I tipi di tessuto osseo: cellule, matrice, formazione e struttura

MEDICINA ONLINE OSSA OSSO SCHELETRO CANE UOMO DIFFERENZE TESSUTO SPUGNOSO TRABECOLARE COMPATTO CORTICALE FIBROSO LAMELLARE CARTILAGINE OSSO SACRO COCCIGE CERVELLO SISTEMA NERVOSO CENTRALE PERIFERICO MIDOLLO OSSEO SPINALEIl tessuto osseo è un particolare tipo di tessuto connettivo costituito da cellule e da matrice extracellulare (ECM), definita matrice ossea o sostanza fondamentale.

Questa è costituita da una parte organica, che a sua volta presenta una componente fibrillare e una amorfa, e da una parte inorganica caratterizzata da un elevato grado di mineralizzazione.

L’osso è avvolto da una lamina di tessuto connettivo fibroso a fasci intrecciati, definita periostio. Questo è strettamente connesso al tessuto osseo sottostante grazie a fibre connettivali, denominate fibre perforanti. Le pareti interne delle cavità ossee sono rivestite da uno strato di connettivo fibroso, detto endostio, che possiede una struttura simile a quella del periostio. Entrambe queste strutture connettivali possiedono cellule osteoprogenitrici che possono indurre la formazione di nuovo osso. In corrispondenza delle superfici articolari l’osso è rivestito da uno strato di tessuto cartilagineo, la cartilagine articolare, costituita da tessuto connettivo.

Dal punto di vista dell’organizzazione strutturale macroscopica il tessuto osseo può essere classificato in compatto e osso spugnoso, mentre dal punto di vista istologico può essere suddiviso in lamellare e non lamellare.

Tessuto osseo compatto e spugnoso
In un osso sezionato si possono distinguere a livello macroscopico due tipologie di tessuto: osso compatto e osso spugnoso. Queste due tipologie di organizzazione strutturale hanno una diversa distribuzione topografica nelle ossa lunghe, corte e piatte.

Nelle ossa lunghe a livello delle diafisi è presente il tessuto osseo compatto. Questo circonda una cavità centrale, il canale midollare, in cui è presente nell’adulto il midollo giallo (midollo osseo in cui le cellule emopoietiche sono quasi totalmente sostituite da cellule adipose).
Le epifisi sono caratterizzate invece dalla presenza di tessuto osseo spugnoso, circondato da un sottile strato di tessuto osseo compatto. Tra le trabecole del tessuto osseo spugnoso è presente il midollo rosso (midollo osseo emopoietico con cellule staminali ed elementi del sangue in vari stadi di differenziamento) (Kuhn G. et al; 2007).

Le ossa brevi hanno una costituzione simile a quella delle epifisi delle ossa lunghe, essendo costituite da tessuto osseo spugnoso circondato da uno strato di tessuto osseo compatto (Kneser U. et al; 2006).

Le ossa piatte presentano due strati di tessuto osseo compatto tra cui è interposto il tessuto osseo spugnoso, in quantità variabile a seconda del tipo di osso, e nelle cui trabecole è presente il midollo rosso.

Leggi anche:

Tessuto osseo lamellare
Il tessuto osseo lamellare è il tessuto osseo maggiormente presente nello scheletro. È inoltre dotato di estrema resistenza alla pressione, trazione e torsione, sia grazie alle proprietà fisiche della sostanza intercellulare sia grazie alla struttura lamellare della matrice ossea.

Le lamelle hanno uno spessore di 4,5-11 µm e sono costituite da cellule e fibre di collagene parallele tra loro e immerse nella matrice mineralizzata. Nelle lamelle sono contenuti gli osteociti disposti in file concentriche. Esse possono essere organizzate in modo da formare sia il tessuto osseo compatto che il tessuto osseo spugnoso. Ogni lamella è costituita da fibre di collagene a decorso parallelo e forma, con la lamella adiacente, un angolo di ampiezza varia.

Le lamelle, nella maggior parte dei casi, sono disposte in modo concentrico rispetto ai canali di Havers e costituiscono gli osteoni, unità morfologiche fondamentali. Esistono tuttavia anche lamelle interstiziali, disposte in modo da riempire gli spazi tra gli osteoni.
Occorre ricordare che, a causa del rimodellamento osseo, nello stesso osso coesistono sia osteoni in via di formazione, che presentano un canale di Havers ampio e una fila di osteoblasti attorno al canale, che osteoni maturi nei quali il canale appare di dimensioni più modeste e privo di attività osteoblastica. Tra le lamelle concentriche sono presenti le lamelle ossee che contengono gli osteociti.

Leggi anche:

Tessuto osseo non lamellare
Il tessuto osseo non lamellare è ontogeneticamente e filogeneticamente più antico di quello lamellare e, a differenza di questo, possiede lacune ossee irregolari e voluminose.
In base alla diversa direzione delle fibre di collagene può essere di distinto in due tipi:

– a fibre intrecciate;
– a fibre parallelele.

Il tessuto a fibre intrecciate è caratteristico dello scheletro definitivo dei vertebrati inferiori e di quello primario dei mammiferi, nei quali viene sostituito durante lo sviluppo da quello lamellare. Rimane comunque presente nell’adulto a livello delle suture, nelle superfici articolari, nel cemento del dente, nelle zone d’inserzione dei legamenti o dei tendini. Va ricordato inoltre che l’osso non lamellare si forma anche nelle zone di neoformazione del tessuto osseo.
Il tessuto osseo a fibre parallele è visibile nei mammiferi solo transitoriamente a livello delle inserzioni tendinee, mentre è caratteristico dello scheletro osseo degli uccelli.

