Inserire le calorie sul menu del ristorante: mangeremmo di meno?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RISTORANTE MANGIARE CUCINA DIETA CIBO COPPIA AMORELe indicazioni delle calorie nei menu aiutano chi mangia fuori casa ad assumere una quantità adeguata di cibo? Dipende dalle condizioni esterne e dal tipo di dicitura riportata. La questione è dibattuta e gli studi condotti finora non hanno fornito risposte univoche: in certi casi il risultato è stato positivo, in altri meno.

Obbligatorio negli stati uniti

Nel frattempo, negli Stati Uniti e in altri paesi, alcune città hanno reso l’indicazione obbligatoria in certe tipologie di locali. Filadelfia dal 2010  obbliga gli esercizi che hanno più di 15 sedi in tutto il paese, ad indicare non solo le calorie ma anche il quantitavo di sodio, i grassi e gli  zuccheri. Per i fast food la norma prevede la diffusione delle calorie, mentre le altre informazioni sono a disposizione, su richiesta del cliente. Questa situazione permette di confrontare  il comportamento dei clienti di una stessa catena alle prese con menù con e senza calorie in chiaro, e tra gli stessi avventori prima e dopo l’entrata in vigore della norma. Gli autori degli studi hanno preso in esame  due tipologie di ristoranti molto diversi: quelli tradizionali, con servizio al tavolo e i fast food. I risultati differiscono ma non sono del tutto in contraddizione tra di loro.

In ristorante mangiamo troppo

Nel primo studio i ricercatori della Drexel University hanno chiesto a quasi 650 clienti di sette ristoranti  due con un menu dove comparivano le calorie e cinque senza), di fornire le ricevute della cena e di riferire che cosa avevano ordinato. Dai calcoli è emerso che  i clienti avevano consumato mediamente 1.600 calorie (1.800c on le bibite). Poiché per un adulto medio si prevede l’assunzione di circa 2.000 calorie al giorno, tutti i clienti hanno mostrato di mangiare troppo ed eccedere rispetto al fabbisogno. Analoghi eccessi si riscontrano  per i singoli ingredienti: il sodio assunto era  pari a 3200 milligrammi, quando il valore medio consigliato è di 2.300,  i grassi saturi 35 grammi, a fronte dei 20 giornalieri consigliati. Bisogna convincere  – dicono gli  autori – chi va a mangiare fuori ad assumere non più di 750 calorie, 750 milligrammi di sodio e 8 grammi di grassi saturi per pasto (valori consigliati dai nutrizionisti).

Leggere le calorie fa mangiare meno

Analizzando tutti i dati, la risposta alla domanda principale della ricerca, pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine, è stata comunque positiva rispetto all’introduzione delle indicazioni. Gli avventori dei ristoranti dove le calorie erano presenti sul menu hanno assunto in media 155 calorie in meno per le bevande  e 151 per i vari piatti, oltre a 224 milligrammi di sodio e 3,7 grammi di grassi in meno rispetto agli altri. Non solo: l’80% circa dei clienti ha riferito di aver notato le diciture e il 26% di aver scelto la pietanza tenendo conto di quanto letto. Quest’indagine mostra che l’informazione sul contenuto dei piatti è efficace, quando il pasto viene consumato in un ristorante a pieno servizio, dove presumibilmente si recano i clienti delle classi sociali meno disagiate e con un livello culturale medio o alto.

Cultura, fast food e calorie

Al contrario, quando la clientela proviene da quartieri e da fasce di popolazione con meno denaro a disposizione la situazione cambia parecchio. Lo ha dimostrato il secondo studio, condotto dai ricercatori del Langone Medical Center e presentato a un congresso della Obesity Society svoltosi nei giorni scorsi ad Atlanta. In questo caso, gli autori hanno raccolto le ricevute di 2.000 clienti di McDonald’s e Burger King di età compresa tra i 18 e i 64 anni prima e dopo l’introduzione dell’obbligo di specificare le calorie e hanno chiesto a ciascuno di loro di rispondere a una breve lista di domande sulle nuove diciture. Solo il 34% circa dei clienti di McDonald’s aveva visto le indicazioni, contro i 49% di quelli di Burger King, a riprova del fatto che non basta obbligare i gestori ad apporre il contenuto calorico sui menu ma, probabilmente, conta anche molto la chiarezza e l’evidenza con cui tale informazioni sono trasmesse. È stato evidenziato inoltre un rapporto diretto tra il livello di alfabetizzazione e l’attenzione alle calorie: coloro che avevano fatto poco o nessun caso alle calorie erano anche quelli provenienti dalle classi sociali più povere e con una bassa scolarità. Inoltre, solo il 10% dei clienti aveva modificato la scelta in base a quanto letto, e la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di mangiare in un fast food più di cinque volte a settimana, e di non aver modificato tale abitudine in seguito ai nuovi menu. Il dato è confermato da altre rilevazioni, che non hanno mai messo in luce una diminuzione della clientela né dei ristoranti né dei fast food tra prima e dopo il 2010. Anche se in questa ricerca non sono state calcolate le calorie assunte, il non avere cambiato le abitudini non depone a favore della normativa sulle indicazioni nutrizionali in chiaro.

