Giocare a calcio diminuisce il rischio di impotenza ed eiaculazione precoce

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO CALCIO SPORTGiocare a pallone per 45 minuti due o tre volte a settimana riduce del 40% il rischio di disturbi sessuali come disfunzione erettile ed eiaculazione precoce. Lo dimostrano i dati della SIA (la Società Italiana di Andrologia) raccolti dal 1998 al 2010 relativamente a 15.000 ragazzi dai 18 ai 20 anni: la pratica del calcio si associa ad un minore rischio di disfunzioni sessuali. Gli effetti positivi si riscontrano anche negli adulti, anche over 65, che vedono aumentare fino al 18% la capacità cardio-respiratoria.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Calcio di punizione a due in area di rigore: come funziona?

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Quando scatta un calcio di punizione indiretto

La Regola 12 elenca i casi in questione che, ovviamente, valgono anche in area di rigore: gioco pericoloso; ostacolare la progressione di un avversario (senza contatto fisico); impedire al portiere di liberarsi del pallone. A queste infrazioni si aggiungono quelle commesse dal portiere: se mantiene il controllo del pallone tra le mani per più di sei secondi (s’intende per controllo anche tenere la sfera sulla mano aperta, farlo rimbalzare o lanciarlo in aria per rinviare); se, dopo essersi spossessato del pallone, lo tocca di nuovo con le mani prima che questo sia stato toccato da un altro calciatore; se tocca il pallone con le mani dopo che quest’ultimo è stato calciato volontariamente verso di lui da un compagno; se tocca il pallone con le mani dopo che lo ha ricevuto direttamente da una rimessa laterale eseguita da un compagno.

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Milan-Inter: il caso Donnarumma-Eder

Il caso di domenica scorsa nel derby della Madonnina è stato insolito perché il portiere rossonero prima di toccare il pallone con le mani dopo il retropassaggio di Alex, aveva svirgolato il pallone. Un episodio simile era accaduto in un Parma-Juventus con protagonista Buffon e anche in quell’occasione l’arbitro non colse l’irregolarità. A livello regolamentare, però, non esistendo una specifica antecedente al 2015, è stata colta l’occasione per aggiungere una postilla che si trova al punto 58 della “Guida Pratica”: un calciatore passa volontariamente con i piedi il pallone verso il proprio portiere, che tenta di calciarlo. Il tiro però risulta maldestro e il pallone si alza in verticale. Così, per evitare che se ne impossessi un avversario, il portiere tocca il pallone con le mani. Esattamente la foto dell’intervento di Donnarumma. Provvedimento? Calcio di punizione indiretto.

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Altre situazioni particolari

Altri casi particolari meritano attenzione: se un portiere, nella propria area di rigore, ha il pallone tra le mani e poi lo lascia cadere a terra, per poi controllarlo coi piedi, uscire dall’area e dopo decidere di tornare dentro la stessa area raccogliendolo con le mani, scatta il medesimo provvedimento. Infine, se un calciatore nega un’evidente opportunità di segnare una rete giocando in modo pericoloso, l’arbitro dovrà espellere il calciatore: cartellino rosso e punizione a due, una vera rarità.

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Inter-Lazio: punto di battuta e barriera

Riguardo al punto di battuta (e qui vige la Regola 13) Inter-Lazio dello scorso dicembre ci ha insegnato qualcosa: la barriera, normalmente a 9,15 metri, dovrà essere posizionata tra i pali difesi dal portiere (contrariamente a quanto accaduto al Meazza) se il calcio di punizione indiretto viene concesso all’interno dell’area di porta. Il punto di battuta sarà sulla linea di porta nel punto più vicino a quello dell’infrazione. In quella circostanza Berisha aveva intercettato con le mani un retropassaggio di Radu per evitare un calcio d’angolo. E se l’arbitro dimentica di alzare il braccio e il pallone viene calciato direttamente in porta? Il gol non sarà valido e il calcio di punizione indiretto dovrà essere ripetuto.

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Vincere un campionato con una punizione a due

Una punizione a due è passata alla storia in Germania. Siamo nel 2001 e lo Schalke 04, che ha condotto a lungo il campionato prima di cadere alla penultima giornata a Stoccarda con un gol all’ultimo minuto, vede materializzarsi il miracolo: sconfiggere l’Unterhaching e sperare nella contemporanea sconfitta del Bayern in trasferta contro l’Amburgo, così da vincere il titolo per la differenza reti. Il successo in Bundes è atteso dal 1958 e al Parkstadion, nell’ultima gara prima di inaugurare l’Arena AufSchalke, il team di Gelsenkirchen vince 5-3. Intanto, il Bayern Monaco viene trafitto al 90’ da una rete di Barbarez di testa.

FONTE

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Raggi infrarossi in medicina: diminuiscono il dolore e rilassano la muscolatura

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I raggi infrarossi sono onde elettromagnetiche a bassa frequenza in grado di trasmettere calore, e proprio per via di questa caratteristica sono sempre più utilizzati anche a scopo terapeutico. Presenti negli studi medici che si occupano di riabilitazione, i raggi infrarossi sono generati da speciali lampade – solitamente al filamento di tungsteno con potenze fino a 1000 Watt – in grado di generare raggi IR a varie lunghezze d’onda. Lo spettro delle radiazioni emesse dalle lampade a tungsteno, in particolare, varia da 40.000 a 3.500 A e comprende, pertanto, raggi infrarossi, raggi visibili e, in piccola misura, anche ultravioletti; tuttavia la maggiore emissione riguarda i raggi infrarossi con lunghezza d’onda sui 10.000 A. Il calore che questi raggi trasmettono viene assorbito facilmente dal corpo, poiché penetra solo la superficie della cute e dei tessuti, e provoca una benefica vasodilatazione oltre che degli stimoli anche a un livello nervoso e muscolare. Il trattamento con infrarosso è indicato in particolare per curare dei disturbi specifici associati all’apparato circolatorio, scheletrico nonchè ai muscoli.