Tessuto osseo compatto lamellare
Il tessuto osseo compatto o corticale costituisce la zona periferica delle ossa brevi e la diafisi delle ossa lunghe. Nell’adulto tale tessuto è solido, compatto, con porosità minore del 10% (Kneser U. et al; 2006), ed è caratterizzato dalla presenza di lacune ossee con i relativi canali (Fig. 2). In particolare, a livello delle ossa lunghe, i canali di grosso calibro si differenziano in canali ad andamento parallelo all’asse maggiore dell’osso, detti canali di Havers, e in canali a decorso obliquo o trasversale, definiti canali di Volkmann. I canali di Harvers, con all’interno vasi e nervi, hanno forma cilindrica e possono avere ramificazioni trasversali oppure oblique per mezzo delle quali si anastomizzano tra loro (Vasciaveo F, Batoli E; 1961).

Le lamelle dell’osso compatto delle diafisi delle ossa lunghe dei soggetti adulti costituiscono tre sistemi strutturali differenti: possono essere costituite da lamelle ossee stratificate parallelamente alla superficie dell’osso (sistemi fondamentali), possono essere sottostanti al periostio (sistemi fondamentali esterni) oppure all’endostio (sistemi fondamentali interni).

Il sistema delle lamelle interstiziali è caratterizzato da lamelle parallele tra loro e poste tra gli  osteoni in modo da colmare gli spazi tra i sistemi concentrici (o di Havers) (Cohen J., Harris W.; 1957).

L’osteone ha una forma cilindrica e viene attraversato in lunghezza dal canale di Havers; le lamelle dell’osteone sono disposte concentricamente al canale di Havers in un numero minimo di 4 e massimo di 24. La lamella più profonda è quella di più recente deposizione.

Gli osteoni sono presenti in maggiore quantità nella zona mediana, rispetto a quella distale, delle dialisi ossee; si ha così una maggior concentrazione di canali nella zona centrale e soprattutto a livello sub-periostale, rispetto alla zona sub-endostale (Georgia R. et al; 1982). Le lamelle sono costituite da fibre parallele di collagene.

L’inclinazione delle fibre stesse rispetto all’osteone può essere diversa. Se l’angolo è di 90°, l’osteone viene definito a fibre piane; in questo caso nelle lamelle le fibre hanno un andamento quasi trasversale. Se invece l’angolo è di circa 0°, l’osteone è detto a fibre ripide, e le fibre hanno decorso quasi longitudinale. Le lacune che contengono gli osteociti possono essere inter- o intralamellari. Da esse dipartono canalicoli in varie direzioni (Brookes M.; 1963).

I canalicoli che partono dalle lacune più profonde si aprono frequentemente nel canale di Havers. Il sistema di canalicoli è ampiamente intercomunicante e in stretto rapporto con i vasi che percorrono il canale di Harvers, permettendo così gli scambi metabolici degli osteociti (Mohsin et al; 2002). La struttura delle singole lamelle rende il tessuto compatto adatto a resistere alla trazione e alla pressione.

Occorre osservare che se un osteone è soggetto a tali forze, le fibre delle lamelle contigue sono sollecitate diversamente in base al loro diverso orientamento e, dato che nelle diverse ossa o in osteoni differenti dello stesso osso il decorso delle fibre è variabile, risultano essere differenti anche le resistenze alla pressione, trazione, torsione e flessione dei vari segmenti ossei.

Tessuto osseo spugnoso lamellare
Il tessuto osseo spugnoso è poroso e strutturalmente disomogeneo: le lacune e gli osteociti in esso contenuti presentano infatti dimensioni varie. Esso è costituito da una serie di strati di lamelle che costituiscono trabecole di diverso spessore, le cavità midollari, nelle quali sono contenuti il midollo osseo, i vasi e i nervi. Cellule di rivestimento con probabili capacità ematopoietiche ricoprono le superfici delle trabecole e rivestono così le cavità midollari.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Granuloma: tipi, caratteristiche, sintomi, diagnosi e cure

medicina-online-dott-emilio-alessio-loiacono-medico-chirurgo-roma-differenza-iperplasia-neoplasia-cancro-riabilitazione-nutrizionista-infrarossi-accompagno-commissioni-cavitazione-radiofrequenza-ecogrCon il termine granuloma si indica generalmente una lesione dovuta ad un’infiammazione cronica, che porta alla formazione di noduli. Bisogna, comunque, specificare che si tratta di formazioni di vario tipo, che rispondono anche a stimoli differenti, in certi casi anche infettivi e neoplastici. La caratteristica principale è costituita da un’intensa proliferazione di cellule. Abbiamo diverse tipologie di granuloma, da quello dentale a quello inguinale, dall’eosinofilo all’anulare, dall’ombelicale al tubercolare. Le cause sono variabili, come anche i sintomi cambiano in base al tipo a cui si far riferimento. Anche le cure differiscono in base al tipo di granuloma.

