Allattamento materno, artificiale e misto: quale latte per il bambino?

MEDICINA ONLINE NEONATO BIMBO BAMBINO PIANTO CONGENITO LATTE ALLATTAMENTO SEN MADRE FIGLIO GENITORE BIMBI LATTANTE MATERNO ARTIFICIALE DIFFERENZA PICCOLO PARTO CESAREO NATURALE PIANGEREIl latte materno è sicuramente l’alimento più idoneo per il bebè, anche se a volte ci possono essere degli impedimenti o delle controindicazioni che spingono a ricorrere al latte artificiale. In ogni caso, se la mamma non può allattare il bambino al seno, si può ricorrere al latte artificiale scegliendo quello che per composizione è più simile al latte materno (che rimane comunque l’alimento ideale per il bambino). Si deve quindi ricorrere ad altri tipi di latte solo nei casi in cui non sia possibile avere adeguata quantità di latte materno (allattamento misto) o quando questo venga a mancare del tutto (allattamento artificiale). Un numero sempre crescente di indagini, mostrano che l’allattamento materno è particolarmente adatto per soddisfare i bisogni alimentari ed emotivi del bambino. Oltre alle proprietà nutritive e protettive del latte, l’allattamento al seno permette, infatti, di stabilire un contatto importante fra madre e figlio. A questo si uniscono crescenti evidenze di vantaggi in termini di salute anche per la madre che allatta al seno il proprio bambino. È quindi compito del medico informare, indirizzare, incoraggiare ed aiutare tale metodica considerandola un diritto sia per la mamma che per il figlio. Il latte materno adeguatamente trattato e conservato in particolari “banche” collocate nei reparti di neonatologia può essere anche donato per alimentare altri neonati che non possono ricevere quello della propria madre.

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Il latte e il peso del bambino
Ciò che fa latte è la richiesta di un bambino sano e che ha fame. Se il bambino è debole o prematuro o malato, o semplicemente dorme troppo, la sua richiesta di latte sarà minore, di conseguenza le ghiandole mammarie si metteranno a riposo: in altre parole l’organismo, anche se molto efficiente perché produce latte col minimo dispendio calorico, tende a risparmiare fatica.
Durante le prime 6 settimane circa d’allattamento le ghiandole mammarie si saranno “calibrate” sull’esigenza del bambino, in base al sesso, all’età gestazionale e al peso. È però fondamentale che durante tale periodo il bambino abbia avuto libero accesso al seno della mamma, senza restrizioni d’orario e durata delle poppate, né di giorno né di notte. Alla fine delle sei settimane si raggiunge di solito l’apice della produzione, che aumenterà di pochissimo nei 5-6 mesi successivi, mentre il bambino continuerà a crescere. Nel primo mese il piccolo può andare al seno 8-12 volte per 24 ore, se lo desidera, a patto che si attacchi bene.

Il bambino alla nascita ha un peso variabile che va dai 2,5 ai 4,5 chili. Un peso che tende a diminuire nei primi giorni di vita del bambino fino a circa il 10 per cento, quindi un bambino che appena nato pesa 3 chili può calare e raggiungere 2 chili e 700 grammi. Si tratta di un evento naturale dovuto all’emissione di urine e delle prime feci del bebè, all’essiccamento del cordone ombelicale e alla perdita d’acqua con la traspirazione cutanea: non dipende quindi dall’assenza del latte materno. In ogni caso quanto più rapidamente si instaura la montata lattea, tanto più veloce è il recupero del peso della nascita: quindi le perdite vengono compensate dall’assunzione di latte materno. Alcuni bambini iniziano a crescere subito (già dal terzo giorno di vita), altri, avendo avuto alcune difficoltà nell’avvio all’allattamento, stentano un po’ a prendere peso e mettono su qualche grammo solo dopo qualche giorno. L’importante è che alla fine della terza settimana di vita il bebè abbia ripreso il peso della nascita.

Le feci sono spesso fonte di preoccupazione per la mamma, ma è bene sapere che il loro colorito nero-verdastro e la loro vischiosità sono caratteristiche del tutto normali. Le prime feci (meconio) continueranno ad essere eliminate dal bambino nei primi 3-4 giorni di vita per poi far posto gradualmente alle “normali” feci del lattante. Un bambino che al quinto giorno di vita scarichi ancora meconio con tutta probabilità non riceve latte a sufficienza! Il latte materno, infatti, stimola i movimenti intestinali per cui il bambino, di solito, evacua dopo ogni pasto. La consistenza delle feci è di solito cremosa, ma trovare le feci semiliquide non deve spaventare la mamma: non si tratta assolutamente di diarrea. Il colore di solito è giallo-ocra, simile alla senape, ma alcune volte può essere verdastro. La dieta della mamma, se da un lato influenza scarsamente la composizione del latte, può invece modificare molto sia la consistenza, sia la frequenza, sia il colore delle scariche. Le sostanze chimiche che di solito sono responsabili del sapore forte dei cibi (per esempio quelle nella cipolla) possono passare nel latte materno e cambiare le caratteristiche delle feci, ma senza apportare conseguenze per la salute del bebè.