Nel fast food non serve

Secondo gli  autori introdurre l’obbligo di indicazione delle calorie nei fast food non serve, se questa è l’unica misura adottata. Per educare i clienti è indispensabile inserire l’iniziativa in un contesto più ampio. Un commento analogo, è stato fatto anche dagli autori del primo studio, che hanno sottolineato come sia necessario abituare le persone che vanno al ristorante a scegliere un pasto adeguato, per esempio riformulando piatti e porzioni, e promuovendo le pietanze più sane.

Ulteriori dati saranno presto disponibili, alla completa attuazione del Patient Protection and Affordable Care Act, il cosiddetto “Obamacare“, il quale prevede che tutti i ristoranti e fast food con più di 20 sedi nei diversi stati forniscano i dati sulle calorie in ogni punto vendita.

FONTE: ilfattoalimentare.it

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Creata in laboratorio la super cipolla che non fa piangere e fa bene al cuore

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CIPOLLA VERDURA CUCINA CIBO (2)Una super cipolla che “non fa piangere” è stata creata in laboratorio dagli scienziati del New Zealand Institute for Plant and Food Research Limited, che hanno escluso dal loro esperimento la proteina responsabile del processo chimico che porta la lacrimazione, per arricchirlo invece di un composto simile allo zolfo, che è utile per la salute del cuore.

Per approfondire: Benefici e proprietà della cipolla: protegge il cuore, depura e ci difende dai tumori

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Dimagrire scientificamente: i fattori che aumentano o rallentano il metabolismo

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OBESITA GRASSO SOVRAPPESO DIETA DIMAGRIRE METRO ADDOME PANCIA GRASSOIl metabolismo basale è la quantità minima di energia necessaria all’organismo per l’espletamento delle pure funzioni vegetative nell’arco delle 24 ore, in condizioni di assoluto riposo psichico e fisico, a temperatura ambiente (18-24°C) e a digiuno rigoroso da 12 ore.

Leggi anche: Cosa succede al tuo corpo quando smetti di mangiare pasta e pane

QUANTO E’ IMPORTANTE IL METABOLISMO BASALE?

Il metabolismo basale è importantissimo nel determinare il nostro peso, basti pensare che è il fattore chiave nel determinare il fabbisogno calorico quotidiano. Tale fabbisogno dipende da tre diversi componenti:

  • il metabolismo basale (MB O MBR da:”basal metabolic rate”) responsabile di circa il 70% della spesa energetica quotidiana;
  • la termogenesi indotta dagli alimenti (chiamata anche azione dinamico-specifica degli alimenti) che rappresenta circa il 10% della spesa energetica;
  • l’attività fisica, rappresentante del circa il 20% della spesa energetica quotidiana (anche se i valori possono oscillare molto, specie in negativo).

Da ciò si comprende quanto il metabolismo basale sia importante per il mantenimento della nostra linea. Ma tale componente, diverso da persona a persona, da cosa è influenzato? In parole povere: quali sono i fattori che rendono il metabolismo “veloce” in alcuni soggetti ed invece inesorabilmente “lento” in altri?

METABOLISMO LENTO O METABOLISMO VELOCE: DA COSA DIPENDE?

Il metabolismo basale è influenzato da numerosi fattori. Elenchiamo quelli fondamentali:

Alimentazione: in condizioni di digiuno il metabolismo rallenta anche del 20%.

Allattamento: nella nutrice il metabolismo basale aumenta di circa il 3-6%.

Attività fisica costante: determina un aumento del metabolismo. Il tasso metabolico permane elevato anche al termine dell’impegno fisico.

Clima: l’estate è il momento migliore per dimagrire poiché, quando la colonnina di mercurio supera i 30°C, il metabolismo aumenta leggermente. Anche temperature troppo rigide sortiscono il medesimo effetto.

Composizione corporea: il muscolo è un tessuto molto più attivo metabolicamente rispetto al grasso. Ogni kg di massa muscolare guadagnato innalza il metabolismo corporeo di circa l’1,5%.

Dimensioni corporee:  il metabolismo basale, espresso in termini assoluti, aumenta all’aumentare della superficie corporea. Per questo motivo persone alte e magre hanno un metabolismo più veloce rispetto ad individui di uguale peso ma di statura inferiore.

