Disturbo di personalità multipla: sintomi, terapie e film in cui è presente

MEDICINA ONLINE DISTURBO DI PERSONALITA MULTIPLA MULTIPLE DISSOCIATIVO IDENTITA DISORDINE PSICHIATRIA CARATTERE SPLIT FILM ENEMY FIGHT CLUB CINEMA TWO FACE FACCIA PAZZIA MAD PSICOLOGIA NARCISO IPOCRITA IPOCRISIA FALSO BUGIA.jpgIl Disturbo dissociativo dell’identità (DDI o DID) anche chiamato “Disturbo di personalità multipla”, è una patologia psichiatrica definita nel 1994 da una serie di criteri diagnostici e fa parte del gruppo dei “disordini dissociativi“. La diagnosi di DID richiede almeno due personalità che prendano il controllo del comportamento  dell’individuo con una perdita di memoria, andando oltre la solita dimenticanza; inoltre i sintomi possono essere l’effetto temporaneo dell’abuso di sostanze o di una condizione medica generalizzata. Il DID è meno comune rispetto ad altri disturbi dissociativi, che si verificano in circa l’1% dei casi ed è spesso in comorbilità con altri disturbi. Durante il XIX secolo in alcuni casi l’epilessia veniva erroneamente considerata un fattore di rischio per la nascita del DID.

I disordini dissociativi sono un gruppo di patologie psichiatriche accomunate dalla “dissociazione” cioè l’interruzione o discontinuità tra processi psichici e fisici solitamente integrati nell’individuo. In particolare, quando un’esperienza viene “dissociata”, non entra a far parte dell’usuale senso di sé dell’individuo, creando una discontinuità nella consapevolezza cosciente.

Sintomi del Disturbo di personalità multipla

Secondo il DSM, il DID implica “la presenza di due o più identità o stati di personalità separate che a loro volta prendono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da un’incapacità di evocare i ricordi personali”. In ogni individuo affetto da DID i sintomi variano e il comportamento può essere spesso inadeguato in situazioni particolari. I pazienti possono avvertire sintomi che sarebbero simili ad epilessia, ansia, disturbi dell’umore, disturbo post traumatico da stress e disturbi alimentari. I sintomi come l’amnesia dissociativa, la depersonalizzazione e la fuga dissociativa sono correlati alla diagnosi del DID e non vengono mai diagnosticati separatamente. Gli individui possono essere spaventati dai sintomi del DID (pensieri intrusivi o emozioni) e dalle loro conseguenze. La maggior parte dei pazienti affetti da DID aveva subito abusi sessuali o fisici, ma la natura dei rapporti tra il DID e questo genere di traumi rimane controversa. Queste identità dissociative, dette anche alters, cioè “altri”, possono avere un impatto sulla conoscenza e la memoria del paziente, che può avere conseguenze drammatiche nella vita di quest’ultimo. I pazienti vittime di abusi non vogliono parlare di questi sintomi perché hanno un legame con il trauma subito, la vergogna e la paura.

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Caratteristiche del Disturbo di personalità multipla

La caratteristica principale di questa condizione psicopatologica è l’interruzione dell’identità, caratterizzata dalla presenza nella persona di due o più stati di personalità distinti, ognuno con proprie modalità relativamente stabili di percepire, relazionarsi e considerare l’ambiente e il Sé (DSM 5, APA 2013). Tali stati di personalità possono essere connotati da caratteristiche molto diverse, come il nome, l’età, il sesso, il tono di voce, la gestualità, il temperamento, la calligrafia, abilità diverse e memorie autobiografiche diverse. I diversi stati del sé dissociati vengono manifestati alternativamente a seconda degli stimoli provenienti dall’ambiente. Benché la caratteristica principale del DID sia la presenza di due o più stati di personalità distinti, solo un numero limitato di pazienti manifesta esplicitamente diversi stati del sé. Quando le identità alternative non sono visibili, la dissociazione dell’identità può presentarsi con una discontinuità del senso di sé (DSM 5, APA 2013). Ad esempio i soggetti affetti da DID possono sentirsi depersonalizzati, osservando “dal di fuori” il loro linguaggio e/o le loro azioni (spesso con la sensazione di non avere il potere di fermarsi o controllarle), o derealizzati, relazionandosi a persone care o con l’ambiente come se fossero sconosciuti, strani, non reali. Talvolta possono riportare di sentire i loro corpi “diversi”, come il corpo di un bambino o di una persona del sesso opposto. Inoltre, attitudini e preferenze personali possono improvvisamente modificarsi e poi ritornare quelle precedenti.
La seconda caratteristica cardine del disturbo è rappresentata dalle amnesie (perdite di memoria), di portata eccessiva per poter essere spiegate come normali dimenticanze (DSM 5, APA 2013). I pazienti affetti dal DID mostrano tipicamente difficoltà nel ricordare eventi del passato (interi periodi di vita nell’infanzia oppure eventi specifici, come quelli traumatici), ma anche del presente (azioni quotidiane e informazioni personali). Ad esempio, dopo un episodio di amnesia, questi soggetti possono ritrovarsi in posti diversi da quelli ricordati per ultimi e non sapere come vi siano arrivati e il motivo per cui vi si trovano; possono scoprire oggetti o appunti scritti che non riconoscono e non riescono a giustificare; possono non ricordare di aver fatto alcune cose e non sapere come motivare alcuni cambiamenti nel proprio comportamento.

Il paziente sa di avere la patologia?

