I nuovi distributori automatici di frutta biologica a km zero

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DISTRIBUTORI FRUTTA BIOLOGICA A KM ZERO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneSvolta salutista per le macchine automatiche di distribuzione: i gestori stanno ampliando l’offerta per tenere conto delle differenti esigenze nutrizionali e di gusto. Secondo una ricerca svolta da Confida (l’Associazione italiana distribuzione automatica) l’82,6% dei gestori sta introducendo prodotti per intolleranti, mentre il 74,4% prodotti provenienti da agricoltura biologica. Introdotti anche yogurt e frutta, prodotti del territorio o a “chilometro zero” e prodotti equo solidali.

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Azotemia alta e reni: cibi da evitare per abbassarla

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma AZOTEMIA UREA ALTA I CIBI DA EVITARE  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgL’azotemia è un parametro che indica la quantità di azoto non proteico nel sangue ed è di tutta evidenza che se si hanno valori di azotemia oltre i limiti consigliati, vi è qualcosa che non va. Solitamente si tratta di un problema  alimentare, ma potrebbe anche trattarsi di una ridotta funzione renale o del fatto che si beve molto meno di quanto si dovrebbe nell’arco della giornata. Ad ogni modo, per comprendere meglio il problema, è necessario innanzi tutto capire in che modo e perché l’azoto non proteico va a finire nel sangue.
Il principale prodotto delle proteine, che vengono trattate a livello epatico,  è l’urea e in essa è presente anche l’azoto, o meglio le scorie azotate, prodotte dal catabolismo epatico. L’urea, come è noto, viene eliminata dal sangue attraverso il filtraggio dello stesso da parte dei reni, ma in questa operazione, una parte delle scorie azotate non vengono eliminate del tutto e il conseguente loro accumulo nel sangue determina il livello di azotemia. Di norma questo accade in presenza di una ridotta funzionalità renale, ma potrebbe essere anche l’effetto di una dieta iperproteica, che produce quindi un alto numero di scorie azotate.
Altra causa di una azotemia oltre la norma potrebbe essere anche una ridotta assunzione di acqua durante la giornata e di norma basta bere un po’ di più per normalizzare il livello di azotemia.
In un soggetto sano  che adotta una dieta equilibrata l’azotemia è compresa tra i valori di 22-46 mg/dl. Alcuni laboratori utilizzano un diverso metodo di valutazione dell’azotemia e in quel caso i valori sono compresi nel range che va da 10,3 a 21,4 mg/dl.

Leggi anche: Clearance della creatinina: alta o bassa, valori, calcolo e sintomi

Livelli alti di azotemia non sono necessariamente indice di ridotta funzionalità renale, in quanto ci si potrebbe trovare alla presenza di una dieta alimentare particolarmente sbilanciata in favore degli alimenti ricchi di proteine, ed è quanto accade in tutte quelle diete iperproteiche che  stanno vivendo un periodo di grande popolarità. Questo è uno di motivi per cui è  necessario sempre valutare bene se è il caso di adottare certe diete sbilanciate che, in sostanza, nel lungo periodo non si sa che problemi potrebbero arrecare all’organismo.
Se invece l’azotemia alta è dovuta ad una semplice abitudine alimentare errata, quindi non sostenuta da una dieta  particolarmente rigida, basta evitare o ridurre alcuni alimenti, bere di più, e la situazione si normalizzerà.
Ma cosa bisogna evitare di mettere in tavola, o quanto meno ridurre, per evitare di incorrere in una situazione del genere.

Leggi anche: Azotemia (Urea) alta o bassa: valori, cause, sintomi e cosa fare

Innanzi  tutto bisogna distinguere le proteine in base alla loro qualità, e in questo ci vengono in aiuto tre parametri e, per la precisione il CUD, coefficiente di utilizzazione digestiva,  parametro che sarà alto in caso di proteine di origini animali e basso per quelle vegetaliPER, coefficiente di efficacia proteica, che indica l’accrescimento di peso corporeo per ogni grammo di proteina che viene assunto con l’alimentazione;  NPU, utilizzazione proteica netta,  che esprime la digeribilità delle proteine.
L’apporto consigliato di proteine nell’alimentazione è in stretta relazione all’età, per cui  nel neonato, che ovviamente deve crescere, il valore corretto è di 2 g/kg/die;  nei bambini di 5 e più anni il valore corretto è di 1.5 g/kg/die; negli adolescenti e negli adulti questo valore continua a ridursi e quindi è di 1-1.2 g/kg/die.

E’ ormai dimostrato che un eccessivo apporto di proteine animali, in particolare in associazione a grassi saturi, è uno dei fattori di rischio di cancro al colon, per cui, tornando alle diete di cui si parlava precedentemente, è una valutazioneda fare con molta attenzione.
Gli alimenti quindi da evitare o da assumere con moderazione, in caso di azotemia alta, sono prosciutto crudo, salame, bresaola, grana,  carne rossa, merluzzo o nasello, tonno fresco, petto di pollo, pinoli, soia secca. Quest’ultimo è l’alimento che in assoluto detiene il maggior contenuto di proteine.

