Puoi pure avere la tartaruga sulla pancia, ma…

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO YOGA RELAX MEDITAZIONE DONNA TRANQUILLITA MENTE RILASSAMENTO NATURA PALESTRA ESERCIZIO PESI MUSCOLI STRETCHINGPuoi pure avere la tartaruga sulla pancia, ma se poi in testa hai un criceto non è che ci fai una bella figura! 

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Spasmi muscolari e mioclonie: cause, diagnosi e cura delle contrazioni involontarie

Tanti pazienti vengono da me allarmati da una sorta di contrazione involontaria ripetuta, che avvertono spesso nell’ultimo periodo. Nella maggioranza dei casi, questi pazienti si riferiscono al mioclono: di cosa si tratta?

Cosa si intende per “mioclono” e “mioclonia”?

La mioclonia è una condizione caratterizzata da uno o più spasmi di uno o più muscoli (mioclono), ovvero la contrazione o il rilassamento involontari di una o più masse muscolari. Lo spasmo muscolare tipico del mioclono può essere una contrazione (ed allora si parla di mioclono positivo) o un rilassamento ossia una perdita di contrazione (ed allora si parla di mioclono negativo) o anche di asterissi o ancora di flapping tremors.

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Caratteristiche

Le caratteristiche essenziali che identificano le mioclonie sono:

  1. involontarietà, breve durata, insorgenza rapida ed inaspettata, aritmicità;
  2. possono costituire un episodio singolo o più spesso ripetersi intervallate da tempi irregolari in maniera da costituire una serie (anche 10/50 contrazioni in un minuto);
  3. possono interessare uno o anche più muscoli che non necessariamente sono coinvolti nello stesso movimento ed in alcuni casi l’intero corpo.

Notiamo che il mioclono non è in se una malattia e neppure un sintomo, che è una alterazione avvertita dal paziente della normale sensazione del proprio corpo, ma è invece un segno, ossia un riscontro di una malattia che il medico constata durante la visita del paziente. Ricordo ai lettori che il sintomo è una sensazione soggettiva e riferita dal paziente (per esempio il dolore) mentre il segno è un reperto oggettivo riconosciuto dal medico all’esame obiettivo del paziente stesso.

Le mioclonie sono disturbi del movimento

Gli spasmi mioclonici o mioclonie appartengono alla più ampia categoria dei disturbi del movimento. Dove i disturbi del movimento costituiscono tutte quelle condizioni caratterizzate da un cattivo funzionamento della muscolatura volontaria ossia dei muscoli che si muovono azionati dalla nostra volontà. I disturbi del movimento si distinguono in:

  • Mioclonie.
  • Tremori. Dondolio periodico di alcune parti del corpo (ad esempio le mani).
  • Bradicinesia. Difficoltà e rallentamento nell’intraprendere un movimento.
  • Coreoateosi. Movimenti involontari di parti del corpo: rapidi, a scatto e di ampiezza notevole (interessano principalmente collo e volto).
  • Tics. Movimenti, involontari ed immutabili.
  • Distonie. Posture involontarie mantenute nel tempo.
  • Sincinesie. Movimenti involontari di un arto contemporanei al movimento volontario dell’altro arto simmetrico.
  • Abasia. Compromissione della deambulazione per mancanza di coordinazione dei movimenti.

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Cause degli spasmi muscolari: fisiologiche, patologiche e iatrogene

Le mioclonie possono avere numerosissime cause e queste per di più risultano anche estremamente eterogenee tra loro. Per comodità è possibile suddividerle in tre grosse categorie e precisamente in: cause fisiologiche, patologiche e iatrogene. Per approfondire leggi: Spasmi muscolari e mioclonie: da cosa sono causati?

I meccanismi fisiologici che inducono il mioclono

I meccanismi che sono alla base delle mioclonie non sono, allo stato attuale delle cose, noti del tutto. Affermazione avvalorata dalla constatazione che medesime tipologie di mioclonie non rispondono in maniera egualmente positiva alla stessa terapia. Tale situazione già di per se complessa, per la scarsa conoscenza dei processi, è resa ancora più intricata dal fatto che non tutti i tipi di mioclonie sono retti dai medesimi processi fisiopatologici. Le ipotesi che si fanno in merito sono svariate. Ne accenniamo una delle più attendibili che è stata formulata per le mioclonie che vengono scatenate stimoli esterni ( luci, rumori, etc.). Essa ipotizza che tali mioclonie si scatenino perchè le aree del cervello (corteccia e reticolo mediale ) e midollo spinale che sono deputate al controllo dei muscoli volontari risultano, in determinate condizioni, ipereccitabili. Un ruolo essenziale nel determinare questa condizione di ipereccitabilità si suppone sia svolto da alcuni neurotrasmettitori, ossia da quelle sostanze chimiche che fungono da messaggeri tra una cellula nervosa ed una altra. Potrebbe infatti accadere che squilibri o carenze di alcuni neurotrasmettitori rendano più sensibili alcune cellule innescando così il fenomeno delle mioclonie. In particolare si ipotizza che i neurotrasmettitori che possono essere coinvolti in questi meccanismi siano: serotonina e acido gamma amminobutirrico. Entrambi infatti hanno un effetto inibitorio e coadiuvano il cervello nell’azione di controllo dei muscoli.