Il soggetto affetto da DID può essere o non essere consapevole delle diverse identità. Talvolta può riferire di udire “conversazioni interiori” tra gli stati di personalità o voci delle altre identità che si rivolgono a lui o ne commentano il comportamento. In generale, l’interscambio tra gli stati del sé e la (relativa) mancanza di consapevolezza del comportamento delle altre identità rende caotica e confusa la vita delle persone che soffrono di questo disturbo, conducendo ad un disagio significativo. Inoltre, nei soggetti affetti da DID sono comuni atti autolesivi, tentativi di suicidio, abuso di sostanze e flashback degli eventi traumatici. Al distubro si accompagnano spesso altri problemi psicopatologici, come depressione, ansia (attacchi di panico), sintomi somatoformi, disturbi alimentari, disturbi del sonno e disfunzioni sessuali (DSM 5, APA 2013).

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Cause del Disturbo di personalità multipla

Le cause di DID non sono ancora del tutto certe, tuttavia appare chiaro ai ricercatori che sia legato all’interazione del paziente con stress intensi, traumi antecedenti, storie di nutrizioni inadeguata durante l’infanzia e un’innata capacità di dissociare i ricordi o esperienze vissute. Un’alta percentuale di pazienti affetti da DID segnalano di aver subìto abusi di varia natura durante l’infanzia, soprattutto quelli che ne sono stati vittime durante la prima e la seconda infanzia. Tali esperienze traumatiche possono riguardare abusi fisici, sessuali ed emotivi, esperienze di maltrattamenti e abbandono. Quando i bambini vivono esperienze così estreme, non sono costituzionalmente in grado di sostenerle. Non hanno le capacità di coping e cognitive dall’adulto di comprendere la situazione, valutare ciò che sta loro capitando e ciò che possono fare. Si trovano a sperimentare emozioni di estremo terrore, solitudine, dolore, abbandono e impotenza. Ecco che allora la dissociazione diviene per questi bambini un modo per ignorare, ottundere, dimenticare il fatto drammatico: essa permette di compartimentare l’angoscia lontano da loro stessi, portandoli a credere di non stare sperimentando l’abuso, che sta invece capitando “a qualcun altro”. Così, mentre il corpo subisce l’abuso, un bambino può fluttuare fino al soffitto e guardare ciò che sta capitando a “un’altra persona” (cioè ad una parte dissociata del sé, ad un’altra identità). Allo scopo di sopravvivere in una condizione fortemente ostile, il bambino può creare sé alternativi con funzioni, personalità, caratteristiche e ruoli diversi.

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Esempi di personalità

Esempi di personalità che tipicamente coesistono nel paziente con DID:

  • personalità indifesa: può ospitare i pensieri e le emozioni di impotenza;
  • personalità creativa: ospita gli aspetti fantasiosi;
  • personalità aggressiva: ospita le reazioni di risposta alle situazioni fastidiose, cioè le reazioni di rabbia;
  • personalità adattata: ospita gli aspetti di adattamento alla realtà.

In ognuna personalità, il paziente ha generalmente un tipo particolare di forma di linguaggio specifica e/o movenze fisiche specifiche. Ad esempio nella personalità indifesa il paziente può parlare lentamente e con linguaggio infantile e tenere la testa bassa, invece nella personalità aggressiva può parlare a voce alta, usare turpiloquio e sfidare con lo sguardo l’interlocutore. Il passaggio tra le varie personalità avviene in tempi variabili, più spesso in modo repentino, in modo spontaneo o determinato da un evento o una situazione particolare, ad esempio uno stress improvviso o la vista di una persona amata/odiata dal paziente.

Mitigare i traumi

La dissociazione e l’incapsulamento delle esperienze traumatiche (ricordi, affetti, sensazioni, comportamenti intollerabili) in stati comportamentali personificati (cioè rudimentali identità alternative) ha l’effetto di mitigare l’effetto dei traumi sullo sviluppo infantile. Tali processi possono servire a proteggere le relazioni con le figure di accudimento (anche quando queste sono state abusive o inadeguate) e permettere la maturazione in altre aree di sviluppo (ad esempio quella intellettuale, sociale e artistica). Col tempo, tali stati rudimentali del sé vanno incontro ad un processo di strutturazione secondaria, dando vita alle identità alternative tipiche del disturbo. La dissociazione consente quindi alla persona di canalizzare il dolore entro percorsi che la aiutano nella sopravvivenza, tanto che alcuni autori l’hanno definita un fattore di resilienza evolutiva. I “compagni” che il soggetto che soffre di DID ha sviluppato nel suo percorso l’hanno aiutato a sopravvivere in una situazione drammatica ed ostile. Tuttavia, gli stessi meccanismi attivati dalla mente a scopo difensivo per fronteggiare momenti estremamente dolorosi e travolgenti, divengono successivamente dannosi e patologici per la persona stessa. Il DID, dunque, non si sviluppa da una mente matura e unificata che “si frantuma”, ma è il risultato del fallimento di una normale integrazione dello sviluppo.

