Cos’è la lingua: anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma LINGUA BIANCA IMPASTATA CAUSE PERICOLOSA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneLa lingua (in inglese “tongue”) è un organo in prevalenza muscolare che occupa gran parte della cavità orale.

Funzioni della lingua

La lingua è dotata di papille gustative, ed è, appunto, il principale organo del gusto, cioè ci permette di provare i sapori dei cibi. Essa inoltre svolge la funzione di impastare il cibo con la saliva e di spingerlo sotto i denti affinché venga triturato, e quindi spinto giù per l’esofago. Infine la lingua è importante per la fonazione, ci permette cioè di emettere suoni e parlare.

Anatomia macroscopica

Costituisce la parete anteriore dell’orofaringe. La sua superficie dorsale costituita dalla mucosa linguale è convessa in ogni direzione ed è distinguibile in due parti, diverse sia per aspetto che per origine embriologica, dette corpo e radice della lingua, o porzione orale e porzione faringea. Esse sono divise da un solco a V rovesciata detto solco terminale, il cui apice costituisce una piccola cavità detta fondo cieco. È collegata posteriormente a un piccolo osso chiamato ioide e anteriormente ad un piccolo e sottile filamento detto frenulo o filetto.

Il corpo della lingua costituisce i 2/3 del suo volume, è diviso longitudinalmente dal solco mediano, che origina posteriormente all’apice della lingua e termina anteriormente al solco terminale, presso il foro cieco. A bocca chiusa, la superficie inferiore del corpo della lingua è a contatto con il pavimento della bocca, l’apice con gli incisivi superiori, i margini laterali con le arcate gengivali e la superficie superiore con il palato duro e con il palato molle.

La superficie dorsale è ricoperta dall’induito, una patina biancastra trasparente costituita dal precipitato contro il palato delle esalazioni dello stomaco attraverso l’esofago. Il colore, lo spessore, la consistenza e l’asportabilità dell’induito danno luogo ad indicazioni sullo stato della funzione digestiva. Sulla superficie superiore della lingua, anteriormente all’arco palatoglosso e posteriormente al solco terminale vi è un’area in cui sono presenti 4-6 pliche mucose che costituiscono i residui delle papille foliate, presenti e funzionali in molti animali, ma non nell’uomo.

Le papille gustative si distinguono in:

  • papille filiformi, che appaiono sotto forma di una diffusa e minuscola punteggiatura, sono diffuse su tutta la superficie dorsale del corpo della lingua, in particolare presso l’apice;
  • papille fungiformi, piccole, in rilievo e tondeggianti, meno numerose delle filiformi e distribuite anch’essa su tutta la superficie;
  • papille circumvallate, più rilevate e tondeggianti delle altre, disposte solo lungo il solco terminale.

La mucosa della superficie inferiore è di colore rosso e di consistenza viscida. Due escrescenze mucose, dette pliche fimbriate, originano posteriormente e lateralmente alla base della lingua e si dirigono antero-medialmente definendo una zona triangolare. Medialmente a queste, superficialmente e seguendo il loro decorso, si diramano le due vene linguali profonde. Il frenulo linguale collega invece la superficie inferiore della lingua con il pavimento della bocca. Lateralmente, presso la sua base, sono collocate le due papille sottolinguali da dove sboccano, mediante un orifizio, i dotti delle ghiandole sottomandibolari. Gli orifizi delle ghiandole sottolinguali sono invece numerosi e collocati postero-lateralmente rispetto a quelli delle sottomandibolari. La radice della lingua comprende la parte posteriore della lingua, cioè quella compresa anteriormente tra gli archi palatoglossi e posteriormente tra gli archi palatofaringei. La sua superficie presenta rilievi vagamente tondeggianti che costituiscono la sporgenza di noduli linfatici immersi nella lamina propria della mucosa linguale; l’insieme dei noduli linfatici costituisce la tonsilla linguale. Sull’apice di ciascun nodulo sboccano i dotti di ghiandole tubulo-acinose. Postero-lateralmente alla tonsilla linguale vi sono le due tonsille palatine, lunghe circa 1 cm, alloggiate in spazi tra l’arco palatoglosso e il palatofaringeo, detti fosse palatine. Posteriormente e inferiormente alla tonsilla linguale vi è una plica di cartilagine elastica, l’epiglottide, che presenta due pieghe glossoepiglottiche laterali ed una mediana.

