Perché il calcio piace così tanto in tutto il mondo?

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica ALTRI TEMPI Mondiale Calcio Spagna Roma Cavitazione Pressoterapia Grasso Linfodrenante Dietologo Cellulite Calorie Pancia Sessuologia Sesso Pene Laser Filler Rughe BotulinoIl calcio è lo sport più popolare al mondo con circa 3 miliardi di fan/ supporter  fra Europa, Africa, Asia,continente Americano. Subito dopo troviamo il cricket e il basket in seconda e terza posizione. Secondo la  FIFA il padre del calcio è il CUJU,nato in Cina circa 2500 anni fa . Il Cuju era un gioco con una palla lanciata con i piedi in cui non era permesso usare le mani- generalmente bisognava mandare la palla in una rete o fra due bandiere. Ma come mai da li in poi il calcio si è diffuso così tanto?

La diffusione e la popolarità vengono principalmente da 3 fattori principali :

1. Il calcio è uno sport facile ed accessibile a tutti

E’ il suo punto di forza maggiore. Il calcio si può praticare ovunque (erba, terreno, in città) sia in 2 che in 22 giocatori senza spendere quasi un centesimo, basta una palla e due sassi per fare i pali delle porte, mentre la stessa cosa non si può dire dove anche solo comprare l’attrezzatura base può rivelarsi molto costoso! Altro fattore di popolarità è che le regole del calcio sono molto semplici a differenza di altri sport come rugby o football americano; infine dare calci ad un pallone è estremamente intuitivo: fin da piccolissimi i bambini appena vedono una palla tendono a lanciarla o a… calciarla!

2. Il calcio crea idoli e leggende popolari 

Il calcio crea idoli, eroi, vip –  che sono  spesso ragazzi che vengono da origini umili e popolari che hanno appunto imparato a giocare per le strade anche in paesi con numerose difficoltà e senza spendere soldi in costose attrezzature. Pensiamo ad esempio allo sci o al nuoto: secondo voi un bambino povero, magari in una zona di guerra, può permettersi dei corsi? Molto più probabilmente giocherà a calcio. Questo sport crea miti di persone che sognano di uscire fuori dalla condizione di povertà raggiungendo soldi e fama.

3. Il calcio è un business che fa girare molti soldi

In Italia è totalmente impossibile non avere una notizie di calcio al giorno: il pallone è sempre presente sullo schermo della televisione, nei computer o anche alla radio! Trasmettere una partita di calcio è un vero business grazie alla pubblicità:  certe marchi/aziende sono disposti a spendere milioni di euro. Insomma il calcio è un enorme giro d’ affari, una sorta di circolo vizioso in cui più soldi girano e più i soggetti in gioco hanno interesse far girare altri soldi, con sponsorizzazione di eventi sempre più spettacolari ed interessanti per il pubblico. Come spezzare un giro di affari come questo?

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Diaframma: dove si trova, anatomia e funzioni

MEDICINA ONLINE RESPIRAZIONE DIAFRAMMA FUNZIONI ESAME OBIETTIVO ANAMNESI VISITA MEDICA GENERALE AUSCULTAZIONE ISPEZIONE PERCUSSIONE PALPAZIONE DIFFERENZA FONENDOSCOPIO STETOSCOPIO TORACE ADDOME SEMEIOTICA.jpgIl diaframma o diaframma toracico è un muscolo impari, cupoliforme e laminare che separa la cavità toracica da quella addominale. Il diaframma è il più importante muscolo respiratorio. Il diaframma è una lamina muscolo-tendinea avente la forma di una cupola la cui convessità è rivolta superiormente verso il torace e la cui concavità è rivolta inferiormente verso l’addome. Esso è formato da un ampio tendine centrale detto centro frenico dal quale originano i fasci carnosi del muscolo che si inseriscono sullo sterno, sulle coste e sulle vertebre lombari.