Terapia del Disturbo di personalità multipla

La maggior parte delle malattie mentali sono curabili, almeno parzialmente, ed il disturbo dissociativo non fa eccezione. Nei casi in cui non si giunge ad una completa guarigione – che corrisponderebbe ad una integrazione tra le diverse identità del soggetto in un’unica identità – il disturbo può comunque essere gestito efficacemente, anche se è vero che generalmente, per raggiungere tale obiettivo, possono essere necessari anche molti anni, e ciò comporta un intenso impegno da parte del paziente, dei suoi famigliari e del personale sanitario. E’ comunque del tutto possibile per qualcuno che soffre di DID possa condurre una vita normale e soddisfacente. Il trattamento deve essere condotto da professionisti della salute mentale, come psicoterapeuti e psichiatri, evitando il “fai da te”. I metodi di trattamento includono la psicoterapia a cui si può integrare l’utilizzo di farmaci che agiscono sulla sintomatologia correlata al disturbo (ad esempio sulla depressione o l’ansia, come alcuni farmaci antidepressivi).

Nella cultura di massa

Il DID è stato spesso tematica centrale di numerose opere, tra cui i seguenti film in cui viene usato in modo più o meno fantasioso (ATTENZIONE SPOILER!):

  • Fight Club, di David Fincher (1999);
  • Psyco, di Alfred Hitchcock (1960);
  • Identità, di James Mangold (2003);
  • Doppia personalità, di Brian De Palma (1992);
  • Secret Window, di David Koepp (2004);
  • Nascosto nel buio, di John Polson (2005);
  • Enemy, di Denis Villeneuve (2013);
  • Number 23, di Joel Schumacher (2007);
  • Shelter – Identità paranormali, di Måns Mårlind e Björn Stein (2010);
  • The Ward – Il reparto, di John Carpenter (2010);
  • L’inquilino del terzo piano, di Roman Polanski (1976);
  • Shutter Island, di Martin Scorsese (2010);
  • Split, regia di M. Night Shyamalan (2016);
  • Schegge di paura, di Gregory Hoblit (1996);
  • K-PAX – Da un altro mondo, di Iain Softley (2001);
  • Strade perdute, di David Lynch (1997).

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Non solo starnuti: basta l’aria per diffondere l’influenza

MEDICINA ONLINE TOSSE SECCA GRASSA PRODUTTIVA PERSISTENTE CONTINUA CRONICA DOLORE INFLUENZA FEBBRE RAFFREDDORE NASO CHIUSO PETTO RIMEDI CURE TEMPERATURA TOSSIRE FARMACI MUCOLITICO RESPIRO DISPNEAUna notizia che spaventerà i più ipocondriaci, ma non solo, visto che in questo momento quasi 1 italiano su 10 è a casa con l’influenza: non servono colpi di tosse o starnuti a diffondere l’influenza: basta la semplice… aria. Sviluppare la malattia è molto più facile di quello che pensiamo, almeno secondo una ricerca realizzata dall’Università del Maryland e pubblicato sulla rivista scientifica PNAS Magazine.

Le goccioline che rimangono nell’aria

Donald Milton, capo della ricerca, ha così spiegato la “novità”: “Abbiamo scoperto che i casi di influenza hanno contaminato l’aria che li circonda con un virus infettivo grazie al respiro, senza tossire o starnutire. Le persone con l’influenza generano aerosol contagiosi (minuscole goccioline che rimangono sospese nell’aria per lungo tempo) anche quando non tossiscono e specialmente durante i primi giorni di malattia. Quindi quando qualcuno sente che sta prendendo l’influenza dovrebbe stare a casa e non rimanere sul posto di lavoro ad infettare gli altri”.

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Sangue mestruale nero, scuro, denso, grumoso e maleodorante

MEDICINA ONLINE VISITA MEDICA GINECOLOGICA COMPLETA VIDEO VULVA GENITALI INTERNI ESTERNI STUDIO VAGINA UTERO ESAME ECOGRAFIA TRANSVAGINALE FIBROMI POLIPI TUMORE CANCRO GRAVIDANZA INCINTA CISTI OVAIO PAP TEST ETAIl flusso mestruale è composto da cellule della mucosa uterina (l’endometrio) e sangue, proviene dall’utero ed attraversa la vagina per dirigersi all’esterno tramite l’apertura vaginale durante il ciclo mestruale. Ad alcune donne capita, a volte, di avere un flusso mestruale tendente al marrone scuro o addirittura al nero, oppure più denso e di cattivo odore rispetto al solito, e spesso ci si preoccupa molto, sebbene non sempre ce ne sia motivo. Le cause possono essere diverse anche se in ogni caso è bene evitare l’auto-diagnosi e rivolgersi al proprio ginecologo per ulteriori accertamenti, come visita ginecologica ed ecografia, per escludere gravi patologie.

Cause di sangue mestruale scuro e denso

Le mestruazioni subiscono normali variazioni sia durante il ciclo mestruale stesso, che durante la vita di una donna: età ed altri fattori, ad esempio, possono portare dei cambiamenti normali e non per questo allarmanti. C’è chi soffre di mestruazioni lunghe – con sintomi, cause e rimedi precisi – c’è chi ha mestruazioni abbondanti – risolvibili, a volte, con rimedi naturali – e c’è chi può assistere alla comparsa di un ciclo mestruale scuro. Se si manifesta un ciclo mestruale più scuro del solito generalmente non ci si deve preoccupare: può trattarsi, infatti, anche di semplici irritazioni o infiammazioni. Quando le mestruazioni volgono al termine, il sangue rimasto all’interno della vagina e sull’utero può essere espulso, come processo naturale di pulizia del corpo: in questo caso, ad esempio, il cambio di colore può essere imputato semplicemente al tempo trascorso ed il colorito marrone ne è la normale conseguenza, trattandosi di sangue più coagulato del solito.