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I vantaggi del latte materno
Il latte materno è l’alimento ideale per la crescita e la salute del bambino durante il suo primo anno di vita. È composto, infatti, da nutrienti fondamentali e nessun altro alimento è così adatto a far crescere bene un bambino, proteggendolo dalle malattie più comuni dell’infanzia (diarree, infezioni respiratorie ed urinarie, allergie, malattie infettive) e svolgendo un’importante azione protettiva nei confronti di obesità, ipertensione arteriosa, aterosclerosi, anemia, carie dentaria. Il latte materno è un alimento facilmente digeribile, per questo i bambini allattati al seno non soffrono quasi mai di stitichezza! Inoltre, soddisfa velocemente la fame e la sete del bambino e soprattutto è sempre pronto e alla giusta temperatura.

Composizione ed effetti
La composizione del latte materno varia in base a diversi fattori per rispondere il più possibile alle diverse esigenze del bebè. Alla fine della poppata, per esempio, il latte contiene un numero di proteine e grassi maggiore rispetto all’inizio, quindi il latte da acquoso diventa più denso e cremoso (più saziante). Naturalmente il cambiamento del latte avviene diversamente da mamma a mamma e quindi si può verificare che alcuni bambini ricevano quello di cui hanno bisogno in cinque minuti, altri in dieci minuti o più. Il bambino può passare da una mammella all’altra per soddisfare il senso di sete perché al latte concentrato di una mammella corrisponde il latte più acquoso dell’altra. Questa variabilità è un “optional” originale del latte materno differente in questo dal latte artificiale (sempre invariato nel gusto e nella concentrazione).

I nutrienti principali del latte materno sono:

  • le proteine: sono meglio digerite, di maggiore valore nutritivo, più adatte allo sviluppo, meno allergizzanti e con una funzione antinfettiva maggiore rispetto agli altri latti
  • gli zuccheri: per la maggior parte lattosio, che rappresenta un’ottima fonte di energia e inibisce la crescita di germi cattivi nell’intestino
  • i grassi: sono ben digeriti e per la maggior parte essenziali
  • i minerali: il latte umano è povero di minerali, ragion per cui al sesto mese di vita del bambino si suggerisce di integrare la sua alimentazione cominciando a svezzarlo; il contenuto in ferro, nonostante sia basso, è ben assorbito dall’intestino dei bambini
  • le vitamine: se la mamma esegue una dieta bilanciata il suo latte è in grado di soddisfare il fabbisogno del bambino per tutti i tipi di vitamine.

Lo sviluppo intellettivo del bambino
Nel latte materno c’è una maggiore concentrazione di acido docosaesanoico rispetto al latte artificiale. A questa sostanza lipidica è stato attribuito l’effetto di potenziare la funzionalità delle vie nervose. Quindi il sistema nervoso centrale dei bambini allattati al seno dovrebbe essere più ricco di acido docosaesanoico rispetto a quello dei bambini che sono allattati artificialmente. I primi, secondo alcuni studi, avranno una vista migliore e un quoziente intellettivo superiore. A questi studi è legato però un po’ di scetticismo: sarebbe, infatti, l’ambiente e non solo la dieta a far sviluppare differenze tra il bambino allattato al seno e quello allattato con latte in polvere.

Risparmio
Allattare artificialmente comporta una spesa per la famiglia che si aggira intorno ai 900 euro nel corso del primo anno di vita del bambino. Oltre all’acquisto del latte, poi, ci sono da considerare le spese per acquistare gli accessori utili per allattare. L’allattamento al seno, invece, comporta una spesa inferiore che è sintetizzabile nelle aumentate esigenze alimentari della donna. Un altro punto a favore dell’allattamento al seno è la prevenzione “naturale” delle malattie materne e infantili: un risparmio notevole per la società e i servizi sanitari. Ma non sono solo gli aspetti economici dalla parte dell’allattamento al seno. Si pensi solo alla sua fruibilità del latte materno da parte del bambino: disponibilità a qualsiasi ora del giorno e della notte, sempre alla temperatura ideale, in casa e fuori.

La salute della mamma
Allattare al seno fa perdere i chili presi durante la gravidanza: i grassi accumulati durante la gestazione, infatti, sono utilizzati per produrre il latte. Alcuni studi, poi, documentano come l’allattamento al seno prevenga il tumore della mammella: il benefico effetto, però, è debole e si limita al tumore che insorge prima della menopausa. E ancora, l’allattamento al seno protegge la donna dall’osteoporosi della vecchiaia e in particolare da una sua complicanza: la frattura del collo del femore. Lo scheletro della donna si impoverisce durante l’allattamento per l’aumentato fabbisogno di calcio, tuttavia, a distanza di tempo dalla sospensione dell’allattamento al seno, la mineralizzazione ossea viene reintegrata.

Allattamento artificiale
Per allattamento artificiale si intende l’alimentazione del bambino con latte alternativo a quello materno. Oggi si riconosce che il latte umano è l’alimento ideale per il bambino nel suo primo anno di vita, quindi un latte non vale l’altro. Quando il latte materno, per qualche motivo, non è disponibile, si dovrà scegliere un latte la cui composizione è più vicina a quella del latte umano. Non è possibile riprodurre nel latte in polvere le caratteristiche di quello materno (dalle proprietà antiallergiche a quelle antinfettive), ma si può esigere che siano rispettati i requisiti nutrizionali fondamentali del latte materno.

