, quindi, non si fa riferimento ad una patologia, bensì alla normale curvatura della parte alta della schiena, anche se talvolta viene erroneamente usato il termine “cifosi” come sinonimo di “cifosi patologia”.
Una colonna vertebrale toracica normale, con cifosi fisiologica, si estende dalla prima alla dodicesima vertebra toracica con un leggero angolo cifotico, compreso tra 20° e 45°.
Quando l’angolo della cifosi supera i 45° si parla invece di cifosi patologica, ipercifosidorso curvo o, nel linguaggio popolare, di gobba. In inglese si usa il termine “hyperkyphosis“. La cifosi patologica è, appunto, una condizione patologica che rientra nella classificazione dei dismorfismi sagittali del rachide o deformità sagittali del rachide. La cifosi di Scheuermann è una forma diffusa di ipercifosi ed è il risultato di vertebre incuneate (“vertebre a cuneo”) che si sviluppano durante l’adolescenza.

Etimologia

Il termine “cifosi” deriva dal greco “κυφός” (“cyphòs”), che significa “curvo”; “iper” deriva sempre dal greco e significa “sopra, oltre”.

Diffusione

L’ipercifosi è osservata più frequentemente nei maschi rispetto alle femmine.

Leggi anche: Differenza tra scoliosi, cifosi e lordosi normale e patologica

Cause e fattori di rischio

La causa specifica dell’ipercifosi non è sempre chiara ed univoca: la condizione sembra essere infatti multifattoriale, cioè causata da più fattori di rischio che agiscono in sinergia tra loro. Una cifosi patologica può essere causata o comunque favorita da uno o più dei seguenti fattori:

  • malattie degenerative come l’artrite;
  • spondilosi;
  • problemi dello sviluppo (più comunemente sindrome di Scheuermann);
  • osteoporosi con frattura vertebrale da compressione;
  • ipostenia;
  • famigliarità (avere famigliari con ipercifosi);
  • età avanzata;
  • sarcopenia;
  • atrofia muscolare;
  • sindrome di Ehlers–Danlos;
  • malnutrizione per difetto, in particolare carenza di proteine e di vitamina D;
  • debolezza muscolare patologica;
  • posture cronicamente errate;
  • crollo vertebrale;
  • tumori ossei;
  • fratture ossee;
  • tubercolosi;
  • allettamento cronico (ad esempio in caso di quadriplegia);
  • traumi acuti o cronici.

Leggi anche:

Tipi di ipercifosi

Esistono diversi tipi di cifosi patologica:

  • L’ipercifosi posturale, il tipo più comune, può manifestarsi sia negli anziani che nei giovani. Nei giovani è in aumento ma fortunatamente è più facilmente reversibile correggendo gli squilibri muscolari e la posizione. Nell’anziano (“gobba della vedova”) è più difficilmente risolvibile. Circa un terzo dei casi più gravi di ipercifosi nelle persone anziane presenta fratture vertebrali.
  • La cifosi di Scheuermann è significativamente peggiore della precedente dal punto di vista estetico e può causare vari gradi di dolore, inoltre può interessare anche diverse aree della colonna vertebrale (la più comune è l’area medio-toracica). La cifosi di Scheuermann è considerata una forma di osteocondrosi giovanile della colonna vertebrale ed è più comunemente chiamata malattia di Scheuermann. Si riscontra soprattutto negli adolescenti e presenta una deformità significativamente peggiore rispetto alla cifosi posturale. Un paziente con la cifosi di Scheuermann in genere non può correggere da solo la postura. L’apice della curva, situato nelle vertebre toraciche, è abbastanza rigido. Il paziente può avvertire dolore a questo apice, che può essere aggravato dall’attività fisica e da lunghi periodi in piedi o seduti: ciò può avere un effetto significativamente dannoso poiché il loro livello di attività è frenato dalla loro condizione; possono sentirsi isolati o a disagio tra i coetanei se sono bambini, a seconda del livello di deformità. Mentre nella cifosi posturale le vertebre ed i dischi appaiono normali, nella cifosi di Scheuermann i dischi sono spesso erniati e le vertebre sono a forma di cuneo su almeno tre livelli adiacenti. La stanchezza è un sintomo molto comune, molto probabilmente a causa dell’intenso lavoro muscolare che deve essere messo in piedi o seduto correttamente. La famigliarità sembra essere un fattore di rischio. La maggior parte dei pazienti sottoposti a intervento chirurgico per correggere la cifosi ha la malattia di Scheuermann.
  • L’ipercifosi congenita è una ipercifosi che è già presente alla nascita ed è correlata ad una colonna vertebrale non sviluppata correttamente nell’utero. Le vertebre possono essere malformate o fuse insieme e possono causare un’ulteriore cifosi progressiva man mano che il bambino si sviluppa. Il trattamento chirurgico può essere necessario in una fase molto precoce e può aiutare a mantenere una curva normale in coordinamento con follow-up coerenti per monitorare i cambiamenti. La decisione di eseguire la procedura chirurgica può essere molto complessa a causa dei potenziali rischi per il bambino. Una cifosi congenita può anche diventare macroscopicamente evidente solo negli anni dell’adolescenza, più comunemente nei bambini con paralisi cerebrale e altri disturbi neurologici.
  • L’ipercifosi nutrizionale è una cifosi patologica correlata a carenze nutrizionali, specialmente verificatesi durante l’infanzia, come la carenza di vitamina D (che porta a rachitismo), che rende le ossa meno resistenti e provoca la curvatura della colonna vertebrale e degli arti sotto il peso corporeo via via maggiore del bambino.
  • L’ipercifosi osteoporotica è correlata ad osteoporosi, che rende le ossa meno resistenti al peso corporeo e portano la schiena a curvarsi.
  • La deformità del gibbo è una forma di ipercifosi strutturale, spesso una sequela della tubercolosi.
  • L’ipercifosi post-traumatica può derivare da fratture vertebrali non trattate o trattate in modo inefficace.

Leggi anche: Differenza tra atteggiamento scoliotico e scoliosi strutturata

Sintomi e segni

La curvatura eccessiva nella parte alta della colonna è essa stessa il segno di una patologia o condizione a monte. Possibili sintomi e segni correlati ad una ipercifosi sono:

  • mal di schiena;
  • cefalee ricorrenti;
  • cervicalgia (dolore al collo);
  • frequenti torcicollo;
  • frequenti episodi di “colpo della strega”;
  • dolori che si irradiano lungo la schiena, fino agli arti superiori e le mani;
  • lombosciatalgia (con dolore che si può irradiare fino ai piedi).

Nei casi più gravi la cifosi patologica può coinvolgere polmoni, diaframma, vari nervi e organi toracici ed addominali, provocando difficoltà ed alterazioni respiratorie, digerenti e neuro-muscolari. Il disagio di essere deriso come “individuo con la gobba”, può determinare conseguenze anche molto gravi per la psiche, portando in alcuni casi ad isolamento sociale, ansia, stress, depressione ed ideazioni suicidarie.

Come capire se mio figlio ha la cifosi patologica?