Età: il metabolismo è massimo nell’infanzia, permane elevato sino alla prima età adulta ed inizia a diminuire dopo i 30 anni. Tra i 60 ed i 90 anni cala di circa l’8% per decade.

Genetica: bisogna comunque, ammetterlo, certe persone nascono con un metabolismo lento, altre con un metabolismo più veloce

Gravidanza: il metabolismo basale rimane stabile nel primo trimestre, sale di circa l’8% al 5° mese e dal 14 al 22% negli ultimi due mesi di gestazione.

Livelli ormonali: molti ormoni intervengono nella regolazione del metabolismo corporeo. I più attivi in questo senso sono quelli prodotti dalla tiroide. Un’eccessiva produzione di tali ormoni (ipertiroidismo) può addirittura raddoppiare il metabolismo basale, mentre un deficit (ipotiroidismo, gozzo) può rallentarlo sensibilmente. Anche l’adrenalina, secreta dalla parte midollare del surrene in risposta a stress psicofisici importanti, innalza leggermente l’attività metabolica. L’ormone della crescita ed il testosterone, aumentando la sintesi proteica, possono elevare in maniera importante il metabolismo basale.

Scopri come il deficit di ormoni tiroidei ti fa ingrassare: Non mangio eppure ingrasso, e se fosse ipotiroidismo?

Sesso: grazie ad una maggiore massa muscolare, nell’uomo il metabolismo basale è più elevato, di circa il 7%, rispetto alla donna. La castrazione lo abbassa del 20-25%.

Stile di vita: le persone sedentarie hanno un metabolismo più lento di quelle attive

Fumo di sigaretta: fumare alza il metabolismo, questo è uno dei motivi per cui chi smette di fumare tende ad ingrassare e ad avere problemi di stitichezza. Assolutamente questo NON è un invito a fumare per aumentare il vostro metabolismo!

Sonno: durante il sonno si assiste ad una temporanea diminuzione del tasso metabolico compresa tra il 6 ed il 13%

Temperatura corporea: negli stati febbrili il metabolismo basale aumenta di circa il 13% per ogni grado di temperatura superiore ai 37°C.

ALTRI ARTICOLI INTERESSANTI SUL METABOLISMO:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Stress e preoccupazioni ti fanno ingrassare di più

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OBESITA GRASSO SOVRAPPESO DIETA DIMAGRIRE METRO ADDOME PANCIA GRASSOAffermazione banale per molti, ma non per la scienza: essa abbisogna di prove scientifiche e lunghi esperimenti per dimostrare anche la più banale delle affermazioni: questo è il caso.

Uomini e donne in sovrappeso tendono ad acquistare ancora più chili se si trovano in situazioni di stress lavorativo o conducono una vita ricca di preoccupazioni, di carattere famigliare o finanziario.  

La ricerca

Uno studio in merito è stato pubblicato qualche tempo fa sulla rivista American Journal of Epidemiology, per il quale i ricercatori hanno analizzato i dati di uno studio nazionale condotto negli Stati Uniti su 1.355 uomini e donne a cui sono stati misurati peso e livello di stress nel 1995 e poi nel 2004. I risultati hanno evidenziato una stretta correlazione tra l’aumento di peso e lo stress cui le persone erano sottoposte nella loro vita. Gli uomini in sovrappeso o obesi tendevano infatti ad aumentare di peso in caso di stress lavorativo o di fronte a preoccupazioni legate a problemi finanziari. Per le donne vale lo stesso concetto anche se cambiano i motivi: mentre per l’uomo sono lavoro e soldi le cause del disagio, per le donne lo stress è causato principalmente da difficili relazioni familiari oppure dal sentimento di non riuscire a controllare la propria vita.

Impatto maggiore se si parte già da un sovrappeso

L’effetto dello stress non ha avuto lo stesso impatto sulle persone di peso normale, ma solo su coloro che, all’inizio della ricerca erano già in sovrappeso o obesi. Tali risultati suggeriscono non solo che in questo periodo di recessione economica statisticamente potrebbe esserci un ulteriore aumento delle persone in sovrappeso, ma anche che, nei programmi di rieducazione e di recupero della forma fisica normale, le persone potrebbero avere bisogno, accanto a diete e programmi riabilitativi, di terapie mirate alla riduzione dello stress per ottenere migliori risultati.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Le 7 abitudini alimentari che rovinano la tua salute