A cosa servono i raggi infrarossi nella medicina riabilitativa?

Gli infrarossi sono usati in riabilitazione, per contrastare contratture e dolori muscolari e preparare il muscolo a massaggi e trattamenti di fisioterapia.
Questo perché, direzionati sulla zona da trattare i raggi riscaldano in profondità, ciò determina una dilatazione dei vasi sanguigni presenti nella zona trattata con aumento della circolazione sanguigna locale e, di conseguenza una maggiore ossigenazione dei tessuti, che si rigenerano.
Si aggiunge, inoltre, un effetto stimolante sulle terminazioni nervose, che riduce il dolore e rilassa la muscolatura.
Sono quindi indicati per il trattamento dei dolori alla cervicale, per artrosi cervicale e lombare, per le contratture muscolari e per il trattamento delle piaghe da decubito. Utili anche per malattie da raffreddamento, per affezioni dell’orecchio, naso e gola.

Leggi anche: Dolore che interessa varie articolazioni (poliarticolare): cause e rimedi

Terapia casalinga con infrarossi

Vi riportiamo una lista di prodotti per la terapia ad infrarossi che potete usare comodamente a casa. Se soffrite spesso dei dolori appena elencati, acquistare una vostra lampada ad infrarossi o altri prodotti utili a contrastare il dolore, potrebbe essere un ottimo investimento per il vostro benessere e la vostra salute:

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere di ossa, legamenti, cartilagini e tendini e la cura dei dolori articolari:

Come si svolge una seduta di raggi infrarossi?

I raggi infrarossi possono essere impiegati per applicazioni generali o locali; in entrambi i casi il paziente viene fatto spogliare nella zona da trattare e disposto in una posizione idonea ad essere raggiunto dai raggi infrarossi (seduto o steso sul lettino). Nelle applicazioni generali si fa convergere sul paziente denudato la luce emessa da 4 lampade di infrarossi, che sono collocate alla distanza di 60-80 cm dal soggetto. E’ importante ricordare subito che in certi soggetti queste applicazioni possono produrre ipotensione ed impegno dell’apparato cardiocircolatorio. Nelle applicazioni locali (le più usate nella terapia riabilitativa) di solito vengono trattate superfici corporee di 30-40 cm di diametro, grazie ad una sola lampada di infrarossi. Nell’effettuare tali applicazioni bisogna seguire le norme sottoelencate:

  • La parte da trattare deve essere denudata.
  • La regione cefalica va protetta.
  • La lampada generatrice deve essere collocata a distanza di almeno 50 cm dal paziente.
  • I raggi devono essere perpendicolari alla superficie da irradiare.
  • Il dosaggio deve essere basato sulla durata dell’irradiazione.

Quanto dura una seduta di raggi infrarossi e quante sedute sono necessarie?

Ovviamente questi dati variano in funzione del paziente, della patologia da trattare e dalla sua estensione/gravità. Mediamente la durata di ogni seduta è di 15 minuti ma può arrivare fino a 30. Solitamente si effettuano cicli di 10 sedute totali.

Vantaggi

I vantaggi degli infrarossi sono, in sintesi:

  • Circolazione migliorata: grazie al calore emesso dalla lampada ad infrarossi la circolazione migliora notevolmente e questo, comporta un efficacia contro i dolori muscolari e “scioglie” qualsiasi contrazione muscolare istantaneamente.
  • Profondità di azione: i raggi infrarossi penetrano nella pelle fino a parecchi centimetri all’interno del corpo ed arrivano dove nessuna crema è in grado di arrivare. Il calore penetrante promuove la guarigione e il ringiovanimento.
  • Ossigenazione dei tessuti: la lampada ad infrarossi è capace di migliorare l’ossigenazione e l’idratazione dei tessuti all’interno della cute.
  • Guarigione delle ferite migliorata: grazie ai raggi infrarossi e al potere del calore concentrato in un unica zona è capace di velocizzare la guarigione delle ferite grazie ad una migliore ossigenazione e circolazione.
  • Rilassamento dei muscoli: la radiazione infrarossa è capace di rilassare qualsiasi muscolo del nostro corpo e calma il sistema nervoso.
  • Azione anti-stress: il calore della lampada ad infrarossi, specie nei mesi più freddi, è capace di migliorare il nostro umore e combatte lo stress psico-fisico cronico.

Precauzioni

E’ importante che il medico faccia attenzione a tali avvertenze e precauzioni nell’uso dei raggi infrarossi:

  • Non usare la lampada in qualsiasi zona della testa.
  • La lampada deve essere tenuta a debita distanza dalla cute, la testa deve essere protetta.
  • Non applicare oli essenziali, lozioni e creme per la pelle prima di utilizzare la lampada ad infrarossi.
  • Coprite gli occhi. Non fissare direttamente la luce emessa dalla lampada.

