Reuma test positivo o negativo? Cos’è e come si interpreta il valore?

Work of scientists in the chemical laboratory.

Prima di iniziare la lettura, per meglio comprendere l’argomento trattato, leggi anche: Artrite reumatoide: sintomi iniziali, cause, cure e mortalità

La dimostrazione della presenza di una quota anomala di fattore reumatoide, utile nelle indagini di alcune patologie reumatologiche, può essere determinata attraverso le seguenti indagini diagnostiche:

  • Reuma test (o RA test): IgM anti-IgG umane aggregate a particelle di lattice.
  • Reazione di Waaler Rose: IgM anti-IgG di coniglio adese a eritrociti di pecora.

Questi due test sierologici consentono di individuare con diverse metodiche i fattori reumatoidi eventualmente presenti in circolo.
Il fattore reumatoide è diretto sia contro il Fc delle IgG omologhe (utilizzate nel Reuma test) sia contro il Fc delle IgG eterologhe (utilizzate nel test di Waaler-Rose), secondo i seguenti principi:

  • Nel test di Waaler Rose, emazie di pecora su cui sono adese IgG di coniglio, vengono messe a contatto col siero del paziente: se questo contiene IgM con caratteristiche di RF avviene una reazione di emoagglutinazione.
  • Nel Reuma test, si usano invece particelle di lattice su cui vengono adese Ig umane o tratti di esse. Nel siero del paziente, la presenza del fattore reumatoide è verificata se ha luogo l’agglutinazione tra particelle di lattice con adese le IgG e l’autoanticorpo RF presente nel siero analizzato.

Come si eseguono il Reuma test e la reazione di Waaler Rose?
Per l’esecuzione del Reuma test e della reazione di Waaler Rose è necessario ricorrere ad un semplice prelievo di sangue e per questo è consigliabile il digiuno dalla sera precedente. In caso si stiano assumendo particolari medicinali come il cortisone o farmaci immunosoppressivi, è necessario avvisare il medico, in quanto potrebbero alterare l’esito delle analisi.

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Reuma test

Il Reuma test (o RA test) si avvale di una reazione di agglutinazione che utilizza una sospensione di particelle di lattice sensibilizzate con IgG umane. Se il siero del paziente contiene RF IgM, questo si legherà alle IgG provocando l’agglutinazione delle particelle di lattice.
Il Reuma test consente sia la determinazione qualitativa (senza diluizione del campione) che quantitativa su vetrino dei fattori reumatoidi:

  • Metodo qualitativo: la presenza di agglutinazione indica un contenuto di fattore reumatoide nel campione.
  • Metodo quantitativo: il titolo è dato dall’ultima agglutinazione evidente usando diluizioni seriali (con soluzione fisiologica) del campione di siero.

Il Reuma test è standardizzabile ed automatizzabile (a differenza della reazione di Waaler Rose, ormai quasi in disuso).
Inoltre, è molto sensibile e diventa positivo più precocemente, ma è meno specifico:

  • Sensibilità diagnostica: 75-80%, fortemente influenzata da parametri come durata e fase clinica della malattia.
  • Specificità bassa: positivo anche in altre condizioni patologiche e in circa il 15% dei soggetti sani oltre i 60 anni.
  • Possibili interferenze con emoglobina, bilirubina e lipidi.

Il reuma test è positivo se il fattore reumatoide è >20 U.I./ml

Scarsa specificità e sensibilità del test

Una certa percentuale non trascurabile di persone perfettamente sane potrebbe risultare positiva all’esame, infatti a causa della scarsa specificità e sensibilità del test non può essere usato come esame di screening o come esame che “da solo fa la diagnosi”, ma deve essere inserito in una più ampia indagine diagnostica. Importante notare che la frequenza di esiti falsi positivi dell’esame aumenta con l’età del paziente (dal 5% fino al 20% e oltre negli ultrasessantacinquenni).