Leggi anche:

Le tipologie
Le tipologie di granuloma sono varie. Quello eosinofilo consiste in una patologia ossea rara, che in genere interessa il cranio e il bacino. L’anulare è una condizione della pelle, rappresentata dalla formazione di lesioni o di protuberanze rossastre a forma di anelli. Quello inguinale colpisce i genitali, con una formazione iniziale che interessa la cute.
Piuttosto diffusi sono il granuloma piogenico e il granuloma dentale, che interessa i tessuti periapicali dei denti. Esistono molte forme di granuloma, fra le quali possiamo ricordare anche il tubercolare, nel caso di tubercolosi, e il sifiloma, nel caso della sifilide. E poi ancora la sarcoidosi, la granulomatosi di Wegener. La prima è una malattia idiopatica multisistemica, il secondo caso consiste in una vasculite che interessa il tratto respiratorio superiore e inferiore, anche se possono essere colpiti diversi organi.

I sintomi
Non è possibile unificare i sintomi del granuloma da una sola prospettiva. Il quadro sintomatologico cambia a seconda della parte del corpo interessata. Nel caso del granuloma dentale possono non manifestarsi sintomi anche per alcuni anni. Nella fase acuta si manifesta con l’ascesso, presentando un dolore intenso. In quello eosinofilo può comparire un focolaio, nell’ambito del quale l’osso viene distrutto e può essere sostituito da un tessuto morbido abbondante di granulociti eosinofili. La conseguenza consiste in una tumefazione ossea, con dolore e possibile frattura.
Se ad essere interessati sono i polmoni, possono esserci difficoltà respiratorie e tosse, se la malattia interessa la pelle, compaiono delle papule.
Nel granuloma anulare i sintomi sono variabili. Ci può essere una sintomatologia localizzata con lesioni di forma circolare sulle mani, sui piedi, sui polsi e sulle caviglie, generalizzata, con interessamento anche del tronco, delle braccia e delle gambe, o sottocutanea, con noduli sotto la pelle.
Nella forma inguinale compare all’inizio una piccola placca, che poi può espandersi fino a coinvolgere tutti i genitali. Dalle placche si hanno delle lacerazioni, dalle quali fuoriesce un liquido.

Leggi anche:

Le cause
Le cause del granuloma rientrano davvero in un ampio spettro. In alcuni casi le ragioni di queste formazioni sono perfino sconosciute. Si può trattare di un fenomeno immunologico, di un processo infettivo, di un tumore, oppure il tutto può essere dovuto ad un corpo estraneo penetrato accidentalmente nei tessuti, come delle schegge. Anche virus e funghi possono causare il granuloma. Fra le altre cause, vari tipi di parassiti e di batteri.
Nel caso del granuloma anulare, le lesioni potrebbero essere scatenate da alcuni noduli cutanei minori o dall’uso di farmaci. Nel caso di quello dentale, il tutto è dovuto alla proliferazione di batteri nella zona terminale della radice del dente, interessando la parte in cui passano i nervi e i vasi sanguigni. Il granuloma si forma, in questo caso, per impedire all’infezione di propagarsi, come se fosse una specie di protezione per le radici e le gengive.

Le cure
Le cure del granuloma cambiano a seconda del tipo. Possiamo fare alcuni esempi. Nel caso di quello dentale può bastare una devitalizzazione del dente o, in alternativa, bisogna rimuovere il materiale utilizzato per l’otturazione, provvedere ad un’accurata pulizia, per riproporre una nuova otturazione.
Per il granuloma eosinofilo la terapia è di solito chirurgica e consiste nell’asportazione della lesione. Soltanto in certi casi si può procedere con l’irradiazione, quando il granuloma non è posizionato in una zona a cui è difficile accedere.
Il granuloma anulare può prevedere l’utilizzo di iniezioni di corticosteroidi, quando i fenomeni sono particolarmente intensi o altrimenti si possono utilizzare delle creme corticosteroidee o degli unguenti. Un’alternativa è la terapia della luce. Per curare quello inguinale, è necessario somministrare degli antibiotici, le tetracicline, i macrolidi e il trimetoprim-sulfametossazolo.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Cardiomiopatia: cos’è, differenti tipologie, sintomi e diagnosi

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Ecografia Vascolare Articolare Medicina Estetica Mappatura Nei Posturale Dietologo Roma COME FUNZIONA IL CUORE ECG ONDE2 Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Pressoterapia Linfodrenante DermatologiaCon “cardiomiopatia” è un termine che raggruppa qualsiasi condizione in cui il muscolo cardiaco è anatomicamente e fisiologicamente patologico. Uno studio realizzato da alcuni ricercatori presso il Dipartimento di Medicina cardiovascolare dell’Università Cattolica–Policlinico Gemelli di Roma ne ha svelato il meccanismo d’azione prendendo in considerazione quindici donne con un’età media di 68 anni, evidenziando come in circa il 20-25% delle pazienti era presente un ostacolo allo svuotamento del cuore, più precisamente della cavità sinistra (ventricolo sinistro).

Tipologie

Ci sono quattro tipi principali di cardiomiopatia: ipertrofica, ipocinetica dilatativa, restrittiva, e ventricolare destra aritmogena, ai quali si aggiunge la cardiopatia diabetica.

