Differenza tra anestesia generale e sonno

MEDICINA ONLINE SURGERY SURGEON RECOVERY TAGLIO ANESTESIA GENERALE REGIONALE LOCALE EPIDURALE SPINALE SNC BISTURI PUNTI SUTURA COSCIENTE PROFONDA MINIMA ANSIOLISI ANESTHETIC AWARENESS WALLPAPER PICS PHOTO HD HI RES PICTURESCon “anestesia generale” o “anestesia totale” si intende un trattamento medico farmacologico che consente al paziente sottoposto ad intervento od operazione chirurgica di dormire durante le procedure mediche, in modo da non sentire alcun dolore, non muoversi e di non ricordare quanto accade.

Il sonno che viene indotto dall’anestesia generale è tuttavia ben diverso dal normale sonno, per vari motivi:

  • il cervello anestetizzato non conserva ricordi, mentre un soggetto addormentato può, in certe situazioni, ricordare un evento accaduto attorno a lui mentre dormiva;
  • il cervello anestetizzato non risponde ai segnali del dolore, mentre un soggetto che dorme può essere facilmente svegliato da stimoli dolorosi;
  • il cervello anestetizzato non risponde a segnali uditivi anche intensi, mentre un soggetto che dorme può essere facilmente svegliato da suoni anche lievi, specie se inusuali nell’ambiente in cui riposa;
  • il soggetto sotto anestesia generale è incosciente, al contrario di chi semplicemente dorme che conserva parte della coscienza;
  • il soggetto sotto anestesia generale è incapace di respirare in maniera autonoma, al contrario di chi semplicemente dorme.

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Anllela Sagra: la splendida fitness model colombiana [FOTO]

Famosa ormai da cinque anni sui social, Anllela Sagra ha iniziato come modella, poi ha incontrato un istruttore in palestra che le ha cambiato la vita trasformandola nella fitness model che è adesso e rendendola popolare in tutto il mondo. Seguitissima perché ha un fisico scolpito e perfetto, ecco oggi alcune sue foto:

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Paure fisiologiche e patologiche nei bambini

MEDICINA ONLINE SHINING KID SCARED CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA IRA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCos’è la paura?

La paura è un’emozione primaria, comune sia al genere umano sia al genere animale. Il Galimberti così la definisce:

“Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta e fuga”.

Nelle paure c’è quindi la sensazione che qualcosa minacci la nostra esistenza o la nostra integrità biologica o quella delle persone a noi più vicine.

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Le paure nei bambini

Le paure sono più frequenti durante l’infanzia, giacché il bambino si trova a vivere in un mondo che ancora non conosce. Inoltre nei piccoli è presente maggiore emotività e insicurezza anche perché non sempre riescono a distinguere le paure che provengono dal mondo esterno (paure vere o oggettive), da quelle che nascono dal loro mondo interiore (paure false o soggettive). Per tale motivo è bene distinguere le paure fisiologiche da quelle patologiche.

Le paure fisiologiche

Sono presenti nella maggior parte dei bambini di una determinata età, non sono numerose e gravi, scompaiono facilmente con l’età e non sono associate ad altri segnali di sofferenza del bambino. Queste paure raggiungono il massimo della frequenza verso i tre anni e poi, gradualmente, man mano che la realtà si precisa e migliora la maturità del bambino, diminuiscono.

Le paure patologiche

Queste paure al contrario si riconoscono poiché non sono tipiche per l’età o per una determinata fase evolutiva del bambino, sono numerose, si prolungano nel tempo, limitano la vita personale e sociale del bambino e sono spesso associate ad altri sintomi di sofferenza: come i disturbi del sonno, dell’alimentazione, della comunicazione, della socialità, del comportamento, dell’autonomia e così via. Pertanto troviamo paure nei bambini iperattivi come in quelli inibiti, nei bambini aggressivi ma anche nei piccoli che soffrono di depressione.