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO UOMO GUARDA LA TV MENTRE MANGIA POP CORN CINEMA TELEVISIONE FILM SERIE TVLo stile di vita odierno spesso impone dei comportamenti non salutari che però alla lunga possono influire negativamente sulla nostra salute. Ecco le sette abitudini alimentari che dovremmo evitare se vogliamo mantenere la nostra alimentazione sana ed equilibrata. Continua la lettura su https://archivio.giornalettismo.com/le-sette-abitudini-alimentari-che-ti-possono-fare-male/

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Quali sono le differenze tra allergia alimentare ed intolleranza alimentare?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PANE INTEGRALE FARINA GRANO CEREALI FIBRE ALIMENTARI DIETA CIBO CARBOIDRATI PANINOMoltissimi – quasi tutti a dir la verità – miei pazienti fanno estrema confusione tra allergia alimentare ed intolleranza alimentare, anche perché alcuni sintomi sono effettivamente comuni ad entrambe queste condizioni. Cerchiamo quindi di spiegare la differenza in maniera semplice, magari troppo semplicistica per gli addetti ai lavori, ma estremamente chiara per la maggior parte delle persone che poi è l’obbiettivo che mi sono prefissato con questo sito!

L’allergia alimentare è una forma specifica di intolleranza a componenti alimentari che attiva il sistema immunitario, in che modo? Una proteina (detta allergene) contenuta nell’alimento a rischio, innesca una catena di reazioni del sistema immunitario tra cui la produzione di anticorpi. Tale allergene nella maggior parte delle persone è del tutto innocuo e non determina sintomi mentre nella persona ad esso allergica determina i fastidiosi sintomi. Gli anticorpi, stimolati dall’allergene, scatenano il rilascio di potenti sostanze organiche, come l’istamina, che provocano vari sintomi: naso che cola, tosse, affanno, l’orticaria (prurito e ponfi come punture di zanzara), talora con gonfiore delle palpebre, delle labbra o della lingua, l’asma, il raffreddore allergico, la diarrea e in casi gravi importanti e improvvisi cali della pressione arteriosa. Le allergie agli alimenti o ai componenti alimentari sono spesso ereditarie e vengono in genere diagnosticate nei primi anni di vita.

Nell’intolleranza alimentare l’attore principale non è il sistema immunitario, ma il metabolismo. Un tipico esempio è l’intolleranza al lattosio: le persone che ne sono affette hanno una carenza di lattasi, l’enzima digestivo che scompone lo zucchero del latte. L’intolleranza può provocare sintomi simili all’allergia (tra cui nausea, diarrea e crampi allo stomaco), ma la reazione non coinvolge nello stesso modo il sistema immunitario. L’intolleranza alimentare si manifesta quando il corpo non riesce a digerire correttamente un alimento o un componente alimentare.

La dose è importante

Mentre i soggetti allergici devono in genere eliminare del tutto il cibo incriminato (perché basta l’introduzione dell’allergene a far sviluppare i sintomi, a prescindere dalla quantità dell’alimento ingurgitato), le persone che hanno un’intolleranza possono invece quasi sempre sopportare piccole quantità dell’alimento o del componente in questione senza sviluppare sintomi. Per questo motivo si dice che l’intolleranza è dose dipendente mentre l’allergia non lo è. Fanno eccezione gli individui sensibili al glutine e al solfito.

Differenti terapie

In caso di allergia una volta identificati gli alimenti, l’unico modo per prevenire la reazione allergica nei soggetti sensibili è eliminare tali alimenti dalla dieta o dall’ambiente. In caso di intolleranza alimentare, invece, il solo fatto di ridurre le porzioni può essere sufficiente ad evitare i sintomi. Di solito è il paziente stesso che, grazie alla propria esperienza, capisce da se quale sia la “dose soglia” che non deve superare per non incorrere nei sintomi.  Tuttavia spesso questo non è sufficiente, pertanto si provvede all’esclusione dell’alimento intollerato e delle sue forme nascoste (es. siero di latte nel prosciutto cotto) per un certo periodo di tempo (2-3 mesi) avendo comunque cura di seguire un’alimentazione bilanciata. In questo modo si consente all’organismo di “disintossicarsi” dai cibi intollerati concedendogli un periodo di “riposo” oltre il quale è possibile poi reintrodurre gradualmente gli alimenti senza che si manifestino disturbi. In realtà il metodo che prediligo per trattare le intolleranze non è la dieta di eliminazione, che è comunque una possibilità da tenere in considerazione, bensì l’applicazione di uno schema di rotazione dei cibi appositamente studiato sul paziente.