Solo i latti che rispondono a questi requisiti, definiti “adattati”, possono essere utilizzati per la nutrizione del bambino nei primi 4-6 mesi di vita, in assenza del latte materno. Il latte di latteria (intero o diluito), per esempio, non è adatto per tutto il primo anno di vita del bambino perché comporta una serie di svantaggi: un carico di sali minerali eccessivo, un maggiore apporto di acidi grassi saturi (possibili responsabili di aterosclerosi), un maggiore rischio di anemia da carenza di ferro. Lo stesso dicasi per il latte di mucca. Dopo i sei mesi e fino alla fine del primo anno di vita del bambino, in assenza di latte materno, si utilizzeranno i cosiddetti “latti di proseguimento” che, a differenza di quelli utilizzati nei primi mesi, sono meno elaborati da punto di vista nutrizionale (la loro produzione quindi costa meno).

Preparazione ed offerta
Latti artificiali in polvere o liquidi? Entrambi sono validi. I primi durano a lungo e ingombrano poco, con i secondi si evitano eventuali errori di preparazione. In Italia sono più diffusi i latti in polvere, mentre quelli liquidi sono utilizzati soprattutto dagli ospedali. Il latte in polvere va sciolto in acqua tiepida (in precedenza bollita) in modo che ogni 100 millilitri di latte contengano 13 grammi di sostanze disciolte. Questa concentrazione è l’ideale per una crescita ottimale: il latte non va addensato arbitrariamente nella convinzione di far crescere meglio il bambino (o più in fretta!). Quello che conta è di non lasciar cadere sistematicamente nel biberon un misurino più del dovuto. Se si ha l’impressione che il bambino mangerebbe di più, non si deve modificare la composizione del latte quanto piuttosto offrire al bebè poppate più abbondanti. Nell’allattamento artificiale, infatti, è compito della mamma incrementare gradualmente la quantità di latte quando nota che quello preparato fino a quel momento diventa insufficiente (se il bebè lo richiede vuol dire che ne ha bisogno). Se la concentrazione è esatta non ci saranno problemi di digestione. Anche l’orario della poppata deve essere elastico, quindi no agli orari rigidi. Per stare più tranquilla la mamma può preparare i biberon di latte un’unica volta al giorno, calcolando orientativamente le quantità che saranno necessarie: questi biberon possono essere conservati nel frigo anche 24 ore.

Dal latte materno al latte artificiale
Quando il passaggio dal seno al biberon si rende necessario, ma è sgradito, può essere utile che sia qualcun altro, e non la mamma, ad offrire il biberon al bambino (per esempio una nonna o il papà). Il cambiamento così è completo: del latte e di chi lo offre al bambino. Il rifiuto del biberon, comunque, non è un evento comune: capita spesso, infatti, che il bambino passi dal seno al biberon con facilità e rapidità proprio per la minor fatica nella suzione.

Allattamento misto
Se nelle prime settimane di vita del lattante la madre non ha latte a sufficienza o se questa situazione avviene a causa di brevi malattie o stress psichici, si completa la poppata carente al seno con quantità superiori di latte artificiale, ma solo se la carenza di latte è momentanea. Nel caso di una riduzione temporanea della portata lattea è utile aumentare il numero dei pasti, perché la suzione del bambino è un’eccellente stimolante della secrezione lattea, e assumere qualche medicamento che favorisce la produzione di latte. Ecco un esempio per chiarire: la madre di un lattante di 3 mesi che pesa 5 chili e 600 grammi si accorge che il bebè alla fine del pasto piange dimostrando chiaramente di avere ancora fame. Dalla doppia pesata, eseguita almeno per un paio di giorni, risulta che la quantità di latte introdotto è in media 500 grammi al giorno. Il fabbisogno alimentare è invece 160 grammi x 5,6 chilogrammi, pari cioè a 900 grammi al giorno. La madre quindi alla fine di ogni pasto darà al proprio piccolo una quantità di latte in polvere tale da compensare il difetto del latte materno. In pratica il bambino dovrebbe introdurre 180 grammi per pasto, quindi 180 grammi per 5 pasti: quello che manca deve essere coperto da latte in polvere adattato. Diverso il discorso quando si parla di bambini prematuri o neonati di peso molto basso. L'”unicità” del latte materno, l’immaturità funzionale dell’apparato digerente in questi bambini, la loro facilità alle infezioni intestinali, rendono particolarmente preziosa l’alimentazione naturale. Quindi anche se il bambino prematuro è assistito in ospedale la madre deve fare il possibile per mantenere viva la lattazione, estraendo meccanicamente il latte almeno 4 volte al giorno con un tiralatte. Avvicinare il bambino e stabilire un contatto precoce e molto utile: quando il bambino è portato al seno della madre la lattazione aumenta immediatamente.

