Differenze tra correre all’aperto e su tapis roulant: vantaggi e svantaggi

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DIFFERENZE CORRERE APERTO O TAPIS ROULANT CHIUSO PALESTRA STANCA DI PIU FATICOSO MEGLIO PER DIMAGRIREVa precisato innanzitutto che ci sono due tipi di tapis roulant: quelli magnetici, poco adatti per la corsa e più per la camminata, e quelli motorizzati più diffusi ed adatti alla corsa. Spesso, ma non è una regola, l’uso del tapis roulant è meno gradito ai corridori più appassionati rispetto alle uscite all’aperto, perché gli allenamenti «al chiuso» risultano generalmente più noiosi, più faticosi e meno «rivitalizzanti», allenanti e soddisfacenti. La corsa all’aperto, essendo vario l’ambiente circostante risulta ovviamente meno monotona, specie se gli allenamenti sono lunghi e sono svolti in ambienti piacevoli. Tuttavia anche la corsa all’aperto ha vari svantaggi da non sottovalutare: il paesaggio può essere bellissimo, ma se piove a dirotto?
Detto questo, correre sul tappeto è, per certi versi, innaturale e difficoltoso; per altri più facile.

Corsa su tapis roulant

Cominciamo dagli aspetti meno vantaggiosi del “nastro trasportatore”: l’uso del tapis roulant può risultare più faticoso perché viene a mancare la spinta del corpo in avanti, poiché il movimento del tappeto porta indietro il piede proprio nel momento in cui l’avampiede dovrebbe spingere in avanti il corpo. Mancando la spinta in avanti si lavora di più coi quadricipiti e per evitare il contatto col nastro si tende a sollevare di più il piede, con maggior sforzo del muscolo tibiale anteriore. Ciò può comportare infiammazione di alcuni tendini e maggior affaticamento muscolare, specie a velocità elevate.

Gli ambienti chiusi, se da un lato hanno il vantaggio di consentire la pratica della corsa anche quando fuori è buio e a dispetto di ogni condizione atmosferica, dall’altro spesso sono umidi e causano una minore dispersione del calore attraverso la sudorazione, cosa che riduce la resistenza agli sforzi prolungati e intensi. Un ambiente chiuso, inoltre, specie se affollato, è più ricco di anidride carbonica e più povero di ossigeno rispetto all’aria aperta (in mezzo alla natura) e ciò determina un maggiore sforzo del nostro organismo. Nell’ambiente chiuso – al contrario della corsa all’aperto – l’aria intorno a noi rimane praticamente immobile, quindi se da una parte siamo avvantaggiati perché non c’è la resistenza dell’aria al nostro movimento, dall’altra manca la tipica azione di raffreddamento del corpo esercitato dall’aria che ci investe e questo può affaticarci di più, specie nei mesi più caldi dell’anno. Non a caso alcuni tapis roulant montano delle apposite “bocche d’aria” ad intensità variabile indirizzate verso chi corre.

Diversamente dalla corsa all’aperto, infine, quella al chiuso, per la regolarità dell’appoggio sul tapis roulant, non «allena» la capacità propriocettiva (la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista) del piede e della caviglia: un aspetto, questo, da tenere a mente quando si torna poi ad allenarsi nella corsa all’aperto su terreni diversi e irregolari. La differenza tra allenamento all’aria aperta e in palestra è ancora più evidente nel ciclista che alternativamente usa bike e pratica spinning in palestra, effettuando un lavoro aerobico che richiama il gesto atletico del ciclismo ma su uno strumento perfettamente stabile, che non allena per niente equilibrio, propriocezione e orientamento, bensì solo le qualità cardiovascolari.

Correre sul tapis roulant è, per alcuni aspetti, più facile: grazie all’elasticità del tappeto, si riduce l’impatto del corpo all’appoggio, con conseguente minor lavoro dell’apparato cardiorespiratorio a parità di velocità e pendenza. Per avere una sollecitazione sull’apparato cardiovascolare simile a quella della corsa su strada, infatti, si dovrebbe correre sul tapis roulant con una pendenza di circa l’uno per cento. E ancora, sotto il profilo psicologico, alcuni trovano sia di sprone, correndo sul tapis roulant, poter leggere in tempo reale sul display la distanza coperta, la stima del consumo calorico, la frequenza cardiaca, poter liberamente variare la velocità di corsa e la pendenza creando un tragitto anche in salita la cui difficoltà può essere decisa momento per momento. Correre all’aperto invece – se non si è esperti, se si è da soli e se si è in un ambiente poco ospitale – può psicologicamente essere più difficile. Per i più esperti, al contrario, correre all’aperto in queste condizioni può essere molto eccitante e psicologicamente “rinforzante”.

A parte tutti questi fattori, comunque, secondo me la corsa sul tappeto dovrebbe rappresentare un’opzione di riserva quando non si può proprio correre all’aperto.

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Corsa all’aperto

Nella corsa all’aperto la resistenza dell’aria ci raffredda e ciò facilita la corsa, specie d’estate, tuttavia la stessa resistenza si oppone per definizione ai nostri spostamenti, quindi rende la corsa più faticosa. Se è presente vento contrario, inoltre, la corsa è molto più pesante e diventare “roba da esperti” se si corre con forti raffiche di vento laterale.

La corsa all’aperto (in un ambiente, si spera, non inquinato, quindi non in mezzo al traffico!) offre anche il vantaggio primario in primavera/estate di esporre il corpo alla luce solare, con conseguente attivazione della vitamina D, indispensabile alla nostra salute. Ci abitua, poi, ad affrontare diverse condizioni climatiche, permettendoci di rafforzare le difese immunitarie e di ridurre così il rischio di infezioni batteriche e virali. Infezioni che è invece statisticamente più facile contrarre in un ambiente chiuso, sicuramente meno salubre, come è quello della palestra.

