Quanto a lungo può durare una erezione del pene?

MEDICINA ONLINE GELOSIA UOMO COME FUNZIONA ONE HUNGRY SAD COUPLE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA LOVE COUPLE FRINEDS LOVER SEX GIRLLa durata media dell’erezione di un maschio tra i 30 e i 40 anni, sano, senza problemi fisici né psicologici, durante la penetrazione, è di circa 20 minuti, mentre se comprendiamo anche le fasi preliminari del rapporto, si arriva a circa 40 minuti. Come in tutti i fenomeni fisiologici, l’erezione risente di variazioni individuali e legate al contesto, come per esempio, l’emozione di un primo incontro amoroso, la temperatura, la durata del rapporto, la lunghezza del pene. La durata record senza l’ausilio di prodotti farmacologici, è di circa due ore, dopo questo periodo di tempo si entra nel priapismo, ovvero nella patologia.

Il priapismo (che prende il nome dall’antico satiro Priapo, raffigurato con un pene enorme, anomalo) produce un’erezione dolorosa e persistente, che non termina al cessare dello stimolo sessuale o comune non accompagnata da eccitazione o desiderio sessuale. Le cause sono varie (lesioni della colonna vertebrale, anemia, traumi e altro). Dopo tre o quattro ore bisogna ricorrere al medico per evitare danni ai tessuti penieni.

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Differenza tra omega 3, omega 6 ed omega 9: quale integratore scegliere?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO Nahrungsergänzungsmittel.jpgOmega 3, 6 e 9: cosa sono?
I primi due sono generalmente definiti grassi essenziali, perché l’organismo non può produrli da sé ma li dobbiamo assumere con la dieta. E tutti e 3 sono anche dei grassi polinsaturi, in contrapposizione ai grassi monoinsaturi (che si trovano ad esempio nell’olio di oliva) e ai grassi saturi (che troviamo invece nella carne, nel cocco, nel formaggio).

Gli omega 3 sono presenti in natura in 3 forme: ALA, EPA e DHA
I grassi che appartengono alle sostanze chiamate OMEGA 3 contengono i seguenti acidi simili nelle loro strutture ma con benefici diversi:

  • Acido α-linolenico (ALA): presente principalmente nella verdura a foglie verdi, semi di soia, semi di lino (il più ricco in assoluto);
  • Acido acido eicosapentaenoico (EPA): presentie principalmente nell’olio di fegato di merluzzo, sgombro, aringa e olio di aringa, salmone e olio di salmone;
  • Acido docosaesaenoico (DHA): presente principalmente in sgombro, olio di pesce, alcuni tipi di alghe

Questi grassi acidi insaturi sono definiti “essenziali” in quanto non sono sintetizzabili nell’organismo e come tali devono essere introdotti mediante l’alimentazione. A livello delle mucose intestinali sono molto importanti per la protezione locale e generale del corpo per l’opera di assorbimento delle sostanze tossiche. Molto rilevante la loro azione nei meccanismi immunitari e di modulazione nella reazione infiammatoria come i mediatori chimici (aspirina e FANS).
Sebbene solo i primi siano essenziali e l’organismo è teoricamente in grado di convertirli nelle altre due forme (EPA e DHA), questo processo si è rivelato altamente inefficiente, in altre parole: se la tua dieta contiene solo omega 3 ALA e non omega 3 EPA e DHA, corri il rischio di entrare in carenza. E questa purtroppo è una situazione all’ordine del giorno, infatti, mentre gli ALA sono presenti anche in alcuni vegetali (semi di lino, semi di chia, noci), gli EPA e i DHA si trovano solamente nelle fonti animali. In condizioni naturali la carne sarebbe una buona fonte di questi grassi, ma in pratica non lo è per via degli allevamenti intensivi e l’alimentazione (tristemente innaturale) a base di cereali a cui viene sottoposto il bestiame. Rimane quindi il pesce come fonte abbondante di grassi omega 3, ma se non consumi salmone almeno 3 volte a settimana, una via intelligente è quella di ricorrere alle capsule di olio di pesce.

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Effetti specifici di EPA E DHA
EPA

  • contrastare il trigliceridi;
  • azione antitrombolica per il contrasto con l’aggregazione piastrinica;
  • effetto antiaritmico perché stabilizza il ritmo cardiaco e abbassa il rischio di infarto;
  • azione antinfiammatoria.

DHA

  • contrasta il trigliceridi;
  • azione antipertensiva;
  • azione antinfiammatoria;
  • migliora i sintomi della depressione.

Omega 6: quali sono e dove trovarli
Gli omega 6 sono grassi molto più comuni nella dieta occidentale, tanto che una carenza è virtualmente impossibile. Quello che invece è possibile, anzi direi all’ordine del giorno, è un eccesso di omega 6. Gli omega 6 si comportano da antagonisti riguardo gli omega 3, ciò significa che più omega 6 assumi, più avrai bisogno di integrare omega 3. Ne consegue che un ottimo metodo per non entrare in carenza di omega 3, è ridurre il consumo di omega 6. Sebbene questi ultimi si trovino un po’ dappertutto, dai cereali alle carni (appunto perché il bestiame viene nutrito con cereali), le fonti più abbondanti sono gli oli vegetali, in particolare l’olio di girasole, ma anche quello di mais, di arachidi, di soia e così via. Questi oli sono presenti praticamente in qualsiasi cibo pronto al supermercato, quindi leggi bene l’etichetta. Una regola semplice: gli unici oli utili e sani sono quello di oliva (purché di buona qualità), di cocco e di lino. Assumere troppi omega 6 e pochi omega 3 non è un errore senza conseguenze: può portare a diverse patologie fino anche a danni al tessuto cerebrale.

