Col freddo diminuisce il desiderio sessuale? Non è vero

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO NEVE FREDDO COPPIA SESSO AMOREBasta con l’adagio che lega indissolubilmente malinconia e freddo invernale: viceversa, quando le temperature scendono la libido degli uomini sale, parola di una pubblicazione comparsa su The Psychology of Human Sexuality. L’aspetto interessante è che il motivo, a quanto pare, dipende dal fatto che tra dicembre e febbraio le donne ci appaiono più sensuali di quel che sembrano in estate. L’indagine è durata un anno e ha coinvolto 114 uomini. Ogni trimestre i volontari dovevano recarsi presso l’ufficio dei ricercatori, che mostravano loro due gruppi differenti di fotografie: nel primo erano ritratti volti di donne, nel secondo corpi femminili con indosso costumi da bagno. Ogni tre mesi sempre i medesimi scatti.

Il risultato è stato rivelatore: di fronte alle foto con i volti, il livello di eccitazione non cambiava in modo significativo nel corso dei 12 mesi. Al contrario, le immagini più rivelatrici facevano sì che il trimestre dicembre/febbraio risultasse molto più caldo di quello che va da giugno ad agosto. Le stesse donne, nelle stesse immagini, producevano dunque una reazione differente a seconda del periodo dell’anno. I ricercatori hanno poi approfittato di un’utile coincidenza: hanno cioè chiesto agli uomini con una relazione stabile se riscontrassero la medesima fluttuazione del desiderio con le loro partner. Risposta: sì, perché sembravano loro più sexy quando faceva freddo.

Come mai succede tutto questo? Lo studio non lo dice: lo scopo era raccogliere dati, non formulare ipotesi. Intorno alla pubblicazione hanno però battagliato due teorie diverse: da un lato c’è chi ipotizza che il livello degli ormoni degli uomini cambi insieme al mutare delle stagioni e che durante l’inverno sia più alto rispetto al resto dell’anno. Dall’altro lato c’è chi sostiene una tesi meno fisiologica e più psicologica: tutto dipenderebbe dal fatto che in estate è più semplice vedere corpi molto scoperti, e dunque il grado di suggestione necessario a stimolare l’eccitazione sarebbe maggiore rispetto a quando le donne sono imbacuccate dalla testa ai piedi.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Mangiare nocciole, mandorle e pistacchi allunga la tua vita e ti mantiene in salute

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO MANDORLE NOCCIOLINE FRUTTA SECCA SEMI SEMINI (3)La notizia arriva da uno studio pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine e svolto da tre istituti di Continua a leggere

Dieta mediterranea e videogiochi ringiovaniscono il tuo cervello

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PASTA DIETA MEDITERRANEA CUCINARE CIBO DIETA DIMAGRIRE CUCINA POMODORIProteggere la mente dal declino dovuto agli anni che passano non è solo un problema per gli anziani, dal momento che il deterioramento della funzionalità del cervello secondo alcuni studi comincia con la mezza età, ma in base ad altri avverrebbe già a partire dai 28 anni. Sia come sia, due studi americani freschi di stampa portano buone notizie. La prima è che una dieta prevalentemente mediterranea, ricca di acidi grassi Omega -3, che si trovano in pesce e pollo, e povera di grassi saturi contenuti in carne rossa e latticini, potrebbe avere un ruolo protettivo della memoria e delle abilità cognitive. Un’associazione che però non si è dimostrata stringente nelle persone con diabete. Sono state valutate le abitudini alimentari e svolti test per misurare la memoria e le capacità cognitive su una popolazione di 17.478 persone, afro-americane e bianche, con un’età media di 64 anni, nell’arco di 4 anni. Il 7% dei partecipanti alla ricerca, svolta dall’Università dell’Alabama negli Usa e da quella di Atene, in Grecia, e pubblicata sulla rivista scientifica Neurology, ha sviluppato un deterioramento del pensiero e della memoria nel corso dello studio.