Mentre le condizioni atmosferiche al chiuso sono sempre uguali, quelle che deve affrontare chi corre all’aperto possono essere anche molto variabili: freddo, caldo, umido, neve, pioggia… Soprattutto le escursioni termiche estreme costringono il nostro corpo a sforzarsi di più per mantenere l’omeostasi, con sforzo maggiore. Inoltre, mentre il percorso di chi corre sul tappeto è sempre dritto e con terreno piatto e regolare, chi corre all’aperto – soprattutto in zone accidentate – può stancarsi di più per via di possibili curve, saliscendi improvvisi e di terreni pieni di sassi, buche, irrigolarità, radici…

Come abbiamo visto, non esiste un sistema di corsa in assoluto più faticoso dell’altro. Esistono moltissimi fattori da considerare, come tipo di corsa, percorso, terreno, temperatura, umidità… In ogni caso, sia che si corra all’aperto, sia che si corra al chiuso, sono sempre importanti un abbigliamento adeguato che faciliti la dispersione del calore, calzature idonee e costante idratazione.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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La palestra e lo sport possono cambiare i lineamenti del volto?

MEDICINA ONLINE PESI PALESTRA MUSCOLI ALLENAMENTO STREET WORKOUT INTEGRATORE AMINOACIDI BCAA PROTEINE CREATINA GLUTAMINA FISICO SPORT ATTIVITA SPORTIVA BELLEZZA UOMO.jpgL’attività fisica può influire sui lineamenti del volto di una persona? Certamente si, per vari motivi. Per iniziare, una adeguata attività fisica, abbinata ad una dieta adeguata, farà certamente diminuire la percentuale di massa grassa (bodyfat %); questo, unito all’incremento di produzione testosteronica derivata soprattutto dall’allenamento in palestra, andrà ad intaccare non solo i depositi adiposi sottocutanei, ma pure il grasso “libero”, la cosiddetta bolla del Bichat situata in zona guance, responsabile del viso “paffutello”, a tal proposito, leggi anche: Ridurre il grasso sulle guance (bolla di Bichat) in modo naturale e con la chirurgia

Sotto il 15% di bodyfat si comincia quindi ad avere un viso “cesellato”, leggermente scavato sulle guance, con zigomi più in evidenza e con naso più sottile: il viso appare più affilato, in salute, bello. A tali percentuali di grasso, anche il “doppio mento” tende a sparire, e ciò contribuisce a delimitare bene la mandibola ed a farla apparire più grande e volitiva.

Una adeguata attività fisica tende anche a “smagrire” ed ingrossare il muscolo sternocleidomastoideo: ciò contribuisce alla bellezza del collo, ad incorniciare meglio il viso ed a sorreggere meglio la testa, fatto che contribuisce a dare al volto un aspetto più regale e fiero ed a slanciare verso l’alto l’intera figura del corpo, fatto utilissimo in caso di altezza non elevatissima. L’attività fisica migliora anche l’ossigenzazione della pelle, specie quella del viso, che apparirà sempre più luminosa, tesa e compatta. Tutto ciò contribuisce anche psicologicamente alla sensazione di maggior fiducia in noi stessi, fatto non indifferente che ci regala uno sguardo più “aggressivo” e più sicuro.

Diverso è il discorso se all’attività fisica si associa anche l’uso di farmaci illegali per aumentare le prestazioni: in questo caso i cambiamenti del volto si fanno molto più evidenti con percentuali di grasso estremamente basse e lineamenti più affilati, oltre alla comparsa frequente della “mandibola GH“, a tal proposito, leggi anche: Mandibola GH, ormone della crescita e doping nello sport

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GP Imola 1994: la tragica morte di Roland Ratzenberger

MEDICINA ONLINE GP IMOLA Roland Ratzenberger fatal crash INCIDENTE FOTO DIED DEATH PICTURES ROSSI WALLPAPER MOTO GP GRAN PREMIO PILOTE MORT PICTURES HI RES PHOTO LOVE MEMORY REST IN PEACE RIP HEART CASCO TESTA TRAUMA.jpgLa nostra storia inizia venerdi 29 aprile 1994, giorno in cui si tengono le prove libere di quel maledetto gran premio di San Marino. È una giornata particolarmente ventosa e molti piloti avvertono questo fastidio. Tra i piloti a scendere in pista c’è il non ancora ventiduenne brasiliano Rubens Barrichello. È un pilota molto promettente, alla sua seconda stagione nel circus ma già altamente competitivo. Viene da un quarto e un terzo posto nei primi due gran premi della stagione oltre che a una serie di successi ottenuti nelle formule minori. I brasiliani lo vedono quale possibile erede di Ayrton Senna e quest’ultimo fa di tutto per coccolarlo e spronarlo a migliorare.

L’incidente di Barrichello

Alle ore 13,14 circa, Barrichello si lancia in un giro veloce intenzionato a perfezionare il settaggio della sua Jordan per bissare il podio ottenuto nel gran premio del Pacifico. Sparato a una velocità prossima ai 230 km/h, il pilota di San Paolo entra troppo veloce all’ingresso della Variante Bassa, una curva che riproduce la parte inferiore di una “S”.
L’auto, complice il cedimento della sospensione posteriore sinistra probabilmente a seguito di un urto su un cordolo, allarga la traiettoria e quando Barrichello cerca di correggerla sbanda via a destra e va a montare sul cordolo esterno. Purtroppo il cordolo è leggermente rialzato rispetto all’erba e la Jordan ci salta sopra come su un trampolino.
Per nulla frenata di velocità e incapace di avvertire la pinza dei freni, l’auto decolla di lato e va a schiantarsi, a mezza altezza, sopra alla fila di gomme poste a protezione del muretto eretto al termine della via di fuga, scivola sulle gomme, atterra di muso sull’erba, si ribalta e, compiendo due giri completi, si adagia sul suo lato sinistro. Uno schianto terribile, esaltato da un replay che rende la Jordan simile a un proiettile impazzito che vola sulla pista. Barrichello perde conoscenza. Le bandiere rosse sventolano a segnalare la sospensione delle prove. Intervengono prontamente i commissari e l’ambulanza. Il pilota viene subito trasportato al pronto soccorso dell’autodromo. Si teme il peggio.
Ayrton Senna è tra i primi ad accorrere e a parlare con Barrichello che, scioccato, non ricorda nulla dell’incidente ed è costretto a rinunciare al Gran Premio: ha una costola incrinata, il naso rotto, tagli sulla bocca e una forte contusione al braccio.