Omega 9: quali sono e dove trovarli?
A differenza dei precedenti, i grassi Omega 9 non sono essenziali, nel senso che l’organismo è in grado di produrli in modo autonomo a partire da altri grassi. Per questo motivo non sono interessanti dal punto di vista dell’alimentazione e se ne sente parlare di rado. Il più importante di questi è l’acido oleico, che si trova abbondantemente ad esempio nell’olio di oliva.

Integratori di omega 3, 6 e 9: servono davvero?
Integratori di omega 3-6-9 non hanno effetti collaterali (come si sente dire a volte) ma sono assolutamente inutili. Come detto gli omega 9 non sono essenziali e comunque si trovano nell’olio di oliva. Mentre gli omega 3 e 6 sono spesso presenti in un rapporto sfavorevole o al massimo pari, quindi anche qui davvero pochi benefici. Gli unici che ha senso integrare sono quindi gli Omega 3, dopo esserti assicurato che non provengano da fonte vegetale e contengano EPA e DHA.

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Uso specifico di omega 3, 6 e 9

  • OMEGA 3: olio di Pesce. Specifico per prevenzione e contrasto di problemi cardiovascolari, prezioso nel diabete alto colesterolo e trigliceridi alti e in caso di artriti, reumatismi, disturbi infiammatori. Ha un elevato effetto anticoagulante inibendo la viscosità delle piastrine.
  • OMEGA 6 (EFA) olio di Boraggine. Per depurare il sangue, per il drenaggio cutaneo, ha potere antidepressivo e disintossicante sul fegato. Stimola e rivitalizza le ghiandole surrenali agendo sulla ricostituzione della corteccia e quindi indispensabile dopo l’assunzione di cortisone e steroidi. Rassoda il seno e mantiene sani i capelli e le unghie.
  • OMEGA 9 olio di Lino. Utile per la riduzione del colesterolo totale, facendo diminuire il colesterolo LDL e aumentando quello HDL, per la prevenzione dei calcoli biliari, lubrifica i vasi sanguigni. Ha un forte effetto antinfiammatorio. Fornisce energia e dona un umore più sereno e tranquillo.

Una miscela ben bilanciata di acidi grassi indispensabili 3-6-9 porta a benefici sensibili su:

  • Concentrazione colesterolo “cattivo”, inibendo la formazione del LDL e favorendo l’incremento del HDL;
  • trigliceridi;
  • aggregazione piastrinica;
  • pressione arteriosa e sulla viscosità ematica;
  • artrite reumatoide;
  • allergie;
  • asma;
  • problemi dermatologici.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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Nuoto e triathlon: quanto conta e come allenarsi

MEDICINA ONLINE NUOTO PISCINA TRIATHLON ALLENAMENTO MARE ACQUA ALLENARSI MUSCOLI.jpgIl triathlon è uno sport giovane e anche per questo in forte crescita: negli ultimi 10 anni ha visto un vero e proprio boom di partecipazioni alle gare.
Inizialmente tutti i triatleti, anche quelli professionisti, venivano da uno (o due) degli sport che compongono il triathlon, e soprattutto da corsa e ciclismo; oggi stanno comparendo i primi atleti di nuova generazione, che “nascono” triatleti, ovvero che si allenano nei tre sport fin dall’inizio della loro carriera sportiva. Ma questo accade solo ad altissimo livello, tra i professionisti: la stragrande maggioranza degli agonisti non professionisti sono atleti di altri sport, e in particolare ex runner ed ex ciclisti, che alla ricerca di nuovi stimoli si danno al triathlon.
In questo articolo proverò, dati alla mano, a collocare le tre frazioni, e soprattutto il nuoto, in funzione dell’economia della gara, analizzando quanto contano le diverse frazioni nella prestazione finale, e spiegando in che modo approcciare l’allenamento per ottimizzare la prestazione in gara.

Quanto conta la frazione a nuoto?
La frazione a nuoto è la più breve delle tre, e non di poco. Nelle gare corte e medie la durata è poco più della metà rispetto alla corsa, e un terzo rispetto al ciclismo. Nelle gare lunghe (mezzo iroman e ironman) il divario si allarga ulteriormente, arrivando a più di 1/3 rispetto alla corsa e a 1/6 rispetto al ciclismo. Da questo punto di vista, il nuoto è la frazione che conta meno in assoluto. Abbassare di 5 minuti il tempo sulla frazione a nuoto in un ironman per un nuotatore con un minimo di esperienza è veramente tanto. Sul tempo finale di gara quanto contano 5 minuti, per il 90% dei partecipanti? Qualcosa compreso tra il niente e lo zero.
Alla fine della gara quello che conta è il tempo finale. Un guadagno prestazionale identico dal punto di vista quantitativo comporterà un guadagno in termini assoluti molto inferiore nel caso del nuoto, rispetto agli altri due sport. Quindi ha davvero poco senso cercare di guadagnare posizioni in classifica puntando sul nuoto, a meno di non essere molto ottimizzati negli altri due sport, ed essere ancora immaturi proprio nel nuoto. In altre parole: se uno sa a malapena nuotare e fa una fatica immane anche solo per arrivare in fondo è ovvio che deve allenarsi soprattutto nel nuoto… Ma non per andare più forte: per imparare a nuotare!
Tolti questi casi estremi (che pure esistono), va valutata molto attentamente l’opportunità di “sacrificare” le altre due frazioni per ottenere un guadagno nel nuoto percentualmente di un certo spessore, ma che alla fine potrebbe non concretizzarsi in un guadagno nel tempo totale di gara.
Tuttavia, nelle gare corte e medie c’è il fattore scia che può ribaltare la situazione. Quello che abbiamo detto vale sicuramente nelle gare “no draft”, dove la scia è vietata nella frazione di ciclismo. Nelle gare dove la scia è consentita la frazione a nuoto assume un’importanza fondamentale, almeno per le posizioni di vertice. Il triatleta professionista, che si cimenta nelle gare corte (sprint e olimpico) deve necessariamente eccellere nel nuoto e nella corsa. Ovviamente non può essere un ciclista mediocre, tuttavia la possibilità di sfruttare la scia comporta un certo “livellamento” della prestazione, da un lato impedendo a chi ha un vantaggio di sfruttarlo appieno, dall’altro consentendo chi ha una lieve carenza di impedire che questa si trasformi in uno svantaggio cronometrico. Non dimentichiamoci che a livello dei primissimi le differenze sono minime: ma sono queste differenze che determinano il vincitore. Differenze minime nel ciclismo possono essere compensate dalla scia, nel nuoto e nella corsa no (o meglio, molto meno: nel nuoto la scia ha una certa importanza).
Per l’atleta amatoriale, invece, l’importanza del nuoto dipende da diversi fattori, e i più importanti sono:

  • la possibilità di usare la muta;
  • il valore assoluto come nuotatore;
  • le caratteristiche del percorso di ciclismo.

Partiamo dalla tipologia del percorso di ciclismo. Ci sono gare totalmente in pianura, dove la scia conta per un fattore 100, gare con saliscendi dove conta per un fattore molto variabile, ma sempre inferiore a 100, e gare in cui conta poco, perché composte esclusivamente da salite importanti, e discese, senza tratti abbastanza lunghi di pianura. In queste ultime la possibilità di stare in scia praticamente è come se non ci fosse, diventano in sostanza gare “no-draft” anche se non lo sono. In queste gare il nuoto conta molto meno rispetto agli altri due sport, come abbiamo visto.
Nelle altre gare il nuoto conta nella misura in cui si riesce a trovare un gruppo competitivo nella frazione di ciclismo, sia numericamente che come prestazione. Qui si aprono scenari molto diversi, che dipendono molto dal secondo fattore: il valore assoluto come nuotatore. Gli esempi di ritmo gara riportati vanno intesi in vasca da 50 m e sono ovviamente indicativi.
Un nuotatore scarso (che si trova nel 25% inferiore, ovvero che ha un passo gara – per 100 m – sugli 800 superiore a 2′) avrà meno probabilità di trovare un forte gruppo di ciclisti col quale collaborare (o mettersi a ruota).
Un nuotatore mediocre (che si collochi intorno alla mediana nella classifica del nuoto, o ancora meglio un poco sopra, ovvero che ha un passo gara – per 100 m – sugli 800 compreso tra 1’50” e 1’40”) troverà facilmente un nutrito gruppo per fare un ottimo crono nella frazione in bicicletta.
Un buon nuotatore (che si colloca nel 25% superiore, ovvero che ha un passo gara – per 100 m – sugli 800 inferiore a 1’40”) uscirà dall’acqua probabilmente insieme a ciclisti ancora più forti, ma attenzione: potrebbe trovare piccoli gruppi, e questo vale soprattutto per le gare in piscina con batterie da 50-60 atleti, dove essere nel top 10-15% del nuoto può significare trovarsi da soli, o in gruppi ristrettissimi di 2-4 atleti dove solo per stare in scia bisogna spendere un sacco di energie.
Apro parentesi: lo so bene, cari nuotatori all’ascolto, che uno che fa gli 800 con passo 1’40” non è un buon nuotatore, ma sappiate che invece nel triathlon lo è, perché è abbondantemente sopra la media! Chiudo parentesi.

Non è raro che questi gruppetti, che magari partono con un vantaggio di un minuto acquisito nella frazione a nuoto, vengano recuperati verso la fine della frazione di ciclismo dal gruppone che spesso si forma dietro, con qualche buon ciclista in grado di tirare il gruppo sopra i 40 km/h di media, e gli altri che stanno a traino spendendo pochissimo. Ma anche quando conservano un po’ di vantaggio, potrebbero averlo fatto spendendo troppo, e ritrovarsi per questo a perderlo nella frazione di corsa.
Morale della favola: per cogliere i vantaggi della scia, ovvero per ritrovarsi in un gruppo competitivo nella frazione di ciclismo, è sufficiente essere nuotatori nella media, o appena sopra. I veri penalizzati sono i nuotatori decisamente sotto la media, diciamo quelli sotto i 3/4 della classifica. Essere nuotatori nel top 25% può dare vantaggi o svantaggi a seconda della situazione, soprattutto nelle gare in piscina. In quelle in acque libere le potenziali situazioni di svantaggio si riducono parecchio (perché si parte tutti insieme o in gruppi molto più numerosi, ed è meno probabile il fatto di trovarsi soli o quasi).
Consideriamo ora, brevemente, il fattore muta. La muta è un grande vantaggio per tutti, ma soprattutto per i nuotatori scarsi. Infatti il più grande vantaggio della muta è il miglioramento del galleggiamento, un fondamentale del nuoto che proprio per questo è un fattore critico soprattutto per il nuotatore mediocre (intorno al 50% della classifica) o scarso (sotto al 25%). Man mano che si risale la classifica il galleggiamento penalizza sempre meno i nuotatori e quindi la muta conferisce un vantaggio via via minore. In parole povere, il galleggiamento è il collo di bottiglia nella prestazione di un nuotatore scarso, un fattore importante in un nuotatore mediocre o di poco sopra la media, uno dei tanti fattori che determinano la prestazione in un nuotatore nel top 25%. Dunque il fattore muta è simile al fattore scia nella bici: un “livellatore” della prestazione. E non dimentichiamoci mai che nel nuoto la scia è consentita, e conta. Non come nel ciclismo, dove si arriva al 30%, ma un buon 10-15% delle energie consente di risparmiarlo. E conta tanto di più quanto più si va forte (come nel ciclismo). Purtroppo, questo è un fattore che va a vantaggio solo dei nuotatori più forti. Il nuotatore scarso dalla scia otterrà poco o niente, a maggior ragione perché stare in scia è difficile anche dal punto di vista tecnico. Se sommiamo questi fattori, abbiamo una riprova del fatto che nel triathlon il nuoto conta molto meno rispetto alle altre due frazioni.