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Anatomia microscopica

La mucosa della superficie dorsale è più spessa e aderente di quella della superficie ventrale, è inoltre irregolare per la presenza di numerosi rilievi di 1 – 2mm detti papille, suddivisibili in quattro tipi:

  1. Papille filiformi, sono le più numerose e sono presenti su tutta l’area antistante al V linguale e ai margini della lingua. Sono costituite da un asse connettivale con estremità libera a punta rivestita da un epitelio pavimentoso pluristratificato cheratinizzato, svolgono un’azione meccanica di tipo abrasivo, non presentano recettori gustativi ma sono fornite di numerosi terminali nervosi (meccanocettori)
  2. Papille fungiformi, meno numerose delle filiformi e distribuite sulla superficie dorsale della lingua e soprattutto all’apice. Presentano un asse connettivale a forma di fungo rivestito di epitelio pluristratificato paracheratinizzato o squamoso in cui sono presenti terminali nervosi gustativi
  3. Papille circumvallate, sono 12 – 14 distribuite lungo la V linguale, chiaramente visibili a occhio nudo. Presentano un asse connettivale a fungo circondato da un solco di 2mm, entrambi rivestiti da numerosi calici gustativi, sul fondo del vallo sono presenti le ghiandole di Von Ebner (a secrezione sierosa, servono ad esercitare un’azione di pulitura del vallo)
  4. Papille foliate, presenti in numero di 4 – 6 per lato della lingua dietro il V linguale, si presentano come papille laminari intervallate da fessure e rivestite da epitelio squamoso molle con numerosi calici gustativi.

La radice è rivestita da un epitelio squamoso molle, che in corrispondenza dei rilievi mammellonati (sottostanti accumuli di tessuto linfoide), si invagina a formare le cripte tonsillari della tonsilla linguale. In fondo a queste cripte le ghiandole di Weber, ghiandole salivari a secrezione mucosa ricche di lisozima (glicoproteina ad azione battericida).

Origine embriologica

La Lingua compie le sue prime fasi di sviluppo durante la quarta e quinta settimana. I 2/3 anteriori originano da tre rilievi o tubercoli che si costituiscono dalla proliferazione del mesenchima sottostante il rivestimento entodermico del primo arco branchiale. Tali tubercoli si fondono in un unico corpo; questo fa salienza sulla superficie ventrale della porzione di faringe primitiva che resta inglobata all’interno del primo arco branchiale e che andrà a formare il pavimento della cavità orale definitiva. Il terzo posteriore della lingua, la radice, si sviluppa da un singolo tubercolo, la copula, che deriva principalmente dal mesenchima del terzo arco branchiale e in parte minore anche dal quarto arco. La radice ben presto si salda con la porzione anteriore, lungo la linea di fusione va a formarsi il solco terminale o V linguale; dal cui vertice una gemma epiteliale cordonale si affonda per dare luogo all’abbozzo della tiroide e del dotto tireoglosso. Durante la sesta e settima settimana la lingua aumenta di volume e si spinge in alto nelle primitive fosse nasali, nell’ottava settimana essa rientra nella cavità orale e contemporaneamente i processi palatini si saldano tra loro lungo la linea mediana realizzando la separazione tra cavità orale e nasale. Dagli archi branchiali derivano solo la componente connettivale ed epiteliale, i muscoli linguali derivano dai somiti occipitali i cui mioblasti, migrando nella lingua, portano con loro le fibre dell’ipoglosso da cui sono innervate.

Apparato muscolare della lingua

È costituito dalla muscolatura estrinseca e da quella intrinseca.

  1. Muscolatura estrinseca:
    • Muscolo genioglosso, muscolo laminare di forma triangolare, origina dai processi geni superiori della spina mentale della mandibola; a breve distanza si affossa nel corpo della lingua dove si snoda a ventaglio, mantenendosi in posizione sagittale paramediana. Le sue fibre si distinguono in anteriori (decorrono pressappoco verticalmente e si spingono nella punta della lingua), medie (decorso obliquo e si portano al corpo) e posteriori (decorrono orizzontalmente e raggiungono la radice). La contrazione dei fasci anteriori arretra e piega in basso la punta della lingua, la contrazione dei fasci posteriori spinge la lingua al di fuori della bocca e la contrazione dell’intero muscolo abbassa e appiattisce la lingua.
    • Muscolo ioglosso, muscolo laminare di forma quadrilatera che origina dal corpo e dalle grandi corna dell’osso ioidee, spingendosi in avanti e in alto lateralmente al muscolo genioglosso, si porta sotto la superficie inferolaterale del terzo posteriore della lingua dove le sue fibre si intersecano con quelle dello stiloglosso. La sua contrazione tira la lingua in basso e indietro
    • Muscolo stiloglosso, muscolo cordoniforme che origina dal processo stiloideo del temporale, decorrendo poi lateralmente al muscolo costrittore superiore della faringe si porta in avanti e in basso sul margine laterale della lingua nel punto di unione tra i 2/3 anteriori e il terzo posteriore della lingua. Qui le sue fibre si intersecano con quelle del muscolo ioglosso e proseguono lungo il margine della lingua fino alla punta. La sua contrazione tira la lingua indietro e in alto
    • Muscolo palatoglosso, origina dalla superficie inferiore della aponeurosi palatina, decorre nello spessore del pilastro palatino anteriore e raggiunge la radice della lingua, qui le sue fibre, intersecandosi con i fasci muscolari trasversali intrinseci della lingua, raggiungono la linea mediana e si interdigitano con le controlaterali formando una unità funzionale che agisce da sfintere. Nel corso della deglutizione e delle fonazione la contrazione di questo muscolo chiude la comunicazione tra cavità orale e faringe.
  2. Muscolatura intrinseca: è costituita da fasci di fibre disposte su tre piani e distinti in fasci longitudinali, trasversali e perpendicolari:
    • I fasci longitudinali sono a loro volta distinti in superiori e inferiori, decorrono dalla radice della lingua alla punta e lungo i margini laterali della lingua sono accomunati con le fibre terminali dei mm. stiloglosso e ioglosso
    • I fasci trasversali decorrono da un margine all’altro della lingua e in corrispondenza della radice sono strettamente connessi con le fibre del muscolo palatoglosso in modo da formare un dispositivo sfinteriale che chiude l’istmo delle fauci durante la fase di predeglutizione
    • Le fibre verticali sono disposte tra la superficie dorsale e quella ventrale.