Quando iniziare lo svezzamento 
Lo svezzamento consiste nell’introduzione nell’alimentazione del bambino di pasti diversi dal latte. È un momento delicato perché il bambino dovrà abituarsi a staccarsi gradualmente dal seno materno, a non considerarlo più un’abitudine. Il periodo ideale per iniziare lo svezzamento è il periodo intorno al sesto mese di vita del bambino per motivi sia fisiologici sia psicologici. A questa età il bambino ha raggiunto la maturità delle funzioni digestive, è curioso e disponibile alle novità, mentre in seguito comincerà a diventare più diffidente, meno incline ad esperienze gustative nuove. I cibi solidi, per esempio i cereali, la carne e il formaggio non sono adatti alla sua funzione renale ancora immatura. Inoltre, possono rappresentare una fonte di sostanze allergizzanti che potrebbero passare attraverso la parete intestinale, che nei primi mesi di vita del bambino è particolarmente permeabile, col rischio di scatenare allergie nel bambino. Inoltre i cibi solidi sono poveri di grassi, di cui il lattante ha invece molto bisogno. In una minestrina, per esempio, si trova solo il 30 per cento delle calorie sotto forma di grassi, mentre nel latte materno ben il 54 per cento. I cibi solidi, essendo a più alta densità energetica, possono, se messi nel biberon, determinare un’iperalimentazione del bambino e un eccessivo aumento di peso, che nei soggetti predisposti può rappresentare un fattore di rischio di diventare obesi nelle età successive. Naturalmente i tempi e i modi dello svezzamento dipendono dagli usi e dai costumi della popolazione e dalle caratteristiche culturali del nucleo familiare, quindi meglio non attenersi a schemi rigidi o a tabelle obbligate, ma è opportuno tenere in considerazione le norme generali per evitare alcuni errori:

  • non iniziare lo svezzamento prima del quarto-sesto mese del piccolo
  • l’accettazione e la tolleranza di un alimento da parte del bambino non è sinonimo di salute (anche in assenza di disturbi evidenti)
  • se il bambino rifiuta il cibo è meglio non insistere troppo e riprovare più avanti (lo svezzamento deve essere un motivo di piacere!)

Non esiste un momento preciso per smettere di allattare. Oggi molte donne portano avanti un allattamento di lunga durata, fino alla fine del secondo anno di vita e oltre: una scelta che, nel rispetto delle esigenze individuali e sociali della mamma e del piccolo, può avere implicazioni psicologiche positive sullo sviluppo di alcuni bambini. Comunque mamma e bambino dovrebbero decidere in libertà, senza volere stabilire a priori dei tempi per smettere di allattare e allo stesso tempo senza essere condizionati da pregiudizi diffusi ma privi di fondamento sui limiti dell’allattamento.

La relazione madre figlio
Come il bambino prova piacere nel succhiare il seno materno, così la mamma prova piacere ad essere fonte di gratificazione per il figlio e avverte una sensazione di benessere fisico. La mamma inizia a conoscere il neonato, toccandolo, tenendolo vicino, guardandolo e rivolgendosi a lui con voce dolce; il bambino si calma quando viene appoggiato sulla spalla per effetto del calore del corpo e del rassicurante battito del cuore. Inoltre il piccolo oltre a seguire con lo sguardo i movimenti della mamma, è capace fin dal primo giorno di rispondere alla voce dell’adulto, anche senza vederlo, esprimendosi con i propri movimenti o con il pianto (la mamma inizia a capire se il piccolo piange per rabbia o per fame, per frustrazione o per dolore). Di richiamo per l’adulto è poi lo stesso aspetto fisico del bambino, occhi e testa grandi, guance rotonde e in evidenza, alta fronte sporgente.

Latte umano e contatto
La specie umana è “una specie a contatto continuo”, ossia una specie il cui piccolo, completamente dipendente dalla mamma, rimane vicino a lei per frequenti poppate rese necessarie dal contenuto relativamente basso di proteine (ma anche di grassi e di sali) del latte di donna. Ecco dunque spiegata “biologicamente” la vicinanza continua tra madre e bambino, a prescindere dalle implicazioni di ordine psicologico. Quanto frequenti debbano essere le poppate nessuno può dirlo con esattezza, sono troppi infatti gli elementi che mascherano i ritmi naturali. La cultura, le convenzioni sociali e la famiglia hanno il loro peso. Le madri dei paesi in via di sviluppo, per esempio, che dormono accanto ai loro bambini e li portano al collo durante i loro spostamenti, forse rappresentano il modello per eccellenza della specie umana intesa come specie a contatti continui. Queste donne non consentono ai loro bambini di piangere e li attaccano al seno ogni volta che i loro piccoli ne manifestano il desiderio. La donna italiana, per esempio, anche se non può comportarsi come la donna del terzo mondo, può comunque capire l’importanza di sincronizzare i propri ritmi sociali a quelli del bambino, lasciando la precedenza alla natura piuttosto che all’applicazione di rigidi schemi di interazione e nutrizione.

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Differenza tra omozigote ed eterozigote

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Peso Dietologo Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaSmettere fumare Obesità Cancerogeni Cancerogenesi e CancroSi dice OMOZIGOTE quando un individuo porta due alleli identici per uno stesso gene (AA o aa), mentre ETEROZIGOTE quando un individuo porta due alleli differenti per lo stesso gene (Aa). Il termine omozigote si riferisce quindi ad un gene in cui l’informazione riportata, che determina il fenotipo, dall’allele materno, è identica a quella paterna. Diversamente, negli eterozigoti, il contributo dell’allele materno e paterno è diverso. In tal caso la determinazione fenotipica è correlata ai concetti di dominanza e recessività genetica.

