Sindrome di Down: rischio di avere un figlio affetto

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologo Nutrizionista Cellulite Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare La molecola che spegne la sindrome di DownLa sindrome di Down si verifica in persone di tutte le razze e classi sociali, anche se le donne più anziane hanno una maggiore probabilità di dare alla luce un bambino affetto dalla malattia. Una donna di 35 anni, per esempio, ha circa una probabilità su 350 di concepire un bambino con sindrome di Down, ma tale rischio aumenta gradualmente fino a circa 1 a 100 entro i 40 anni. All’età di 45 anni l’incidenza diventa circa 1 su 30.

Dal momento che molte coppie rimandano la possibilità di diventare genitori ad età più mature, il rischio di concepire bambini con sindrome di Down aumenta di conseguenza. Pertanto, la consulenza genetica per i genitori è sempre più importante. Nonostante tutto, i medici non sono sempre del tutto ben informati nel consigliare i loro pazienti circa l’incidenza della sindrome di Down, i progressi nella diagnosi ed i protocolli per la cura ed il trattamento di bambini affetti.

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Differenza tra oviparo ed ovoviviparo con esempi

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Mangiare pesce azzurro dimezza il rischio di ammalarsi di artrite reumatoL’animale oviparo ha un tipo di riproduzione nella quale la femmina depone uova fecondate con crescita embrionale al di fuori dell’organismo materno. In pratica l’incubazione delle uova avviene al di fuori del corpo della madre. Sono ovipari tutti gli uccelli, alcuni anfibi, insetti, aracnidi, molti rettili, i pesci e i monotremi

L’animale ovoviviparo: tipo di riproduzione nella quale le uova sono incubate e si schiudono dentro l’organismo materno, ma senza che vi sia alcuna relazione nutritiva con esso (come invece avviene nell’animale viviparo). Sono ovovivipari alcuni pesci (gli squali), alcuni rettili come la vipera e gli invertebrati

In linea generale si tratta di strategie riproduttive diverse messe in atto dagli anmali vertebrati per promuovere la crescita e la cura dell’embrione nel miglior modo possibile. Con le debite eccezioni, i pesci e gli altri vertebrati ovipari depongono le uova nell’ambiente esterno. Nei pesci e anfibi ovipari la crescita dell’embrione è veloce, diventando rapidamente adulti in modo da potersi nutrire da soli, il che vuol anche dire uova piccole e con poco materiale di riserva. Nei rettili e uccelli ovipari, invece, l’embrione si sviluppa molto più lentamente, spesso è assente la fase larvale e quindi abbiamo un uovo di maggiori dimensioni con parecchie sostanze di riserva per nutrire l’embrione.

I vertebrati ovovivipari, invece, trattengono le uova fecondate all’interno del corpo della madre e qui gli embrioni si nutrono delle riserve dell’uovo. Non si nutrono direttamente dalla madre, il cui corpo serve dunque solamente a proteggere l’uovo e l’embrione. Al termine dell’incubazione, le madri generano piccoli totalmente formati ed emettono all’esterno anche i frammenti di uovo.

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Il mistero della pietra azzurra (anime): trama e recensione

MEDICINA ONLINE IL MISTERO DELLA PIETRA AZZURRA TRAMA CURIOSITA RECENSIONE ANIME CARTONE ANIMATO MANGIA GIAPPONESE NADIA JEAN NEMO ELETTRA NAUTILUS ARGO.jpgNel 1990, in Giappone, la prima generazione cresciuta con manga e anime è ormai adulta, e in certi casi diventa lei stessa creatrice e produttrici di fumetti e cartoni animati: succede così a Hideaki Anno, che con alcuni colleghi e amici fonda la casa di produzione Gainax, che inventerà alcuni anime di successo e innovativi.
Il primo grande successo sarà Fushigi no umi no Nadia, da noi Il mistero della pietra azzurra, 39 episodi e un film poco legato alla serie tv, che proveranno a reinventare la fantascienza, in una prospettiva più vicina a quella di Jules Verne e a certe interpretazioni che aveva detto del maestro dello steam punk ottocentesco francese Hayao Miyazaki.

Il mistero della pietra azzurra non è tratto da Ventimila leghe sotto i mari, da cui però prende il personaggio del capitano Nemo, là principe indiano spodestato dagli inglesi, qui erede dell’antica stirpe di Atlantide, in lotta contro una fazione ribelle che vuole sottomettere il mondo per ristabilire un primato ormai perduto e superato di superiorità. Sempre da Verne deriva il nome del Nautilus, il sommergibile di Nemo, macchina da guerra di una tecnologia misteriosa: la vicenda dell’anime, ambientata comunque in un mondo fine Ottocento molto vicino alle opere di Verne, si distacca nettamente fin dall’inizio dalle opere dell’autore francese, con altri personaggi, tematiche, eventi.
L’incontro fortuito tra Jean, ragazzino francese con il pallino delle invenzioni, e Nadia, fanciulla di origini africane con una pietra azzurra misteriosa al collo, porta a una serie di avventure che coinvolgono i due e altri personaggi, tra continenti, misteri del passato, crudeltà presenti, ipotesi extraterrestri, momenti buffi e momenti tragici, con colpi di scena verso un finale appassionante.
Ci sono richiami all’animazione precedente: i tre finti cattivi, Grandis, Hanson e Sanson, sono ricalcati sui tre pasticcioni della serie delle Time Bokan, ci sono reminescenze dei film di Miyazaki, Il castello di Cagliostro e soprattutto Laputa, echi di Yamato, Capitan Harlock e dei robottoni di Go Nagai, ma tutto reinterpretato non come citazioni ma come una nuova storia, tra fantascienza e Ottocento, con tematiche anche molto interessanti.
Ne Il mistero della pietra azzurra si parla di rapporti tra le generazioni, di crescere, di scoprire le proprie radici, di sopraffazione e dominio, di speranza nel futuro, di creazione e distruzione: tematiche che torneranno poi nell’altro grande successo anni Novanta della Gainax, Neon Genesis Evangelion, e che qui sono trattate se vogliamo in un’ottica più soft ma non meno efficace.