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Le conclusioni cui sono giunti i ricercatori è che tra le persone sane, coloro che si attenevano più strettamente a una dieta mediterranea avevano il 19% di probabilità in meno di sviluppare problemi di tipo cognitivo. Questo beneficio si è dimostrato valido per persone bianche e di colore senza particolari differenze, ma non per il 17% dei partecipanti che erano affetti da diabete. “Siccome non esistono cure definitive per la maggior parte delle malattie da demenza, le attività modificabili, come la dieta, che possono ritardare la comparsa dei sintomi sono molto importanti”, spiega Georgios Tsivgoulis, tra gli autori dello studio. “L’esercizio fisico, evitare l’obesità e il fumo” sono altri comportamenti che giocano un ruolo decisivo. E forse anche giocare ai videogame. O almeno questo è ciò che sostiene un altro studio appena pubblicato, su PLOS One, svolto dall’Università dell’Iowa.

Basterebbero 10 ore di pratica su un semplice videogioco per ottenere un duplice effetto sul cervello delle persone anziane: non solo di prevenzione del naturale invecchiamento, con i sintomi che lo accompagnano, ma anche un aumento della velocità di elaborazione, quindi una sorta di ringiovanimento della mente. Con il passare degli anni il nostro cervello perde smalto e peggiorano gradualmente le “funzioni esecutive” come la memoria, l’attenzione, la percezione e la capacità di risolvere problemi. Il mondo scientifico si domanda oggi più che mai se e come sia possibile arrestare questo declino. Frederic Wolinski, autore principale dell’articolo, e colleghi hanno coinvolto 618 persone sane e le hanno divise in due gruppi: uno composto da individui di età compresa tra i 50 e i 64 anni e un altro di over 65. Ciascun gruppo è stato poi diviso in 4 sottogruppi: a uno sono stati assegnati dei cruciverba da risolvere al computer, ad altri tre invece un videogioco dal titolo “Road tour”.

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Il videogame richiede di riconoscere un veicolo, mostrato una volta molto brevemente, e di abbinarlo a un particolare segnale stradale mostrato insieme a tante icone false. Se il giocatore riesce ad abbinare auto e segnale 3 volte su 4 può passare al livello successivo, dove la velocità richiesta aumenta di pari passo con i segnali falsi e depistanti e così via. Lo scopo del gioco è aumentare la velocità e l’agilità con cui si identifica il veicolo e si sceglie il segnale stradale in mezzo a un mucchio di segnali messi lì solo per distrarre.

Rispetto alla velocità iniziale, valutata per ciascun giocatore alla prima partita, l’allenamento con il gioco può aiutare a diventare del 70% più veloci. I gruppi di partecipanti che hanno giocato per un totale di 10 ore, nel laboratorio o a casa, in base a una formula elaborata dai ricercatori avevano ottenuto almeno 3 anni di miglioramento cognitivo quando sono stati esaminati un anno dopo la fine dell’esperimento. Chi ci aveva giocato per almeno 14 ore di anni ne aveva guadagnati 4. “Non solo abbiamo prevenuto il declino”, dichiara soddisfatto Wolinski, “ma li abbiamo anche velocizzati”.

Migliorare la velocità di elaborazione delle informazioni da parte del cervello comporta molti benefici, uno di quelli maggiormente riconosciuti consiste nell’ampliamento del campo visivo, che tende a restringersi con l’età, dando luogo alla cosiddetta “visione a tunnel”, causa di molti incidenti stradali. Il videogame si è dimostrato assai più efficace del cruciverba nel migliorare le funzioni esecutive dei partecipanti, inclusa la concentrazione, l’ampiezza di visione e la capacità di fare multitasking. Un vero trattamento anti-età per la mente.

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Perché ci viene la febbre e perché non dobbiamo aver paura di lei?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia  Massaggio Linfodrenante Dietologo Cellulite Dieta Sessuologia Sex LDH PSA Pene Laser Filler Rughe Botulino Ialuronico Temperatura Perchè FEBBREConosciamo tutti bene i suoi sintomi fastidiosi, appena arriva il freddo come in questi giorni temiamo di prenderla. Sto parlando della febbre. Quando la temperatura corporea sale, specialmente nel caso di un bambino, spesso ci si preoccupa troppo in fretta senza un reale motivo: sì, perché la febbre è un processo biologico naturale e non deve essere vista come una “malattia” da guarire nell’immediato.

Cos’è la febbre?