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Le prove, sabato 30 aprile 1994

Il giorno dopo, in seguito al forfait di Barrichello, rimangono in ventisette a contendersi i ventisei posti disponibili in griglia. A rischiare sono i piloti delle due vetture debuttanti: Bertrand Gachot e Paul Belmondo (il figlio del celebre attore Jean-Paul Belmondo) su Pacific Ilmor e David Brabham e Roland Ratzenberger su Simtek Ford. Le due auto infatti sono le peggiori del lotto e la lotta per evitare l’ultimo posto, quello che non darebbe diritto a prendere parte al gran premio, è stretta a questi quattro piloti.
Le prove sono iniziate da poco. L’austriaco Ratzenberger è nervoso. Prima di montare in auto, ai box, ripete più volte ai suoi meccanici: “Devo mantenere il controllo”. Ratzenberger è tra i debuttanti della stagione, ma è tutt’altro che un pivello. Ha quasi trentaquattro anni ed è reduce da una serie di esperienze nelle formule minori e in formule orientali, oltre a quattro partecipazioni alla 24 Ore di Le Mans.
Non si è qualificato nel gran premio che ha battezzato la stagione (prendendo un secondo e mezzo di distacco dal compagno di squadra), mentre ha ultimato il gran premio del Pacifico in ultima posizione con cinque giri di ritardo dal vincitore Michael Schumacher. Non è un pilota con uno sponsor forte alle spalle e stante i risultati tutt’altro che entusiasmanti potrebbe già rischiare il sedile.

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L’incidente mortale

Roland entra in pista e nei cinque giri che precedono quello fatale si rende protagonista di vari errori: un contatto con la Lotus di Johnny Herbert nel giro di lancio, e soprattutto, al suo quinto giro, un leggero fuori pista alla chicane delle Acque Minerali riuscendo tuttavia a riprendere il controllo del veicolo e a chiudere il giro stoppando il cronometro sul 1,27,584 che gli vale il ventiseiesimo posto davanti a Paul Belmondo ma comunque distaccato di sette decimi dal compagno Brabham che precede Bertrand Gachot. Ratzenberger sa che può far meglio, così decide di compiere un nuovo giro.
Sono passati circa venti minuti dall’inizio delle qualifiche, Ratzenberger è nel rettilineo che precede la curva Villeneuve a oltre 300 km/h, quando un’appendice aerodinamica di 20 centimetri quadri dell’alettone anteriore cede, probabilmente in conseguenza del fuoripista precedente. Per le sollecitazioni, il baffo dell’alettone si stacca dal pilone di sostegno finendo sotto le ruote anteriori. Ratzenberger cerca di sterzare, ma l’auto è ormai è ingovernabile, totalmente privata di direzionalità.
L’austriaco sta procedendo a 316 km/h, la via di fuga che si trova davanti è risibile. Solo sette metri lo separano dal muro di cinta. La Simtek va diritto contro la barriera subendo una brusca decelerazione che parte dai vertiginosi 301 km/h iniziali, quindi compie sei testacoda infine si ferma distrutta in mezzo alla pista a circa duecento metri dal punto d’urto. La cellula di sopravvivenza ha resistito piuttosto bene all’urto, tuttavia le immagini sono drammatiche. Il casco bianco e rosso del pilota è completamente abbandonato a sé stesso. Ciondola da un lato all’altro in base alle evoluzioni della macchina, poi si inclina a sinistra e resta immobile. La tragedia è nell’aria. Lo capisce Senna, sgomento ai box a guardare i monitor, lo capiscono i meccanici, i tifosi, ma soprattutto lo comprendono i soccorritori che intervengono rapidissimi. Sul posto sopraggiunge anche Senna che sale sull’auto di un commissario e si reca alla curva Villeneuve. L’incidente ed i primi soccorsi sono visibili nel seguente drammatico video:

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I soccorsi e la reazione di Senna

Ratzenberger è morto sul colpo a causa della secca decelerazione. Perde sangue dalla bocca e dal naso, ha la spina dorsale spezzata e una frattura alla base cranica, ma si cerca comunque di rianimarlo evitando di dichiararne la morte. Se si dichiarasse morto sul posto si renderebbe necessaria la sospensione del gran premio con il sequestro probatorio della pista e conseguenziale annullamento della prova.
Ratzenberger viene allora condotto sull’elicottero e trasportato d’urgenza all’ospedale di Bologna. Qui viene dichiarato deceduto solo dopo sette minuti dall’arrivo e lo spettacolo può così continuare, ma paradossalmente su Imola si scatenerà una maledizione senza precedenti.
Senna si chiude in un composto silenzio stampa, promettendo di parlare solo dopo la conclusione del week-end (non avrà tempo per farlo). Visibilmente scosso, viene visto piangere nell’ospedale di Bologna. Frank Williams, il proprietario della scuderia per la quale corre il pilota brasiliano, comincia a pensare che il suo pupillo non prenderà parte alla gara.
Un giornalista amico di Senna chiede a quest’ultimo se occorra davvero proseguire la carriera e se non sia opportuno godersi la vita, ma Senna gli risponde: “Non posso farlo”. Per il brasiliano “la competizione è nel suo sangue, fa parte della sua vita” e non riesce a farne a meno.
Rientrato in albergo, la mattina seguente, Senna prende la Bibbia e chiede a Dio di parlargli. È un fatto notorio che il pilota brasiliano dicesse di vedere Dio accanto a sé negli schieramenti di partenza e dunque la sua reazione non deve stupire. Apre così a caso il testo sacro e si sofferma su un passo in cui c’è scritto che quel giorno Dio gli farà il dono più grande di tutti e cioè Dio stesso.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Caviglia slogata (distorsione) e gonfia: cosa fare? Fasciatura ed altri rimedi

