Gli uomini più divertenti sono i partner migliori

MEDICINA ONLINE COME RICONQUISTARE EX RAGAZZA RAGAZZO FIDANZATA FIDANZATO MARITO MOGLIE MATRIMONIO COPPIA DIVORZIO SEPARATI SEPARAZIONE AMORE CUORE FIDUCIA UOMO DONNA ABBRACCIO LOVE COUPLE WALLPAPER PHOTO HDPubblicata sulla rivista Psychology Today, la ricerca della University of Albany, condotta su studentesse del college e sulle loro esperienze sessuali passate e presenti, ha messo in luce un dato di fatto: più una donna trova il partner divertente, più desidera approfondire il rapporto. Non solo: si sentirà più protetta e vicina a lui, rendendo il sesso migliore qualitativamente e quantitativamente.

Insomma, sembrano essere i simpaticoni, quelli che al liceo giocavano scherzi a tutti i compagni, i migliori su piazza quando si parla di divertimento sotto le lenzuola. L’antropologo Gil Greengross, intervistato dal magazine di psicologia, ha confermato che “le persone con un gran senso dell’umorismo sono più attraenti e hanno più probabilità di essere scelte come potenziali partner e compagni di vita. Soprattutto quanto detto vale per gli uomini, poiché per le donne è questa la caratteristica più importante nella scelta del partner”.

Di certo non si tratta di una grande scoperta, ma riconferma scientificamente un punto importante: le donne prima di tutto vogliono ridere e non c’è nulla di più sexy di un uomo in grado di riuscire nell’impresa. Mentre per gli uomini l’ironia non sembra essere tra le prime caratteristiche ricercate, per le donne sembra invece essere imprescindibile.

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Anche il clitoride può avere una erezione?

Uomo e donna durante un rapporto sessuale provano piacere e orgasmoUna nostra lettrice ci ha scritto: “E’ vero che durante l’eccitazione sessuale, il clitoride può avere una erezione come accade con il pene?”

Il clitoride è probabilmente l’organo dell’appartato genitale femminile più importante per il piacere della donna. A differenza del punto G, il clitoride è – salvo malformazioni – presente in tutte le donne ed è facile da raggiungere visto che è collocato all’esterno. Nello specifico il clitoride si trova all’intersezione e al vertice delle piccole labbra, protetto dalle grandi labbra. Non tutti i clitoridi hanno le stesse dimensioni, quindi è probabile che ci siano variazioni millimetriche di posizione, che portano il clitoride più all’esterno o più all’interno rispetto a piccole e grandi labbra. A tal proposito, per approfondire leggi: Clitoride: dove si trova e come stimolarlo per provare piacere

Veniamo ora alla domanda che ci è stata posta dalla nostra lettrice: se stimolato fisicamente, o anche solo se presente uno stimolo sessuale, il clitoride si comporta in effetti come un piccolo pene in miniatura, cioè tende ad inturgidirsi lievemente, apparendo più rosso e rialzato rispetto allo stato di rilassamento. Quindi la risposta alla domanda è SI, in seguito a stimolazione sessuale il clitoride può avere una sorta di erezione.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Quanto è lungo il clitoride più grande del mondo?

MEDICINA ONLINE EREZIONE CLITORIDE VULVA VAGINA SESSO DONNA LABBRA GRANDI PICCOLE CLITORYS 01.jpgLa lunghezza media del clitoride, che include asta e glande clitoridei, è attualmente 16 millimetri con un range tra 11,7 e 20,3 mm.

Relativamente al clitoride più grande del mondo, non esiste un dato ufficialmente riconosciuto come record. La letteratura medica del XIX secolo riporta che il Dr. Bainbridge ha descritto il caso di una donna che possedeva un clitoride di 5 pollici, cioè circa 12,7 centimetri, con un diametro “equivalente a quello di un pene maschile a riposo”. Nel testo The Sexual Anatomy, W. Francis Benedict descrive invece un clitoride lungo ben 12 pollici, cioè circa 30,5 centimetri.

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Sudare fa davvero dimagrire? La verità scientifica

MEDICINA ONLINE TOM TOM RUNNER CARDIO CORRERE CORRIDORE CORSA APERTO TAPIS ROULANT MAGNETICO DIFFERENZE DIETA DIMAGRIRE AEROBICA GRASSO BRUCIARE MINUTI CALORIE SALITA BOSCO CITTA SMOG WAArrivano i primi caldi ed i vestiti più leggeri fanno intravvedere qualche grasso che abbiamo accumulato durante l’inverno, per cui la maggior parte della gente comincia a seguire la tipica improbabile dieta rapida per dimagrire velocemente prima della prova costume. Grandissimo errore! Premesso che dimagrire senza sforzo non è possibile, e che perdere 10 kg tutti da un tratto è un’impresa oltre che difficile, si può seguire una dieta perfetta e realizzare la giusta dose di attività fisica al giorno per perdere qualche chilo in più, o almeno per migliorare la nostra salute.
In estate però, la gente tende a ripetere una cattivissima abitudine che si vede ormai sempre più spesso e dappertutto al mondo: credere che sudando si perdano chili. Dimagrire sudando, niente di più assurdo! Davvero credete che il sudore abbia nella sua composizione delle molecole di grasso? Assolutamente no! Quindi, che giustificazione può avere il fatto di andare a correre in piena estate, un pomeriggio a luglio sotto il sole, vestiti con tute di plastica, felpe invernale o di neoprene? Nessuna, ma purtroppo è un pensiero generale, del tutto sbagliato e controproducente assolutamente per la salute, che ogni anno si ripete o addirittura si vede più spesso. Tristemente, perfino alcuni grandi negozi di abbigliamento sportivo offrono “Tute di Sudorazione”…una buona strategia di marketing, ma niente di più sbagliato dal punto di vista della salute o della nutrizione.