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Liquido seminale (sperma) giallo o giallastro: cause e cure

MEDICINA ONLINE TESTICULAR TESTICOLI PENE PROSTATA SEX SESSO GLANDE SEMEN SPERMA BIANCO GIALLO ROSSO MARRONE LIQUIDO TRASPARENTE EIACULAZIONE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VIAGRA WALLPAPER PICS HI RES PHOTO PICTURLo sperma, anche chiamato liquido seminale, è solitamente di colore bianco opaco perlaceo e di consistenza densa, ma mai gelatinosa. Quando questa invece si fa troppo gelatinosa e lo sperma assume un colore giallo o giallastro tendente al beige, è più che normale preoccuparsi, soprattutto se siamo davanti ad un fenomeno che non avevamo mai incontrato prima. Lo sperma giallo è in realtà molto frequente e ha motivazioni che non sempre sono di carattere patologico, quindi è importante non allarmarsi. Vediamo oggi insieme quali possono essere le cause e i possibili rimedi per questa anomalia.

Qual è il colore normale dello sperma?

Partiamo dal colore “normale” del liquido seminale. Lo sperma umano, come già prima accennato, ha un colore bianco opaco perlaceo. Nel caso in cui sia avvenuta più di una eiaculazione nel breve periodo, però, questo colore può tendere a sfumare, risultando sempre più trasparente e di un bianco sempre meno intenso all’aumentare delle eiaculazioni. Ad ogni modo non è assolutamente normale avere uno sperma con toni di giallo, rosso o marrone. Fortunatamente, tra le colorazioni anomale che può assumere il seme umano, il giallo è in genere quello con la minor percentuale di problemi. Vediamo perché.

Scarsa motilità e alto numero di spermatozoi

Il colore giallo dello sperma può essere causato innanzitutto da un numero abnorme di spermatozoi, i quali però hanno una scarsa motilità. La grande concentrazione di spermatozoi può causare la colorazione gialla di cui stiamo parlando e si può verificare quando l’uomo non eiacula da tempo. Tornerà bianco dopo alcune eiaculazioni.

Presenza di urina nello sperma

A cause di patologie, tracce di urina possono ritrovarsi nello sperma: in questo caso è la stessa urina a dare il colore giallognolo allo sperma.

Infezioni delle gonadi e della prostata

Una colorazione giallo-verdastra o verde dello sperma può essere anche causata da un’infezione a carico delle gonadi, gli organi preposti alla produzione appunto degli spermatozoi, che nell’uomo sono i testicoli. Anche una infiammazione/infezione della prostata o delle vie genitali può generare il problema. Spesso in questi casi sono associati altri sintomi, come un cattivo odore dello sperma, dolore, prurito, bruciore. È necessario in questo caso rivolgersi prontamente ad un andrologo, che dopo i test di rito individuerà con accuratezza quali sono le problematiche che possono aver portato il nostro sperma ad ingiallirsi.

Cure

Come abbiamo visto, le principali cause di sperma giallo sono problemi che si risolvono con delle brevi terapie e che non sono segno di alcuna gravissima patologia. È necessario però farsi visitare immediatamente dal proprio andrologo, specie se il problema si ripresenta più volte di seguito. Non esiste una cura che vada bene per tutte le situazioni: il medico effettuerà la diagnosi grazie alla visita e ad eventuali esami (come lo spermiogramma) per individuare il problema (ammesso che esista); solo successivamente prenderà provvedimenti adeguati che aiuteranno a superare il problema. Si tratta di un problema comunque molto comune, che colpisce almeno una volta praticamente tutti gli uomini in età fertile. È importantissimo non farsi assalire dal panico: il problema in genere c’è quando lo sperma vira verso il rosso, segno che c’è del sangue dove, appunto, non dovrebbe essere.

Integratori alimentari consigliati

Qui di seguito trovate una lista di integratori alimentari acquistabili senza ricetta, potenzialmente in grado di migliorare la quantità/qualità dello sperma e la prestazione sessuale sia maschile che femminile a qualsiasi età e trarre maggiore soddisfazione dal rapporto:

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A che età inizia a crescere il seno nelle donne?

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Solitamente il seno comincia a crescere all’inizio della pubertà, quindi tra i 10 e i 13 anni, tuttavia questo dato è molto variabile. Ricordiamo che lo sviluppo puberale è considerato nella norma quando inizia dopo gli otto anni (nelle femmine, nove nei maschi), mentre prima di questa età è definito precoce, circostanza che però si verifica con una frequenza di un caso ogni 5-10 mila. Detto questo quindi, si capisce che non è così raro vedere nella bambina già dagli otto anni i primi segni di una certa maturazione sessuale, fenomeno tra l’altro in aumento negli ultimi decenni. Se accade, però, non ci sarebbe di che preoccuparsi perché nella maggior parte dei casi si tratta di una variante comunque normale della crescita. Il bottone mammario, che corrisponde all’inizio dello sviluppo della ghiandola mammaria, rappresenta nella maggior parte dei casi il primo segno di pubertà nel sesso femminile e precede generalmente di circa due anni – due anni e mezzo il menarca (la prima mestruazione).