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Fattore reumatoide alto o basso? Valori normali e Reuma test

MEDICINA ONLINE SISTEMA IMMUNITARIO IMMUNITA INNATA ASPECIFICA SPECIFICA ADATTATIVA PRIMARIA SECONDARIA DIFFERENZA LABORATORIO ANTICORPO AUTO ANTIGENE EPITOPO CARRIER APTENE LINFOCITI BCos’è il fattore reumatoide?

Il fattore reumatoide (FR) è un autoanticorpo molto rilevante nell’artrite reumatoide ed in altre malattie autoimmuni. Un autoanticorpo è un anticorpo “alterato” che – anziché essere diretto contro agenti estranei come virus e batteri -, attacca i tessuti propri dell’organismo. Il fattore reumatoide – in particolare – è diretto verso la porzione Fc delle IgG (cioè le immunoglobuline G). Il fattore reumatoide e le IgG concorrono alla formazione di immunocomplessi in grado di contribuire al processo patologico. Non tutti i soggetti con artrite reumatoide possiedono livelli sierici rilevabili di fattore reumatoide; tuttavia, questi soggetti, non sono da considerare sieronegativi. Il fattore reumatoide è anche una “crioglobulina” cioè un anticorpo che precipita dopo raffreddamento di un campione ematico. Può essere sia una crioglobulina di tipo 2 (IgM monoclonale contro IgG policlonali) sia crioglobulina di tipo 3 (IgM policolonale contro IgG policlonale). L’analisi nel sangue con analisi del fattore reumatoide permette di misurare la quantità dell’anticorpo nel sangue, il che può aiutare il medico nella diagnosi dell’artrite reumatoide e di altre malattie autoimmunitarie.

Quando è importante determinare il fattore reumatoide?

La determinazione del fattore reumatoide deve avvenire in tutti i pazienti nei quali si ha rilievo clinico di artrite. È importante considerare che un rilievo positivo non indica necessariamente artrite reumatoide e che, viceversa, un rilievo negativo non la esclude. In parole povere:

  • avere un valore troppo alto di fattore reumatoide non indica necessariamente il fatto di essere malati,
  • avere un valore normale non indica necessariamente il fatto di NON essere malati.

Nonostante ciò, il valore del fattore reumatoide assume notevole importanza diagnostica e prognostica se associato all’obiettività di altri rilievi tipici dell’artrite reumatoide. In parole semplici: se il valore è alterato e se durante la visita il medico trova importanti segni di una data malattia, diventa più probabile il fatto che il fattore reumatoide positivo indichi realmente la presenza di quella malattia.

Se il fattore è alterato, quali patologie potrebbe indicare?

L’esame è utile nella diagnosi di artrite reumatoide o di sindrome di Sjögren, ma può avere un esito positivo anche in altri casi, tra cui il lupus eritromatoso sistemico e la sclerodermia. Il fattore è anche presente nei pazienti affetti da diverse altre malattie, ad esempio infezioni batteriche, virali e parassitiche protratte e da alcuni tipi di tumore. Il fattore reumatoide generalmente non è utilizzato per monitorare l’andamento della malattia reumatica, anche se può aiutare con l’uso di alcuni farmaci biologici recenti.

Valori normali di fattore reumatoide

Per essere considerato normale, il valore di fattore reumatoide deve essere al di sotto di 20 U.I./ml. In questo caso il fattore reaumatoide viene detto “negativo”. Al di sopra di tale valore, il fattore reumatoide viene detto “positivo”.

Interpretazione dei valori di fattore reumatoide

Alti livelli di FR (sopra a 20 IU/mL) sono indicativi per:

  • artrite reumatoide (presente in almeno l’80% dei casi);
  • Sindrome di Sjögren (presente nel 95% dei casi);
  • Lupus Eritromatoso Sistemico (50% dei casi);
  • Sclerodermia (50% dei casi).

Inoltre, c’è una connessione tra i livelli di FR e la gravità della malattia. C’è una buona possibilità di incorrere in falsi positivi, dovuti alla presenza di alcune malattie o di disordini autoimmuni. Queste includono:

  • epatiti croniche,
  • leucemia,
  • dermatomiosite,
  • mononucleosi,
  • sclerodermia,
  • tiroidite di Hashimoto,
  • lupus eritematoso sistemico.