Se perdete molti liquidi con il sudore e vi pesate, è ovvio che la bilancia vi dirà che il vostro peso è diminuito, ma questo non vuol dire che i kg persi siano grasso, bensì che vi siete disidratati e non dimagriti, cosa che appare chiara eseguendo una semplice bioimpedenziometria.

Ricordate: Perdere peso non significa necessariamente dimagrire; aumentare di peso non significa necessariamente ingrassare

Una corsa di mezz’ora è un’ottima attività aerobica che aiuta a dimagrire, ma non perché si sudi di più in estate vuol dire che sia più effettiva che in inverno!
Sudare è un processo fisiologico per il quale il corpo tende a regolare la sua temperatura interna. Sempre che facciamo esercizio fisico, anche in inverno ma sopratutto quando fa caldo, la temperatura interna del corpo aumenta, e si scatena un meccanismo fisiologico che stimola la secrezione delle ghiandole sudoripare, disperse in tutta la cute e concentrate principalmente nelle ascelle. Questo liquido, il sudore, ha come funzione bagnare la superficie del corpo, perché come immaginerete, al entrare in contatto con l’aria fa perdere calore al corpo. E la stessa dinamica di quando vi bagnate apposta con dell’acqua fresca in estate per raffrescarvi: l’evaporazione dell’acqua sulla superficie del corpo diminuisce la sua temperatura interna.
Alcune persone sono convinte che il sudore sia fatto di grasso sciolto. Assolutamente no. Il sudore è formato in primo luogo da acqua, e poi un gran numero di minerali, quali il sodiocloropotassio e magnesio come principali. Come ben vedete, nessuna molecola di grasso è presente nel sudore.

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Quindi, non solo che il grasso non ha niente a che vedere con il sudore o la sudorazione, ma inoltre, coprendo il vostro corpo con vestiti pesanti, state bloccando questo normale processo fisiologico che riduce la temperatura corporale, e quindi stressando al massimo il vostro organismo. Perciò, correrete di meno, perché vi stancherete prima!! Oltre che dimagrire!
Come avrete visto più di una volta, gli atleti vanno a correre con pantaloncini cortissimi e magliette di tessuto leggero e senza maniche: loro sanno bene che devono permettere al loro corpo di sudare normalmente man mano aumenta la sua temperatura, per non dannare in nessun modo il loro corpo o rischiare un collasso del sistema energetico muscolare.
Queste ridicole soluzioni disperate per dimagrire non sono altro che sciocchezze senza giustificazione alcuna. Volete perdere peso sul serio? Seguite una dieta equilibrata, delle tante diete che vi proponiamo in questo sito, facendo anche un po’ di esercizi fisici al giorno adeguatamente. Non vi aspettare miracoli: semplicemente cambiate uno stilo di vita sedentario e una cattiva alimentazione per una vita sana e più naturale.

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Mycobacterium tuberculosis: il batterio che causa la tubercolosi

MEDICINA ONLINE INVASIVITA VIRUS BATTERI FUNGHI PATOGENI MICROBIOLOGIA MICROORGANISMI CLINICA BIOLOGICA BIOLOGIA MICROBI LABORATORIO ANALISI PARETE INFEZIONE ORGANISMO PATOGENESI MICROBIOLOGY WALLPAPER DNAIl Mycobacterium tuberculosis anche chiamato Bacillo di Koch appartenente alla famiglia delle Mycobacteriacee, famiglia di batteri gram-variabili. È il bacillo responsabile della tubercolosi nell’uomo. Sono bacilli immobili, non sporigeni, aerobi obbligati, delle dimensioni di 0,2-0,6 x 1-10 µm, caratterizzati dalla lenta crescita, da una parete ricca di acidi micolici e da un DNA con elevato contenuto di guanina e citosina (60-70%). Il nome deriva dal dr. Robert Koch che lo scoprì nel 1882.

Struttura della parete

La parete cellulare del bacillo di Koch è peculiare sotto molti punti di vista. È composta da:

  • Lipidi: 60% del peso secco della parete cellulare (30% del peso secco del corpo batterico), soprattutto acidi micolici e Cere (A, B, C, D).
  • Proteine: costituiscono il 15% della parete cellulare. Hanno una potente attività antigenica, con attivazione della Immunità cellulo-mediata. Estratte con metodi opportuni vengono definite PPD o derivato proteico purificato, principale responsabile della reazione di ipersensibilità di IV tipo.