Gravidanza e menopausa

Durante la gravidanza possono spesso presentarsi la perdita di macchie scure del tutto normali: la fecondazione di un ovulo, infatti, può causare il danneggiamento del rivestimento dell’utero – ricco di sangue – portando a delle perdite marroni; ciò può avvenire, più o meno, a 6-12 giorni dall’ovulazione. Anche l’insorgere della menopausa può causare perdite marrone chiaro o scuro – a volte, anche tendenti al giallastro – insieme a secchezza vaginale, eventi generalmente normali.

Leggi anche: Perdite bianche, gialle marroni in gravidanza: quando preoccuparsi e cosa fare?

Cause patologiche

Non sempre le alterazioni del normale flusso mestruale sono però fisiologiche: esistono molte diverse cause patologiche più o meno gravi. Ad esempio una alterazione del sangue mestruale può essere determinata da un’eliminazione disfunzionale dell’endometrio ed in questo caso i sintomi continueranno anche molti giorni dopo la fine delle mestruazioni; una malattia infiammatoria pelvica può, poi, portare perdite scure, grumose e/o maleodoranti – oltre a mancanza di appetito, infertilità e dolori addominali. Alterazioni simili si possono verificare anche in caso di gonorrea, clamidia ed endometriosi. Infine, anche la presenza di determinate allergie, cisti dell’utero, polipi e fibromi – piccoli tumori benigni – lesioni cancerose, malattie autoimmuni, tossicodipendenza, stress, depressione, disturbi del comportamento alimentare, dismenorrea, uso di determinati contraccettivi, alterazione della normale coagulazione del sangue e minzioni e defecazioni anomale possono essere causa e/o sintomi correlati ad alterazioni del ciclo mestruale.

Rimedi per un flusso mestruale alterato

I rimedi variano da caso a caso, poiché dipendono dalle cause a monte che hanno determinato l’alterazione del flusso mestruale, cause che – come abbiamo visto – sono estremamente varie e possono essere più o meno gravi. Se si tratta di endometriosi basta un intervento tempestivo ed un trattamento adeguato. In casi di stress, depressione o disturbi del comportamento alimentare, per esempio, occorrerà agire su questi problemi a livelli diversi per poter risolvere il problema dell’alterazione del flusso. Importante sempre eseguire una visita ginecologica con ecografia (anche transvaginale se necessaria) e – ogni due anni dopo i 25 anni di età – un PAP test.

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Cheratosi attinica o solare: cause, sintomi e rimedi naturali e medici

MEDICINA ONLINE IMMAGINI cheratosi attinica 1Nota anche come cheratosi solare, la cheratosi attinica è una lesione precancerosa della pelle che appare soprattutto dopo i 40 anni a causa dell’effetto cumulativo dell’esposizione solare. Le lesioni con cui si manifesta questo disturbo, ricoperte di squame o di croste ruvide al tatto, compaiono generalmente sulle aree del corpo più frequentemente esposte al sole: viso, orecchie, cuoio capelluto, labbra, dorso delle mani, avambracci, spalle e collo. La lesione inizialmente si presenta come una placca eritematosa di piccole dimensioni ricoperta da squame o croste di colore bruno-rossastro. Lo sviluppo è molto lento e ciascuna placca può raggiungere e superare le dimensioni di 1-2,5 cm di diametro. Spesso la cheratosi attinica si manifesta con lesioni multiple. Secondo le stime il 26% delle cheratosi attiniche regredisce spontaneamente, mentre circa il 60% può evolvere in carcinomi cutanei squamo-cellulari.

Cause della cheratosi attinica

La causa principale è la prolungata esposizione alla luce solare in rapporto con la fotosensibilità individuale. Anche le lampade abbronzanti provocano la cheratosi attinica. Le persone più a rischio sono quelle con pelle chiara e chiarissima e con capelli biondi o rossi e occhi azzurri o verdi; quelle che lavorano o fanno sport per molte ore all’aperto; quelle che hanno il sistema immunitario indebolito. I soggetti che hanno soggiornato in Paesi tropicali o equatoriali.

Sintomi della cheratosi attinica

Particolare attenzione deve essere posta all’insorgenza di queste piccole placche eritematose che desquamano: queste lesioni, infatti, possono dare prurito e bruciore, ma possono anche risultare asintomatiche.

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Tipi di cheratosi attinica

La cheratosi attinica si può dividere in varie tipologie:

  • cheratosi pertrofica;
  • cheratosi pigmentata;
  • cheratosi lichenoide;
  • cheratosi atrofica;
  • cheratosi bowenoide.

Cheratosi ipertrofica
La cheratosi ipertrofica è un sottotipo di cheratosi attinica che di solito si manifesta con placche squamose e ruvide.
Un ulteriore estensione della cheratosi ipertrofica è un “corno” di pelle o una protuberanza conica.
Una biopsia cutanea può confermare l’origine della lesione sottostante.
La cheratosi attinica si può verificare anche sulle labbra, è una malattia chiamata cheilite attinica.
Questa patologia è caratterizzata da labbra:

  • Rosse,
  • Squamose,
  • Screpolate.

Il bordo del labbro può non essere distinto.
Se si forma una lesione cutanea ulcerata che non guarisce sul labbro, serve una biopsia per escludere un carcinoma a cellule squamose.

Cheratosi attinica pigmentata
Ha un colore più marrone che rosso, ma le caratteristiche biologiche sono simili ad altre cheratosi attiniche.
Queste lesioni cutanee assomigliano:

  • Alle lentiggini,
  • Ai nei,
  • Ad un melanoma in situ chiamato lentigo maligna.