  • La cardiomiopatia dilatativa (detta anche miocardiopatia dilatativa e in passato miocardiopatia congestizia) è una condizione patologica del cuore che si manifesta con la dilatazione ventricolare e la compromissione della funzione sistolica. La cardiomiopatia dilatativa può essere secondaria a numerose condizioni, la più comune delle quali è la coronaropatia diffusa con conseguente danno ischemico del miocardio. In altri casi il danno miocardico può derivare da deficit alimentari (beriberi, kwashiorkor), malattie endocrine (diabete mellito, malattie della tiroide, feocromocitoma), agenti infettivi (batteri, rickettsie, virus, protozoi, elminti): un esempio è la miocardiopatia di Chagas.
  • La cardiomiopatia ipertrofica è una malattia del miocardio caratterizzata da un ispessimento delle pareti cardiache, senza alcuna causa evidente. È una malattia familiare trasmessa dai parenti di primo grado, determinata da mutazioni su geni che codificano per le proteine del sarcomero, l’unità contrattile del miocardio. È la malattia familiare cardiaca più frequente, con un prevalenza di circa 1:500 nella popolazione adulta generale.
  • La cardiomiopatia restrittiva è una patologia che interessa il muscolo cardiaco e si manifesta e caratterizza la disfunzione diastolica del miocardio. Tale alterazione comporta una aumento della rigidità della camera ventricolare colpita, che si esplica a sua volta in una riduzione del rilasciamento cardiaco e del riempimento diastolico. Le cardiomiopatie restrittive sono caratterizzate da ridotto riempimento ventricolare, riempimento restrittivo appunto, di uno o entrambi i ventricoli con funzione sistolica normale o lievemente depressa. Vengono princincipalmente distinte in primitive e secondarie, queste ultime sono causate principalmente da amiloidosi, sarcoidosi, emocromatosi e da radiazioni (in caso di trattamento radioterapico).
  • La cardiomiopatia ventricolare destra aritmogena è una malattia genetica del cuore, a patogenesi non-ischemica, che coinvolge principalmente il ventricolo destro. È caratterizzata da aree ipocinetiche a livello della parete libera del ventricolo destro o di entrambi i ventricoli, in cui il miocardio è sostituito da tessuto fibroso o fibro-adiposo.
  • La cardiopatia diabetica è una delle le complicanze più frequenti e più temibili del diabete. Le alterazioni del miocardio che hanno luogo in presenza della cardiomiopatia diabetica consistono in una dilatazione della cavità ventricolare sinistra e in un assottigliamento della parete di quest’ultima. Purtroppo questa cardiopatia è una patologia particolarmente subdola, in quanto è per lungo tempo asintomatica.

Leggi anche:

Sintomi e segni

I sintomi sono quelli caratteristici dell’infarto e fino a poco tempo fa i medici la scambiavano proprio con un comune infarto del miocardio, invece si tratta di una patologia differente. Si tratta, infatti, di cardiomiopatia dastress o sindrome da crepacuore, come più comunemente viene chiamata, dal momento che si verifica in genere in condizioni in cui lo stress raggiunge livelli molto elevati, come nel caso di lutti o di vicinanza ad un capo oppressivo. Nella maggior parte dei pazienti si riscontrano difficoltà respiratorie, gonfiore a livello di piedi e gambe, carenza di energia e spossatezza, scompenso, aritmia e talvolta perdita di memoria.

Diagnosi e linee guida

La disfunzione riguarda essenzialmente la regione apicale del cuore, il quale, quando si verifica la sindrome, assume una caratteristica forma a palloncino. Il tutto sarebbe determinato da uno spasmo che interessa i vasi coronarici reversibile dopo la manifestazione della fase più acuta della sindrome. I medici sono concordi nel sostenere, infatti, che l’apporto di sangue al cuore pur essendo ridotto, non è determinante da fare in modo che le cellule possano arrivare alla morte (condizione che invece si verifica in presenza di un infarto). Tramite opportuni esami – come radiografie, elettrocardiogramma, TAC, risonanza magnetica e test sotto sforzo – il medico può verificare la presenza della cardiomiopatia e prescrivere una terapia adeguata. Le recenti linee guida internazionali sulla cardiomiopatia ipertrofica, invece, consigliano l’intervento chirurgico di miectomia come la terapia di prima scelta nei pazienti con cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva e sintomi che non rispondono alla terapia farmacologica.

Per approfondire:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Anestesia generale: perché si fa e quali sono i suoi obiettivi?

MEDICINA ONLINE SURGERY SURGEON RECOVERY TAGLIO ANESTESIA GENERALE REGIONALE LOCALE EPIDURALE SPINALE SNC BISTURI PUNTI SUTURA COSCIENTE PROFONDA MINIMA ANSIOLISI ANESTHETIC AWARENESS WALLPAPER PICS PHOTO HD HI RES PICTURESCon “anestesia generale” o “anestesia totale” si intende un trattamento che consente al paziente sottoposto ad intervento od operazione chirurgica di dormire durante le procedure mediche, in modo da non sentire alcun dolore, non muoversi e di non ricordare quanto accade.

Perché si fa l’anestesia generale?

Il medico può raccomandare l’anestesia generale principalmente, ma non solo, per le procedure chirurgiche che:

  • coprono una zona molto ampia di organi e tessuti interni;
  • richiedono molto tempo;
  • interessano la testa ed il cervello;
  • influiscono sul respiro, come gli interventi al petto o all’addome superiore.

Quali sono gli obiettivi dell’anestesia generale?

Attraverso l’uso di anestesia generale, si mirano ad ottenere una serie di obiettivi importanti per la buona riuscita dell’operazione chirurgica:

  • analgesia (perdita di risposta al dolore);
  • amnesia (perdita di memoria);
  • immobilità (perdita di riflessi motori);
  • ipnosi (incoscienza);
  • paralisi (rilassamento muscolare scheletrico).

