Paura dei luoghi chiusi e claustrofobia: cos’è e come si cura

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA PSICOSOMATICA PSICHIATRIA CLAUSTROFOBIA.jpgLa claustrofobia (dal latino claustrum, “luogo chiuso” e dal greco φόβος, phobos, “fobia”) è la paura di luoghi chiusi e ristretti come camerini, ascensori, sotterranei, metropolitane, strumenti per eseguire risonanze magnetiche e di tutti i luoghi angusti in cui il soggetto si ritiene accerchiato e privo di libertà spaziale attorno a sé. Oltre alle classiche manovre di fuga di fronte alla situazione fobica (letteralmente il soggetto si allontana con rapidità dal luogo ristretto, il claustrofobico cerca di fronte alle altre persone delle giustificazioni apparentemente logiche che spieghino il motivo di una scelta che altri possono considerare poco usuale: ad esempio il claustrofobico evita l’ascensore e preferisce salire le scale (anche se deve fare molti piani!) dicendo agli altri che così può fare un po’ di moto.

La claustrofobia è una delle fobie specifiche: le persone che ne soffrono manifestano una sensazione di malessere generale che risveglia paure archetipe (solitudine, vuoto, impotenza) e si può manifestare con attacchi di panico, senso di oppressione, difficoltà di respirazione, iperventilazione, sudorazione e nausea.

Claustrofobia e agorafobia

Nella claustrofobia il soggetto ha paura dei posti chiusi mentre nell’agorafobia – semplificando – ha invece paura degli spazi aperti. La claustrofobia è generalmente considerata in “antitesi” all’agorafobia, con la quale condivide i sintomi generali anche se motivati da diverse basi di partenza (l’agorafobico infatti teme di non essere soccorso in caso di panico e cerca la presenza di altri), con differenze anche di personalità di individui: il claustrofobico è infatti di norma autonomo, anche se imposta il suo stile di vita cercando di evitare le situazioni di accerchiamento e chiusura. Tuttavia, in molti casi, la presenza di legami relazionali troppo opprimenti potrebbe essere un’altra causa scatenante della claustrofobia e il soggetto potrebbe cercare una sua maggiore libertà evitando così la relazione con l’altro.

Trattamento

La terapia prevede:

  • la terapia espositiva;
  • la psicoterapia;
  • l’uso di psicofarmaci.

Se non vi sono altri disturbi psicologici, il trattamento della claustrofobia è di norma un percorso che si basa su un approccio cognitivo-comportamentista con terapia espositiva, associato o meno ai farmaci.

Terapia espositiva

La terapia espositiva “costringe” il paziente ad affrontare la situazione (o le situazioni) che gli genera l’attacco di fobia: il soggetto è invitato a parlare e/o scrivere ripetutamente del peggior evento traumatico che ha affrontato (o dei peggiori eventi), rivivendo nel dettaglio tutte le emozioni associate alla situazione. Attraverso questo processo molti pazienti subiscono un “abituarsi” alla risposta emotiva scatenata dalla memoria traumatica, che di conseguenza, col tempo, porta a una remissione dei sintomi della fobia quando la situazione si ripresenta nella realtà. La terapia espositiva – praticata per un periodo di tempo adeguato – secondo la nostra esperienza aiuta circa 9 pazienti su 10. Per approfondire, leggi questo articolo: Terapia espositiva: essere esposti alla propria fobia per superarla

Psicoterapia

La psicoterapia che ha mostrato fornire buoni risultati con la claustrofobia, è quella cognitivo comportamentale. La terapia cognitivo-comportamentale standard per il trattamento della claustrofobia, oltre agli interventi comportamentali basati sull’esposizione situazionale, prevede una psicoeducazione iniziale e interventi cognitivi. All’interno della psicoterapia cognitivo-comportamentale, le tecniche di esposizione si sono dimostrate utili nel ridurre i comportamenti che alimentano l’ansia claustrofobica (vedi paragrafo precedente). Recentemente sono state implementate strategie volte a incrementare la capacità dei soggetti di stare in contatto con l’attivazione ansiosa senza temerne le conseguenze catastrofiche. Favorendo l’accettazione e diminuendo il bisogno di controllo dei sintomi d’ansia.

Farmaci

Vengono usati farmaci ansiolitici e antidepressivi. Tra gli ansiolitici, le benzodiazepine (come il Valium) possono essere utili poiché generano un sollievo sintomatologico ansiolitico istantaneo, tuttavia tra gli effetti collaterali (se usate per lunghi periodi) ritroviamo il rischio di dipendenza da farmaco. Tra gli antidepressivi, particolarmente utili sono gli SSRI (Inibitori Selettivi del Reuptake della Serotonina). I farmaci generalmente funzionano bene per controllare la fobia, tuttavia, i sintomi della claustrofobia tendono a ripresentarsi alla loro sospensione.

Se credi di avere un problema di claustrofobia, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, riuscirai a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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L’esperimento di Standford: la pazzia che colpisce chi indossa una divisa

MEDICINA ONLINE ESPERIMENTO STANDFORD PRIGIONE PSICOLOGIA PSICOLOGO DIVISA EFFETTO LUCIFERO.jpgQuelli nella foto potrebbero sembrare una guardia carceraria e un detenuto “normali”, anche se occhiali a specchio e sacchetto in testa lasciano un po’ perplessi. In realtà sono due partecipanti ad uno degli esperimenti che hanno fatto la storia della psicologia e non solo quella. L’esperimento carcerario di Stanford. Promosso dal prof. Zimbardo per indagare il comportamento di individui definiti esclusivamente dal proprio gruppo di appartenenza si svolse nel 1971 presso l’università di Stanford, nel periodo di interruzione delle lezioni.

Zimbardo creò all’interno del campus una riproduzione fedele dell’ambiente carcerario e dopo aver selezionato 24 uomini adulti, sani, equilibrati, appartenenti alla classe media, acculturati e privi di qualsiasi comportamento deviante, li divise in due gruppi. Il primo era quello dei detenuti. Ricevettero la medesima divisa, lo stesso berretto e furono incatenati alle caviglie. Il secondo era quello delle guardie, che indossarono una uniforme kaki, degli occhiali a specchio ed ebbero in dotazione manganello e manette.

I detenuti avevano delle regole precise a cui attenersi e le guardie avevano il compito di fargliele rispettare. Ovviamente tutti sapevano che si trattava di un esperimento e che i ruoli in cui si erano calati erano totalmente immaginari. Eppure passarono solo due giorni prima che la situazione precipitasse in maniera drammatica. I detenuti iniziarono infatti a protestare per la loro condizione, si strapparono le magliette e si rinchiusero nelle celle. Le guardie che già li trattavano con durezza iniziarono a praticare nei loro confronti forme sempre più efferate di violenza fisica e psicologica. I carcerati furono costretti a cantare canzoncine sconce, a defecare in secchi che non potevano vuotare, a pulire a mani nude le latrine.

Zimbardo, dopo un tentativo di evasione da parte dei detenuti represso con durezza, fu costretto a mettere fine al suo esperimento poiché i partecipanti cominciavano a mostrare seri segni di dissociazione dalla realtà, disturbi psicologici, fragilità e sadismo a seconda dei casi. L’esperimento dimostrò in maniera incontrovertibile che l’assunzione di un ruolo istituzionale da un lato deresponsabilizza l’individuo, portandolo a comportarsi senza quei freni sensazionali -paura, vergogna, pietà- che in condizioni normali ne regolano le azioni. Dall’altro che l’osservanza delle regole dell’istituzione a cui appartiene conduce un soggetto a non avere più alcuna autonomia comportamentale ma ad uniformarsi ciecamente al volere collettivo del gruppo. Insomma ambiente e istituzioni determinano in maniera determinante il comportamento di ogni singolo individuo. Zimbardo per spiegare questo fenomeno conierà il termine “effetto Lucifero”.