Queste sono distinzioni importanti da fare.
Una cheratosi attinica pigmentata che non si risolve dopo il trattamento con azoto liquido dev’essere esaminata e serve una biopsia se si sospetta un melanoma.

Cheratosi attinica lichenoide
La cheratosi attinica lichenoide è una malattia premaligna e bisogna parlare con il medico.
Alcune di queste lesioni possono progredire in carcinoma a cellule squamose.
Di solito ha le dimensioni di 2-6 millimetri.
Il colore può essere:

  • Rosso o marrone,
  • Da chiaro a scuro.

Cheratosi attinica bowenoide
La cheratosi attinica bowenoide (malattia di Bowen) è è la prima fase del carcinoma in situ a cellule squamose che somiglia alla cheratosi attinica.

Prevenzione della cheratosi attinica

Per prevenire l’insorgenza della cheratosi attinica il modo più efficace è quello di proteggersi dal sole. Ecco alcune regole da seguire:

  • Esporsi al sole in modo responsabile mediante l’utilizzo di abiti protettivi, occhiali da sole, cappelli e, per le parti che restano scoperte, applicare un foto riflettente minerale naturale. Evitare di esporsi ai raggi solari nelle ore più calde dei mesi estivi, ovvero tra le 11 e le 16.
  • Evitare le ustioni e l’abbronzatura artificiale.
  • Esaminare l’intera superficie del corpo regolarmente – senza trascurare il cuoio capelluto – e rivolgersi al medico nel caso in cui una lesione cutanea: provoca dolore, prude o brucia; trasuda o sanguina; diventa squamosa; presenta cambiamenti in termini di dimensioni, forma, colore o elevazione.

Diagnosi della cheratosi attinica

Generalmente la diagnosi di cheratosi attinica viene effettuata senza difficoltà dal dermatologo.
Attraverso una visita specialistica il medico sarà in grado di distinguere la cheratosi attinica da altre patologie a carico della cute. Una biopsia potrà essere effettuata nel caso in cui il medico reputi necessario assicurarsi che la lesione non sia tramutata in tumore.

Cure della cheratosi attinica

Dal momento che la cheratosi attinica, se non curata, può evolvere in carcinoma squamo-cellulare, il trattamento delle lesioni è mirato proprio a prevenire lo sviluppo di neoplasie. Diverse sono le opzioni disponibili:

  • terapie ablative (curettage, diatermocoagulazione);
  • terapia fotodinamica topica;
  • terapie topiche a base di farmaci immunomodulanti.

Solitamente le terapie ablative vengono impiegate per trattare lesioni singole oppure un numero limitato di lesioni sparse. Le terapie topiche vengono invece utilizzate nel caso di lesioni multiple e sparse. Non esistono rimedi “naturali” efficaci nel rimuovere la lesione.

La cheratosi solare della pelle è pericolosa?

La cheratosi attinica solitamente è innocua, pur essendo essere fastidiosa e antiestetica, tuttavia può diventare pericolosa, perché può evolversi verso un cancro della pelle:

  • Spinalioma o (carcinoma a cellule squamose),
  • Basalioma (carcinoma basocellulare).

Evoluzione della cheratosi:

  • nel 26% dei casi la cheratosi regredisce da sola;
  • il rischio di carcinoma di cellule squamose che avvengono in un paziente con più di dieci aree con cheratosi solare è di circa il 10-15%.

Riconoscere uno spinalioma

Il cancro a cellule squamose:

  • nella fase iniziale si presenta come una papula o un piccolo nodulo rosa- rosso con margini irregolari;
  • nella fase avanzata è una grossa placca o nodulo irregolare, ulcerato e assomiglia spesso ad un cratere di un vulcano sulla pelle.

Cheratosi: quando andare subito dal medico?

Se la cheratosi solare diventa ispessita o ulcerata bisogna recarsi al più presto dal medico per un controllo.

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Differenza tra svenimento e sincope

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZANel linguaggio comune dire “mancamento”, “perdita di coscienza”, “svenimento” o “sincope” sono sinonimi, ma ciò non è del tutto corretto.

Perdita di coscienza transitoria

Il “mancamento” indica la perdita momentanea di coscienza o, per essere più precisi, la “transitoria perdita di coscienza” determinata da varie cause diverse. Perdere la coscienza per alcuni secondi è generalmente un fatto non grave, tuttavia può diventare un fatto potenzialmente pericoloso in alcune situazioni: ad esempio se si sta guidando una vettura, si sta svolgendo un lavoro pericoloso o se nella caduta si sbatte la testa (o il femore, se il soggetto è anziano e/o con osteoporosi) con elevato rischio di trauma cerebrale e fratture ossee. Generalmente, in tempi variabili di circa poche decine di secondi, la perdita di cocienza cessa e la persona torna vigile spontaneamente. Il termine “transitoria” è molto importante, dal momento che se la perdita di coscienza non è transitoria, si parla di “coma”. Nella maggioranza dei casi una transitoria perdita di coscienza non è grave e può essere determinata da svariate condizioni e patologie benigne (anche una forte emozione, un calo glicemico o l’alzarsi repentinamente dalla posizione sdraiata possono determinarla), tuttavia – specie se il fenomeno si verifica di frequente – non va sottovalutato perché potrebbe essere il sintomo di una patologia cardiologica o nervosa.