Leggi anche: Sistema nervoso: com’è fatto, a che serve e come funziona

Tipi di mioclonie: dove e come si presentano gli spasmi

La classificazione degli spasmi involontari può essere fatta secondo diversi criteri, oltre quello delle cause che, come visto sopra, le distingue in fisiologiche e secondarie, è possibile classificarle in base alla zona del corpo che colpiscono ed al tipo di movimento che inducono. In particolare:

  1. Mioclonie focali. Quando interessano la muscolatura di una sola regione del corpo.
  2. Mioclonie segmentali. Quando interessano i muscoli di più regioni corporee che però risultano contigue.
  3. Mioclonie multifocali o massive. Se colpiscono l’itero corpo.
  4. Mioclonie idiopatiche. Si presentano in soggetti in cui non si riesce a diagnosticare alcuna causa scatenante ed in assenza di altri sintomi.
  5. Mioclonie d’azione. Le configurano spasmi muscolari che vengono scatenati da movimenti precisi che presuppongono coordinazione muscolare. In casi limite può risultare sufficiente la sola intenzione di compiere il movimento scatenante per la comparsa degli spasmi. Le cause che sono alla loro base sono danni cerebrali causati da ipossia ossia mancanza di ossigeno durante la respirazione o temporanea mancanza di flusso ematico al cervello per compromissione cardiaca.
  6. Mioclonie epilettiche. Questa tipologia di spasmi muscolari fa parte di un quadro epilettico più generale. Ricordiamo che l’epilessia è una malattia neurologica ossia del sistema nervoso centrale che raccoglie svariate forme con una sintomatologia molto varia ma tutte accomunate dalle convulsioni e spasmi muscolari e quindi mioclonie.

Diagnosi delle mioclonie

Per diagnosticare le mioclonie e la loro causa, è importante la diagnostica per immagini. A tal proposito leggi: Spasmi muscolari e mioclonie: come si fa la diagnosi?

Trattamento delle mioclonie: la cura dei sintomi

A tale proposito, leggi questo articolo: Spasmi muscolari e mioclonie: cura, trattamento e rimedi

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Giovane preso a pugni, perde i sensi e quando si sveglia succede una cosa incredibile!

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Jason PadgetPUGNI GENIO MATEMATICA Dieta Chirurgia Medicina Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia Grasso Linfodrenante Dietologo Cellulite Calorie Peso Pancia Sessuologia Pene Laser Filler Ruga BotulinoJason Padgett, che vedete sorridente nella foto qui sopra, era una persona che amava divertirsi. Gonfiare i bicipiti, scolpirsi i capelli col gel, fare tardi nei bar. Poi improvvisamente tutto è cambiato. Nella mente di questo trentunenne americano allergico ai libri si è acceso un sesto senso per la matematica. E’ diventato una sorta di “idiota sapiente” anche se, visto che lui “savant” non ci è nato, ma ci è diventato, sarebbe più corretto parlare di “sindrome del savantismo acquisito“. In letteratura scientifica sono davvero pochi i casi come quello di Jason: si calcola che in tutto il mondo esistano solo circa 40 persone che sono state colpite da tale particolarissima sindrome. Nel caso di Jason il verbo colpire è particolarmente azzeccato: l’evento che lo ha trasformato è stata una serie di pugni alla testa sferrati da un paio di sconosciuti in un locale notturno. Il ragazzo è caduto a terra, ha perso i sensi e quando si è ripreso ogni cosa aveva iniziato a splendere di una luce strana.

Il libro

L’incredibile storia del body-builder tramutato in cervellone viene raccontata in un libro appena pubblicato oltreoceano. Titolo: «Struck by genius», che è come dire fulminato dal genio. Sottotitolo: «Come un trauma cerebrale mi ha reso un prodigio della matematica». Lo firma lo stesso Padgett insieme a Maureen Seaberg, la scrittrice che lo ha convinto a sottoporsi ai test medici che hanno confermato le sue nuove capacità. Ma è possibile che la nostra testa sia come uno di quei vecchi apparecchi elettronici che funzionavano meglio dopo aver preso una botta?
Quel che sappiamo è che Padgett ha abbandonato il college perché non gli piaceva studiare ma era tutt’altro che stupido. Prima dell’aggressione di 12 anni fa era esibizionista, socievole e spensierato. Dopo è diventato introverso e fobico, ossessionato dai germi. Ma gli è successo anche qualcosa di straordinario. I suoi sensi si sono fusi. I movimenti sono diventati fotogrammi e tracce luminose colorate. Oggi vede poligoni ovunque. La panna versata nel caffè del mattino disegna una spirale. Le foglie degli alberi sono teoremi di Pitagora. La luce riflessa è un inno al pi greco.