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Che cos’è l’intelligenza umana: definizione, significato e psicologia

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA ROMBERGL’intelligenza è considerata la capacità di un persona (o più genericamente di un “agente”) di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti; nel caso dell’uomo e degli animali l’intelligenza pare inoltre identificabile anche come il complesso di tutte quelle facoltà di tipo cognitivo o emotivo che concorrono o concorrerebbero a tale capacità. Tradizionalmente attribuita alle sole specie animali, oggi l’intelligenza viene da alcuni attribuita, in misura minore, anche alle piante, mentre il campo di ricerca dell’intelligenza artificiale tenta di creare delle macchine che siano in grado di riprodurre o di simulare l’intelligenza umana. Sebbene abbia sviluppato dei modelli per la valutazione dell’intelligenza, la comunità scientifica ancora non concorda universalmente su una definizione unica di cosa essa sia.

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La valutazione dell’intelligenza

Per quanto riguarda l’intelligenza umana sono stati sviluppati dei modelli per la valutazione o “misura” della stessa. Va però precisato che tali modelli valutano solo aspetti specifici della capacità intellettiva degli individui: i risultati dei test d’intelligenza vanno considerati come giudizi validi solamente in riferimento a dei singoli aspetti, e non all’intelligenza dei soggetti testati nel suo complesso.

Di seguito sono elencati i principali test psicometrici (in ordine cronologico di ideazione):

  • Alfred Binet (1911) ed in seguito Lewis M. Terman all’Università di Stanford (1916) costruiscono un test che prende in considerazione soltanto quegli aspetti dell’intelligenza utilizzati in ambito scolastico, composto dunque da prove (diverse) strettamente inerenti all’ambito scolastico stesso. Erede contemporaneo del test sono le Scale d’intelligenza Stanford-Binet. Concetto chiave è il quoziente d’intelligenza (QI) come rapporto tra età mentaleed età cronologica moltiplicato 100. Il valore 100 del quoziente intellettivo è considerato il valore medio della popolazione. Il test Stanford-Binet misura un solo fattore di “intelligenza”, e propone prove suddivise per fasce di età; non ha validità per individui più grandi di 13 – 14 anni.
  • Il Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS, 1939) riprende i tipi di compito dello Stanford-Binet, nonché il concetto di quoziente intellettivo, e li ricostruisce per gli adulti. È costituito da più sub-test, ciascuno dei quali è composto da voci a difficoltà progressiva. Il WAIS, al contrario dello Stanford-Binet, non prevede un solo fattore di intelligenza generale, ma comprende anche una serie di dimensioni, coerenti al loro interno per tipologia di prove, che compongono il test: prove verbali (cultura generale, comprensione, analogie, memoria di cifre, ragionamento aritmetico), le prove di performance (riordinamento di figura, completamento di figura, disegno di cubi, ricostruzione di figura, associazione di simboli o numeri).
  • Per entrambi questi test (Stanford-Binet e WAIS) è chiara l’importanza, sulla misura finale, del livello di scolarizzazione del soggetto. Si sono quindi progettati dei test d’intelligenza “culture free”, non influenzati dal tipo di educazione e di cultura del soggetto messo sotto analisi; i più noti sono quello delle matrici progressive di Raven (1938), matrici numeriche da completare e il Culture fair intelligence test (1949) di Cattell. Studi su questi test sembrerebbero dimostrare che essi non discriminano in modo adeguato i soggetti con intelligenza superiore alla norma, mentre sembrerebbero più adatti per valutare i soggetti svantaggiati.

Gli studi differenziali sull’intelligenza

Con il diffondersi estensivo degli strumenti per la misura dell’intelligenza, si è focalizzata l’attenzione sulle differenze individuali ad essa legate. Le diversità in questione sono state infatti un significativo campo di discussione tra coloro che ne identificano le cause all’aspetto genetico e coloro che invece assegnano una maggiore importanza ai fattori ambientali. Alcuni studi mostrano come la presenza di alcune patologie psichiatriche, come la depressione, influisca sulla performance al test d’intelligenza WAIS-R: più è severa la patologia più la performance al test è deficitaria. Il che tuttavia non suggerisce una globale differenza nell’intelligenza tra individui depressi e individui sani, quanto piuttosto un ruolo negativo del verificarsi degli episodi depressivi sul modo in cui vengono svolti i test d’intelligenza. Gli studi differenziali sull’intelligenza evidenziano una forte correlazione tra QI (quoziente intellettivo) di gemelli monovulari. Si evidenzia inoltre che lo sviluppo delle capacità cognitive è fortemente influenzato dai fattori ambientali (si pensi agli studi portati avanti sulle differenze nell’intelligenza tra bianchi e neri, ricondotte non a differenze cognitive, ma piuttosto al fattore interveniente del livello socio-demografico). La psicologia risolve la dialettica tra componenti innate e ambientali nello sviluppo dell’intelligenza evidenziando come la componente genetica sembra rappresentare una disponibilità, mentre la componente educativa rappresenta un fattore di innesco per tradurre un potenziale in una funzionalità effettiva. Per quanto riguarda l’avanzare dell’età, il rendimento su alcune scale del WAIS tende a diminuire, mentre su altre rimane stabile o aumenta. Riprendendo la distinzione proposta da Raymond Cattell tra intelligenza fluida e cristallizzata, caratteristiche legate all’intelligenza fluida tendono a diminuire dopo i 60 anni, mentre l’intelligenza cristallizzata aumenta in maniera costante per tutta la vita.

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L’apporto cognitivista: il problem solving

Il problem solving è un processo mentale volto a trovare un percorso che porta il cambiamento da una situazione iniziale ad una disposizione finale. La capacità di problem solving è spesso adoperata come misura empirica dell’intelligenza; infatti nel problem solving viene contestualizzato il pensiero logico misurato dal quoziente d’intelligenza, che viene applicato alla risoluzione di problemi specifici. Coi test sul problem solving, i soggetti forniscono in genere prestazioni più elevate e considerate più attendibili. Il problem solving rappresenta l’approccio cognitivista allo studio dell’intelligenza. La definizione dell’intelligenza in termini di problem solving rappresenta il primo passo compiuto dagli psicologi da una visione dell’intelligenza di tipo scolastico a concetti più differenziati, come per esempio intelligenza fluida-cristallizzata (Raymond Cattell), o intelligenza logica-creativa, e recentemente i concetti di intelligenze multiple (Howard Gardner) e intelligenza emotiva (Daniel Goleman). Dal punto di vista storico risulta importante il contributo di Wertheimer. Max Wertheimer (1965) distingue una intelligenza logica, esprimentesi ad esempio nel ragionamento analitico, e una intelligenza creativa, orientata alla sintesi e alla costruzione del nuovo. La prima orientata ai problemi convergenti, la seconda orientata alla soluzione di problemi divergenti.