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Feci con sangue, muco, cibo, vermi: i 10 tipi di feci che ti dovrebbero far preoccupare

MEDICINA ONLINE URINA RENI FARE PIPI BAGNO TOILETTE RITIRATA WC TAZZA TAVOLETTA BRUCIORE CISTITE INCONTINENZA ORINA APPARATO URINARIO UROLOGO MI SCAPPA PANNOLINO ASSORBENTE INTERNO ESTERNO TAMPAX.Prima di iniziare la lettura di questo articolo, è importante sapere le caratteristiche (colore, forma, odore…) delle feci normali, a tal proposito vi consiglio di leggere prima: Le tue feci dicono se sei in salute: con la Scala di Bristol impara ad interpretarle

Ecco una serie di feci con caratteristiche “particolari” che meritano una certa attenzione e potrebbero rendere necessario l’intervento del medico:

1) Feci picee (nere) prendono il nome di melena: in questo caso le feci assumono un colorito nerastro, appaiono untuose con un aspetto catramoso, sono decisamente fetide con un tipico odore molto acido. Potrebbero essere innocue quando si usano integratori alimentari che contengono ferro, in caso contrario potrebbe trattarsi di feci causate da un sanguinamento solitamente lento ma costante nella parte alta del tubo digerente (il colore è determinato dal sangue che ha avuto tutto il tempo per essere digerito). Per approfondire: Feci nere e melena: cause e cure in adulti e neonati

2) Feci verniciate di rosso. Se il cilindro fecale è verniciato di sangue rosso vivo, è probabile la presenza di un sanguinamento nella parte terminale del tubo digerente.

3) Feci scolorite, biancastre, cretacee: sono le feci acoliche, tipiche da ridotta secrezione della bile o, più comunumente, da ostacolato deflusso di essa nell’intestino.

4) Feci giallastre di cattivo odore: malassorbimeno di grassi dovuto ad un insufficiente funzionamento del pancreas; questo si verifica nelle pancreatiti, cancro del pancreas, fibrosi cistica e celiachia.

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5) Feci con aspetto untuoso, quasi brillante, un colore chiaro e il loro odore è particolarmente acre e sgradevole, potrebbe trattarsi di steatorrea. Si definisce così l’emissione di deiezioni “grasse”, derivate dal fatto che i lipidi alimentari non sono stati metabolizzati correttamente dall’apparato digerente e pertanto vengono eliminati con le feci senza essere assorbiti dal corpo. All’origine della steatorrea c’è un problema di malassorbimento dei grassi, quindi, il quale a sua volta può avere molteplici cause.

6) Feci che presentano tracce di sangue scuro: ulcere sanguinanti o tumori nella parte media dell’intestino tenue o nella prima parte del colon, morbo di Crohn, colite ulcerativa.

7) Feci dure che precipitano sul fondo: possono indicare una dieta povera di fibre (che si trovano in verdura, frutta e cereali integrali), o un insufficiente apporto di acqua. Le feci dure sono generalmente di colore scuro perché restano nell’intestino più di quanto dovrebbero. Leggi anche: Fecaloma: tappo di feci durissime, cause, sintomi e rimedi

8) Feci con vermi. A tale proposito vi consiglio di leggere questi articoli:

9) Feci con presenza di muco o pus: possono indicare colite ulcerosa, coliti infettive, tumori villosi.

10) Feci con cibo non digerito. Le feci generalmente non includono elementi non digeriti, anche se è possibile ritrovare fisiologicamente nelle feci alcuni tipi di cibo, come ad esempio il mais ed alcuni legumi: ciò non deve preoccupare. Se il fenomeno tende però a ripetersi frequentemente, è bene informare il vostro medico.

Quale contenitore sterile usare per l’esame delle feci?
In caso di un eventuale esame delle feci, per raccogliere e conservare correttamente il campione di feci da inviare in laboratorio, è necessario usare un contenitore sterile apposito, dotato di spatolina. Il prodotto di maggior qualità, che ci sentiamo di consigliare per raccogliere e conservare le feci, è il seguente: http://amzn.to/2C5kKig

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Sindrome dell’intestino irritabile: cause, sintomi e diagnosi

MEDICINA ONLINE Medico Chirurgo Roma SINDROME INTESTINO IRRITABILE CAUSE SINTOMI DIAGNOSI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie AnoLa sindrome dell’intestino irritabile (da cui l’acronimo “IBS”) rappresenta una parte di un più vasto gruppo di malattie funzionali gastroenteriche, caratterizzata prevalentemente da dolore addominale e disturbi della defecazione. Questo disturbo è molto frequente e può essere associato con alterazioni della sfera psichica, riduzione della qualità della vita, disabilita sociale ed elevati costi socio-sanitari. In Italia ne soffre circa il 30% della popolazione, ad essere colpite sono soprattutto le donne, tra i 30 ed i 50 anni.