I raggi infrarossi abbronzano?

Se pensate di abbronzarvi con la lampada ad infrarossi la risposta è no. Ad abbronzare sono i raggi ultravioletti e non gli infrarossi. Per approfondire, leggi: Differenza tra raggi infrarossi, ultravioletti e visibili

I raggi infrarossi in ambito curativo sono sicuri?

L’uso dei raggi IR a scopo terapeutico oggi è sempre più diffuso, anche perché non vi sono state riscontrate particolari controindicazioni per ciò che concerne il loro utilizzo. Tuttavia è sempre opportuno che i trattamenti siano seguiti da medici dalle mani esperte, al fine di scongiurare interventi sommari e sovraesposizioni che potrebbero causare ustioni cutanee o colpi di calore.

Quali sono le controindicazioni?

E’ importante ricordare che la terapia con infrarossi è controindicata o comunque da sconsigliare :

  • In caso di gravi patologie cardiovascolari.
  • In caso di febbre superiore a 38 gradi.
  • In caso di varicosi, diabete, emofilia, tumore.
  • In gravidanza, in allattamento e durante il ciclo mestruale.
  • In pazienti al di sotto di 6 anni.
  • In pazienti che hanno assunto da poco alcolicistupefacenti.

I raggi infrarossi hanno effetti collaterali?

I possibili effetti collaterali dei raggi infrarossi sono principalmente dovuti al calore e sono principalmente:

  • eritema;
  • sudorazione;
  • ipotensione arteriosa;
  • colpi di calore;
  • ustioni;
  • svenimento.

L’eritema da infrarossi compare durante l’irradiazione e scompare subito dopo l’interruzione del trattamento. L’eritema è generato dall’intensa vasodilatazione superficiale, prodotta dall’elevazione termica. Nell’area irradiata si può manifestare una sudorazione più o meno profusa, a causa della stimolazione delle ghiandole sudoripare da parte dei raggi infrarossi. In alcuni soggetti si può verificare ipotensione arteriosa (abbassamento della pressione sanguigna) causata dalla vasodilatazione, se il trattamento copre ampie zone del corpo. Una severa ipotensione, soprattutto se il paziente è ipoteso, potrebbe determinare – nei casi più gravi – lo svenimento. Durante le applicazioni generali si possono avere episodi lipotimici nei soggetti cardiopatici. Le ustioni insorgono se l’intensità della sorgente è notevole e se esistono disturbi della sensibilità. Come già detto più volte, non si devono mai indirizzare i raggi infrarossi sul capo perché c’è il pericolo di colpi di calore. Per tali motivi è opportuno difendere il cranio con un copricapo allorquando si effettuano applicazioni sul rachide cervicale. La presenza di un medico esperto è efficace nel prevenire tutti gli effetti collaterali. Al contrario di altri professionisti – che applicano il macchinario e lasciano imprudentemente il soggetto da solo a ricevere i raggi infrarossi – io invece rimango accanto al paziente per tutta la durata del trattamento, per evitare episodi lipotimici ed ustioni causate tipicamente da movimenti del paziente che avvicina in modo incauto la zona trattata alla lampada.

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Rottura della cuffia dei rotatori: dolore alla spalla, deficit di forza, diagnosi e cura

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma ROTTURA CUFFIA ROTATORI SPALLA Riabilitazione Nutrizionista Medicina Estetica Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Linfodrenaggio Pene Vagina.jpgTante volte nella nostra vita ci è capitato di avvertire dolore ad una o ad entrambe le spalle e di provare la sensazione di avere meno forza nei movimenti legati alle spalle. In questi casi molte volte i sintomi possono essere manifestazioni transitorie e di poca importanza, altre volte, purtroppo, possono invece essere sintomo di una patologia che riguarda la cuffia dei rotatori e che non deve essere mai sottovalutata. Ma la prima domanda che molti si saranno fatti è…

Cos’è la cuffia dei rotatori ed a che serve?

La cuffia dei rotatori è un complesso muscolo-tendineo costituito dall’insieme di quattro muscoli e dai rispettivi tendini:

  • muscolo sovraspinato, il cui tendine passa al di sotto del legamento coraco-acromiale e si inserisce sulla parte superiore della grande tuberosità omerale;
  • muscolo sottospinato, posteriore, il cui tendine si inserisce sul tubercolo maggiore dell’omero;
  • muscolo piccolo rotondo, posteriore, il cui tendine si inserisce leggermente al di sotto dell’inserzione del muscolo sottospinato;
  • muscolo sottoscapolare, anteriore, il cui tendine si inserisce sulla piccola tuberosità dell’omero.

Nel complesso la cuffia è composta da due muscoli extrarotatori (sottospinato e piccolo rotondo), un muscolo intrarotatore (sottoscapolare), e un muscolo adduttore (sovrascapolare).

A che serve la cuffia dei rotatori?