Le intelligenze multiple

Lo psicologo statunitense Howard Gardner, sulla base di ricerche e letteratura su soggetti affetti da lesioni di interesse neuropsicologico, arriva a distinguere ben 9 manifestazioni fondamentali dell’intelligenza, derivanti da strutture differenti del cervello e indipendenti l’una dall’altra. Ecco, qui di seguito, i nove macro-gruppi intellettivi:

  1. Intelligenza Linguistica: è l’intelligenza legata alla capacità di utilizzare un vocabolario chiaro ed efficace. Chi la possiede solitamente sa variare il suo registro linguistico in base alle necessità ed ha la tendenza a riflettere sul linguaggio.
  2. Intelligenza Logico-Matematica: coinvolge sia l’emisfero cerebrale sinistro, che ricorda i simboli matematici, che quello di destra, nel quale vengono elaborati i concetti. È l’intelligenza che riguarda il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e le catene logiche.
  3. Intelligenza Spaziale: concerne la capacità di percepire forme e oggetti nello spazio. Chi la possiede, normalmente, ha una sviluppata memoria per i dettagli ambientali e le caratteristiche esteriori delle figure, sa orientarsi in luoghi intricati e riconosce oggetti tridimensionali in base a schemi mentali piuttosto complessi. Questa forma dell’intelligenza si manifesta essenzialmente nella creazione di arti figurative.
  4. Intelligenza Corporeo-Cinestesica: coinvolge il cervelletto, i gangli fondamentali, il talamo e vari altri punti del nostro cervello. Chi la possiede ha una padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti. In generale si può riferire a chi fa un uso creativo del corpo, come i ginnasti e i ballerini.
  5. Intelligenza Musicale: normalmente è localizzata nell’emisfero destro del cervello, ma le persone con cultura musicale elaborano la melodia in quello sinistro. È la capacità di riconoscere l’altezza dei suoni, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche. Chi ne è dotato solitamente ha uno spiccato talento per l’uso di uno o più strumenti musicali, o per la modulazione canora della propria voce.
  6. Intelligenza Intrapersonale: riguarda la capacità di comprendere la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale per ottenere risultati migliori nella vita personale, e anche di sapersi immedesimare in personalità diverse dalla propria. È considerata da Gardner una “fase” speculare dell’intelligenza interpersonale, laddove quest’ultima rappresenta la fase estrospettiva (vedi anche intelligenza emotiva).
  7. Intelligenza Interpersonale: coinvolge tutto il cervello, ma principalmente i lobi pre-frontali. Riguarda la capacità di comprendere gli altri, le loro esigenze, le paure, i desideri nascosti, di creare situazioni sociali favorevoli e di promuovere modelli sociali e personali vantaggiosi. Si può riscontrare specificamente negli psicologi, più genericamente in quanti possiedono spiccata empatia e abilità di interazione sociale.
  8. Intelligenza Naturalistica: consiste nel saper individuare determinati oggetti naturali, classificarli in un ordine preciso e cogliere le relazioni tra di essi. Alcuni gruppi umani che vivono in uno stadio ancora “primitivo”, come le tribù aborigene di raccoglitori-cacciatori, mostrano una grande capacità nel sapersi orientare nell’ambiente naturale riconoscendone anche i minimi dettagli.
  9. Intelligenza Esistenziale o Teoretica: rappresenta la capacità di riflettere consapevolmente sui grandi temi della speculazione teoretica, come la natura dell’universo e la coscienza umana, e di ricavare da sofisticati processi di astrazione delle categorie concettuali che possano essere valide universalmente.

Sotto questi aspetti/teoria il significato del concetto di intelligenza è da intendersi dunque come particolari abilità di cui è dotato l’individuo. Sebbene queste capacità siano più o meno innate negli individui, non sono statiche e possono essere sviluppate mediante l’esercizio, potendo anche “decadere” col tempo. Lo stesso Gardner ha poi menzionato il fatto che classificare tutte le manifestazioni dell’intelligenza umana sarebbe un compito troppo complesso, dal momento che ogni macro-gruppo contiene vari sottotipi.

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L’intelligenza artificiale

La locuzione “intelligenza artificiale”F (o IA) indica sia la proprietà di una macchina di imitare, del tutto o in parte, l’intelligenza biologica, sia il ramo dell’informatica che mira a creare le macchine capaci di tale imitazione, attraverso “lo studio e la progettazione di agenti intelligenti” o “agenti razionali”, dove un agente intelligente è un sistema che percepisce il suo ambiente e attua le azioni che massimizzano le sue possibilità di successo. I successi ottenuti nel campo dell’intelligenza artificiale riguardano per ora problemi vincolati e ben definiti, come la capacità delle macchine di sostenere giochi, la risoluzione di cruciverba e il riconoscimento ottico dei caratteri, e alcuni problemi più generali come quello delle automobili autonome. Il concetto di IA forte non è ancora realtà, ma è un obiettivo della ricerca a lungo termine. Tra le caratteristiche che i ricercatori sperano che le macchine possano un giorno esibire, vi sono il ragionamento, la capacità di pianificare, apprendere, percepire, comunicare e manipolare oggetti. Non vi è attualmente consenso su quanto vicino si possa andare nel simulare il cervello (umano nello specifico).

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Farmaci antipsicotici: differenza tra neurolettici tipici ed atipici

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROfarmaci neurolettici (anche chiamati “antipsicotici“) sono un gruppo di psicofarmaci che agiscono su precisi target neurotrasmettitoriali (principalmente utilizzati tipicamente per il trattamento delle psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare e nel disturbo depressivo cronico. Non sono indicati per il trattamento dell’insonnia in quanto non vi sono evidenze cliniche a favore del loro impiego. I farmaci neuroletti vengono classicamente divisi in due categorie, neurolettici tipici ed atipici:

Neurolettici tipici

hanno una affinità pressoché selettiva verso i recettori dopaminergici, in particolare sul sottotipo D2, su cui agiscono come potenti antagonisti. Essendo molto attivi in tal senso e poco selettivi per le diverse aree cerebrali, mostrano una elevata incidenza di effetti collaterali di tipo extrapiramidale. Data la loro efficacia sono spesso preferiti nella gestione delle crisi acute.

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Neurolettici atipici

Gli aticipici sono sviluppati in modo da migliorare il profilo di effetti collaterali perché esercitano sia un antagonismo verso i recettori dopaminergici, in particolare i D2 per i quali mostrano una affinità minore rispetto ai neurolettici tipici, sia un antagonismo verso alcuni recettori serotoninergici, in particolare i sottotipi 5HT2A e 5HT2C. Quest’ultime attività si ipotizza possano migliorare sia i sintomi della malattia (nella schizofrenia sembra coinvolta anche un’alterazione dell’attività serotoninergica) che diminuire l’incidenza di effetti collaterali extrapiramidali per modulazione indiretta del tono dopaminergico. Non tutti condividono pienamente questo meccanismo d’azione, dato che la modulazione di altri target neuronali (ad esempio il recettore GHB nelle benzammidi sostituite) o enzimatici (come l’inibizione della Amminoacido Ossidasi da parte del Risperidone) sembrano contribuire all’effetto complessivo. Inoltre molti presentano una distribuzione preferenziale proprio nelle aree coinvolte nella genesi del disturbo, migliorando quindi ulteriormente il profilo di effetti collaterali. Sono perciò preferiti, rispetto ai tipici, nelle terapie di mantenimento anche se alcuni studi sembrano indicare una efficacia leggermente minore.

Recentemente è stata proposta una nuova classe per raccogliere i farmaci come l’aripiprazolo che si comportano come agonisti parziali dei recettori dopaminergici piuttosto che come antagonisti puri, definendoli neurolettici di terza generazione. Nonostante l’incidenza di effetti collaterali extrapiramidali e discinesia tardiva sia più elevata tra gli antipsicotici di prima generazione, anche nelle altre classi possono comunemente verificarsi tali effetti collaterali.