Cause e fattori di rischio della Sindrome dell’intestino irritabile

La sindrome dell’intestino irritabile ha varie cause e fattori di rischio, tra cui:

1) Cause fisiopatologiche: queste includono:

  • Alterazioni della motilità intestinale;
  • ipercontrattilità del sigma di tipo non propulsivo che si accentua dopo il pasto;
  • ipersensitività viscerale (distensione anche minima delle pareti del colon, provocano dolore);
  • infiammazione: da allergie/intolleranze alimentari, infezioni intestinali o modificazioni della flora batterica intestinale;
  • patologie di interesse psichiatrico: in uno studio di Drosmann del 1988 si è visto che nei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, erano più frequenti disturbi come la depressione, l’ipocondria, e la paranoia.

2) Fattori genetici: esistono studi sui gemelli monozigoti che dimostrano una certa prevalenza di gemelli affetti da IBS. Si ritiene che non solo l’ambiente familiare ma proprio meccanismi genetici siano responsabili di una predisposizione a sviluppare IBS. In uno studio pubblicato da Levy nel 2001 si osserva che la prevalenza di IBS nei gemelli monozigoti è doppia rispetto a quella nei gemelli di zigoti, che hanno una prevalenza simile a quella dei pazienti con IBS non geneticamente trasmessa.

3) Fattori psicologici: alla base della sindrome dell’intestino irritabile, possono esserci periodi di forte stress psicologico, determinati ad esempio da lutti, forte stress lavorativo, mobbing, bullismo, licenziamento.

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Diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile

La diagnosi si serve di vari strumenti, tra cui l’anamnesi (raccolta dei dati e dei sintomi del paziente), l’esame obiettivo (raccolta dei segni), diagnostica per immagini (radiografie, ecografie, TC…) ed esami di laboratorio (esame del sangue, esame delle feci…).

Anamnesi ed esame obiettivo

All’anamnesi il paziente riferisce in genere un dolore addominale prsente insieme ad almeno due dei seguenti punti:

  • il dolore è attenuato dalla evacuazione;
  • esistono variazioni nella frequenza delle evacuazioni;
  • esistono variazioni nella consistenza delle feci.

Questi sintomi devono essere presenti per almeno 12 settimane (non necessariamente consecutive) negli ultimi 12 mesi. Altri sintomi sono:

  • presenza di muco;
  • gonfiore o tensione addominale;
  • alterata consistenza delle feci).

Essi possono essere presenti ma non sono elementi sintomatologici fondamentali.
Pertanto questi criteri rappresentano l’elemento diagnostico fondamentale su cui ci dobbiamo basare per porre diagnosi di IBS. Ma è importante che la valutazione di questi criteri sia completata dalla esclusione di altri quadri clinici, che abbiano la presenza di sintomi uguali, e che includono patologie organiche o altre patologie funzionali.
Quando non vi siano segni di “allarme” come la perdita di peso, la diarrea refrattaria e viene esclusa un’anamnesi familiare di Cancro del Colon, la specificità dei Criteri di Roma supera il 98% ed il rischio di misconoscere una patologia organica è molto basso.

Oltre ad un’attenta anamnesi completata da un esame obiettivo accurato (che miri ad escludere una epatomegalia, masse addominali o segni di occlusione intestinale), può essere opportuno completare l’esame obiettivo con una esplorazione rettale, soprattutto quando viene descritta la presenza di sangue nelle feci o sintomi di incontinenza.

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Diagnostica per immagini ed esami di laboratorio

Oltre ad anamnesi ed esame obiettivo, laboratorio ed immagini sono componenti importanti per la diagnosi e la diagnosi differenziale. Utili un esame completo ematologico ed una ricerca del sangue occulto fecale. Tra gli esami consigliati troviamo la VES, la biochimica clinica, il TSH e la ricerca di parassiti fecali e delle uova. Nei soggetti giovani che presentano diarrea può essere utile dosare gli anticorpi antigliadina (aga) ed antiendomisio (ema) per la diagnosi della celiachia.
Per pazienti che abbiano superato i 50 anni e vi siano elementi che possono far sospettare patologie gravi (come il cancro al colon-retto) si raccomanda una colonscopia, mentre nei soggetti più giovani tale esame va effettuato solo con un fondato sospetto di malattia organica (prevalentemente nella diagnosi differenziale con le IBD). Se il trattamento iniziale fallisce il quadro clinico va approfondito con altre indagini strumentali come la manometria rettale, il Breath-Test al glucosio o al Lattosio per lo studio del transito e per lo studio della Intestinal Bacterial Overgrowth. In alcuni casi – in cui si sopettano malattie più gravi – può essere opportuno ottenere biopsie del colon per escludere un tumore maligno, una collagenopatia o una colite linfocitica.