La struttura è a strati; dall’interno verso l’esterno sono presenti peptidoglicano, arabinogalattano e glicolipidi di superficie dove si ancorano gli acidi micolici. Gruppi di lipo-arabinomannaniancorati direttamente alla membrana attraversano per intero tutta la parete. Tale complessità giustifica la resistenza ai fattori ambientali (essiccamento), l’alcool-acido resistenza (vedi più avanti), l’elevato tempo di replicazione (12-24 ore), le caratteristiche di crescita in vitro (colonie visibili solo dopo 40 giorni), la particolare antigenicità (dovuta alla componente proteica della parete), la resistenza a molti antibiotici e la tendenza del batterio all’aggregazione (dovuta al dimicoliltrealosio o fattore cordale).

I glicolipidi di Mycobacterium sono detti anche micosidi; gli acidi micolici sono lipidi a 60 – 90 atomi di carbonio uniti a carboidrati tramite legami covalenti.

Il fattore cordale è responsabile della crescita in forma di catene parallele, è tossico se inoculato nel topo ed è implicato nella virulenza dei micobatteri (inibizione della fagocitosimediata dai macrofagi con sopravvivenza endovescicolare).

La cera D sembra invece essere uno degli elementi responsabile della reazione di ipersensibilità di IV tipo.

Per approfondire:

Patogenesi

Dopo inalazione di aerosol infetti si ha la fagocitosi dei batteri da parte dei macrofagi alveolari. Il blocco della fusione lisosoma-fagosoma garantito dal fattore cordale, porta alla sopravvivenza del batterio all’interno dei macrofagi con attivazione di una risposta immune cellulo-mediata (linfociti T CD4+ e linfociti T CD8+). In particolare l’attivazione dei T CD4+ porta alla produzione di anticorpi (non proteggenti a causa della localizzazione intracellulare di BK) e alla produzione di IFN e IL-2 con attivazione dei macrofagi. I macrofagi attivati possono a questo punto fagocitare e uccidere i micobatteri. L’attivazione dei linfociti T CD8+ porta alla lisi delle cellule fagocitiche contenenti micobatteri in replicazione. Il risultato complessivo è la promozione di un’infiammazione cronica con formazione di granulomi contenenti necrosi caseosa (materiale formato da bacilli, cellule epitelioidi e macrofagi morti). Intorno alla necrosi caseosa si localizzano macrofagi con nuclei a ferro di cavallo (cellula di Langhans), stretti a formare uno strato epitelioide (simile a un epitelio); ancora più esternamente, sono presenti linfociti T e plasmacellule. Il granuloma così composto è contornato da uno strato capsulare formato da fibroblasti e tessuto connettivo, formatosi come esito dell’evento infiammatorio-compressivo.

Sulle cause della necrosi caseosa si è molto discusso; sembra infatti che siano coinvolti diversi fattori. In primo luogo, si dà grande importanza alla reazione di ipersensibilità di IV tipo mediata dalla componente proteica del batterio dissolta nei tessuti, con produzione di interferone e conseguente citossicità. Sembrano essere coinvolte anche alcune particolari endotossine contenute nello stesso BK, in grado di mediare citolesività diretta. È spesso considerato evento eziologico l’obliterazione compressiva della rete vascolare mediata dai processi infiammatori cronici; Florey ha fatto rilevare che la compressione con conseguente trombosi è invece un fenomeno tardivo, che si instaura solo dopo la genesi della necrosi caseosa.

Le lesioni primarie si localizzano soprattutto nel lobo polmonare medio destro e nel lobo superiore sinistro. A questo punto si può avere disseminazione secondaria polmonare (apici), pleurica, tracheo-bronchiale, digestiva, miliare (reni), nervosa e ossea. L’invasione può avvenire per continuità, ingestione dell’espettorato o per via ematica.

L’evoluzione dei granulomi dopo svuotamento con creazione di un tragitto fistoloso, esita verso la formazioni di caverne (e possibile tisi) che si tappezzano di epitelio brochiale (fenomeno detto detersione); le caverne possono essere sovrainfettate da funghi del genere Aspergillus. I granulomi possono andare incontro a fibrosi e cicatrizzazione con possibile calcificazione o ossificazione.

Epidemiologia

Il serbatoio naturale è l’uomo con tubercolosi conclamata. La trasmissione avviene per inalazione di aerosol infetti. I soggetti a rischio sono soprattutto tossicodipendenti, senzatetto, alcolizzati, carcerati e pazienti con AIDS.