Funzioni del diaframma

Il diaframma è importantissimo per la corretta respirazione. La sua contrazione, che ha l’effetto di abbassare la cupola diaframmatica, determina, assieme all’elevazione del torace operata dai muscoli inspiratori, l’espansione della cavità toracica e dei polmoni necessaria al richiamo d’aria nelle vie aeree durante l’inspirazione. La contrazione del diaframma determina inoltre, assieme ai muscoli addominali e al diaframma pelvico, un aumento di pressione nella cavità addominale necessaria alla minzione, alla defecazionee al vomito. Questa funzione è inoltre fondamentale per la gestante durante il parto.

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Il centro frenico

Il centro frenico (anche detto centro tendineo) è un ampio tendine centrale posto nel punto di massima convessità della cupola diaframmatica e dal quale si irraggiano i fasci carnosi del muscolo. La sua forma ricorda molto quella di un trifoglio e permette di distinguere per questo una foglia destra, una foglia sinistra ed una foglia centrale. La foglia destra e la foglia sinistra sono anche dette foglie laterali mentre la foglia centrale è detta foglia mediale. Dalla porzione anteriore e laterale delle tre foglie originano le inserzioni sternale e costale mentre da quella posteriore origina l’inserzione vertebrale del muscolo. Il centro frenico presenta inoltre, laddove la foglia centrale si continua con la foglia destra, una apertura attraversata dalla vena cava e per questo detta forame della vena cava. I fasci carnosi che originano dalla porzione più anteriore della foglia centrale del centro frenico si portano anteriormente e si raccolgono per inserirsi sulla superficie posteriore dell’appendice ensiforme dello sterno. I fasci carnosi che originano invece dalla porzione laterale delle tre foglie del centro frenico si portano lateralmente inserendosi lungo tutta l’arcata costale sulla superficie interna del corpo delle ultime sei coste e delle relative cartilagini costali. Fa eccezione l’inserzione sulla dodicesima costa, laddove l’ultimo fascetto carnoso del muscolo si inserisce sulla superficie interna della costa lateralmente all’angolo costale per far spazio all’inserzione del muscolo quadrato dei lombi, contribuendo a formare l’arco lombocostale laterale o arco del quadrato dei lombi. Infine i fascetti carnosi che originano dalla porzione posteriore della foglia centrale si portano posteriormente divergendo. Quindi dapprima si incrociano, delimitando col centro frenico un’apertura attraversata dall’esofago e per questo detta forame esofageo, poi divergono nuovamente per trapassare in due distinti tendini detti pilastri del diaframma e distinti in destro e sinistro. I pilastri del diaframma si inseriscono sul corpo delle prime vertebre lombari e in particolare il pilastro destro si inserisce sulla superficie anteriore di seconda, terza e quarta vertebra lombare mentre il pilastro sinistro si inserisce sulla superficie anteriore delle sole seconda e terza vertebra lombare. Inserendosi sulle vertebre lombari i pilastri delimitano un’ulteriore apertura attraversata dall’aorta e per questo detto forame aortico. Nel diaframma sono presenti varie aperture che danno passaggio a vasi, nervi ed altre strutture che dalla cavità toracica si portano a quella addominale, e viceversa. Tali aperture sono:

  • Il forame della vena cava (all’altezza di T8), che è attraversato dalla vena cava e da alcuni rami del nervo frenico.
  • Il forame esofageo (all’altezza di T10), che è attraversato dall’esofago, dalle arterie esofagee e dal tronco vagale anteriore e posteriore.
  • Il forame aortico (all’ altezza di T12), che è attraversato dall’aorta, dal dotto toracico e dalla vena azygos.
  • forami minori del pilastro destro, che possono presentarsi in numero di tre o fusi in un’unica apertura, che sono attraversati dal grande nervo splancnico di destra, dal piccolo nervo splancnico di destra e talvolta dalla vena azygos
  • forami minori del pilastro sinistro, che possono presentarsi in numero di tre o fusi in un’unica apertura, che sono attraversati dal grande nervo splancnico di sinistra, dal piccolo nervo splancnico di sinistra e dalla vena emiazygos.
  • L’arcata dello psoas, che è attraversata dal muscolo grande psoas e dal tronco del simpatico.
  • L’arcata del quadrato dei lombi, che è attraversata dal muscolo quadrato dei lombi.
  • forami del Morgagni, che sono attraversati dai rami epigastrici superiori dell’arteria toracica interna e da alcuni vasi linfatici provenienti dalla parete addominale anteriore e dal fegato.