MEDICINA ONLINE CAVIGLIA SLOGATA DISTORSIONE STORTA DOLORE FASCIATURA GONFIA RIMEDI TERAPIA FARMACI.jpgPer distorsione – che è sinonimo di “slogatura” o, più popolarmente, “storta” – intendiamo una lesione a carico di un’articolazione o delle strutture a essa connesse.
Nel caso della caviglia, la distorsione interessa l’articolazione tibio-peroneo-astragalica detta anche tibio-tarsica o talo-crurale. Le ossa chiamate in causa sono la tibia, il perone e l’astragalo. Le strutture associate a questa articolazione che possono essere interessate dalla slogatura sono i vari legamenti.
Dal punto di vista fisiologico, la distorsione è causata da un movimento fuori dall’ordinario, che comunque non avrà comportato dislocazioni o sublussazioni.
La distorsione si può verificare come primo episodio oppure come recidiva, se c’è già stato un evento traumatico. Infine, ci sono i casi di lassità croniche, dove, a causa di un’eccessiva mobilità dell’articolazione (dovuta, per esempio, a un trattamento inadeguato di una slogatura precedente), si è spesso soggetti a distorsione.
Tra i sintomi più comuni della patologia ci sono, oltre al dolore, il gonfiore, la presenza di ematomi e, nelle circostanze più gravi, l’impossibilità di camminare.
Ora che abbiamo fatto maggiore chiarezza su cosa sia una distorsione, vediamo insieme quali sono le sue diverse tipologie.

Le tipologie di distorsione e le cure consigliate
Ci sono 3 tipi di distorsione, che si differenziano tra loro per la gravità del trauma:

  • distorsione di primo grado: si verifica una deformazione elastica a carico del legamento, che però, per fortuna, non riporta lesioni;
  • distorsione di secondo grado: qui la faccenda si complica un po’, perché si ha una lesione parcellare (parziale) del legamento. Ciò può predisporre a recidive;
  • distorsione di terzo grado: in questo caso, il peggiore, avremo la completa lesione del legamento e potrebbe rivelarsi necessario agire con la chirurgia.
    Terapie consigliate per la distorsione di primo grado
    Se hai subìto una distorsione di primo grado le cure a cui dovrai sottoporti sono: riposo, uso della borsa del ghiaccio, tenere la caviglia sollevata, utilizzo della cavigliera elastica, fisiokinesiterapia. Si prevedono 7 giorni di prognosi.

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Terapie consigliate per la distorsione di primo grado
Nei casi più lievi, quando c’è solo un lieve arrossamento della zona interessata basta del ghiaccio, messo più volte al giorno e una fasciatura leggera, oltre ovviamente al riposo. La fasciatura più essere eseguita anche personalmente purché sia salda ma allo stesso tempo non stretta. E’ sbagliato credere che più si stringe prima si risolve la torsione. La fasciatura deve essere ben salda, ma leggera, in modo da far respirare la pelle e non impedire la circolazione, è anche inutile fare una fasciatura larga perché totalmente inutile allo scopo. L’arto non deve essere costretto eccessivamente, ma deve essere mobile. Nei casi più lievi la situazione si risolve in uno o due giorno, solo se c’è del dolore si può prendere anche un farmaco analgesico, ma è sempre meglio farne a meno. Quando al momento della slogatura sono evidenti fin da subito rigonfiamenti, deformazioni e irregolarità nell’arto, in questo caso bisogna rivolgersi prontamente al medico. Solo il medico può decidere come procedere, soprattutto se sulla caviglia sono presenti anche lividi ed ematomi. In alcuni casi la fasciatura va rimandata di qualche ora o anche di un paio di giorni, in modo da far riassorbire eventuali liquidi. Nel caso di una slogatura seria la fasciatura da preferire è quella a spirale. Il bendaggio va eseguito con delle fasce larghe e compatte, che avvolgono prima la caviglia nella parte alta del collo del piede e poi a livello trasversale in entrambi i lati. La forma finale deve essere quella di tante “x” sovrapposte e poi tenute insieme o da una spilla o da adesivo. In ogni caso qualora la fasciatura non sia sufficiente è preferibile anche fare delle radiografie per escludere la presenza anche di fratture. In caso affermativo quando a essere coinvolti sono anche i legamenti è sempre il medico che valuterà la possibilità di un intervento o di un bloccaggio completo mediante ingessatura. Non ci sono svantaggi nel fasciare la caviglia quando è slogata, a patto che lo si faccia in modo adeguato e preciso, senza essere troppo avventati. Il vantaggio è quello di bloccare la lesione e dare al piede il riposo necessario per ristabilirsi. Una buona fasciatura, va ripetuta almeno ogni due o tre giorni. Bisogna sempre chiedere al medico quando toglierla, se il caso è più complicato.

Terapie consigliate per la distorsione di secondo grado
Per evitare il rischio di recidive è importante che i trattamenti prescritti dal tuo medico siano seguiti per filo e per segno. Anche qui troviamo riposo e borsa del ghiaccio, cui si aggiungono stampelle, bendaggio funzionale/cavigliera elastica e riabilitazione fisiokinesiterapica.

Terapie consigliate per la distorsione di terzo grado
Di certo sarà necessaria, oltre ai sempre utili riposo, ghiaccio e cavigliera elastica, l’immobilizzazione. La prognosi media è di 30 giorni e bisognerà procedere con la fisiokinesiterapia. Nei casi più gravi potrebbe rendersi necessario un intervento chirurgico.

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Encefalopatia traumatica cronica: cos’è e quali sport sono a rischio?