Classificazione

  • Antipsicotici tipici o di prima generazione

    • butirrofenoni
      • Aloperidolo, molto potente ed efficace, associa all’effetto terapeutico un’alta incidenza di effetti collaterali extrapiramidali
      • Droperidolo
    • fenotiazine
      • Alifatiche
        • Clorpromazina
        • Prometiazina
        • Acepromazina, utilizzata in ambito veterinario
      • piperaziniche
        • Perfenazina
        • Porcloperazina
        • Tioproperazina
        • Trifluoperazina
      • Piperidiniche
    • Tioxanteni
      • Zuclopentixolo
      • Clopentixolo
      • Tioxitene
  • Antipsicotici atipici o di seconda generazione

    • Benzammidi sostituite
      • Amisulrpide, associa l’antagonismo D2 (a basse dosi preferenzialmente presinaptico), all’agonismo per il recettore GHB.
      • Sulpiride, simile al composto correlato amisulpride.
      • Tiapride, mostra affinità preferenziale per il sistema limbico rispetto a quello striatriale
      • Varelipride, utilizzata però in ambito veterinario.
    • Dibenzodiazepine
      • Quetiapina, ha struttura simil dibenzodiazepinica, è considerato quello a maggior potenziale sedativo.
      • Clozapina, considerato un farmaco di seconda linea per i potenziali effetti collaterali anche gravi.
      • Olanzapina
    • Scheletro simil Azapironi
      • Lurasidone
      • Risperidone
      • Paliperidone, principale metabolita del risperidone
      • Ziprasidone, causa un minore aumento di peso rispetto ad altri antipsicotici
      • Perospirone
  • Terza generazione

    • Aripiprazolo, agonista parziale dei recettori D2 e di alcuni sottotipi serotoninergici. La sua efficacia è ancora oggetto di approfondimento.

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Differenza tra midollo spinale e allungato

Il termine midollo si riferisce ad un tessuto o ad un organo contenuto all`interno di una cavità, di solito di natura ossea, che funge nei suoi confronti da struttura di protezione rispetto all’ambiente circostante. Nel corpo umano sono presenti tre tipi di midollo: il midollo osseo, quello spinale e quello allungato.

Il midollo osseo

Il midollo osseo è un tessuto molle che occupa i canali delle ossa lunghe (ad esempio il femore) e la fascia centrale delle ossa piatte (ad esempio le ossa del bacino) e la sua funzione principale è quella della produzione e maturazione delle cellule del sangue, cioè eritrociti (globuli rossi), leucociti (globuli bianchi) e trombociti (piastrine). Nell’anatomia umana possiamo riconoscere due tipi di midollo osseo: il midollo osseo rosso (costituito principalmente da tessuto mieloide, la maggioranza del midollo presente alla nascita) ed il midollo osseo giallo (costituito soprattutto da tessuto adiposo che ne determina il colore). Esiste anche una terza tipologia, tipica dell’anziano: il midollo gelatinoso. Per approfondire, leggi: A cosa serve il midollo osseo?

MEDICINA ONLINE OSSA OSSO SCHELETRO CANE UOMO DIFFERENZE TESSUTO SPUGNOSO TRABECOLARE COMPATTO CORTICALE FIBROSO LAMELLARE CARTILAGINE OSSO SACRO COCCIGE CERVELLO SISTEMA NERVOSO CENTRALE PERIFERICO MIDOLLO OSSEO SPINALE

Il midollo allungato è la parte più bassa del tronco encefalico e collega il ponte con il midollo spinale

Midollo allungato

Il midollo allungato, chiamato anche bulbo, oblongata o mielencefalo, è la parte più in basso del tronco encefalico (anche chiamato “tronco cerebrale”, composto anche dal ponte e dal mesencefalo). Il midollo allungato collega quindi il ponte (posizionato più in alto) ed il midollo spinale (posizionato più in basso). Attraverso il midollo allungato passano le informazioni inerenti al gusto, al tatto e principalmente all’udito. Vi hanno sede i centri bulbari della respirazione, bersaglio di svariate sostanze quali l’eroina e numerosi farmaci come gli antidepressivi, i sonniferi e i tranquillanti che inibiscono i centri respiratori. Presenta al suo interno anche il centro vasomotore responsabile principale del controllo del tono muscolare dei vasi, della frequenza cardiaca, del volume-sistole e quindi della pressione sanguigna. Il midollo allungato, assieme al ponte di Varolio controlla il pH del sangue. Nel caso in cui questo dovesse diventare troppo basso (a causa dell’eccessiva formazione di acido carbonico, dovuta al legame tra anidride carbonica e acqua) queste due regioni del cervello inviano uno stimolo di contrazione ai muscoli intercostali e al diaframma.

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Il midollo spinale

Midollo spinale

Il midollo spinale è una struttura allungata contenuta nel canale vertebrale, ed è il più importante centro di riflessi dell’intero sistema nervoso. Esso costituisce inoltre una importantissima via di comunicazione fra la periferia ed i centri nervosi, essendo costituito per gran parte da fasci di fibre che viaggiano verso l’alto o verso il basso. Nel midollo spinale la disposizione dei due tipi di sostanza nervosa è inversa rispetto all’encefalo; la sostanza grigia è prevalentemente interna, quella bianca prevalentemente esterna. Internamente il midollo spinale è attraversato da una propria cavità, detta dell’ependima. Dal midollo spinale emergono ad intervalli regolari i nervi spinali.

Il midollo spinale è percorso da due solchi longitudinali mediani, uno posteriore e l’altro anteriore, più profondo, e da solchi secondari. Da ogni solco laterale si diparte un insieme di fibre nervose raggruppate in cordoni: da ciascun lato del midollo nascono 31 nervi posteriori e 31 anteriori. Ogni nervo posteriore si unisce a quello anteriore dello stesso livello.

Struttura del midollo spinale

L’interno del midollo è costituito da due tipi di tessuto nervoso: le sostanze grigia, al centro, e quella bianca, che la circonda. La sostanza grigia forma, in sezione traversa, una H, con due corni anteriori tozzi e larghi e due corni posteriori lunghi e sottili. La barra orizzontale della H è attraversata verticalmente, al centro, dal sottile canale ependimale, che contiene il liquor cerebrospinale. Le informazioni sensoriali giungono al midollo attraverso le radici posteriori dei nervi. Le informazioni semplici sono analizzate direttamente dalla sostanza grigia, mentre quelle complesse salgono dalla sostanza bianca sino all’encefalo. Gli impulsi motori semplici provengono dunque direttamente dalla sostanza grigia del midollo (per esempio, in caso di scottatura o di pizzicamento, il ritrarsi “automatico” della mano); quelli complessi provengono invece dall’encefalo, grazie alla mediazione della sostanza bianca del midollo: tutti gli impulsi sono trasmessi ad altri nervi motori attraverso le radici anteriori dei nervi.

Nervi e meningi del midollo spinale

sostanza grigia radice posteriore ganglio spinale radice anteriore fibre nervose pia madre aracnoide dura madre solco posteriore canale ependimale sostanza bianca solco anteriore cordone anteriore nervo spinale Il midollo spinale può essere analizzato tramite TC, risonanza magnetica, puntura lombare, elettromiografia e mielografia (quest’ultima è sempre meno praticata, sostituita nelle sue indicazioni dalla risonanza magnetica, più precisa e meno invasiva). L’anatomia patologica del midollo spinale comprende le compressioni (tumori), le infezioni (meningiti), gli accidenti vascolari (emorragie, trombosi), i traumi, i tumori, la carenza di vitamina B12 e le patologie infiammatorie (sclerosi multipla). La lesione del midollo spinale è irreversibile e determina tetraplegia (paralisi di tutti gli arti) in caso di lesione nella parte superiore del rachide cervicale, paraplegia (paralisi degli arti inferiori) in caso di lesione nella parte superiore del rachide dorsale.