Tutti l’abbiamo provata, ma se vi chiedessero “cos’è la febbre?” voi sapreste rispondere? La febbre è uno stato patologico temporaneo che comporta un’alterazione del sistema di termoregolazione ipotalamica e una conseguente elevazione della temperatura corporea al di sopra del valore considerato normale (circa 37 gradi per l’uomo). E’ importante distinguere la febbre dall’ipertermia: in quest’ultima si ha l’aumento della temperatura del corpo, ma ciò è dovuto a fattori esogeni e non comporta variazione della attività di termoregolazione. Più esattamente per ipertermia si intende una temperatura rettale uguale o superiore a 41,6 gradi non dovuta all’azione di pirogeni endogeni, ma ad altri meccanismi che comportano un aumento primitivo della produzione endogena di calore e che agiscono al di fuori del controllo del centro ipotalamico che regola la temperatura corporea, come nel caso di ipertiroidismo, colpi di calore, condizioni di alterata capacità di disperdere calore (disautonomia familiare o la displasia ectodermica anidrotica). Tornando alla febbre si parla di:

  • stato subfebbrile/febbricola al di sotto dei 37,3 gradi (misurazione ascellare);
  • febbre moderata (tra 37,7 e 38,9);
  • febbre elevata (sopra i 39 gradi);
  • quando il valore supera i 40 si parla di iperpiressia.

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Perché veniamo colpiti dalla febbre?

Come ci spiega il Ministero della Salute, l’aumento della temperatura corporea viene causato da sostanze che si liberano durante la produzione delle difese naturali ed è esso stesso uno dei meccanismi attraverso il quale l’organismo del bambino si difende quando viene aggredito dall’esterno da un virus o da un batterio, che prediligono una temperatura più bassa: il corpo, con l’innalzamento della temperatura, viene infatti reso più svantaggioso per gli organismi invasori.

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Un eccezionale sistema di difesa

Quando gli agenti infettivi entrano in contatto con le cellule dell’organismo che hanno il compito di proteggerci, si mette in moto un sofisticato sistema di risposta: una parte di questa risposta è proprio il fenomeno della febbre. Le cellule aggredite liberano alcune molecole che danno un segnale al cervello affinché vengano liberate altre molecole che hanno il compito di far salire la temperatura corporea. Nel frattempo, affluisce meno sangue in superficie, in modo che il calore prodotto in eccesso si conservi. Le cellule del corpo provano “disagio” per il calore (per intenderci, è quella sensazione di malessere che avvertiamo quando siamo colpiti dalla febbre), ma ad avere maggiori difficoltà sono invece virus e batteri: con l’innalzamento della temperatura, infatti, questi vengono man mano distrutti e non possono più riprodursi e moltiplicarsi. In pratica ora conoscete la febbre per quello che realmente è: un’ottima difesa per l’attacco da parte di virus e batteri, una “cura” del tutto naturale che deve fare il suo corso per poter difendere il nostro organismo

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La febbre non è un nemico

La febbre non è necessariamente un nemico da combattere a ogni costo. Non è necessario somministrare medicine tutte le volte che la temperatura supera i valori normali: abbassare la febbre, infatti, non aiuta il bambino a guarire prima. Se, però, il bambino mostra malessere, è irritabile o sofferente, è giusto dargli un po’ di sollievo abbassandogli la temperatura.

Sbagliato sottovalutarla in alcuni casi

La febbre può essere provocata sia da malattie poco gravi (la maggior parte delle volte), sia da malattie più impegnative (molto più raramente): questo significa che la febbre, pur essendo un meccanismo di difesa, può in certe situazioni essere sintomo di malattie gravi o diventare essa stessa fonte di danno per l’organismo, specie se dura per periodi eccessivamente lunghi e se la temperatura supera i 40 gradi. Quindi d’accordo a non sopravvalutare la febbre, ma non si deve neanche sottovalutarla. Nel dubbio chiedete aiuto al vostro medico.

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Febbre alta

Prima ho nominato i “famosi” 40 gradi, tuttavia c’è da ricordare una cosa: non c’è necessariamente una specifica relazione tra valore della febbre e la gravità della malattia: una febbre molto alta, infatti, non vuol dire per forza che ci troviamo in presenza di una malattia molto grave: valori elevati di temperatura corporea, dunque, possono causare un disagio intenso a noi o al bambino, ma non bisogna pensare che la causa sia per forza pericolosa.