Una perdita di coscienza transitoria può essere di vari tipi:

  • perdita di coscienza transitoria da svenimento o sincope: determinata da diminuito afflusso di sangue al cervello (da ipotensione, bradicardia, vasodilatazione) e caratterizzata da perdita tono posturale (il soggetto cade);
  • perdita di coscienza transitoria da ipoglicemia: determinata da diminuita concentrazione di zuccheri nel sangue (mentre invece il flusso sanguigno al cervello è normale, a differenza della sincope) e caratterizzata da perdita di tono posturale (il soggetto cade);
  • perdita di coscienza transitoria da epilessia: determinata da alcune forme di epilessia. In questo caso il flusso sanguigno cerebrale e la glicemia sono normali (a differenza dalla sincope e dalla perdita di coscienza da ipoglicemia), inoltre non c’è perdita di tono posturale (il soggetto non cade).

Perdita di coscienza transitoria da svenimento o sincope

Lo “svenimento”, che in medicina viene più correttamente chiamato “sincope” (i due termini sono sinonimi) è una condizione caratterizzata dalla improvvisa perdita della coscienza associata all’incapacità di mantenere la posizione eretta, conseguenza di una interruzione totale o parziale temporanea del flusso di sangue al cervello, che si risolve spontaneamente in tempi molto rapidi.  Una delle tipiche cause di svenimento è l’ipotensione arteriosa, cioè quella condizione in cui la pressione del sangue arterioso diminuisce oltre un certo limite, tale per cui il sangue non riesce ad essere spinto in modo adeguato ai tessuti cerebrali, che sono estremamente “avidi” ed “esigenti” in fatto di fabbisogno ematico (il cervello ha necessità di ricevere almeno 50 millilitri di sangue al minuto per ogni 100 grammi del suo tessuto, altrimenti si rischia lo svenimento).

Ricorda: Si parla di ipotensione se la pressione arteriosa sistolica (pressione massima) è minore di 100 mmHg o se la pressione arteriosa diastolica (minima) è minore 60 mmHg. Per approfondire leggi: Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

Le cause di ipotensione che possono portare a svenimento sono molte. Una causa tipica è l’ipotensione ortostatica che si verifica nel passaggio rapido in posizione eretta partendo da sdraiato, fatto questo che diminuisce la pressione arteriosa sistolica di anche 20 mmHg: tale improvvisa diminuzione di spinta ematica, priva il cervello del sangue necessario e può determinare svenimento, specie in soggetti già ipotesi e/o in anziani. Per approfondire leggi anche:

Esistono poi le ipotensioni arteriose neuromediate, un gruppo alquanto eterogeneo di condizioni la cui caratteristica comune è una temporanea iperattività del sistema nervoso autonomo o simpatico che, indipendentemente dalla nostra volontà, regola la pressione arteriosa mediante vasodilatazione e frequenza dei battiti cardiaci. Per effetto di questa iperattività il fisiologico controllo del circolo arterioso viene alterata e si determina bradicardia (rallentamento della frequenza cardiaca) o vasodilatazione (allargamento del diametro dei vasi sanguigni ) o entrambe le cose. La conseguenza di bradicardia e vasodilatazione è una improvvisa diminuzione della pressione arteriosa che porta a minor afflusso di sangue al cervello e svenimento.

Perdita di coscienza transitoria da calo glicemico

Anche un calo glicemico repentino che pure può dar luogo a perdita di coscienza transitoria e caduta, tuttavia non è classificabile come sincope in quanto la perfusione cerebrale (afflusso di sangue al cervello) rimane nella norma. Per approfondire, leggi: Differenza tra calo di zuccheri e calo di pressione: sono la stessa cosa?

Perdita di coscienza transitoria da epilessia

Anche alcune forme di epilessia possono determinare a perdita di coscienza transitoria, tuttavia – a differenza di sincope e calo glicemico, non si hanno alterazioni del flusso sanguigno cerebrale, diminuzione della glicemia e perdita del tono posturale.

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Svenire durante la defecazione, minzione o deglutizione: è possibile?

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Cos’è uno svenimento?

Lo “svenimento”, che in medicina viene più correttamente chiamato “sincope”, è una condizione caratterizzata dalla improvvisa perdita transitoria della coscienza associata all’incapacità di mantenere la posizione eretta, fatti potenzialmente pericolosi se si sta guidando una vettura, si sta svolgendo un lavoro pericoloso o se nella caduta si sbatte la testa (o il femore, se il soggetto è anziano e/o con osteoporosi) con elevato rischio di trauma cerebrale e fratture ossee. Generalmente, in tempi variabili di circa poche decine di secondi, lo svenimento cessa e la persona torna vigile spontaneamente, in caso contrario si parla di coma. Non tutte le perdite di coscienza transitorie sono però sincopi: in alcune forme di epilessia, ad esempio, si perde coscienza ma non si tratta di sincope, perché non si ha diminuzione del flusso ematico cerebrale né perdita del tono posturale. Alcune perdite di coscienza con perdita di tono posturale possono essere inoltre determinate da ipoglicemia, ma in questo caso non si tratta di sincope perché la causa della perdita di coscienza dipende dall’abbassamento della concentrazione degli zuccheri nel sangue, e non dalla diminuzione del flusso cerebrale.

Cause di uno svenimento

La perdita di conoscenza della sincope è la conseguenza di interruzione totale o parziale temporanea del flusso di sangue al cervello, che si risolve spontaneamente in tempi molto rapidi. Per questo motivo, ad esempio, un calo glicemico repentino che pure può dar luogo a perdita di coscienza e caduta, non è classificabile come sincope in quanto la perfusione cerebrale (afflusso di sangue al cervello) rimane nella norma. Per approfondire, leggi: Differenza tra calo di zuccheri e calo di pressione: sono la stessa cosa?