Tutti i fasci intrinseci originano e terminano nel contesto dell’organo, e in parte sono ancorati allo scheletro fibroso della lingua. Grazie a tale muscolatura la lingua può accorciarsi, ispessirsi e appiattirsi.

Vasi e nervi della lingua

L’apporto ematico arterioso è garantito dall’arteria linguale, mentre il deflusso venoso dalla vena linguale. L’innervazione è fornita da cinque paia di nervi cranici e precisamente dal nervo ipoglosso, dal nervo linguale, dal nervo intermedio di Wrisberg (Ramo del Nervo faciale), dal nervo glossofaringeo e dal nervo vago.

Gusto

Le sensazioni di gusto sono recepite dai calici (o bottoni) gustativi, costituiti da cellule epiteliali modificate chiamate cellule gustative. Le cellule gustative hanno una vita media di circa una decina di giorni, quindi sono soggette a un continuo ricambio. Il loro compito è quello di analizzare la natura delle varie sostanze presenti nel cibo dopo che sono state disciolte nella saliva. Il contatto con differenti sostanze genera impulsi differenti che raggiungono il cervello, dove vengono percepiti e riconosciuti i sapori.

I calici gustativi sono localizzati in 3 dei 4 tipi di papille linguali:

  1. Papille foliate
  2. Papille fungiformi
  3. Papille circumvallate

mentre non sono presenti nelle Papille filiformi, che hanno funzione meccanica, trattengono il cibo, e non hanno calici gustativi.

I calici gustativi rispondono a tutti i tipi di sapori, ma in maniera differente l’uno dall’altro, sicché ad esempio ci saranno calici che reagiscono fortemente al salato, e più debolmente agli altri, ed altri che si comporteranno in maniera differente.

Un tempo si credeva che le papille gustative che si trovano nelle diverse zone fossero differenti le une dalle altre, mentre oggi è noto che ogni sapore è diffuso in tutta la lingua. La credenza che esse siano concentrate in zone particolari deriva da una cattiva traduzione di uno psicologo di Harvard (Edwin G. Boring) di un articolo in tedesco del 1901. La sensibilità ai sapori è diffusa in tutta la lingua e anche in altre parti della bocca, come l’epiglottide e il palato molle.

Le informazioni sono veicolate al nervo faciale (VII paio di nervi cranici) con la corda del timpano. La sensibilità gustativa viene inoltre raccolta dal glossofaringeo e dal vago e viene trasportata al Nucleo del Tratto Solitario e al nucleo Ventro Postero Mediale del Talamo, zona in genere di pertinenza trigeminale.

La lingua si muove per mezzo di due sistemi di muscolatura: quella “estrinseca” e quella “intrinseca”. La prima comprende tutti i muscoli “al di fuori” dell’organo in questione, mentre la seconda viene spesso definita come muscolatura propria (o interna) della lingua. La lingua è ricchissima di capillari e terminazioni nervose ed è per questo molto sensibile. Talvolta può capitare di mordersi la lingua e, data la sua sensibilità, il cosiddetto “morso sulla lingua” è particolarmente doloroso.

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Lo stress fa ingrassare o dimagrire?