I migliori prodotti per la salute dell’apparato digerente

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere del vostro apparato digerente, in grado di combattere stipsi, fecalomi, meteorismo, gonfiore addominale, acidità di stomaco, reflusso, cattiva digestione ed alitosi:

Per approfondire: Sindrome dell’intestino irritabile: sintomi, dieta e cibi da evitare

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Cos’è una caloria? Che significano kJ e kcal? Calorie per 100 g o per porzione?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO SUPERMERCATO MARKET CIBO SPESA CIBO CARRELLO COMPRARE ETICHETTA ALIMENTI DIETA (4)Quando si parla di nutrizione, ormai tantissime persone hanno imparato i principi base, dopo anni ed anni di diete, eppure quasi nessuno tra i miei pazienti riesce a rispondermi quando gli chiedo semplicemente: “Cos’è una caloria? Cosa significa kJ o kcal nelle etichette nutrizionali?“. 

Caloria, kcal e kJ

Dal punto di vista energetico i cibi sono caratterizzati dal loro contenuto calorico, cioè dalla quantità di energia che possono fornire all’organismo rispetto alla dose assunta. Come unità di misura del potere calorico degli alimenti si è scelta la kilocaloria (anche chiamata grande caloria ed abbreviata kcal), la quantità di calore necessaria per elevare da 14,5 a 15,5 °C un litro d’acqua. La piccola caloria è la quantità di calore necessaria per elevare da 14,5 a 15,5 °C un millilitro d’acqua. In scienza dell’alimentazione si usa la kcaloria (kcal) e spesso la si chiama semplicemente caloria:

1 kcal = 1 caloria nel linguaggio comune = 1.000 piccole calorie

Nel sistema internazionale l’unità di misura dell’energia è il joule. Per passare da kcal a kJ (1.000 joule) basta moltiplicare per 4,186.

1 kcal = 4,186 kJ

Dopo questa breve spiegazione è chiaro come la sigla kcal (kilocaloria) sia equivalente a ciò che comunemente chiamiamo caloria.

Calorie per 100 g o per porzione?

L’etichetta nutrizionale spesso inganna, confondendo due indicazioni: quelle per 100 g di alimento e quelle per porzione. Il risultato è che spesso molti si riferiscono alle indicazioni per porzione e giudicano una merendina ipocalorica perché per porzione apporta 75 calorie mentre un’altra ne apporta 90; peccato che la prima apporti 480 calorie per 100 g, mentre la seconda ne apporti solo 410.
La porzione della prima merendina non apporta meno calorie perché è meno calorica, ma perché è più piccola! Il segreto per non sbagliare mai è considerate sempre le indicazioni riferite ai 100 g e non alla porzione.

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Diagnosi di laboratorio di anemia da carenza di ferro

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PRELIEVO SANGUE LABORATORIO ANALISI DEL SANGUE ANEMIAGli esami di laboratorio disponibili per la diagnosi di carenza di ferro validi sia quando è associata ad anemia, sia quando si verifica in modo isolato, sono molteplici e possono essere catalogati distinguendoli in esami biochimici ed esami ematologici:

Esami biochimici:

  • sideremia,
  • transferrina,
  • ferritina sierica,
  • zinco-protoporfirina,
  • recettore solubile della transferrina.

Esami ematologici:

  • morfologia del sangue periferico,
  • indici eritrocitari,
  • indici reticolocitari.

Oggi ci occuperemo esclusivamente degli esami biochimici.

Leggi anche: Aumentare il ferro in modo naturale, specie in gravidanza

Sideremia

La sideremia o concentrazione sierica di ferro si riduce allorché i depositi di ferro sono completamente esauriti e prima che diminuisca l’emoglobina, rappresentando un parametro sensibile allo stadio di lieve deficit di ferro. Il suo impiego clinico è tuttavia limitato da fattori di natura eterogenea:

  1. fattori analitici (metodo utilizzato e presenza di emolisi),
  2. ampie variazioni giornaliere (fino al 100% nelle 24 ore in soggetti sani e con valori più alti verso sera, condizionate anche dall’introito alimentare),
  3. mancanza di specificità: bassi valori di sideremia si possono infatti trovare anche in varie situazioni quali gravidanza, infezioni, flogosi acute e croniche, shock, febbre, neoplasie.

Poiché la sua utilità è condizionata da una situazione di alta prevalenza di sideropenia, in situazioni non complicate e aggiungendo poco al valore diagnostico della ferritinemia, si raccomanda di non usare questo test in aggiunta alla ferritina per la valutazione del deficit di ferro. Poiché, per quanto detto, la sideremia può essere facilmente fuorviante, risultando falsamente bassa, si raccomanda di non chiederla isolatamente, ma solo combinata con la capacità totale di legare il ferro.