Leggere le etichette

In qualsiasi caso il concetto importante che cerco di far entrare nella testa del paziente è che è sempre necessario leggere attentamente le etichette dei prodotti che si mangiano, anche quelli insospettabili e all’apparenza innocui, per valutare l’eventuale presenza di sostanze a cui si è allergici o intolleranti. Tante volte il paziente viene da me con i classici sintomi, mi dice che non ha assunto l’alimento incriminato e poi andiamo invece a scoprire che parte di tale alimento era presente, magari in quantità minima, nel contorno che ha mangiato a pranzo! Che poi leggere le etichette dei cibi è una buona abitudine che anche chi non ha problemi di allergia o intolleranza dovrebbe osservare: la vera dieta comincia dalle etichette dei cibi, impara a decifrarle per mangiare bene.

Test per le allergie

1) Test cutanei (prick test): sulla base dell’anamnesi dietetica, gli alimenti sospettati di provocare reazioni allergiche sono inseriti nella serie utilizzata per i test cutanei.
I test consistono nell’inserimento sottocutaneo di estratti di un determinato alimento, mediante iniezione o sfregamento, per verificare l’eventuale comparsa di una reazione di prurito o di gonfiore.

2) Diete ad esclusione: il principio della dieta ad esclusione si basa sull’eliminazione di un alimento o di una combinazione di alimenti sospetti per un periodo di circa 2 settimane prima di effettuare una prova di verifica. Se in questo periodo i sintomi scompaiono, i cibi sospetti vengono reintrodotti nella dieta, uno per volta, in quantità ridotte e aumentate gradualmente fino a raggiungere la dose normale. Una volta verificati tutti i cibi sospetti, è possibile evitare quelli che causano problemi.

3) Test RAST (radioallergoassorbimento): in questo tipo di test si mescolano in una provetta piccoli campioni di sangue del paziente con estratti di alimenti. In una vera allergia, il sangue produce anticorpi per combattere la proteina estranea che può così essere rilevata. Il test può essere usato soltanto come indicatore di un’allergia ma non determina l’entità della sensibilità all’alimento nocivo.

4) Test in doppio cieco con controllo di placebo (DBPCF): in questo test allergologico, l’allergene sospetto (per es. latte, pesce, soia) viene inserito in una capsula o nascosto in un alimento somministrato al paziente sotto stretto controllo medico. Questi test permettono agli allergologi di individuare i più comuni alimenti e componenti alimentari che provocano effetti negativi.

Test per le intolleranze

1) Test sul sangue: vengono effettuati su un campione di sangue. I tipi di test utilizzati sono il Citotest e la metodica Elisa.
Il primo si effettua ponendo il plasma sanguigno a contatto con estratti di Alimenti (cereali, verdure, frutta, ecc.) e, dopo un certo tempo di incubazione, venga valutato al microscopio da un tecnico se i Neutrofili (una categoria di Globuli Bianchi) hanno subito delle modificazioni in seguito al contatto con gli Alimenti esaminati. Il limite del test, oltre all’esperienza del tecnico, risiede nella parzialità della risposta. Infatti, per quanto appartenenti all’organismo preso in esame, le cellule Neutrofile non sono l’organismo e non sono più al suo interno, inoltre necessita di tempi lunghi se si vogliono valutare molti alimenti.
I test basati sulla metodica Elisa sono di tipo immunoenzimatico, cioè valutano la presenza di anticorpi IgG che si producono contro gli antigeni alimentari: più è elevata la quantità di anticorpi più è probabile l’intolleranza nei confronti dell’alimento

2) Test Kinesiologico: si avvale della misurazione della tensione muscolare prendendo in esame la muscolatura della mano (O Ring) oppure delle braccia e/o delle gambe. Quando assumiamo, ma anche solo quando teniamo in mano, un Alimento od una sostanza che ci disturba, la nostra forza muscolare diminuisce, talvolta in modo così importante che le persone provano un senso di spossatezza dopo averne assunto. Lo svantaggio di questo test sta nel possibile affaticamento del soggetto da testare se si vogliono valutare un numero elevato di alimenti che può portare a falsi positivi

3) Test DRIA: utilizza lo stesso principio del al metodo Kinesiologico ma le rilevazioni sono fatte tramite un sistema computerizzato. Questi 2 test sono validi perché prendono in considerazione tutto l’organismo. Il loro limite risiede nella manualità dell’operatore per quanto riguarda il Test Kinesiologico, e nell’estrema lunghezza del test DRIA (devono essere messe in bocca fialette con diversi Alimenti e sostanze chimiche per un totale di circa due ore di test).

4) TEAV (Elettro Agopuntura di Voll) e VEGA TEST: con appositi apparecchi può essere misurata, lungo i meridiani classici dell’agopuntura cinese od altri canali studiati successivamente, una microcorrente elettrica che attraversa la persona, ed all’uscita permette di derivare informazione su incidenti trovati lungo il percorso oppure sull’impatto che producono piccole quantità di Alimenti interposti tra la persona e l’apparecchio. Non possono essere effettuati dai portatori di Pace Maker.