MEDICINA ONLINE OBESITA SOVRAPPESO GRASSO PC LAVORO FAST FOOD DUODENO PANCREAS DIGESTIONE GLICEMIA DIABETE ANALISI INSULINA ZUCCHERO CARBOIDRATI CIBO MANGIARE DIETA MELLITO TIPO 1 2 CURA TERAPIA FARMACI STUDIO NUOVE TENOLOGIE TERAPIEE’ difficile dare una risposta univoca a questa domanda dal punto di vista fisiologico ed ormonale, questo perché ognuno di noi reagisce in maniera fortemente soggettiva allo stress. Alcuni ad esempio, in periodi stressanti, tendono a perdere appetito, mentre altri sono colti da fame nervosa. Alcune persone sotto stress diventano iperattive, mentre altre si “lasciano andare”. Ovvio che poi molto dipende dal tipo di agente che ha determinato lo stress: un surplus di lavoro, un lutto o un divorzio sono ad esempio tre situazioni che tipicamente determinano stress, ma sono eventi totalmente diversi uno dall’altro ed anche le reazioni possono essere diametralmente opposte.

Per chi tende ad ingrassare nelle fasi più stressanti, c’è da dire che la ricerca ha scoperto che lo stress non fa ingrassare perché si mangia di più, ma perché si assimila di più

La colpa è di un ormone, il neuropeptide Y (Npy) che determina l’accumulo di maggiori quantità di grasso nelle cellule del tessuto adiposo in condizioni di stress. Il neuropeptide Y, finora noto per il suo ruolo di controllo dell’appetito nel cervello, ha in realtà un secondo ruolo extra-cerebrale prima sconosciuto. Esso agisce infatti anche a livello dei nervi periferici che innervano il tessuto adiposo. Lo stress attiva questi nervi al rilascio di Npy che stimola l’accumulo di grasso. Questo effetto diventa ancora più evidente quando, proprio perché sotto stress, si è presi da fame nervosa. Se mangiamo il doppio delle calorie a causa dello stress, il corrispondente aumento di peso non sarà di due volte, ma quattro volte tanto!

Per ridurre i danni, si possono assumere 4 tazze di tè verde al giorno, aggiungendo 10 gocce di tintura madre di eleuterococco per ognuna.Quando invece lo stress ti fa dimagrire, i nervi periferici rilasciano noradrenalina, un messaggero chimico che, al contrario del neuropeptide Y, induce a bruciare più grassi. Per ridurre i danni, assumere 4 tazze di tè rosso rooibos al giorno, aggiungendo 10 gocce di tintura madre di melissa per ognuna.

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Marmellata di pesche senza zucchero: ricetta light e gustosa

MEDICINA ONLINE MARMELLATA DI PESCHE FATTA IN CASA VASETTO DISINFETTATO BATULINO CONSERVE VASO VETRO JAM MARMELADE MARMELDE FRUTTA LIGHT LEGGERA ZUCCHERO RICETTA FACILE VELOCE GUSTOSA DIABETE DIETA CALORIE.jpgLa marmellata di pesche senza zucchero è una ricetta più dietetica rispetto alla ricetta classica della confettura di pesche in quanto non prevede l’aggiunta di zuccheri. Ideale quindi per chi sta a dieta e non vuole rinunciare alla colazione o alla merenda con una sana marmellata light.

Gli ingredienti:

  • 1 kg di pesche mature;
  • 1 bicchiere di acqua;
  • succo di 1 limone;
  • 1 mela.

Preparazione:

  1. lavare e pulire le pesche tagliandole in piccoli pezzetti insieme alla mela;
  2. macerate in una pentola capiente le pesche, la mela e il succo del limone per circa 3 ore;
  3. trascorso il tempo necessario, cuocete a fiamma bassa per circa 50 minuti;
  4. mescolare di tanto in tanto;
  5. verificare con il test del piattino se la marmellata è cotta al punto giusto ed è della consistenza giusta;
  6. una volta cotta, versarla nei barattolini e lasciarla raffreddare;
  7. la marmellata senza zucchero è pronta per essere consumata.

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È meglio mangiare o no prima di un allenamento?

MEDICINA ONLINE PALESTRA PESI MANGIARE PRIM MUSCOLI DOPO ALLENAMENTO MASSA PROTEINE AMMINOACIDI BCAA RAMIFICATI ESSENZIALI WHEY LATTE SIERO CASEINE CREATINA WORKOUT BICIPITI SPALLE GAMBE ESERCIZI DONNA GLUTEI STEROIDI SQUAT.jpgIl nostro corpo lavora meglio a stomaco vuoto. E se ci alleniamo prima di avere mangiato, il metabolismo funziona in modo più efficiente, bruciando i grassi meglio che se facciamo fitness dopo pranzo. È il risultato di uno studio condotto dalla University of Bath, in Inghilterra, che ha messo a confronto gli effetti dell’alimentazione rispetto all’esercizio fisico.

I test

Lo studio inglese è il primo nel suo genere e cerca di fare luce su un tema molto sentito dagli sportivi (ma non solo). Capire bene se e cosa mangiare prima di fare sport (in funzione del dimagrimento) è un’informazione essenziale. Il paper, pubblicato sull’American Journal of Physiology, racconta della ricerca degli endocrinologi di Bath e del metodo utilizzato: alcuni soggetti volontari in stato di sovrappeso sono stati invitati a camminare per un’ora con l’obiettivo di arrivare al 60% del consumo massimo di ossigeno. La prima volta lo hanno fatto a stomaco vuoto, la seconda due ore dopo il pasto (piatti a base di carboidrati ad alto contenuto calorico).