Tipi di febbre

In base alle sue caratteristiche, la febbre può essere di vari tipi:

  • Febbre continua: la temperatura corporea raggiunge i 40 °C e si mantiene pressoché costante. È frequente nelle polmoniti. Solitamente si ha defervescenza per crisi con sudorazione profusa.
  • Febbre remittente o discontinua: il rialzo termico subisce durante il periodo del fastigio (cioè l’acme febbrile raggiunto dopo la prima fase di ascesa della temperatura) oscillazioni giornaliere di due-tre gradi, senza che mai si raggiunga la defervescenza. È frequente nelle setticemie e nella tubercolosi.
  • Febbre intermittente: periodi di ipertermia si alternano a periodi di apiressia (senza febbre). Queste oscillazioni si osservano durante una stessa giornata, e questo è il caso di sepsi, neoplasie, malattie da farmaci, oppure nell’arco di più giorni, come nel caso della malaria (se il picco di ipertermia si osserva ogni quattro giorni si parla di quartana, se si osserva ogni tre giorni di terzana), nel linfoma di Hodgkin e in altri linfomi. Una febbre alta (intorno ai 40 °C, o fra i 37 e 38 in presenza di sudorazione, che asporta calore corporeo), intermittente e associata a brividi è il sintomo di una febbre settica, di origine batterica.
  • Febbre ondulante: il periodo febbrile oscilla da 10 a 15 giorni.
  • Febbre ricorrente e familiare: il periodo febbrile oscilla da 3 a 5 giorni.

Quali farmaci usare in caso di febbre?

Per gli adulti l’aspirina è sicuramente efficace, ma soltanto se la febbre ha origini infiammatorie, poichè agiscono inibendo la produzione delle prostaglandine. Non danno alcun beneficio, quindi, né nell’ipertermia né nel colpo di calore. In caso di ipertermia la terapia delle febbre con mezzi fisici (spugnature di acqua o alcool) può essere indicata. Se avete dei dubbi chiedete al vostro medico.

Quali farmaci in caso di febbre nei bambini?

A tale proposito leggi questo articolo: Febbre alta nei bambini e neonati: quali farmaci e cosa fare

I migliori prodotti per il benessere in caso di febbre, influenza e raffreddore

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, utilissimi in caso di febbre, influenza e raffreddore:

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Scoperto un nuovo legamento nel ginocchio

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA CHE CORRE SPORT ALLENAMENTO RUNNER MARATONETA CORRERE GAMBE PIEDI MUSCOLIUno dei miei prof. di anatomia una volta mi disse che ormai, dell’anatomia macroscopica del nostro corpo, sappiamo tutto e non c’è più nulla da scoprire: si sbagliava. Nel numero di ottobre 2013 della rivista scientifica Journal of Anatomy alcuni medici dell’ospedale universitario di Lovanio, in Belgio, hanno annunciato l’identificazione di un nuovo legamento del ginocchio. La scoperta, come spiega il blog Well del New York Times, «dovrebbe migliorare la nostra comprensione del funzionamento del ginocchio e del perché alcune operazioni chirurgiche non danno l’effetto desiderato, oltre a sottolineare la complessità che continua a lasciare stupefatti dell’anatomia umana».

Continua la lettura su https://www.ilpost.it/2013/11/13/nuovo-legamento-ginocchio/

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Cartilagini, tendini e altri scarti triturati finiscono nel pink slime del tuo hamburger

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO HAMBURGER PATATINE FRITTE PATATE PANINO FAST FOOD JUNK FOOD FRITTI DIETA DIMAGRIRE GRASSI (9)Non leggete questo articolo se state per pranzare o cenare!

Gli Stati Uniti sono tra i principali consumatori di carne bovina al mondo e da alcune settimane il mercato delle carni è in agitazione, con i produttori che cercano di rassicurare i clienti, alla ricerca di garanzie e maggiore trasparenza, sulla genuinità dei loro prodotti. Nei primi giorni dello scorso marzo l’emittente televisiva ABC News ha mandato in onda una serie di servizi sull’utilizzo da parte dell’industria della carne bovina del cosiddetto pink slime (letteralmente “melma rosa”), una poltiglia a basso costo ottenuta con gli scarti di lavorazione delle carni bovine che viene poi aggiunta in percentuali variabili alla carne macinata – per aumentarne peso e volume – e venduta nei supermercati e nei ristoranti. Il sistema viene impiegato già da diversi anni ma l’esistenza del pink slime non era particolarmente nota, anche perché i produttori non sono obbligati a segnalare sulle confezioni la presenza dell’additivo. Per produrre il pink slime vengono utilizzate le carni di scarto degli altri processi produttivi. Gli scarti, che possono anche comprendere cartilagini, tendini e altri tessuti connettivi, vengono triturati molto finemente e separati dal grasso grazie al calore e a particolari centrifughe.