Profilo clinico

La tubercolosi (TBC) primaria nell’immunocompetente è per lo più asintomatica o paucisintomatica (febbre, abbondante sudorazione notturna, tosse stizzosa e malessere). La TBC primaria in persone a rischio ha una localizzazione polmonare progressiva primaria con febbre, tosse, espettorazione, emottisi e dispnea. La TBC secondaria (post primaria) è caratterizzata da tosse cronica, espettorazione francamente purulenta, emottisi, febbre, dispnea, dolore toracico e anoressia. La TBC extrapolmonare può colpire vari organi e apparati come linfonodi (25%), pleura (20%), tratto genito-urinario (15%), ossa (10%-la localizzazione osteoarticolare più frequente è la colonna vertebrale), meningi (5%). La TBC miliare è caratterizzata da piccole lesioni a forma di seme di miglio, che si diffondono rapidamente dai polmoni ai visceri (soprattutto reni).

Profilo diagnostico

La diagnosi di M. tubercolosis si avvale dell’esame microscopico, dell’esame colturale, di esami biochimici e di esami immunomolecolari.

Esame microscopico

Lo strato esterno della membrana è funzionalmente simile alla membrana esterna dei Gram-negativi; tuttavia la colorazione di Gram non è idonea alla sua identificazione. Si utilizzano, infatti, colorazioni in grado di evidenziarne la caratteristica acido-alcol resistenza. La colorazione di Ziehl-Neelsen (carbolfucsina a caldo) avviene dopo raccolta su di un vetrino porta oggetto di un campione idoneo (come espettorato fluidificato con N-acetilcisteina). Successivamente, il campione deve essere lasciato essiccare per alcuni minuti; passato questo tempo, si procede con la colorazione mediante carbolfucsina di Ziehl, colorante in grado di penetrare all’interno della parete dei micobatteri dopo opportuno riscaldamento (vetrino sopra al becco Bunsen fino ai primi vapori). Successivamente all’esposizione al becco Bunsen si procede con il lavaggio del vetrino mediante alcool e acido solforico; questa tappa consente di decolorare i batteri che non possiedono la struttura tipica dei micobatteri. Successivamente, il vetrino può essere colorato con un colorante di contrasto come il blu di metilene. La presenza di micobatteri è documentata dalla presenza di bacilli fucsia in campo blu. Tale metodica non è esente da problematiche riguardanti la specificità; la colorazione di Ziehl-Neelsen identifica, infatti, non tanto i micobatteri, quanto bacilli acido-alcool resistente (BAAR), che possono non essere patogeni o semplici contaminanti del campione. La valutazione di un esame microscopico dopo colorazione di Ziehl-Neelsen deve essere fatta in base alla presenza di BAAR in un campo microscopico a 1.000 ingrandimenti, secondo lo schema seguente.

BAAR per campi Referto
0 BAAR su 300 campi Negativo per BAAR.
1-2 BAAR su 300 campi Dubbio: ripetizione dell’esame.
1-9 BAAR su 100 campi Positivo +—
1-9 BAAR su 10 campi Positivo ++–
1-9 BAAR su 1 campo Positivo +++-
Più di 9 BAAR su 1 campo Positivo ++++

La sensibilità dell’esame microscopico condotto con la colorazione di Ziehl-Neelsen è condizionata dalla carica microbica, dal tipo di campione biologico, da eventuali errori tecnici nella procedura e dalla bravura dell’operatore. In definitiva si stima che la colorazione di Ziehl-Neelsen riesca a identificare BAAR solo se presenti con una soglia minima di 10.000 – 100.000 batteri per ml di campione. La specificità è condizionata dal fatto che le diverse specie di Nocardia, di Rhodococcus possono dare falsi positivi per BAAR. Analogamente, Legionella micdadei e cisti di Cryptosporidium e di Cyclospora possono colorarsi con la colorazione di Ziehl-Neelsen. Si deve anche considerare che alcuni particolari ceppi di micobatteri possono variare la capacità di colorarsi come BAAR. Inoltre, l’esame microscopico non fornisce alcuna informazione riguardo alla vitalità dei micobatteri osservati; in pazienti in terapia è possibile il reperto di esame microscopico positivo ed esame colturale negativo (vedi esame colturale). Altre possibili colorazioni sono la colorazione di Kinyoun (carbolfucsina a freddo), la colorazione con auramina o altri coloranti associati a fluorescenza.

Esame colturale

Rispetto all’esame microscopico, l’esame colturale ha un’elevatissima sensibilità (è in grado di dare positività in campioni biologici contenenti 10 – 100 BAAR per ml) e la massima specificità. L’esame colturale deve essere preceduto da raccolta di campione appropriato (urina, feci, sangue, espettorato fluidificato) e trattato con idrossido di sodio al 10% al fine di eliminare eventuali batteri contaminanti (soprattutto possibili micobatteri a rapida crescita non patogeni in grado di dare falsi positivi). M. tubercolosis è in grado di resistere al pH elevato e di procedere indenne alle successive fasi della coltura. Si possono utilizzare sia terreni solidi sia terreni liquidi. I terreni solidi possono essere a base di uovo, come il terreno di Lowenstein-Jensen e il terreno di Petragnani o sintetici (agarizzati), come il terreno di Middlebrook 7H10 -7H11. Il terreno di Lowenstein-Jensen è un terreno in provetta che si solidifica dopo riscaldamento; in particolare, la solidificazione avviene dopo che il terreno è stato posto in posizione leggermente inclinata, in modo che la superficie esposta all’aria risulti a becco di clarino (ulteriore nome del terreno). La solidificazione avviene grazie alle proteine dell’uovo che si coagulano al calore; ulteriori componenti di questo terreno sono il verde malachite, l’asparagina, il glicerolo, il magnesio, il potassio e la fecola di patate. L’utilizzo di terreni solidi comporta la crescita lenta e/o difficile (2-3 settimane); tuttavia, la rilevazione manuale delle colonie consente di rilevare colture miste, di analizzare la morfologia delle colonie e la determinazione della carica batterica. Si assume infatti che vi sia una relazione diretta tra il numero delle colonie e la sensibilità del rilievo, secondo lo schema seguente.