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Perché l’anestesia generale è così pericolosa? Effetti collaterali e pericoli

MEDICINA ONLINE SURGERY SURGEON RECOVERY TAGLIO ANESTESIA GENERALE REGIONALE LOCALE EPIDURALE SPINALE SNC BISTURI PUNTI SUTURA COSCIENTE PROFONDA MINIMA ANSIOLISI ANESTHETIC AWARENESS WACon “anestesia generale” o “anestesia totale” si intende un trattamento che consente al paziente sottoposto ad intervento od operazione chirurgica di dormire durante le procedure mediche, in modo da non sentire alcun dolore, non muoversi e di non ricordare quanto accade. Il sonno che viene indotto dall’anestesia generale è tuttavia ben diverso dal sonno regolare, il cervello anestetizzato non conserva ricordi e non risponde ai segnali del dolore, a differenza di quanto succederebbe normalmente in caso di stimoli forti come quelli causati da un intervento chirurgico, tanto che si preferisce parlare dal punto di vista medico di uno stato di coma farmacologicamente indotto.

L’anestesia generale, al contrario di quella locale, ha molti più effetti collaterali e controindicazioni, anche se – negli ultimi anni – è diventata certamente più sicura.

Effetti collaterali

Gli anestetici generali sono conosciuti per avere alcuni effetti collaterali piuttosto comuni, spesso descritti dall’anestesista durante la visita anestesiologica a cui ci si sottopone prima dell’intervento.

La maggior parte degli effetti indesiderati si verifica immediatamente dopo l’operazione e ha durata estremamente limitata, tra cui:

  • Nausea e vomito, che si verificano immediatamente e sono destinante a passare entro qualche ora, solo raramente possono durare fino a 24 ore; interessano circa un paziente su tre.
  • Tremori e senso di freddo: interessano il 25% circa dei pazienti. In genere, i tremori durano dai 20 ai 30 minuti al massimo.
  • Confusione e perdita di memoria, particolarmente comune nelle persone anziane o in soggetti con problemi di memoria pre-esistenti; si tratta in genere di un disturbo temporaneo, che tuttavia a volte può durare anche a lungo.
  • Disturbi della vescica, con difficoltà a urinare (in alcuni contesti può essere necessario al temporaneo ricorso al catetere).
  • Piccole infezioni toraciche: capitano soprattutto a pazienti che hanno subito un intervento chirurgico all’addome. I sintomi sono febbre e difficoltà respiratorie; la terapia prevede antibiotici.
  • Vertigini, trattate in genere attraverso la somministrazione di fluidi.
  • Lividi e dolore nella zona dell’ago cannula o dove siano stati iniettati altri farmaci, si tratta di fastidi con risoluzione spontanea senza necessità di trattamento.
  • Dolore alla gola, a causa del tubo inserito in gola a supporto della respirazione; interessa quasi la metà dei pazienti.
  • Danni alla bocca o ai denti, che si verificano in una piccola percentuale di pazienti, attraverso la presenza di piccoli tagli alle labbra (1 paziente su 20), alla lingua od ai denti (1 paziente su 4500), causati dal passaggio del tubo.

Leggi anche:

Controindicazioni

Le controindicazioni sono legate ad eventuali stati patologici generali, scadimento delle condizioni del paziente ed età particolarmente avanzata del soggetto.

Pericoli

Nonostante gli enormi progressi in termini di sicurezza degli ultimi anni, il paziente è comunque esposto ad alcune complicazioni più o meno gravi associate all’utilizzo degli anestetici generali; si tratta di eventi rari, che si verificano in meno di 1 caso ogni 10.000.

Tra le complicazioni gravi ricordiamo:

  • Anafilassi, ossia una grave reazione allergica che può diventare fatale.
  • Una reazione ereditaria all’anestesia che causa difficoltà respiratorie.
  • La possibilità di svegliarsi durante l’intervento (anestesia cosciente o risveglio intraoperatorio);
  • Morte, che si verifica in meno di un caso su 100000.
  • Ipertermia maligna.

È più probabile andare incontro a rischi maggiori in caso di:

  • intervento di chirurgia maggiore,
  • intervento condotto in regime di emergenza,
  • paziente affetto da malattie croniche e/o gravi,
  • pazienti fumatori,
  • pazienti sovrappeso.

In quest’ottica è consigliabile smettere di fumare e consumare alcolici nelle settimane che precedono l’intervento, così da ridurre i rischi connessi. Può anche venire consigliato di perdere peso e, quando possibile, aumentare i livelli di attività fisica nelle settimane precedenti l’operazione chirurgica, in quanto ciò riduce anche il rischio connesso.

Ipertermia maligna

L’ipertermia maligna è una sindrome farmaco-genetica rara dei muscoli scheletrici, potenzialmente fatale e caratterizzata da un improvviso e rapido e pericoloso per la vita aumento della temperatura corporea e da rigidità muscolare, che si manifesta più frequentemente durante un’anestesia generale indotta con alotano e quando viene utilizzata come miorilassante la succinilcolina. L’ipertermia maligna è considerata una malattia “farmaco-genetica” perché i farmaci appena citati sono in grado di innescarla solo in individui predisposti geneticamente. Per approfondire, leggi:

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Gengive: anatomia, funzioni e patologie più diffuse in sintesi

MEDICINA ONLINE LINGUA BOCCA FRENULO ANATOMIA FISIOLOGIA ORAL TONGUE LABBRA LEPORINO GENGIVE DENTI MANDIBOLA MASCELLA PAPILLE GUSTATIVE GUSTO CIBO FONAZIONE GLOSSODINIA PALATO SCHISILa gengiva è un tessuto di tipo molle che circonda i denti e ricopre il processo alveolare.