In percentuale inferiore al 30% il FR può indicare:

  • neoplasie,
  • connettiviti,
  • paraproteinemie,
  • disglobulinemie,
  • epatopatie croniche attive,
  • infezioni batteriche e virali acute o croniche,
  • parassitosi,
  • sarcoidosi,
  • fibrosi polmonare,
  • diabete.

Scarsa specificità e sensibilità del test

Una certa percentuale non trascurabile di persone perfettamente sane potrebbe risultare positiva all’esame, infatti a causa della scarsa specificità e sensibilità del test non può essere usato come esame di screening o come esame che “da solo fa la diagnosi”, ma deve essere inserito in una più ampia indagine diagnostica. Importante notare che la frequenza di esiti falsi positivi dell’esame aumenta con l’età del paziente (dal 5% fino al 20% e oltre negli ultrasessantacinquenni).

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Quanto rimangono eroina ed oppiacei in urine, sangue e capelli

MEDICINA ONLINE PRELIEVO VALORI ANEMIA DONAZIONE SANGUE ANALISI BLOOD LABORATORI VES FORMULA LEUCOCITARIA PLASMA FERESI SIERO FIBRINA FIBRINOGENO COAGULAZIONE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIASTRINE WALLPAPER HI RES PIC PICTURE PHOL’eroina è un derivato della morfina, componente dell’oppio, nota anche come Diacetilmorfina o Diamorfina. È una sostanza semisintetica ottenuta per reazione della morfina con l’anidride acetica. La sostanza pura si può trovare di colore bianco cristallino, che sarebbe poi il sale cloridrato diamorfina, oppure marrone scuro e molto appiccicosa (brown sugar).

Eroina ed oppiacei nelle urine

Con test delle urine specifici si è positivi tra 1 e 4 giorni dall’ultima assunzione.

Eroina ed oppiacei nel sangue

Con test del sangue specifici si è positivi tra 1 e 3 giorni dall’ultima assunzione.

Eroina ed oppiacei nei capelli

Con test del capello si è positivi entro 4 mesi dall’ultima assunzione.

Dobbiamo ricordarvi che le variabili in gioco affinché il vostro test risulti negativo, sono molteplici e soprattutto sono assolutamente soggettive. Soprattutto c’è da tenere in considerazione l’uso che fate della sostanza: le quantità, da quanto tempo l’assumente, come l’assumete, la qualità, la vostra corporatura, la contemporanea assunzione di altre droghe, la vostra funzionalità epatica e renale, il vostro metabolismo, ed altri fattori assolutamente imprevedibili.

Il consiglio che noi riteniamo essere l’unico efficace per evitare la positività ai test, è smettere di assumere la sostanza. Solo in questo modo potrete avere la certezza di essere puliti e risultare negativi: la vostra salute vi ringrazierà per sempre.

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Quanto rimane la marijuana (THC) in urine e sangue

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Dieta Peso Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaSmettere fumare Cura Cannabis LeucemiaNessuno può prevedere con certezza quanto tempo sarà positivo il test per la marijuana, dal momento che il tasso di metabolismo del THC varia per ogni individuo. La quantità di marijuana consumata ed molti altri fattori individuali, possono alterare la finestra di tempo nella quale il vostro corpo conserva tracce di THC.

Marijuana nelle urine

I consumatori occasionali
Chi utilizza di tanto in tanto – o per la prima volta – cannabis, probabilmente avrà un test positivo da 1 a 3 giorni successivi, secondo una revisione effettuata da parte del National Drug Corte Institute (NDCI). Ma alla fine dei 4 giorni dovrebbero essere tranquillamente sotto la soglia di 50 ng / mL.