Numero colonie Referto
0 colonie Negativo
<50 colonie Dubbio; si devono eseguire altri test biochimici
50-100 colonie Positivo +—
100-200 colonie Positivo ++–
200-500 colonie Positivo +++-
> 500 (patina) Positivo ++++

I terreni liquidi, come il sistema MGIT, consentono una crescita più rapida e una rilevazione automatizzata operata da sistemi di incubazione computerizzati. Necessitano, tuttavia di sub-colture su solidi, data l’impossibilità di quantificare la carica batterica. In particolare, nel terreno liquido Middlebrook 7H9 è presente un fondo di silicone contenente un composto fluorescente (un complesso metallico di rutenio), sensibile alla riduzione della tensione di ossigeno (consumato dagli eventuali micobatteri presenti), che funge da sistema rivelatore.

Sistema Bactec

Il sistema Bactec per M. tubercolosis è spesso utilizzato per rilevare l’eventuale batteriemia e disseminazione. All’interno di un flacone sigillato è presente un terreno di coltura liquido contenente acido palmitico marcato con 14C. L’utilizzo di tale sostanza da parte dei micobatteri comporta la produzione di 14CO2 che si accumula all’interno del flacone stesso. Il gas presente nel flacone sigillato viene analizzato automaticamente dallo strumento e la quantità di 14CO2 viene rilevata da un rilevatore di radioattività, quantificata ed espressa come indice di crescita.

Test di identificazione molecolare

Il test AccuProbe ha come bersaglio la subunità 16S dell’rRNA. Il test INNO-LiPA ha come bersaglio la regione spaziatrice presente tra il gene 16S e il gene 23S dell’rRNA. Queste due metodiche, dotate entrambe di elevata specificità e sensibilità sono in grado di distinguere tra:

  • Mycobacterium tuberculosis complex;
  • Mycobacterium kansasii;
  • Mycobacterium gordonae;
  • Mycobacterium avium complex.

Test di Mantoux

Consiste nell’inoculazione intradermica di 5 unità di derivato proteico purificato o PPD (equivalente a 0,1 mg). La intradermoreazione (conseguente alla risposta dei linfociti sensibilizzati) deve essere valutata dopo 48 ore. Una lesione con un diametro maggiore di 10 mm deve essere considerata, nell’individuo sano, positiva. Nell’individuo non immunocompetente, si assume come positiva una lesione maggiore di 5 mm di diametro. Il test di Mantoux, benché ancora valido come misura di controllo, risulta spesso positivo non solo nella tubercolosi attiva, ma anche dopo esposizione a micobatteri ambientali innocui, dopo esposizione asintomatica recente a M. tuberculosis, nelle infezioni latenti e nei soggetti vaccinati.

QuantiFERON o TB-Test

Il test, che è stato introdotto nel 2005 nella routine diagnostica, consiste nel cimentare, per 16-24 ore, il sangue intero del soggetto indagato con particolari antigeni tubercolari come ESAT-6, CFP-10o lo stesso derivato proteico purificato. Successivamente, dopo il tempo necessario alla processazione degli antigeni, si valuta mediante ELISA la presenza di interferone, che testimonia l’attività dei linfociti T sensibilizzati al M. tubercolosis.

Terapia, prevenzione e controllo

La terapia per M. tubercolosis si compone di una serie di farmaci specifici come isoniazide, rifampicina, pirazinamide ed etambutolo per 9 mesi, 2 volte a settimana. Il trattamente con rifampicina può durare anche per un anno. Il vaccino a germi vivi e attenuati è detto vaccino BCG (Mycobacterium bovis attenuato su patata glicerinata e biliata, detto anche Bacillo di Calmette-Guérin) ed è consigliato nelle zone dove la tubercolosi è endemica. La vaccinazione deve essere controllata mediante il test di Mantoux.