La cuffia dei rotatori si chiama in questo modo perché i grandi tendini che la compongono proteggono l’intera articolazione formando una vera e propria cuffia che avvolge la testa dell’omero; già potete intuire quindi quale sia l’importante compito di questa struttura: la contrazione tonica dei muscoli della cuffia stabilizzano la spalla impedendone la lussazione (fuoriuscita della testa omerale dalla cavità glenoidea). I tendini piuttosto vasti (circa cinque centimetri) proteggono l’intera articolazione formando una vera e propria cuffia che avvolge la parte superiore dell’omero. Tra i quattro muscoli che compongono la cuffia dei rotatori, il sovraspinato è quello che si lesiona più frequentemente. In realtà quando si parla di rottura della cuffia dei rotatori non si fa riferimento a lesioni di natura muscolare ma tendinea. Inoltre bisogna tenere ben presente che la lesione della cuffia dei rotatori è spesso associata a lesione del capo lungo del muscolo bicipite, attivo durante la flessione e l’abduzione della spalla. La borsite sub-acromiale invece, è un infiammazione dell’omonima borsa e anch’essa può essere un’importante causa di dolore alla spalla. Si tratta in sostanza di un piccolo sacchetto ripieno di liquido posto sotto l’acromion della scapola per impedire lesioni da sfregamento della cuffia dei rotatori sull’osso.
Quando questa borsa si infiamma (a causa di un trauma o di uso eccessivo) va a comprimere le strutture tendinee comprese nello spazio sotto-acromiale favorendone la degenerazione.

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Quali sono i sintomi della lesione della cuffia dei rotatori?

Il tipo di ferita può variare da un’infiammazione tendinea locale, senza alcun danno permanente, ad una lesione parziale o completa che potrebbe richiedere l’intervento di riparazione chirurgica. In entrambi i casi si registrerà un deficit più o meno marcato nella forza di abduzione del braccio (cioè il movimento di allontanare il braccio dal corpo). In particolare il soggetto faticherà a mantenere il braccio sollevato lateralmente tra i 60° ed i 120°. Un apposito test per diagnosticare la lesione della cuffia dei rotatori andrà proprio a testare la risposta muscolare del paziente in questi angoli di movimento. Oltre al dolore, che spesso si accentua durante il riposo notturno, e deficit della forza durante movimenti specifici, i pazienti spesso lamentano difficoltà e dolore legati ai normali movimenti della vita quotidiana, come la pettinatura dei capelli, il riposo notturno su un fianco, l’infilare la manica della giacca o l’allacciamento del reggiseno.

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Quali sono le cause di lesione della cuffia dei rotatori?

Tra i 60° ed i 120° di abduzione, lo spazio tra la testa dell’omero e l’acromion della scapola nel quale decorre il tendine del muscolo sovraspinato si riduce notevolmente. Per questo motivo movimenti frequenti in questo range articolare possono causare a lungo andare infiammazione e/o degenerazione del tendine del sovraspinato. Non a caso la lesione solitamente interessa il tendine in un’area ben precisa che si trova a circa un centimetro di distanza dalla sua inserzione sull’omero (trochite). Questa zona è piuttosto ricca di capillari che servono a fornire al tendine l’ossigeno ed i nutrienti. Già in condizioni normali, con l’invecchiamento e il disuso, l’afflusso di sangue al tendine si riduce, diminuendone l’elasticità ed aumentandone la fragilità. Ma se il braccio lavora proprio tra i 60 ed i 120°, l’apporto di sangue al tendine si riduce ulteriormente a causa della riduzione dello spazio tra la testa omerale e l’acromion. Questa compressione va ad intrappolare ed ostruire parzialmente i vasi sanguigni aumentando considerevolmente il rischio di lesione. Questo meccanismo è ancora più evidente se al disuso segue un improvviso uso esagerato e/o prolungato (sollevare carichi pesanti, tagliare la siepe, imbiancare il soffitto, lavare i vetri, movimenti bruschi ecc.). Spesso nell’anziano vi è assenza di sintomatologia dolorosa o questa è molto lieve nonostante la lesione.

Nello sport invece tali lesioni si verificano più frequentemente in discipline che prevedono movimenti ripetitivi che richiedono una abduzione associata ad extrarotazione del braccio (baseball, lancio del giavellotto, tennis, pallavolo, alcune specialità del nuoto, a volte la pallacanestro). L’uso ripetitivo dei tendini può infatti condurre ad un loro significativo ispessimento riducendo ancor di più lo spazio subacromiale. Nei giovani un singolo movimento particolarmente violento, può andare a ledere uno o più tendini già compromessi dall’utilizzo eccessivo.

Nelle persone sedentarie, alcuni difetti posturali associati ad attività lavorative che impongono posizioni viziate, possono causare a lungo andare un aumento della cifosi dorsale (incurvamento in avanti del tratto toracico della colonna vertebrale). Tale vizio di posizione, che genera quella che volgarmente viene chiamata gobba, proietta in avanti le spalle sottoponendo la cuffia dei rotatori a tensioni eccessive. Non a caso il dolore alla spalla rappresenta la seconda causa più frequente di assenteismo dal lavoro dopo la  lombalgia.

L’indebolimento delle strutture tendinee che compongono la cuffia dei rotatori aumenta, a lungo andare, l’instabilità dell’intera spalla favorendo la risalita verso l’alto della testa omerale. Questa risalita diminuisce ulteriormente lo spazio a disposizione dei tendini causando dolore. Se la condizione cronicizza si parla di “Sindrome da conflitto” proprio per indicare “l’intrappolamento” dei tessuti molli nello spazio subacromiale. Negli anziani la sindrome da conflitto è piuttosto frequente e causata dalla perdita di elasticità dei tendini associata ad una loro parziale calcificazione e alla presenza di piccoli speroni ossei nella superficie subacromiale.

