Cosa fare quando si soffre per amore

MEDICINA ONLINE TRISTE EX RAGAZZA RAGAZZO FIDANZATA FIDANZATO GELOSIA LITIGIO MARITO MOGLIE MATRIMONIO COPPIA DIVORZIO SEPARATI SEPARAZIONE AMORE CUORE FIDUCIA UOMO DONNA ABBRACCIO LOVE DIVORZIO DIVORCE SAD COUPLE WALLPAPERLa tua storia è giunta al capolinea e vi siete lasciati: come puoi smettere di soffrire per amore? Tutti abbiamo risorse di cui ignoriamo l’esistenza, ma che tiriamo fuori al momento giusto: questa abilità è la resilienza, ovvero quella capacità di reagire in maniera positiva a eventi traumatici e di riadattare positivamente la propria vita, restando umani e sensibili.

All’inizio quando una storia finisce entri nella fase dei pensieri tristi e inizi a dirti: “Non sarò mai più felice”, “Era l’unica persona al mondo che volevo”, “La mia vita è finita”. Ma la tua vita non è finita e sarai ancore più felice, solo che non lo sai. Ok, hai preso una rovinosa caduta, ma prima ti alzi in piedi e prima potrai uscirne. Se ti blocchi troppo a lungo, rischi di impantanarti nella sofferenza, il che potrebbe fermare i tuoi sentimenti per anni. Puoi decidere però di superarla, restando positiva per riprendere a vivere una vita felice.

Per superare la sofferenza devi attraversare due fasi: la prima consiste nell’accettare i sentimenti che provi; la seconda nell’andare avanti. Hai presente quando da bambina piangevi e te ne andavi dopo i dispetti che ti aveva fatto l’amichetta? Ecco, non ti sei bloccata e hai reagito. Devi fare la stessa cosa: puoi sfogarti, piangere e inveire ma poi vai via e riprendi la tua vita.

La sofferenza è causata anche dai sensi di colpa, da quel che poteva essere e non è stato a causa di parole dette o azioni fatte. Metti da parte quel che è stato e perdona te stessa perché se inizi a entrare in guerra con te stessa allora sei destinata a perdere: fai pace con te e ritrova il tuo equilibrio. Smetti di pensare “Che razza di persona sono?” e inizia a dirti: “Cosa posso fare?”.

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Impara ad accettare. Accetta la fine della tua storia senza più rimpianti o rimorsi. Quel che è stato è stato. Perdona te stessa per gli errori fatti e perdona il partner. Chiudi questo capitolo della tua vita nella scatola dei ricordi e vai avanti per la tua strada. L’accettazione fermerà anche il desiderio di tornare indietro e di sperare che non sia mai successo. Una volta che ti fermi in questa lotta la calma tornerà a regnare nel tuo cuore.

Accettare la realtà non è porsi in una posizione passiva e lasciare che tutto intorno a te accada. Non devi perdere il desiderio di agire. È piuttosto dire: “Mi ha lasciata, cosa posso fare per me ora?”. In questo modo prendi coscienza della realtà e la accetti per quella che è senza resistenza e senza confusione interiore, ma ponendoti nella condizione di iniziare a fare qualcosa partendo da te stessa che sei la persona più importante in assoluto.

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Lasciati andare al destino. Pensa che a volte le cose vanno come devono andare perché c’è un disegno più grande di tutti noi. Funziona! Perché ti senti subito più sollevata ammettendo che non sempre possiamo essere responsabili di tutto quel che ci accade e con un po’ di fiducia in te stessa riuscirai a ritrovare la tua strada maestra. Vedrai piano piano sorgere davanti a te tante nuove opportunità.

Ritrova l’equilibrio. Ci sono vantaggi e svantaggi in ogni situazione e prova a trovare i lati positivi di tutta la storia che ti è capitata. Non cercare giustificazioni, analizza con onestà chi ti ha causato questo dolore e perché, ma anche cosa di buono hai ricevuto e come ora puoi ritrovare il tuo equilibrio. Chiediti se ci sono dei vantaggi e se la fine della tua relazione non sia l’occasione per crescere e per imparare cose nuove, riaffermando il tuo potere nella vita.

Impara. Una storia finita rappresenta una grande esperienza e sai che certi errori non li commetterai più. Sai anche come dovrà essere la persona che ti starà accanto e cosa cerchi per la tua vita. Hai tempo per lavorare su te stessa e per migliorarti e per affermarti come desideri.

Sorridi. Un sorriso cambia sempre le prospettive e può essere fonte di gioia perché ha il potere di cambiare lo stato d’animo. Puoi sempre sorridere, anche quando la vita ti fa del male perché il sorriso è contagioso e fa stare bene te e chi ti sta accanto.

Esci dai pensieri negativi. La sofferenza si insinua in quel solco che tracciamo noi stessi con l’ossessione della perdita e così non riesci a pensare ad altro. Cambia le tue abitudini e inizia a fare qualcosa che non hai mai fatto. Potrebbe essere il momento giusto per fare quel viaggio che hai sempre desiderato, di iniziare a seguire un corso di yoga o di essere più gentile con chi ti circonda. Fai qualunque cosa che possa tirarti via dalla routine e vedi come il cambiamento modifica la natura della tua sofferenza.

Quando sperimentiamo il dolore, tendiamo a isolarci pensando che nessuno sta peggio di noi. Eppure sai che non è così. Entrare in contatto con qualcuno che soffre si rivela un antidoto alla sofferenza. Potresti non sentirti pronta ma appena il tuo dolore si allevia, esci dalla comfort zone e cerca di essere più gentile con chi ti sta intorno, vedrai i risultati molto velocemente.