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Numeri a conferma
Tutte le cose che ho prima enunciato sono verosimili, in teoria. Ma in pratica?
Ho analizzato le classifiche maschilli di svariate gare di triathlon sprint e olimpico svolte in Italia nel 2015 e nel 2016, cercando una conferma delle mie teorie.
È vero che la scia livella la prestazione nel ciclismo?
Direi senz’altro di sì. Infatti, nei percorsi totalmente pianeggianti e con scia consentita, il gap tra i migliori e i peggiori nel ciclismo è inferiore del 20/30% rispetto alle gare con salite o no-draft.
È vero che le gare con molto dislivello sono equivalenti alle gare no-draft?
Diciamo che sono molto simili. Il gap tra i migliori e i peggiori è dello stesso ordine di grandezza.
È vero che la muta livella la prestazione?
Questo non sono riuscito a dimostrarlo, a mio parere per diversi motivi, prima fra tutte la difficoltà di trovare informazioni (a posteriori) sull’obbligatorietà o meno della muta nelle varie gare, e secondo perché in quasi tutte le gare in acqua libere la muta è consentita, e quindi l’unico confronto sicuro che si può fare è tra le gare in piscina (praticamente sempre senza muta) e quelle in acque libere. Questo confronto non ha (in prima battuta) evidenziato differenze. Bisognerebbe approfondire la cosa con ulteriori analisi, meglio strutturate.
Un’altra cosa interessante che è venuta fuori è la seguente:
il gap tra i migliori e i peggiori nel nuoto è maggiore rispetto agli altri due sport, rispettivamente del 5-10% rispetto a quello riscontrato nella corsa e del 30% rispetto al ciclismo.
Questo potrebbe essere dovuto al fatto che il nuoto è uno sport dove la tecnica è più importante della forma fisica, e la tecnica non si impara in breve tempo e soprattutto non si impara con i tradizionali metodi di allenamento, mentre per raggiungere il top della forma fisica possono bastare pochi anni di allenamento (ed è quello che solitamente accade nella corsa e nel ciclismo).
Oppure che ci sono più ex ciclisti ed ex runner che si cimentano nel triathlon, rispetto agli ex nuotatori. Molti nuotatori con pochissima esperienza alle spalle potrebbe determinare un divario maggiore tra i bravi e gli scarsi.
O entrambe le cose…

La scelta della gara
Premesso che un atleta amatoriale dovrebbe gareggiare con l’unico obiettivo di divertirsi, e quindi dovrebbe importargli molto poco della classifica, tuttavia bisogna anche ammettere che uscire per ultimi dalla piscina e sciropparsi 20 o 40 km da soli o quasi nella frazione di ciclismo potrebbe non essere così divertente… Dunque vediamo come ci si dovrebbe comportare per ottimizzare il risultato, sia dal punto di vista degli allenamenti, che da quello della scelta delle gare in cui cimentarsi.
Abbiamo visto che il nuoto è importante solo nelle gare in cui la frazione di ciclismo è in piano, ed è consentita la scia. In questo caso essere nuotatori scarsi fa la differenza, perché si rischia di rimanere soli o con gruppi di ciclisti non particolarmente veloci. Dunque, i nuotatori scarsi (che stanno entro il 25% dei peggiori) dovrebbero evitare questo tipo di gare, soprattutto se la frazione a nuoto si svolge in piscina. Meglio puntare su gare no-draft, soprattutto se si è forti ciclisti, oppure gare con grandi dislivelli, dove ci si godrà la frazione in bici superando decine di atleti. Ovviamente è meglio scegliere gare ove la muta è consentita, sempre che ci si trovi a proprio agio in acque libere. La muta dà un grande vantaggio soprattutto agli atleti più lenti, se non altro perché annulla la sgradevole sensazione di “affondare” che affligge i nuotatori meno dotati.
I forti nuotatori, ma di livello inferiore nelle altre due frazioni, dovranno puntare sulle gare con frazione di nuoto in acque libere dove troveranno comunque folti gruppi con cui aggregarsi nella frazione in bici. Nelle gare in piscina, soprattutto se si ha rank alto o si gareggia come amatori, si rischierà di trovarsi da soli o in piccoli gruppi, e se la gara è pianeggiante, poi in bici sono dolori. Un’alternativa sono le gare no-draft oppure le gare con molto dislivello (soprattutto se oltre ad essere buoni nuotatori, si è anche buoni ciclisti).