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Sindrome di Tourette: si può guarire definitivamente? Come si guarisce?

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZALa sindrome di Gilles de la Tourette (più semplicemente sindrome di Tourette) è un disordine neurologico che esordisce nell’infanzia scomparendo spesso durante l’adolescenza, caratterizzata dalla presenza di tic motori e fonatori incostanti, talvolta fugaci e altre volte cronici, la cui gravità può variare da estremamente lievi a invalidanti.

La sindrome di Tourette è un disturbo neurologico che può avere diversi livelli di gravità. La maggioranza dei casi si presenta in forma lieve e non richiede nessun trattamento. In questi casi, l’impatto dei sintomi sulla vita della persona può essere lieve, al punto che osservatori casuali potrebbero non accorgersi nemmeno della loro condizione. La prognosi è positiva, ma una minoranza di bambini con la sindrome presentano tuttavia una serie di gravi sintomi che persistono in età adulta. Uno studio effettuato su 46 soggetti a 19 anni di età, ha evidenziato che nell’80% dei casi i sintomi impattavano lievemente sulla loro vita, mentre nel restante 20% la influenzavano moderatamente. La rara minoranza di casi gravi può inibire o impedire alle persone di avere un lavoro o di avere una vita sociale appagante. In uno studio di follow-up su trentuno adulti con la sindrome di Tourette, tutti i pazienti hanno completato le scuole superiori, il 52% aveva terminato almeno due anni di college e il 71% erano occupati a tempo pieno o frequentavano scuole di istruzione superiore. Indipendentemente dalla gravità dei sintomi, le persone con la sindrome di Tourette hanno una durata di vita normale. Anche se i sintomi possono essere permanenti e cronici per alcuni, la condizione non è degenerativa o pericolosa per la vita. L’intelligenza è normale, anche se ci possono essere difficoltà di apprendimento.

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La gravità dei tic nei primi anni di vita non pregiudica la loro severità in età avanzata e la prognosi è generalmente favorevole, anche se non vi sono metodi affidabili per prevedere il decorso per un particolare individuo. Il gene, o i geni, associati alla sindrome di Tourette non sono stati ancora identificati, e non vi è alcun potenziale “cura”. È stato rilevato un più alto tasso di emicrania rispetto alla popolazione generale e di disturbi del sonno. Diversi studi hanno dimostrato che la condizione nella maggior parte dei bambini migliora con la maturità. Al momento della diagnosi i tic potrebbero essere al livello più alto della loro gravità e spesso migliorano in seguito. Statisticamente l’età di massima severità dei tic è di solito tra gli otto e i dodici anni, con la maggior parte delle persone che sperimentano una costante diminuzione della loro severità e che spesso terminano durante l’adolescenza. Uno studio non ha mostrato alcuna correlazione tra la severità dei tic e l’inizio della pubertà, in contrasto con la credenza popolare che i tic aumentassero alla pubertà. In molti casi, una remissione completa dei sintomi si verifica dopo l’adolescenza. Tuttavia, uno studio ha evidenziato che, sebbene i tic fossero diminuiti in confronto con l’infanzia anche come severità, il 90% degli adulti li presentava ancora.

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I bambini con la sindrome di Tourette possono soffrire socialmente se i loro tic sono visti come “bizzarri”. Se un bambino presenta tic invalidanti i che interferiscono con l’adattamento sociale o accademico, la psicoterapia o interventi educativi e scolastici di sostegno possono essere d’aiuto. Poiché le condizioni di comorbidità (come sindrome da deficit di attenzione e iperattività o disturbo ossessivo-compulsivo) possono causare un maggiore impatto sulla manifestazione complessiva dei tic, viene richiesta un valutazione approfondita dello stato psichico del soggetto. Un ambiente familiare positivo, fornisce agli affetti dalla sindrome maggiori possibilità di gestire la malattia. Le persone con la sindrome di Tourette possono imparare a camuffare i tic socialmente inappropriati o incanalare l’energia dei loro tic in uno sforzo funzionale. La sindrome è stata riscontrata in musicisti esperti, atleti, oratori e professionisti provenienti da tutti i ceti sociali. I risultati in età adulta sono associati più all’aver percepito una situazione di disagio durante la giovinezza, piuttosto che con la gravità dei tic. Un individuo che è stato frainteso, punito, o preso in giro a casa o a scuola, avrà una sequela peggiore rispetto a chi ha potuto godere di comprensione e di un ambiente di sostegno.

Stato della ricerca scientifica

I progressi nei settori della genetica, del neuroimaging, della neurofisiologia e della neuropatologia hanno permesso di migliorare le conoscenze della sindrome di Tourette. Tuttavia rimangono ancora molte domande riguardo al modo migliore per classificare la condizione e quanto essa sia correlata agli altri disturbi del movimento e patologie psichiatriche. Al 2014, i dati epidemiologici sono ancora carenti e i trattamenti disponibili non sono privi di rischi e non sempre sono ben tollerati. Gli organi di informazione generalisti si sono occupati soprattutto dei trattamenti di cui non è stata ben stabilita la sicurezza o l’efficacia, come la stimolazione cerebrale profonda e alcune terapie alternative.

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Sindrome di Tourette: cause, sintomi, diagnosi e trattamento

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA PSICOSOMALa sindrome di Gilles de la Tourette (più semplicemente sindrome di Tourette) è un disordine neurologico che esordisce nell’infanzia scomparendo spesso durante l’adolescenza, caratterizzata dalla presenza di tic motori e fonatori incostanti, talvolta fugaci e altre volte cronici, la cui gravità può variare da estremamente lievi a invalidanti. In molti pazienti, seguiti in cliniche specialistiche, emergono alcune comorbilità  (diagnosi di patologie co-concorrenti diverse dalla sindrome di Tourette), come la sindrome da deficit di attenzione e iperattività(ADHD) e il disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Le altre condizioni sono spesso secondarie a peggioramento nel quadro clinico del paziente e quindi è fondamentale identificarle correttamente e trattarle.[3] La definizione di “sindrome di Tourette” non identifica una specifica malattia o un preciso vulnus neurologico, ma piuttosto un quadro comportamentale caratterizzato da diverse manifestazioni (anche cognitive) che sono presenti anche in altre sindromi: diversi fattori neuro-fisiologici possono portare infatti alle stesse manifestazioni.

Storia

Descrizioni di un disturbo compulsivo assimilabile a un tic, sintomo della suddetta sindrome, sono rintracciabili già nella medicina antica, nelle opere di Aulo Cornelio Celso (De Medicina), Claudio Galeno (De locis affectis), Avicenna (Il canone della medicina) e di molti altri, senza che però ne siano chiare le cause. La sindrome prende il nome dal neurologo francese Georges Gilles de la Tourette, che la descrisse nell’Ottocento, anche se era già stata individuata e inquadrata sin dal Seicento; la sindrome in realtà non fu quasi considerata fino a pochi decenni dalla fine del XX secolo.