Basta anche una semplice ma attenta osservazione da parte dei genitori e degli insegnanti a individuare un inizio di ipercifosi: una lieve deviazione della spina dorsale guardando il bambino di profilo. Se sospettate che vi sia una ipercifosi, il medico potrà confermare o smentire questo dubbio.

Diagnosi di cifosi patologica

La diagnosi di cifosi patologica viene sospettata all’anamnesi e formulata attraverso l’osservazione e la misurazione degli angoli effettuata durante l’esame obiettivo. L’angolo di Cobb è il metodo più utilizzato per misurare la cifosi. Cause idiopatiche, come l’incuneamento vertebrale o altre anomalie, possono essere confermate tramite la radiografia. Una volta diagnosticata la presenza di una curvatura patologica, è importante capire se esiste una patologia e/o una condizione a monte che la determina o la favorisce: questo è importante per decidere la terapia migliore e più efficace. Numerose sono le indagini che possono essere usate per indagare la situazione. Le ecografie articolari, la risonanza magnetica e la TC possono evidenziare danni articolari ed al rachide correlati all’ipercifosi. L’osteoporosi, una potenziale causa di cifosi, può essere confermata con un esame della densitometria ossea (MOC).

Leggi anche: Quali sono le differenze tra MOC e DEXA nella diagnosi di osteoporosi?

Filo a piombo

Con un filo a piombo si può anche ampliare la valutazione della schiena. I valori considerati normali a livello di C7 devono essere compresi tra i 30 ed i 55 mm, e a livello di L3 tra i 30 mm e i 70 mm. I valori a livello di C7 devono essere pari a 60 mm ed a livello di L3 pari a 75 mm.

Ipercifosi: quando fare i controlli?

Va effettuato uno screening preventivo prima del compimento dei 9/10 anni per le ragazze e gli 11/12 per i ragazzi presso un medico ortopedico o un medico fisiatra, specializzati in patologie vertebrali. La visita ortopedica per la diagnosi di una sospetta malformazione è assolutamente indolore e non è invasiva. Se si nota una malformazione, il paziente viene inviato a compiere un esame radiologico per confermare la diagnosi.

Leggi anche: Lordosi patologica o iperlordosi lombare: cause, terapie e conseguenze

Conseguenze

Sebbene la maggior parte dei casi di cifosi appaiono come lievi e richiedono solo un monitoraggio di routine, i casi più gravi possono essere fortemente debilitanti. Un alto grado di cifosi può causare dolore alla schiena, al collo ed alla testa. Può determinare disagio psicologico (il bambino può essere deriso dai coetanei e tendere all’isolamento sociale ed a patologie psichiatriche come la depressione). Può inoltre determinare difficoltà respiratorie e nella digestione, irregolarità cardiovascolari e compromissioni neurologiche. Nei casi più gravi una cifosi patologica può portare ad una compromissione delle possibilità professionali e ad una diminuzione della qualità della vita. Queste ampie curvature, in genere, non rispondono bene al trattamento conservativo e quasi sempre è necessario ricorrere all’intervento chirurgico di fusione spinale, che può ripristinare correttamente il naturale angolo di curvatura.

Leggi anche: Lo hai anche tu senza saperlo, è il collo smartphone: il disturbo di chi usa il cellulare

Trattamento della cifosi patologica

La cifosi posturale toracica può spesso essere trattata con la rieducazione posturale focalizzata sulla giusta posizione da tenere in determinate situazioni e su esercizi di rafforzamento mirati alla muscolatura (in particolare di deltoidi, sternocleidomastoideo trapezio, dorsali, lombari e glutei). Importante evitare di passare lunghe ore con lo smartphone od il tablet in mano ed il collo piegato in avanti. Utile lattività fisica in generale, in particolare il nuoto (attenzione però a sport come il tennis ed il ciclismo). Importante perdere di peso se in sovrappeso od obesi. La cifosi toracica idiopatica causata dall’incuneamento vertebrale, da fratture o anomalie vertebrali, risulta più difficile da trattare, dato che potrebbe non essere possibile curarla assumendo una postura corretta per via dei cambiamenti cronici e strutturali nelle vertebre. I bambini che non hanno completato il loro sviluppo, possono mostrare miglioramenti duraturi grazie al rinforzo muscolare. Esercizi possono essere prescritti per alleviare il disagio associato al sovraccarico dei musoli posteriori. Una varietà di posizioni a gravità assistita o una leggera trazione può ridurre al minimo il dolore associato alla compressione della radice del nervo. L’uso di sedie e poltrone ergonomiche di qualità, con schienale ben sagomato, può migliorare la situazione in alcuni casi. In Cina, molte persone usano materassi per la cura della colonna vertebrale per correggere l’eccessiva cifosi durante il sonno. L’intervento chirurgico può essere raccomandato per i casi di grave ed invalidante ipercifosi.

Leggi anche: Postura sbagliata: come correggerla, specie seduti alla scrivania

Tutori

Il “corsetto Milwaukee” è un particolare corpetto che viene spesso utilizzato per trattare la cifosi. I moderni dispositivi sono realizzati tramite apparecchiature CAD/CAM e personalizzati per il trattamento di diversi tipi di cifosi. Questi sono molto più facili da indossare e possono produrre risultati soddisfacenti. Poiché vi sono diversi tipi di curvature (toracica, toracolombari e lombari) diversi tipi di tutore sono utilizzati, con diversi vantaggi e svantaggi.

Leggi anche: Tendinite da smartphone, sindrome del tunnel carpale, epicondiliti, text neck: dolori da cellulare

Fisioterapia

Sono state sviluppate delle tecniche fisioterapiche per la cifosi non grave nei pazienti che non hanno completato lo sviluppo osseo che per le deformità vertebrali correlate. In Germania, un trattamento standard sia per la malattia di Scheuermann che per la cifosi lombare è il metodo Schroth, un sistema di terapia fisica per la scoliosi e le relative deformità spinali. Implica la posizione supina, il posizionamento di un cuscino sotto la regione scapolare e l’allungamento posteriore del rachide cervicale.

Chirurgia

Il trattamento chirurgico può essere utilizzato in casi gravi. Nei pazienti con progressiva deformità cifotica causata da crolli vertebrali, una procedura chiamata cifoplastica può arrestare la deformità e alleviare il dolore. La cifoplastica è una procedura minimamente invasiva e richiede solo una piccola apertura nella pelle. L’obiettivo principale è di restituire alla vertebra danneggiata la sua altezza originale.