Continua la lettura su https://www.ilpost.it/2012/04/12/pink-slime/

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Uomo nel DNA, donna all’esterno: la Sindrome da insensibilità agli androgeni (Sindrome di Morris)

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA BELLA OCCHI VERDI TRUCCO COSMETICA CAPELLI BELLEZZA ESTETICA GIOCO DI SGUARDILa Sindrome da insensibilità agli androgeni, in inglese androgen insensitivity syndrome, anche conosciuta col nome di Sindrome di Morris o Femminilizzazione testicolare, è una patologia appartenente ai “Disordini della Differenziazione Sessuale” (DSD): i soggetti affetti sono persone con corredo cromosomico 46,XY (a cui corrisponde un fenotipo maschile) sviluppano caratteri sessuali femminili. Per farvi capire meglio: il soggetto ha “cromosomi da uomo” tuttavia esternamente appare una donna a tutti gli effetti. E’ una malattia rara, l’incidenza è stimata tra 1/20.000 e 1.99.000 maschi nati vivi; essendo rara consente l’esenzione dal ticket. Le persone affette da questa sindrome sono dal punto di vista anatomico, psicologico e legale delle donne.

CAUSE

L’insensibilità dei tessuti agli androgeni è causata da un allele recessivo che si trova nel cromosoma X (X-linked): è pertanto la madre che trasmette tale condizione alla prole.

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TRASMISSIONE AI FIGLI

Una madre portatrice di un gene difettoso ha una possibilità su due che suo figlio XY sia affetto da AIS e una possibilità su due che una figlia XX sia lei stessa portatrice di un gene difettoso. Le donne XX possono sottoporsi a test specifici per verificare se sono portatrici. Alle famiglie affette deve essere offerta la consulenza genetica per informarle sul rischio di ricorrenza e per identificare eventuali portatrici nella famiglia. È consigliata di rado la diagnosi prenatale.

FISIOPATOLOGIA

Nei soggetti affetti da questa sindrome vi è un’insensibilità dei tessuti bersaglio fetali all’azione degli ormoni androgeni. La conseguenza è: sviluppo di gonadi maschili ritenute in addome, sviluppo caratteri sessuali femminili secondari (mammelle, ma non utero né ovaie), ipoplasia vaginale.

L’insensibilità agli androgeni può essere di vari gradi, da 1 (leggera) a 7 (totale o completa).

Se l’insensibilità agli androgeni è completa (grado 7) si parla di CAIS.

Se invece l’insensibilità è parziale (gradi da 1 a 6) si parla di PAIS.

Nel PAIS sono quindi comprese situazioni diverse: dal grado 1 in cui l’insensibilità è lieve e i genitali esterni sono maschili, al grado 6 in cui l’insensibilità è elevata e l’aspetto dei genitali è femminile, passando per varie forme (gradi 2, 3, 4 e 5) in cui c’è una presenza di caratteri sia maschili sia femminili.

Nella forma completa (CAIS) così come in quella parziale (PAIS) non ci sono ovaie, né utero, né tube di Falloppio; la vagina è a fondo cieco e talvolta è corta o quasi inesistente. Alla pubertà avviene lo sviluppo femminile del corpo, però non compaiono le mestruazioni e non è possibile la gravidanza. Alcune ragazze con AIS possono avere una certa quantità di peluria (AIS grado 6), ma normalmente essa è assente (Grado 7) perché la sua crescita dipende dagli androgeni. I capezzoli sono poco sviluppati e di colore chiaro. Può essere necessario ampliare la vagina per permettere i rapporti sessuali.

SINTOMI

I sintomi e segni includono:

  • Amenorrea primaria.
  • Assenza di peli pubici.
  • Individui longilinei, bacino stretto, riduzione dei peli pubici e ascellari.
  • Capezzoli di colore più chiaro.
  • Sterilità.
  • Soggetti psicologicamente e socialmente femminili.
  • Ernia inguinale, rigonfiamenti e dolore in addome a causa dei testicoli ritenuti nel canale inguinale.