La scelta degli allenamenti
Per quanto riguarda gli allenamenti, è un fatto che il nuoto rappresenti per moltissimi triatleti la bestia nera, poiché la maggioranza sperimenta la frustrazione di non ottenere buoni risultati, in termini di miglioramento, adottando gli stessi metodi utilizzati nella corsa e nel ciclismo (cioè allenando il “motore”). Questo semplicemente perché il nuoto è uno sport in cui la tecnica è più importante della forma fisica, e per allenare la tecnica bisogna utilizzare strategie completamente diverse. Se sommiamo le due cose (nuoto poco influente per la brevità della prova + difficoltà di miglioramento rispetto a corsa e ciclismo) possiamo concludere che per migliorare la prestazione nel triathlon dovrebbero concentrarsi sul nuoto (dedicandogli più tempo rispetto a corsa e ciclismo) solo gli atleti con reali difficoltà, come quelli che hanno paura di stare in acqua, o di nuotare in acque libere, o che arrivano trafelati in fondo alle prove in acqua pur con tempi molto alti. Oppure gli atleti già al top delle loro capacità nelle altre due discipline, e con ampi margini di miglioramento solo nel nuoto. Ma consci del fatto che, nel nuoto, non basta macinare km per arrivare al top.
Tutti gli altri ovviamente dovranno allenare la frazione a nuoto, ma tenendo a mente che ogni progresso conta, in percentuale, molto meno rispetto a bici e corsa. E anche che passare dall’essere nuotatori scarsi a nuotatori nella media significa fare un salto notevole, per il quale ci potrebbero volere anni e non è detto, tra l’altro, che lo si riesca a fare. Quindi che si fa? Si va in piscina una volta a settimana, o addirittura meno? Tutt’altro. In piscina bisogna andarci, ma con obiettivi completamente diversi rispetto a quando inforchiamo le scarpette da corsa o da bici.
Quello che mi sento di consigliare come allenamento del nuoto per il triatlon, è quello di concentrarsi sull’economia del gesto, dedicare almeno 1/3-1/4 dell’allenamento agli esercizi per migliorare i fondamentali del nuoto, e poi impostando gli allenamenti su una velocità “di crociera” a ritmi compresi tra la soglia anaerobica e la soglia aerobica (dunque non troppo intensi), e imparare a nuotare a questi ritmi in modo fluido ed efficiente, cercando la lunghezza della bracciata piuttosto che la frequenza, evitando di sottoporsi ad allenamenti massacranti (quindi evitare di unirsi alle varie squadre master, dove il massacro è assicurato), ma curando la tecnica, l’economia del gesto, risparmiando energie per gli allenamenti di corsa e in bici. Se gli allenamenti in piscina diventano non dico defaticanti, ma quasi… Il vostro triathlon ne gioverà sicuramente, nel complesso. Magari non otterrete un vantaggio cronometrico nel nuoto… Ma ricordate che fare lo stesso tempo con meno fatica significa poi andare più forte nelle altre due frazioni. Una nuotata più rilassata ed efficiente vi farà andare più forte una volta usciti dall’acqua.
Un’altro consiglio, dedicato ai nuotatori molto scarsi, quelli che hanno imparato a nuotare da adulti e si scoprono essere poco o per nulla dotati di talento naturale: visto che verosimilmente parteciperete solo a gare in cui è consentita la muta, usatela anche negli allenamenti! O quantomeno utilizzate dei costumi (ne esistono, basta cercare su internet) che garantiscano un maggior galleggiamento. Non ha molto senso nuotare con le gambe affondate di mezzo metro, per poi trovarsi in gara con un assetto completamente diverso, garantito dalla muta. Cercate di trovare in allenamento le stesse condizioni della gara, o almeno condizioni simili. Altro consiglio: nuotate in vasca da 50, se possibile, per riprodurre le condizioni che troverete in acque libere.
E i forti nuotatori? A loro basterà mantenere la prestazione, con gli allenamenti per la distanza di gara che sicuramente sanno già fare grazie alla loro esperienza, impostando uno o due allenamenti a settimana (meglio uno che due), giusto per non perdere la forma. E potersi così concentrare sugli altri due sport. Questo allenamento settimanale è importante che sia intenso e tarato in modo specifico sulla distanza di gara. La prestazione la si mantiene solo mantenendo l’intensità, piuttosto che il volume o la frequenza di allenamento.

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Calcolare la distanza di un temporale con il tempo tra lampo e tuono

MEDICINA ONLINE TUONO LAMPO FULMINE SAETTA DIFFERENZA NEVE GRANDINE PIOGGIA NEVISCHIO GHIACCIO TEMPORALE ROVESCIO TEMPESTA NEVE ARTIFICIALE TECNICA NATURALE TORNADO TROMBA D'ARIA URAGANOUn fulmine è composto da due fasi: il lampo (la luce che si vede partire dalla nuvola fino ad arrivare a terra) ed il tuono (il caratteristico suono). Si può calcolare quanto il temporale è distante da noi, grazie ad una semplice tecnica:

  1. rimanete in osservazione del punto in cui si sta verificando il temporale;
  2. nel momento in cui appare il lampo, iniziate a contare i secondi;
  3. contate i secondi fino a che non ascoltate l’inizio del tuono;
  4. moltiplicate il numero di secondi ottenuto per 340;

Il risultato della moltiplicazione, espresso in metri, è la distanza che vi separa da un temporale

Ad esempio, se il tuono ed il lampo sono separati da 3 secondi, allora il temporale è distante da voi 3 x 240 = 1020 metri, cioè poco più di un chilometro.

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Quanto varia la pressione arteriosa durante l’estate?

MEDICINA ONLINE PRESSIONE ARTERIOSA VENOSA SANGUIGNA CENTRALE PERIFERICA CUORE SANGUE BRACCIO VENE ARTERIE VASI PETTO DESTRO SINISTRO COME QUANDO SFIGMOMANOMETROLa stagionalità è una delle variabili ambientali che maggiormente influenza la pressione arteriosa con importanti ricadute cliniche per il paziente iperteso in trattamento farmacologico che dovrebbe adattare la terapia dal periodo invernale a quello estivo. Durante l’estate i valori pressori diminuiscono molto:

  • pressione sistolica (massima): diminuzione media di 7 – 10 mmHg;
  • pressione diastolica (minima): 3 – 5 mmHg.

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Lomudal 20mg 2ml aerosol, foglietto illustrativo

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA AEROSOL ASMA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS INTRAMUSCOLO PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROINDICAZIONIDenominazione

LOMUDAL 20 MG/2 ML SOLUZIONE DA NEBULIZZARE

Categoria Farmacoterapeutica

Farmaci per disturbi ostruttivi vie respiratorie per aerosol.

Principi Attivi

Sodio cromoglicato.

Eccipienti

Acqua depurata.

Indicazioni

Prevenzione delle recidive degli accessi di asma bronchiale.

Controindicazioni/Eff.Secondar

Ipersensibilita’ al principio attivo o ad uno qualsiasi degli eccipienti.