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Abebe Bikila, l’uomo che vinse la maratona correndo senza scarpe

MEDICINA ONLINE ABELE BIKILA UOMO VINSE MARATONA SCALZO SENZA SCARPE.jpgFiglio di un pastore, lavorava come agente di polizia per mantenere la famiglia, ma di sogni nel cuore Abebe Bikila ne aveva molti, primo tra tutti quello di portare sul tetto del mondo la sua Africa, la sua Etiopia. Non basta però ricordare che nell’Olimpiade del 1960 corse in terra romana conquistando il podio più alto; non basta dire che fu il primo africano di colore ad aggiudicarsi un oro olimpico; Abebe Bikila vinse in un modo tutto suo, un modo che l’ha reso, agli occhi di tutti, il simbolo di libertà per quella terra lontana, schiava del colonialismo europeo: correndo 42 chilometri scalzo, senza le “scomode scarpe” consegnategli prima della gara.

Ricorda un po’ l’impresa di quel Filippide che corse da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria dei Greci contro i Persiani. Dopo più di 2000 anni da quell’evento il mondo è tornato a stupirsi di fronte ad un epilogo che ha dell’incredibile. Abebe Bikila non era tra i favoriti: correva nelle competizioni di atletica da soli 4 anni; prese parte alla nazionale olimpica in sostituzione di un compagno, Wami Biratu, ritiratosi per un infortunio. Nessuno avrebbe mai immaginato che un giovane sconosciuto ventottenne potesse resistere alla fatica per 2 ore, 15 minuti e 16 secondi correndo a piedi nudi, superando per primo l’Arco di Costantino, traguardo di quella XVII edizione dei Giochi.

Corse di nuovo quattro anni dopo, nell’Olimpiade di Tokyo, nonostante l’operazione di appendicite a quaranta giorni dalla gara, e per la prima volta un atleta vinse due ori consecutivi nella maratona olimpica.

Pare quasi che le disgrazie piombino su coloro che hanno il coraggio, la forza e la volontà di affrontarle. E Abebe di animo ne aveva tanto quanti i sogni che alla fine raggiunse. Nel 1969, a pochi anni da quando gli invincibili piedi nudi solcarono l’arrivo di un lungo viaggio verso la libertà, la vittoria, la storia divenuta leggenda, un incidente d’auto privò Abebe Bikila proprio di quelli, di quelle gambe d’oro, ma non certo della grinta che le faceva correre. E così partecipò ad un’altra Olimpiade, questa volta un’Olimpiade con un para davanti, questa volta gareggiando nel tiro con l’arco, correndo, anche questa volta, anche se in un modo diverso.

“Se sono libero è perché continuo a correre”, diceva Jimi Hendrix, e l’emorragia che colpì Abebe Bikila l’anno seguente fermò il suo respiro, non la sua corsa. Tutti, guardando la sfida della vita di quel giovane etiope, hanno sudato insieme a lui, poggiato i piedi sull’asfalto rovente, lottato, sognato la libertà che Abebe, a piedi nudi e con un cuore vestito di un sogno, raggiunse.

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Differenza tra midollo osseo e cellule staminali

MEDICINA ONLINE OSSA OSSO SCHELETRO CANE UOMO DIFFERENZE TESSUTO SPUGNOSO TRABECOLARE COMPATTO CORTICALE FIBROSO LAMELLARE CARTILAGINE OSSO SACRO COCCIGE CERVELLO SISTEMA NERVOSO CENTRALE PERIFERICO MIDOLLO OSSEO SPINALE.jpgQual è la differenza tra il midollo osseo e le cellule staminali?

Il midollo osseo è un tessuto spugnoso che si trova all’interno delle ossa lunghe ed in quelle piatte e che contiene le cellule staminali dalle quali si formano tutte le altre cellule che hanno funzioni specifiche nel nostro organismo. Quando si parla di donazione i due termini “midollo osseo” e “cellule staminali” vengono utilizzati alternativamente per indicare il diverso processo con cui vengono prelevate le cellule staminali.