Anatomia

È di colore rosa corallo, opaca e compatta. Si estende dal margine gengivale libero, connesso alla corona dentale, fino alla giunzione mucogengivale, dove si continua con la mucosa alveolare che appare lassa e scura e ricopre il pavimento orale. Si può dividere in:

  • gengiva libera: è la parte di tessuto che circonda il dente, anche detta gengiva marginale, mentre prende il nome di gengiva interdentale negli spazi tra due denti adiacenti, dove forma la papilla interdentale; la depressione che divide una papilla gengivale vestibolare da una papilla palatina o linguale prende il nome di colle . Il margine gengivale è spesso arrotondato, così da formare un piccolo solco (fisiologicamente profondo massimo 2mm) chiamato solco gengivale.
  • gengiva aderente: si estende coronalmente dal solco gengivale libero, che delimita la gengiva libera ed è situato all’altezza della giunzione amelo-cementizia (o amelo-cementaria) del dente (ovvero la zona del dente dove finisce la corona dentale, superficialmente ricoperta di smalto, ed inizia la radice dentale, ricoperta di cemento); apicalmente la gengiva aderente termina a livello della linea mucogengivale, continuandosi con la mucosa alveolare.

La sua superficie presenta generalmente piccole depressioni superficiali che le conferiscono un aspetto caratteristico a buccia d’arancia. È ancorata con fasci fibrosi al cemento e all’osso alveolare, così da risultare immobile rispetto al tessuto sottostante.

Istologia

La gengiva è costituita da un epitelio orale, poggiato su un tessuto connettivo nel quale si inseriscono le fibre provenienti da cemento e osso alveolare. L’interfaccia tra epitelio e connettivo non è piatta, bensì caratterizzata da propaggini connettivali che si inseriscono nell’epitelio (papille connettivali) e da invaginazioni connettivali che ospitano approfondimenti epiteliali (creste epiteliali): questa struttura è la responsabile dell’aspetto a buccia d’arancia.

L’epitelio orale è stratificato in:

  • strato basale: a contatto con la membrana basale che separa l’epitelio dal connettivo, costituito da cellule in continua riproduzione;
  • strato spinoso: costituito da cellule allungate, caratterizzate da processi citoplasmatici che conferiscono l’aspetto spinoso e che provvedono ad assicurare una forte coesione tra le cellule adiacenti grazie ai desmosomi di cui sono provvisti.
  • strato granuloso: le cellule dell’epitelio orale, nate nello strato basale, tendono a differenziarsi e ad attraversare i vari strati superficiali. In questo strato si notano caratteristiche intermedie tra lo strato spinoso e il successivo…
  • strato corneo: le cellule, al massimo della loro maturazione, ospitano nel proprio citoplasma un improvviso processo di cheratinizzazione, che tende a sopprimere tutte le funzioni vitali della cellula. Queste cellule, seppure morte, sono un indispensabile barriera tra i microorganismi e gli strati cellulari profondi. Col tempo tendono a desquamarsi, ovvero a staccarsi dall’epitelio, e vengono sostituite da nuove cellule provenienti dagli strati sottostanti.

Mentre la gengiva aderente è costituita interamente dall’epitelio orale, la gengiva libera è costituita da epitelio orale nella porzione rivolta alla cavità orale, da epitelio sulculare (simile a quello orale) nella porzione libera rivolta al dente, fino al pavimento del solco gengivale. Tale pavimento, in realtà, è dovuto al continuarsi della gengiva con una porzione intimamente a contatto con la superficie dentale, costituita da un epitelio giunzionale, anche chiamato dentogengivale. Anche questo epitelio è pluristratificato, e distinguiamo uno strato basale attivamente mitotico, parecchi strati sovrabasali fino ad uno strato corneo desquamante. Lo strato spinoso e quello granuloso non sono presenti, sostituiti da più strati cellulari poveri di connessioni desmosomiali: è un tessuto quindi meno compatto di quello orale.

Leggi anche:

Il tessuto predominante nella gengiva è quindi connettivale, e prende il nome di lamina propria. È costituito da:

  • fibroblasti (5%): producono i vari tipi di fibre e supportano la sintesi della matrice.
  • fibre (60%): la maggior parte di esse sono fibre collagene. Le interfacce tra epitelio e connettivo ed endotelio e connettivo presentano fibre reticolari. Attorno ai vasi sanguigni sono frequenti fibre elastiche, mentre le fibre ossitalaniche sono piuttosto scarse. Da un punto di vista morfologico e funzionale, le fibre si dividono in:
    • fibre circolari: nella gengiva libera, circondano il dente;
    • fibre dentogengivali: dalla porzione sopralveolare del cemento radicolare si aprono a ventaglio entro la gengiva libera;
    • fibre dentoperiostali: dalla porzione sopralveolare del cemento radicolare decorrono parallele e terminano nella gengiva aderente;
    • fibre transettali: connettono il cemento sopralveolare di due denti adiacenti.
  • matrice: la sostanza fondamentale amorfa che consente il trasporto d’acqua, di elettroliti, metaboliti e nutrienti entro il connettivo.
  • vasi e nervi (35%).