Posologia

Il farmaco 20 mg/2 ml soluzione da nebulizzare si presenta in fiale contenenti 20 mg di principio attivo in soluzione acquosa. Il contenutodelle fiale va somministrato per via aerosolica mediante apposito apparecchio. Usare una nuova fiala per ogni dose. Adulti e bambini: inalare il contenuto di una fiala 4 volte al giorno ad intervalli regolari tra la mattina e la sera. Nei casi piu’ gravi l’intervallo tra una somministrazione e l’altra puo’ essere ridotto fino a raggiungere 6 somministrazioni al di’. Quando la condizione asmatica si e’ stabilizzata e’talvolta possibile ridurre il dosaggio: tale riduzione va valutata individualmente per ogni paziente.

Conservazione

Conservare nella confezione originale per proteggere il medicinale dalla luce e conservare in luogo fresco ed asciutto.

Avvertenze

E’ importante tenere presente che il sodiocromoglicato non deve essereusato come sintomatico nelle crisi acute di asma. Dato il carattere profilattico del sodiocromoglicato, e’ importante che il farmaco sia preso con regolarita’ e non usato solo occasionalmente come sintomatico.Il trattamento non va ridotto od interrotto senza avere consultato ilmedico. Ove sia necessario sospendere la terapia e’ bene farlo progressivamente, nel corso di una settimana. I sintomi dell’asma possono ricomparire con la sospensione del farmaco. Se compare una polmonite eosinofila, il trattamento deve essere interrotto.

Interazioni

Terapia concomitante con broncodilatatori. Una eventuale assunzione dibroncodilatatori per via aerosolica va effettuata prima dell’inalazione di sodiocromoglicato. Terapia steroidea concomitante. L’aggiunta disodiocromoglicato alla terapia steroidea puo’ rendere possibile una riduzione del dosaggio degli steroidi o addirittura la loro sospensione. Quando il dosaggio della terapia steroidea viene ridotto, il paziente deve essere seguito attentamente; si suggerisce una riduzione del 10% alla settimana. In caso di recrudescenza dei sintomi, in sopravvenute infezioni, nei periodi di maggiore concentrazione antigenica o di stress, puo’ rendersi necessario aumentare il dosaggio degli steroidi. Qualora sia stato possibile ridurre il dosaggio degli steroidi, non sidovra’ interrompere la terapia con sodiocromoglicato prima di avere ripristinato la copertura steroidea.

Effetti Indesiderati

Esiste un’ampia documentazione sulla sicurezza del farmaco anche in trattamenti prolungati. In alcuni pazienti si sono verificati occasionalmente: alterazione del gusto, fenomeni di irritazione aspecifica a carico delle prime vie aeree comunemente rappresentati da vellicchio faringeo, tosse, transitori episodi broncospastici che recedono prontamente e possono essere prevenuti con la somministrazione di broncodilatatori. Assai raramente sono stati descritti ed attribuiti al farmaco effetti indesiderati rappresentati da nausea, cefalea, orticaria, angioedema, mialgie ed artralgie, infiltrati eosinofili polmonari, ipotensione, collasso ed intensi episodi broncospastici, che possono verificarsiall’inizio o durante la terapia. Tali manifestazioni richiedono la sospensione del trattamento.

Gravidanza E Allattamento

Come con tutti i farmaci, deve essere usata cautela, specialmente durante il primo trimestre di gravidanza. Non ci sono studi adeguati e bencontrollati nelle donne in gravidanza. L’esperienza cumulativa nel post-marketing con sodiocromoglicato non suggerisce un’associazione trail farmaco e difetti congeniti. Esso deve essere usato in gravidanza solo se il beneficio per la madre supera il rischio potenziale per il feto. Non e’ noto se questo farmaco sia escreto nel latte umano. L’esperienza cumulativa nel post-marketing con cromoglicato di sodio utilizzato da madri non suggerisce un effetto negativo sul lattante. Il medicinale deve essere usato in donne che allattano solo se il beneficio per la madre supera il rischio potenziale per il lattante.

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Callo osseo e pseudoartrosi, quando la frattura non guarisce: cause, diagnosi e terapie

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Dieta Peso Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Sesso Ecografie DermatologiaSmettere di fumare Frattura FumoQuando un osso subisce una frattura, in condizioni fisiologiche inizia un processo biologico di riparazione che con il tempo porta alla formazione del “callo osseo”. Il callo osseo è un tessuto di riparazione che viene creato grazie al processo di callogenesi  che solitamente si manifesta dopo tre settimane dall’evento traumatico che ha portato alla frattura. Il callo osseo salda i frammenti dell’osso fratturato e si modifica progressivamente modulandosi in risposta alle forze meccaniche esercitate su di esso, diventando sempre più resistente. Nelle settimane o nei mesi seguenti, il callo osseo ricostituisce l’integrità e le normali caratteristiche biomeccaniche del segmento scheletrico lesionato, tuttavia – se il processo di calcificazione subisce un condizionamento o un’interruzione tale da non consentire un consolidamento – è possibile che la frattura non guarisca correttamente. In tale evenienza si ha la formazione di un callo di tipo fibroso che comporta dolore e limitazione funzionale (pseudoartrosi) e, spesso, rende necessario intervenire chirurgicamente. In alcuni casi si può parlare di “ritardo di consolidazione” quando l’osso inizia a formare callo ma impiega più tempo del normale per ultimare la guarigione. La guarigione dell’osso può essere ostacolata da alcuni fattori di rischio preesistenti come ad esempio patologie metaboliche o fumo di sigaretta.

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Quali fattori possono condizionare la guarigione ossea?
L’osso guarisce quando la frattura è stabile e ha una vascolarizzazione sufficiente per cui possa formarsi callo osseo. Una corretta alimentazione gioca un ruolo importante nella guarigione dell’osso.