Una lesione dei tendini di uno o più muscoli che compongono la cuffia dei rotatori può avvenire anche a causa di un trauma (caduta sulla spalla) o di una borsite sub-acromiale. Quando una persona cade sbattendo la spalla, l’acromion subisce una pressione che lo fa picchiare sulla cuffia dei rotatori. Se l’impatto è abbastanza violento l’osso può ledere i tendini. L’entità del trauma, la forma della superficie inferiore dell’acromion (più o meno tagliente; acromion uncinato), ma anche l’elasticità dei muscoli e dei tendini che compongono la cuffia dei rotatori, andranno ad incidere sull’entità della lesione (completa o parziale). Anche una caduta all’indietro in appoggio su un braccio extrarotazione (istintivamente con la mano in fuori in modo da creare un punto di appoggio per proteggere il resto del corpo) o in avanti, su un braccio intraruotato e addotto (cioè vicino al corpo) può andare a lussare anteriormente o posteriormente la spalla danneggiando i tendini della cuffia. Spesso a tale lesione si associa una rottura dei capillari tendinei che riempiendo di sangue i tessuti intorno ai tendini, li gonfiano provocando dolore. Dopo il trauma il dolore può persistere per alcuni mesi accentuandosi o diminuendo in base al tipo e all’intensità dell’attività fisica praticata.

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Diagnosi

Molto spesso per far diagnosi basta una visita accurata da un medico esperto, che sottopone la spalla ad alcuni test di valutazione funzionale.

  • Test della cuffia dei rotatori: In realtà il test diagnostica una lesione del sovraspinato, ma questo tendine è di gran lunga il più frequentemente implicato in una lesione; ad ogni modo il paziente viene invitato a sollevare lateralmente il braccio (tenendolo lievemente in avanti ) con il pollice rivolto verso il basso. Il medico contrasta il movimento spingendo verso il basso. Il test è positivo se viene provocato dolore o se c’è una importante perdita di forza rispetto all’altro braccio. Se il tendine è completamente leso sarà impossibile mantenere il braccio fermo con una inclinazione inferiore a 120°.
  • Test del sottospinato: Si tiene il gomito flesso a 90°, e lo punta verso il fianco. Il test consiste nel ruotare verso l’esterno il braccio. Anche qui se vi è dolore o deficit di forza il test è positivo. (il test è positivo anche in caso di lesioni del piccolo rotondo).
  • Test del sottoscapolare: Il dorso della mano deve appoggiare sulla parte bassa della schiena, come ad infilare la manica di una giacca. Bisogna riuscire ad allontanare la mano dalla schiena spingendo verso l’indietro mentre il medico oppone resistenza. Il dolore o il deficit di forza denunciano lesione.
  • Test di conflitto (di Neer): Indica conflitto con la superficie inferiore dell’acromion. Bisogna sollevare in avanti il braccio (tenendo il pollice verso il basso), mentre la scapola viene tenuta ferma dalla mano del medico. Il dolore nella parte finale del movimento indica positività.

Le più importanti indagini strumentali sono:

  • Radiologia tradizionale: I normali raggi X non sono in grado di visualizzare chiaramente i tendini, ma solo di dare una indicazione indiretta del loro stato di salute (calcificazioni, restringimenti articolari, osteofiti etc.).
  • Ecografia: Visualizza con molta accuratezza le lesioni tendinee e danni alla borsa subacromiale.
  • Risonanza magnetica: localizza con precisione la lesione e la sua estensione.

In ogni caso il ricorso ad indagini strumentali avverrà solo su richiesta di un medico esperto, onde evitare spese e irradiazioni inutili (radiologia tradizionale), mentre la diagnosi, lungi dall’essere solo una diagnostica per immagini, dovrà tener conto della esatta interpretazione dei test di valutazione funzionale eseguiti durante la visita.

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Terapia non chirurgica

Se ci colpisce un dolore alla spalla in conseguenza di una caduta o di un movimento: applicare del ghiaccio (2-3 volte al giorno per 20 minuti: NON DI PIU’ per i primi 2 giorni), e mettere a riposo l’articolazione. Se il dolore è particolarmente accentuato e se limita in modo importante i movimenti e soprattutto se i sintomi non scompaiono dopo qualche giorno consultare lo specialista, il quale dopo una attenta diagnosi prescriverà la terapia adeguata. Molto utile la Tecarterapia, nelle fasi acute in modalità atermica, poi via via sempre più intensa. Così come utili, nelle fasi acute, gli ultrasuoni: un intelligente connubio tra ultrasuoni e crioterapia. Eccellenti le Onde d’urto sia in fase acuta, sia, ancor più, in tempi successivi. Essenziale e complementare a tutte le altre è la Rieducazione Funzionale in sala di riabilitazione, consiste in ginnastica attiva e passiva sotto la guida vigile del medico e del fisioterapista; se possibile aiutata da un sapiente “Pompage” dell’articolazione.