Frattali disegnati a mano

Jason ha la rarissima dote di saper disegnare a mano i frattali, affascinanti figure che restano uguali anche osservate con la lente di ingrandimento, perché si ripetono allo stesso modo su scale diverse. E per capire l’universo che gli si è spalancato davanti, alla fine si è messo a studiare fisica e matematica. A certificare la sua sindrome è arrivato Darold Treffert, il più grande specialista di quelli che nell’800 venivano chiamati “idiot savant”. Persone non istruite, spesso portatrici di qualche deficit intellettivo, e tuttavia capaci di eseguire calcoli difficilissimi o di ripetere interi libri al contrario. Secondo Treffert il savantismo può essere congenito o acquisito, si presenta più spesso nei maschi che nelle femmine, in una significativa minoranza delle persone affette da autismo e in una minima frazione di quelle colpite da danni cerebrali o ritardo mentale. Le loro abilità sono meccaniche ma ci sembrano eccezionali perché normalmente potrebbero essere inibite da altre funzioni superiori. Forse traumi e anomalie possono rendere queste informazioni di basso livello più accessibili, forse il resto del cervello si attiva di più per compensare il deficit. Quanto a Jason, i test hanno individuato un danno all’emisfero cerebrale destro e una super attivazione del lobo parietale sinistro. La sua nuova vita, come quella di altri illustri pazienti che hanno fatto la storia delle neuroscienze, rappresenta una finestra aperta sulla plasticità del cervello, sulle diverse forme di intelligenza, sul potenziale umano. Ma è presto per concludere che in tutti noi c’è un genio assopito pronto a svegliarsi. E comunque se c’è assomiglia più al protagonista di Rain Man o a Giovanni Pico della Mirandola che a Einstein.

Quella che potete vedere di seguito è una galleria con alcuni interessanti esempi di frattale “artistico”. Non li osservate troppo a lungo o rischiate di rimanere ipnotizzati!

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Donna appagata o principessa triste?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RAGAZZA TRISTE DONNA DEPRESSIONE STANCA PAURA FOBIA PENSIERI SUICIDIO FIUMA PONTEDonne che non incontrano uomini interessanti

Nella pratica clinica, si incontrano spesso giovani donne che hanno difficoltà nelle relazioni d’amore. Sono ragazze che pur avendo occasionali relazioni con l’altro sesso, non riescono a concedersi la possibilità di un incontro importante o che allontano nel tempo l’esperienza sessuale, anche dopo i trent’anni. Spesso sono graziose e curate, lavorano o studiano. Giustificano la mancanza di esperienze amorose raccontando di situazioni deludenti, spesso  storie adolescenziali dove è mancato il tempo di conoscere l’altro. Queste donne  lamentano di non incontrare partner interessanti, gli uomini sembrano misteriosamente scomparsi.

Sognano una storia romantica, un incontro folgorante e struggente con un lui seducente ed accogliente, un amore totale, perfetto, gratuito ed immediato. Esattamente quello che immaginano essere  l’esperienza di tutte le altre donne, quelle fortunate che si fidanzano e si sposano. A questo ideale amoroso, si contrappone un atteggiamento di diffidenza e di ritiro dalle relazioni e soprattutto una profonda paura per il proprio desiderio o attrazione verso un uomo. La sessualità è vissuta come qualcosa che non le riguarda, che le sfiora appena.

La diffidenza si esprime anche con l’atteggiamento del corpo, con una rigidità muscolare che sembra mantenere una corazza che nasconde l’emozione. Se un lui sconosciuto mostra un interesse verso la triste-solitaria, questa immediatamente attiva una barriera emotiva e spesso anche corporea, per arginare la propria eccitazione vissuta come pericolosa. L’emozione è anestetizzata con ogni mezzo, compresa la fuga o l’allontanamento dell’uomo. Apparentemente opposto, è il comportamento di quelle donne che ricercano attivamente incontri sessuali ma che si ritirano al primo accenno di coinvolgimento emotivo.
Spesso il lui in questione è già impegnato, magari più giovane o straniero o in procinto di allontanarsi.
Anche moltiplicando gli incontri sessuali, questi non lasciano tracce, la principessa resta sola e incompresa dimenticata dal principe ideale.

Se l’attesa si protrae nel tempo, aumenta l’infelicità ed il sentimento di sconfitta e di amarezza profonda, questo a prescindere dal successo professionale e personale in altri campi.
Queste donne sono accumunate dall’attivazione di una severa difesa alla possibilità di un rapporto affettivo ed emotivo con l’altro sesso.
Il paradosso  è che la cosa che desiderano di più è anche quella che le spaventa. L’assenza del rapporto con l’uomo, è avvertita come la causa ultima dell’insoddisfazione e del senso di vuoto, ma la realizzazione di un incontro è evitata con ogni mezzo ed agito.

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Donne che non sono mai contente

Uno stereotipo comune tra le donne che non riescono ad incontrare il partner ideale è la ricerca del “bel tenebroso”, ossia di un uomo sfuggente, concentrato su di se e i propri interessi, propenso ad una storia sessuale. Il paradosso è che se “il bel tenebroso” si lascia avvicinare sul piano affettivo, viene immediatamente degradato a semplice uomo perdendo gran parte del fascino ed attrattiva.