  • Quando si parla di donazione di cellule staminali ci si riferisce più che altro al metodo di raccolta delle cellule staminali.Ricordiamo che le cellule del sangue, prodotte nel midollo osseo ed immesse in circolo, originano da cellule progenitrici, dette cellule staminali, che hanno la caratteristica di essere totipotenti, cioè di riprodursi a un ritmo estremamente intenso e a differenziarsi nelle varie linee cellulari. Le cellule progenitrici sono piuttosto scarse ma, oltre a possedere una attività riproduttiva enorme (ogni giorno generano 200-400 miliardi di cellule nuove) sono in grado di replicarsi cosicché il loro numero resta invariato durante tutta la vita, anche se dovessero in parte venire prelevate (donazione). Tali cellule possono essere raccolte dal cordone ombelicale, dal midollo osseo o, dopo mobilizzazione con fattori di crescita, dal sangue periferico.
  • Quando si parla di donazione di midollo osseo ci si riferisce al metodo chirurgico che si effettua estraendo il midollo dalla zona pelvica con degli aghi particolari, tecnica che risulta mediamente invasiva e dolorosa per il donatore.

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Le creme solari sono abbronzanti? Fanno abbronzare di meno?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Pelle spellata cinque consigli per salvare la nostra cuteCon la protezione solare alta mi abbronzo di meno?
Questa è una affermazione falsa, perché ci si abbronza comunque dal momento che la pelle reagisce all’esposizione solare producendo melanina per difendersi. La protezione solare elevata serve solo ad evitare che i raggi UV penetrino in profondità nella pelle, il che porta a conseguenze spiacevoli:

  • danneggiamento cellulare;
  • abbronzatura meno graduale e quindi meno duratura;
  • aumento del rischio di scottature;
  • aumento del rischio di tumore della pelle;
  • accelerazione del processo di invecchiamento cutaneo (più rughe).

Quindi è importante usare SEMPRE una protezione solare: il suo uso permette una abbronzatura graduale, sicura e duratura.

Le creme solari abbronzano?
Una crema solare non può mai abbronzare attivamente: se contiene dei filtri specifici per bloccare i raggi UV, non può nel contempo abbronzare, a meno che non contenga piccole percentuali di autoabbronzante.

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Doping genetico: modifica il DNA col gene dello sprint, della potenza muscolare, della resistenza…

MEDICINA ONLINE DEATH DEAD MORTE BODY BUILDING DOPING LETTERA MUSCOLI COME RICONOSCERE UN DOPATO IN PALESTRA ATLETA TEST ANTIDOPING IPPOLITO RECORDVogliamo campioni che conseguano record sempre più ardui e Olimpiadi che ci lascino esterrefatti? Allora, facciamo largo al doping genetico. Lasciamo che gli atleti modifichino il loro dna, guadagnando una marcia in più. È la proposta-shock avanzata su Nature da Juan Enriquez e Steve Gullan, volti storici di Harvard, oggi  a capo della Excel Venture Management, azienda che investe in progetti di biotecnologie. “ Man mano che le modifiche genetiche diventeranno più comuni, aumenterà l’accettazione di questa forma di doping, purché fatta in modo sicuro”, pronosticano gli autori.

Così, dopo le polemiche e le accuse di doping genetico sui tempi straordinari di Ye Shiwen(la 16enne cinese che ha battuto ogni record nei 400 misti, correndo nell’ultima vasca anche più velocemente degli uomini), il tema della modfica genetica degli atleti torna di attualità. E rischia di rimanerci per molto tempo.

D’altronde, le regole dei giochi olimpici non sono immutabili. Un tempo alle donne era concesso di partecipare solo nel tennis, nel golf e nel cricket. Fino a qualche anno fa non esistevano competizioni come lo snowboard o il bmx (bicycle motocross) e Oscar Pistorius, nel 2008 escluso dalle competizioni per le sue protesi alle gambe, quest’anno può finalmente correre sulla pista di Londra. Come dire: quel che oggi sembra inconcepibile (il doping genetico è bandito dalla Word Anti-Doping Agency alla stregua degli altri metodi), un giorno potrebbe essere la norma.