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DIAGNOSI

La diagnosi si effettua tramite esame obiettivo della vagina fatto spesso in pubertà quando sorge il sospetto per via della mancata comparsa del menarca. Oltre alla clinica, sono importanti i dati di laboratorio. Il profilo ormonale caratteristico comprende l’aumento basale dell’ormone luteinizzante (LH) e dei livelli del testosterone negli adulti e dei livelli di testosterone nei neonati dopo stimolazione con gonadotropina corionica umana (HCG). I livelli sierici dell’ormone anti-Mülleriano (AMH) sono normali o aumentati. L’ecografia o la risonanza pelvica mostrano l’assenza delle strutture Mülleriane (utero, tube di Falloppio e porzione superiore della vagina), in conseguenza dell’azione dell’ormone anti-Mülleriano (AMH) testicolare. A causa della resistenza agli androgeni, sono assenti le strutture che derivano dai dotti di Wolff (dotti deferenti, epididimo, vescichette seminali). La diagnosi viene confermata dall’analisi genetica.

DIAGNOSI DIFFERENZIALE

La diagnosi differenziale si pone con il deficit di 17-beta-idrossisteroido deidrogenasi, l’ipoplasia delle cellule di Leydig, la disgenesia gonadica completa XY (sindrome di Swyer), il deficit di 5-alfa-reduttasi tipo 2 e le varianti dell’iperplasia congenita del surrene

TERAPIA E FOLLOW UP

La terapia ha come obbiettivo l’asportazione chirurgica delle gonadi ritenute in addome(gonadectomia), che può essere eseguita dopo la pubertà – quando la femminilizzazione è completa – o prima della pubertà, quando deve essere seguita una terapia estrogenica sostitutiva. L’asportazione dei testicoli elimina il rischio – seppur basso – di una degenerazione neoplastica.  Secondo alcuni colleghi il pericolo di degenerazione tumorale è talmente basso che si tende ad aspettare ad effettuare la gonadectomia o addirittura ad evitarla. La dilatazione della vagina può rendersi necessaria per evitare la dispareunia. Nei pazienti adulti è necessario misurare la densità minerale ossea ogni cinque anni. È necessario un sostegno psicologico. I pazienti adulti hanno una normale identità femminile, sono sterili e sono a rischio di osteoporosi, se la terapia sostitutiva ormonale è inadeguata. Il rischio di carcinoma in situ e di gonadoblastoma è inferiore al 5%.

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Inserire le calorie sul menu del ristorante: mangeremmo di meno?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RISTORANTE MANGIARE CUCINA DIETA CIBO COPPIA AMORELe indicazioni delle calorie nei menu aiutano chi mangia fuori casa ad assumere una quantità adeguata di cibo? Dipende dalle condizioni esterne e dal tipo di dicitura riportata. La questione è dibattuta e gli studi condotti finora non hanno fornito risposte univoche: in certi casi il risultato è stato positivo, in altri meno.

Obbligatorio negli stati uniti

Nel frattempo, negli Stati Uniti e in altri paesi, alcune città hanno reso l’indicazione obbligatoria in certe tipologie di locali. Filadelfia dal 2010  obbliga gli esercizi che hanno più di 15 sedi in tutto il paese, ad indicare non solo le calorie ma anche il quantitavo di sodio, i grassi e gli  zuccheri. Per i fast food la norma prevede la diffusione delle calorie, mentre le altre informazioni sono a disposizione, su richiesta del cliente. Questa situazione permette di confrontare  il comportamento dei clienti di una stessa catena alle prese con menù con e senza calorie in chiaro, e tra gli stessi avventori prima e dopo l’entrata in vigore della norma. Gli autori degli studi hanno preso in esame  due tipologie di ristoranti molto diversi: quelli tradizionali, con servizio al tavolo e i fast food. I risultati differiscono ma non sono del tutto in contraddizione tra di loro.