  • Stabilità, allineamento, contatto reciproco delle parti, immobilità: la regola più importante è quella che quando un osso si rompe le parti rotte devono essere riallineate e a contatto e non devono muoversi fino a quando non guariscono in quanto anche piccoli movimenti durante la formazione del callo osseo possono disturbare la guarigione e creare una pseudoartrosi. Alcune fratture possono essere stabilizzate semplicemente con un gesso altre richiedono un trattamento chirurgico con una riduzione e la stabilizzazione attraverso mezzi di sintesi come placche, viti, chiodi o fissatori esterni.
  • Vascolarizzazione:  l’apporto di sangue è fondamentale per la guarigione di una frattura poiché attraverso il sangue vengono trasportati tutti i fattori che sono indispensabili per la formazione del callo osseo
  • Nutrizione: avere una alimentazione adeguata è importante per facilitare la guarigione ossea attraverso una dieta sana ed equilibrata che comprende calcio, proteine, vitamina C e D sta alla base di una corretta guarigione dell’osso, integratori alimentari che vanno oltre i requisiti giornalieri non sono necessari (la rara eccezione è rivolta a pazienti gravemente malnutriti con patologie metaboliche o con danni multiorgano, in questo caso il medico potrà consigliare le linee guida dietetiche migliori e eventualmente aggiungere integratori alimentari).

Fasi della osteogenesi ripartiva delle fratture
In sintesi, le fasi che portano alla guarigione di una frattura, sono:

  1. fase di formazione e di organizzazione dell’ematoma (= travaso emorragico);
  2. fase di proliferazione e differenziazione tissutale in senso osteogenetico (le cellule ematiche sopraggiunte a livello del focolaio di frattura si differenziano in osteociti);
  3. fase di maturazione (cioè indurimento, calcificazione de callo) e successivamente fase di rimodellamento (cioè rimaneggiamento del callo che tende a fare scomparire quelli che sono i segni di frattura veri e propri).

Cause di pseudoartrosi
L’osso non guarisce e va in pseudoartrosi quando manca di stabilità sufficiente o il flusso di sangue è ridotto, situazioni che a volte possono coesistere. Un trauma ad alta energia come ad esempio  un incidente stradale, può causare una lesione grave che oltre a rompere l’osso determina una compromissione della vascolarizzazione a causa della lesione dei tessuti molli circostanti.

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Fattori di rischio
Diversi sono i fattori di rischio che aumentano la probabilità che una frattura vada incontro a pseudoartrosi:

  • utilizzo di tabacco o nicotina inibisce la guarigione di una frattura e aumenta la probabilita’ di formazione della pseudoartrosi
  • età avanzata
  • anemia grave
  • diabete
  • livelli bassi di vitamina D
  • ipotiroidismo
  • scarsa o cattiva alimentazione
  • utilizzo di famaci come acido acetil-salicilico, ibuprofene e cortisone (il medico deve essere a conoscenza dei farmaci assunti dai pazienti che hanno riportato una frattura per valutare la possibilità di sospendere la terapia durante il periodo di guarigione della frattura)
  • infezioni
  • fratture esposte (quando l’osso è fuoriuscito dalla pelle)

Compromissione della vascolarizzazione

  • Alcune ossa, come ad esempio quelle del piede, hanno una stabilitá intrinseca ed un eccellente apporto di sangue, in questi casi possono guarire anche con un trattamento non chirurgico e una minima stabilità.
  • In alcune ossa come ad esempio la testa del femore o lo scafoide del polso, la frattura causa una interruzione della vascolarizzazione e di conseguenza il rischio di pseudoartrosi è elevato.
  • Alcune ossa come ad esempio la tibia hanno un apporto di sangue moderato; traumi ad alta energia possono compromettere lo stato cutaneo e favorire la pseudoartrosi della frattura in questo distretto.

Sintomi di pseudoartrosi
La pseudoartrosi solitamente è dolorosa e quando si verifica, insorge dopo un periodo di benessere a seguito del trattamento della frattura, quindi inizia il dolore a distanza di mesi dalla frattura e può essere persistente per mesi o anni, oppure può iniziare quando si utilizza il braccio o la gamba rotta o può essere presente anche a riposo.

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Diagnosi di pseudoartrosi
Per diagnosticare una pseudoartrosi il medico ortopedico si avvale degli esami radiografici e a seconda del distretto interessato potrebbero essere richieste semplici radiografie o esami più particolari come la TAC o la RMN. Attraverso queste indagini il medico stabilisce l’avanzamento della guarigione o la presenza di una pseudoartrosi. Solitamente si parla di pseudoartosi quando dagli esami clinici e radiografici il medico ortopedico riscontra:

  • dolore persistente da più di 6 mesi nel sito di frattura
  • la mancata formazione del callo osseo nei tempi biologici adeguati e durante i controlli nei mesi successivi
  • un riassorbimento dei monconi della frattura o uno spazio tra questi

Nel caso in cui si diagnostichi una pseudoartrosi il medico potrà chiedere alcuni esami del sangue per scoprire se esiste una carenza vitaminica o di calcio, una patologia metabolica come diabete e ipotiroidismo o se è in atto un’infezione.

Trattamento della pseudoartrosi
Il trattamento può essere chirurgico o non chirurgico il vostro ortopedico discuterà con voi le possibilità terapeutiche che meglio si adattano al vostro caso esponendovi i rischi ed i benefici della scelta per risolvere il caso di pseudoartrosi.

1) Trattamento non chirurgico. L’utilizzo di uno stimolatore osseo come la magneto terapia o i CEMP (campi elettromagnetici pulsati) viene applicato sulla pelle nella zona di pseudoartrosi, questo piccolo dispositivo eroga onde elettromagnetiche a ultrasuoni o impulsi che stimolano la guarigione dell’osso. Il dispositivo va applicato giornalmente da 20 minuti a diverse ore in base alle disposizioni del vostro ortopedico o fisiatra.           