Complicanze della chirurgia

Il rischio di gravi complicanze dovute alla chirurgia di fusione spinale per cifosi è stimata al 5%, simile ai rischi di un intervento chirurgico per la scoliosi. Possibili complicazioni possono essere l’infiammazione dei tessuti molli o processi infiammatori profondi, menomazione nella respirazione, sanguinamento e lesioni nervose. Secondo gli ultimi dati disponibili, tuttavia, il tasso effettivo di complicanze può essere significativamente più alto. Anche tra coloro che non soffrono gravi complicazioni, il 5% dei pazienti richiede un successivo intervento entro cinque anni e non è ancora chiaro quali siano i risultati attesi nel lungo termine. Tenendo conto che i segni e sintomi della deformità della colonna vertebrale non possono essere modificati da un intervento chirurgico, la chirurgia plastica può essere utile. Purtroppo, gli effetti di un intervento di chirurgia plastica non sono necessariamente stabili.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Differenza tra bronchite e bronchiolite

MEDICINA ONLINE BIMBO BAMBINO NEWBORN BABY NEONATO LATTANTE GATTONARE CARPONARE CAMMINARE PARLARE BENE PRIMA PAROLA SCALCIARE CORRERE PARLARE MASCHIO FEMMINA DIFFERENZA AIUTO GENITORILa bronchite è una patologia caratterizzata dall’infiammazione della mucosa che riveste i bronchi, le strutture ad albero che conducono l’aria ai polmoni. Il suo sintomo più rilevante è la difficoltà respiratoria, che si manifesta con un respiro sibilante, tosse, fiato corto, disturbi del sonno e senso di oppressione al torace. A volte può coesistere un grado variabile di enfisema polmonare, lento processo di degenerazione del tessuto polmonare. La malattia acuta, nel giro di alcuni giorni guarisce, a meno che non sopravvengano complicazioni. In un paziente su due la bronchite cronica conduce a un’insufficienza respiratoria. La bronchite può essere acuta, solitamente causata da un’infezione virale, o cronica, come risultato di un danno alle vie aeree dovuto a fumo di sigaretta, inquinamento e altre condizioni. Mentre la bronchite acuta ha una durata limitata ad alcuni giorni, invece la bronchite cronica è invece caratterizzata e definita tale in presenza di una tosse produttiva che dura più di tre mesi all’anno per almeno due anni in assenza di altre patologie.

La bronchiolite è un’infezione virale acuta che colpisce il sistema respiratorio, in particolare è  caratterizzata da una infiammazione dei bronchioli, i più piccoli passaggi di aria dei polmoni. Interessa soprattutto (ma non esclusivamente) dei bambini di età inferiore ad un anno con maggiore prevalenza nei primi 6 mesi di vita e maggiore incidenza tra novembre e marzo (epidemica in inverno). Il 90% dei casi riguarda bambini tra gli 1 e i 9 mesi. La bronchiolite è la causa più comune di ospedalizzazione durante il primo anno di vita.

Leggi anche:

Quali sono le cause ed i fattori di rischio della bronchite acuta e cronica?

A causare la bronchite possono essere agenti diversi. Nel caso della bronchite acuta, la causa prevalente è un’infezione di origine virale. I virus più frequenti sono quelli comuni del raffreddore e dell’influenza. Solitamente l’infezione riguarda le prime vie aeree, laringe e trachea, per poi estendersi ai bronchi. In alcuni casi può instaurarsi una sovrainfezione batterica. La bronchite cronica è invece il risultato di una degenerazione graduale delle strutture bronchiali causata dal fumo, dallo smog o dall’inalazione di sostanze tossiche. La bronchite cronica è più pericolosa dell’episodio acuto, perché rappresenta un danno spesso definitivo e difficilmente reversibile.

Cause di bronchiolite e contagio

L’agente infettivo più coinvolto (nel 75% circa dei casi) è il virus respiratorio sinciziale (VRS) ma anche altri virus possono esserne la causa (metapneumovirus, coronavirus, rinovirus, adenovirus, virus influenzali e parainfluenzali). L’infezione è secondaria a una trasmissione che avviene primariamente per contatto diretto con le aeree secrezioni infette. La fase di contagio dura tipicamente da 6 a 10 giorni. L’infezione interessa bronchi e bronchioli innescando un processo infiammatorio, aumento della produzione di muco e ostruzione delle vie aeree con possibile comparsa di difficoltà respiratoria. Fattori che aumentano il rischio di maggiore gravità nei bimbi, sono:

  • prematurità,
  • età del bambino < 12 settimane,
  • cardiopatie congenite,
  • displasia broncopolmonare,
  • fibrosi cistica,
  • anomalie congenite delle vie aeree,
  • immunodeficienze primarie e secondarie.

Quali sono i sintomi della bronchite?

I sintomi della bronchite acuta o cronica, sono:

  • malessere generale;
  • respiro sibilante;
  • fiato corto;
  • febbre;
  • brividi di freddo;
  • difficoltà a respirare (dispnea);
  • tosse persistente, secca o produttiva;
  • dolore durante la deglutizione
  • produzione eccessiva di muco, con catarro bianco o giallastro, con piccole perdite di sangue;
  • dolori articolari;
  • faringite;
  • raucedine;
  • oppressione al torace;
  • debolezza;
  • disturbi del sonno.

Sintomi di bronchiolite

Generalmente esordisce con febbricola (o addirittura SENZA FEBBRE) e rinite (infiammazione nasale); successivamente possono comparire tosse insistente, che si aggrava gradualmente, letargia e difficoltà respiratoria – più o meno marcata – caratterizzata da un aumento della frequenza respiratoria e da rientramenti intercostali. Il più delle volte si risolve spontaneamente e senza conseguenze. Tuttavia, in alcuni casi, può rendersi necessario il ricovero, specialmente al di sotto dei sei mesi di vita. In bambini così piccoli è spesso presente un calo dei livelli di saturimetria (ossigeno nel sangue) e può osservarsi una disidratazione causata dalla difficoltà di alimentazione e dell’aumentata perdita idrica determinata dal lavoro respiratorio. Inoltre, nei pazienti nati prematuri o di età inferiore alle 6 settimane di vita, è aumentato il rischio di apnea (episodio di pausa respiratoria prolungata) e ne vanno pertanto controllati i parametri cardio-respiratori. La frequenza respiratoria generalmente supera i 70 atti respiratori al minuto.

Leggi anche:

Bronchite e bronchiolite sono contagiose?

Sia la bronchite che la bronchiolite sono contagiose: la trasmissione del virus avviene per via aerea, cioè principalmente con:

  • tosse;
  • starnuti.

Queste malattie infettive si possono trasmettere da un individuo ad un altro anche attraverso il contatto diretto, ad esempio si può verificare quando una persona infetta stringe la propria mano, contaminata con le secrezioni infette, a quella di una persona sana.

Per quanto tempo sono contagiose?

La trasmissione si può verificare da alcuni giorni ad una settimana dopo la comparsa dei sintomi e perdurano per tutta la durata di essi. Il contagio è comunque possibile anche quando i sintomi sono diminuiti o cessati da poco.

Diagnosi di bronchite

La diagnosi di bronchite include diversi tipi di esami:

  • Esami del sangue, per la conta leucocitaria e per la ricerca di stati infettivi;
  • Esami di coltura sull’espettorato, per determinare la presenza di batteri nel muco ed escludere altre infezioni;
  • Radiografia del torace (Rx Torace), per valutare la presenza di segni di infezioni più estese (polmonite);
  • TAC, nei casi in cui sia necessario individuare eventuali anomalie dei polmoni e delle vie aeree in generale;
  • Spirometria, per misurare la quantità di aria che si immette nei polmoni;
  • Test di provocazione bronchiale, per la misura dell’ossido nitrico presente nell’aria emessa (espirata) che indica il livello di infiammazione.