Ormai è chiaro che chi nasce con i geni giusti ha la strada spianata verso il successo sportivo, mentre chi non è stato attrezzato adeguatamente da madre natura quasi certamente non coronerà il sogno di salire sul podio. Allora, non sarebbe più leale consentire ai questi ultimi, meno fortunati, di giocare ad armi pari con i primi, avvantaggiati in partenza, grazie a un piccolo aiuto da parte dell’ ingegneria genetica? O forse il Comitato olimpico dovrebbe istituire gare per categorie di pari codice genetico? E se un atleta avesse acquisito alcune varianti genetiche attraverso una terapia medica seguita nell’infanzia, sarebbe giusto escluderlo perché dopato?

Al di sopra di questi interrogativi etici inquietanti, resta poi un’amara verità: non esistonotest anti-doping in grado di rilevare un’eventuale manipolazione genetica e non sembrano a portata di mano. Distinguere tra chi è portatore dalla nascita di una certa variante e chi lo è diventato artificialmente è una sfida ardua per la scienza. Forse, allora, conviene prendere in considerazione la soluzione estrema, dicono Enriquez e Gullan: autorizzare il doping genetico. Ma quali sono i geni dei sogni che ogni sportivo vorrebbe avere? Non ce n’è uno specifico per ogni disciplina, ma molti che possono risultare in vario modo di aiuto permigliorare le prestazioni atletiche. Eccone alcuni, tra i circa 200 finora scoperti.

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I GENI DELLA RESISTENZA

5775, il gene dello sprint

Quasi tutti i velocisti olimpici che siano stati sottoposti a test genetico sono risultati portatori della variante 577R del gene ACTN3, il gene responsabile della crescita delle fibre bianche o rosse nei muscoli, alla base dello sprint. Circa la metà degli euroasiatici e l’85% degli africani ne possiedono almeno una copia. Tutti gli altri individui privi del fattore 577R, oltre un miliardo di persone, farebbero bene a riconsiderare le loro aspirazioni olimpiche. Al Salk Institute for Biological Studies di La Jolla (California) è in fase di sviluppato un farmaco, GW1516, che attiva questo gene.

Ace, il gene del maratoneta
I portatori della mutazione I del gene Ace (o enzima convertitore dell’angiotensina) godono di una resistenza nettamente superiore rispetto agli altri. Si tratta della cosiddetta “variante dello scalatore” perché chi la possiede riesce a scalare facilmente gli 8.000 metri. Non a caso, il gene Ace I è presente nel 94% degli Sherpa himalayani, un gruppo etnico che popola le montagne nepalesi della Valle di Katmandu, e solo nel 45-70% di chi appartiene ad altre etnie. A un maratoneta, questa variante farebbe molto comodo. Uno studio condotto su corridori britannici, in effetti, l’ha riscontrata nella maggior parte di coloro che si cimentano su lunghe distanze.

Epor, il gene dei ciclisti e fondisti
L’eritropoietina (Epo), sostanza dopante per eccellenza nel mondo del ciclismo, è prodotta naturalmente dal nostro organismo. Alcune persone possiedono una rara mutazione dell’Epor (il recettore dell’Epo) che favorisce la produzione endogena di Epo. L’effetto risultante è un surplus di globuli rossi nel sangue, che si traduce in una capacità del 25-50% superiore di trasportare ossigeno ai tessuti. È accertato, per esempio, che fosse dotato di questa variante lo sciatore di fondo finlandese Eero Mantyranta, vincitore di tre medaglie olimpiche e svariati titoli mondiali negli anni Sessanta. In futuro, anziché assumere Epo per via farmacologica, si potrebbe modificare direttamente il gene che ne regola la produzione. La differenza è che nel primo caso la sostanza sintetica è rilevabile attraverso test anti-doping, nel secondo no, perché prodotta naturalmente dall’organismo stesso.

GENI DELLA MASSA MUSCOLARE

Igf-1, il gene della potenza
Quando s’introduce nel muscolo il fattore di crescita insulino-simile, o IGF-1,  questo lievita a dismisura. Gli esperimenti sugli animali hanno dimostrato che l’aumento delle prestazioni è stupefacente: i topi geneticamente dopati nuotano il triplo degli altri.