5) Test sul Capello: si basa sul principio della Biorisonanza che deriva dalla fisica quantistica. Questa scienza afferma che tutto ciò che esiste nell’universo è sì materia, ma anche energia. Gli oggetti, gli animali, l’uomo e tutti gli esseri viventi sono costituiti da cellule, molecole, atomi e come tali sono un insieme di materia ma anche di energia. Tutti gli atomi hanno la capacità di emettere particolari frequenze, tipiche dell’atomo stesso; allo stesso modo anche le molecole (che sono insiemi di atomi), le cellule (che sono formate da molecole) e di conseguenza gli esseri viventi (costituiti da cellule) emettono frequenze tipiche che dipendono dall’insieme di elementi di cui sono costituiti. Quindi ogni essere emette frequenze uniche e tipiche di quell’organismo. Il capello, essendo una parte dell’organismo, emette anch’esso la frequenza specifica dell’individuo a cui appartiene. Ponendo il capello a contatto con le frequenze tipiche di alimenti, farmaci, minerali ecc. è possibile valutare se queste due frequenze sono tra loro compatibili oppure no.

Per approfondire, leggi:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Mangiare cioccolata ti rende più intelligente

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CIOCCOLATO CIOCCOLATINO DOLCI GRASSI DIETA MANGIARE CALORIELa notizia che tanti golosi stavano aspettando, è arrivata: mangiare più cioccolata aumenta la vostra possibilità di prendere il premio Nobel! Incredibile? La conferma arriva da uno studio condotto dal professor Franz H. Messerli della prestigiosa Columbia University. Lo studio del professore ha infatti messo in relazione l’assunzione di cioccolata e l’intelligenza. Le variabili prese in esame nell’indagine sono, più esattamente, il consumo nazionale di cioccolata e il numero di vincitori del premio Nobel.

Da quanto emerge dai dati analizzati, appare abbastanza chiara la relazione esistente tra il numero di premi Nobel e il buonissimo dolce in questione: gli stati dove si consuma più cioccolata possono vantare il maggior numero di premiati tra i loro cittadini. Non sorprenderà, dunque, il primato della Svizzera all’interno di questa particolare classifica. Per quanto riguarda l’Italia sembra invece che gli italiani di cioccolata ne consumino… troppo poca! Ovviamente il risultato di questo esperimento dovrà comunque essere confermato in futuro da altri test e ricerche, nel frattempo – in attesa di ulteriori conferme – penso di mettere tutti d’accordo nel dire: andiamo proprio ora in cucina e godiamoci un pezzettino di cioccolato, meglio se fondente!

Se volete leggere il pdf con l’articolo del prof. Franz H. Messerli, cliccate su questo link: Chocolate consumption cognitive function and nobel laurates

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

I grassi non fanno ingrassare

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO COLAZIONE CORNETTO DOLCI FRUTTA CROISSANT DIETA DIMAGRIRE CALORIE GRASSII grassi fanno ingrassare? No! Vi sembra strano? Continuate la lettura!

Cominciamo dal principio: i grassi, o meglio lipidi, sono componenti nutrizionali estremamente importanti per l’equilibrio organico della “macchina uomo”; benché si accomunino per insolubilità in acqua, solubilità in solventi organici e consistenza untuosa, tra di loro i grassi sono estremamente eterogenei e si differenziano per struttura molecolare e funzione biologica.  I lipidi sono elementi ternari composti da carbonio (C), idrogeno (H) ed ossigeno (O), e si possono classificare in base alla loro complessità molecolare: Semplici: Gliceridi, Steridi e Cere (esteri formati dal legame tra un alcol ed acidi grassi) Complessi: Fosfolipidi e Glicolipidi (i quali contengono anche altre molecole)

Riferendosi all’intera categoria, i lipidi assolvono diverse funzioni; tra di esse ricordiamo: Energetica (9 kcal/g) Strutturale cellulare (colesterolo e fosfolipidi sono elementi essenziali alla struttura delle membrane cellulari) Strutturale nervosa (costituente delle guaine mieliniche) Bio-regolatrice (precursori ormonali e paraormonali) Soluzione vitaminica (vit. liposolubili: A, D, E e K) Riserva (tessuto adiposo bianco e bruno) Essenziale

In merito a quest’ultima funzione è opportuno scendere ulteriormente nel dettaglio.  I lipidi essenziali, cioè elementi che l’organismo NON è in grado di sintetizzare autonomamente, sono detti Acidi Grassi Essenziali (A.G.E) o Essential Fatty Acides (E.F.A.). Si presentano come semplici catene carboniose e possiedono entrambi 2 o più doppi legami (A.G. polinsaturi); essi prendono il nome di: Acido alfa linolenico, della serie omega 3, contenuto maggiormente nel pesce azzurro e nei semi di lino Acido linoleico, della serie omega 6, contenuto maggiormente negli oli  d’oliva, girasole, mais, vinaccioli e soia, ed in buona quantità nella frutta secca.