Un altro comportamento tipico delle principesse-tristi, è quello di svalutare gli uomini che le corteggiano, questi non sembrano mai abbastanza interessanti o attraenti. La svalutazione dell’uomo sembra collegata all’immagine che queste donne hanno di sé stesse, ossia non reputandosi abbastanza principesse da poter interessare un vero uomo, considerano ogni maschio che le corteggia come poco appetibile.

Il comportamento amoroso delle principesse-tristi, può rientrare sia nella patologia narcisistica che in quella isterica, la differenza diagnostica dipende dalla costanza o meno dell’oggetto.
Comune è l’infelicità ma la sua causa  può avere un’origine molto diversa.
Le principesse-tristi narcisiste non riescono ad innamorarsi, spesso si rifugiano in sogni romantici, non provano eccitazione sessuale o desiderio erotico, anche la masturbazione può essere scarsa e poco soddisfacente. In questo gruppo possono rientrare anche le donne che ritardano molto l’inizio dei rapporti sessuali.
Le principesse-tristi che invece hanno raggiunto la costanza dell’oggetto, si innamorano, provano desiderio sessuale, ma quello che le allontana dalla realizzazione di una matura relazione sessuale, è la colpa edipica.

Si tratta di donne che da bambine hanno avuto una troppo ambivalente relazione con la madre la quale non è stata in grado di tollerare la sessualità della figlia e successivamente il suo amore per il padre. Il normale cambiamento di oggetto della bambina dalla madre al padre, è inconsciamente distorto.
Tutto questo può aumentare la colpa inconscia rispetto all’intimità sessuale che accompagna il coinvolgimento affettivo con l’uomo, portando ad una relazione sadomasochistica.

Donne che si aspettano un risarcimento

Le principesse-tristi, sono spesso rancorose: hanno l’atteggiamento di chi si aspetta di essere risarcito da un danno, un torto subito.
Masud Khan, in un saggio associa l’isteria al risentimento, afferma che le bambine isteriche non hanno ricevuto un sufficiente sostegno dall’ambiente, hanno la costante sensazione che qualcosa sia stato loro negato e i loro desideri disconosciuti. L’esperienza infantile è stata carente, hanno vissuto una scissione tra sessualità e bisogni dell’Io corporeo. In età adulta , l’angoscia viene affrontata tramite la sessualità, da ciò dipende sia la promiscuità che l’inibizione sessuale.
Paradossalmente, il successo sessuale equivale inconsciamente alla castrazione delle capacità dell’Io, arrendersi sessualmente all’oggetto implica il pericolo dell’annientamento dell’Io, da ciò il rifiuto dell’oggetto prima desiderato e cercato.

Il pretesto del risentimento dell’isterico è che anche il nuovo oggetto d’amore le ha deluse, poichè non le ha riconosciute nella loro autenticità.
Le principesse- triste cercano con il linguaggio sessuale, di ottenere una gratificazione affettiva, confondendo la lingua degli adulti con quella infantile, ossia sovrapponendo il linguaggio della tenerezza a quello della passione.
Magari si rifugiano nei sogni romantici ad occhi aperti che come scrive Bollas in “Isteria”, sostituiscono i contenuti erotici rimossi o dissociati , allontanano le tematiche sessuali per cercare di avvicinarsi ad un elevato ideale del sé, un po’ come avviene nella trama dei romanzi rosa o in modo più attuale, in molte storie delle fiction televisive.

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Come poter aiutare le principesse-tristi?

Il primo passaggio, è una diagnosi differenziale tra struttura di personalità prevalentemente narcisistica od isterica. Si tratta di pazienti molto diverse in quanto nel caso della patologia narcisistica, è proprio il riconoscimento di un oggetto intero separato e visto in modo realistico ad essere carente o distorto, invece la paziente nevrotica ha raggiunto la persistenza dell’oggetto, la difficoltà è legata alla colpa edipica. Comune ai due gruppi clinici, è però una certa idea della femminilità e del ruolo della donna.

Freud, nell’identificare le origini psichiche dell’isteria, è partito da una scoperta essenziale che non sempre viene evidenziata, ossia anche le donne, non solo gli uomini, hanno una libido che se non trova una via di soddisfazione nella realtà, si ritorce contro la persona che inizia a soffrire di sintomi che rappresentano il compromesso tra la libido stessa e la difesa. Freud, in modo originale, ha riconosciuto alle donne il diritto alla potenza aggressiva dell’energia sessuale a prescindere dalla maternità, riconoscendo alla donna un ruolo sessuale  pari a quello maschile separato dalla funzione materna.

Come afferma la psicanalista francese Sophie Cadalen che si è occupata in più scritti della questione maschile e femminile, nonostante i contraccettivi e quindi il controllo delle nascite, la maternità a livello inconscio assicura ancora una normalità della femminilità, le donne occidentali seguitano a sentirsi in colpa per la sessualità e la femminilità.
Assumersi il ruolo di protagoniste delle proprie scelte sessuali, ne comporta  anche la responsabilità.
Le principesse-tristi sono in attesa, anche se apparentemente attive, restano arroccate nella loro torre solitaria, è comunque il principe che le deve raggiungere e coinvolgere nell’amore e nell’eros .
Se la conquista della felicità dipende da ognuno di noi, uomo e donna, essere felici può fare paura perché significa diventare protagonisti della propria vita. Non basta un principe qualsiasi ma serve che il nostro desiderio incontri, nella realtà, il desiderio dell’altro.