Terapia chirurgica

Vi sono due categorie di interventi chirurgici. In passato esisteva solo la metodica “aperta”, che richiede una incisione sulla spalla lunga circa 6-8 cm. Per raggiungere la cuffia è necessario passare attraverso il muscolo deltoide, che perciò viene inciso e alla fine suturato. Da oltre venti anni si sono sviluppate le metodiche artroscopiche, che utilizzano un sofisticato sistema basato su una piccola telecamera collegata ad uno schermo mediante fibre ottiche. Sono necessarie alcune piccole incisioni da 0,5-1 cm dietro, di lato e davanti alla spalla e non è necessario “aprire” il deltoide. I progressi di tecnica chirurgica e di tecnologia degli strumenti hanno fatto sì che anche in artroscopia si possano eseguire reinserzioni del tendine all’osso altrettanto sicure quanto quelle che si ottengono in chirurgia aperta.
Sebbene i tempi necessari per il recupero e i risultati delle riparazioni con tecniche aperte e artroscopiche siano uguali, queste ultime hanno guadagnato via via il favore dei chirurghi e dei pazienti e attualmente rappresentano lo “standard” della chirurgia della cuffia.
L’obiettivo dell’intervento di riparazione è di riportare il lembo di tendine strappato alla sua sede di inserzione all’osso della testa omerale e fissarvelo. Per far questo esistono diversi sistemi di ancoraggio, i più comuni sono rappresentati da “ancorette” di vari materiali che si avvitano o si impiantano a pressione nell’osso e a cui sono attaccati dei fili con i quali si sutura e si riporta in sede il tendine.

I migliori prodotti per la cura delle ossa e dei dolori articolari

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Bodybuilder 19enne muore per la rottura dell’aorta: usava steroidi anabolizzanti e testosterone

MEDICINA ONLINE Andrej Gajdos FARMACI LISTA ANNI ALLENAMENTO MUSCOLI PESI GINNASTICA GUINNESS RECORD MORTE DEAD DEATH CUORE PATOLOGIA STEROIDI DOPING SOSTANZE DOPANTI GH BODYBUILDER BODYUn ragazzo di 19 anni, Andrej Gajdos, con la passione per il bodybuilding è morto sul colpo all’esterno di un supermercato nella sua città, Weston-super-Mare, in Inghilterra. Dall’autopsia è emerso che l’adolescente è morto a causa della rottura dell’aorta, un evento molto raro a questa età. Sul caso è stata aperta un’inchiesta. Da un esame post mortem è emerso che nel corpo del 19enne, che andava in palestra due volte al giorno, c’erano tracce di steroidi anabolizzanti e testosterone.

La sua famiglia ha anche trovato quattro diversi tipi di steroidi nel suo appartamento. Il medico che ha effettuato l’autopsia ha affermato che il cuore del giovane bodybuilder pesava 680 grammi, mentre un cuore normale pesa in media tra i 400 e i 500 grammi. “La sua storia in palestra mi ha fatto sospettare che stava prendendo steroidi da molto tempo, i muscoli della parte superiore del suo corpo erano enormi”, ha spiegato.

Il medico ha comunque affermato di non poter essere certo che gli steroidi siano stati la causa diretta della sua morte. La madre del ragazzo ha descritto suo figlio come un giovane conosciuto e amato da molte persone e per i suoi funerali ha creato un pagina di raccolta fondi che ha superato l’obiettivo iniziale di 2500 sterline: “Era un bodybuilder molto forte e sognava di diventare il nuovo The Rock”.

Londra, 4 agosto 2007

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Palloni ovali e caviglie slogate