I consumatori frequenti
Gli studi suggeriscono che chi utilizza spesso cannabis può aspettarsi di essere positivo al test per circa una settimana dall’ultimo utilizzo. Secondo la NDCI, dopo 10 giorni, gli utenti più frequenti dovrebbero risultare negativi ad un test dell’urina alla soglia 50 ng/mL. Gli studi dimostrano però che è possibile per alcuni utenti restare positivi per un mese ed oltre dopo l’ultimo utilizzo.

Test antidroga da fare a casa

Nel caso in cui abbiate bisogno di ottenere rapidamente il risultato positivo o negativo del vostro test, potete usare uno di questi test antidroga da fare a casa, acquistabili online, ritirabili anche nei punti di ritiro, facili da fare e dai risultati attendibili. Tutti i prodotti sono stati accuratamente selezionati dal nostro Staff di esperti:

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Marijuana nel sangue

Con test del sangue specifici si è positivi tra le 12 e le 24 ore in caso di consumo occasionale, mentre si è positivi tra 2 giorni ed una settimana in caso di consumo frequente. Dobbiamo ricordarvi che le variabili in gioco affinché il vostro test risulti negativo, sono molteplici e soprattutto sono assolutamente soggettive. Soprattutto c’è da tenere in considerazione l’uso che fate della sostanza: le quantità, da quanto tempo l’assumente, come l’assumete, la qualità, la vostra corporatura, la contemporanea assunzione di altre droghe, la vostra funzionalità epatica e renale, il vostro metabolismo, ed altri fattori assolutamente imprevedibili.

Il consiglio che noi riteniamo essere l’unico efficace per evitare la positività ai test, è smettere di assumere la sostanza. Solo in questo modo potrete avere la certezza di essere puliti e risultare negativi: la vostra salute vi ringrazierà per sempre.

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Quanto rimane la cocaina in urine, capelli e sangue?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma EFFETTI COCAINA SESSO SESSUALE ORGASMO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneLa permanenza della cocaina nel nostro organismo è variabile in base a molti fattori, valutiamoli insieme.

Metabolismo della cocaina

Dopo essere stata assunta per per via intranasale, per inalazione dopo pirolisi (fumo), per via orale o parenterale, la cocaina viene metabolizzata dalle colinesterasi plasmatiche ed epatiche, che la trasformano nei suoi metaboiti inattivi chiamati, rispettivamente benzoilecgonina e ecgonina metilestere. Possono inoltre essere prodotti lievi quantitativi di un metabolita attivo chiamato norcocaina.
L’emivita plasmatica della cocaina dopo somministrazione endovenosa è di circa un’ora (30-90 minuti), mentre è decisamente superiore per i suoi metaboliti (4-8 ore per la ecgonina metilestere e 3,5-6 ore per la benzoilecgonina). L’emivita dipende anche dalla modalità d’assunzione: generalmente è superiore se la cocaina viene assunta per via nasale e più breve se inalata (crack) o iniettata.
In media circa l’1-9% delle dose assunta viene escreta in forma non modificata nelle urine. L’escrezione dipende da vari fattori:

  • aumenta al diminuire del pH delle urine (acidità) e diminuisce quanto più queste sono basiche;
  • diminuisce in caso di assunzione cronica (pare che i consumatori abituali riescano a metabolizzarla in maniera più efficace).

Indipendentemente dalla via di somministrazione la maggior parte della droga e dei suoi metaboliti compare nelle urine entro le prime 24 ore. I metaboliti della cocaina possono comunque essere presenti nelle urine per 48-72 ore dopo la sua assunzione. In consumatori cronici di cocaina i metaboliti inattivi sono stati rinvenuti anche per periodi di settimane.