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Un passato avveniristico in cui gli eredi di Atlantide, creatori extraterrestri del genere umano sulla Terra tramite esperimenti scientifici, lanciano un attacco a una Terra in preda ai nazionalismi e alle divisioni per riportarla su una presunta retta via e vengono contrastati dal vero erede di Atlantide e da sua figlia, offre vari spunti di riflessione, vari interrogativi e un’ambiguità di fondo. Se i cattivi si riveleranno terrestri in preda a smanie di conquista e di sentirsi Dio, la professione di fede di Nemo nei confronti dell’umanità risulta anche un po’ azzardata. Ma Il mistero della pietra azzurra può essere letto sotto vari aspetti, oltre che come bella, divertente e appassionante avventura di fantascienza, con un finale che ti lascia un groppo in gola.
Sul modello delle eroine di Miyazaki ma anche delle majokko anni Ottanta, la protagonista della vicenda è comunque una ragazzina, Nadia: ma si tratta di un personaggio molto diverso, di rottura nel mondo degli anime, e la sua carica innovativa non verrà più ripresa in altre storie. Nadia è, in un mondo come quello giapponese dove la presenza di stranieri dalla pelle scura è meno che irrisoria, una ragazza mulatta: il suo unico precedente era forse la Jun de Il Grande Mazinga di Go Nagai. Effetto di esotismo, certo, ma molto raro nell’animazione di un paese in cui gli eroi e gli antieroi sono di tutti i colori ma stranamente non di colore.

Nadia è decisamente poco simpatica e accomodante, non è l’eroina tutta d’un pezzo alla Candy Candy: ha molte caratteristiche di tante protagoniste degli anime, dall’animaletto da compagnia, il leoncino King, al fatto di essere un’orfana, ma non ne ha certo l’abnegazione, la voglia di sacrificarsi, l’essere accomodante. Altro elemento di rottura: per essere una ragazzina, è decisamente sexy e poco vestita. Non siamo certo di fronte a un anime erotico, ma gli ammiccamenti di Nadia sono molto più di quelli che sarebbero consentiti a una protagonista di un anime per un target non di adulti come il suo. Infine, cosa che ha creato non poche polemiche: Nadia è vegetariana e in un Paese come il Giappone, la cui dieta è basata sul pesce e in parte sulla carne, non mangiare prodotti di origine animale è visto molto peggio che non in Europa o negli Stati Uniti, dove i vegetariani hanno ben altri spazi alimentari e possibilità di prodotti autoctoni.
A vent’anni di distanza, Il mistero della pietra azzurra serie tv e il film non eccelso ma interessante che ha fatto da seguito, resta un bell’esempio di fantascienza steam punk, genere in definitiva poco frequentato sia dagli anime sia dal cinema tout court. Un’avventura morale tra gli orrori di un passato remoto, gli eventi di un presente ormai lontano, in vista di un futuro fosco ma con una luce di speranza.

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Ghiandole salivari: anatomia e funzioni in sintesi

blood cell types

Funzioni delle ghiandole salivari
Le ghiandole salivari producono un litro circa di saliva ogni giorno. La saliva svolge un ruolo importante nella lubrificazione della bocca, favorisce la deglutizione, contrasta la proliferazione di agenti microbici nel cavo orale e contribuisce alla digestione del cibo.

Le tre principali coppie di ghiandole salivari maggiori sono:

  • ghiandole parotidi (localizzate nella parte interna delle guance);
  • ghiandole sottomandibolari (localizzate nel pavimento della bocca);
  • ghiandole sottolinguali (localizzate sotto la lingua).

Esistono anche altre centinaia di ghiandole salivari minori nella bocca e nella gola, che contribuiscono ai processi digestivi promossi dalle ghiandole salivari maggiori. La saliva drena nella bocca attraverso dotti escretori, detti dotti salivari. In presenza di un problema a carico delle ghiandole salivari o dei suddetti dotti, è possibile l’insorgenza di sintomi quali gonfiore delle ghiandole salivari, secchezza delle fauci, dolore, febbre e drenaggio di gusto sgradevole in bocca.

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Ghiandole parotidi
Possediamo due ghiandole parotidi, una di destra ed una di sinistra. La ghiandola parotide è una ghiandola a secreto puramente sieroso, è la più voluminosa delle ghiandole salivari maggiori, pesa circa 25 – 30 grammi, presenta forma irregolare e lobulata, è di colore giallo grigiastro e di aspetto simile al tessuto adiposo. Si trova nella loggia parotidea, posizionata nella regione retromandibolare e precisamente tra il margine posteriore del ramo della mandibola anteriormente, il margine anteriore del muscolo sternocleidomastoideo posteriormente e l’articolazione temporomandibolare cranialmente.
Si distinguono nella parotide un corpo e due prolungamenti: anteriore e mediale o faringeo. Il corpo mostra una forma irregolarmente prismatico – triangolare con diverse facce ed estremità. Sotto il punto di vista strutturale la parotide è una ghiandola lobulare tubulo – acinosa composta, cioè composta da tante piccole e circoscritte aree parenchimali, i lobuli, da unità secernenti o adenomeri di forma sferoidale, gli acini, e da un sistema di dotti escretori, i tubuli. I lobuli sono delimitati da setti che si dipartono dalla superficie profonda della capsula che riveste la ghiandola, tali setti sono anastomizzati tra di loro e costituiscono lo stroma di sostegno dell’organo e il sistema di supporto di vasi, nervi e condotti escretori. Gli acini sono composti da aggregati cellulari disposti a formare un unico strato che formano nel complesso sferette cave rivestite da una membrana basale propria e circondate da una ricca rete di capillari. Il sistema escretore è costituito da un insieme i condotti distinti in intralobulari ed extralobulari; gli intralobulari sono divisi a loro volta in dotti intercalari e dotti striati o salivari, gli extralobulari sono invece raggruppati in condotti interlobulari, interlobari e dotto di Stenone. L’intero sistema escretore con gli acini annessi assume una configurazione tridimensionale assai simile ad un grappolo d’uva.
La vascolarizzazione della parotide è assicurata dalla carotide esterna, dall’arteria trasversa della faccia e dall’arteria auricolare posteriore. Tali vasi all’interno dell’organo si suddividono in numerosi rami che decorrono lungo i dotti escretori interlobari e interlobulari. Il deflusso venoso viene svolto dalla vena retromandibolare. L’innervazione sensitiva è assicurata dal nervo trigemino tramite il suo ramo auricolo temporale, l’innervazione eccitosecretrice arriva da fibre parasimpatiche originate dal nucleo salivatorio inferiore (glossofaringeo) che vi giungono attraverso l’auricolo temporale.