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Estetico Medicina Estetica Roma PALLONI OVALI E CAVIGLIE SLOGATE Pallone Calcio Amore Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Pulsata Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Nei Dietologo DermatologiaQuando ero piccolo si giocava a calcio per strada (fermi tutti, passa una macchina, gioco fermo!), oppure nei parchi (erba alta che neanche nella jungla). Porta ottenuta abbinando un albero con zaini Invicta e felpe varie (che si riempivano inesorabilmente di polvere) con larghezza misurata coi passi o addirittura ad occhio (ovviamente le due porte avevano larghezze diverse ed una delle due squadre era inevitabilmente avvantaggiata). Quando la palla rotolava “sopra” la cartella/palo, si litigava per mezz’ora: era palo? Era fuori? Era palo interno/gol? L’altezza della porta era variabile visto l’assenza della traversa: si andava sulla fiducia ma poi si litigava su gol/non gol. Falli e rigori erano giudicati un po’ come veniva, cioè a casaccio. Fallo laterale inesistente, calci d’angolo battuti un po’ dove capitava. Fuori gioco? Ma quando mai!
Ginocchia sanguinanti ma si continuava a giocare lo stesso, rischio frattura scomposta tibia+perone sempre in agguato. Difensori che volevano segnare gol alla Van Basten ma erano giocatori ritenuti scarsi e venivano appunto relegati in difesa, scaricavano la frustrazione puntando i piedi diritto sugli stinchi degli attaccanti avversari. Ferite importanti. Sangue. Aver più paura di chiamare i propri genitori che il 118. A fine giornata vinceva la squadra che aveva meno feriti e più sopravvissuti, in stile partita a calcio di Fantozzi tra scapoli ed ammogliati. Il mattino dopo, a scuola, i lividi erano insostituibili medaglie al valore.
Nessuno voleva andare in porta, si faceva a turno, si cambiava ad ogni gol subìto e c’era chi si faceva segnare apposta, per abbandonare i pali e tornare a fare il trequartista. Erano tutti attaccanti, nessuno voleva essere il Maldini della situazione, tutti Diego Armando Maradona, nessuno che passa mai la palla. Si segna, si irride l’avversario con la faccia di Leonida che ha appena ucciso un migliaio di persiani alle Termopili, fosse anche il proprio compagno di banco che il giorno prima ti aveva passato tutto il compito di matematica.
Quando si organizzava la solenne partita, 45 minuti prima del fischio di inizio mancava sempre qualcuno per un impegno urgente, e giù di telefonate per cercare un tizio qualsiasi, disponibile da sostituire al volo. Si trovava il sostituto, ma era un pirlone alla Iturbe e nessuno lo voleva con se: giocherà il primo tempo con una squadra ed il secondo con l’altra, a mo’ di handicap, tornerà a casa abbattuto più di Fedez ad un concerto di Eminem.
Si giocava con impegno, erano tutte partite di coppa (del nonno, si lo so: battuta banale) dei campioni, tanto che a volte tutti si dimenticavano il punteggio, ed i più furbi provavano ad aggiungere uno o due gol alla propria squadra. I più fortunati avevano la maglietta di Giannini della Roma, o di Signori della Lazio, o di Hugo Sánchez del grande Real Madrid, tutti gli altri il tutone della Standa e le scarpe Superga bianche tarocche comprate alla bancarella del mercato o ereditate dal fratello più grande (una taglia più grandi fisso).
Il primo tempo finiva quando veniva sete e si correva tutti alla fontanella, chi arriva prima beve per primo. Il secondo tempo finiva quando tuo padre ti veniva a prelevare perché non avevi ancora finito i compiti per il giorno dopo, se non volevi ti prendeva per l’orecchio e ti portava via così, come un trolley all’aeroporto. Non ci facevi una gran bella figura.
Giocavi meglio quando le compagne di classe venivano a vedere la partita: se poi c’era la ragazza che ti piaceva diventavi all’istante Gianluca Vialli, solo più basso ma con più capelli. Le ragazze dopo cinque minuti si stufavano e se ne andavano e tu non te ne accorgevi e continuavi a giocare col boost inserito che manco Batistuta. Poi te ne accorgevi e acquisivi l’espressione di chi continua a parlare al telefono e si accorge che era caduta la linea dieci minuti prima.
Il solito esibizionista provava sempre a fare giocate impossibili che quando riuscivano diventavano leggendarie e si tramandavano a scuola alle matricole. Sempre lo stesso esibizionista era solito tirare super-pallonate, il pallone finiva lontano e nessuno voleva andare a raccattarlo, quando andava bene si faceva a turno. A volte finiva sotto le macchine, dietro le ruote, ci si sdraiava per terra per recuperalo e si continuava a giocare con la polvere negli occhi ed il grasso dell’automobile sulle calze e sulle caviglie. Quando la palla finiva su un balcone? Ci si attaccava al citofono e se nessuno rispondeva ci si attaccava a… un’altra cosa: fine anticipata della partita e si ritorna domani per riprendersi il pallone, che era quello buono e non il “super santos” da cinquemilalire che va a vento. Finestra rotta da una pallonata: fine ancora più anticipata e super-fuga dalle proprie responsabilità, di corsa, trasformarsi da Del Piero a Mennea e fare il nuovo record del mondo dei 200 metri piani, ma correndo con la sensazione di essere un gran fantasista.
Era sempre difficile, all’inizio della partita, ricordarsi chi erano i tuoi compagni di squadra e chi gli avversari: a quelli dell’altra squadra in possesso di palla si gridava sempre “passala a me” contando sul fatto che si confondevano e te la passavano pensando tu fossi un compagno. La paura di essere l’ultima scelta quando i “capitani” sceglievano a turno i componenti del proprio team. I capitani erano quelli che avevano più successo con le ragazze. Il proprio migliore amico diventava il più acerrimo avversario quando capitava con l’altra squadra. Se il pallone buono di pelle era il tuo, sceglievi tu chi giocava ed eri il re della partita.
Si giocava fino ad il pomeriggio tardi, quando d’inverno è buio pesto e non si vede più se quello è il pallone o una grossa pietra finita nel “campo di gioco”. Si giocava al buio della poca luce dei lampioni mezzi rotti della fredda periferia di Roma. Si giocava col gelo che, finché non ti riscaldavi un po’, stordisce e ti entra nella testa e nelle ginocchia. Si giocava quando pioveva, almeno finché le gocce non diventavano proiettili, nella tempesta ti sentivi eroico come Zola che segna il gol decisivo all’Inghilterra nel freddo gelido di quel 1997. Litigate interminabili per chi doveva tirare il rigore. Cani che interrompevano il match facendo roboanti irruzioni di campo. Partita maschi contro femmine? No mischiamo le squadre che sono sbilanciate! Quando avevi la palla al piede e correvi in porta partendo dalla tua difesa, il campo diventava lunghissimo ed in salita che in confronto quelli di Holly e Benji erano una passeggiata di salute. Tiravi come se volessi buttare giù un panzer tedesco della Seconda Guerra Mondiale. Segnavi ed esultavi come Zoff l’11 luglio dell’82.
Palloni che finiscono sulle cacche dei cani e se ne accorgeva il primo che la prendeva di testa. Palloni che rimbalzano poco perché sempre troppo sgonfi, “ti avevo detto di andarlo a gonfiare al distributore di benzina”. Palloni sempre troppo duri, che a prenderli di testa si rischiava il trauma dell’osso frontale del cranio. Palloni comprati con la colletta di 15 persone e poi si fa la conta per chi lo tiene a casa propria. Pallone nuovo, regalo di Natale, quello di cuoio cucito a mano e lo stemma del Barcellona, così bello che dici ai tuoi amici di calciarlo piano che hai paura di rovinarlo. Palloni ovali, che ci si può giocare a rugby. Palloni super tele, super economici, più leggeri di una piuma, arriva il vento e se lo porta via, difficili da controllare che manco Shevchenko o il Totti di dieci anni fa ce la potevano fare. Palloni che finiscono in mezzo alla strada e “stai attento che passano le macchine”. Palloni calciati con così tanta forza che bucano la rete che neanche Oliver Hutton. Ah no, la rete era già bucata prima, bisognava rammendarla. Palloni bucati, inservibili, sepolti in cantina perché ti dispiace buttarli perché ci hai giocato quella famosa partita in cui hai conosciuto la tua futura moglie.
“Domani abbiamo l’orale di maturità!” “Ma che ti frega, giochiamo ancora un po’”. Mamme in ansia. Mamme affacciate alla finestra. Quante “finali di coppa del mondo” interrotte da “Ninoooo è pronta la cena”. E la paura di tirare il calcio di rigore lasciava il posto ai rigatoni al sugo e basilico. Mangiare come un matto grazie alle due ore di corsa forsennata appena fatta ed al metabolismo ancora lungi dall’abbandonarti.