2) Trattamento chirurgico. La chirurgia è necessaria quando i metodi tradizionali di trattamento falliscono. Potrebbe essere necessario un nuovo trattamento chirurgico se il primo trattamento non ha portato a guarigione la frattura. Le opzioni chirurgiche prevedono nuova sintesi della frattura, innesto osseo autologo o da donatore di organi (allograft) o sostituti dell’osso e sintesi interna e/o esterna.

  • Innesto osseo autologo: durante questa procedura il chirurgo ortopedico preleva dell’osso in un altro distretto come ad esempio dal bacino, e lo pone nel sito di pseudoartrosi dopo aver tolto il tessuto di guarigione patologico dalla frattura. L’osso utilizzato ha la funzione di supporto funzionale e biologico ovvero serve a rinforzare la stabilità della sintesi e ad apportare cellule e fattori di guarigione nel sito della frattura. Il sito maggiormente utilizzato per il prelievo di tessuto osseo è il bacino, in questo caso il chirurgo fa un’incisione sul bordo della cresta iliaca e da lì preleverà il tessuto osseo sufficiente per trattare la pseudartrosi.
  • Allograft (innesto da donatore di organi): un allotrapianto (Allograft) evita di prelevare osso dal paziente e diminuisce quindi la durata dell’intervento ed il dolore post operatorio. Esso fornisce un’impalcatura quindi un supporto funzionale alla stabilità della frattura ma non da nessun  apporto biologico in quanto è osso non vitale, motivo per cui viene utilizato spesso in associazione con osso prelevato dal bacino del paziente. Con il tempo l’allograft verrà o riassorbito o sostituito da osso vitale.
  • Sostituti dell’osso: come per gli allograft i sostituti dell’osso hanno il vantaggio di ridurre i tempi chirurgici e ridurre il dolore post operatorio da soli non forniscono supporto funzionale nè biologico essi sono trattati con alcune sostanze che attivano e favoriscono la formazione dell’osso .

Molto frequentemente la stabilità della frattura in pseudoartrosi non è data dagli innesti ossei ma questi vanno associati ad una stabilizzazione attraverso sintesi con fissatori interni come placche e viti o chiodi oppure  fissatori esterni:

  • Fissazione interna: se si verifica una pseudoartrosi dopo un intervento di sintesi interna la scelta chirurgica potrebbe essere una nuova sintesi interna per aumentare la stabilità. Il chirurgo può scegliere di sostituire un chiodo endomidollare con uno di diametro maggiore per aumentare la stabilità della frattura e favorire il sanguinamento nel sito di pseudoartrosi oppure cambiare una placca per aumentare la stabilità utilizzando anche innesti ossei per favorire la guarigione.
  • Fissatore esterno è una impalcatura esterna che si fissa all’osso attraverso dei perni rigidi Fiches che vengono avvitati nell’osso stesso lontano dalla frattura e su questi perni esternamente si costruisce l’impalcatura che  serve a stabilizzare la frattura. La fissazione esterna può essere utilizzata anche nel caso di una pseudoartrosi infetta dopo rimozione di un dispositivo di fissazione interna.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Come e dove è meglio conservare i preservativi? Per quanto tempo?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Dimagrire profilattico come si mette AIDS HIVCome e dove conservare i profilattici?
Ecco una breve lista di 5 cose da non fare assolutamente per conservare un preservativo in modo efficace.

  1. Evita di lasciarlo esposto alla luce del sole o a fonti dirette di calore. Banditi quindi dalla lista dei posti sicuri: il cruscotto della macchina o dello scooter, soprattutto in estate (le alte temperature potrebbero rovinare il profilattico). Preferite piuttosto luoghi freschi e asciutti, come per esempio il cassetto della vostra scrivania, o il vostro armadio o la borsa.
  2. Evita di conservali in luoghi in cui frizione e sfregamento sono elevati, come la tasca dei pantaloni o il portafogli a meno che tu non sia sicuro di usarlo di lì a qualche ora: a causa dei continui sfregamenti, infatti, potrebbe facilmente logorarsi e deteriorarsi.
  3. Se lo conservi in borsa o nel borsello, fa’ in modo che  non vi siano forbicine, lamette per unghie, pinzette per sopracciglie o altri arnesi appuntiti per la manicure, forbici o coltelli (ma a meno che tu non sia un serial killer, non badare a queste due ultime indicazioni). Magari lasciali nella loro confezione originale in cartone oppure in una di quelle scatolette portapreservativi in latta, comode e discrete.
  4. Da evitare anche la scrivania della tua cameretta o il bagno di casa, non vorrai mica rischiare che lo trovi tua madre! Che poi, pensandoci, avere un preservativo non è né illegale né immorale, anzi, denota un’elevato grado di maturità e senso di responsabilità. Nulla di cui vergognarsi, insomma.
  5. Non pensare di conservare i preservativi nel freezer del frigorifero di casa: non funziona come per il pane o le mozzarelle. I preservativi se congelati si rovinano e diventano inutilizzabili.

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In definitiva meglio un luogo sicuro, fresco e asciutto, come per esempio il cassetto della tua scrivania magari chiuso a chiave, giusto per stare più tranquilli e tenerlo lontano da occhi indiscreti. Va bene tenerli: nel portaocchiali, nella scatole delle caramelle ovviamente dopo che le avrete mangiate tutte o nel taschino interno della borsa. Se proprio non sapete dove metterli, potete acquistare il pratico ed economico portapreservativo.

Per quanto tempo si conservano i preservativi?
La risposta non può che essere unica: non oltre la data di scadenza che trovi impressa sul retro della confezione del profilattico, a patto ovviamente che il profilattico sia stato tenuto in luogo idoneo. Non usarne mai uno scaduto, potrebbe essersi così asciutto da rompersi durante lo sfregamento.

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