Leggi anche: Anemia da carenza di ferro: cause, sintomi e cure

Transferrina e total iron-binding capacity (TIBC)

La transferrina, proteina di trasporto può essere misurata direttamente con metodo immunologico o, più frequentemente, dedotta come capacità totale legante il ferro (TIBC) la quale rappresenta la quantità di ferro aggiunto che può essere legato in modo specifico, cioè dalla transferrina in esso contenuta. La sintesi della transferrina è regolata dallo stato marziale e quindi aumenta (e indirettamente anche la TIBC) linearmente fino approssimativamente a valori di 400 μg/L nelle situazioni di deplezione dei depositi ed è ridotta quando i depositi sono aumentati. La sua concentrazione è condizionata anche da altri fattori non correlati allo stato del ferro e che ne limitano l’utilizzo diagnostico: si osserva una riduzione nelle infiammazioni, nelle infezioni, nelle epatopatie, nelle neoplasie, nella sindrome nefrosica e nella malnutrizione, mentre aumenta in corso di terapia con contraccettivi orali. Risulta pertanto un parametro laboratoristico dell’assetto marziale specifico ma poco sensibile.

Saturazione transferrinica (TSAT)

La TSAT rappresenta la percentuale dei siti di transferrina legati dal ferro rispetto a quelli totali se le molecole della transferrina fossero tutte saturate, quindi il rapporto tra la sideremia e la TIBC espresso in percentuale. Ha gli stessi limiti della sideremia e della transferrinemia (variazioni diurne e bassa specificità).

Ferritinemia

La determinazione della ferritina sierica, nonostante questa sia quantitativamente irrilevante rispetto alla ferritina intra-cellulare (meno dell’1%), ha un peso diagnostico fondamentale. Essa rappresenta infatti l’indice più accurato per la valutazione dei depositi corporei di ferro, poiché di fatto la concentrazione di ferritina nel siero è strettamente correlata alla quantità di ferritina intracellulare che a sua volta è prodotta in funzione del ferro intra-cellulare. La ferritina è quindi un indice indispensabile per la valutazione degli stati di deplezione ferrica. Vi è stretta correlazione tra ferritina e ferro di deposito mobilizzabile: 1 μg/L di ferritina corrisponde infatti a 8-10 mg di ferro di deposito. L’esaurimento dei depositi di ferro si accompagna ad una riduzione della ferritinemia, rendendo tale parametro il più precoce marker di deficit di ferro e la più utile misura capace da sola di informare sullo stato del ferro.
Variazioni significative della ferritinemia si hanno nel corso dell’età e tra i sessi, per cui è necessario utilizzare intervalli di riferimento specifici. Nel secondo e terzo trimestre di gravidanza la ferritina si riduce anche quando i depositi midollari sono presenti e anche in corso di supplementazione di ferro, rendendo poco utile la sua determinazione. Tende inoltre ad essere più bassa nelle donne rispetto agli uomini, per i più bassi depositi di ferro presenti nelle donne. Va peraltro sottolineato che la concentrazione sierica di ferritina aumenta indipendentemente dai depositi di ferro, perdendo pertanto utilità diagnostica, nelle situazioni in cui si comporta come proteina della fase acuta e come marcatore indiretto di replicazione tumorale: infiammazioni, infezioni, neoplasie, epatopatie. Aumenta inoltre nell’alcolismo, nelle trasfusioni, nelle terapie marziali per os, nell’ipertiroidismo e con i contraccettivi orali. La carenza di ferro è la sola causa di una sua bassa concentrazione.
Esiste generale consenso che concentrazioni di ferritina sierica Il possibile aumento della ferritina per fattori indipendenti dallo stato marziale (flogosi croniche, neoplasie, infezioni) rende più problematica la scelta del cut-off per escludere il deficit di ferro. Negli studi condotti il valore della ferritinemia che indentifica la sideropenia è variabile: alcuni studi propongono un limite di 30μg/L, altri di 75 μg/L. Vengono proposti valori cut-off per la sideropenia più elevati nell’anziano che nel giovane per effetto del più frequente sviluppo di malattie infiammatorie o neoplastiche.
Un’altra condizione in cui la determinazione sierica della ferritina ha scarso valore diagnostico è nelle situazioni di carenza funzionale di ferro, in cui si ha un’eritropoiesi ferro-carente perché la velocità di sottrazione del ferro transferrinico da parte dell’eritrone supera la velocità di immissione in circolo del ferro dai depositi, anche se normali o aumentati. Questa discrepanza tra disponibilità e richieste di ferro midollare si verifica tipicamente quando l’eritropoiesi è fortemente stimolata come nei soggetti trattati con EPO o dopo terapia endovenosa di ferro. Infatti, in soggetti sani trattati con EPO anche in associazione a terapia endovenosa con ferro si ha una rapida caduta della ferritinemia a valori inferiori dal 50 al 70% del livello base; in questi soggetti già valori di ferritina.