La principessa-triste è prigioniera di una fitta ragnatela, apparentemente senza via di uscita, di cui è lei stessa la principale artefice e vittima. E’ proprio il comportamento di queste donne-tristi, piuttosto che le reali condizioni esterne, ad ostacolarle nella realizzazione del loro più grande desiderio consapevole. Il comportamento appare contraddittorio rispetto ai desideri, è evidente una scissione che le imprigiona nella ripetizione coatta di modalità disfunzionali.

Articolo pubblicato su la rivista “Mente e cervello” , gennaio 2009, N. 49

Dottoressa Maria Grazia Antinori – Psicologa, Psicoterapeuta

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Qual è la differenza tra anoressia e bulimia?

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FONTE DI QUESTO ARTICOLO

Maddalena, 27 anni, racconta che per lei tutto è iniziato «come spesso inizia per tante, con una banalissima dieta cominciata in primavera, alla fine della seconda superiore. In previsione dell’estate mi vedevo un po’ in sovrappeso: pesavo 57 kg ed ero alta 1,65. Perfettamente nella norma, solo che quando ci sei dentro hai una distorsione dell’immagine del tuo corpo. Quindi ho iniziato la dieta. Poi man mano la situazione è peggiorata: iniziavo a dimagrire sempre di più, e il fatto di perdere peso era un rinforzo positivo a mantenere questo mio comportamento. I miei erano straziati da questa cosa, ma non mi hanno mai detto “perché non mangi” o “devi mangiare” non mi hanno mai assillato. Soffrivano in silenzio. A dicembre pesavo 40 kg: avevo perso 17 kg in sei mesi. Ero proprio uno scheletro, e in quel momento mi piacevo. E non mi interessava quello che dicevano gli altri, anche perché mi ero isolata tantissimo. A quel punto la mia vita era solo andare a scuola, studiare e pensare al cibo, basta. Anche perché lo studio e il cibo erano le uniche due cose che potevo controllare, che dipendevano esclusivamente da me. La fame c’era, ma il fatto di aver fame e di sapere di riuscire a controllarla era una vittoria, io mi sentivo la più furba».

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L’anoressia

L’anoressia nervosa è esattamente questo: una perdita consistente di peso corporeo accompagnata da una forte paura di ingrassare, una distorsione della propria immagine corporea, per cui ci si vede grasse anche se in realtà si è sottopeso, e una bassa autostima di sé. La stima delle persone affette da anoressia nervosa, infatti, è fortemente legata all’aspetto fisico e la possibilità di controllare la fame e il peso, e ridurlo secondo le proprie esigenze, è un modo attraverso cui aumentarla.

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La bulimia

Come spiega Maddalena, che poi continuando a raccontare la sua storia dirà di essere passata dall’anoressia alla bulimia “l’altra faccia della medaglia”. «Mi ritrovavo a mangiare grosse quantità di cibo. Uscivo per comprare torta salata, biscotti, patatine, tornavo a casa e li mangiavo da sola e di nascosto; e mi sentivo un animale perché durante e prima dell’abbuffata ti prende una forza incontrollabile, che non puoi fare a meno di assecondare. Mangiavo di nascosto per un discorso di intimità, perché non è un mangiare normale, è un mangiare in modo incontrollato. Per me era una cosa molto strana a cui non potevo sottrarmi, ma che sentivo non era normale. Per questo la volevo tenere per me, anche se sapevo che i miei genitori sarebbero stati ben felici di sapere che stavo mangiando».

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Abbuffata compulsiva

La caratteristica clinica principale della bulimia nervosa è l’abbuffata compulsiva, l’ingestione di grosse quantità di cibo in assenza di controllo, vissuto come qualcosa che bisogna fare per forza e che non si riesce a fermare o controllare. Seguita poi da comportamenti di compenso volti a prevenire l’aumento di peso. La psicopatologia di base è simile a quella dell’anoressia: c’è in entrambi i casi una forte paura di ingrassare, una distorsione dell’immagine corporea e una bassa autostima. La differenza è che nel caso della bulimia ci sono delle grandi abbuffate seguite dall’uso di purganti o lassativi o dal vomito autoindotto. Oppure si fanno digiuni prolungati o intensa attività fisica. Il peso però non si riduce tantissimo come nell’anoressia, perché queste grandi mangiate consentono comunque l’ingestione di una certa quantità di cibo.