Pur non essendo sempre facile distinguere le una dalle altre, è importante riuscire a farlo, poiché le paure fisiologiche non richiedono un particolare trattamento, mentre quelle patologiche richiedono la giusta attenzione da parte dei genitori e degli operatori, giacché sono dei segnali che indicano un disagio o disturbo, più o meno grave, del quale soffre il bambino.

Tutte le paure si accentuano quando il bambino è solo o non è vicino alle normali figure di attaccamento, diminuiscono o scompaiono quando il bambino ha la possibilità di avere accanto i suoi genitori, soprattutto la madre o qualche familiare.

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Le fobie del bambino

Per De Ajuriaguerra J. e Marcelli D.:

“La fobia si costituisce allorché la paura invade l’Io del bambino e ostacola le sue capacità adattative ed evolutive”.

Anche nei bambini le paure comportano lo stimolo ad allontanarsi o allontanare l’oggetto spiacevole che genera questa emozione. Ad esempio la paura del buio stimolerà il bambino a volere una lucetta sempre accesa nella sua stanza per scacciare la paura.

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Di cosa sono fatti i denti?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZE DENTI DA LATTE DECIDUI PERMANENTI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari AnoI denti sono formati da dentina (o avorio), un particolare tipo di tessuto osseo giallognolo molto resistente. Essa ha la funzione di proteggere la polpa dalle variazioni di temperatura e dalle sollecitazioni meccaniche. Non a caso, i denti sono gli organi più mineralizzati dell’organismo umano. La dentina è un materiale poroso composto:

  • per il 65% di materiale inorganico;
  • per il 22% di materiale organico;
  • per il 13% di acqua.

Nella corona (la parte sporgente e visibile del dente) la dentina è rivestita da uno strato di smalto, un particolare tessuto epiteliale di colore bianco molto resistente e mineralizzato che ha il compito di proteggere il dente dalle aggressioni esterne. La dentina è più tenera dello smalto: una volta esposto vi si creano facilmente delle cavità.
A livello del colletto e delle radice la dentina è rivestita da un altro tipo di tessuto osseo, detto cemento, che la ancora alla sua sede.

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Cavità pulpale
Nella dentina è presente una piccola cavità (cavità pulpale) che contiene la polpa del dente particolarmente ricca di vasi sanguigni e di terminazioni nervose (nervo trigemino). Essa si continua in un canalicolo che percorre ciascuna delle radici (canale radicale) per poi sboccare nell’alveolo con un piccolo foro, attraverso al quale penetrano nel dente vasi sanguigni e nervi. Al suo interno sono contenute cellule particolari, gli odontoplasti, che hanno la funzione di produrre la dentina necessaria ai processi di rinnovamento.
La sensibilità del dente è dovuta proprio alla presenza delle terminazioni nervose all’interno della polpa dentaria. Ciascun dente possiede una sensibilità tattile, termica e dolorifica.

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Differenza tra microrganismi, batteri, virus, funghi, muffe, lieviti, protozoi, microbi e germi

MEDICINA ONLINE INVASIVITA VIRUS BATTERI FUNGHI PATOGENI MICROBIOLOGIA MICROORGANISMI CLINICA BIOLOGICA BIOLOGIA MICROBI LABORATORIO ANALISI PARETE INFEZIONE ORGANISMO PATOGENESI MICROBIIl termine “microrganismo” indica un gruppo di esseri viventi dalle dimensioni estremamente ridotte (nell’ordine del milionesimo di metro), di solito unicellulari (formati da una sola cellula) che possono essere divisi principalmente in:

  1. batteri;
  2. virus;
  3. funghi.

Quindi virus e batteri sono semplicemente un tipo di microrganismo. Le parole “microbo” e “germe” sono invece sinonimi di “microrganismo“: indicano la stessa cosa.