Diagnosi di bronchiolite

La diagnosi di bronchiolite è clinica, basata sull’andamento dei sintomi, sull’anamnesi e sull’esame obiettivo. Solo in casi particolari, ove ritenuto necessario dal medico, possono essere effettuati alcuni accertamenti di laboratorio e/o strumentali. Tra questi:

  • la ricerca dei virus respiratori sull’aspirato nasofaringeo,
  • la determinazione dell’ossigenazione tramite saturimetro (una saturazione arteriosa <92% è un indicatore di gravità e della necessità di ospedalizzazione),
  • l’emogasanalisi arteriosa (un esame che permette di valutare l’ossigenazione del sangue e, attraverso la misurazione dell’anidride carbonica, l’efficacia degli scambi gassosi).

Molto raramente si rende necessaria la radiografia del torace (si possono riscontrare addensamenti ed aree di assenza di aria in più zone dei polmoni dovute alla alterata ventilazione).

Trattamento della bronchite acuta e cronica

Il trattamento della bronchite è diverso a seconda che si tratti di un episodio acuto o sia cronica e ancora che ci sia una sovrapposizione di un’infezione batterica. In tutti i casi la sospensione dal fumo deve essere totale. Generalmente, nel caso di un’infezione virale acuta basta un periodo di riposo a letto, una sufficiente idratazione, l’uso di antinfiammatori, antipiretici e mucolitici per il controllo dei sintomi. Se c’è una sovrainfezione batterica il medico indicherà la terapia con antibiotici più adatta.
La terapia della bronchite cronica, nel quadro complesso della BPCO, prevede un trattamento più articolato e di lunga durata che include farmaci per la broncodilatazione, a base di corticosteroidi, ossigenoterapia e una specifica terapia di riabilitazione polmonare.

Trattamento della bronchiolite

Un lattante senza difficoltà respiratoria, con SaO2 > 94 % in aria ed in grado di alimentarsi può essere trattato a domicilio sotto le attente cure del pediatra curante. Il paziente con bronchiolite viene in genere trattato con frequenti lavaggi nasali con aspirazione delle secrezioni e terapia aerosolica con soluzione ipertonica al 3%. Quest’ultima aiuta il piccolo a mobilizzare le abbondanti secrezioni mucose catarrali. È possibile utilizzare broncodilatori (farmaci che dilatano i muscoli dei bronchi e quindi migliorano la respirazione) per via inalatoria per 3-4 volte al giorno se si è osservato un miglioramento clinico dopo una prima somministrazione “di prova” nell’ambulatorio pediatrico o a domicilio. La terapia va invece sospesa in mancanza di evidente efficacia. Talvolta viene prescritto il cortisone per bocca ma la più recente letteratura scientifica non dimostra che i bambini sottoposti a questa terapia vanno incontro ad un miglioramento. L’uso routinario degli antibiotici non è raccomandato, tranne in bambini immunocompromessi o in caso si sospetti un’infezione batterica concomitante. È utile frazionare i pasti aumentandone la frequenza e diminuendo le quantità.Quando occorre il ricovero ospedaliero, il bambino viene sottoposto ad una terapia di supporto per garantire:
– un’adeguata ossigenazione del sangue attraverso la somministrazione di ossigeno umidificato e riscaldato (solo nei casi più gravi si somministra ossigeno ad alti flussi);
– un’adeguata idratazione, qualora l’alimentazione risultasse difficoltosa, attraverso la somministrazione di soluzioni glucosaline per via endovenosa.

Stile di vita che favoriscono la cura di bronchite

Una volta contratta la polmonite o la bronchite, esistono alcuni consigli che è preferibile seguire per guarire più rapidamente possibile dall’infezione ed evitare complicanze, tra cui:

  • Smettere ASSOLUTAMENTE di fumare e di frequentare luoghi inquinati.
  • Riposarsi molto.
  • Rispettare il piano di trattamento stabilito dal medico.
  • Assumere tutti i medicinali secondo quanto prescritto. Se sotto antibiotici, continuare la cura fino a guarigione completa. Si deve continuare la cura anche se ci si sente meglio prima di aver completato il ciclo di antibiotico. Se il trattamento viene interrotto troppo presto, l’infezione batterica e la polmonite possono recidivare.
  • Chiedere al medico quando sottoporsi a una visita di controllo. Il medico può raccomandare una radiografia toracica per controllare la guarigione dell’infezione.

Come prevenire la bronchiolite nei bimbi?

Alcune semplici norme igieniche possono ridurre il rischio di contrarre la bronchiolite o evitare infezione correlate che possono peggiorare il quadro clinico. Cercare sempre di:

  • evitare il contatto dei bambini più piccoli con altri bambini o adulti affetti da infezioni delle vie aeree;
  • lavarsi sempre le mani prima e dopo aver accudito il bambino;
  • favorire l’allattamento al seno e fornire una quantità adeguata di liquidi;
  • fare frequenti lavaggi nasali con soluzione fisiologica o ipertonica;
  • non fumare mai in casa, anche in ambienti diversi da quelli dove si trova il bambino.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

 

Bronchiolite in neonato ed adulti: contagio, cura, quanto dura e ricadute

MEDICINA ONLINE PARTO DEPRESSIONE POST PARTUM BABY BLUE NEWBORN GRAVIDANZA INCINTA ACQUA LATTE MATERNO SENO MAMMA FIGLIO BAMBINO BIMBO NEONATO PERICOLOSO BAMBINA IN TERAPIA INTENSIVA BIRTH WATER PICTURE WALLPAPER PICS HDLa bronchiolite è un’infezione virale acuta che colpisce il sistema respiratorio, in particolare è  caratterizzata da una infiammazione dei bronchioli, i più piccoli passaggi di aria dei polmoni. Interessa soprattutto (ma non esclusivamente) dei bambini di età inferiore ad un anno con maggiore prevalenza nei primi 6 mesi di vita e maggiore incidenza tra novembre e marzo (epidemica in inverno). Il 90% dei casi riguarda bambini tra gli 1 e i 9 mesi. La bronchiolite è la causa più comune di ospedalizzazione durante il primo anno di vita.

Cause di bronchiolite e contagio

L’agente infettivo più coinvolto (nel 75% circa dei casi) è il virus respiratorio sinciziale (VRS) ma anche altri virus possono esserne la causa (metapneumovirus, coronavirus, rinovirus, adenovirus, virus influenzali e parainfluenzali). L’infezione è secondaria a una trasmissione che avviene primariamente per contatto diretto con le aeree secrezioni infette. La fase di contagio dura tipicamente da 6 a 10 giorni. L’infezione interessa bronchi e bronchioli innescando un processo infiammatorio, aumento della produzione di muco e ostruzione delle vie aeree con possibile comparsa di difficoltà respiratoria.