Pubertà precoce

Le ghiandole surrenali iniziano a produrre molto presto debolmente ormoni maschili e questo dà il via alla crescita dei primi peli pubici e ascellari e al cambiamento dell’odore emanato dalla pelle: sono trasformazioni di natura benigna, che non devono preoccupare i genitori, a meno che non siano accompagnate da un ingrossamento dei genitali e da un’importante crescita in altezza del bambino. Sarebbero infatti questi ultimi i veri segni di un’effettiva pubertà precoce alla cui base ci possono essere squilibri ormonali o patologie neurologiche più serie a carico di ipotalamo e ipofisi, anche di origine neoplastica. In questi casi sì, occorre consultare uno specialista per valutare la vera natura di uno sviluppo così anticipato. Dosaggi degli ormoni sessuali nel sangue, radiografia ossea ed ecografia degli organi genitali sono tutti esami che possono confermare una reale pubertà precoce, ed a questo punto gli endocrinologi potrebbero anche decidere di intervenire con una terapia farmacologica, per regolamentare una crescita che brucia le tappe e che potrebbe, per esempio, limitare la statura futura del ragazzo. Senza contare poi il supporto psicologico di cui chi entra troppo presto nella pubertà potrebbe aver bisogno, trovandosi bambino con un corpo che diventa adulto prima di quando accada ai suoi compagni di gioco.

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Differenza tra arma bianca, da fuoco e da taglio

MEDICINA ONLINE MEDICINA LEGALE ARMI ARMA ELENCO TIPO TIPOLOGIA ARMA DA FUOCO DA TAGLIOUna “arma da fuoco” o “arma a fuoco” (in inglese “gun”) è per definizione una macchina termobalistica che sfrutta l’energia cinetica (cioè l’energia legata al movimento) dei gas in espansione da una carica di lancio o scoppio per scagliare dei proiettili. L’energia è utilizzata per proiettare un oggetto (che viene chiamato proiettile o proietto se il suo diametro è maggiore di 20 mm) a grandissima velocità verso un bersaglio: sarà l’azione perforante del proiettile a causare i danni al bersaglio.  Esempi di arma da fuoco sono il fucile semiautomatico americano Garand M1 ed il fucile d’assalto Sturmgewehr MP44.

Con “arma bianca” (in inglese “melee weapon”) si intende un gruppo di armi che provocano ferite per mezzo di:

  • punte (come pugnali e baionette);
  • forme contundenti (come martelli e arieti);
  • lame di metallo (come spade e sciabole);
  • lancio di oggetti bellici (come archi, balestre, cerbottane e catapulte);
  • potere offensivo di strutture usate come difesa (come scudi e armature).

La locuzione deriverebbe dal bianco riflesso del sole sopra le superfici metalliche da parte di queste armi.

Con “arma da taglio” si intende un tipo particolare di arma bianca, dove il danno all’obiettivo è causato dall’azione di lame. Esempi di arma da taglio sono sciabole, spade, asce, machete e scimitarra.

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Da dove esce il sangue mestruale nelle donne?

MEDICINA ONLINE VULVA LABBRA GRANDI PICCOLE LABIA MINORA MAJOR VAGINA SEX SESSO DONNA APPARATO SESSUALE FEMMINILE CLITORIDE MEATRO URETRALE OPENING IMENE VERGINITA WALLPAPER PICS PICTUREIl sangue mestruale fuoriesce dalla vagina, al contrario dell’urina che fuoriesce dal meato uretrale (o orifizio, o apertura, in inglese urethral opening), un piccolo forellino relativamente ben nascosto che nella vulva è posizionato al di sopra dell’apertura della vagina ed al di sotto del clitoride (vedi foto in alto).

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Quanti litri di sangue abbiamo nel corpo? Quanto pesa il sangue? Qual è il pH ed il peso specifico del sangue?

MEDICINA ONLINE GLICEMIA INSULINA SANGUE DIFFERENZA CONCENTRAZIONE ORMONE PIASTRINE GLOBULI ROSSI BIANCHI GLUCAGONE TESTOSTERONE ESTROGENI PROGESTERONE CUOREIl sangue umano è un liquido di colore variabile dal rosso rubino al rosso violaceo a seconda della quantità di ossigeno legato all’emoglobina; ha una viscosità circa 4 volte superiore a quella dell’acqua e un peso specifico di 1,041-1,062 g/cm³, quindi solo lievemente superiore a quello dell’acqua.

Negli esseri umani la massa ematica costituisce circa il 7,7% del peso corporeo e ha un pH (a livello arterioso) di 7,38 – 7,42.

Un adulto possiede mediamente da 4,5 a 5,5 litri di sangue, mentre i bambini ne possiedono una quantità lievemente minore. Il peso del sangue contenuto nel corpo di un adulto oscilla generalmente tra 4,5 e 5,5 kg.

Potete ottenere con una buona approssimazione la quantità del sangue presente nel vostro corpo, calcolando il 7,7% del vostro peso corporeo. Ad esempio un individuo che pesi 65 chili possiede circa 5 litri di sangue, che pesano circa 5 chilogrammi.