MEDICINA ONLINE ENCEFALOPATIA TRAUMATICA CRONICA FOOTBALL CALCIO FILM CONCUSSION ZONA D'OMBRA URTO DANNO CERVELLO SPORT CONTATTO CAUSE.jpgL’encefalopatia traumatica cronica (CTE), in inglese chronic traumatic encephalopathy, nota anche come sindrome da demenza pugilistica, è una sindrome che è stata descritta per la prima volta nel Football americano, ma ne sono affetti, seppure più lievemente, anche atleti di altri sport di contatto. La scoperta della CTE è dovuta alle ricerche del dottor Bennet Omalu, neuropatologo nigeriano; il dottor Omalu iniziò così una battaglia contro la NFL (la maggiore lega professionistica nordamericana di football), accusando la poca importanza data alla salute dei giocatori ed il poco interesse per le precauzioni da prendere per evitare i traumi cranici.
Le ricerche di Omalu furono ignorate dalla NFL fino al 2009, quando l’autopsia del giocatore di football Chris Henry, morto a soli 29 anni, evidenziò per l’ennesima volta la presenza della malattia. La storia del dott. Omalu fu riportata dalla giornalista Jeanne Marie Laskas in un articolo dello stesso anno su GQ che fece scalpore, diventando poi il soggetto del film Zona d’ombra del 2015, con Will Smith nella parte del dott. Omalu.

Le encefalopatie
Le encefalopatie sono un gruppo di patologie contraddistinte da un’alterazione strutturale e funzionale del cervello. Una encefalopatia può essere congenita o acquisita, può essere permanente oppure può presentare un margine più o meno importante di guarigione (encefalopatia temporanea). I vari tipi di encefalopatia differiscono tra loro per le cause scatenanti – alle quali di solito devono i loro nomi – per la sintomatologia, per le complicazioni, per il trattamento e per la prognosi. La CTE è un tipo di encefalopatia.

Cause
La sindrome è causata da una somma di fattori che includono il danno cerebrale ricorrente e di un idrocefalo comunicante progressivo formato da lesioni cerebellari ed extrapiramidali. Tali fattori sono determinati dal danno cronico a cui viene sottoposto il cervello, quando viene ripetutamente esposto a traumi diretti ed indiretti.

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Encefalopatia traumatica cronica: progressione e sintomi
Questa particolare patologia può insorgere anche diversi decenni dopo il ritiro dalla pratica sportiva (alcuni individui mostrano le prime manifestazioni anche in età anziana) ed ha carattere progressivo, cioè va inesorabilmente peggiorando col tempo. Secondo diverse ricerche, condotte soprattutto negli Stati Uniti, esistono tre stadi patologici, durante i quali il quadro sintomatologico evolve in maniera considerevole:

  • Durante il primo stadio, i pazienti mostrano un calo dell’attenzione, mancanza di concentrazione, amnesie (cioè perdita di memoria), sbalzi d’umore e piccoli disturbi affettivi.
  • Durante il secondo stadio, i malati denunciano un peggioramento delle amnesie e dell’instabilità comportamentale, confusione, disorientamento e, talvolta, mal di testa e giramenti del capo. Per certi versi la sintomatologia ricorda molto quella del morbo di Parkinson.
  • Durante il terzo e ultimo stadio, i pazienti presentano una forma grave di demenza, difficoltà a capire le cose, problemi di linguaggio, tremori, rallentamento dei movimenti, sordità, paralisi, “facies a maschera” e forti vertigini.

In aggiunta a tali sintomi, possono comparire talvolta anche altri problemi, come disartria, disfagia e ptosi oculare.

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Diagnosi post-mortem
L’unico modo per stabilire con certezza se determinati disturbi neurologici sono dovuti o meno a un’encefalopatia traumatica cronica è analizzare il tessuto cerebrale dopo la morte, durante un’autopsia (diagnosi post-mortem), infatti, prima del decesso, le uniche informazioni utili a livello diagnostico provengono dall’analisi dei sintomi e dalla storia passata del paziente.

Sport a rischio e fattori di rischio
Oltre al pugilato, gli sport a rischio di CTE sono: il football americano, il rugby, l’hockey su ghiaccio e il wrestling. Diversi studi hanno poi confermato che sono a rischio:

  • I militari che, nelle zone di guerra, sono coinvolti in continue esplosioni.
  • Coloro che soffrono di epilessia cronica, perché, durante un attacco, potrebbero sbattere la testa da qualche parte.
  • Coloro che sono stati ripetutamente vittime di abusi domestici. Anche in questo caso, i traumi occasionali alla testa sono la possibile causa.

Gli studi
Da anni negli Stati Uniti si discute delle conseguenze sulla salute dei giocatori di football americano, uno degli sport più popolari e praticati del paese, e in particolare delle ricadute neurologiche sugli atleti professionisti dovute alle commozioni cerebrali, uno degli infortuni più comuni. Nel 2000 uno studio dell’accademia americana di neurologia presentò una ricerca condotta su 1094 ex giocatori professionisti che conteneva dati impressionanti. Lo studio sosteneva che circa il 61 per cento degli ex giocatori aveva avuto almeno una commozione cerebrale nel corso della propria carriera, e inoltre che il 49 per cento ha sperimentato perdita della sensibilità e formicolii; il 28 per cento artriti al collo o al nervo cervicale; il 31 per cento ha problemi di memoria; il 16 per cento non è in grado di vestirsi autonomamente; l’11 per cento non è in grado di nutrirsi autonomamente.
Anche nel calcio sta aumentando l’interesse per i possibili danni causati dagli scontri di gioco con altri giocatori o dagli impatti violenti della testa con il pallone. Secondo una ricerca dell’università di Purdue, i calciatori che colpiscono più volte il pallone con la testa nel corso di una sessione di allenamento o durante una partita danneggiano molti vasi sanguigni, che hanno bisogno di tempo e riposo per rigenerarsi. I colpi di testa però sono molto frequenti nel calcio e i giocatori hanno solo pochi giorni di riposo tra partite e allenamenti. Il pallone da calcio non può essere considerato per questo un oggetto pericoloso, ma per quei giocatori che colpiscono il pallone con la testa regolarmente esiste il rischio che il cervello possa subire lesioni sub-concussive in grado di causare danni a lungo termine.