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Terrore notturno: cause, sintomi, diagnosi e terapia

MEDICINA ONLINE SHINING KID SCARED CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA IRA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIADisturbo tipico dell’età pediatrica, il terrore notturno, (chiamato anche Pavor Nocturnus), si caratterizza per un parziale risveglio dal sonno profondo (fasi 3 e 4 Non REM), accompagnato, il più delle volte, da grida, agitazione intensa, pallore, sudorazione, tachicardia (cuore che batte molto veloce), tachipnea (respiro accelerato), aumento della pressione arteriosa e aumento del tono muscolare. Il bambino appare inconsolabile, poco responsivo agli stimoli ambientali e, se svegliato, è confuso, disorientato e non riconosce le persone vicine. A volte può scendere dal letto, camminare, e/o urlare per la casa terrorizzato. Infatti, spesso, le manifestazioni del terrore notturno si sovrappongono a quelle del sonnambulismo da cui si differenzia per l’attivazione del sistema nervoso autonomo (palpitazioni, sudorazione, tremore, rossore) e l’espressione di terrore. Una caratteristica fondamentale è la totale amnesia dell’episodio al mattino. Gli episodi, si verificano di solito nel primo terzo della notte, e la durata dell’episodio va dai 30 secondi ai 5 minuti. Il disturbo mostra una graduale e spontanea remissione nel tempo.

Quando esordisce e quanto è diffuso il disturbo?

L’età d’esordio oscilla tra i tre e i dieci anni senza differenze di sesso. La prevalenza è maggiore tra i 3 e i 10 anni (10-14%) mentre si riduce andando avanti con l’età (3% a 12 anni, 2% a 11 e 1% a 13 anni).

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Quali sono le cause?

Nell’esordio del disturbo si riconoscono alcuni fattori precipitanti come, asma notturna, reflusso gastroesofageo, apnee e deprivazione di sonno. La componente genetica nell’esordio di questo disturbo è molto elevata: c’è un rischio 10 volte maggiore di sviluppare terrori notturni se almeno uno dei parenti stretti ha sperimentato questo o altre parasonnie (es. sonnambulismo) nella propria vita.

Che rapporto c’è tra i terrori notturni e gli altri disturbi psicologici?

I bambini con terrori notturni in sonno non hanno una maggiore incidenza di disturbi mentali o di psicopatologia rispetto alla popolazione generale. Al contrario, in età adulta, è più elevata l’incidenza di problematiche psicopatologiche correlate quali il Disturbo Post-traumatico da Stress e soprattutto i Disturbi d’Ansia.

Come avviene la diagnosi?

L’esame strumentale (polisonnografia) è indicato nel caso in cui si renda necessaria una diagnosi differenziale con episodi di natura epilettica in sonno oppure si sospetti la presenza contemporanea di disturbi respiratori in sonno(che per definizione favoriscono l’insorgenza dei terrori notturni). Per il resto, la diagnosi sulla base della storia clinica può essere sufficiente. La diagnosi differenziale deve essere fatta anche con gli incubi, tipici della fase REM del sonno, da cui si differenziano per l’amnesia dell’episodio (gli incubi generalmente si ricordano) e anche per la fase del sonnointeressata (prima parte del sonno nel caso dei terrori notturni, fase centrale/ultima parte nel caso degli incubi). I terrori notturni, inoltre, devono essere distinti anche da episodi di attacchi di panico notturni che consistono in un risveglio associato a tachicardia, sudorazione e sensazione di soffocamento. Generalmente, a differenza dei terrori notturni, questi pazienti ricordano l’episodio al mattino e la durata dell’evento è compresa tra i 2 e gli 8 minuti.

In cosa consiste il trattamento?

Generalmente l’evoluzione del disturbo da terrore notturno ha un andamento benigno e tende ad andare incontro a remissione spontanea senza interventi mirati. Se i terrori notturni hanno una frequenza inferiore a 1 settimana e non mettono a rischio di incidenti il bambino, si possono adottare accorgimenti non farmacologici, tra cui:

  • Adottare misure di sicurezza in casa (es. bloccare porte e/o scale, rimuovere oggetti che possono costituire intralcio o possono essere dannosi se il bambino si alza)
  • Curare l’igiene del sonno (mantenere un regolare ritmo sonno veglia, evitare caffeina e coca-cola, ecc…)
  • Evitare di risvegliare il bambino durante l’episodio perché potrebbe aumentare l’agitazione e prolungare l’evento
  • Consigliare tecniche di rilassamento all’addormentamento
  • Minimizzare l’intervento dei genitori perché può portare ad aumentare l’agitazione e a prolungare gli episodi
  • Evitare di riferire al bambino il giorno seguente quanto avvenuto durante la notte poiché questo potrebbe causare disturbi d’ansia

Quando invece sono presenti le condizioni di seguito elencate, si rende necessario un intervento specialistico:

  • Diagnosi confermata attraverso uno studio del sonno completo del bambino
  • Presenza di parasonnia del sonno NREM caratterizzata da episodi di terrore notturno (pianto e grida, sintomi di iperattivazione, reazioni comportamentali di estrema paura)
  • Cronicità dei sintomi
  • Frequenza elevata degli episodi (ogni notte o più volte a settimana)
  • Gli episodi si manifestano in determinati periodi della notte

In questi casi, dopo una valutazione clinica approfondita (anamnesi dei disturbi del sonno, polisonnografia), un tipo di trattamento indicato consiste in un protocollo di risvegli notturni programmati per una o più settimane. I risvegli notturni, infatti, alterano i cicli del sonno del bambino, modificando il pattern elettrofisiologico che sottende al disturbo. Si tratta di una strategia comportamentale molto efficace, seppur faticosa, che consiste nel risvegliare il bambino prima dell’orario in cui di solito si verificano gli episodi e, in seguito, predisporlo nuovamente a dormire.