Cocaina nelle urine

Solitamente il metodo migliore per riscontare la cocaina nell’organismo è l’esame delle urine perché ha una finestra di rilevamento più ampia per la maggior parte delle droghe. A seconda del consumo che si è fatto della sostanza, questa può essere rilevata nelle urine dai 2 ai 4 giorni dopo l’assunzione. In realtà non è la cocaina ad essere riscontrata ma il suo sottoprodotto: la norcocaina. La maggior parte della cocaina assunta viene espulsa attraverso le urine ma è chiaro che nei consumatori cronici possono permanere dei metaboliti inattivi che sono rilevabili anche dopo alcune settimane. Inoltre c’è da considerare un’altra variabile, ovvero l’uso di alcool: se quando avete assunto cocaina, avete assunto anche degli alcolici,probabilmente la metabolizzazione risulterà più lenta e potreste risultare positivi anche dopo un lungo periodo di tempo.
Utilizzando metaboliti della cocaina, come la benzoilecgonina e il cocaetilene – la finestra di rintracciabilità non è più da 2 a 4 giorni, bensì si ampia. In particolare la rintracciabilità del consumo di cocaina tramite l’esame delle urine può arrivare a 20-30 giorni in questi casi:

  • se il soggetto è un consumatore abituale, anche con piccole dosi;
  • se il soggetto ha assunto ingenti quantità di cocaina;
  • se il soggetto consuma bevande alcoliche.

L’esame delle urine è quello più utilizzato perché meno dispendioso ed invasivo.

Cocaina con esame del sangue

Per rilevare la cocaina attraverso l’esame del sangue bisogna sottoporsi ad un esame specifico quindi se la vostra preoccupazione è focalizzata sui normali esami del sangue di routine, vi informiamo che la cocaina non viene rilevata. Facendo invece esami specifici, la sostanza – o meglio i suoi metaboliti – rimangono visibili nel sangue fino a 5 giorni dopo l’assunzione.

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Cocaina nei capelli

Le tracce di cocaina nel capello, a differenza delle altre vie di analisi come il sangue o l’urina, generalmente possono essere riscontrate fino a ben 6 mesi prima; questo però non rende il test del capello più affidabile in quanto il campione in esame, quindi i capelli, sono soggetti a variabili fisiche e ambientali che possono alterare i controlli, anche se c’è da dire che solitamente prima di effettuare il test su un campione di capelli o peli, gli operatori sottopongono il campione a lavaggi che lo rendano adatto all’analisi. Inoltre il test del capello è poco utilizzato anche perché molto costoso ma se il campione è ritenuto attendibile può arrivare a riscontrare anche consumi di sostanza fatti molti mesi prima, fino a sei mesi.

Dobbiamo ricordarvi che le variabili in gioco affinché il vostro test risulti negativo, sono molteplici e soprattutto sono assolutamente soggettive. Soprattutto c’è da tenere in considerazione l’uso che fate della sostanza: le quantità, da quanto tempo l’assumente, come l’assumete, la qualità, la vostra corporatura, la contemporanea assunzione di altre droghe, la vostra funzionalità epatica e renale, il vostro metabolismo, ed altri fattori assolutamente imprevedibili.

Il consiglio che noi riteniamo essere l’unico efficace per evitare la positività ai test, è smettere di assumere la sostanza. Solo in questo modo potrete avere la certezza di essere puliti e risultare negativi: la vostra salute vi ringrazierà per sempre.

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Aborto spontaneo: cos’è, sintomi iniziali e come riconoscerlo

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma MI CHIAMO BAMBINO MAI NATO Riabilitazione Nutrizionista Dieta Medicina Estetica Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Pressoterapia Linfodrenaggio AnoCon la terminologia “aborto spontaneo” si indica un’interruzione di gravidanza che avviene spontaneamente entro i primi 180 giorni di gravidanza. Nella maggioranza dei casi l’aborto spontaneo si verifica però nel corso del primo trimestre di gravidanza. È una condizione molto più diffusa di quanto si creda: si calcola infatti che possa interessare fino al 30% delle gravidanze. L’aborto spontaneo può essere “completo” (caratterizzato dall’espulsione spontanea totale dell’embrione o feto senza vita); oppure “incompleto” o “ritenuto” (quando la gravidanza è ancora parzialmente o completamente presente nella cavità uterina, ma non vi è attività cardiaca dell’embrione o feto).

Quali sono le cause dell’aborto spontaneo?