Fattori che aumentano il rischio di maggiore gravità nei bimbi:

  • prematurità,
  • età del bambino < 12 settimane,
  • cardiopatie congenite,
  • displasia broncopolmonare,
  • fibrosi cistica,
  • anomalie congenite delle vie aeree,
  • immunodeficienze primarie e secondarie.

Sintomi di bronchiolite

Generalmente esordisce con febbricola (o addirittura SENZA FEBBRE) e rinite (infiammazione nasale); successivamente possono comparire tosse insistente, che si aggrava gradualmente, letargia e difficoltà respiratoria – più o meno marcata – caratterizzata da un aumento della frequenza respiratoria e da rientramenti intercostali. Il più delle volte si risolve spontaneamente e senza conseguenze. Tuttavia, in alcuni casi, può rendersi necessario il ricovero, specialmente al di sotto dei sei mesi di vita. In bambini così piccoli è spesso presente un calo dei livelli di saturimetria (ossigeno nel sangue) e può osservarsi una disidratazione causata dalla difficoltà di alimentazione e dell’aumentata perdita idrica determinata dal lavoro respiratorio. Inoltre, nei pazienti nati prematuri o di età inferiore alle 6 settimane di vita, è aumentato il rischio di apnea (episodio di pausa respiratoria prolungata) e ne vanno pertanto controllati i parametri cardio-respiratori. La frequenza respiratoria generalmente supera i 70 atti respiratori al minuto.

Leggi anche:

Diagnosi di bronchiolite

La diagnosi di bronchiolite è clinica, basata sull’andamento dei sintomi, sull’anamnesi e sull’esame obiettivo. Solo in casi particolari, ove ritenuto necessario dal medico, possono essere effettuati alcuni accertamenti di laboratorio e/o strumentali. Tra questi:

  • la ricerca dei virus respiratori sull’aspirato nasofaringeo,
  • la determinazione dell’ossigenazione tramite saturimetro (una saturazione arteriosa <92% è un indicatore di gravità e della necessità di ospedalizzazione),
  • l’emogasanalisi arteriosa (un esame che permette di valutare l’ossigenazione del sangue e, attraverso la misurazione dell’anidride carbonica, l’efficacia degli scambi gassosi).

Molto raramente si rende necessaria la radiografia del torace (si possono riscontrare addensamenti ed aree di assenza di aria in più zone dei polmoni dovute alla alterata ventilazione).

Leggi anche:

Come prevenire la bronchiolite nei bimbi?

Alcune semplici norme igieniche possono ridurre il rischio di contrarre la bronchiolite o evitare infezione correlate che possono peggiorare il quadro clinico. Cercare sempre di:

  • evitare il contatto dei bambini più piccoli con altri bambini o adulti affetti da infezioni delle vie aeree;
  • lavarsi sempre le mani prima e dopo aver accudito il bambino;
  • favorire l’allattamento al seno e fornire una quantità adeguata di liquidi;
  • fare frequenti lavaggi nasali con soluzione fisiologica o ipertonica;
  • non fumare mai in casa, anche in ambienti diversi da quelli dove si trova il bambino.

Trattamento della bronchiolite

Un lattante senza difficoltà respiratoria, con SaO2 > 94 % in aria ed in grado di alimentarsi può essere trattato a domicilio sotto le attente cure del pediatra curante. Il paziente con bronchiolite viene in genere trattato con frequenti lavaggi nasali con aspirazione delle secrezioni e terapia aerosolica con soluzione ipertonica al 3%. Quest’ultima aiuta il piccolo a mobilizzare le abbondanti secrezioni mucose catarrali. È possibile utilizzare broncodilatori (farmaci che dilatano i muscoli dei bronchi e quindi migliorano la respirazione) per via inalatoria per 3-4 volte al giorno se si è osservato un miglioramento clinico dopo una prima somministrazione “di prova” nell’ambulatorio pediatrico o a domicilio. La terapia va invece sospesa in mancanza di evidente efficacia. Talvolta viene prescritto il cortisone per bocca ma la più recente letteratura scientifica non dimostra che i bambini sottoposti a questa terapia vanno incontro ad un miglioramento. L’uso routinario degli antibiotici non è raccomandato, tranne in bambini immunocompromessi o in caso si sospetti un’infezione batterica concomitante. È utile frazionare i pasti aumentandone la frequenza e diminuendo le quantità.Quando occorre il ricovero ospedaliero, il bambino viene sottoposto ad una terapia di supporto per garantire:
– un’adeguata ossigenazione del sangue attraverso la somministrazione di ossigeno umidificato e riscaldato (solo nei casi più gravi si somministra ossigeno ad alti flussi);
– un’adeguata idratazione, qualora l’alimentazione risultasse difficoltosa, attraverso la somministrazione di soluzioni glucosaline per via endovenosa.

Durata della bronchiolite, ricadute e prognosi

La maggior parte dei bambini ha un singolo episodio di bronchiolite, altri hanno due o tre episodi di ricaduta a breve distanza, dovuti probabilmente ad agenti diversi; un buon numero presenta successivamente crisi di asma (intorno al 45%), situazione favorita indubbiamente dalla bronchiolite.
In un lattante eutrofico e peraltro in buona salute, la bronchiolite non presenta alcun rischio: essa giunge sempre a guarigione in circa 7/10 giorni. Ma in soggetti cardiopatici o che abbiano presentato un peso molto basso alla nascita o che presentino i segni toracici del rachitismo (eccessiva flessibilità delle coste), la bronchiolite può rappresentare una malattia gravissima, che dura molto più a lungo e purtroppo può mettere in pericolo la vita del bimbo.

Complicanze della bronchiolite

Le complicanze che possono insorgere in corso di bronchiolite sono rappresentate dall’insufficienza respiratoria (con aumento dell’ipercapnia oltre i 50 mmHg), dall’atelectasia, dalle infezioni batteriche secondarie, dallo pneumotorace e dallo pneumomediastino. Anche lattanti che abbiano superato bene la malattia, possono presentare successivamente, anche per qualche mese, un aumento della frequenza respiratoria, sia da svegli che nel sonno.

Bronchiolite: quando è necessario ricoverare il bambino?

In tutti i casi di cattiva ossigenazione o rifiuto dell’alimentazione il bambino, secondo le indicazioni del pediatra curante, dovrà essere valutato dal pediatra del Pronto Soccorso per un eventuale ricovero. Vengono considerati fattori di rischio aggiuntivi: la prematurità o l’età inferiore ai due mesi, la concomitanza di patologie croniche (broncodosplasia, cardiopatie congenite, immunodeficienze, patologie neurologiche), la minor reattività, la difficoltà assistenziale a domicilio da parte dei genitori.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Differenza tra tosse, tosse convulsa e pertosse

MEDICINA ONLINE INVASIVITA VIRUS BATTERI FUNGHI PATOGENI MICROBIOLOGIA MICROORGANISMI CLINICA BIOLOGICA BIOLOGIA MICROBI LABORATORIO ANALISI PARETE INFEZIONE ORGANISMO PATOGENESI MICROBIOLOGY WALLPAPER DNAIl termine “tosse” indica genericamente una emissione di aria singola o ripetuta, generalmente molto meno violenta dello starnuto, che ha lo scopo principale di liberare le vie aeree (naso, bocca, laringe, faringe, trachea, bronchi) da catarro, polvere, muco agenti irritanti e patogeni (virus e batteri). La tosse, al contrario dello starnuto, può essere sia una reazione spontanea dell’organismo, ma anche procurata volontariamente dal soggetto, inoltre non è legata alla chiusura automatica degli occhi. Un singolo colpo di tosse permette l’espulsione, ad oltre due metri di distanza, di migliaia di goccioline di saliva e di microrganismi, grazie alla violenta emissione di aria, che può raggiungere anche i 70 km all’ora.