Leggi anche:

Gli A.G.E svolgono alcune importantissime funzioni quali:

  • Fluidificazione di membrana
  • Precursione dell’acido arachidonico, quindi di agenti pro-infiammatori (prostaglandine, trombossani ecc.), ma anche di di citochine anti-infiammatorie Azione ipo-trigliceridemizzante
  • Ottimizzazione della pressione arteriosa
  • Prevenzione del deposito vascolare di colesterolo e riduzione del rischio aterosclerotico
  • Incremento della captazione tissutale-recettoriale del colesterolo LDL.

Secondo i LARN; l’apporto complessivo di A.G.E. deve costituire il 2,5% delle calorie totali suddiviso in: 0,5% omega 3 (oppure da 0,5g a 1,5g/die) 2,0% omega 6 (oppure da 4,0g a 6,0g/die) Tuttavia, in virtù del potenziale effetto protettivo sul rischio cardiovascolare, le più recenti linee guida internazionali raccomandano apporti più generosi (tra il 6 ed il 12% delle calorie totali).

Senza trascurare l’estrema importanza degli A.G.E appena citati, è possibile definire che, dal punto di vista quantitativo, i lipidi di maggior interesse nutrizionale sono i gliceridi in quanto costituiscono circa il 96-97% dei grassi alimentari.  I gliceridi possono essere formati da una, due o tre catene di acidi grassi legate ad un alcol (il glicerolo) per formare rispettivamente mono, di o trigliceridi (o molecole miste come i fosfolipidi). La componente molecolare dei gliceridi che viene utilizzata DIRETTAMENTE al fine di produrre ATP (energia) è costituita dagli acidi grassi.

Gli acidi grassi differiscono per lunghezza (catena corta, media o lunga) e per il tipo di legami che li caratterizzano (i saturi sono privi di doppi legami, i monoinsaturi hanno un doppio legame e i polinsaturi possiedono due o più doppi legami). Dopo questa breve introduzione è possibile fare maggiore chiarezza in merito alla quantità ed alla qualità lipidica desiderabile nella dieta dell’essere umano; veniamo dunque al punto: I grassi fanno ingrassare?

La risposta non è semplice in quanto tendenzialmente fuorviante… ma in onore al vero: NO, non sono i grassi a far ingrassare bensì l’eccesso calorico!

Leggi anche:

Il sovrappeso e l’obesità sono patologie per lo più riconducibili ad un bilancio calorico positivo(energia IN – energia OUT) ed all’abuso di alimenti ad alta densità energetica; è quindi opportuno sottolineare che: l’eccesso di ciascuno dei 3 macronutrienti (glucidi, protidi e lipidi), senza eccezioni ma con le dovute differenze, comporta scompensi metabolici ed induce l’incremento ponderale.

In base ai Livelli di Assunzione Raccomandata dei Nutrienti per la popolazione italiana (LARN), i lipidi dovrebbero costituire il 30% della porzione energetica totale nell’individuo in accrescimento ed il 25% nell’adulto, dei quali 1/3 saturi e 2/3 insaturi, avendo anche cura di raggiungere la quota di A.G.E. e di non oltrepassare i 300mg/die di colesterolo esogeno. Il lettore non si lasci forviare dalle diciture che vengono utilizzate nell’esposizione della stima; facendo il calcolo percentuale sul fabbisogno calorico totale dell’individuo si includono scrupolosamente e completamente anche i lipidi NON energetici, le cui funzioni molecolari risultano essenziali per il corretto mantenimento delle attività fisiologiche, quindi: la stima quantitativa del fabbisogno lipidico attraverso la ripartizione energetica GARANTISCE anche l’apporto essenziale dei lipidi non energetici.