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Per dimagrire meglio pesi o cardio: qual è il metodo migliore?

MEDICINA ONLINE TREADMILL RUNNER CARDIO CORRERE CORRIDORE CORSA APERTO TAPIS ROULANT MAGNETICO ELETTRICO MECCANICO DIFFERENZE DIETA DIMAGRIRE AEROBICA GRASSO CALORIE SALITA PESI CITTA SMOG.jpgL’eterna domanda, che fanno soprattutto le donne in palestra: pesi o cardio per dire addio ai rotolini di grasso? Ve lo dico subito: la risposta giusta è nel mezzo: per dimagrire (perdere massa grassa) bisogna fare entrambi, perché cardio da solo non basta. L’attività cardiovascolare è sicuramente una discreta soluzione per bruciare un buon numero di calorie, ma da sola non è sufficiente, questo tipo di allenamento, infatti, impegna poco la muscolatura ed il consumo di calorie termina con l’attività stessa, invece con i pesi, oltre a perdere calorie durante l’allenamento, si aumenta nel tempo la massa muscolare e ciò tende ad aumentare il metabolismo basale che permette di consumare di più anche a riposo.

Ed ecco quindi, che entrambi i tipi di training sono fondamentali e complementari, anzi, c’è da dire che i pesi, per dimagrire, sono la strategia migliore sul lungo periodo. Una massa muscolare ben sviluppata ha un consumo calorico elevato anche a riposo. Ciò non vuol dire trasformarsi in bodybuilder per raggiungere lo scopo (l’ingenua ed errata paura di tutte le donne… diventare “come un uomo”) ma tenere presente che l’attività di tonificazione o di potenziamento muscolare è egualmente importante per migliorare la propria linea. Per una donna soprattutto basta anche un lieve aumento della massa muscolare per avere un buon innalzamento del metabolismo e quindi delle chance di dimagrire, lieve aumento che – ripeto – non trasformerà certo la donna “in un uomo”, bensì darà al suo corpo una tonicità che si sposa perfettamente con la femminilità.

Ecco perché affidarsi solo all’allenamento cardiovascolare due volte a settimana non è sufficiente per raggiungere l’obiettivo in modo efficace. Quando si vuole dimagrire, non sono solo le calorie ad essere importanti, ma anche il metabolismo basale e le variazioni ormonali.

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Differenza tra creatina monoidrato ed alcalina: quale preferire?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO NahrungsergänzungsmittelGli integratori di creatina sono particolarmente efficaci soprattutto negli atleti di un certo livello. La creatina, nella sua forma più diffusa denominata “monoidrato”, dimostrando come l’opportuna supplementazione possa determinare un incremento del pull muscolare di fosfocreatina anche del 15-40%, migliorando pertanto:

  • capacità di esercizio anaerobico;
  • volume di allenamento;
  • carichi di allenamento;
  • forza massimale;
  • potenza;
  • massa muscolare.

Kre-Alcalyn
Nonostante l’ottima efficacia della creatina monoidrato e le buone proprietà farmacocinetiche, differenti aziende hanno cercato di individuare nuove forme di creatina, tra queste vi è una forma chiamata Kre-Alcalyn. Quest’ultima è ottenuta attraverso l’aggiunta di polvere alcalina come carbonato di sodio, glicerolo fosfato magnesio, bicarbonato. Secondo l’azienda produttrice la creatina alcalina dovrebbe presentare:

  • una maggiore biodisponibilità, circa 10 volte maggiore rispetto la Creatina monoidrato;
  • migliori capacità di transito;
  • migliore stoccaggio muscolare.

Tali proprietà, sempre secondo l’azienda produttrice, deriverebbero dall’aumentato pH sostenuto proprio dai sali alcalini che ridurrebbe la conversione di creatina in creatinina che si osserva generalmente in ambiente acquoso. In effetti dal punto di vista scientifica, diminuire l’acidità dell’ambiente gastrico, consente di ridurre la conversione di creatina in creatinina, col risultato – positivo per il bodybuilder – di aumentare l’efficacia della creatina assunta.
Nonostante le interessanti premesse e le basi teoriche di partenza, la letteratura scientifica non riporta alcuno studio degno di nota sulle proprietà farmacocinetiche, sulla reale efficacia e sui vantaggi derivanti dall’utilizzo di creatina “tamponata”.
Per far un po’ di chiarezza a riguardo, nel 2012 è stato pubblicato uno studio sul “Journal of the international society of sport nutrition” che ha paragonato gli effetti dell’integrazione con creatina alcalina e creatina monoidrato.
Più precisamente gli atleti, opportunatamente selezionati e suddivisi in gruppi, sono stati supplementati con:

  • 1,5 gr/die di Kre-Alcalyn (dosaggio suggerito dalla casa produttrice e decisamente diverso da quello sempre proposto per la creatina monoidrato proprio in virtù delle migliorate proprietà farmacocinetiche e biologiche);
  • 20 gr/die per 7 giorni come fase di carico e 5 gr/die per 21 giorni come fase di mantenimento di creatina monoidrato.

Gli atleti così supplementati sono stati sottoposti a medesima dieta, medesimo allenamento e a misurazioni di natura ematochimica, funzionale, bioimpedenziometrica e bioptica. La raccolta dei dati ha dimostrato:

  • un miglioramento dei carici di lavoro sull’esercizio massimale, ma senza nessuna differenza sostanziale tra i due gruppi;
  • un miglioramento della potenza sviluppata in entrambi i gruppi senza differenze significative tra i gruppi;
  • un miglioramento della resistenza in entrambi i gruppi senza differenze significative tra i gruppi;
  • modesti effetti sulla composizione corporea in entrambi i gruppi supplementati, sia sul versante adiposo che su quello muscolare;
  • nessuna variazione apprezzabile dei parametri di laboratorio ematochimici.