Il trattamento farmacologico, utilizzato soltanto in casi estremi (episodi frequenti o rischiosi per l’incolumità del bambino), prevede l’utilizzo di benzodiazepine o antidepressivi. Gli effetti collaterali, però, specialmente nei bambini, sono frequenti, e tra questi possono presentarsi: alterazioni comportamentali, disturbi dell’attenzione e della memoria, astenia e stadi allucinatori. Una valida scelta, utilizzata nei bambini (poiché ha ridottissimi effetti collaterali e non da assuefazione) è il L-5-idrossitriptofano, che determina una stabilizzazione del sonno, riducendo i fenomeni di terrori notturni.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Fobie specifiche o semplici: cosa sono ed esempi di fobia

Beautiful girl is scared of a spiderUna fobia specifica, chiamata anche fobia semplice, è un termine generico per qualsiasi tipo di disturbo caratterizzato da una irrazionale e fortissima risposta di paura in coincidenza con l’esposizione a specifici oggetti o situazioni, nonché una tendenza ad evitare ostinatamente e sistematicamente gli oggetti o le situazioni temute. Quindi, la fobia semplice o specifica comprende sia la reazione di paura in presenza (o nell’attesa) di particolari oggetti e situazioni, sia un comportamento di evitamento del contatto diretto con gli oggetti o le situazioni stesse.

La differenza con la paura “normale” è che questa è razionale, mentre la fobia è irrazionale. Ad esempio una persona può avere la fobia per i piccioni, animali innocui che nella persona sana non determinano paura, mentre la determinano in chi ha la fobia per essi. Avere la paura ad esempio di un leone è invece normale perché il leone è realmente pericoloso.

Il soggetto che soffre  di fobia talvolta non è in grado di rappresentarsi e immaginare le situazioni o le cose temute se non per pochi attimi e può temere anche di nominarle. La paura può essere attivata sia dalla presenza che da tracce che anticipano la presenza dell’oggetto o della situazione che crea disagio. Tuttavia, gli adulti in generale sono in grado di riconoscere che tali reazioni non hanno una base ragionevole, pur non essendo in grado di controllarla.

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Quali sono le fobie più comuni?

Le fobie più comuni hanno come oggetto: animali, insetti, temporali, suoni forti, buio, sangue e ferite, visite mediche o dentistiche, altezza, luoghi chiusi a seconda della fase di sviluppo. Le fobie infatti si modificano con la crescita nell’intensità della reazione e nel contenuto. In realtà il tentativo di classificare le fobie in base al nome dell’oggetto o dell’evento si è rivelata nel tempo impresa molto ardua poiché la fonte dell’ansia non è l’oggetto in sé, ma le conseguenze dannose cui la persona potrebbe andare incontro in presenza dell’oggetto o quando si verifica l’evento.Praticamente le fobie sono tante quanti sono gli oggetti o gli eventi che possono determinare paura, è il vissuto esperenziale di ciascuno a determinare la paura delle conseguenze.

Terapie

Il trattamento di una fobia o più fobie prevede diversi approcci, tra cui:

  • terapia espositiva;
  • terapia dell’esposizione narrativa;
  • psicoterapia;
  • psicofarmaci.

Più tecniche possono essere usate in sinergia per aumentare l’effetto terapeutico.

Terapia espositiva

La terapia espositiva “costringe” il paziente ad affrontare la situazione (o le situazioni) che gli genera l’attacco di fobia: il soggetto è invitato a parlare e/o scrivere ripetutamente del peggior evento traumatico che ha affrontato (o dei peggiori eventi), rivivendo nel dettaglio tutte le emozioni associate alla situazione. Attraverso questo processo molti pazienti subiscono un “abituarsi” alla risposta emotiva scatenata dalla memoria traumatica, che di conseguenza, col tempo, porta a una remissione dei sintomi della fobia quando la situazione si ripresenta nella realtà. La terapia espositiva – praticata per un periodo di tempo adeguato – secondo la nostra esperienza aiuta circa 9 pazienti su 10. Per approfondire, leggi questo articolo: Terapia espositiva: essere esposti alla propria fobia per superarla

Terapia dell’esposizione narrativa

La terapia dell’esposizione narrativa (in inglese “Narrative Exposure Therapy” da cui l’acronimo “NET“) è una terapia a breve termine per individui che soffrono del disturbo post-traumatico da stress ed in alcuni casi delle fobie. Il trattamento prevede l’esposizione emotiva ai ricordi degli eventi traumatici e la riorganizzazione di questi ricordi in una coerente narrazione cronologica di vita. La terapia dell’esposizione narrativa può essere usata sia da sola che in associazione con la terapia espositiva, la psicoterapia, la medicina narrativa e/o la terapia farmacologica. Per approfondire: Terapia dell’esposizione narrativa: rievocare la propria esperienza traumatica per superarla