Il ruolo del tessuto adiposo

Le analisi del sangue e i campioni di tessuto adiposo raccolti sia prima che dopo i test sono serviti per dimostrare che fare attività fisica dopo il pasto è sostanzialmente contronidicato. Questo perché mangiare costringe il tessuto adiposo a ‘occuparsi del cibo’, cosa che impedisce al metabolismo di bruciare i grassi in modo efficiente. È risultato evidente come l’espressione di due geni (PDK4 e HSL) sia aumentata nel caso dell’esercizio dopo il digiuno e diminuita nel caso opposto. Quanto al PDK4, si pensa che l’aumento indichi che il grasso immagazzinato è stato utilizzato per alimentare il metabolismo durante l’esercizio fisico, lavoro che invece è stato effettuato dai carboidrati nei volntari dell’esercizio post-pasto. L’enzima HSL (responsabile della lipolisi, ovvero la mobilizzazione dei trigliceridi dal tessuto adiposo) è aumentato nello stesso modo durante l’esercizio.

Effetti e difetti

Dylan Thompson, autore dello studio, spiega che i risultati rafforzano l’idea che “il tessuto adiposo spesso affronta le sfide competitive. Se dopo aver mangiato è impegnato a reagire al pasto e no verrebbe stimolato nemmeno da una serie di esercizi, significa che “l’esercizio in uno stato di digiuno potrebbe provocare cambiamenti più favorevoli nel tessuto adiposo, con effetti benefici per la salute a lungo termine”. Lo studio ha evidenti limiti, ovvero il campione molto ridotto di volontari sui quali è stato condotto l’esperimento; sono necessari approfondimenti per avere conferme e determinare in modo più chiaro come viene messo in atto il meccanismo e come sfruttare queste informazioni per diete e programmi di fitness.

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Yogurt magro in gravidanza: causa allergie al bimbo?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Roma Cavitazione Pressoterapia  Massaggio Linfodrenante Dietologo Cellulite Dieta Sessuologia Sesso Pene PSA Ecografie Senologia Incinta RISCHI GRAVIDANZA DOPO 35 ANNIArriva dalla European Respiratory Society un allarme che potrebbe far barcollare tutte le nostre certezze sullo yogurt, un alimento sempre più consumato e consigliato.

E non parliamo del suo consumo nelle diete dimagranti, ma durante la gravidanza, quando l’alimentazione diventa fondamentale anche per il nascituro, così come un aumento proporzionato del peso.

benefici dello yogurt in gravidanza sono davvero molti, ma durante il congresso annuale  dell’European Respiratory Society, tenutosi ad Amsterdam, è stata messa sotto accusa una particolare tipologia di yogurt, quello magro, il light, perché secondo uno studio di Harvard potrebbe accrescere il rischio che il bebè soffra di allergie e asma.

Dopo aver analizzato prima il regime alimentare di 62mila future mamme olandesi, e poi la salute dei loro figli giunti al settimo anno di età, i ricercatori hanno scoperto che se una donna in gravidanza eccede nel consumo di yogurt light, il rischio che il nascituro sviluppi fenomeni allergici aumenta di circa l’1,6%.

Anche se gli scienziati ipotizzano che siano i nutrienti non grassi a essere coinvolti nella sensibilizzazione del nascituro allo sviluppo di allergie, si tratta, tuttavia, di una teoria ancora in fase sperimentale che dovrà essere approfondita con ulteriori studi.

Questo – spiega Ekaterina Maslova, a capo della ricerca – è il primo studio su questo tipo di collegamento tra l’assunzione di yogurt magro durante la gravidanza con un aumento del rischio di asma e rinite nei bambini. Ciò potrebbe essere dovuto a una serie di ragioni e continueremo a verificare se è legato a determinate sostanze nutritive o se le persone che avevano mangiato yogurt regolarmente abbiano uno stile di vita simile e abitudini alimentari che potrebbero spiegare l’aumento del rischio di asma“.

Intanto restano molti i benefici che derivano da un regolare consumo di yogurt in gravidanza: meno gonfiore addominale, aiuto contro la stipsi, meno accumulo di chili, presenza delle vitamine k e B e di calcio.

Allora che fare? L’impatto della dieta di una donna incinta sulla salute del suo bambino continua a essere ancora dibattuto, ma resta difficile valutare come particolari aspetti della dieta della donna durante la gravidanza incidano sul rischio di sviluppare allergie e asma.

Certamente è importante seguire una sana dieta equilibrata, soprattutto durante la gravidanza, quando è consigliabile discutere preventivamente eventuali cambiamenti drastici nella dieta con il ginecologo di fiducia.