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Ghiandole sottomandibolari
Possediamo due ghiandole sottomandibolari, la destra e la sinistra. La ghiandola sottomandibolare presenta un corpo, di grandezza e forma di una mandorla, situato in una loggia osteofibrosa chiamata loggia sottomandibolare e un prolungamento superiore disposto al di sopra della doccia dei muscoli miloioidei nel contesto della sottomucosa del pavimento della cavità orale. Tale prolungamento si continua con il dotto di Wharton che decorre medialmente alla ghiandola sottolinguale e va a sboccare in corrispondenza delle caruncole linguali.
È una ghiandola mista con adenomeri costituiti per il 90% da acini sierosi e 10% da acini mucosi a fondo cieco in parte avvolti in semilune sierose conosciute come semilune del Giannuzzi. Gli acini sono composti da aggregati di cellule che si dispongono a formare un unico strato che nel complesso porta alla formazione di sferette cave rivestite da una membrana basale propria e circondate da una ricca rete di capillari; questa conformazione è molto simile a quella della parotide ma differisce per alcuni dettagli ultrastrutturali e, in particolare, per la conformazione dei granuli che mostrano al loro interno una zona più elettrondensa di forma lenticolare che corrisponde ad un diverso contenuto. Infatti, oltre alla proteina PRP tipica dei granuli parotidei, sono presenti diversi enzimi quali l’amilasi, la lattoferrina e la perossidasi. Gli elementi mucosi presentano una struttura piramidale e sono caratterizzati da un esteso reticolo endoplasmatico rugoso, da gocciole di muco e da un apparato del Golgi. Il sistema escretore è costituito da un insieme di condotti distinti in intralobulari ed extralobulari; gli intralobulari sono divisi a loro volta in dotti intercalari e dotti striati o salivari, gli extralobulari sono invece raggruppati in condotti interlobulari, interlobari e dotto di Warthon. Questa struttura è uguale a quella della parotide, con due differenze: la minore lunghezza dei dotti intercalari e il minor spessore del dotto escretore principale.
La ghiandola è irrorata dall’arteria facciale e dalla sottolinguale. L’innervazione è fornita da fibre ortosimpatiche ad azione eccitosecretrice mucosa e vascocostrittrice e da fibre parasimpatiche ad azione eccitosecretrice sierosa e vasodilatatrice di pertinenza del nervo intermedio di Wrisberg.

Ghiandole sottolinguali
Possediamo due ghiandole sottolinguali: la destra e la sinistra.La ghiandola sottolinguale pesa circa 3-5 g ed è situata a ridosso della fossetta sottolinguale della mandibola.
Inferiormente è in rapporto con i muscoli miloioideo e genioioideo, superiormente con la mucosa del pavimento della cavità orale, medialmente col muscolo genioglosso, il nervo linguale e il dotto del Wharton, lateralmente con la mandibola. È una ghiandola salivare mucosa fornita di 10-20 dotti escretori che si aprono indipendentemente nel solco alveolodentale. Talvolta è presente un dotto di dimensioni maggiori detto dotto di Bartolini dal nome dell’anatomista danese Caspar Bartholin che lo ha descritto, essendo però già conosciuto dal naturalista tedesco Augusto Rivino dal quale anche prende il nome (dotto del Rivino), si apre in prossimità del dotto di Wharton. Gli adenomeri misti presentano una conformazione a semiluna, detta a semiluna del Giannuzzi. Le fibre parasimpatiche originano dal nucleo salivare superiore e raggiungono il ganglio sottomandibolare o il ganglio sottolinguale. Le fibre ortosimpatiche provengono dal ganglio cervicale superiore. La vascolarizzazione è fornita dall’arteria sottomentale e le vene fanno capo alla vena linguale. I suoi linfatici fanno capo ai linfonodi sottomandibolari.
La secrezione della ghiandola sottolinguale è prevalentemente mucosa, pertanto essa è classificata come ghiandola mista. Al microscopio ottico, quindi, saranno visibili molte cellule chiare, a secrezione mucosa (i preparati per la colorazione sciolgono il muco glucidico) e poche cellule colorate (quelle a secrezione sierosa).

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Differenza tra separazione dei beni e comunione dei beni

MEDICINA ONLINE ANSIA DA MATRIMONIO MATRIMONIALE UOMO DONNA SINTOMI E NORMALE UN ANNO PRIMA SPOSI MARITO MOGLIE PAURA SPOSARSI CHE FARELa legge consente agli sposi di scegliere tra due regimi patrimoniali; la comunione dei beni o la separazione dei beni. Tale scelta potrà essere effettuata sia in sede di rito civile che di rito del matrimonio cattolico: al termine della cerimonia il Sacerdote o l’Ufficiale dello Stato Civile annoterà tale decisione sull’atto di matrimonio. Se gli sposi non espliciteranno alcuna scelta, dal 20 settembre 1975 per legge il regime patrimoniale legale della famiglia sarà in automatico la comunione dei beni. La scelta del regime patrimoniale potrà essere modificata con atto pubblico di fronte ad un notaio in qualsiasi momento della vita matrimoniale.

Scegliere come regime patrimoniale la comunione dei beni vuol dire che tutti i beni acquistati dopo le nozze sono di proprietà di entrambi i coniugi.

In particolare si intende di proprietà comune:

  • tutte le proprietà comprate dopo il matrimonio, anche se acquistate separatamente dai due coniugi. Si intende, quindi, case , terreni, automobili, fatta eccezione dei beni personali;
  • i rendimenti dei beni propri di ciascun coniuge, ad esempio quelli bancari;
  • le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio;
  • gli utili e gli incrementi dell’azienda di proprietà di uno dei due precedentemente alle nozze, ma gestita da entrambi dopo il matrimonio;

Mentre sono esclusi dalla comunione:

  • beni di cui il coniuge era titolare prima del matrimonio;
  • beni acquistati da un coniuge per successione o donazione (salvo che non sia espressamente dichiarato che sono attribuiti alla comunione);
  • beni di uso strettamente personale;
  • beni che servono all’esercizio della professione;
  • beni ottenuti a titolo di risarcimento danni;
  • pensione per la perdita totale parziale della capacità lavorativa;
  • beni acquistati con il prezzo del trasferimento di altri beni personali o con il loro scambio, purché espressamente dichiarato.

I coniugi in regime di comunione legale dei beni possono agire con poteri disgiunti per il compimento di atti di ordinaria amministrazione, per quelli di straordinaria amministrazione devono, invece, agire congiuntamente. In caso di disaccordo sarà il Giudice a decidere se l’atto voluto da uno solo dei coniugi è necessario nell’interesse della famiglia o dell’azienda familiare.