Blocco della miostatina, la variante del body-builder
Un fisico da culturista si può ottenere spegnendo il gene della miostatina, una proteina il cui compito è frenare la proliferazione delle cellule muscolari. Se si disattiva il gene della miostatina, la massa muscolare cresce a dismisura. È capitato naturalmente a un bambino in Germania, figlio di una centometrista. Un piccolo Ercole, con il doppio dei muscoli rispetto ai suoi coetanei. A cinque anni sollevava tre chili con ciascuna delle due braccia tese.

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Doping genetico: cos’è ed a quale rivoluzione porterà in futuro?

MEDICINA ONLINE PALESTRA MUSCOLI IPERTROFIA ALLENAMENTO FIBRE MUSCOLARI ROSSE BIANCHE POTENZIALE GENETICO PESI PESISTICA WORKOUT PRE POST INTEGRATORI PROTEINE AMINOACIDI RAMIFICATI BCAA WHEY CASEINE CREATINA CARNITINA FISICOI recenti progressi biotecnologici hanno permesso la manipolazione delle sequenze genetiche per curare diverse malattie in un processo chiamato terapia genica. Tuttavia il progresso della terapia genica ha aperto la porta alla possibilità di utilizzare la manipolazione genetica per migliorare le prestazioni atletiche.

Il doping genetico o cellulare è definito come l’uso non terapeutico di geni, elementi genetici e/o cellule con il fine di migliorare la prestazione sportiva. La terapia genica può essere definita come il trasferimento di materiale genico nelle cellule umane per il trattamento o la prevenzione di una malattia o disfunzione. Tale materiale è rappresentato da DNA, RNA, da sostanze in grado di interagire direttamente con essi, oppure da cellule geneticamente alterate. Il principio della terapia genica si basa sull’introduzione all’interno della cellula di un gene terapeutico, oppure sulla diretta attivazione di determinati geni o anche sulla inibizione della trascrizione di geni specifici.

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La terapia genica

Diversi sono i meccanismi con cui si può interagire con un gene: veicolando geni nelle cellule, modificandone la codificazione ed alterandone l’espressione. Per la terapia genica vi sono diversi possibili sistemi di veicolazione di un gene all’interno di una cellula. Per ottenere questo risultato è necessario un sistema di trasmissione (vettore) che trasferisce il materiale genetico all’interno della cellula bersaglio. I virus si sono evoluti specificamente per trasferire il loro materiale genetico nelle cellule per replicare se stessi e, quindi, sono potenziali vettori utilizzati nella terapia genica. Altri possibili vettori sono i plasmidi. I plasmidi attualmente rappresentano il metodo meno costoso in quanto di più semplice manipolazione, ma anche il meno efficiente. Vettori virali invece sono già ampiamente utilizzati nella terapia genica, per inserire il DNA esogeno nel genoma della cellula bersaglio da trattare.

I geni possono essere manipolati in modo specifico con l’uso di diverse molecole. Sequenze di RNA antisenso possono essere utilizzato per legare l’mRNA di un gene e impedire l’espressione della proteina prodotta, bloccando o causando la distruzione del mRNA. Infine, è possibile sviluppare molecole in grado di modificare specificamente l’attività di un promotore (sostanza che lega il codice genetico e attiva la trascrizione di un determinato gene) o l’efficienza della traduzione aumentando o diminuendo l’attività del gene, in questo caso si attiva l’espressione endogena del gene senza introdurlo dall’esterno. Nelle pratiche di doping genetico, ultima frontiera delle frodi sportive, si utilizzano le tecniche di manipolazione genica per promuovere la produzione di proteine utili al fine di migliorare le prestazioni atletiche.