Da queste evidenze quindi sembrerebbe che la Kre-Alcalyn non apporti alcun tipo di miglioramento aggiuntivo macrospopicamente apprezzabile rispetto i classici protocolli di integrazione con creatina monoidrato da sempre utilizzati e ben caratterizzati.
Inoltre l’integrazione con creatina monoidrato sembrerebbe addirittura più efficace nel potenziare le scorte muscolari di questa molecola.

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La Kre-Alcalyn è realmente più sicura della Creatina monoidrato?
Un altro motivo per cui, secondo l’azienda produttrice, sarebbe preferibile consumare creatina alcalina piuttosto che creatina monoidrato sarebbe legato alla riduzione sensibile del numero e dell’entità degli effetti collaterali associati alla supplementazione.
E’ noto infatti come in certi casi, l’uso/abuso di creatina possa associarsi a transitori disturbi gastro-enterici quali dolori addominali crampiformi, diarrea, nausea e nei casi più gravi vomito. Nonostante le premesse in questo studio l’incidenza di effetti collaterali, decisamente bassa, è stata assolutamente simile tra i due gruppi, non evidenziando quindi alcun vantaggio relativo all’utilizzo di Creatina Alcalina.

Quindi quale creatina scegliere?
Al momento l’integrazione con creatina alcalina non sembrerebbe apportare alcun tipo di vantaggio macroscopicamente apprezzabile, né dal punto di vista dell’efficacia, né della sicurezza rispetto alla classica integrazione con creatina monoidrato, tuttavia l’integrazione con creatina monoidrato può contare su un’ampia letteratura che ne definisce appropriatamente efficacia e sicurezza d’impiego, al contrario della sua forma alcalina. Le più importanti differenze rimangono relative al costo del prodotto, decisamente maggiore per la creatina alcalina e per i differenti dosaggi proposti. Rimanendo in attesa di ulteriori studi, il nostro consiglio è quindi quello di acquistare la normale creatina monoidrato e, per “tamponarla”, usare del normale bicarbonato di sodio che trovare in qualsiasi negozio a prezzi irrisori. Aggiungete bicarbonato di sodio nella quantità di un terzo della creatina. Ad esempio, se assumete 3 grammi di creatina, aggiungete alla bevanda 1 grammo di bicarbonato di sodio; se assumete 5 grammi di creatina, aggiungete invece circa un grammo e mezzo di bicarbonato.

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Aumentare l’altezza è possibile? Esercizi e trucchi

MEDICINA ONLINE TALL SHORT MAN GIRL WOMAN BOY ALTEZZA STATURA AUMENTARE AUMENTO ALTEZZA CENTIMETRI LUNGHEZZA MONDO MEDIA ITALIANA ITALIA MONDO MEDIA PER REGIONE OSSA ORMONI GH CRESCITA PAvere la continua sensazione di non essere abbastanza alti rispetto alle altre persone, è un problema estremamente diffuso, specie tra gli uomini, dal momento che una elevata statura è considerata dalle donne un elemento di grande fascino nell’uomo. Il fatto che la nostra altezza rientri dentro gli intervalli di normalità, purtroppo, non ci consola molto quando tutti i nostri amici e conoscenti sono più alti di noi e ciò a volte può evolvere in maniera patologica e dare luogo ad un vero e proprio complesso di inferiorità. Analogamente alla ricerca ossessiva della magrezza corporea (come nel caso dell’anoressia) e/o alla ricerca di un’eccessiva muscolarità (ad esempio nella vigoressia), oggi è anche possibile osservare una buona fetta di popolazione che tenta di incrementare la propria altezza corporea. Purtroppo bisogna chiarire alcuni fatti scientifici:

  • l’altezza è geneticamente determinata;
  • l’altezza può subire variazioni patologiche in seguito a disfunzioni endocrine o a malnutrizione manifestatesi in fase di accrescimento;
  • l’altezza si sviluppa in maniera ottimale in presenza di attività fisica costante;
  • l’altezza non subisce negativamente l’influsso del sollevamento pesi in fase di accrescimento (dopo i 12/13 anni e praticata in maniera adeguata), a tale proposito leggi: Fare palestra da giovani blocca la crescita? A che età iniziare?;
  • l’altezza non può aumentare una volta completato lo sviluppo fisico, se non in caso di patologia;
  • l’altezza diminuisce nella terza età.

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Ormone della crescita per aumentare l’altezza
Il bio-regolatore “per eccellenza” dello sviluppo osseo è la somatotropina, meglio conosciuta con il nome di ormone della crescita (GH). Esso viene secreto in maniera “pulsatile”, è responsabile dello stimolo anabolico di vari tessuti e, sia nei maschi che nelle femmine, la sua produzione (da parte dell’ipofisi o ghiandola pituitaria) dipende dalla regolazione ipotalamica e risulta sensibilmente maggiore durante il periodo dello sviluppo. Un’eccessiva esposizione dell’organismo all’ormone somatotropo durante l’età pre-puberale porta a gigantismo; a tal proposito leggi anche: Quando essere troppo alti è una malattia: il gigantismo
In età adulta la produzione di somatotropina si riduce e (rispettando i ritmi circadiani) raggiunge il vertice di concentrazione plasmatica nelle ore notturne. Il GH interviene positivamente sulla crescita dell’osso (quindi anche dell’altezza) SOLO durante il periodo dello sviluppo, durante il quale può essere utilizzato sotto stretta supervisione medica per correggere eventuali gravi deficit di sviluppo. In età adulta, invece, qualsiasi tentativo di favorire la produzione fisiologica di GH (vedi integrazione di arginina) o di incrementarne i livelli plasmatici attraverso iniezioni esogene (come nel doping), oltre ad essere PERICOLOSO, risulta del tutto inutile nell’aumento dell’altezza. L’esposizione dell’organismo ad un eccesso di ormone della crescita nell’età postpuberale porta ad acromegalia.