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Emozioni: cosa sono, classificazione, importanza e stress

brain-lightsLe emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. In termini evolutivi, o darwiniani, la loro principale funzione consiste nel rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizzi cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente. Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche). Si differenziano quindi dai sentimenti e dagli stati d’animo.

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Reazioni psicofisiologiche

Secondo la teoria centrale di Cannon-Bard, lo stimolo emotigeno, che può essere un evento, una scena, un’espressione del volto o un particolare tono di voce, viene elaborato in prima istanza dai centri sottocorticali dell’encefalo, in particolare l’amigdala che riceve l’informazione direttamente dai nuclei posteriori del talamo (via talamica o sottocorticale) e provoca una prima reazione autonomica e neuroendocrina con la funzione di mettere in allerta l’organismo. In questa fase l’emozione determina quindi diverse modificazioni somatiche, come ad esempio la variazione delle pulsazioni cardiache, l’aumento o la diminuzione della sudorazione, l’accelerazione del ritmo respiratorio, l’aumento o il rilassamento della tensione muscolare. Lo stimolo emotigeno viene contemporaneamente inviato dal talamo alle cortecce associative, dove viene elaborato in maniera più lenta ma più raffinata; a questo punto, secondo la valutazione, viene emessa un tipo di risposta considerata più adeguata alla situazione, soprattutto in riferimento alle “regole di esibizione” che appartengono al proprio ambiente culturale. Le emozioni, quindi, inizialmente sono inconsapevoli; solo in un secondo momento noi “proviamo” l’emozione, abbiamo cioè un sentimento. Normalmente l’individuo che prova una emozione diventa cosciente delle proprie modificazioni somatiche (si rende conto di avere le mani sudate, il battito cardiaco accelerato, etc.) ed applica un nome a queste variazioni psicofisiologiche (“paura”, “gioia”, “disgusto”, ecc.). Si possono tuttavia avere delle reazioni emotive, delle quali però si è inconsapevoli, anche in assenza di modificazioni psicofisiologiche, come è stato proposto dal neuropsicologo Antonio Damasio, attraverso i circuiti del “come se”. Si può inoltre avere una reazione psicofisiologica ma non essere in grado di connotarla con una etichetta cognitiva, come nel caso dell’alessitimia.

Caratteristiche delle emozioni

Replicando gli studi compiuti da Charles Darwin nel libro pionieristico “L’espressione delle emozioni negli uomini e negli animali” (1872), lo psicologo americano Paul Ekman ha confermato che una caratteristica importante delle emozioni fondamentali è data dal fatto che vengono espresse universalmente, cioè da tutti in qualsiasi luogo, tempo e cultura attraverso modalità simili. Come suggerisce il titolo del libro di Darwin, anche gli animali provano emozioni: hanno circuiti neurali simili, hanno reazioni comportamentali simili e le modificazioni psicofisiologiche da essi sperimentate svolgono le stesse funzioni. Allo stato attuale non è possibile affermare scientificamente che gli animali provino anche i sentimenti, perché ciò richiederebbe che abbiano una forma di coscienza. Ekman, ha analizzato come le espressioni facciali corrispondenti ad ogni singola emozione interessino gli stessi tipi di muscoli facciali e allo stesso modo, indipendentemente da fattori quali latitudine, cultura e etnia. Tale indagine è stata suffragata da esperimenti condotti anche con soggetti appartenenti a popolazioni che ancora vivono in modo “primitivo”, in particolare della Papua Nuova Guinea. L’emozione ha altresì effetto sugli aspetti cognitivi: può causare diminuzioni o miglioramenti nella capacità di concentrazione, confusione, smarrimento, allerta, e così via. Il volto e il linguaggio verbale possono quindi riflettere all’esterno le emozioni più profonde: una voce tremolante, un tono alterato, un sorriso solare, la fronte corrugata indicano la presenza di uno specifico stato emotivo.

Lo sviluppo delle emozioni

Il neonato evidenzia tre emozioni fondamentali che vengono definite “innate”: paura, amore, ira (Watson, 1924). Entro i primi cinque anni di vita manifesta altre emozioni fondamentali quali vergogna, ansia, gelosia, invidia. L’evoluzione delle emozioni consente al bambino di comprendere la differenza tra il mondo interno ed esterno, oltre a conoscere meglio se stesso. Dopo il sesto anno di età, il bambino è capace di mascherare le sue emozioni e di manifestare quelle che si aspettano gli altri da lui. A questo punto dello sviluppo il bambino deve imparare a controllare le emozioni, soprattutto quelle ritenute socialmente non convenienti, senza per questo indurre condizioni di disagio psicofisico. Saper riconoscere e identificare i segnali emotivi “sul nascere” significa cogliere stati che potrebbero alterare l’armonia tra mente e corpo, permette di mantenere la lucidità mentale necessaria e di conseguenza consente di imparare a gestire le emozioni con maggiore consapevolezza. Questa nuova alfabetizzazione alle emozioni è una tendenza importante per la formazione degli adulti soprattutto per gestire situazioni di crisi relazionale e nel campo della sicurezza o delle performance sportive, sociali, e umane in generale. Educare all’emozione diventa sempre più un aspetto rilevante anche per la crescita del bambino. Secondo le indicazioni ministeriali, nei programmi didattici contemporanei, anche nella scuola primaria, diventa essenziale per un insegnante riconoscere gli stati emotivi dei propri allievi e supportarli con il dovuto sostegno ai fini dello sviluppo psichico. Ciò permette loro di relazionarsi, attraverso un lavoro costante di costruzione, è possibile ricostruire le eventuali caratteristiche che alterano la normale crescita, a tale riguardo “insegnare a scuola le emozioni” risulta essere di fondamentale importanza. “La scienza del sé” che è una disciplina che ha come obiettivo analizzare i sentimenti propri e quelli che scaturiscono dai rapporti con gli altri, mira a studiare il livello di competenza sociale ed emozionale nei ragazzi come parte della loro istruzione regolare.