Dato che esiste un elevato rischio che la manipolazione genica possa essere applicata anche per cercare di migliorare la performance sportiva, l’Agenzia Mondiale Anti-Doping ha già provveduto, inserendo il doping genetico nella lista dei metodi e delle sostanze proibite. La WADA considera doping genetico l’uso di agenti farmacologici o biologici che alterano l’espressione genica, oppure il trasferimento di cellule o elementi genetici (DNA e RNA). Essendo, in teoria, possibile manipolare qualunque gene, tutti i livelli di proteine presenti all’interno del nostro organismo possono essere modulati attraverso la terapia genica. Di conseguenza si possono manipolare anche geni in grado di modificare le capacità fisiche. Sulla base di questo principio sono già stati individuati possibili bersagli di una terapia atta a migliorare le capacità atletiche.

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I seguenti geni sono correlati alle capacità di resistenza aerobica:

  • enzima di conversione dell’angiotensina (ACE)
  • eritropoietina (EPO), aumenta l’eritropoiesi
  • fattori di crescita angiogenici per esempio VEGF
  • recettore δ attivante la proliferazione dei perossisomi (PPAR-δ), codificante enzimi di ossidazione degli acidi grassi, ha già dimostrato di aumentare la resistenza in topi transgenici
  • fattore inducibile dell’ipossia (HIF) che agisce sull’eritropoiesi
  • PGC1α può aumentare la resistenza alla fatica e le capacità aerobiche

I seguenti geni sono invece correlati con la crescita della massa muscolare:

  • fattore di crescita Meccanico (MGF)
  • fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1)
  • altri fattori di crescita
  • proteina legante il fattore di crescita-insulino simile (IGFBP)
  • ormone della crescita (GH)
  • recettore muscolare degli androgeni
  • recettore muscolare dei glucocorticoidi
  • proteina legante gli ormoni sessuali (SHBG)
  • miostatina che è un inibitore della crescita muscolare

Altri geni possono aumentare la soglia di resistenza a dolore e fatica:

  • endorfine ed encefaline
  • recettori dei neurotrasmettitori
  • enzimi del metabolismo dei neurotrasmettitori
  • proteine trasportatrici di dopamina, noradrenalina e serotonina

Su alcuni dei suddetti geni esistono già studi in grado di dimostrare come la terapia genica sia in grado di migliorare le capacità fisiche. Per esempio è stata analizzata l’efficacia dell’iniezione intramuscolare del gene EPO con l’applicazione di impulsi elettrici per ottimizzare il processo di trasduzione (Fattori). Il gene è stato elettro-iniettato in topi, conigli e scimmie per testarne la produzione di proteine ​​e gli effetti biologici. Lo studio ha concluso che il gene iniettato di EPO ha determinato una maggiore concentrazione di eritropoietina circolante, mostrando quindi un grande potenziale nella terapia genica per la produzione di EPO.

L’inibizione della miostatina, un membro della superfamiglia del fattore di crescita trasformante (TGF)-β, regolatore negativo della crescita dei muscoli scheletrici, è resa possibile con la somministrazione di anticorpi specifici o farmaci che si legano alla miostatina stessa. Tale terapia ha già dimostrato di determinare una drammatica crescita dei tessuti muscolari. Già alcuni esperimenti di manipolazioni genica di questo gene in topi hanno creato super roditori.

Nel doping genetico, più copie del gene che codifica per l’IGF-1 potrebbero essere inserite nel muscolo scheletrico, generando un aumento incontrollato della massa muscolare a causa di ipertrofia ed iperplasia delle cellule muscolari. Questa inserzione genica somatica potrebbe essere realizzato attraverso l’utilizzo di due vettori alternativi: plasmidi o virus.

Questa nuova forma di doping determina non poche difficoltà nel realizzare dei test di rilevazione. La rilevazione del doping genetico potrebbe essere realizzata mediante un certo numero di approcci, coinvolgendo sia metodi diretti che indiretti, tuttavia attualmente questi test sono ancora in fase di ottimizzazione.

Un possibile test chiaro e veloce si può basare su una semplice analisi del sangue, tramite un esame in grado di rivelare Dna estraneo presente nel sangue periferico. Le prime sperimentazioni sono state condotte su cavie da laboratorio alle quali era stato praticato doping genetico intra-muscolo.