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Lo scioglimento della comunione si può ottenere nelle seguenti ipotesi;

  • morte di uno dei coniugi;
  • dichiarazione di morte o di assenza presunta;
  • sentenza di divorzio;
  • sentenza o decreto di omologa della separazione personale;
  • fallimento di uno dei coniugi;
  • annullamento del matrimonio;
  • accordo convenzionale di abbandono del regime di comunione legale
  • separazione giudiziale dei beni

Scegliere come regime patrimoniale la separazione dei beni vuol dire che ciascuno dei due sposi ha la proprietà esclusiva dei beni acquistati sia prima che dopo il matrimonio, anche se fruiti in comune. Egli ha, quindi, tutto il diritto di goderli o amministrarli. Il regime di separazione dei beni produce l’effetto di attribuire al coniuge che effettua l’acquisto ogni diritto sul bene, in via esclusiva: i patrimoni del marito e moglie restano, quindi, separati durante il matrimonio, salvi i diritti di successione.

Per ottenere la cointestazione di un bene, una volta optata per il regime di separazione, occorrerà esplicitamente dichiarare all’atto di acquisito tale volontà, specificando anche la quota di comproprietà da assegnare.

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Pillole e farmaci per l’allungamento del pene: funzionano davvero?

MEDICINA ONLINE FARMACO MEDICINALE PRINCIPIO ATTIVO FARMACIA PILLOLA PASTIGLIA DINITROFENOLO DNP DIMAGRIRE DIETA FARMACI ANORESSIZANTI MORTE EFFETTI COLLATERALI FOGLIO FOGLIETTO ILLUSTRAAllo stato attuale della ricerca scientifica non esistono al mondo sostanze, che siano farmaci, integratori, fitoterapici o qualsiasi altra molecola conosciuta, in grado di aumentare la lunghezza massima del pene.

Esistono certamente farmaci ed integratori per migliorare l’erezione, la libido e la quantità di sperma emessa con l’eiaculazione, ma – ripeto – non per aumentare la lunghezza peniena.

Quindi il mio consiglio è di stare alla larga da fantomatiche – e costose – pillole per aumentare la lunghezza del pene.

Il pene può essere allungato in qualche modo?
A tale proposito leggi questo articolo: Il pene può essere allungato o no?

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Sindrome da accumulo: caratteristiche cliniche della disposofobia

MEDICINA ONLINE SINDROME DISTURBO DA ACCUMULARE ACCUMULARE OGGETTI STANZA SPAZZATURA CARATTERISTICHE DISPOSOFOBIA.jpgQuando si pensa ad una persona con “Sindrome da accumulo” o “disturbo da accumulo (DA), facilmente viene in mente una persona anziana, abbastanza isolata e sola, non particolarmente brillante (o non più) e di condizione culturale ed economica bassa. Probabilmente questo accade perché siamo condizionati da stereotipi che ci vengono dalla TV o dai film. Eppure è sufficiente citare Andy Warhol, l’inventore della Pop Art, le cui opere sono esposte nei più importanti musei del mondo, come caso di accumulo piuttosto serio per avere tutt’altra immagine del disturbo. Si tratta di un disturbo molto più complesso dello stereotipo, più diffuso di quanto si pensi e che non riguarda assolutamente solo persone “ai margini”. Al contrario, molte persone con accumulo sono dotate di una intelligenza molto vivace e di notevole creatività, sono molto interessate ai rapporti con gli altri. È un fenomeno che appare incomprensibile a chi non ne soffre e che incuriosisce: di grande successo sono  trasmissioni dedicate a questo problema, come per esempio l’americana “Sepolti in Casa”, trasmessa in Italia su Real Time. A New York è cosi famoso un caso degli anni 40 di due fratelli che vivevano in una casa a tre piani, con dodici stanze, e che morirono uno letteralmente sepolto vivo da mucchi di oggetti e l’altro, paralizzato, di fame, che una piazza porta il loro nome; “diventerai come i fratelli Collyer” è una comune minaccia rivolta ai bambini che non vogliono buttare qualcosa.

Leggi anche: Sindrome da accumulo digitale: accumulare dati sul pc in modo ossessivo

Cosa è il Disturbo da Accumulo?

In molte persone si osserva una grande difficoltà nel separarsi dagli oggetti personali, che si traduce in accumulo spesso molto problematico, di oggetti anche completamente senza valore o, addirittura pericolosi per la salute. In alcune persone l’accumulo è il risultato della difficoltà a buttare, in altre è anche l’esito di un eccesso di acquisti (magari solo di specifici oggetti).

Per esempio Fabio ha la casa piena zeppa di quotidiani e riviste, accumulate negli anni. Si tratta di giornali che compra per un interesse, almeno potenziale, al contenuto degli articoli, ma che spesso non riesce a leggere, anche perché ne compra troppi rispetto al tempo dedicato alla lettura. Non riesce poi a buttare il giornale se non è del tutto sicuro di aver letto ogni articolo interessante o, in seconda istanza, di aver almeno ritagliato l’articolo che potrebbe essere interessante (intendendo per interessante utile dal punto di vista pratico o di crescita culturale).

Annalisa, invece, non solo ha anche lei una grande difficoltà a buttare tutto quello che è potenzialmente utile (per esempio un vestito che non usa da anni potrebbe tornare di moda) o riutilizzabile da altri (per esempio i giochi dei bambini inutilizzati ormai da almeno 10 anni, potrebbero essere venduti o regalati), ma compra molto più della norma oggetti potenzialmente utili (ad esempio, ha un armadio di oggettini comprati come “occasione” che potrebbero essere utili come regalo per compleanni o altre occasioni).

Giovanna, che vive con un figlio adolescente in una casa molto grande, ha gli armadi, le sedie, i divani stracolmi di oggetti tanto da rendere inutilizzabile parte dei mobili. Per esempio, la TV può essere vista solo seduti sulle sedie del tavolo, in quanto poltrone e divani sono da almeno due anni troppo pieni di giornali e vestiti da stirare o buttare (“devo selezionarli appena ci riesco”). Anche gli armadi sono colmi di vestiti e biancheria per la casa. Inoltre il pavimento dell’ampio ingresso è quasi completamente occupato da enormi sacchi della spazzatura, contenenti oggetti da buttare che però stazionano lì da tempo, e da buste con scarpe, biancheria, libri nuovi, acquistati in offerta.

Il DA, o disposofobia, è un disturbo poco studiato e con tanti aspetti da definire: sul piano diagnostico non c’è ancora un grande accordo tra gli esperti sul suo status; sul piano clinico molto c’è da chiarire e comprendere sul funzionamento e i meccanismi psicologici che lo determinano.