Molte e diverse sono le cause che possono provocare un aborto spontaneo.
Tra queste ricordiamo:

  • anomalie cromosomiche (è sicuramente la causa più frequente di abortività spontanea. La frequenza aumenta con l’aumentare dell’età materna);
  • malformazioni congenite (utero setto, unicorne ecc) o acquisite (polipi, fibromi) dell’utero;
  •  incontinenza cervicale (il collo uterino tende a dilatarsi in epoca molto precoce di gravidanza, anche in assenza di contrazioni, conducendo all’espulsione del feto);
  • malattie autoimmuni o trombofiliche (in cui aumenti , cioè, la coagulazione del sangue);
  • patologie infettive come toxoplasmosi, rosolia, infezione da citomegalovirus che possono contagiare il feto e causarne la sofferenze e poi la morte;
  • infezioni vaginali non trattate;
  • insufficienza del corpo luteo che non produce abbastanza progesterone, l’ormone che favorisce l’impianto e il mantenimento della gravidanza nel primo trimestre.

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Quali sono i sintomi dell’aborto spontaneo?

Come riconoscere tempestivamente un aborto spontaneo? Non sempre è possibile, esistono infatti aborti silenti, ossia privi di sintomi (in questo caso, la diagnosi è clinica, attraverso l’ecografia). In altri casi, invece, l’aborto si manifesta attraverso perdite ematiche o contrazioni uterine. I sintomi con cui si può presentare un aborto spontaneo possono essere molto diversi tra loro e variabili in rapporto alle diverse situazioni cliniche. Il sintomo più comune di un aborto spontaneo è comunque il sanguinamento vaginale improvviso e apparentemente senza cause, accompagnato o non dal dolore. Assieme al sangue, vari parti di tessuto o coaguli possono anche fuoriuscire dalla vagina. In alcuni casi può anche manifestarsi un malessere generale o una astenia (mancanza di forze).

Come prevenire un aborto spontaneo?

I trattamenti preventivi nei confronti dell’aborto spontaneo differiscono molto tra di loro a seconda della causa all’origine dell’aborto.
Il riposo è generalmente il primo e principale trattamento che viene consigliato in caso di minaccia d’aborto. – Una terapia preventiva a base di progesterone può essere efficace nei casi in cui si sospetti una insufficienza del corpo luteo.  In caso di patologie autoimmuni (come la sindrome da antifosfolipidi) o in condizioni di eccessiva trombofilia, possono essere prescritti l’utilizzo di eparina o di acido acetil-salicilico.  Nei casi di incompetenza cervicale verrà eseguito il cerchiaggio della cervice. È bene provvedere al trattamento di patologie come il diabete o a carico della tiroide già prima dell’inizio di una gravidanza.

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Diagnosi

Generalmente la diagnosi di aborto spontaneo si basa su:

  • visita ginecologica;
  • ecografia.

Possono essere prescritti anche:

  • test di gravidanza;
  • dosaggio plasmatico della frazione beta dell’ormone della gravidanza (HCG). L’HCG viene prodotto a partire dall’impianto in utero e aumenta costantemente fino al terzo mese di gravidanza. Le sue modificazioni sono utili per capire l’evolutività o meno di una gravidanza.

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Trattamenti

Diagnosticato un aborto spontaneo, le strade possibili sono generalmente due:

1) la terapia chirurgica: è il cosiddetto “raschiamento” mediante isterosuzione. In pratica, si procede all’aspirazione del materiale abortivo ritenuto in cavità uterina, mediante una cannula inserita attraverso il canale cervicale.
2) in alcuni casi si può decidere di attendere la spontanea espulsione del materiale abortivo dall’utero o facilitarne l’espulsione stessa tramite la somministrazione di farmaci che facilitino la contrazione uterina. Si parla in questo caso di “condotta di attesa”, che viene applicata soprattutto nei casi di aborto incompleto (più raramente nel caso degli aborti interni), e soprattutto se l’aborto è avvenuto nelle settimane iniziali di gravidanza.