Da cosa viene causata la tosse?

La tosse viene solitamente correlata a stati infiammatori/infettivi delle vie aeree superiori ed inferiori, che possono essere determinati da varie condizioni e patologie, come:

  • infezione virale o batterica (tipica di raffreddore ed influenza);
  • reazione allergica verso una o più sostanze;
  • ostruzione delle vie aeree da parte di oggetti più o meno grandi;
  • presenza di muco o catarro nelle vie aeree superiori ed inferiori;
  • passaggio di liquidi o materiali alimentari in trachea (“acqua o cibo di traverso”);
  • sindromi parainfluenzali;
  • croup (infiammazione virale acuta delle vie aeree superiori e inferiori, che colpisce prevalentemente bambini di età compresa tra 6 mesi e 3 anni);
  • irritazione delle mucose delle vie aeree causata da polveri ed altre sostanze irritanti.

Pertosse

La pertosse (anche chiamata “tosse dei 100 giorni” o “tosse convulsa”) è una malattia infettiva batterica molto contagiosa che si trasmette per via aerea attraverso le goccioline di saliva o di muco espulse con la tosse. È causata da un batterio chiamato Bordetella pertussis, il quale aderisce alle vie respiratorie e causa una serie di sintomi, il più caratteristico dei quali è la tosse.

Caratteristiche della tosse della pertosse

La tosse è generalmente violenta, si presenta ad accessi che spesso lasciano senza fiato, associandosi frequentemente a conati di vomito e vomito. I sintomi possono durare anche alcuni mesi e ripresentarsi periodicamente. Il periodo di incubazione va dai 5 ai 21 giorni, dura alcune settimane e assume aspetti differenti durante la sua evoluzione: all’inizio sembra un brutto raffreddore e si manifesta con starnuti, scolo dal naso, febbre lieve, tosse con catarro. In seguito la tosse si accentua per intensità e frequenza diventando sempre più secca e stizzosa e si manifesta, soprattutto di notte, con “raffiche” di colpi di tosse (seguite dal caratteristico “urlo“, per catturare più aria possibile), dall’emissione di catarro denso e dal vomito. La malattia termina con la fase di convalescenza, che si protrae per circa 2 settimane, durante la quale gli attacchi di tosse si attenuano. La malattia è molto contagiosa e la persona non vaccinata, o che non ha avuto la malattia naturale, che viene esposta ad un caso di malattia ha una probabilità di circa il 90 per cento di essere contagiata.

Complicazioni della pertosse

La malattia si associa spesso a complicazioni come le otiti, le bronchiti e le polmoniti; nel bambino piccolo sono più frequenti (anche se rare) le complicazioni cerebrali che possono causare danni permanenti e nei casi più gravi anche la morte. La tosse può provocare anche emorragia dal naso, mentre il vomito può causare disidratazione e difficoltà di alimentazione. Sebbene raramente la malattia sia causa di morte, almeno in Italia, essa rappresenta un rischio discreto per il lattante, perché frequentemente si complica con crisi di soffocamento e difficoltà respiratorie che costringono anche al ricovero ospedaliero.

Leggi anche:

Cura della pertosse

Trattandosi di una malattia di origine batterica, la pertosse può essere trattata con gli antibiotici. La classe dei macrolidi (un tipo di antibiotici) è quella più adatta per un uso pediatrico, visto che le altre classi di farmaci potenzialmente efficaci si rivelano o meno attive o accompagnate da maggiori effetti collaterali negativi. Va tuttavia osservato che la terapia, anche se è utile per evitare la trasmissione dell’infezione da un bambino malato a uno sano, ha relativamente poca efficacia nel modificare il decorso della malattia, per questo la terapia antibiotica riduce solo di poco il rischio delle complicanze maggiori, soprattutto di quelle encefalitiche. Ciò spiega perché da molti anni gli esperti hanno cercato di intervenire sulla pertosse con metodi preventivi, con un vaccino cioè capace di impedire lo sviluppo della malattia, eliminando in partenza ogni forma di rischio.

Prevenzione e vaccinazione

Un grande numero di casi di pertosse e circa 350.000 decessi si verificano ogni anno nel mondo, e la malattia è ben lontana dall’essere controllata efficacemente. In Italia, dove la vaccinazione è stata scarsamente praticata negli anni passati, la malattia si presenta con cicli epidemici ogni 3-4 anni. Negli anni epidemici si registrano decine di migliaia di casi di malattia. Solo recentemente il numero di bambini vaccinati è aumentato considerevolmente, ma è ancora troppo presto per apprezzare un effetto della vaccinazione sul numero dei malati. I vaccini contro la pertosse sono stati al centro della più importante attività scientifica degli ultimi decenni per quanto riguarda i vaccini. Per lungo tempo sono stati utilizzati in Italia vaccini contro la pertosse cosiddetti “a cellule intere”, cioè preparati con germi interi uccisi. Questi vaccini, peraltro efficaci, erano frequentemente associati ad eventi come la febbre o le reazioni locali dopo la somministrazione. Alcuni studi scientifici, poi dimostratisi infondati, avevano suggerito che questo tipo di vaccino potesse essere associato in rari casi a gravi malattie del sistema nervoso. Questo dubbio è bastato a demolire la fiducia della popolazione e dei medici in questo vaccino. Alcuni paesi, come la Gran Bretagna, la Svezia ed il Giappone, che fino ad allora avevano controllato efficacemente la malattia, hanno diminuito drasticamente il numero di persone vaccinate. Come conseguenza si sono verificate in questi paesi epidemie di notevoli dimensioni con numerosi decessi, prima di ritornare ad un’adeguata strategia nella somministrazione di questi vaccini.
La ricerca scientifica, nel frattempo, ha messo a punto nuovi vaccini contro la pertosse che, invece di comprendere l’intero germe, sono costituiti solo da alcuni frammenti di esso, sufficienti a proteggere dalla malattia. Questi vaccini, detti acellulari, sono stati sperimentati negli ultimi 10 anni con ottimi risultati ed hanno rimpiazzato in molti paesi i vaccini a cellule intere. Il vantaggio principale di questi preparati è la drastica diminuzione degli effetti collaterali come febbre e reazioni locali, frequenti con i vaccini a cellule intere, a fronte di un’efficacia simile a quella osservata con questi ultimi. Il vaccino acellulare contro la pertosse può essere effettuato singolarmente oppure nella forma combinata (per esempio con difterite e tetano).
La vaccinazione contro la pertosse è altamente raccomandata; anche se il numero di bambini vaccinati contro la pertosse è stato scarso fino a qualche anno fa, recentemente è cresciuto fino a livelli discreti: circa il 90 per cento dei bambini è infatti vaccinato contro questa malattia entro i 2 anni di vita (stima sui nati nel 1996).