Tradizionalmente è un sintomo accomunato al disturbo ossessivo compulsivo (DOC): nei casi più gravi era dignosticato come sintomo DOC, nei casi meno acuti e invalidanti era considerato un sintomo Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità. Solo nel 2013, con la pubblicazione del manuale diagnostico DSM-V, la bibbia di psichiatri e psicologi per la diagnosi, gli viene finalmente riconosciuto lo status di disturbo autonomo, con il nome di Hoarding Disorder, inserito tra i disturbi “correlati” al DOC. Se è vero che un paziente su tre con DOC, presenta comportamenti di accumulo, è anche vero che solo 1 individuo su 4 affetto da Accumulo patologico presenta altri sintomi ossessivi. Nel DSM-V viene definito come disturbo caratterizzato dalla difficoltà a buttare determinate cose, indipendentemente dal loro valore, espressione di un intenso bisogno di salvarle e di un forte disagio all’idea di separarsene. Il cosa si accumula, ovvero il materiale o gli oggetti che le persone conservano, possono essere di qualsiasi tipo: si va dalla collezione di oggetti di valore, all’accumulo di spazzatura, fino all’accumulo di animali. Molto frequente è l’accumulo di libri e giornali o, comunque, di materiali che contengono informazioni e possono aumentare le conoscenze.

Anche la severità può naturalmente variare molto: si va da persone che hanno la casa completamente invasa dagli oggetti, con solo stretti cunicoli (chiamati sentieri da capra) attraverso cui muoversi tra le stanze a situazioni più sottocontrollo (magari grazie a risorse economiche che consentono l’affitto di magazzini per l’accumulo) o semplicemente di minore gravità (per esempio l’accumulo riguarda selettivamente solo alcuni oggetti).

Quanto è diffuso il DA?

Si stima che tra il 2 e il 5% della popolazione presenti un problema di accumulo che gli causa disagio e/o problemi che interferiscono con il normale svolgimento della propria vita. In realtà è probabile che si tratti di un fenomeno sottostimato visto che raramente chi accumula chiede aiuto e riconosce il disturbo. Viene vissuto in una dimensione di segretezza: chi ne soffre si vergogna, evita di parlarne, spesso si isola socialmente e evita di far entrare in casa persone estranee alla famiglia; a volte anche i familiari più stretti sono tenuti fuori. Del resto la maggior parte di noi davanti alla domanda “Conosci o hai conosciuto qualcuno la cui vita è condizionata da un accumulo eccessivo di oggetti?”, è in grado di indicare almeno una persona. Questo suggerisce una diffusione del disturbo maggiore di quella indicata dalle stime.

Altri disturbi che possono associarsi

Il comportamento di accumulo, oltre a essere un disturbo a sé, può essere di diversi altri disturbi:

  • Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC): in questo caso l’accumulo è accompagnato da altri sintomi ossessivi (di solito rituali di ordine o simmetria) ed è il risultato della presenza di ossessioni e/ di sensazioni di incompletezza: buttare implica intense sensazioni di “cose non a posto” (es. “buttare un ricordo è come perdere un pezzo di me”) o intensa paura che si realizzi un qualche danno.
  • Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità: è uno dei tanti aspetti del carattere di una persona che è rigida, tende a collezionare, che spesso è avara, che ha difficoltà a separarsi e con i cambiamenti, che tende a pianificare tutti i dettagli della propria vita.
  • Lesioni cerebrali da traumi o demenza: specifiche lesioni cerebrali sono associate ad un anomalo comportamento di accumulo, che però appare più disorganizzato, senza scopo.
  • Sindrome di Diogene: in questa sindrome l’accumulo si presenta insieme a una vita in condizioni molto precarie dal punto di vista sanitario e di decoro sociale: c’è una generale trascuratezza nella cura della casa e della persona.
  • Schizofrenia: in questo caso si inserisce tra i tanti comportamenti ripetitivi disfunzionali della schizofrenico, però l’accumulo si presenta più disorganizzato, non c’è legame con gli oggetti, e risponde ai farmaci antipsicotici.
  •  Disturbo da controllo degli impulsi: un accumulo esagerato di oggetti può essere l’esito di comportamenti impulsivi, in particolare dello shopping compulsivo a volte ci sono entrambi i disturbi).

Quali sono le motivazioni dell’accumulo nel DA?

Visto dall’esterno il comportamento del paziente con DA appare completamente incomprensibile: si tratta di individui che rovinano la loro vita, spesso la propria situazione economica, quasi inevitabilmente la relazioni con i propri cari (fino al divorzio o all’allontanamento dei figli da parte dei servizi sociali) per raccogliere, conservare, ammassare oggetti di solito inutili, di nessun valore e con i quali dichiarano, nella maggior parte dei casi, di non avere nessun legame particolare (nel senso che non rappresentano momenti speciali o non hanno particolari significati in sé).

E allora come mai fanno cosi fatica a buttare e/o a non acquisire continuamente nuovi oggetti? I pazienti con DA hanno con gli oggetti che accumulano un rapporto non molto diverso da quello che la maggior parte degli individui ha con i propri oggetti personali. Chi di noi non ha qualche oggetto che ritiene significativo e importante, benché magari non abbia nessun valore reale se non “la sua storia”? Per esempio il biglietto del cinema della prima uscita con nostra moglie, una forcina appartenuta a una persona che amavamo e non c’è più o anche, per esempio, un oggetto senza valore che però una volta è appartenuto ad un personaggio famoso, come il nostro cantante preferito o un attore molto stimato.

Del resto in senso evolutivo, in effetti, l’accumulo è un comportamento funzionale alla sopravvivenza: si mette da parte per tempi di magra, si è previdenti. Il problema è che gli accumulatori patologici perdono completamente di vista il rapporto costi – benefici: per esempio si rende inutilizzabile parte della casa, per conservare una grande quantità di oggetti tra i quali c’è, forse qualcosa che potrebbe essere utile o di valore. Gli accumulatori confondono comportamenti funzionali, comportamenti eticamente connotati in positivo, come “non sprecare”, “riutilizzare”, “riciclare”, con un comportamento che è fortemente autolesivo e che ha poco di etico nelle sue conseguenze (per esempio far vivere in figli in condizioni di grande disagio).

Gli accumulatori patologici di solito riferiscono motivazioni che indicano un attaccamento emotivo (“è un ricordo”) o un valore funzionale o intrinseco dell’oggetto (“questo tipo di sbucciapatate non li fanno più e funzionano meglio”; “tra un po’ di tempo potrebbe valere molto”): gli oggetti vengono conservati per un genuino desiderio di possederli per usarli in qualche modo e momento della loro vita (magari anche solo venderli in caso di necessità).