Tornare a casa dopo aver perso e sentirsi come Roberto Baggio dopo quel rigore sbagliato.

Tornare a casa dopo aver vinto e sentirsi come Fabio Grosso dopo quel rigore dodici anni dopo…

Quando ero piccolo, la sera tornavo a casa con le caviglie slogate; ora i bambini al massimo tornano a casa con i pollici slogati.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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La rivincita dei pigri: chi fa troppo esercizio fisico sta male come chi è sedentario

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO YOGA RELAX MEDITAZIONE DONNA TRANQUILLITA MENTE RILASSAMENTO PALESTRA ESERCIZIO PESI MUSCOLI STRETCHING CORSA RUNNING NATURA CORREREFate lunghissime sessioni di corsa pensando di fare qualcosa di buono per la vostra salute? Forse vi state sbagliando! Uno studio del Frederiksberg Hospital di Copenhagen ha confermato una tesi che a qualcuno sembrerebbe quasi ovvia: i ricercatori danesi hanno scoperto che per fare del bene al nostro corpo, serve una moderata quantità di esercizio fisico, evitando gli eccessi. Per arrivare a queste conclusioni, pubblicate sul Journal of American College of Cardiology, i ricercatori hanno esaminato 5.048 soggetti sani che hanno preso parte al Copenhagen City Heart Study e scoperto che chi fa jogging intenso ha le stesse probabilità di morire di chi è sedentario, mentre la pratica della corsa moderata è risultata associata a una mortalità più bassa e una frequenza cardiaca migliore.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Quante proteine devo assumere ogni giorno? Troppe proteine fanno male?

MEDICINA ONLINE MANGIARE DIETA CIBO DIMAGRIRE PROTEINE CARNE SALUMISono domande che mi sento rivolgere spesso, sia da pazienti che frequentano la sala pesi della propria palestra, sia da pazienti che vogliono semplicemente imparare a nutrirsi in maniera adeguata.

Quante proteine giornaliere?

Confrontando le linee guida ufficiali, notiamo come il corretto fabbisogno giornaliero di proteine ovviamente varia in modo soggettivo, specie in funzione dello stile di vita e del metabolismo:

  • per un soggetto adulto sedentario e/o con un basso metabolismo basale, un quantitativo di 1 g grammi di proteine per kg di peso corporeo è adeguato;
  • per soggetti adulti mediamente attivi e/o con un medio metabolismo basale, si ritiene che assunzioni da 1.1 ad 1.4 g/kg di peso corporeo sono adeguati;
  • per soggetti molto attivi o addirittura atleti e/o con un alto metabolismo basale, si arriva ad assunzioni da 1.5 a 2 g/kg di peso corporeo;
  • se il soggetto pratica sport di potenza e/o ha l’obiettivo sportivo di aumentare copiosamente la muscolatura, si giunge fino ad assunzioni di 2.5 g/kg di peso corporeo ed oltre, ovviamente sotto stretto controllo medico.

Troppe proteine fanno male?

E’ il concetto di “troppo” che è estremamente variabile, visto che il buon senso è sempre più raro al giorno d’oggi! Consumate da soggetti sani, entro i parametri prima indicati, le proteine sono da ritenersi sicure ed anzi necessarie al nostro organismo. Studiando consumi superiori (come avviene, ad esempio, nei soggetti che cercano un aumento muscolare particolarmente spiccato e quindi tendono ad assumere integratori proteici) alcuni ricercatori hanno suppostoun potenziale danno renale causato dall’aumento dell’escrezione di azoto durante il metabolismo proteico, aumento di escrezione che causerebbe un innalzamento della pressione glomerulare e un’iperfiltrazione. Tuttavia tali risultati sono ancora controversi: altri autori affermano che assunzioni non eccessivamente superiori al consigliato, in soggetti sani, sono generalmente associate ad adattamenti funzionali non ascrivibili a danno o patologia. Questo comunque non significa che oltrepassare l’assunzione proteica giornaliera consigliata sia utile o produttivo. Per quel che riguarda il nostro corpo ricordate sempre che “la virtù sta nel mezzo”!

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