Fisiologia

Il tessuto gengivale ha il compito di isolare il parodonto dall’ambiente esterno. È caratterizzato da un intenso turn-over metabolico, che consente di rinnovare frequentemente gli strati più superficiali cheratinizzati, impedendo che i batteri possano accumularsi sulla sua superficie. La zona sulcare è esposta all’accumulo di detriti alimentari, con conseguente proliferazione batterica; bisogna comunque tenere in considerazione che, in assenza di patologie, il solco ha dimensioni minime ed è attraversato dal fluido crevicolare, un siero che trasuda entro il solco e favorisce la detersione di questo ambiente.

Patologia

La gengivite può determinare un aumento dello spessore della gengiva libera, con conseguente aumento di profondità del solco gengivale che prende il nome di pseudotasca parodontale. La parodontite è invece un’infezione che coinvolge più tessuti di supporto del dente, determinando la perdita d’attacco gengivale, ovvero un approfondimento del solco gengivale accompagnato da un minimo ispessimento gengivale, che in questo caso forma una tasca parodontale. La gengiva aderente tende ad accrescersi col passare degli anni: tale fenomeno è dovuto all’abrasione dei denti, a cui l’organismo risponde con una modica ma continua eruzione dentale, la quale trascina con sé il tessuto gengivale aderente determinando un aumento della sua altezza, posto che il margine mucogengivale non subisce alcuna modifica.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Differenza tra cardiomiopatia e cardiopatia con esempi

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma CICLO CARDIACO CUORE FASI DURATA SPIEGO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneCardiopatia e cardiomiopatia sono termini simili, usati spesso come sinonimi, anche se in verità non lo sono affatto.

Con il termine “cardiopatia” (in inglese “cardiopathy”) si intende un generico gruppo di patologie a carico del cuore. Ad esempio sono cardiopatie: le patologie delle valvole (stenosi, insufficienza, prolasso…), gli scompensi, le aritmie (extrasistole, tachicardie…), gli infarti, le sindromi malformative congenite e tutte quelle patologie che possono portare ad una alterazione del fisiologico funzionamento della pompa cardiaca.

Con il termine “cardiomiopatia” (in inglese “cardiomiopathy”) si intende invece uno specifico gruppo di patologie del cuore (cardiopatie) che colpiscono selettivamente il miocardio (cioè la componente muscolare del cuore). Esempi di cardiomiopatie sono: cardiomiopatia dilatativa, restrittiva, ipertrofica e ventricolare destra aritmogena .

Quindi mentre “cardiopatia” indica genericamente una malattia che riguarda il cuore, “cardiomiopatia” si riferisce specificamente alle patologie che riguardano il miocardio, cioè il muscolo cardiaco. Tutte le cardiomiopatie sono cardiopatie, mentre non tutte le cardiopatie sono cardiomiopatie.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Che significa malattia autoimmune? Spiegazione, esempi, sintomi, cure

MEDICINA ONLINE ANTICORPO

La struttura di un anticorpo

Le patologie autoimmuni sistemiche (o “patologie autoimmunitarie”) sono un gruppo di patologie capaci di interessare individui di qualsiasi età – con predilezione tuttavia per il sesso femminile – caratterizzate da sviluppo di infiammazione persistente a livello di più organi, con diversa associazione e diverso livello di danni ai tessuti di questi organi, causata da alterazione del sistema immunitario che “attacca” in modo anomala i tessuti propri dell’organismo. Nel caso la risposta alterata immunitaria riguardi un singolo organo si parla di “autoimmunità organo-specifica” (tra queste ricordiamo ad esempio il diabete giovanile insulino-privo, le tiroiditi autoimmuni, la miastenia gravis, epatiti autoimmuni, enteriti autoimmuni quali la malattia di Crohn e la colite ulcerativa).

Cause delle patologie autoimmunitarie

Alla base di una patologia autoimmune vi è lo sviluppo di una anomala attività del sistema immunitario che diventa “erroneamente” capace di attivare risposte infiammatorie di diverso grado a livello dei tessuti di uno o più organi del proprio corpo (autoimmunità). I motivi dello sviluppo di alterazione del sistema immunitario, non sono attualmente del tutto ben definiti. Il sistema immunitario di questi soggetti perde la cosiddetta “tolleranza”, ovvero la capacità di discriminare il “proprio” dal “non proprio”; viene a crearsi una anomala reattività che in questi casi non è solo rivolta (come nel soggetto sano) verso agenti estranei (virus, batteri…), ma purtroppo anche rivolta verso componenti dei tessuti di quello stesso organismo. A tale proposito leggi anche: Differenza tra anticorpo ed autoanticorpo