Classificazione delle emozioni

Le emozioni primarie, secondo una recente definizione di Robert Plutchik sono otto, divise in quattro coppie:

  • la rabbia e la paura;
  • la tristezza e la gioia;
  • la sorpresa e l’attesa;
  • il disgusto e l’accettazione.

Altri autori hanno tuttavia proposto una diversa suddivisione. Secondo vari autori, dalla combinazione delle emozioni primarie derivano le altre (secondarie o complesse):

  • l’allegria;
  • la vergogna;
  • l’ansia;
  • la rassegnazione;
  • la gelosia;
  • la speranza;
  • il perdono;
  • l’offesa;
  • la nostalgia;
  • il rimorso;
  • la delusione.

Aspetti patologici

L’alessitimia è l’incapacità o l’impossibilità di percepire, descrivere e verbalizzare le proprie emozioni o quelle altrui. Le emozioni si collegano al vissuto degli individui innalzandone le energie, e nei casi “patologici” deprivati di energie. Sulla dinamica che connette la consapevolezza emotiva e gli stati individuali è rilevante lo studio del dott. Daniele Trevisani che ha esposto un principio specifico;

« Principio 2 del potenziale umano – Leadership emozionale ed energie mentali:Le energie mentali diminuiscono o si esauriscono quando: • l’individuo non è consapevole degli stati emotivi che sta vivendo; • l’individuo non è consapevole delle cause che producono un certo stato emotivo; • l’individuo non è in grado di proteggersi dalle emozioni negative, vivere con maggiore distanziamento le esperienze negative, e i vissuti emotivi negativi impediscono di raggiungere i propri obiettivi e risultati (fragilità emotiva); • l’attenzione è imprigionata sui vissuti negativi, in relazione a micro-eventi e macro-eventi personali (traumi emotivi irrisolti); • l’individuo non ha appreso a generare stati, situazioni, momenti, eventi (micro e macro) che possono generare emozioni e sensazioni positive; • l’individuo viene trascinato negli stati emotivi da persone ed eventi, senza riuscire ad arrestare i trascinamenti (essere in balìa degli eventi e delle persone).

Le energie mentali aumentano quando: • si genera consapevolezza degli stati emotivi vissuti (coscienza emotiva), della loro tipologia, intensità e localizzazione, con buona capacità di riconoscimento e di labeling (dare un nome alle emozioni e distinguerle); • si genera consapevolezza delle cause degli stati emotivi vissuti; • si acquisiscono capacità di protezione dalle emozioni negative, si apprende a far sì che esse si manifestino e fluiscano senza bloccare il corso della propria vita e azione; • viene condotto un lavoro serio e programmatico per risolvere traumi emotivi passati (gravi o meno gravi) e quelli generati dall’operatività quotidiana, con un supporto umano (evitare l’elaborazione di traumi in solitudine o senza supporto); • l’individuo apprende a nutrirsi di emozioni positive, percepire le positività, generare le occasioni di positività, produrre un clima emotivo positivo; • l’individuo sa riconoscere e bloccare i trascinamenti emotivi, non è in balìa di eventi e persone, è meno soggetto ai “tiranti emotivi” generati dall’ambiente e dalle relazioni. »

La componente patologica delle emozioni può essere trattata con interventi di psicoterapia o di counseling con metodi variabili secondo le diverse scuole di riferimento, ma anche secondo valutazione medica, con approcci farmaceutici, in particolare agendo sui neurotrasmettitori che regolano emozioni ed umore.

Importanza clinica delle emozioni

Diversi studi in letteratura hanno dimostrato che lo stress e le emozioni negative incidono negativamente sul sistema immunitario, compromettendone l’efficienza di alcune cellule. I dati più significativi sull’importanza clinica delle emozioni provengono da una vasta analisi condotta da Howard Friedman e Boothby-Kewley, in cui sono stati analizzati ed elaborati contemporaneamente i risultati di 101 studi più piccoli. I risultati di questa analisi hanno confermato come le emozioni legate alla sofferenza incidano negativamente sulla salute. Più nello specifico coloro che hanno sperimentato lunghi periodi di ansia, tristezza, pessimismo, sospettosità e ostilità hanno il doppio delle probabilità di sviluppare patologie quali artrite, emicrania, asma, ulcera gastrica e cardiopatie. Da questi dati si evince chiaramente che le emozioni negative rappresentano un importante fattore di rischio e di grave minaccia per la salute sebbene i meccanismi biologici dietro questa relazione non siano ancora del tutto chiari.

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