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Aumentare il ferro in modo naturale, specie in gravidanza

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DONNA TRISTE PREOCCUPATA OROLOGIO RITARDO
Il ferro è uno degli elementi più importanti presente nel nostro corpo, ancor di più durante i nove mesi di gravidanza. E’ presente in numerose proteine ed è indispensabile per il trasporto e l’utilizzazione dell’ossigeno da parte dei tessuti e per il funzionamento di molti enzimi:

  1. permette la sintesi dell’emoglobina, il pigmento presente nei globuli rossi a cui si lega l’ossigeno per essere trasportato in circolo. È necessario per la produzione dei globuli rossi del nascituro e per mantenere quelli della madre a un giusto livello;
  2. interviene nella produzione di mioglobina, il pigmento analogo all’emoglobina che consente ai muscoli di immagazzinare ossigeno;
  3. è essenziale per l’attività di molti enzimi (es: produzione di energia, conversione del beta-carotene in Vitamina A, sintesi di DNA, RNA, collagene…).

Il deficit di ferro può condurre ad anemia sideropenica (o anemia da carenza marziale, sideropriva o ferro-carenziale). E’ importante però ricordare che, paradossalmente, un eccesso di ferro, soprattutto se in forma di radicali liberi, può condurre a patologie addirittura più pericolose di quelle dovute alla sua carenza.

Qual è il fabbisogno giornaliero di ferro?

Secondo le tabelle della LARN (Livelli di Assunzione Giornalieri Raccomandati di  Nutrienti per la popolazione italiana) il fabbisogno quotidiano di ferro per l’uomo ammonta a 10mg, mentre per la donna in età fertile sale a 18mg. Normalmente una dieta adeguata compensa l’eliminazione del ferro ed il bilancio viene mantenuto in equilibrio, grazie alle riserve ed alla regolazione di assorbimento ed eliminazione.

Leggi anche: A che serve la vitamina B12? L’importanza in gravidanza e allattamento

Quali sono i sintomi di una carenza di ferro?

I sintomi e segni della carenza di ferro, sono:

  • debolezza e sonnolenza;
  • eccessivo affaticamento durante le comuni attività quotidiane;
  • fiato corto e irregolarità cardiaca;
  • sensibilità al freddo e alle classiche infezioni respiratorie come il comune raffreddore;
  • pallore;
  • ulcere sulla lingua;
  • mal di testa.

Leggi anche: Diagnosi di laboratorio di anemia da carenza di ferro

Come si assorbe il ferro e cosa succede in gravidanza?

L’assorbimento del ferro avviene a livello intestinale (soprattutto nel duodeno) e l’organismo controlla attentamente il bilancio di ferr in modo da assicurare quantità sufficienti a mamma e bambino, senza un accumulo eccessivo. In gravidanza la capacità dell’organismo di assorbirlo aumenta e se la madre presenta un’adeguata riserva e assume con regolarità alimenti che ne sono ricchi, non si avranno carenze. Tuttavia molte mamme, nonostante l’assunzione di alimenti ricchi in ferro, soprattutto nel caso di gravidanze vicine, diventano anemiche e in questo caso il medico valuterà se è necessaria l’assunzione di farmaci integratori.

Leggi anche: Beta carotene: cos’è, a cosa serve e in quali cibi lo trovo?

Cause di mancanza di ferro

Oltre alla gravidanza/allattamento, vi sono altri fattori che influiscono negativamente sulla quantità di ferro:

  • Ridotto apporto con la dieta;
  • insufficiente assorbimento intestinale per alterazioni della mucosa gastro-intestinale o abuso di lassativi;
  • perdita di sangue anche per emorroidi o flusso mestruale abbondante.

Ferro, lattoferrina ed acido folico in gravidanza

Nonostante la donna in gravidanza ponga in genere molta attenzione nel seguire una dieta corretta, un’integrazione di ferro è pur sempre consigliata, magari associandolo a lattoferrina per favorirne l’assorbimento; la lattoferrina, infatti, lega e trasporta il ferro fino all’intestino e legandosi agli enterociti ne facilita l’ingresso nella circolazione sistemica. È noto che in gravidanza anche un’integrazione di acido folico è fondamentale per lo sviluppo del bambino: l’acido folico (vitamina B9) è un coenzima responsabile di molte reazioni cellulari e – dal momento che non viene sintetizzato dal nostro organismo (anche se una piccola quota viene prodotta dalla flora batterica intestinale) – dev’essere assunto regolarmente con la dieta. Considerando che l’acido folico può correggere l’anemia in gravidanza, sono stati condotti degli studi riguardanti la connessione ferro-acido folico, per verificare se l’assunzione di acido folico possa in qualche modo aumentare la disponibilità del minerale. A tal proposito, si è notato che l’assunzione combinata di ferro e vitamina B9 migliora i parametri del sangue, andando a correggere la carenza di ferro; da considerare, però, che l’integrazione congiunta di acido folico, lattoferrina e ferro sembra essere ancor più efficace.