In ristorante mangiamo troppo

Nel primo studio i ricercatori della Drexel University hanno chiesto a quasi 650 clienti di sette ristoranti  due con un menu dove comparivano le calorie e cinque senza), di fornire le ricevute della cena e di riferire che cosa avevano ordinato. Dai calcoli è emerso che  i clienti avevano consumato mediamente 1.600 calorie (1.800c on le bibite). Poiché per un adulto medio si prevede l’assunzione di circa 2.000 calorie al giorno, tutti i clienti hanno mostrato di mangiare troppo ed eccedere rispetto al fabbisogno. Analoghi eccessi si riscontrano  per i singoli ingredienti: il sodio assunto era  pari a 3200 milligrammi, quando il valore medio consigliato è di 2.300,  i grassi saturi 35 grammi, a fronte dei 20 giornalieri consigliati. Bisogna convincere  – dicono gli  autori – chi va a mangiare fuori ad assumere non più di 750 calorie, 750 milligrammi di sodio e 8 grammi di grassi saturi per pasto (valori consigliati dai nutrizionisti).

Leggere le calorie fa mangiare meno

Analizzando tutti i dati, la risposta alla domanda principale della ricerca, pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine, è stata comunque positiva rispetto all’introduzione delle indicazioni. Gli avventori dei ristoranti dove le calorie erano presenti sul menu hanno assunto in media 155 calorie in meno per le bevande  e 151 per i vari piatti, oltre a 224 milligrammi di sodio e 3,7 grammi di grassi in meno rispetto agli altri. Non solo: l’80% circa dei clienti ha riferito di aver notato le diciture e il 26% di aver scelto la pietanza tenendo conto di quanto letto. Quest’indagine mostra che l’informazione sul contenuto dei piatti è efficace, quando il pasto viene consumato in un ristorante a pieno servizio, dove presumibilmente si recano i clienti delle classi sociali meno disagiate e con un livello culturale medio o alto.

Cultura, fast food e calorie

Al contrario, quando la clientela proviene da quartieri e da fasce di popolazione con meno denaro a disposizione la situazione cambia parecchio. Lo ha dimostrato il secondo studio, condotto dai ricercatori del Langone Medical Center e presentato a un congresso della Obesity Society svoltosi nei giorni scorsi ad Atlanta. In questo caso, gli autori hanno raccolto le ricevute di 2.000 clienti di McDonald’s e Burger King di età compresa tra i 18 e i 64 anni prima e dopo l’introduzione dell’obbligo di specificare le calorie e hanno chiesto a ciascuno di loro di rispondere a una breve lista di domande sulle nuove diciture. Solo il 34% circa dei clienti di McDonald’s aveva visto le indicazioni, contro i 49% di quelli di Burger King, a riprova del fatto che non basta obbligare i gestori ad apporre il contenuto calorico sui menu ma, probabilmente, conta anche molto la chiarezza e l’evidenza con cui tale informazioni sono trasmesse. È stato evidenziato inoltre un rapporto diretto tra il livello di alfabetizzazione e l’attenzione alle calorie: coloro che avevano fatto poco o nessun caso alle calorie erano anche quelli provenienti dalle classi sociali più povere e con una bassa scolarità. Inoltre, solo il 10% dei clienti aveva modificato la scelta in base a quanto letto, e la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di mangiare in un fast food più di cinque volte a settimana, e di non aver modificato tale abitudine in seguito ai nuovi menu. Il dato è confermato da altre rilevazioni, che non hanno mai messo in luce una diminuzione della clientela né dei ristoranti né dei fast food tra prima e dopo il 2010. Anche se in questa ricerca non sono state calcolate le calorie assunte, il non avere cambiato le abitudini non depone a favore della normativa sulle indicazioni nutrizionali in chiaro.

Nel fast food non serve

Secondo gli  autori introdurre l’obbligo di indicazione delle calorie nei fast food non serve, se questa è l’unica misura adottata. Per educare i clienti è indispensabile inserire l’iniziativa in un contesto più ampio. Un commento analogo, è stato fatto anche dagli autori del primo studio, che hanno sottolineato come sia necessario abituare le persone che vanno al ristorante a scegliere un pasto adeguato, per esempio riformulando piatti e porzioni, e promuovendo le pietanze più sane.

Ulteriori dati saranno presto disponibili, alla completa attuazione del Patient Protection and Affordable Care Act, il cosiddetto “Obamacare“, il quale prevede che tutti i ristoranti e fast food con più di 20 sedi nei diversi stati forniscano i dati sulle calorie in ogni punto vendita.

FONTE: ilfattoalimentare.it

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