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

La bimba di 3 anni che non può dormire mai

MEDICINA ONLINE JESSIA INSONNIA INSOMNIA NIGHT SLEEPING DORMIRE BAMBINAJessica è una bambina di 3 anni normalissima, s non per il fatto che… non può dormire. La piccola infatti è affetta da un disturbo che le impedisce di riposare serenamente la notte. La sua storia è diventata famosa dopo che i genitori si sono rivolti a diversi medici in Gran Bretagna, nel tentativo di scoprire cosa avesse la piccola.

La bimba infatti durante il giorno si comporta come i suoi coetanei: gioca, si diverte, guarda la tv e sta con i suoi genitori. La notte però le accade qualcosa di strano. Jessica infatti rimane sveglia, come se non riuscisse a dormire in alcun modo, raggiunge il letto dei genitori e inizia a compiere delle azioni, ignorando completamente la loro presenza. Per diversi anni la piccola è stata sottoposta a diverse cure e analisi, ma nessuno è stato in grado di svelare cosa avesse. Le è stata persino diagnosticata una forma di epilessia, salvo poi scoprire che non si trattava di quello.

La soluzione è arrivata quando i genitori di Jessica, ormai disperati, hanno portato la bambina presso l’Evelina Children’s Hospital, una delle cliniche del sonno più famose al mondo. Grazie ad una serie di accertamenti, i dottori hanno scoperto che la piccola è affetta da una sindrome denominata “Immaginario Eidetico”. In cosa consiste? La sua memoria le consente di creare un mondo parallelo e virtuale, una sorta di realtà che esiste solamente nella sua mente e che si ripropone ogni notte. Anziché dormire dunque la piccola ripercorre tutto ciò che le è accaduto nel corso nella giornata, mangiando e giocando proprio come ha fatto ore prima. In questo periodo è comunque sveglia, ma non riesce ad interagire con i suoi genitori.

L’insonnia di cui soffre Jessica è molto pericolosa e potrebbe causare dei seri danni al cervello. Dopo aver scoperto la malattia gli specialisti hanno messo in atto una cura che consiste in una routine serale che consente al cervello di Jessica di riposarsi e farla finalmente dormire.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Differenza tra dieta, regime alimentare, consigli ed educazione alimentare

MEDICINA ONLINE MANGIARE DOLCI VERDURA FAMIGLIA MAMMA FIGLI BAMBINI DIETA FIBRA GRASSI ZUCCHERI PROTEINE GONFIORE ADDOMINALE MANGIARE CIBO PRANZO DIMAGRIRE PANCIA PESO INTESTINO DIGESTIONE STOMACO CALORIE METABOLISMOEducazione alimentare

Con “educazione alimentare” si intende una serie di informazioni, generalmente trasmesse a bambini e giovani a scuola ma anche in famigliariguardo alla conoscenza degli alimenti e delle loro proprietà, alla conoscenza del concetto di caloria, carboidrato, grasso e proteina, e – in generale –  a tutte quelle informazioni che possono favorire nel giovanissimo la conoscenza di quello che voglia dire “alimentarsi in modo corretto e bilanciato”. L’educazione alimentare, spesso sottovalutata in Italia (ed il risultato è che i giovani italiani sono secondi al mondo per sovrappeso/obesità dopo gli USA), è invece importantissima, non solo per evitare l’eccesso di grasso con tutti i problemi estetici e psicologici che rappresentano per il bambino, ma anche e soprattutto per evitargli pericolose patologie come ipertensione, ipercolesterolemia e diabete. Per tale motivo ricordiamo che i genitori DEVONO rivestire un ruolo chiave nell’educazione alimentare dei propri figli, mettendo l’accento sul fatto che tale educazione comincia fin dalla sperimentazione del gusto nei primi anni di vita del bambino: cibi troppo salati da piccolo, potrebbero determinare ipertensione in età adulta.

Regime alimentare e consigli alimentari

Con “regime alimentare” e “consigli alimentari” non si intende una dieta specifica, bensì un concetto molto vasto che comprende un insieme di informazioni e – appunto – consigli alimentari (una sorta di “modus vivendi” alimentare) che hanno lo scopo di perseguire salute e peso corporeo ideale sia in soggetti non sportivi, in questo caso si parla genericamente di “regime alimentare sano”, che sportivi (“regime alimentare per sportivi”). La differenza con una dieta vera e propria è estremamente importante, specie in alcuni ambiti come ad esempio una palestra dove un personal trainer può “consigliare” di assumere una maggiore quantità di proteine ma non può – per legge – formulare una dieta iperproteica.

Leggi anche:

Dieta

La dieta è atto medico spesso usato con lo scopo del dimagrimento, che si basa non solo sul calcolo esatto di metabolismo basale e fabbisogno calorico giornaliero (tramite anamnesi e bioimpedenziometria) ma anche su alcune analisi (ad esempio analisi del sangue) che possono scoprire determinate patologie di cui il medico dovrà tener conto nello sviluppo della dieta specifica. Una dieta veramente completa dovrà fornire indicazioni anche di tipo psicologico-comportamentale. E’ importante ricordare che una “dieta” non è soltanto utile in caso di dimagrimento (dieta ipocalorica), ma può essere anche importante in caso di necessità di ingrassare (dieta ipercalorica) ad esempio in soggetti affetti da anoressia. Infine una dieta diventa una vera e propria terapia nel momento in cui ha l’obiettivo di “curare” (o diminuire il rischio di) una patologia, come ad esempio:

  • una dieta ipocalorica ipoglucidica: per paziente sovrappeso/obeso con prediabete/diabete;
  • una dieta normocaloria ipoglucidica: per paziente normopeso con prediabete/diabete o con elevato rischio di sviluppare tali patologie;
  • una dieta ipoproteica: per paziente con patologie renali;
  • una dieta ipocalorica iposodica: per paziente sovrappeso/obeso con ipertensione arteriosa;
  • una dieta normocalorica iposodica: per paziente normopeso con ipertensione arteriosa o con elevato rischio di sviluppare ipertensione.

In tale sede ci preme ricordare che una apparentemente “semplice” dieta, come quelle che fornisce illegalmente un naturopata o un istruttore di palestra o come quelle che trovate sulle riviste di moda, può potenzialmente creare moltissimi danni alla vostra salute, specie se chi la fornisce ha l’intenzione di “adattarla” a chiunque, senza tener conto delle eventuali patologie presenti tra i clienti ed i lettori.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Troppi giocattoli fanno male ai bambini

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia  Massaggio Linfodrenante Dietologo Cellulite Dieta Sessuologia Sex PSA Pene Laser Filler Rughe Botulino BAMBINI TABLET SCRIVERE DIFFICOLTABrutte notizie per genitori e parenti che scelgono come regalo di Natale per un bambino la soluzione più facile e scontata che esista: un giocattolo, sembra infatti che possederne troppi possa nuocere alla capacità di concentrazione e alla godibilità del gioco dei piccoli. Bimbi che dovrebbero, invece, averne a disposizione solo qualcuno, per impegnare il giusto livello di attenzione e sviluppare correttamente la propria creatività. A ‘bacchettare’ chi mette troppi balocchi sotto l’albero è una ricerca dell’università di Toledo pubblicata sulla rivista Infant Behaviour and Development.