Differenze tra bulimia ed anoressia:

  • Nella bulimia il paziente compie delle vere e proprie abbuffate, seguite da condotte di eliminazione (con vomito autoindotto, diuretici, lassativi) o senza condotte di eliminazione (comportamenti compensatori inappropriati come digiuni o/e intensa attività fisica; nell’anoressia invece la paziente tende a non mangiare per nulla;
  • La bulimia è disturbo egodistonico, in quanto i sintomi vengono vissuti come estranei e fastidiosi, tanto che molto spesso è il paziente stesso a richiedere spontaneamente un trattamento. Al contrario l’anoressia viene vissuta come un fatto positivo ed il paziente non chiede aiuto, né vuole essere aiutato.
  • Nella bulimia di solito non vi sono grosse variazioni di peso nel tempo, mentre nell’anoressia il paziente perde peso in modo considerevole.

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Le conseguenze di anoressia e bulimia

Le conseguenze dal punto di vista della salute fisica nel caso dell’anoressia sono dovute alla mal nutrizione e al calo di peso, mentre nel caso della bulimia purgativa al vomito autoindotto e all’uso di lassatavi. Questi determinano squilibri dei sali e dei liquidi corporei che possono portare ad aritmie e collasso cardiocircolatorio. Il vomito, inoltre, può provocare danni alla cavità orale, ai denti e così via.

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I soggetti più esposti: giovani ragazze

In Italia come in tutti i paesi occidentali, le persone affette da disturbi dell’alimentazione, come l’anoressia o la bulimia nervosa, sono ancora tante. Per questo, per sensibilizzare l’opinione pubblica, lo scorso 15 marzo in molte città italiane si è tenuta la terza giornata nazionale del fiocchetto Lilla, dedicata ad anoressia, bulimia, obesità e di tutte le patologie legate ai disturbi del comportamento alimentare. Le più esposte sono sempre le ragazze, con un rapporto maschi: femmine di 1:9, e si stima che la prevalenza sia dello 0,5-1% per l’anoressia e del 2% per la bulimia. La fascia di età interessata all’insorgenza del disturbo è quella tra i 14-19 anni anche se ultimamente si sta assistendo a un anticipo dell’esordio con le prima manifestazioni del disturbo che si possono presentare già a 9-10 anni. Sia perché oggi, tramite i mezzi di comunicazione, le ragazze sono esposte prima a pressioni sociali, come il mito della magrezza tipico dell’ideale occidentale; sia perché nel corso degli anni biologicamente si è assistito a un’anticipazione dell’età del menarca. Fenomeno che può aver contribuito all’anticipo all’insorgenza del disturbo. Nonostante i fattori ambientali – come appunto il mito della magrezza, visto come un prerequisito fondamentale per il successo e l’affermazione sociale – abbiano un peso determinante nell’insorgenza della malattia, è anche vero che tutte le ragazze del mondo occidentale sono esposte a messaggi simili, ma solo lo 0,5-1% va incontro a questi disturbi. Questo significa che l’origine del disturbo è di tipo multifattoriale e che dipende anche da una predisposizione individuale in parte biologica e in parte psicologica, a cui poi si sommano i fattori ambientali.

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Nei maschi

Nei maschi l’anoressia è meno frequente, ma negli ultimi anni si è osservato un aumento dei casi anche per il sesso forte. In questo caso la malattia assume una connotazione un po’ diversa, per cui non è tanto importante la magrezza quanto la muscolosità. Il meccanismo però è il medesimo: attraverso il dimagrimento e riduzione del peso si cerca di raggiungere l’ideale di un corpo scolpito. Si parla di vigoressia, ma questo comportamento non porta a quello a cui i ragazzi aspirano, ma solo a cause negative dal punto di vista fisico. Per il resto poi, fisiopatologia, evoluzione del disturbo, l’insorgenza il disturbo assomiglia a quello delle ragazze.

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Guarire dall’anoressia e dalla bulimia

La guarigione può richiedere diversi anni e in alcuni casi non è totale, ma si recupera solo in parte. L’esito della terapia dipende soprattutto dalla tempestività del trattamento: quanto prima le persone entrano in contatto con i clinici specializzati, tanto più rapida e sicura è la guarigione. Nell’anoressia nervosa c’è una percentuale di guarigione del 60-70%, mentre nella bulimia, questa percentuale sale fino all’80-90 per cento. In alcuni casi però i pazienti non riescono a recuperare completamente una sana alimentazione e nelle forme più croniche e di più lunga durata l’esito non sempre è favorevole. L’anoressia, inoltre, tra le malattie psichiatriche è quella che presenta il più alto tasso di mortalità, circa il 5%, in gran parte dovute alla conseguenza organiche e in piccole parte al suicidio.

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Curare l’anoressia e la bulimia

Inutile aggiungere poi, che la presa di coscienza da parte dei pazienti, è sicuramente la fase più critica del processo. La motivazione al trattamento è la prima fase e a volte impieghiamo anche 3-5 sedute per motivare le persone, perché la maggior parte non hanno consapevolezza della malattia, nel senso che si vedono grasse anche essendo magre quindi non hanno nessuna necessità di essere curate. Il trattamento d’elezione è quello multidisciplinare integrato, che coinvolge diverse figure professionali, dallo psichiatra che “dirige l’orchestra”, all’’internista per le complicanze mediche, il ginecologo, il nutrizionista e l’educatore professionale per i percorsi formativo tipo il pasto assistito. I farmaci invece si usano poco, solo per la cura delle complicanze fisiche o dei sintomi psichiatrici. I genitori spesso hanno grossi sensi di colpa perché pensano di aver sbagliato qualcosa, di non essere stati in grado di soddisfare tutte le richieste dei figli e che questo abbia determinato l’insorgenza della malattia. Non sanno bene come comportarsi, per cui spesso insorgono conflitti al momento dei pasti perché sono preoccupati per il calo di peso e impongono di mangiare. In alcuni casi, quando ci sono dei conflitti, possono essere di ostacolo e hanno bisogno di essere aiutati e supportati. In genere però non rappresentano un ostacolo ma anzi, spesso sono una risorsa per il trattamento, come quello basato sulla famiglia adottato per le ragazzine più giovani.