Batteri

I batteri (un tempo denominati “schizomiceti”) fanno parte di un regno comprendente microrganismi unicellulari e procarioti. Le loro dimensioni sono solitamente dell’ordine di pochi micrometri, ma possono variare da circa 0,2 μm dei micoplasmi fino a 30 μm di alcune spirochete. Una eccezione è il batterio Thiomargarita magnifica che può raggiungere i 2 cm di lunghezza. Alcuni batteri vivono a spese di altri organismi e sono responsabili di danni più o meno gravi all’uomo, alle piante e agli animali. Nell’uomo provocano varie malattie anche gravi, come peste, colera, lebbra, polmonite, tetano e difterite, fino a cento anni fa spesso mortali e oggi efficacemente combattute con l’uso dei farmaci. Altri batteri invece sono utili per l’essere umano, per esempio andando a costituire il microbiota umano. I batteri possono essere distinti in base a vari parametri ed uno di questi è la forma:

  • bacilli: sono detti in questo modo i batteri con la forma di bastoncino; si dividono in Clostridia (anaerobi) e Bacilli (anaerobi e/o aerobi);
  • cocchi: sferici; se si dispongono a coppia si chiamano diplococchi, a catena si chiamano streptococchi, a grappolo si chiamano stafilococchi, a forma di cubo si chiamano sarcine;
  • vibrioni: a virgola;
  • spirilli: a spirale;
  • spirochete: con più curve.

Una classificazione è basata sulla loro relazione rispetto ad un organismo:

  • batteri commensali (o simbionti): normalmente presenti sulla superficie di un determinato tessuto, senza causare malattia e/o possono svolgere funzioni che possono essere utili all’organo stesso;
  • batteri patogeni: la cui presenza indica patologia e infezione; nel dettaglio si ha:
    • patogeni facoltativi: non causano sempre malattia ma dipende dall’individuo e dalla loro concentrazione;
    • patogeni obbligati: causano un processo morboso indipendentemente da altre condizioni.

Per procedere all’identificazione di un batterio, si può usare un microscopio ottico o elettronico e si può usare la “colorazione di Gram” o altri paramentri come: analisi della morfologia della colonia, mobilità, capacità di produrre spore, acido-resistenza e esigenza di condizioni aerobiche o anaerobiche per la crescita. La colorazione di Gram è una delle metodologie più utilizzate e si basa sulla distinzione delle caratteristiche della parete batterica: una struttura con più peptidoglicani si colora e di conseguenza si dice che il batterio è Gram-positivo; una minor presenza di peptidoglicani non permette la colorazione e ciò contraddistingue un batterio detto Gram-negativo. Il batterio è una cellula procariotica e si distingue da quella eucariotica (tipica dell’uomo, ma anche di piante, animali e funghi), innanzitutto per l’assenza di una membrana nucleare. All’interno della cellula batterica si ha un singolo cromosoma, immerso direttamente nel citoplasma e contenente DNA avvolto in una struttura circolare superspiralizzata. Esempi classici di batteri sono: Stafilococchi, Streptococchi, Meningococco, Gonococco, Enterobatteri, Legionella, Brucella, Haemophilus, Leptospira, Borrelia.

Leggi anche: Flora batterica intestinale (microbiota umano): cos’è, come si sviluppa, a che serve, come si potenzia