Una delle tipiche cause di svenimento è l’ipotensione arteriosa, cioè quella condizione in cui la pressione del sangue arterioso diminuisce oltre un certo limite, tale per cui il sangue non riesce ad essere spinto in modo adeguato ai tessuti cerebrali, che sono estremamente “avidi” ed “esigenti” in fatto di fabbisogno ematico (il cervello ha necessità di ricevere almeno 50 millilitri di sangue al minuto per ogni 100 grammi del suo tessuto, altrimenti si rischia lo svenimento).

Ricorda: Si parla di ipotensione se la pressione arteriosa sistolica (pressione massima) è minore di 100 mmHg o se la pressione arteriosa diastolica (minima) è minore 60 mmHg. Per approfondire leggi: Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

Cause di ipertensione e sincope

Le cause di ipotensione che possono portare a svenimento sono molte. Una causa tipica è l’ipotensione ortostatica che si verifica nel passaggio rapido in posizione eretta partendo da sdraiato, fatto questo che diminuisce la pressione arteriosa sistolica di anche 20 mmHg: tale improvvisa diminuzione di spinta ematica, priva il cervello del sangue necessario e può determinare svenimento, specie in soggetti già ipotesi e/o in anziani. Per approfondire leggi anche:

Esistono poi le ipotensioni arteriose neuromediate, un gruppo alquanto eterogeneo di condizioni la cui caratteristica comune è una temporanea iperattività del sistema nervoso autonomo o simpatico che, indipendentemente dalla nostra volontà, regola la pressione arteriosa mediante vasodilatazione e frequenza dei battiti cardiaci. Per effetto di questa iperattività il fisiologico controllo del circolo arterioso viene alterata e si determina bradicardia (rallentamento della frequenza cardiaca) o vasodilatazione (allargamento del diametro dei vasi sanguigni ) o entrambe le cose. La conseguenza di bradicardia e vasodilatazione è una improvvisa diminuzione della pressione arteriosa che porta a minor afflusso di sangue al cervello e svenimento.

Esistono varie tipologie di svenimento da ipotensione neuromediata, le più comuni sono:

Vasovagali. Sono varie sindromi che hanno in comune la mediazione del nervo vago e che conducono al temporaneo svenimento. I trigger ossia i grilletti che attivano questa condizione sono svariati ed eterogenei tra loro ed ad esempio: rimanere in piedi per tempi lunghi, emozioni intense…

Seno carotidee. Sono dovute ad una ipersensibilità del seno carotideo, che è una dilatazione nel tratto iniziale della arteria carotide interna in prossimità della regione in cui ha origine, cioè alla biforcazione con la carotide. Gesti comuni come radersi, allacciarsi il colletto della camicia o farsi il nodo alla cravatta possono attivare il riflesso seno-carotideo che determina una asistolia cardiaca transitoria (mancanza di sistole ovvero della contrazione del cuore) ed anche ipotensione. La conseguenza è ipoperfusione cerebrale e sincope.

Situazionali. Sono causate da un insieme di situazioni diverse tra loro ma che hanno in comune l’involontaria esecuzione di movimenti che portano a compiere quella che in medicina viene chiamata manovra di Valsalva: ovvero una  espirazione forzata con la glottide chiusa. Tutto ciò produce un aumento della pressione intra-toracica che contrasta il ritorno del sangue venoso al cuore. Ne consegue una riduzione della gittata sistolica e quindi della pressione arteriosa sistemica. I ricettori che sono posizionati nel seno carotideo rivelano il calo pressorio e per compensare lo squilibrio eccitano il sistema simpatico che induce aumento della frequenza cardiaca e vasocostrizione. Azioni che tendono a risollevare la pressione. La sincope in questa sequenza rapida di eventi può instaurarsi o per effetto del calo della pressione causato dalla diminuzione della gittata sistolica o per la successiva iperattivazione del sistema simpatico. Le situazioni che più comunemente attivano questo tipo di sincope sono: colpi di tosse, starnuti, sforzi durante la defecazione, minzione, deglutizione, esercizi fisici come il sollevamento di pesi, il post- prandiale, etc.

Terapia per l’ipotensione arteriosa

Essendo molte le cause dell’ipertensione arteriosa (in questo articolo ne abbiamo citate solo alcune), le terapie possibili sono diverse e sono legate alle cause a monte che hanno determinato l’ipotensione. C’è da dire che, se si eccettuano i casi di ipotensione secondaria a gravi patologie che richiedono il ricovero ospedaliero, in genere è sufficiente una buona idratazione per ripristinare una massa ematica adeguata. Nelle ipotensioni legate a farmaci antipertensivi, è spesso sufficiente modificare la dose del farmaco per evitare l’ipotensione. Negli altri casi l’ipotensione può essere risolta andando a causare la patologia a monte che la causa. La Diidroergotamina che causa aumento del tono venoso è il farmaco di prima scelta nella forma con prevalenza del tono simpatico e nella forma dinamicolabile dell’alterazione della regolazione circolatoria.

Consigli generali per minimizzare il rischio di ipotensione

  • maggiore apporto di sodio (ad es. al mattino panino con burro salato) e di liquidi; controindicazione: insufficienza cardiaca;
  • esercizi per la circolazione (attività sportiva);
  • massaggi, idroterapia (Kneipp);
  • la posizione a letto con busto più alto di 20o diminuisce la diuresi notturna e la reazione ortostatica al mattino;
  • alzarsi lentamente dalla posizione sdraiata;
  • calze elastiche.