Leggi anche: Anemia da carenza di ferro: cause, sintomi e cure

Quali sono gli alimenti più ricchi di ferro?

Dalle tabelle INRAN risulta che gli alimenti più ricchi in ferro sono: frattaglie, legumi, carni (in particolare rosse), pesce, frutta secca, cereali (soprattutto integrali), verdure a foglia verde, tuorlo.

  • Il fegato è molto ricco in ferro, ma in gravidanza va consumato con moderazione per l’elevato contenuto di vitamina A che se in eccesso potrebbe essere pericolosa per il feto.
  • Le carni devono essere ben cotte, anche se crude sono una fonte di ferro migliore, per evitare infezioni molto gravi e pericolose per mamma e bambino come la toxoplasmosi. Da evitare anche: uova crude (salmonellosi) e pesce crudo (parassitosi).

Dai dati dell’indagine INRAN-SCAI 2005-2006 è risultato che le principali fonti di assunzione nella popolazione italiana sono rappresentate per il 31% da cereali e derivati (spesso fortificati come cereali per la prima colazione o formulazione per la prima infanzia), il 17% da carni e derivati e il restante 14% da verdure.

Cibi contenenti ferro

I sette cibi con più ferro, sono:

  1. Carne di cavallo. Dal punto di vista nutrizionale, la carne di cavallo è particolarmente indicata per chi ha carenze di ferro ed è anche molto magra. Per questo motivo è consigliata sia alle donne in gravidanza che ai bambini e anche a chi pratica sport. Il ferro contenuto in questa carne risulta altamente biodisponibile per cui può essere assorbito e sintetizzato in percentuale maggiore rispetto a quello contenuto nei vegetali.
  2. Legumi. Sono per eccellenza ricchi di ferro, hanno tanti benefici per la salute, per esempio contribuiscono ad abbassare i livelli di colesterolo e riducono il rischio di tumori. Sono ricchissimi di ferro e apportano all’organismo anche fibre, ecco perché sarebbe bene consumarli costantemente anche durante la gravidanza.
  3. Cioccolato fondente. Il cioccolato fondente, oltre ad essere ricco di ferro, contiene anche magnesio e potassio che possono alleviare il continuo senso di stanchezza degli ultimi mesi. Inoltre, secondo tantissime ricerche, il cioccolato – ma che sia fondente – ha un forte potere antiossidante.
  4. Vegetali. Le verdure dovrebbero in ogni caso fare parte di un’alimentazione equilibrata e soprattutto le donne in gravidanza dovrebbero farne il pieno. Rucola, spinaci, cavoletti,  radicchio verde sono alimenti particolarmente ricchi di ferro, ma in generale basterebbe mangiare verdura durante ogni pasto per mantenere costante l’apporto di ferro in gravidanza. Ricordate di lavare per bene i vegetali crudi e, se consumate fuori casa i vostri pasti, meglio prediligere verdure cotte.
  5. Cibi ricchi di vitamina C. Svolgono la loro funzione indirettamente, non perché siano “portatori” di ferro, ma piuttosto perché se abbinati a cibi che ne sono ricchi ne agevolano e ne migliorano l’assorbimento da parte dell’organismo. Motivo per cui non sarebbe una cattiva idea condire gli alimenti con una spruzzata di succo di limone o sostituire l’aceto nell’insalata con del limone o del pompelmo.
  6. Frutta secca. Mandorle, noci e pistacchi sono ottime fonti di ferro, ma in termini di calorie e grassi sono meno vantaggiosi di altri alimenti. Di sicuro si possono mangiare, ma in questo caso meglio non farne incetta. Va bene mangiarne un pugnetto a merenda oppure utilizzarli per condire le pietanze, ma che nella scelta degli alimenti ricchi di ferro a guidarvi sia anche il buonsenso.
  7. Pesce. Anche il pesce è ricco di ferro, e in particolare lo sono anche i frutti di mare e i crostacei, ma alcuni non sono propriamente indicati per la gravidanza. Sarebbe il caso di prediligere sempre del pesce fresco e magro e, se avete qualche dubbio sulla scelta del tipo di pesce, chiedete sempre al vostro medico.

Ferro eme e non eme

L’organismo umano contiene circa 3-4 g di ferro. In base al legame con l’emoglobina e allo stato di ossidazione, si distinguono due diversi tipi di ferro:

  • ferro eme (o ferro emico): è il ferro legato all’emoglobina o alla mioglobina, nelle quali si trova allo stato di ossidazione Fe2+ (ione ferroso); solo in questo stato di ossidazione il ferro può legare l’ossigeno;
  • ferro non-eme (o ferro non emico): è il ferro legato a proteine di deposito (come la ferritina), nelle quali si trova allo stato di ossidazione Fe3+ (ione ferrico).