Virus

Rispetto ai batteri i virus sono minuscoli (sono circa 100 volte più piccoli): di solito i virus sono di dimensioni comprese tra 0,01 e 0,3 μm. I virus hanno caratteristiche di simbionte o parassita obbligato, in quanto si replica esclusivamente all’interno delle cellule degli organismi. I virus possono infettare tutte le forme di vita, dagli animali, alle piante, ai microrganismi (compresi altri agenti infettanti come i batteri) e anche altri virus. Molte specie di virus convivono all’interno di sistemi viventi ospiti in modo simbiotico e gli individui di ogni specie animale, compreso l’uomo, ospitano normalmente un elevato numero di specie virali simbionti, che formano una popolazione detta viroma. I virus sono composti da filamenti di DNA o RNA racchiusi all’interno di un involucro proteico, detto “capside”; possono inoltre contenere enzimi, essere circondati da un ulteriore involucro esterno, formato da uno strato lipidico, ed essere dotati di altri tipi di proteine. Le forme dei virus possono variare notevolmente, ma alcune sono più comuni: tra queste vi sono le tipologie sferiche, quelle poliedriche, come pure quelle elicoidali, filiformi, amorfe o composite. I virus hanno diverse caratteristiche degli esseri viventi poiché possiedono un genoma, si riproducono e si evolvono attraverso la selezione naturale, tuttavia pur contenendo DNA o RNA, non sono considerabili esseri viventi in quanto non organizzati in cellule, non dotati di vita autonoma e non in grado di replicarsi autonomamente. Poiché possiedono solo alcune caratteristiche degli esseri viventi sono stati descritti anche come “organismi ai margini della vita“. Quando non si trovano nella fase dell’infezione o all’interno di una cellula infetta, i virus esistono in forma di particelle indipendenti e inattive. Queste particelle virali, note anche come virioni, sono costituite da due o tre parti: il materiale genetico costituito da DNA o RNA, il capside (cioè il rivestimento proteico del materiale genetico) e – in alcuni casi –  un involucro esterno formato da uno strato di lipidi, che circonda il rivestimento proteico, detto pericapside. I virioni possono avere forme semplici, elicoidali e icosaedriche, ma anche architetture più complesse.  I virus hanno bisogno di un ospite (una cellula, eventualmente parte di un organismo pluricellulare, o un altro sistema biologico) per replicarsi, ma hanno anche la necessità di trasmettersi da un ospite all’altro. Il processo può avvenire in molti modi: i virus influenzali ad esempio si diffondono direttamente da un ospite all’altro attraverso le esalazioni respiratorie, e ricevono particolare diffusione tramite fenomeni come tosse e starnuti. I norovirus e i rotavirus, comuni cause di gastroenterite virale, sono trasmessi per via oro-fecale, vengono trasportati e depositati in luoghi esterni (come oggetti, alimenti o fonti d’acqua) tramite contatto, e possono entrare nel corpo con cibo e bevande contaminate. L’HIV è uno dei numerosi virus trasmessi attraverso il contatto sessuale o dallo scambio di fluidi corporei, come il sangue. L’insieme delle tipologie di cellule che un virus può utilizzare per replicarsi, viene chiamata il suo “ospite”. Si tratta sempre di cellule dotate di sistemi adatti a replicare le sequenze genetiche contenute nel virus. Inoltre, i virus devono anche essere dotati di meccanismi specializzati per riuscire a oltrepassare le membrane delle cellule ospiti. Esempi di virus: Adenoviridae, Hepadnaviridae, Herpesviridae, Parvoviridae, Poliomavirus, Poxviridae, Orthomixoviridae, Picornaviridae.

Leggi anche: Qual è il virus che ha ucciso più persone in assoluto?

Funghi

I funghi, anche detti “miceti”, sono organismi eucarioti, unicellulari o pluricellulari, con dimensioni da 20 a 50 volte superiori a quelle di un batterio. Sono provvisti di una parete rigida composta da chitina. In base alla morfologia del corpo della cellula fungina (denominato tallo) si distinguono: miceti filamentosi o muffe, pluricellulari; lieviti, unicellulari; funghi dimorfi.
I funghi possono essere responsabili di diverse patologie che possono interessare l’uomo, tra cui micosi superficiali (relativi a cute e mucose) e micosi profonde, che in genere si manifestano in soggetti con grave depressione delle difese immunitarie (ad esempio AIDS), e sono responsabili di quadri clinici solitamente gravi e potenzialmente fatali. Esempi di funghi, sono: Dermatofiti, Aspergilli,
Pitrysporum, Candida, Criptococco, Histoplasma.