Il problema è nell’intensità del legame con gli oggetti, a discapito delle conseguenze: come mai si arriva a tanto? Come mai si perde completamente di vista il rapporto costi-benefici del conservare o acquisire un oggetto? L’osservazione di una persona con DA suggerisce l’impressione che abbia un problema nel processo di elaborazione delle informazioni: decidere quali oggetti tenere o buttare e come organizzarli implica capacità di categorizzazione, di memorizzazione e una certa quantità di attenzione, oltre che fiducia in queste capacità. Questa è l’ipotesi che fanno alcuni studiosi come spiegazione del disturbo.

In effetti gli accumulatori non è che non provano a buttare o organizzare gli oggetti. Spesso spendono gran parte della giornata in questo. Il problema è che “non sono capaci”, nel senso che l’opera di selezione spesso si risolve in un semplice spostamento di oggetti, in nuovi mucchi: per esempio nel nuovo mucchio delle cose da vendere al mercatino e nel mucchio delle cose “dopo decido cosa farne”. Mancano allora davvero di capacità? Una cosa interessante è che in realtà le stesse capacità sono integre nelle persone con DA quando devono organizzare oggetti non propri. Per esempio Fabio, la persona che ha difficoltà a buttare i giornali, non ha nessuna particolare difficoltà nel suo lavoro in banca, dove deve comunque organizzare e selezione carte (decidendo via cosa buttare velocemente). La difficoltà, come messo in luce da Frost e Steketee nel loro interessante libro “Tengo tutto” (Ed. Erikson, 2013), potrebbe nascere dal rapporto particolare con gli oggetti personali, almeno in due sensi:

Psicologia dell’opportunità. Gli oggetti per la persona con DA rappresentano potenzialmente una speciale occasione o opportunità, ovvero sono oggetti “non si sa mai”, come definiti da Frost e Steketee: potrebbero in un lontano futuro servire, potrebbero essere importanti per risolvere qualche problema futuro, potrebbero acquistare valore. Questo naturalmente vale anche per gli oggetti che si acquisiscono, non solo nel conservare (per esempio, acquisti di cose che non servono ma “rappresentano un’occasione imperdibile e potrebbero tornare utile ai figli da adulti”).

– Attaccamento affettivo e connessione. Gli accumulatori attribuiscono agli oggetti una sorta di valore magico. In alcuni casi il rapporto è quasi “feticista”, non molto diversamente da quanto accade per le persone che sono disposte a spendere cifre impressionanti per acquistare nelle aste oggetti inutili appartenuti a personaggi come Marilyn Monroe o Elvis Plasley o “alla storia”, come un pezzo del muro di Berlino: possedere l’oggetto significa entrare in una qualche connessione con la persona a cui l’oggetto è appartenuto o con ciò che l’oggetto ha rappresentato. Il rapporto con gli oggetti è appunto di tipo quasi magico: esattamente come accade nella magia, se due oggetti sono stati in contatto tra loro (si sono “contaminati”), sviluppano uno speciale legame tra loro, l’uno prende qualche caratteristica dell’altro. Quindi, per esempio, buttare un diario dell’infanzia o un vecchio giocattolo del proprio figlio ormai adulto, acquisisce per una persona con DA il valore di “buttar via” un pezzo di se, della propria storia, dei propri rapporti importanti.

Un’altra spiegazione, forse connessa a quella dell’attaccamento affettivo, è legata alla motivazione di preservare il tempo: accumulare ha la funzione di “cristallizzare” il tempo, di mantenere intatto il passato e le esperienza. Gli oggetti in questo senso sono “pezzi della propria vita da preservare. Un esempio artistico e bizzarro di questo sono le “capsule del tempo” di Andy Warhol

Nascono per caso, nel 1974, quando – in seguito a un trasloco – Warhol decide di mettere in grandi scatole da pacchi tutto ciò che ha sparso per la casa: sulla scrivania, sul pavimento, negli armadi; biglietti di concerti, disegni, scarpe, articoli di giornale.

Da quell’anno Warhol non hai mai smesso di memorizzare tracce della sua vita nelle sue Time Capsule. Ha sempre tenuto una scatola accanto alla sua scrivania, per potervi buttare dentro e racchiudere le tracce del suo quotidiano. In tutta la sua vita Warhol realizzerà più di 600 Capsule del Tempo, dentro le quali oltre 500.000 oggetti vengono immagazzinati per essere trasformati in indimenticabili frammenti di tempo.

In queste capsule si trova di tutto: da banconote, a giornali, a torsoli di mele. Warhol non ha fatto altro che trasformare in oggetti artistici un comportamento che originava da un disturbo.

Il ragionamento dell’accumulatore

Nel suo libro Frost osserva che nei suoi primi contatti con pazienti con DA si era fatto l’idea che fossero persone più intelligenti della media. Questa impressione derivava dalla peculiarità e complessità del ragionamento di queste persone espresso molto bene nella frase di un paziente di Frost “La mia mente è come un albero con troppi rami”. La particolarità riguarda:

  • capacità di cogliere dettagli che la maggior parte delle persone non vede (con l’esito di una mente affollata da dettagli e difficoltà nella visione di insieme);
  • capacità di revocare e raccontare la storia di quasi ogni oggetto, di nuovo ricordando particolari anche insignificanti relativi alla storia dell’oggetto;
  • uso prevalente della memoria visiva: i soggetti si orientano e ritrovano gli oggetti attraverso una revocazione visuo-spaziale (“So dove è la bolletta: più o meno a 10 centimetri a partire dall’alto di quel mucchio di carte vicino al frigorifero”);

soprattutto, però, colpisce un ragionamento ricchissimo di argomentazioni e contro-argomentazioni quando si tratta di prendere una decisione relativa ad un oggetto: quando la persona valuta l’opportunità di buttare un oggetto, ha in mente ottime ragioni, che però vengono contrastate da altre a favore dell’opportunità di tenerlo, che a loro volta sono seguite da altre controprove della bontà della decisione di buttare e cosi via.

La ricchezza di particolari del ragionamento si riflette anche nei discorsi spesso: per esempio Frost nota che i suoi pazienti con accumulo fanno un uso peculiare della segreteria telefonica, lasciando messaggi lungi e complessi, ricchi di dettagli superflui, che non arrivano al punto e consumano tutto lo spazio della segreteria.

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Quali sono le cause del disturbo?

Non c’è ancora una teoria sufficientemente chiara e condivisa sulle cause, anche per la scarsità degli studi su questo disturbo e per lo scarso interesse dei clinici fino a pochi anni fa (in buona parte giustificato dal fatto che raramente questi pazienti chiedono terapia).