Psicoterapia

La psicoterapia che ha mostrato fornire buoni risultati con le fobie, è quella cognitivo comportamentale. La terapia cognitivo-comportamentale standard per il trattamento delle fobie, oltre agli interventi comportamentali basati sull’esposizione situazionale, prevede una psicoeducazione iniziale e interventi cognitivi. All’interno della psicoterapia cognitivo-comportamentale, le tecniche espositive si sono dimostrate utili nel ridurre i comportamenti che alimentano l’ansia (vedi paragrafi precedenti). Recentemente sono state implementate strategie volte a incrementare la capacità dei soggetti di stare in contatto con l’attivazione ansiosa senza temerne le conseguenze catastrofiche. Favorendo l’accettazione e diminuendo il bisogno di controllo dei sintomi d’ansia.

Farmaci

Vengono usati farmaci ansiolitici e antidepressivi. Tra gli ansiolitici, le benzodiazepine (come il Valium) possono essere utili poiché generano un sollievo sintomatologico ansiolitico istantaneo, tuttavia tra gli effetti collaterali (se usate per lunghi periodi) ritroviamo il rischio di dipendenza da farmaco. Tra gli antidepressivi, particolarmente utili sono gli SSRI (Inibitori Selettivi del Reuptake della Serotonina). I farmaci generalmente funzionano bene per controllare la fobia, tuttavia, i sintomi tendono a ripresentarsi alla loro sospensione.

Se credi di avere una fobia, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Tubercolosi: trasmissione, sintomi, diagnosi e cure in sintesi

MEDICINA ONLINE INVASIVITA VIRUS BATTERI FUNGHI PATOGENI MICROBIOLOGIA MICROORGANISMI CLINICA BIOLOGICA BIOLOGIA MICROBI LABORATORIO ANALISI PARETE INFEZIONE ORGANISMO PATOGENESI MICROBIOLOGY WALLPAPER DNALa tubercolosi o tisi o poriformalicosi, in sigla TBC, è una malattia infettiva causata da vari ceppi di micobatteri, in particolare dal Mycobacterium tuberculosis, chiamato anche Bacillo di Koch. Considerata fino agli anni 50 una malattia grave, invalidante e alla lunga mortale se non tempestivamente diagnosticata e curata, divenuta oggi nei paesi occidentali più facilmente diagnosticabile e curabile, la tubercolosi attacca solitamente i polmoni (tubercolosi polmonare), ma può colpire anche altre parti del corpo (tubercolosi extrapolmonare). Per approfondire leggi:

Trasmissione
Si trasmette per via aerea attraverso goccioline di saliva emesse con la tosse secca; per approfondire leggi: Come si trasmette la tubercolosi?

Sintomi
La maggior parte delle infezioni che colpiscono gli esseri umani risulta essere asintomatica, cioè si ha un’infezione latente. Circa una su dieci infezioni latenti alla fine progredisce in malattia attiva, che, se non trattata, uccide più del 50% delle persone infette. I sintomi classici sono una tosse cronica con espettorato striato di sangue, febbre di rado elevata, sudorazione notturna e perdita di peso. L’infezione di altri organi provoca una vasta gamma di sintomi. Per approfondire leggi: Sintomi della tubercolosi polmonare ed extrapolmonare

Diagnosi
La diagnosi si basa sull’esame radiologico (comunemente una radiografia del torace), un test cutaneo alla tubercolina, esami del sangue e l’esame microscopico e coltura microbiologica dei fluidi corporei.

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Trattamento e prevenzione
Il trattamento è difficile e richiede l’assunzione di antibiotici multipli per lungo tempo. La resistenza agli antibiotici è un problema crescente nell’affrontare la malattia. La prevenzione si basa su programmi di screening e di vaccinazione con il bacillo di Calmette-Guérin. Per approfondire:

Diffusione
Si ritiene che un terzo della popolazione mondiale sia stata infettata con M. tuberculosis, e nuove infezioni avvengono ad un ritmo di circa una al secondo. Nel 2007 vi erano circa 13,7 milioni di casi cronici attivi e nel 2010 8,8 milioni di nuovi casi e 1,45 milioni di decessi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Il numero assoluto di casi di tubercolosi è in calo dal 2006 e di nuovi casi dal 2002. Inoltre, le popolazioni dei paesi in via di sviluppo contraggono la tubercolosi più facilmente, poiché hanno spesso un sistema immunitario più compromesso a causa degli alti tassi di AIDS. La distribuzione della tubercolosi non è uniforme in tutto il mondo, circa l’80% della popolazione residente in molti paesi asiatici e africani risultano positivi nei test alla tubercolina, mentre solo il 5-10% della popolazione degli Stati Uniti è affetta.

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