Muffe

Le muffe sono un tipo di organismi pluricellulari appartenenti al regno dei funghi, capaci di ricoprire alcune superfici sotto forma di spugnosi miceli e solitamente si riproducono per mezzo di spore. È comunemente chiamata muffa un agglomerato di questi sottili miceli, formatisi su materia vegetale o animale, generalmente come uno strato schiumoso o filamentoso, come segno di decomposizione e marcescenza. Dermatofiti e Aspergilli sono esempi di muffe. I Dermatofiti nell’uomo possono determinare micosi superficiali (cute e annessi), mentre gli Aspergilli possono causare micosi profonde (polmoniti e sinusiti).

Protozoi

I protozoi sono un Regno di esseri viventi, organismi unicellulari (ma si trovano anche pluricellulari), eucarioti ed eterotrofi. Alcuni autori raggruppano in essi anche organismi autotrofi. A volte, come nel caso di Euglena viridis, l’individuo è eterotrofo facoltativo, se posto in ambiente non luminoso. Essendo eucarioti sono provvisti di organuli cellulari, a volte di vacuoli pulsanti (1 o 2), e di organi fotosensibili. Si muovono tramite flagelli, ciglia o pseudopodi (amebe). Si conoscono oltre 35000 specie di protozoi. Si tratta di un gruppo tradizionalmente utilizzato nella classificazione scientifica, ma considerato attualmente privo di valore sistematico filogenetico in quanto polifiletico. Il termine “protozoi” deriva dal greco e significa primi animali infatti, insieme alle alghe, sono i primi organismi eucarioti apparsi nel corso dell’evoluzione.

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Un mese senza guardare porno, ecco com’è andata e cosa ho imparato

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Ricordo perfettamente il momento in cui mi sono reso conto che forse era arrivato il momento di smettere di guardare porno. Sulla timeline di Facebook, metà dei miei amici aveva condiviso questo pezzo che linka una serie di test per valutare la dipendenza dal porno. L’immagine di apertura è un divanetto nero di pelle nel mezzo di una stanza, piazzato di fronte a una scrivania. Lo riconoscete? Se non vi dice nulla, buon per voi. Io l’ho riconosciuto.

Quell’immagine è l’apertura di vari porno. Di solito in quei video una donna entra, si siede sul divano e un ragazzo trasandato con codino e mani grandi le fa una specie di provino. Poi lei si spoglia e i due finiscono a scopare sulla scrivania. L’articolo ti mette in guardia: se associare quel divanetto nero con il porno ti viene automatico, allora hai un problema.

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Ma io sapevo già di avere un problema.

E il mio problema non è che guardo continuamente porno; è che, anche volendo, il mio cervello non è più capace di costruirsi delle fantasie. Internet è sempre lì, e le sirene di Pornhub mi richiamano con la loro dolce melodia 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Perché allora assumermi l’impegno di fare tutto da solo?

La notte dell’ultimo dell’anno, parlando di buoni propositi, il mio amico Matteo se ne è uscito dicendo, “Oh, io per un po’ smetto di guardare porno. Mi disintossico.” Poi mi ha detto che a Milano, dove viviamo entrambi, c’è una delle più grandi concentrazioni di consumatori di porno d’Europa. Il fatto che fossi uno di loro—l’esercito dei ferventi masturbatori senza volto—era a dir poco deprimente.

“Allora smetto anch’io,” ho detto pieno di buone intenzioni. Poi però qualche porno l’ho guardato comunque, e finito febbraio ho deciso di affrontare seriamente la mia missione.