Sintomi e segni di malattia autoimmune

Ogni malattia autoimmune può avere sintomi e segni più o meno specifici del distretto interessato. Nel corso di una malattia autoimmune si inseriscono, imprevedibilmente, fasi di maggior acuzie che si associano a sintomi “generali” (malessere generalizzato, febbre, stanchezza, inappetenza) responsabili, talora, di condizioni anche gravi, tali da richiedere urgenti ricoveri ospedalieri. L’interessamento articolare e muscolare (tumefazioni e dolori articolari, rigidità, dolori muscolari) rappresenta uno dei sintomi più frequenti e spesso di esordio di tali malattie. Nel caso gli organi interessati siano diversi si va incontro a problematiche aventi i sintomi ed i segni di un danno a livello generale, associato a disturbi in sede di uno o più organi, in maniera diversamente associata e con diversi gradi di severità clinica (ad esempio lesioni articolari artritiche, ulcere o alterazioni circolatorie cutanee, ulcere ed arrossamenti delle mucose, polmoniti, pleuriti, difficoltà respiratorie croniche, trombosi venose od arteriose, alterazioni della funzione renale, disturbi nervosi periferici, cefalee o danni neurologici centrali e persino, aspetti di alterazione psichiatrica con turbe dell’ideazione o dell’umore). In alcune di queste dominano degli aspetti molto particolari, legati ad una maggior selettività di danno d’organo (ad esempio lo stato di particolare ridotta secrezione lacrimale e salivare nella sindrome di Sjögren o lo spiccato danno cutaneo e muscolare nella Dermato-Polimiosite).

Leggi anche: Lupus eritematoso sistemico (LES): cause, sintomi e terapie

Diagnosi

La presenza di un anomalo funzionamento del sistema immunitario viene svelata da indagini di laboratorio specifiche eseguibili a livello del sangue o a livello dei tessuti (da biopsie, ad esempio, di cute o di rene) ed è una corretta valutazione dei sintomi del paziente e del suo stato clinico che deve usualmente portare al corretto impiego di tali analisi; a tal proposito leggi anche:

Le patologie autoimmunitarie più diffuse

Tra le patologie reumatiche infiammatorie autoimmuni, la più frequente condizione è rappresentata dall’Artrite Reumatoide, con una presenza media (prevalenza) nell’ambito della popolazione di circa 1%. Di minore incidenza invece sono altre “connettiviti”, tra le quali sono ricordare il Lupus Eritematoso Sistemico, la Sindrome di Sjogren, la Sclerosi Sistemica Progressiva (Sclerodermia), la (Dermato)Polimiosite, la Connettivite Mista, la Sindrome da Anticorpi anti-Fosfolipidi e diverse altre forme di malattie infiammatorie dei vasi arteriosi e venosi che vanno sotto il nome di “Vasculiti”. In diversi casi, soprattutto all’esordio dei disturbi, i sintomi e i dati di laboratorio non sono così dirimenti da poter far inquadrare la malattia in una delle predette patologie, per cui si parla in questi casi di Connettivite Indifferenziata.

Leggi anche: Artrite reumatoide: sintomi iniziali, cause, cure e mortalità

Team di diversi medici

Gran parte di queste patologie non hanno, fortunatamente, andamento grave, ma è compito del medico valutare il paziente nel tempo, istruirlo nella sorveglianza dei sintomi, guidarlo nel corretto e tempestivo uso dei farmaci che hanno il compito di deprimere, in modo talora anche rischioso, se necessario, il livello di risposta immunitaria. Va ricordato, poi, che la collaborazione di diversi specialisti è comunque d’obbligo nella gestione del paziente con malattia autoimmune sistemica. Talune di tali situazioni possono esordire con alterazioni anche a livello delle cellule ematiche, con aspetti di anemia o riduzione evidente dei valori di globuli bianchi o piastrine circolanti.

Leggi anche: Fenomeno di Raynaud: cause, sintomi e trattamento

Trattamento

Il trattamento di una malattia autoimmunitaria prevede la somministrazione di farmaci che sopprimono il sistema immunitario (inclusi i corticosteroidi) e – in alcuni casi – plasmaferesi e somministrazione di immunoglobuline per via endovenosa

Farmaci

Per molte malattie autoimmuni possono essere usati farmaci immunosoppressori (cioè che sopprimono il sistema immunitario) per via orale come azatioprina, clorambucile, ciclofosfamide, ciclosporina, micofenolato e metotressato. Questi farmaci sopprimono non solo la reazione autoimmune, ma anche la capacità dell’organismo di difendersi dalle sostanze estranee, come virus e batteri, quindi aumentano il rischio di determinate infezioni ed anche di alcuni tipi di tumore. Si somministrano corticosteroidi, come il prednisone, che però induce cronicamente alcuni importanti effetti collaterali, quindi si tende a somministrarli solo per un periodo limitato, all’inizio della malattia o se i sintomi e segni peggiorano. Altri farmaci possono essere usati, come etanercept, infliximab e adalimumab bloccano l’azione del fattore di necrosi tumorale (TNF): questi farmaci sono efficaci nel trattare l’artrite reumatoide e alcune altre malattie autoimmuni, ma possono anche aumentare il rischio di infezione e di alcuni tipi di tumori della pelle. Alcuni farmaci sono specificamente diretti contro i globuli bianchi, tra cui abatacept e rituximab.

Plasmaferesi e immunoglobuline per via endovenosa

Per alcune malattie autoimmuni, si utilizza la plasmaferesi: il sangue viene prelevato e filtrato per eliminare gli autoanticorpi, successivamente il sangue filtrato viene reimmesso nel paziente. In alcuni casi si usano immunoglobuline ottenute da persone sane, per via endovenosa.

Leggi anche: Fibromialgia: sintomi, cause, cura e tender points

Prognosi

La prognosi varia in base alla patologia specifica, tuttavia nella maggioranza dei casi le malattie autoimmuni sono croniche e non si risolvono mai, permanendo per tutta la vita e necessitando di trattamento farmacologico senza interruzioni. Alcune malattie autoimmuni si risolvono in modo incomprensibile, così come iniziano.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, segui la nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!