Frost e Steketee mettono in luce che tra gli aspetti che spesso si ritrovano nella vita di questi soggetti ci sono:

  • eventi traumatici: un’alta percentuale di pazienti con DA ha subito eventi gravemente traumatici, a volte più di uno. Una cosa interessante è che raramente sviluppano un Disturbo Post-Traumatico, tanto che si potrebbe ipotizzare che l’accumulo abbia una qualche funzione nel gestire il trauma;
  • fasi di vita di ristrettezza economica, che non infrequentemente seguono fasi di grande benessere economico;
  • una infanzia caratterizzata da abusi psicologici e/o trascuratezza.

Tra le varie spiegazioni ci sono anche quelle genetiche e organicistiche.

Le teorie genetiche trovano ispirazione nel fatto che un comportamento simili all’accumulo lo si trova in alcuni animali, nei cosiddetti comportamenti a schema fisso studiati per primo dell’etologo Lorenz (Fixed Action Pattern, FAP): si tratta di comportamenti geneticamente stabiliti e attivati da uno specifico stimolo, per esempio l’immagine di un essere in movimento o di un oggetto con una data forma (per esempio gli scoiattoli solo dopo aver visto una ghianda iniziano a farne provvista). Però negli animali si tratta di comportamenti funzionali alla sopravvivenza; l’accumulo riguarda il cibo, non oggetti inutili. Una parziale conferma a queste teorie viene da alterazioni in alcuni geni trovate nelle persone con accumulo.

Un’altra possibile spiegazione è che l’accumulo sia causato da una qualche lesione cerebrale o alterazione nel funzionamento di alcune aree. Si è, infatti, osservato che individui che in seguito a traumi riportano danni al lobo frontale, precisamente alla porzione mediale dei lobi frontali, iniziano a mettere in atto comportamenti di accumulo compulsivo. Questa osservazione ha trovato conferma attraverso studi con risonanza magnetica: gli accumulatori hanno in quella stessa zona del cervello un metabolismo ridotto (ovvero una ridotta attività), in particolare nella corteccia anteriore del cingolo. L’aspetto forse più suggestivo è il fatto che questa zona è responsabile dell’attenzione a un compito, della motivazione, della individuazione di errori e del prendere decisioni.

Significa che è un malfunzionamento del cervello che causa l’accumulo? In realtà, sebbene questa area del cervello sembri implicata, è difficile sostenere un vero deficit o danno stabile. Uno studio di Dave Tolin e coll. (2009) osservando l’attività cerebrale di soggetti con accumulo e normali, in situazioni “a caldo”, ovvero durante l’imminenza della decisione se buttare o meno un oggetto personale, ha evidenziato che durante il processo decisionale i soggetti con accumulo presentano in queste zone una attività maggiore dei normali.

Se ne può dunque concludere che la biologia giocano un ruolo nel disturbo, ma non è ancora del tutto chiaro quale ruolo e come interagisce con i fattori ambientali.

È un disturbo che si cura?

Esistono sia trattamenti farmacologici che psicologici per la cura del disturbo da accumulo, anche se gli studi di efficacia sono minori che per i disturbi più studiati, come il DOC, altri disturbi d’ansia o dell’umore per esempio.

Tra l’altro molto spesso le persone con accumulo hanno una consapevolezza molto bassa del disturbo, per cui chiedono poco o rifiutano apertamente il trattamento.

Tra i trattamenti applicati in questo tipo di disturbo e per i quali esistono dati di efficacia c’è la terapia comportamentale basata sull’Esposizione con Prevenzione della Risposta (ERP): consiste in sostanza nel far buttare velocemente una certa parte degli oggetti, bloccando controlli sugli stessi. Funziona meglio se l’accumulo è associato al DOC.

La terapia più usata, però, è quella cognitivo comportamentale che coniuga ERP con altre componenti della terapia cognitiva (basata sul modello sviluppato da Frost e Steketee). Le componenti centrali di questo trattamento sono:

  1. interventi focalizzati sulla motivazione al trattamento;
  2. skill training (ovvero addestramento a capacità come la presa di decisioni o la risoluzione di problemi);
  3. esposizione allo scegliere, buttare, non comprare (centrale sono gli esperimenti del tipo: proviamo a buttare questo foglietto? Come ti senti?); il paziente con l’aiuto del terapeuta impara a stare nella situazione stimolo (ad esempio davanti alla situazione “buttare un oggetto personale” oppure “non comprare qualcosa che sembra proprio una grande occasione”), che lo aiuta a trovare modalità alternative all’accumulo come risposta alla situazione.
  4. ristrutturazione cognitiva: si affrontano e modificano le convinzioni, temi personali (magari anche originati nell’infanzia) che hanno causato o mantengono il disturbo.

Lo scopo centrale del trattamento è addestrare i pazienti ad imparare a sopportare di più la sensazione di “buttare via qualcosa di importante”.

Sulla base di alcuni studi di efficacia, per esempio Tolin et al. (2008), circa il 70% dei paziente che si sottopone al trattamento presenta un miglioramento sintomatologico.

Accumulo di animali

Un caso particolare di accumulo riguarda l’accumulo di animali, in particolare gatti e cani; mediamente si parala di circa 40 animali per volta, ma si arriva anche a centinaia di animali. Gli accumulatori di animali sviluppano un attaccamento particolare a questi, spesso hanno la convinzione di essere capaci di stabilire un legame speciale con gli animali o comunque si sentono investiti della “missione” di salvare animali percepiti come indifesi e bisognosi.

Il risultato di questo tipo di accumulo sono condizioni igienico-sanitarie pericolose per le persone e gli animali stessi. Un aspetto paradossale di questo disturbo, infatti, è che spesso questi casi giungono all’attenzione delle autorità in virtù di qualche denuncia per maltrattamento di animali.

Nella gran parte dei casi si tratta di donne, oltre i 40 anni, nubili, vedove o divorziate.

Perché è cosi difficile rendersi conto del disturbo e chiedere aiuto?

Una cosa che probabilmente gioca un ruolo importante nella consapevolezza è il fatto che di solito gli accumulatori iniziano conservando cose “che è normale conservare” e questo contribuisce a renderli poco critici “non faccio niente di diverso dagli altri; tu butti i tuoi ricordi o le cose a cui tieni o che potrebbero in futuro servirti?”.