Tuttavia, introdurre una percentuale lipidica moderatamente superiore riducendo quella glucidica o proteica NON incide significativamente sul bilancio energetico e sulla composizione corporea. E’ comunque d’obbligo specificare che, rispetto a protidi e glucidi, i grassi sono i nutrienti che possiedono un maggior potenziale d’ossidazione energetica; pertanto, comparando 2 pasti isocalorici dei quali uno a prevalenza lipidica uno bilanciato

è deducibile che quest’ultimo, avvalendosi di porzioni maggiori, risulti anche più saziante; inoltre, tenendo in considerazione che i lipidi NON sono idrosolubili e la loro concentrazione negli alimenti è spesso inversamente proporzionale all’acqua, lo svantaggio in termini quantitativi può fare la differenza. E’ pur vero che la metabolizzazione dei grassi (come quella degli aminoacidi) ESULA dalla veicolazione insulinica e rallenta l’assorbimento dei carboidrati riducendo il picco glicemico e godendo di tutti i vantaggi attribuiti alla calma insulinica, quindi consumando pasti a moderata prevalenza lipidica si domina parzialmente il picco insulinico ma pur giovando (soggettivamente) di un minor appetito è necessario consumare porzioni alimentari più ridotte a discapito della sazietà gastrica.

Al contrario, eccedere sistematicamente ed in maniera massiccia nel consumo dei grassi e delle proteine (a discapito della quota glucidica) induce un graduale svuotamento delle riserve di glicogeno epatico e muscolare accompagnato ad un adattamento enzimatico tissutale muscolare che (verosimilmente) promuoverebbe il consumo dei lipidi rispetto a quello dei carboidrati. Inoltre, l’incremento dell’ossidazione lipidica e della neoglucogenesi amminoacidica (accentuata in condizioni di ipoglicemia e deplezione prolungata delle scorte di glicogeno) incrementa proporzionalmente la concentrazione ematica di componenti cataboliche come i cheto-acidi, l’ammonio e l’ urea; in circostanze simili si osserva: Un maggior carico epatico a causa dell’incremento di neoglucogenesi, quindi della trans-aminasi e relativo ciclo dell’urea Un maggior carico renale a causa dell’iperosmolarità dei cheto-acidi e dell’urea con tendenza alla disidratazione sistemica Eventuale alterazione scompensata del ph ematico che, in associazione all’ipoglicemia, nel lungo termine può indurre complicanze nervose centrali anche gravi.

In sintesi, l’eccesso prolungato di lipidi (sia saturi che insaturi) e protidi nella dieta a discapito della quota glucidica può indurre un miglioramento dell’efficienza ossidativa degli acidi grassi nelle cellule muscolari; questo aspetto non è da sottovalutare ed associato ad una minuziosa selezione qualitativa dei grassi insaturi a discapito dei saturi e può trovare applicazione (o dare spunto) nel trattamento di alcune patologie metaboliche (soprattutto quelle patogeneticamente correlate all’abuso di carboidrati raffinati nella dieta). Nonostante ciò, lo scarico glucidico importante e prolungato nell’individuo sano e fisicamente attivo presenta effetti collaterali concreti, plausibili e pertanto non trascurabili; tra di essi ricordiamo la compromissione della funzionalità nervosa centrale, la disidratazione sistemica, il sovraccarico renale e verosimilmente quello epatico.

Leggi anche:

In ultimo, traducendo in nutrienti i regimi alimentari iperlipidici è possibile osservare due aspetti degni di nota: L’abuso di alimenti animali contenenti acidi grassi saturi e di prodotti alimentari “artefatti” contenenti acidi grassi insaturi idrogenati (forma trans) conduce inevitabilmente all’aumento delle LDL endogene L’abuso di alimenti vegetali contenenti acidi grassi insaturi (monoinsaturi e polinsaturi omega 6) induce un aumento significativo dell’apporto di acido linoleico ma non incide altrettanto efficacemente nell’intake di acido alfa linolenico.

Come già specificato, i due A.G.E devono rappresentare il 2,5% delle calorie totali, nello specifico omega 3 lo 0,5% ed omega 6 il 2%; la carenza di queste due componenti è senz’altro dannosa, ma da studi recenti è emerso che anche l’eccesso di omega 6 può indurre alcuni effetti indesiderati. Infatti, essendo precursore delle prostaglandine, l’acido linoleico in eccesso (dati accertati su dosi farmacologiche) è responsabile dell’aumento della risposta infiammatoria sistemica.

E’ quindi possibile definire che: i regimi dietetici ad elevato contenuto di grassi saturi peggiorano significativamente la condizione lipidica ematica, mentre quelli ad elevato contenuto di acidi grassi omega 6 potrebbero incidere negativamente sulla condizione sistemica incentivando la produzione di molecole pro-infiammatorie.

In conclusione, è si possibile affermare che a percentuali più o meno equilibrate “i grassi non fanno ingrassare“; tuttavia, l’abuso prolungato di alimenti ad alto contenuto lipidico e la conseguente riduzione dei glucidi, dei protidi o di entrambi, nel lungo termine può causare scompensi omeostatici e/o metabolici clinicamente RILEVABILI ed assolutamente non trascurabili.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!