Il ferro emico ammonta a circa il 75% del ferro totale presente nell’organismo (65% nell’emoglobina e 10% nella mioglobina). Il ferro non-emico è presente nella milza, nel fegato e nel midollo osseo, dove si trova prevalentemente legato alla ferritina e all’emosiderina, con funzione di deposito; nel complesso rappresenta il 20-25% del ferro totale presente nell’organismo. In piccole quantità (0,1-0,5% del totale) questo elemento si trova in alcuni enzimi intracellulari e nella transferrina, una glicoproteina che lo cede all’emoglobina del midollo osseo. In questo modo il ferro non-emico viene convertito in ferro emico. Il reale assorbimento delle due differenti forme di ferro è molto diverso: il ferro eme può essere assorbito anche fino al 35%, mentre l’assorbimento del ferro non-eme è molto scarso, meno del 10%, ma può essere aumentato, ad esempio assumendo vitamina C (succo di limone, agrumi, kiwi…). Importante è dunque l’abbinamento dei cibi. Inoltre, i fitati presenti in crusca e cereali integrali o i tannini contenuti in tè e caffè ostacolano l’assorbimento del ferro presente negli alimenti, quindi è meglio consumarli lontano dai pasti.

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Quali sono i fattori che facilitano l’assorbimento intestinale di ferro non EME?

  • acido ascorbico (kiwi, agrumi…);
  • acido citrico (agrumi);
  • una corretta acidità gastrica;
  • esercizio fisico.

Quali sono i fattori che ostacolano l’assorbimento intestinale di ferro non EME – fitati e fibre (crusca, cereali integrali)?

  • tannini (tè, cioccolato);
  • polifenoli (tè, caffè);
  • scarsa acidità gastrica;
  • uso di farmaci antiacidi.

A quanto corrisponde il fabbisogno giornaliero di ferro durante la gravidanza?

Il fabbisogno di ferro varia in base all’età e al sesso. Durante la gravidanza e l’allattamento il fabbisogno di ferro aumenta, per permettere l’accrescimento della placenta e una corretta ossigenazione di mamma e bambino. Nel primo trimestre quando le richieste del feto sono minime esso è di 1.2 mg/die, nel secondo semestre sale a 4.7 mg/die mentre nel terzo arriva a 5.6 mg/die, per tornare a 1.2 mg/die durante l’allattamento (IOM, 2001). Parte di questo fabbisogno può essere soddisfatto attingendo dalle riserve presenti nella madre, ma se già dall’inizio della gestazione sono scarse, si ha un maggior rischio di andare incontro a sua carenza. Per poter soddisfare questi fabbisogni l’assunzione di ferro con gli alimenti raccomandata secondo le indicazioni della LARN è di 27 mg/die in gravidanza e di 11 mg/die in allattamento (mentre lattanti: 11 mg/die; Bambini da 1-10 anni 8-13 mg/die; Adolescenti da 11-17 anni 10-13 mg/die Maschi; 10-18 mg/die Femmine; Adulti: 10 mg/die Maschi – 18 mg/die Femmine).

Che cosa si rischia con la carenza di ferro in gravidanza?

La carenza di ferro in gravidanza porta a una forma di anemia che prende il nome di sideropenica gestazionale. In generale per anemia s’intende una condizione patologica caratterizzata da una riduzione della concentrazione di emoglobina (Hb) nel sangue che porta a un calo della quantità di ossigeno disponibile per il corretto funzionamento dei tessuti. Sintomi: la scarsa ossigenazione dei tessuti porta stanchezza, pallore, tachicardia e ridotta concentrazione; in gravidanza può determinare parto prematuro e sottopeso alla nascita, ma anche problemi più gravi soprattutto se la carenza è grave e avviene nei primi mesi di vita, portando a danni neurologici e comportamentali. Diagnosi: tramite esame del sangue.

Che cosa si rischia se si assumono dosi eccessive di ferro?

In genere, l’intossicazione da ferro è rara, in quanto non esistendo meccanismi deputati alla sua eliminazione, l’organismo controlla il suo assorbimento. In genere si manifesta in chi è affetto da emocromatosi, una malattia genetica che determina un aumento dell’assorbimento intestinale di ferro. Tuttavia nel caso di assunzioni eccessive d’integratori contenenti ferro si può avere tossicità:

  • acuta caratterizzata da dolori addominali, stipsi, diarrea e vomito;
  • cronica che porta a un assorbimento scorretto dei nutrienti e di altri minerali importanti come calcio, zinco e rame, e formazione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS) che intervengono nello sviluppo di tumori, malattie cardiovascolari e neurodegenerative.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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