Le analisi effettuate hanno mostrato che il test è efficace anche su piccole quantità di sangue e fino a 56 giorni dopo la somministrazione. La validità dell’esame è stata poi confermata su 327 campioni di sangue prelevati da atleti sia professionisti sia dilettanti.

Oppure è possibile sfruttare le risposte immunitarie, in quanto i metodi più efficaci di modificazione genetica implicano l’uso di vettori virali. Nella maggior parte dei casi, questi vettori portano a risposte immunitarie che limitano il trattamento ripetuto. Queste risposte immunitarie potrebbero essere usate come indicatore di possibili manipolazioni genetiche.

Possibili metodi per rilevare il doping genetico (Oliveira).

Sicuramente questa nuova frontiera della medicina e di conseguenza anche del doping porterà nei prossimi anni numerosi nuovi farmaci dopanti dal potenziale ancora inimmaginabile. Poter interagire direttamente con geni che influenzano le capacità fisiche potrà trasformare gli uomini in superuomini, potrà rendere i corpi macchine perfette, tuttavia oltre alle possibilità illimitate cui potrà portare la terapia genica anche i rischi derivanti da un suo abuso sono ancora di portata inconcepibile. Solo la storia futura potrà un giorno mostrare di cosa è capace un uomo se manipolato geneticamente in modo appropriato.

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Differenza sanificazione, disinfezione, disinfestazione, derattizzazione

MEDICINA PULIZIA INFEZIONE SANIFICAZIONE DITTA DISINFEZIONE VIRUS BATTERI DETERGENTE PRODOTTO DIFFERENZA DISINFESTAZIONE RATTI VERMI TOPI DERATTIZZAZIONI IMPRESA DITTA FOTO ACQUA PULITO.jpgPulizia, disinfezione e sanificazione sono termini che frequentemente sono utilizzati con lo stesso significato: e cioè si utilizzano indifferentemente per indicare quelle pratiche usate per rimuovere sporco batteri e contaminanti da superfici. Molto spesso questi 3 termini vengono poi confusi con disinfestazione e derattizzazione che si riferiscono invece a quei processi mirati all’allontanamento di animali e parassiti dagli ambienti.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza, vediamo come li definisce la normativa.

L’art. 1 del D.M. 274/1997 definisce:

  • attività di pulizia: quelle che riguardano il complesso di procedimenti ed operazioni atti a rimuovere polveri, materiale non desiderato o sporcizia da superfici, oggetti, ambienti confinati ed aree di pertinenza;
  • attività di disinfezione: quelle che riguardano il complesso dei procedimenti ed operazioni atti a rendere sani determinati ambienti confinati ed aree di pertinenza mediante la distruzione o inattivazione di microrganismi patogeni;
  • attività di sanificazione: quelle che riguardano il complesso di procedimenti ed operazioni atti a rendere sani determinati ambienti mediante l’attività di pulizia e/o disinfezione e/o di disinfestazione ovvero mediante il controllo ed il miglioramento delle condizioni del microclima per quanto riguarda la temperatura, l’umidità e la ventilazione ovvero per quanto riguarda l’illuminazione ed il rumore.
  • attività di disinfestazione: quelle che riguardano il complesso di procedimenti ed operazioni atti a distruggere piccoli animali, in particolare artropodi, sia perché parassiti, vettori o riserve di agenti infettivi sia perché molesti e specie vegetali non desiderate. Può essere integrale se rivolta a tutte le specie infestanti ovvero mirata se rivolta ad una singola specie;
  • attività di derattizzazione: quelle che riguardano il complesso di procedimenti ed operazioni di disinfestazione atti a determinare la distruzione completa oppure la riduzione del numero della popolazione dei ratti o dei topi al di sotto di una certa soglia;

Va inoltre sottolineato che esiste uno stretto legame tra le attività prese in considerazione dalla legge con la salute dei cittadini e l’integrità dell’ambiente.
Quindi è chiaro che ogni termine ha il proprio significato, differente dagli altri e indica un processo ben preciso atto a ridurre i rischi sanitari. Il Ministero della Salute fornisce – alle imprese del settore – precise indicazioni che riguardano sia l’ambito tecnico ed organizzativo sia l’aspetto operativo.

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