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Classificazione

I “tic” sono movimenti improvvisi, ripetitivi, non ritmici (“tic motori”) ed espressioni (“tic fonici”) che coinvolgono determinati gruppi muscolari. I tic motori sono basati sul movimento, mentre quelli fonici su suoni involontari prodotti spostando l’aria attraverso il naso, la bocca o la gola. La sindrome di Tourette è stata inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali a partire dalla quarta edizione (DSM-IV-TR) come uno dei disordini “solitamente diagnosticati durante l’infanzia, o l’adolescenza” ed è stata classificata in base al tipo di tic (motorio o fonico) e alla sua durata (transitorio o cronico): i tic transitori venivano divisi in tic motori multipli, tic fonici o entrambi, con una durata compresa tra le quattro settimane e i dodici mesi. I disordini cronici potevano essere classificati come singoli o multipli, motori o fonici (ma non entrambi) e dovevano presentarsi per più di un anno. La sindrome veniva diagnosticata quando i tic motori multipli e almeno un tic fonico, erano presenti da più di un anno. La quinta versione del DSM (DSM-5), pubblicata nel maggio 2013, riclassifica la sindrome di Tourette elencandola nella categoria dei disordini dello sviluppo neurologico, senza altre modifiche significative. I disturbi da tic sono definiti in modo leggermente diverso nell’ICD-10 realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dove gli è assegnato il codice F95.2. Sebbene la sindrome sia la più grave espressione dei vari disordini correlati ai tic, la maggior parte dei casi appare di lieve entità. La gravità dei sintomi varia molto tra diversi soggetti e le manifestazioni meno importanti possono anche passare inosservate.

Caratteristiche

I tic sono movimenti o suoni «che si verificano con intermittenza e imprevedibilmente fuori di un contesto di attività normale», con la comparsa di «comportamenti normali non andati a buon fine». I tic associati alla sindrome di Tourette sono caratterizzati per il numero, per la frequenza, per la gravità e per la posizione anatomica: la crescita e il calo, il continuo aumento e la diminuzione della gravità e della frequenza dei tic avviene in modo diverso per ogni individuo. La coprolalia (l’espressione involontaria di parole o frasi socialmente censurabili o tabù) è il sintomo più pubblicizzato della sindrome di Tourette, ma non è sufficiente e necessario per formulare la diagnosi, tanto che solo circa il 10% dei pazienti lo sperimentano. Anche l’ecolalia (ripetere le parole di altri) e la palilalia (ripetere le proprie parole) si verificano in una ristretta minoranza di casi, mentre il segno motorio e il tic iniziale più comuni sono, rispettivamente, chiudere gli occhi e schiarirsi la gola. A differenza dei movimenti anormali degli altri disturbi del movimento (per esempio, coree, distonie, mioclono e discinesie), i tic di Tourette sono temporaneamente sopprimibili, non ritmici e spesso preceduti da un impulso premonitore non desiderato. Subito prima dell’insorgenza del tic, la maggior parte delle persone con la sindrome sperimenta la necessità, di starnutire o grattarsi per un prurito. Gli individui descrivono il tic come un accumulo di tensione, pressione o di energia che scelgono di rilasciare consapevolmente, come se “fosse necessario farlo”, per alleviare la sensazione o fino a quando ci si sente a posto. Alcuni esempi di impulso premonitore possono essere: la sensazione di avere qualcosa in gola o un disagio localizzato nelle spalle, che portano alla necessità di schiarirsi la gola o di alzare le spalle. Il tic può essere sentito come un modo per alleviare questa tensione o sensazione, simile alla sensazione che si ha dopo essersi grattati per un prurito. Per via delle sollecitazioni premonitrici che li precedono, i tic sono descritti come semi-volontari, piuttosto che specificamente involontari. Possono essere vissuti come una risposta volontariamente sopprimibile all’impulso premonitore indesiderato. Le descrizioni pubblicate su i tic identificano i fenomeni sensoriali di Tourette come il sintomo principale della sindrome, anche se esse non sono incluse nei criteri diagnostici. Benché gli individui con tic siano a volte in grado di sopprimere i loro tic per periodi limitati di tempo, ciò comporta in loro tensione o stanchezza mentale. Le persone con la sindrome di Tourette possono cercare un luogo appartato per rilasciare i loro sintomi o vi può essere un marcato aumento del tic dopo un periodo di soppressione. Alcune persone con la sindrome non riescono a essere coscienti del desiderio premonitore. I bambini possono essere meno consapevoli del bisogno associato al tic rispetto agli adulti, ma la loro consapevolezza tende ad aumentare con il crescere degli anni. Anche se non esiste un caso “tipico”, la condizione segue un percorso abbastanza standard in termini di età di esordio e di gravità dei sintomi. I tic possono apparire fino all’età di diciotto anni, ma l’età più comune di insorgenza è tra i cinque e i sette. Uno studio del 1998, pubblicato da Leckman et al. per lo Yale Child. Study Center ha dimostrato che le età di massima severità dei tic sono tra gli otto e i dodici anni (con una media di dieci), con i tic in costante calo per la maggior parte dei pazienti che poi regrediscono attraverso l’adolescenza. I tic iniziali si presentano più frequentemente nelle regioni del corpo della linea mediana in cui vi sono molti muscoli, di solito nella testa, nel collo e sulla regione facciale. Questo può essere in contrasto con i movimenti stereotipati delle altre patologie (come le stereotipie dei disturbi dello spettro autistico), che in genere hanno una precedente età di insorgenza, sono più simmetrici, ritmici, bilaterali e coinvolgono le estremità (ad esempio, agitando le mani). I tic che compaiono precocemente nel corso della malattia sono spesso confusi con altre condizioni, come le allergie, l’asma e i problemi alla vista. Pediatri, allergologi e oftalmologi sono in genere i primi a notare i tic in un bambino. Tra i pazienti i cui sintomi sono abbastanza gravi da giustificare il rinvio a terapia specifiche, la presenza del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e il sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) sono spesso presenti insieme con la sindrome di Tourette e un’alta percentuale di coloro che necessitano di cure presentano l’ADHD. Alcuni studi hanno rilevato che circa il 40% dei pazienti con sindrome di Tourette presenta solo questa condizione e non accusa ADHD o DOC, mentre altri riportano che sin al 57% dei pazienti studiati con disturbi da tic non ha avuto ulteriori complicanze, mentre il 43% ha sperimentato più condizioni di comorbidità.

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Cause

Le cause e origini della sindrome sono ancora incerte. L’eziologia è multifattoriale, fattori genetici e ambientali sono coinvolti. Sebbene l’esatta modalità di insorgenza della malattia sia ancora sconosciuta, studi genetici hanno dimostrato che la maggior parte dei casi sono ereditari. Al momento non è stato identificato alcun gene la cui alterazione conduca con certezza allo sviluppo della sindrome. Si ritiene, tuttavia, che i tic dipendano da una disfunzione del talamo, dei gangli della base e della corteccia frontale del cervello, disfunzioni che comportano un’attività anomala della dopamina, un neurotrasmettitore. Fattori non genetici possono influenzare la gravità della malattia: alcune forme della condizione possono essere geneticamente correlate al disturbo ossessivo compulsivo (DOC) mentre l’eventuale relazione fra Tourette e sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) non è ancora completamente dimostrato.

Fattori genetici

Studi di genetica, comprendenti anche dei gemelli, hanno dimostrato che una consistente maggioranza dei casi sono ereditari, sebbene sia tuttora ignoto il modello secondo il quale la condizione viene ereditata. Per molto tempo si è ritenuto che si trattasse di un disturbo autosomico dominante, ma studi recenti hanno criticato tale teoria suggerendo il coinvolgimento di più geni. Talvolta i tic non si presentano all’interno di un contesto familiare e tali casi vengono identificati come “sporadici” o “turettismi”. La probabilità di trasmettere il disturbo alla prole è di circa il 50%. Il sesso maschile sembra essere più predisposto a sviluppare i tic. La sindrome Tourette è caratterizzata da penetranza incompleta, ovvero i segni e i sintomi della patologia non compaiono in tutti i soggetti portatori della vulnerabilità genetica. Anche l’espressività è variabile: persino familiari che condividono i medesimi marcatori genetici possono avere manifestazioni di gravità estremamente differente. I geni si possono esprimere con il quadro della sindrome completa, come tic transitori o come tic cronici o con sintomi ossessivi compulsivi senza alcun tic. Solo una piccola percentuale dei bambini portatori dei geni sviluppano sintomi tanto severi da richiedere cure mediche. Non è possibile predire se un soggetto svilupperà la sindrome nel corso della sua vita.