Prima guardavo porno con una certa regolarità: mi facevo un giro su RedTube, YouPorn o Tube8 quasi tutte le sere, prima di andare a dormire, e talvolta anche di giorno, se mi annoiavo. Proprio per questo, pensavo che smettere del tutto all’improvviso sarebbe stato difficile. Al contrario, i primi giorni si sono rivelati sorprendentemente semplici: la cosa più simile a cui lo posso paragonare è smettere di fumare. Non accendersi una sigaretta diventa un motivo di orgoglio, una sfida personale, una battaglia che devi vincere se vuoi continuare a guardarti allo specchio.

Questa sensazione, almeno per i primi giorni, era più gratificante del desiderio a cui avevo deciso di rinunciare. Mi masturbavo con i soliti ritmi, e usare nuovamente l’immaginazione era eccitante. Pensavo alle mie ex ragazze, a quelle con cui ero stato a letto e alle cose che avevo sempre voluto fare ma che per timidezza non ho mai osato chiedere. Non era certo una novità, ovviamente, ma non lo avevo mai fatto così sistematicamente. Ora, ogni volta che volevo masturbarmi dovevo crearmi il mio video personale: concentrarmi, aggiungere dettagli, arricchire la storia, darle un ordine cronologico.

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Tutto fiero ho cominciato a credere che il mese senza porno che avevo davanti non sarebbe stato così difficile. Ma mi sbagliavo.

Il primo problema, e il più fastidioso, riguardava la mia capacità di immaginazione. Non c’è voluto molto perché le fantasie diventassero ripetitive: le stesse scene, gli stessi posti, le stesse persone, gli stessi corpi, lo stesso sesso. Non riuscivo a trovare l’inventiva per superarle—e dire che arrivare anche solo fin lì era stato faticoso. Tutte le volte che provavo a sforzarmi tornavo a ciò che già conoscevo, come una vecchia coppia sposata che ripete in automatico gli stessi movimenti: spegnere le luci, missionario, crampi alle gambe, bicchiere d’acqua, silenzio.

Dieci giorni dopo l’inizio dell’esperimento ho smesso di masturbarmi, ma sentivo comunque la pulsione all’orgasmo. Mi ero imposto la castità, pur di non affrontare quel processo. Potrà sembrare un’ovvietà, ma fino a che non ci passi in prima persona è difficile capirlo: usare l’immaginazione può essere complicato. E io non ci ero più abituato.

Sì, vi vedo già a darmi del pigro: un uomo che non ha voglia di mettere insieme qualche immagine di una donna nuda. Ma il problema principale era raccogliere il desiderio. Mi masturbo da più o meno 15 anni, e il porno è diventato un surrogato del desiderio: migliaia di video, la maggior parte dei quali riducibili all’immagine di un pene che meccanicamente entra ed esce da una vagina, che hanno fatto tutto il lavoro al posto mio. Deluso, mi sono reso conto che in 15 anni non avevo praticamente mai usato la mente per raggiungere l’orgasmo.

Quanta tristezza in una sola frase.

Fortunatamente, e non con una certa fatica, anche questa seconda fase si è conclusa. Quella successiva è coincisa con il benaccetto ritorno del desiderio: per la prima volta si trattava del mio corpo, non della mia testa. Era un qualcosa che non avevo mai provato prima, o almeno, di cui non ho alcuna memoria.

Prima di smettere di guardare i porno, le sequenza era questa:

1) volevo farmi una sega;
2) andavo su un sito porno;
3) sceglievo un video;
4) mi facevo una sega.

Questo processo non sembrava molto naturale, probabilmente perché non lo era affatto. Il porno rappresentava solo una fase tra le tante della noiosa, familiare routine che mi aiutava a raggiungere qualcosa che nella mia testa avevo già completamente pianificato. Ora ero tornato ad avere delle fantasie e dei desideri random: prima venivano le fantasie, poi mi masturbavo. Ed era molto meglio.

Mi sono accorto anche che, per la prima volta, non pensavo a niente di particolare. Non alla coppia francese, non alla threesome in un bungalow, non a un’orgia – ma solo a sensazioni fisiche che ero finalmente in grado di apprezzare. Era più simile al sesso di tutte le volte in cui mi ero masturbato.