Un altro aspetto che rende più difficile la consapevolezza è la frequente presenza di altri famigliari con lo stesso comportamento: conservare oggetti è considerato “normale” o, addirittura, ammirevole e contrapposto all’essere “spreconi”.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Lingua bianca e afte nei neonati: cause e cure

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma RAFFREDDORE NEONATO CURA Riabilitazione Nutrizionista Medicina Estetica Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Linfodrenaggio Pene Vagina Glutei PressoQuando il pediatra chiede ad un piccolo paziente di tirare fuori la lingua, non si limita ad osservare la gola ma controlla anche lo stato superficiale dell’organo per cogliere eventuali sintomi di altre patologie.
Anche le mamme possono “leggere la lingua” con facilità ed individuare alterazioni e problemi prima che insorgano sintomi più evidenti.
Vediamo quali sono le principali alterazioni della superficie della lingua che devono metterci in allarme o richiedono particolari attenzioni.

Le diverse forme e colorazioni

Lingua bianca e secca

La lingua può apparire secca e ricoperta da un sottile strato biancastro. In alcuni casi si tratta di una caratteristica del bambino dovuta ad una mancanza fisiologica di saliva all’interno del cavo orale. Se però il piccolo ha sempre mostrato una lingua rosea ed in salute, questo sintomo potrebbe indicare l’arrivo di febbre o raffreddore. Quando il bimbo ha il naso chiuso respira con la bocca e la saliva si riduce, rendendo la lingua secca e squamata. Anche la febbre, a causa della disidratazione, può provocare lo stesso risultato. La lingua bianca può anche essere un sintomo di scarsa igiene orale, sopratutto nei bambini più grandicelli.

Lingua bianca e umida

Quando sulla lingua si forma una patina bianca di consistenza simile alla ricotta, siamo in presenza di una infezione chiamata Mughetto. Viene provocata da un fungo normalmente presente all’interno della bocca, che decide improvvisamente di comportarsi in maniera anomala. Le chiazze tendono a comparire anche sulle mucose delle guance rendendo l’alito del bambino molto intenso. Questo disturbo è molto comune nei neonati durante i primi mesi di vita e deve essere curato con sospensioni e gel a base antimicotica prescritti dal pediatra.

Lingua color fragola o lampone

Se la lingua assume un aspetto simile a quello di un frutto di bosco sia per colore che per forma e consistenza, il bambino è quasi sicuramente affetto da una malattia esantematica. Quella che più si manifesta a livello della lingua è la scarlattina, ma anche il morbillo e la rosolia possono modificarne il colore. Mentre per le ultime due non è necessario ricorrere ad alcun farmaco perché la situazione andrà migliorando con il decorso naturale della malattia, se il pediatra diagnosticherà la scarlattina il bambino dovrà effettuare un ciclo di antibiotici specifici per lo streptococco beta emolitico (il responsabile di questa malattia).

Lingua pallida

Un sintomo facilmente riconoscibile è la lingua pallida, il cui colore tende più verso il rosa chiaro che verso il rosso. Questa caratteristica è molto comune nei bambini affetti da carenza di emoglobina e che possono soffrire di anemia. Se il bambino appare spesso stanco e svogliato è probabile che si tratti proprio di questa malattia. Informate quanto prima il pediatra per poter effettuare le analisi del sangue necessarie alla diagnosi.

Lingua a carta geografica o eritema migrante

Talvolta le mucose della lingua possono irritarsi a tal punto da modificarne radicalmente la parte superficiale. Si parla di lingua a carta geografica quando appaiono diverse chiazze rosse che si uniscono tra loro somigliando così ad una mappa. Si tratta di una alterazione le cui cause non sono ancora conosciute ma che a volte si accompagna ad altre infiammazioni presenti nell’organismo (malattie infettive etc.). Non necessita di cure perché tende a scomparire in maniera autonoma nell’arco di qualche settimana.

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Bolle e bollicine

Afte volgari

Le afte sono delle piccole bollicine circondate da un alone rosso che possono comparire sulle mucose della lingua provocando prurito e dolore al bambino. Le cause possono essere diverse,  sembrano però essere legate allo stress ed alla stanchezza fisica. Frequentemente infatti le afte di questo genere compaiono dopo una malattia o in occasione di un cambio di stagione. Non esistono cure in grado di eliminarle, le afte scompaiono da sole in qualche giorno. Nel frattempo è possibile dare sollievo al bambino con acqua e cibi freschi. Se le afte tendono a comparire spesso è bene segnalarlo al pediatra per controllare i livelli di acido folico e ferro del bambino, potrebbero essere sintomo di una leggera anemia.

Afte da herpes virus

A differenza delle afte volgari, quelle provocate dal virus dell’herpes si diffondono in tutta la bocca. Guance, lingua, gengive e talvolta anche l’inizio della gola possono venire ricoperte da piccole afte molto dolorose. Nella maggior parte dei casi siamo di fronte ad una gengivite-stomatite-aftosa, una infezione provocata appunto dal virus latente dell’herpes. Non esiste cura immediata, le afte scompaiono da sole nell’arco di una settimana, ma è possibile utilizzare un farmaco antivirale per accelerare il decorso della malattia.

Afte da mani-piedi-bocca

Questo tipo di lesione si differenzia dalle altre per le sue dimensioni. Quando le afte sono molto piccole e vicine tra loro potrebbe essere il primo sintomo della comparsa di una fastidiosa patologia infantile: la mani-piedi-bocca. La causa è un virus che si trasmette per via oro-fecale e che spesso i bambini contraggono durante i primi mesi di vita comunitaria al nido o alla materna. In presenza di questa malattia compariranno presto ulteriori bollicine sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi. Anche in questo caso non esiste cura ed occorre attendere il naturale decorso della malattia.

Consigli per mantenere la lingua sana ed in forma

Una lingua sana si presenta di un bel colore rosa acceso, morbida ed umida al tocco. Le lingue differiscono tra loro per grandezza, forma ed aspetto delle linee che la solcano (possono essere più o meno marcate). Nella bocca circolano più di 300 diverse specie di germi e batteri il cui passatempo preferito è proprio quello di soggiornare sulle mucose della lingua. Mantenere la lingua sana e pulita è quindi fondamentale per evitare infezioni ed irritazioni sin da piccolissimi. Per i bambini che già si lavano i denti, è importante insegnare loro a passare lo spazzolino anche sulla lingua, in maniera molto delicata e sempre dall’interno verso la punta. Per i più piccoli invece, quando i denti sono pochi o devono ancora spuntare, è sufficiente passare una volta al giorno una compressa di garza sterile imbevuta di acqua sulla lingua per eliminare eventuali impurità.

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