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Differenza tra metencefalo e mielencefalo

MEDICINA ONLINE SISTEMA NERVOSO ANATOMIA DIENCEFALO MESENCEFALO ROMBOENCEFALO TELE CERVELLO CENTRALE PERIFERICO SIMPATICO PARASIMPATICO MIDOLLO SPINALE TRONCO ENCEFALICO CEREBRALE MESENCEFALO PONTE BULBO MIDOLLO ALLUNGATOCerchiamo di capire oggi la differenza anatomica tra metencefalo e mielencefalo, dal momento che vengono spesso confusi dai nostri studenti. Cominciamo dal principio: il sistema nervoso centrale dell’uomo è diviso in due parti fondamentali:

  • l’encefalo posto nella scatola cranica;
  • il midollo spinale situato nel canale vertebrale.

L’encefalo (anche chiamato “proencefalo”, “prosencefalo” o “cerebro”) è costituito da tre parti fondamentali:

  • cervello: a sua volta diviso in telencefalo e diencefalo;
  • tronco encefalico: costituito da mesencefalo e romboencefalo;
  • cervelletto.

Il tronco encefalico è quindi quella parte dell’encefalo costituita dal mesencefalo e dal romboencefalo. Il romboencefalo è a sua volta diviso in due parti:

  • metencefalo: composto da ponte di Varolio (o più semplicemente “ponte”) e cervelletto;
  • mielencefalo: composto dal midollo allungato (o “bulbo”).

Il tronco encefalico viene quindi ad essere formato da 3 segmenti che sono, dall’alto verso il basso:

  • mesencefalo (a sua volta diviso in tetto e tegmento);
  • ponte di Varolio (o ponte);
  • midollo allungato (o “bulbo”).

Il cervelletto, pur facendo parte del romboencefalo assieme al ponte, non è invece considerato parte del tronco encefalico.

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Il museo del pene esiste ed è in Islanda

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PERCHE UOMO NON HA OSSO DEL PENE BACULUM Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari An PeneIl museo del pene esiste, si chiama”Museo Fallologico Islandese” (Hið Íslenzka Reðasafn in lingua islandese) ed è situato a Reykjavík. Fondato nel 1974 da Sigurdur Hjartarson, professore di storia in pensione, il museo è privato e raccoglie apparati genitali maschili, disseccati o conservati in formaldeide. La collezione è composta da 276 peni, appartenenti a 92 specie animali diverse, nella fattispecie ai mammiferi d’Islanda, alcuni dei quali ormai estinti. Dal 2011 fa parte della collezione un pene umano, donato da un cittadino islandese alla sua morte. Il più grande fallo esposto è il del pene di una balenottera azzurra.

Storia del museo

Il fondatore del museo Sigurður Hjartarson ha lavorato come professore e preside per 37 anni, insegnando storia e spagnolo al Hamrahlid College Reykjavík prima di pensionarsi. Curioso notare che già da bambino possedeva il pene di un toro, che utilizzava come frusta per il bestiame. Inaugurò la sua collezione quando un conoscente, sentita la storia del pene del toro, gliene regalò altri quattro nel 1974; di questi, Sigurður ne regalerà tre ai suoi amici. Anche i lavoratori alle baleniere, giunti a conoscenza dell’insolita passione del ragazzo, cominciarono a donargli peni di balene; è in questo momento che la sua raccolta si espanse, grazie alle varie donazioni provenienti dalle regioni più disparate dell’Islanda.

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280 peni

Secondo il sito web del museo, la collezione comprende 280 peni di 93 specie animali. Si spazia dagli esemplari più grandi a ai più piccoli peni del mondo animale. Il fallo più grande fra quelli esposti, lungo 170 cm e pesante 70 kg, appartiene a una balena: è così possente da esser stato definito «un vero Moby Dick» dall’Iceland Review. In realtà, questo campione non rappresenta nient’altro che la punta dell’intero organo, che se sezionato in toto avrebbe avuto una lunghezza di 5 m ed un peso di 350–450 kg. Al contrario, vi è il membro genitale di un criceto che è lungo solo 2 mm; si pensi che, per essere visto dall’occhio umano, questo deve essere visionato attraverso una lente d’ingrandimento. Sigurður in merito ha descritto la sua collezione come il risultato di «37 anni di raccolta di peni; qualcuno doveva pur farlo». Il museo accoglie anche una “sezione folklore”, che ripercorre la storia del pene nelle narrazioni mitologiche: vengono infatti mostrate ricostruzioni immaginarie dei falli di elfi, troll, Kelpie ed altri personaggi della fantasia popolare. Sigurður, citando il fallo dell’elfo («insolitamente grande e vecchio») come il suo preferito, ricorda tuttavia che questo non può essere visto poiché secondo la tradizione islandese elfi e troll sono invisibili. Nella collezione “folcloristica” sono compresi anche un tritone ed altre creature marine.

Tecniche di conservazione dei peni

Per la salvaguardia della collezione, varie sono le tecniche usate: si va dalla conservazione in formaldeide, al decapaggio, fino a giungere all’essiccamento, all’imbottitura ed alla salatura. Addirittura, per preservare un pene di toro, Sigurður decise di convertirlo in un bastone da passeggio; sorte quasi analoga è toccata a numerosi testicoli di montone, trasformati in lampade che tuttora illuminano le sale.

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