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Il diabetico può mangiare il riso?

MEDICINA ONLINE RISO RISOTTO CIBO DIABETICO INDICE GLICEMICO PASTA CARBOIDRATI GLICEMIA DIETA GRASSO PRANZO.jpgIl riso non è vietato in modo assoluta ai diabetici, tuttavia è un alimento ad alto indice glicemico, quindi – come avviene con tanti altri cibi – il paziente diabetico deve stare attento alle quantità di assunzione e a non consumare nello stesso pasto altri cibi a contenuto di carboidrati; preferibile il riso integrale.

Importante: in caso di dubbio, il paziente diabetico può – sotto controllo medico – monitorare la propria risposta glicemica all’assunzione di certi alimenti, annotando i valori su un taccuino e raffrontando le relative glicemie.

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Fitoestrogeni e isoflavoni del trifoglio per il trattamento della menopausa

MEDICINA ONLINE DONNA ANZIANA MENOPAUSA ADULTA VAMPATE FITOESTROGENI SENO INGRANDIMENTO SOIA ORMONI ESTROGENI PIANTENella menopausa le donne soffrono di fastidiose vampate di calore indice dello squilibrio ormonale, per alleviare questi sintomi si rivolgono a terapie ormonali. Gli effetti collaterali e l’aumento del rischio di tumore al seno e malattie cardiovascolari, ha spinto la ricerca verso nuove forme di cura tratte dalla medicina complementare per gestire i sintomi della menopausa, stiamo parlando dei fitoestrogeni ricavati dagli isoflavoni della soia e del trifoglio. Oggi ci concentriamo nello specifico sui rimedi di derivazione naturale utili per ridurre la spiacevole sintomatologia legata al periodo della menopausa. Queste molecole sono gli isoflavoni

I rischi associati alla menopausa : rischi cardiovascolare ed osteoporosi

Dopo la menopausa, si incrementa nella donna il rischio di andare incontro a patologie cardiovascolari (ipertensione) ed ossee (osteoporosi). Le vampate di calore e la sudorazione sono legate al fatto che l’alterarsi del delicato equilibrio ormonale estro – progestinico “disturba” il nostro termostato interno – l’ipotalamo – facendogli leggere come elevata una temperatura corporea in realtà modificata solo di pochi centesimi di gradi. Per questo motivo l’organismo reagisce con sudorazione e vampate per eliminare calore in eccesso. Il rischio cardiovascolare è legato al mancato utilizzo di colesterolo per sintetizzare gli ormoni estrogeni e progestinici: così il colesterolo in eccesso può depositarsi a livello dei vasi, danneggiandoli. L’osteoporosi si manifesta per la ridotta attivazione degli osteoblasti, le cellule dell’osso deputate alla sua ricostruzione, stimolate proprio dagli estrogeni; per contro gli osteoclasti, cellule che eliminano l’osso usurato, sono attivissimi e continuano a togliere i sali di calcio dall’osso diminuendone la resistenza.

L’ attività estrogeno-simile degli isoflavoni e la loro presenza nella dieta.

Nei paesi occidentali le donne che soffrono di vampate di calore nella fase della menopausa sono circa l’80%. Invece nei paesi asiatici l’incidenza delle donne che soffrono di questo disturbo sono solo il 10-20%. Un’attenta analisi sul consumo alimentare delle popolazioni dell’Asia ha permesso di rilevare nella dieta la presenza di isoflavoni. Da qui sono partiti gli studi per isolare queste molecole e fornire tramite integrazione, un adeguato supporto quotidiano di isoflavoni, non solo per ridurre la sintomatologia tipica della menopausa, ma anche per ridurre i rischi associati a questa fase della vita (osteoporosi, rischio cardiovascolare e perdita di elasticità della pelle). Gli isoflavoni sono sostanze vegetali naturali che appartengono alla classe degli estrogeni vegetali chiamati fito-estrogeni fenolici. Queste molecole hanno attività biologica estrogeno-simile.

Gli isoflavoni nella dieta.

Le popolazioni asiatiche hanno un apporto ottimale di isoflavoni in quanto consumano soia e altri legumi in abbondanza. Tuttavia per la nostra popolazione occidentale il cambio di dieta non è facile e spesso neppure gradito, soprattutto in ragione dei quantitativi non indifferenti necessarie a garantire l’ adeguato apporto degli isoflavoni ed il rischio di un aumento del peso corporeo connesso al consumo di grandi quantità di soia e derivati (latte di soia). In questi casi, per chi non ha la possibilità di modificare cosi radicalmente il proprio stile di vita l’ unica via è rappresentata dagli integratori nutrizionali derivano o dalla soia e dal trifoglio rosso. Vediamo ora di capirne la differenza.