Fisiopatologia

L’esatto meccanismo che sottende la sindrome non è ancora conosciuto. Si ritiene che i tic derivino da una disfunzione del sistema nervoso centrale. Modelli neuroanatomici suggeriscono un’alterazione dei circuiti cortico-sottocorticali, tecniche di diagnostica per immagini hanno permesso di supporre un coinvolgimento dei gangli della base e del lobo frontale. Le ricerche forniscono numerose prove di un’anomala attività del neurotrasmettitore dopamina: un eccesso di dopamina o la super sensitività dei recettori dopaminergici postsinaptici, potrebbe rappresentare il meccanismo alla base della sindrome, tuttavia, altri neurotrasmettitori potrebbero essere coinvolti.

Fattori non-genetici

Alcuni studi suggeriscono che fattori ambientali, infettivi o psicosociali, pur non potendo causare la sindrome, possano influenzare la gravità del disordine. Studi sui gemelli hanno messo in luce che il gemello con peso inferiore alla nascita tende a sviluppare sintomi più gravi. Altri eventi perinatali, come lo stress materno, il tabagismo della madre e complicanze ostetriche, sebbene non siano causa di tic potrebbero essere fattori di rischio per una maggior gravità dei tic. Un processo autoimmune potrebbe essere implicato in alcuni casi. È dibattuta l’ipotesi autoimmune che prende il nome di Pediatric Autoimmune Neuropsychiatric Disorders Associated with Streptococcal infections, PANDAS.

Relazioni con DOC e ADHD

Alcune forme di disturbo ossessivo compulsivo (DOC) possono essere geneticamente correlate alla sindrome di Tourette, rappresentandone forse una modalità alternativa di presentazione; studi genetici mostrano un incremento di tic e comportamenti ossessivo compulsivi nei familiari di pazienti tourettiani. Ulteriori elementi che sostengono l’ipotesi di una base comune indicano una maggior incidenza di sintomi tourettiani nei maschi e di sintomi ossessivo compulsivi nelle femmine. Il legame con la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è meno chiaro, alcuni elementi sostengono l’ipotesi di una correlazione, mentre altri la negano. Sembra che negli Stati Uniti nelle cliniche in cui vengono trattati i casi più gravi, la percentuale di pazienti che presentano anche ADHD sembra essere elevata ma i dati non paiono in alcun senso conclusivi.

Diagnosi

Secondo la rivisitazione della quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR), la sindrome di Tourette può essere diagnosticata quando una persona presenta sia tic motori multipli sia uno o più tic vocali, per il periodo di un anno, con non più di tre mesi consecutivi liberi dalla condizione. Il precedente DSM-IV prevedeva che si verificasse un “notevole disagio o significativa compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti della vita dell’individuo”, tuttavia questo requisito è stato rimosso nel più recente aggiornamento del manuale. L’esordio deve avvenire prima dei 18 anni e non può essere attribuito agli “effetti fisiologici diretti di una sostanza o di una condizione medica generale”. Quindi, altre condizioni mediche che includono tic o movimenti simili, come nel caso dell’autismo o altre cause di tourettismo, devono essere escluse prima di formulare una diagnosi. Non esistono screening specifici che possono essere utilizzati nella diagnosi di sindrome di Tourette; la condizione è spesso mal diagnosticata o sottodiagnosticata, in parte a causa della sua vasta espressione di gravità, che va da lieve (nella maggior parte dei casi) o moderata, a grave (casi rari ma più ampiamente riconosciuti e pubblicizzati). Tosse e tic che imitano l’asma sono comunemente mal diagnosticati. La diagnosi viene fatta sulla base dell’osservazione dei sintomi della persona e della sua storia familiare e dopo aver escluso le cause secondarie di disordini tic. In pazienti con un esordio tipico e una storia familiare di tic e di disturbo ossessivo-compulsivo, un esame fisico e neurologico di base può essere sufficiente. Non è necessario che altre condizioni di comorbidità (come ADHD o OCD) siano presenti, ma se un medico ritiene che vi possano essere altre condizioni in grado di spiegare i tic, possono essere richiesti dei test per la necessità di escludere tali condizioni. Un esempio di questo è quando vi è confusione diagnostica tra tic e convulsioni epilettiche, il che richiederebbe l’esecuzione di un elettroencefalogramma, o se vi sono altri sintomi, una risonanza magnetica, che escluda anomalie cerebrali. I livelli di TSH possono essere misurati per escludere l’ipotiroidismo, che può essere una causa di tic. Studi di neuroimaging di solito non sono del tutto affidabili. Negli adolescenti e negli adulti che si presentano con una improvvisa insorgenza di tic e altri sintomi comportamentali, è utile fare un esame delle urine per ricerca di droghe, come cocaina e altri stimolanti. Se vi è una storia familiare di malattia del al fegato, il controllo di valori di rame nel siero e di ceruloplasmina possono escludere la malattia di Wilson. La maggior parte dei casi sono tuttavia diagnosticati con la semplice osservazione.

Diagnosi differenziale

Cause secondarie di tic (non legate alla sindrome di Tourette ereditaria) sono comunemente note come tourettismo. Distonie, coree e altre condizioni genetiche e cause secondarie di tic dovrebbero essere escluse nella diagnosi differenziale per la sindrome di Tourette. Altre condizioni che possono manifestarsi con tic o movimenti stereotipati comprendono disturbi dello sviluppo, disturbi dello spettro autistico, e disturbi del movimento stereotipato, come: la corea di Sydenham, la distonia idiopatica e condizioni genetiche come la malattia di Huntington, neuroacantocitosi, sindrome di Hallervorden-Spatz, distrofia muscolare di Duchenne, malattia di Wilson e la sclerosi tuberosa. Tra le altre possibilità, vi sono patologie cromosomiche come la sindrome di Down, la sindrome di Klinefelter, la sindrome XYY e la sindrome dell’X fragile. Cause acquisite di tic possono essere quelle indotte da farmaci, traumi cranici, encefaliti, ictus e avvelenamento da monossido di carbonio. I sintomi della sindrome di Lesch-Nyhanpossono essere confusi con la sindrome di Tourette. La maggior parte di queste condizioni sono rare e una anamnesi completa e una visita medicapossono essere sufficienti per escluderli, senza particolari indagini o screening.