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Differenza tra anemia e microcitemia

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE ANALISI CLINICHE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI LEUCOCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA ECon “anemia” si intende un gruppo di patologie caratterizzate dalla carenza di emoglobina e, indirettamente, dalla diminuzione dei globuli rossi che la contengono: in questi casi diventa insufficiente il trasporto di ossigeno alle cellule dell’organismo e, di conseguenza, anche la loro produzione di energia, con danni alla funzione del cervello, del cuore e della crescita corporea. Le cause della diminuzione di emoglobina sono svariate: dall’emorragia alla carenza di ferro. Altri tipi di anemia sono causate da malattie ereditarie in cui sono alterati i geni responsabili della produzione di emoglobina. La talassemia, anche chiamata “microcitemia“, per esempio, è un’anemia ereditaria presente in Italia, soprattutto nella zona del delta del Po e in Sardegna.

Vi sono vari tipi di microcitemia, ma quella più frequente in Italia è la ß-talassemia detta anche anemia mediterranea. La lettera greca “ß” (beta) sta ad indicare che l’errore genetico causa una alterazione nella produzione delle catene ß dell’emoglobina, per cui queste saranno prodotte solo in minima quantità e rimpiazzate da catene g (gamma) e d (delta) in modo da formare emoglobina fetale ed emoglobina A2, meno efficaci dell’emoglobina tipo adulto o emoglobina A.

I geni che codificano le catene ß dell’emoglobina (insieme a quelli delle catene d e g) sono localizzati sul cromosoma 11 ed attualmente si conoscono più di 150 mutazioni che causano una ß-talassemia.

I globuli rossi che così si formano sono più “fragili” ed hanno una vita media più breve dei 120 giorni del globulo rosso normale. Pertanto, in seguito a ciò, i globuli rossi vengono continuamente distrutti e rimpiazzati. Questa distruzione causa, nei soggetti con la malattia in forma grave, un accumulo di ferro in vari organi, ma principalmente nel fegato. Inoltre in questi pazienti il midollo osseo, produttore di tutte le cellule del sangue, non riesce a star dietro alla distruzione dei globuli rossi alterati; tale fenomeno è detto “eritropoiesi inefficace” con conseguente anemia marcata. Pertanto questi bambini hanno la necessità di trasfusioni continue e di una terapia che prevenga l’accumulo di ferro negli organi.

Per approfondire le singole anemie, leggi anche:

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Esistono mosche che pungono e si nutrono di sangue umano?

MEDICINA ONLINE ZANZARA TIGRE MOSQUITO MOSKITO MOSCA INSETTO MOSCA PUNTURA MORSO PRURITO PELLE PUNGE FASTIDIO ESTATE ATTRAE WALLPAPER PICS PICTURE PHOTOI Ceratopogonidi, conosciuti come pappataci, sono piccoli ditteri che misurano tra l’1 e i 3 mm. Sono di colore scuro o nero e si nutrono di sangue sia umano che animale.

I Ceratopogonidi pungono a sciami, solitamente durante le prime ore del mattino, e provocano fastidiose e persistenti irritazioni cutanee. Le loro punture sono simili a quelle delle zanzare, con le quali spesso vengono confuse, ma un occhio attento può cogliere la differenza.

Alcune specie di Ceratopogonidi vivono nelle zone sabbiose, mentre altre nelle zone umide come cantine, crepe e fessure di muri e muretti e legnaie. È per questo che i metodi di disinfestazione devono differenziarsi.

Perché sono dannosi per l’uomo e per gli animali

Le punture dei Ceratopogonidi provocano reazioni cutanee che possono durare anche due settimane. Inoltre, questa specie di mosche porta agenti patogeni pericolosi per il bestiame, del quale spesso causano anche la morte, e per l’uomo.

La disinfestazione

Conoscere a fondo le specie di questi ditteri è fondamentale per una disinfestazione efficace. Vista la rapidità con la quale si riproducono e i danni che provocano, non è consigliabile agire da soli: per eliminare definitivamente i ceratopogonidi e conoscere le modailità di prevenzione da un’infestazione è sempre necessario rivolgersi a tecnici professionisti.

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