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Dormire poco ti consuma il cervello ma correre te lo ricostruisce

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO SBADIGLIO NOIA SONNO DORMIREDormire troppo poco provoca la morte delle cellule cerebrali. Lo dicono i risultati di una ricerca condotta da un team di ricercatori della School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, che ha condotto uno studio sugli effetti della deprivazione del sonno sui topi. E se le conclusioni degli scienziati americani dovessero valere anche per l’uomo, questo può significare una cosa sola, e cioè che è perfettamente inutile cercare di «recuperare il sonno perso» dopo un periodo particolarmente intenso.

Turni di notte e lavoro fino a tardi

La ricerca, pubblicata sul prestigioso Journal of Neuroscience e ripresa anche dalla BBC, potrebbe avere un’applicazione nel campo della farmacologia: potrebbe infatti nascere un farmaco in grado di «proteggere» il cervello dagli effetti della mancanza di sonno. Effetti che, almeno per quanto riguarda i topi, sono estremamente marcati: i roditori sono stati posti in un ambiente che replicava le cause tipiche della deprivazione di sonno, come i turni di lavoro notturni o, semplicemente, un sovraccarico di lavoro che, spesso, può obbligare chiunque a stare in ufficio fino a tardi. Dopo diversi giorni a questo ritmo – i topi potevano dormire solo quattro o cinque ore per notte – i roditori avevano perso il 25% delle cellule cerebrali, in gran parte appartenenti al tronco cerebrale.

Funziona così anche per gli umani?

Secondo i ricercatori si tratta di una prova evidentissima di come la mancanza di sonno porti alla perdita di cellule cerebrali: tuttavia sono necessari ulteriori studi per riuscire a stabilire se la deprivazione di sonno possa provocare gli stessi danni anche a un cervello umano. Danni che oltretutto sarebbero irreversibili, ma che non è detto si producano allo stesso modo anche sull’uomo, come sottolinea il professor Hugh Piggins della University of Manchester: «Gli autori hanno fatto un parallelismo tra i turni di lavoro notturni e la deprivazione da sonno e hanno concluso che la mancanza cronica di sonno può avere delle ripercussioni non soltanto sulla nostra salute fisica, ma anche su quella mentale – ha spiegato – Ma questa possibilità deve essere dimostrata da molte altre ricerche, nonostante sia fuori discussione che una buona igiene del sonno sia fondamentale per il benessere di una persona».

L’esercizio fisico “ricostruisce” il cervello

Dopo aver visto come il sonno “distrugge” il nostro cervello, passiamo ora alle buone notizie! Che l’esercizio fisico giovi non solo al corpo ma anche al cervello, grazie alla produzione di nuovi neuroni, è cosa nota. I ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr) di Roma hanno però dimostrato per la prima volta che la corsa è in grado di rallentare molto il processo di invecchiamento cerebrale e di stimolare la produzione di nuove cellule staminali, che migliorano le capacità mnemoniche. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Stem Cells.

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Il caffè aumenta la tua memoria

Per gli studenti universitari è un potente alleato nello studio, per chi è mattiniero è un aiuto per far cominciare bene la giornata, per chi lavora di notte è un amico insostituibile, per quasi tutti gli italiani è un rito, sto parlando del caffè. La caffeina in esso contenuto ha molte qualità e oggi un nuovo studio lo riconferma.

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Caffè e memoria

Michael Yassa è un assistente universitario presso il Dipartimento di psicologia e neuroscienze della Johns Hopkins University. Ha appena riempito una tazza di caffè e seduto davanti a un camino ardente si accinge a berlo. «Da sempre sappiamo che la caffeina ha un effetto sul sistema cognitivo, ma non è mai stato dimostrato il suo effetto sulla memoria, la sua capacità di rinforzare i ricordi. Per la prima volta abbiamo dimostrato che la caffeina ha un effetto specifico nel ridurre le dimenticanze fino a 24 ore dopo la sua assunzione».

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L’esperimento

La ricerca condotta da Yassa e colleghi e pubblicata su Nature Neuroscience racconta come 150 persone – non regolari consumatori di prodotti contenenti caffeina – sono state sottoposte a uno studio in doppio-cieco, in cui la metà dei partecipanti ha ricevuto una tavoletta contenente 200 mg di caffeina (dose media consumata da un adulto, equivalente a circa una tazza di caffè forte) e l’altra metà un placebo, cinque minuti dopo aver visto una serie di immagini. Inoltre per valutare i livelli di caffeina di ciascun partecipante, sono stati prelavati dei campioni di saliva prima dell’assunzione della tavoletta, dopo una, tre e ventiquattro ore.