Un giorno ne ho parlato con un’amica. Mi ha detto—e per lei era la cosa più ovvia del mondo—che quando si masturba, raramente lo fa con una serie di immagini predefinite. Per lei si tratta più di creare una sensazione. Ha anche sottolineato una cosa che prima non avevo mai notato, nonostante le migliaia di video porno che mi sono visto in vita mia.

“Nell’80 percento dei porno non ci sono le mani,” ha detto.

“Cioè? Che vuol dire non ci sono le mani?”

“Che non ci sono le mani, questo vuol dire.”

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Il bisogno di mostrare la penetrazione e di concentrarsi sulla donna vuol dire che tutte le azioni che associamo al sesso fatto bene—mani, abbracci, prese varie—vengono eliminate per prediligere gli angoli migliori. Il sesso senza ciò che rende bello il sesso.

Dopo quel confronto ho notato un miglioramento sostanziale nei miei orgasmi. Prima di smettere di guardare porno, durante l’orgasmo c’era un momento in cui raggiungevo l’apice, ma quella sensazione scompariva velocemente, lasciando pochissime tracce. Adesso l’orgasmo dura di più. La sensazione rimane, mi sento più coinvolto.

Se prima quando mettevo un video andavo direttamente alla scena che mi piaceva, venivo, e poi chiudevo velocemente il computer per nascondere l’imbarazzo, adesso mi prendo il mio tempo. Quella depressione post masturbazione è solo un ricordo.

Il mese nel frattempo è passato, ma ho deciso di continuare comunque a masturbarmi senza porno. Non so quanto resisterò, perché un mese è facile, ma poi? Dopo la luna di miele, quando la spinta della novità si esaurisce e torna la forza dell’abitudine, le cose si complicano.

Ora come ora credo che riuscirò ad andare avanti per un altro po’, ma non voglio mentire: ricadere nel vecchio vizio è estremamente facile. Credo sia come fumarsi una sigaretta dopo che hai smesso: i primi due tiri fanno schifo, ne fai altri due e sei fregato per sempre.

Se credi di avere un problema di dipendenza da porno online e masturbazione compulsiva, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, riuscirai a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Fenazil (prometazina) 15mg 2% pomata, foglietto illustrativo

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROCategoria Farmacoterapeutica

Antipruriginosi, inclusi antistaminici, anestetici, ecc.

Indicazioni

Uso temporaneo nel caso di punture di insetti ed altri fenomeni irritativi cutanei localizzati, quali rossore, bruciore e prurito.

Principio attivo: Prometazina Cloridrato

Forma: Pomata

Fornitore: Sella Srl

Conservazione: NON CONSERVARE AL DI SOPRA DI +30 GRADI CENTIGRADI

Categoria merceologica: FARMACO DA BANCO

Confezione: TUBETTO

Controindicazioni/Eff.Secondar

Ipersensibilita’ verso i componenti o altre sostanze strettamente correlate dal punto di vista chimico. Non risultano limitazioni d’uso durante la gravidanza e l’allattamento; e’,comunque, consigliato l’uso solo dopo aver consultato un medico.

Posologia

Applicare un leggero strato di Fenazil Pomata sulla parte interessata,massaggiando fino a penetrazione completa. Ripetere l’applicazione 3- 4 volte al giorno. Non superare le dosi consigliate.

Interazioni

Evitare l’uso contemporaneo di altri farmaci per uso topico dermatologico.

Effetti Indesiderati

L’applicazione topica della Prometazina puo’, in qualche caso, indurresensibilizzazione cutanea fino a forme di fotosensibilizzazione. L’uso, specie se prolungato, dei prodotti per uso topico puo’ dare origine a fenomeni di sensibilizzazione: in tal caso, interrompere il trattamento econsultare il medico, per istituire una idonea terapia.

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