I quattro fitoestrogeni degli isoflavoni : soia vs trifoglio

Sia la Soia che il Trifoglio Rosso sono state oggetto di moltissimi studi che hanno decretato alcune importanti differenze:

Sono quattro i principali estrogeni vegetali degli isoflavoni che hanno dimostrato un’azione efficace come fitoestrogeno: genisteina, Biochanina A, Dadzeina, Formononetina

  1.  La Soia apporta solo due isoflavoni (Genisteina e Daidzeina), il Trifoglio rosso li possiede tutti e quattro gli isoflavoni (Genisteina, Daidzeina, Biochanina A e Formononetina).
  2.   I  due isoflavoni in più del trifoglio hanno effetti benefici dimostrati: la Biochanina A ha effetti protettivi sui vasi sanguigni e sul sistema cardiovascolare;
  3. La Formononetina favorisce la proliferazione degli osteoblasti (cellule deputate alla sintesi di tessuto osseo).
  4.  Gli isoflavoni del trifoglio sono maggiormente bio disponibili e non vengono dispersi.

Gli isoflavoni del Trifoglio rosso sono presenti in forma “non zuccherina”, per questo motivo entrano direttamente  in circolo dopo soli 15 minuti dall’assunzione. Gli isoflavoni della Soia, invece, sono presenti sotto forma “zuccherina” devono essere scissi a livello intestinale e sono biodisponibili dopo 3-4 ore. i processi digestivi ed assimilativi comportano una dispersione, nelle feci, di buona parte degli isoflavoni della soia.

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Fitoestrogeni in menopausa: efficacia, effetti indesiderati e raccomandazioni

MEDICINA ONLINE DONNA ANZIANA MENOPAUSA ADULTA VAMPATE FITOESTROGENI SENO INGRANDIMENTO SOIA ORMONI ESTROGENI PIANTECon l’arrivo della menopausa la donna va incontro ad una serie di cambiamenti legati alla carenza di estrogeni che, oltre a rappresentare un forte elemento di instabilità emotiva, possono diventare fattori di rischio per lo sviluppo di malattie dell’osso (osteoporosi), del sistema circolatorio o di altri organi. In Italia solo il 3-4 % delle donne ricorre alla terapia ormonale sostitutiva sia per motivi psicologici, sia per il timore di effetti indesiderati. Non stupisce, perciò, che abbiano destato particolare interesse i fitoestrogeni, ritenuti un’alternativa naturale per la loro provenienza dal mondo vegetale.

COSA SONO

I fitoestrogeni sono composti, presenti in numerose piante, caratterizzati da un’azione simile a quella degli estrogeni (ormoni femminili). Fra i fitoestrogeni presenti in natura i più importanti sono gli isoflavoni (genisteina, dadzeina, ecc), contenuti principalmente nella soia, i lignani, presenti in alte concentrazioni nei semi di lino e in altri cereali e i cumestani, che si trovano principalmente nel trifoglio rosso e nei germogli. Un’altra sorgente di fitoestrogeni è rappresentata da alcune piante officinali come la cimicifuga (actaea racemosa) e l’erba medica (medicago sativa).

GLI EFFETTI POTENZIALI

L’interesse nei confronti dei fitoestrogeni è nato dall’osservazione che nei paesi orientali le donne in età menopausale presentano un’incidenza più bassa dei sintomi tipici della menopausa, di malattie cardiovascolari, di tumori ormono-dipendenti (es. mammella, endometrio) e di osteoporosi rispetto alle donne occidentali. Fra i vari fattori che, presumibilmente, potrebbero dar conto di queste differenze rientrano fattori genetici, dietetici e culturali. L’osservazione che, nelle persone di origine asiatica trasferitesi negli Stati Uniti, l’incidenza di malattie degenerative ”occidentali” diviene, nell’arco di 1 o 2 generazioni, simile a quella delle popolazioni residenti ha portato a ridimensionare il ruolo dei fattori genetici e a rivolgere l’attenzione ai fattori dietetici. Confrontando l’alimentazione delle popolazioni asiatiche con quella degli occidentali, una delle differenze più significative riscontrate è risultata essere il maggior consumo di soia. Poiché la soia è ricca di fitoestrogeni, sono iniziate le ricerche per valutare i potenziali benefici di queste sostanze nella donna in menopausa.

COME AGISCONO

I fitoestrogeni si trovano in natura sottoforma di precursori inattivi; una volta raggiunto l’intestino vengono metabolizzati ad opera della flora batterica intestinale a composti attivi. La capacità di metabolizzazione dipende da persona a persona e può variare a seconda dell’età del soggetto. Alcuni studi hanno messo in evidenza che queste sostanze, grazie alla loro struttura chimica simile agli ormoni femminili, nella donna sono in grado di legarsi ai recettori per gli estrogeni, pur essendo dotati di una potenza nettamente inferiore rispetto a questi. Il loro impiego viene perciò proposto nei disturbi legati all’arrivo della menopausa, come alternativa ”naturale” alla terapia ormonale sostitutiva.