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Gli effetti del caffè sulla memoria

Il giorno dopo a tutti partecipanti sono state mostrate altre immagini: alcune erano identiche a quelle viste il giorno prima, altre erano nuove, altre ancora simili ma non uguali a quella viste in precedenza. Gli è stato chiesto poi di individuare quali immagini avessero già visto durante il primo test: chi aveva assunto il prodotto con caffeina il giorno prima, è stato in grado più degli altri di distinguere le nuove immagini simili ma non identiche alle precedenti. La caffeina quindi secondo quanto affermano i ricercatori, è in grado di migliorare quello che gli scienziati chiamano il pattern separation, cioè la capacità del cervello di riconoscere la differenza fra due oggetti simili ma non identici. Un livello ancora più profondo della conservazione della memoria.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Baciare ti regala tanta salute: tutti i benefici del darsi un bacio

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO AMORE COPPIA SESSO SESSUALITA ABBRACCIO MATRIMONIO MASTURBAZIONE ORGASMO (8)“Fu il tuo bacio, amore, a rendermi immortale”, lo scriveva la giornalista statunitense Sarah Margaret Fuller già due secoli fa, ed in un certo senso aveva ragione, perché l’incontro di due corpi e due anime nel contatto tra le labbra può avere effetti positivi anche sulla nostra salute. Tutti noi sappiamo che il baciarsi non è un atto puramente meccanico: è un contatto intimo e profondo, che suggella il legame tra due persone, espressione di sentimento, di affetto o di passione, un dare-avere completo. Baciare fa bene alla mente, ma ha anche effetti positivi sul nostro corpo e sulla nostra salute. Quali sono i benefici del bacio? Oggi vi regalo dieci motivi in più per baciare chi vi piace!

1) PROTEGGE IL CUORE
Un aumento dell’adrenalina nell’organismo farà sì che il cuore pompi più velocemente il sangue, migliorando quindi la circolazione sanguigna. Insomma, baciare ha sul nostro corpo un effetto simile al jogging o all’uso della bicicletta.

2) MIGLIORA LA SALUTE DEI DENTI
Secondo una recente ricerca sul campo, la saliva che si produce durante il bacio è estremamente utile per i denti, soprattutto contro l’accumulo di placca.

3) HA L’EFFETTO DI UN LIFTING
Quando si bacia intensamente, si rimodellano il collo e il profilo del mento, in quanto i muscoli coinvolti nel bacio subiscono un’azione tonificante e rinforzante.

4) AIUTA A DIMAGRIRE
Con un bacio si possono bruciare dalle 6 alle 12 calorie! Poi, se il fuoco della passione aumenta, i benefici sul fisico saranno ulteriori. Inoltre, quando si fa l’amore, le calorie che vengono perse sono circa trecento… Niente male, vero?

5) AIUTA A VIVERE PIÙ A LUNGO E PIÙ FELICEMENTE
È un dato di fatto: le persone che si baciano più spesso vivono più a lungo. Secondo uno studio, baciare la persona amata ogni mattina aggiunge anni alla propria vita. Quanti? Ben cinque per ogni anno di baci…

6) CONTRIBUISCE ALLA CALMA MENTALE
I baci frequenti contribuiscono a calmare le pressioni interne. Mentre si bacia, infatti, i livelli di ossitocina aumentano nel nostro organismo. L’ossitocina è difatti un ormone che aiuta a calmare, donando uno stato generale di tranquillità.

7) RIDUCE STRESS E ANSIA
Se sentite tensione, ansia e stress non toccate l’aspirina. Non c’è rimedio migliore di una breve sessione di baci, che vi aiuterà a dimenticare i problemi di tutti i giorni e farà impazzire gli “ormoni della felicità”!

8) AUMENTA LA FIDUCIA IN SE STESSI
Se volete sentirvi amati ed apprezzati, prendete l’abitudine di baciare più spesso. La vostra autostima migliorerà e avrete più fiducia in voi stesse. Se si lotta contro la depressione, l’ansia o lo stress… baciare è sicuramente la soluzione migliore!

9) COMBATTE LE MALATTIE
La saliva ha antibiotici naturali che combattono infezioni, batteri e virus. Il bacio aiuta a produrre una maggiore quantità di saliva, migliorando implicitamente il sistema immunitario. Si potrebbe dire: “un bacio al giorno… toglie il medico di torno”.

10) È UN POTENTE ANTIDOLORIFICO
Avete mal di testa? Il bacio può effettivamente far andare via il dolore, o almeno lo dimenticherete. I dolori vengono alleviati attraverso i baci, che aiutano la produzione di endorfine di circa 200 volte in più rispetto a quanto si ottenga attraverso il più potente antidolorifico.

E la prossima volta che vi baciate, abbracciatevi anche: fate click qui per sapere dieci buoni motivi per abbracciarsi più spesso!

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