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Panche ad inversione
Per quanto riguarda l’utilizzo di panche ad inversione, i piccoli incrementi staturali che si possono ottenere sono del tutto transitori; infatti, riducendo il carico gravante sui dischi intervertebrali se ne incoraggia la reidratazione; in tal modo, questi piccoli cuscinetti posti tra una vertebra e l’altra si rigonfiano aumentando leggermente la statura del soggetto. E’ lo stesso motivo per cui al mattino la statura è di 1-2 cm superiore rispetto alla sera; similmente, il piccolo incremento staturale garantito da queste metodiche di allungamento svanisce alla ripresa delle normali attività quotidiane.

Esercizi di stretching
Per quanto riguarda l’utilizzo di specifici esercizi di scarico della colonna vertebrale, i piccoli incrementi staturali che si possono ottenere sono del tutto transitori, come avviene per l’uso delle panche ad inversione. Ecco alcuni di questi esercizi che sono comunque salutari per il nostro apparato locomotore:

  1. La piega in avanti. La piega in avanti è un esercizio semplice da provare. Parti da una posizione eretta a piedi uniti. Appoggia le mani sulle tue cosce e lentamente fai scorrere le tue mani lungo le gambe piegando la parte superiore del tuo corpo. Il tuo obiettivo è quello di arrivare più in basso che puoi con le mani (idealmente toccando il pavimento con il palmo delle mani) ma sicuramente non durante il primo tentativo. Non cercare di andare oltre al limite di flessibilità del tuo corpo, se senti tirare troppo la schiena o dietro le ginocchia allenta un po la tensione.
  2. Cane a testa in giù. L’esercizio del cane a testa in giù è leggermente differente perché richiede di posizionarsi a quattro zampe. Da questa posizione di partenza inspira e mentre lo fai spingi con le braccia e le gambe in modo che le tue mani ed i piedi siano ancora a contatto con il pavimento cercando di allungare la schiena verso l’alto. In questo modo stai allungando la tua spina dorsale e le gambe. Come l’esercizio precedente all’inizio potresti non avere la flessibilità necessaria per allungare completamente la spina dorsale. Il consiglio è quello di allentare lo sforzo non appena senti tirare troppo la schiena o dietro le gambe.
  3. Testa verso il ginocchio. Siediti per terra con le gambe di fronte a te, allarga le gambe (idealmente a 90 gradi). Piega una gamba appoggiando la pianta del piede sull’interno coscia dell’altra gamba. Ora piegati in avanti con il busto cercando di raggiungere la punta dei piedi con le mani. Anche in questo caso all’inizio potresti non avere la flessibilità necessaria per raggiungere la punta dei piedi. Il consiglio è quello di allentare lo sforzo non appena senti tirare troppo la schiena o dietro le gambe.

Chirurgia ortopedica
Recentemente è stata avanzata l’ipotesi di applicare la chirurgia ortopedica di allungamento degli arti per favorire l’aumento dell’altezza, ma d’altro canto si tratta di una tecnica utile alla ricostruzione ossea delle malformazioni congenite, come ad esempio la focomelia, ed inadatta al puro soddisfacimento estetico; è un intervento molto invasivo, molto rischioso ed anche molto costoso ma con un grande limite applicativo. Mediante questa tecnica non è possibile raggiungere stature elevate in quanto, a conti fatti, l’incremento effettivo risulta solamente di pochi centimetri.

Aumentare l’altezza nel periodo di accrescimento
Non esistono metodi efficaci per aumentare la statura nell’adulto a parte l’estremamente invasiva chirurgia ortopedica, invece, nel periodo dell’accrescimento, alcune accortezze possono essere messe in pratica per sfruttare al massimo le potenzialità genetiche dell’individuo e raggiungere la più alta statura possibile:

  • Evita il fumo di sigaretta. Gli studi sugli effetti del fumo, diretto o passivo, sulla massa corporea sono inconcludenti. Secondo la ‘Columbia University’s Internet Health Resource’: “le ricerche disponibili suggeriscono che i bambini fumatori, o esposti al fumo passivo, sono più bassi rispetto a coloro che non fumano, o che sono figli di persone non fumatrici.
  • Dieta corretta. La malnutrizione può determinare uno scarso sviluppo della statura.
  • Fai attività fisica regolare ed adeguata alla tua età.
  • Evita una scarsa esposizione al sole.
  • Evita labuso di alcol e droghe.
  • Evita gli steroidi. Gli steroidi anabolizzanti inibiscono la crescita ossea di bambini ed adolescenti. Inoltre, riducono la quantità di spermatozoi presenti nello sperma, diminuiscono le dimensioni del seno, elevano la pressione sanguigna e ti espongono a un maggiore rischio di attacchi cardiaci. I bambini e gli adolescenti che soffrono di asma, fanno uso di inalatori che dispensano piccole dosi di budesonide, un principio attivo derivato dal cortisone. In media, questi bambini sono più bassi (circa 1 cm) rispetto a coloro che non vengono curati con gli steroidi. A tale proposito, leggi anche: Io dico NO al doping in palestra, sempre e comunque

La caffeina arresta realmente la crescita nei giovani?
E’ un dubbio di molti giovanissimi. Studi scientifici hanno dimostrato che questa affermazione non è reale. Nonostante ciò, la caffeina affetta la capacità di dormire sonni tranquilli e regolari. I bambini e gli adolescenti necessitano circa 9 ore e mezzo di sonno giornaliere, e la caffeina può danneggiare la loro capacità di dormire così a lungo.

Prodotti per apparire più alti

Per sembrare più alti possono essere utilissimi alcuni prodotti, tra cui:

Integratori utili per aumentare l’altezza

Alcuni integratori potenzialmente utili per fornire un adeguato apporto di nutrienti all’organismo ed aumentare le possibilità di sviluppare la massima altezza possibile, sono i seguenti, selezionati dal nostro Staff medico:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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