SONO EFFICACI SUI SINTOMI MENOPAUSALI?

Fra i sintomi tipici della menopausa e del periodo pre-menopausa, le cosiddette ”vampate” rappresentano, soggettivamente, la maggiore motivazione per iniziare la terapia ormonale sostitutiva. Nel controllo di questi sintomi, i pochi studi condotti hanno dimostrato che i fitoestrogeni riducono lievemente la frequenza delle vampate (riduzione media del 15%). E’ tuttavia opportuno evidenziare come i risultati, peraltro modesti, si traducano in un beneficio pratico piuttosto limitato: in una donna che ad esempio sperimenta quotidianamente 10 o 12 vampate al giorno si ottiene una riduzione media di una vampata al giorno. Nessun effetto positivo invece è stato dimostrato sulla secchezza vaginale né su altri sintomi spesso presenti in menopausa come i disturbi dell’umore, ansia, cefalee, né sulla qualità di vita in generale, laddove questa è stata valutata.

SONO EFFICACI NELLA PREVENZIONE DELL’OSTEOPOROSI?

Sono stati condotti alcuni studi riguardo i potenziali effetti benefici degli isoflavoni sulla densità ossea; i fitoestrogeni non hanno dimostrato di essere in grado di migliorare questo parametro che, inoltre, rappresenta un dato poco rilevante dal punto di vista clinico , poiché l’obiettivo primario è invece la diminuzione delle fratture.

SONO EFFICACI NELLA PREVENZIONE DELLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI?

Nonostante gli studi epidemiologici abbiano evidenziato che l’incidenza di malattie cardiovascolari nella popolazione asiatica sia bassa e nonostante numerosi studi abbiano dimostrato che l’assunzione giornaliera di almeno 25 g di soia, unita ad una dieta a basso contenuto di grassi, consente di ottenere importanti riduzioni del colesterolo totale, del colesterolo LDL e dei trigliceridi in soggetti ipercolesterolemici, il ruolo degli isoflavoni è ancora controverso. Non è ancora chiaro infatti se i benefici ottenuti siano da attribuire alla componente isoflavonica o ad altri componenti della soia.

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SONO EFFICACI NELLA PREVENZIONE DEL TUMORE AL SENO?

Anche in questo ambito i dati sono piuttosto contrastanti. Non è infatti ancora stato chiarito se gli isoflavoni della soia siano in grado di prevenire o, al contrario, promuovere l’insorgenza di cancro al seno; in particolare, alcuni studi hanno suggerito che i fitoestrogeni possano proteggere dal tumore al seno nel periodo pre-menopausa e al contrario agire da promotori nel periodo post-menopausa, attraverso un meccanismo non ancora chiarito. Questa condizione di incertezza e l’inconsistenza dei dati disponibili rendono l’integrazione della dieta con i fitoestrogeni particolarmente sconsigliabile. Secondo alcuni autori, la minore incidenza di cancro del seno nelle donne giapponesi potrebbe essere dovuta ad altri fattori, come ad esempio, il maggiore numero di figli.

EFFETTI INDESIDERATI

La sicurezza d’uso dei fitoestrogeni non è ancora stata dimostrata; in particolare non sono noti gli effetti in seguito all’assunzione per lunghi periodi o a dosaggi elevati. Alcuni studi hanno evidenziato che i fitoestrogeni possono influenzare le concentrazioni di tiroxina, insulina e glucagone. Particolare attenzione deve essere posta da chi è in trattamento con tamoxifene poichè i fitoestrogeni sembrano interferire con l’attività di questo farmaco. Rimane infine da stabilire la potenziale capacità di induzione del tumore al seno. Recentemente, secondo le indicazioni del Ministero della Salute, in caso di assunzione di integratori dietetici contenenti fitoestrogeni, l’apporto giornaliero di isoflavoni della soia non deve superare gli 80 mg al giorno.

ALCUNE RACCOMANDAZIONI

Anche se i dati epidemiologici riguardo l’impiego dei fitoestrogeni lasciano ipotizzare possibili benefici, sono necessari ulteriori studi volti a comprendere il profilo di efficacia e di sicurezza di questi composti naturali, quando assunti come integrazione dietetica. Soprattutto, rimane a tutt’oggi da stabilire se gli effetti positivi siano dovuti ai fitoestrogeni in sé o alla loro combinazione con gli altri componenti degli alimenti. Non è affatto dimostrato che estrapolando un solo fattore da una cultura alimentare e uno stile di vita così diversi dai nostri si ottengano gli stessi effetti. La principale raccomandazione per chi si sta avvicinando alla menopausa o è già in menopausa rimane dunque quella di seguire una dieta equilibrata, smettere di fumare e fare del movimento.

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Lo staff di Medicina OnLine

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