La ricerca

I ricercatori hanno reclutato 36 bambini e li hanno invitati a giocare in una stanza per mezz’ora. Un gruppo aveva a disposizione solo 4 giocattoli, mentre l’altro ben 16. Osservandoli e studiandoli, hanno rilevato che i piccoli tirano fuori molta più creatività quando hanno fra le mani pochi giochi: trascorrono circa il doppio del tempo cercando di inventare usi diversi per lo stesso giocattolo, espandendo così il loro orizzonte cognitivo. Gli autori concludono che i genitori, ma anche gli operatori di asili nido e scuole materne, dovrebbero offrire ai bimbi solo pochi giocattoli, magari nascondendo quelli in eccesso e riproponendoli ciclicamente come fossero nuovi.

16 giocattoli

“Questo studio era finalizzato a determinare se il numero di giocattoli nell’ambiente influenzasse la qualità del gioco dei bambini – indica Carly Dauch, a capo della ricerca – e abbiamo proprio dimostrato che con 16 giocattoli peggiora sia la durata che l’intensità dello svago. Tutti quegli oggetti è come se interferissero fra di loro, rappresentando una distrazione dall’approfondimento. Mentre durante l’infanzia i piccoli sviluppano la capacità di concentrazione ed è importante metterli nelle condizioni di non essere ‘disturbati'”. Un’indicazione utile soprattutto per il Natale: solo nel Regno Unito si spendono 3 miliardi di sterline ogni anno in giocattoli – rivela il ‘Telegraph’ online – e un bambino in media possiede 238 giochi diversi ma si intrattiene di solito solamente con i suoi 12 preferiti, circa il 5% del totale.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Quanto devono crescere di peso ed altezza un neonato ed un bambino?

MEDICINA ONLINE BIMBO BAMBINO NEWBORN BABY NEONATO LATTANTE GATTONARE CARPONARE CAMMINARE PARLARE BENE PRIMA PAROLA SCALCIARE CORRERE PARLARE MASCHIO FEMMINA DIFFERENZA AIUTO GENITORILa crescita del neonato durante il primo anno di vita avviene molto rapidamente anche se ogni bambino ha propri ritmi personali e non sempre uguali a quelli dei coetanei. Alla nascita, infatti, pesi e lunghezze non sono uguali per tutti: in generale però si può dire che il peso medio alla nascita è di circa 3200 grammi con qualche differenza tra maschi e femmine, infatti i primi pesano circa 150 grammi in più: viene comunque considerato normale un peso compreso tra i 2500 e i 4500 grammi.
Non ci sono quasi diversità per quanto riguarda la lunghezza tra maschi e femmine che misurano tra i 49 e i 53 centimetri.

I primi tre mesi: ecco quanto pesa il neonato
La prima considerazione da fare è che statura e peso possono essere diverse da un bimbo all’altro non solo in base al genere, maschile o femminile, ma anche per motivi legati a fattori ereditari e per cause dipendenti dalla mamma: se in gravidanza fuma potrebbe avere un neonato di basso peso.
Nella settimana dopo la nascita la crescita subisce il fisiologico calo ponderale che si aggira intorno al 5-10% dovuto alla emissione di meconio e alla perdita di liquidi: se il bambino si alimenta con regolarità il peso viene recuperato durante la seconda settimana di vita. Nei primi tre mesi avviene l’aumento ponderale più importante perché per una corretta crescita il bambino assume circa 25 al giorno, che corrispondono circa 150-180 grammi alla settimana.

Dal terzo al sesto mese
Dal terzo mese la crescita del neonato rallenta un po’, con circa 20 grammi al giorno, vale a dire 150 grammi alla settimana.
Si può dire che una fisiologica crescita del neonato porta a raddoppiare il peso della nascita al 5° mese di vita e a triplicarlo intorno all’anno.

Dalla nascita a due anni: quanto cresce in lunghezza?
Nel primo mese di vita la crescita del neonato in lunghezza è molto accentuata: il piccolo, infatti, alla fine del primo mese misura ben 5 centimetri più che alla nascita.
Aumenta ancora 3 centimetri nel corso del secondo mese per poi crescere di 2 centimetri dal terzo al settimo mese. Da questo momento fino all’anno la lunghezza del bambino aumenterà di un centimetro al mese. Tra il primo ed il secondo anno di età i bimbi maschi e femmine tendono a crescere di circa 12 cm totali, arrivando a circa 85/90 cm di altezza (le bambine) e circa 90/95 cm di altezza (i bambini) con ampie variazioni individuali.

Leggi anche:

Aumento di peso da 6 a 9 mesi
Dal sesto al nono mese di vita il bambino aumenta all’incirca 400-500 grammi al mese: alla fine del nono mese un lattante pesa mediamente circa nove chili. A partire dal sesto mese in avanti, tuttavia, l’aumento di peso non è più in relazione solamente con la quantità di cibo introdotta dal piccolo, ma anche con la sua vivacità. Come accade anche per gli adulti, i bambini più irrequieti ed esuberanti consumano più energie in confronto ai più calmi e tranquilli che, invece, tendendo a muoversi di meno, consumano un numero di calorie inferiore.

Aumento di peso da 9 a 12 mesi
Dal compimento del decimo mese fino al primo compleanno l’accrescimento ponderale dovrebbe essere in totale di altri 700-800 grammi per cui, alla fine dell’anno di vita, un maschietto dovrebbe pesare all’incirca 10 chilogrammi ed una femmina 4 etti di meno. La differenza di peso tra due coetanei può tuttavia essere notevole perché, come già spiegato, l’accrescimento ponderale è influenzato, oltre che dall’alimentazione e dall’attività fisica più o meno frenetica del bambino, soprattutto da fattori ereditari. Anche se, in linea di massima, i pediatri ritengono che all’età di un anno un bambino dovrebbe avere triplicato il peso presentato alla nascita, non vi è assolutamente da preoccuparsi se un bebè, che alla nascita pesava 2,7 kg, ne pesi, al compimento del suo primo compleanno, 8,5, come pure è intuibile sia normale che un neonato che alla nascita pesava 4 kg sia di peso abbondantemente superiore ai 10 kg all’anno di vita.

Aumento di peso da 1 a 2 anni
Il ritmo di accrescimento ponderale piuttosto sostenuto presentato nei primi dodici mesi di vita è poi destinato a ridursi drasticamente tra il primo e il secondo anno di vita, durante il quale i bambini aumentano di circa due chili arrivando a pesare pressappoco 12 chili ai ventiquattro mesi di età.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!