Trattamento

Attualmente vi sono alcune delle cure con l’aloperidolo, la clonidina, la clomipramina e i farmaci SSRI serotoninergici (la serotonina è un modulatore della dopamina, che è il neurotrasmettitore maggiormente implicato nella sindrome) che possono essere utilizzati efficacemente nel ridurre gli effetti motori della sindrome (tic, movimenti incontrollati, vocalizzazioni e urla) e quelli ossessivi; la prescrizione medica si scontra contro l’assenza di farmaci registrati in modo elettivo per questa sindrome. Allo studio vi sono i promettenti esiti dell’uso degli antiandrogeni come il finasteride (un modulatore della dopamina), che sembrano in grado di influire positivamente su tic e ossessioni. Per questa sindrome vengono inoltre proposti per i casi più gravi, e con numerose ricadute polemiche, interventi di neurochirurgia come la stimolazione cerebrale profonda (o DBS, Deep Brain Stimulation), cioè innesto permanente di elettrodi nell’encefalo. Gli interventi di natura lesionale (l’asportazione selettiva di alcune aree cerebrali o una lesione volontariamente indotta dal neurochirurgo a scopo terapeutico) appartengono ad approcci ormai superati: non hanno dato risultati soddisfacenti e inoltre sono irreversibili. Va sottolineato come la DBS sia una procedura da prendere in considerazione solo dopo attenta valutazione, solo in pazienti maggiorenni e solo quando ogni altra forma terapeutica (farmacologica e psicologica) praticata con piena collaborazione del paziente non abbia sortito effetto, e solo quando i tic rappresentino una oggettiva condizione di invalidità. Nell’ultimo decennio sono emerse evidenze scientifiche a favore dell’impiego della cannabis o dei cannabinoididi sintesi per la cura di questa patologia. Anche le tecniche di habit reversal sono ampiamente citate in letteratura, e si stanno compiendo approfonditi studi sull’ipotesi di neuromodulazione e ristrutturazione della architettura neuronale della corteccia in risposta all’applicazione di tecniche comportamentali. La tecnica applicata da John Walkup negli Stati Uniti sta dando risultati interessanti, con adolescenti e giovani. L’intervento psicoeducativo è spesso necessario per aiutare l’intero nucleo familiare nel fronteggiare la sindrome, inoltre è fondamentale che i familiari e il paziente vengano monitorati per la corretta assunzione delle cure e/o la corretta pratica riabilitativa quotidiana. Sulla sindrome sono state scritte, dal noto neuro-psicologo Aleksandr Lurija che si occupò degli studi sulle anomalie della corteccia pre-frontale, in una lettera a Oliver Sacks, queste parole: “La comprensione di una tale sindrome amplierà necessariamente, e di molto, la nostra comprensione della natura umana in generale. Non conosco alcun’altra sindrome che abbia un interesse paragonabile”.

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Tricofagia (sindrome di Raperonzolo), tricobezoario, tricotillomania, pica, picacismo: cosa sono e quali sono le cure?

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Tricofagia

La tricofagia (dal greco τριχοφαγία: τρίξ “capello” + φάγειν “mangiare”) è l’impulso non volontario di mangiarsi i capelli; spesso essi – se abbastanza lunghi – sono inseriti in bocca quando sono ancora attaccati alla testa, per poi essere staccati ed ingoiati. La tricofagia viene anche chiamata “sindrome di Raperonzolo” o “sindrome di Rapunzel“, in riferimento proprio alla principessa Raperonzolo ed alla sua lunga e folta chioma. La tricofagia appartiene al campo della psichiatria e colpisce soprattutto le donne sotto i 20 anni ed i bambini. La tricofagia compare nella letteratura scientifica per la prima volta già nel 1889, ma solamente nel 1987 viene riconosciuta come disturbo vero e proprio.

Tricobezoario

Essendo lunghi e fatti di cheratina, i capelli non vengono smaltiti come le altre sostanze di cui ci cibiamo, ma si attorcigliano nei tratti dello stomaco o dell’intestino. Può capitare che essi – accumulandosi nel tratto gastrointestinale – causino sintomi quali indigestione e dolore gastrico, organizzandosi in una struttura solida e intricata cui si dà il nome di tricobezoario (vedi foto in alto in questo articolo); in questi casi, può risultare necessario un intervento chirurgico per rimuovere la massa. Nel 2007 fu documentata la rimozione di un tricobezoario di circa 4,5 kg dallo stomaco di una diciottenne di Chicago. Nel 1999 una ragazza britannica morì per un’emorragia interna dovuta a un intervento chirurgico atto a rimuovere un tricobezoario.

Leggi anche: La metà di noi al liceo ha sofferto di onicofagia e molti ne soffono tuttora senza saperlo, di che malattia si tratta?

Tricotillomania e pica

La tricofagia viene diagnosticata attraverso altre due sindromi specifiche, che sono la tricotillomania e il pica (picacismo).

Le persone che soffrono di Tricotillomania, anche in forma momentanea, non riescono a resistere all’impulso di strapparsi i capelli, solitamente nello stesso punto, lasciando sulla cuoio capelluto vistose aree di alopecia. Con questi capelli poi, inconsapevolmente giocherellano per ore infilandoseli in bocca fino ad ingoiarli. Un gesto di tensione diretto a scaricare una forte dose di stress, che comporta però, col tempo, ai dei rischi seri per la salute. I capelli ingeriti, infatti, non sono assimilati dagli organi come il cibo, ed uno dopo l’altro, per la loro lunghezza e sostanza, si arricciano e si raggomitolano tra loro formando una palla che ostruisce il passaggio degli altri alimenti.

Il termine “pica” fa riferimento ad un uccellino, la gazza eurasiatica, che ha delle insolite abitudini come quello di cibarsi di sostanze non nutritive come la terra, l’argilla, sassi e rametti. Se compiuto in tenera età tale comportamento, denominato “picacismo” può essere scambiato con l’abitudine degli infanti di tastare e conoscere ogni cosa intorno a loro mettendosela in bocca, ma spesso nasconde ben altro. La sindrome denominata Pica non fa riferimento ad una curiosità soddisfatta con l’unico modo conosciuto dai bambini attraverso la bocca, ma alla necessità del soggetto di ingerire sostanze anomale come la sabbia, il sale, il sapone, leccando per terra o mangiando prodotti non commestibili.

Solitamente si verifica nei bambini molto piccoli od incapaci di comunicare il bisogno da soddisfare determinati bisogni, oppure nelle donne in gravidanza che patiscono delle anomali “voglie”. La ricerca del motivo che scatena la causa dello stress è fondamentale per risolvere il problema ed il disagio che esso esprime e ciò può avvenire grazie all’intervento di una apposita terapia psicoterapica.

Terapie

Le terapie relative a queste condizioni, sono principalmente volte a due obiettivi:

  1. la rimozione del groviglio di capelli che, accumulandosi nell’apparato digerente, può portare a conseguenze perfino mortali;
  2. aiutare il paziente a smettere di ingerire capelli con un supporto psicologico e psichiatrico.

Rimozione del tricobezoario

Nella maggior parte dei casi, l’intervento chirurgico è necessario per rimuovere il tricobezoario (vedi il video pubblicato più in alto), tuttavia – se la sua massa non è di dimensioni eccessive – è anche possibile scioglierlo con l’ausilio di prodotti chimici, romperlo in pezzi di minor dimensione con un laser, oppure rimuoverlo in endoscopia. Questi metodi meno invasivi non garantiscono però il successo dell’intervento alla pari della chirurgia, specie in caso di masse molto grandi.

Supporto psicologico e farmacologico

Un percorso psicoterapeutico è caldamente raccomandato per prevenire future problematiche legate alla tricofagia. In particolare, ciò è fondamentale per i soggetti affetti da pica da stress o da tricotillomania, poiché è molto probabile che tornino a sviluppare la sindrome di raperonzolo non appena rimosso il tricobezoario. Un trattamento psicologico efficace per la cura della tricofagia, come di tutti i disturbi ossessivo compulsivi (tra cui vi sono la tricotillomania e la dermatillomania) è la terapia cognitivo comportamentale; questa, attraverso precisi protocolli di intervento, si pone l’obiettivo di interrompere la dinamica che porta il soggetto a gestire le proprie problematiche e il proprio distress attraverso gesti di tipo compulsivo. Farmaci antidepressivi potrebbero essere utili per migliorare la condizione, specie se affiancati dalla psicoterapia.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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