Se credi di avere dei problemi con il tuo partner e non riesci a gestire da sola questa situazione, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a superare questo momento difficile.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Piede di Charcot: quali sono le cause della neuro-osteoartropatia?

Piede di CharcotLa neuro-osteoartropatia di Charcot (o “piede di Charcot”) è una malattia degenerativa su base infiammatoria che può insorgere in pazienti affetti da neuropatia ed è caratterizzata da un progressivo riassorbimento osseo delle articolazioni del piede (più raro l’interessamento di altre articolazioni), associato talvolta a crolli strutturali ed a marcate deformità, tali da richiedere nei casi più gravi il ricorso ad interventi di chirurgia correttiva o ad amputazione.

La patogenesi è legata a qualsiasi condizione da cui derivi la diminuzione della sensibilità periferica dolorifica, propriocettiva e del fine controllo motorio:

  • Neuropatia diabetica (oggi il più comune negli Stati Uniti, con conseguente distruzione del piede e della caviglia), con articolazione di Charcot in 1/600-700 diabetici. In relazione allo scarso controllo cronico glicemico.
  • Neuropatia alcolica
  • La paralisi cerebrale
  • Lebbra
  • Sifilide (tabe dorsale), causata dal Treponema pallidum microrganismo
  • Lesioni del midollo spinale
  • Mielomeningocele
  • Siringomielia
  • Iniezioni intra-articolari di steroidi
  • Insensibilità congenita al dolore

Sono state elaborate due principali teorie:

Neurotrauma: La perdita della sensibilità periferica dolorifica e propriocettiva porta a ripetuti microtraumi dell’articolazione; il danno, passando inosservato da parte del paziente neuropatico, progredisce e il conseguente riassorbimento infiammatorio dell’osso traumatizzato rende tale regione ancora più debole e suscettibile di ulteriori traumi. Si crea è un circolo vizioso. Inoltre, una diminuzione del fine controllo motorio genera posture che esercitano pressioni innaturali sulle articolazioni a cui conseguono microtraumatismi supplementari.

Neurovascolare: l’alterazione dei riflessi del sistema nervoso autonomo fanno sì che l’articolazioni desensibilizzata riceva un flusso di sangue significativamente maggiore. L’iperemia conseguente porta ad un aumento del riassorbimento osseo mediato dagli osteoclasti, e questo, insieme alle sollecitazioni meccaniche, porta alla distruzione ossea.

In realtà, entrambi questi meccanismi probabilmente un ruolo nello sviluppo della articolazione di Charcot.

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Fitoestrogeni: rimedi naturali in menopausa

MEDICINA ONLINE DONNA ANZIANA MENOPAUSA ADULTA VAMPATE FITOESTROGENI SENO INGRANDIMENTO SOIA ORMONI ESTROGENI PIANTE.jpgFitoestrogeni: molte donne ne hanno sentito parlare, poche sanno cosa sono davvero e come agiscono sull’organismo femminile?
Io amo chiamarli “ormoni verdi”! In pratica, sono estratti ricavati da piante a elevato potere estrogenico: la salvia, la soia, il trifoglio rosso, la cimicifuga racemosa. Si tratta di veri e propri estrogeni naturali, in grado cioè di agire al livello organico proprio come gli estrogeni della terapia sostitutiva, ma con un’azione molto più leggera, blanda e, di conseguenza, non dannosa per l’organismo. Questo significa, in parole semplici, che il fitoestrogeno è scarsamente attivo sia sull’utero sia sulla mammella (organi a rischio con la terapia estrogenica artificiale), ma beneficamente attivo sui principali organi che, invece, tendono a invecchiare e ad ammalarsi, come la pelle, il cervello, le ossa, il sistema cardiovascolare e la vagina. Dunque, il saggio principio della minima dose con il massimo effetto è garantito: con i fitoestrogeni le ossa e il cervello si mantengono in ottima salute, la pelle resta giovane e bella, l’utero e il seno non corrono alcun pericolo.

Dove si trovano i fitoestroegeni?
Gli “ormoni verdi” si dividono in tre gruppi principali: gli isoflavoni, i lignani e i cumestani.

  • Gli isoflavoni sono contenuti in dosi generose nei legumi, per esempio nelle lenticchie, nei fagioli, nei piselli, ma soprattutto nella soia.
  • I lignani sono contenuti nella buccia (o meglio, nella cuticola) dei cereali principali – ovvero grano, frumento, orzo, riso, segala, semi di lino – nella frutta, nella verdura e negli oli vegetali, incluso l’olio d’oliva.
  • I cumestani, infine, sono presenti soprattutto nei germogli.

È chiaro, quindi, che la prevenzione della sindrome menopausale dovrebbe partire proprio in cucina, grazie all’ampio utilizzo di soia (ma anche tofu e latte di soia) e di tutti i legumi, oltre che dei semi (lino, girasole, noci, mandorle e così via). Una cucina salva-salute e salva-govinezza ben conosciuta dalle donne orientali che, a parità di anni, non solo evitano i disturbi più fastidiosi della menopausa, ma hanno anche ossa molto più forti delle loro coetanee occidentali e solo raramente si ammalano di tumore al seno. La soia e il trifoglio sono, in particolare, tra gli alimenti più ricchi di fitoestrogeni, capaci di proteggere dalla comparsa di tumore al seno quando la donna è ancora in età fertile, figurarsi in menopausa, quando si rivelano il migliore toccasana. Attenzione, però. La sola alimentazione non basta a fare il pieno di fitoestrogeni. Per assumere la giusta quantità di principi attivi, dunque, è necessario ricorrere sempre a integratori specifici, studiati proprio per soddisfare la richiesta di fitoestrogeni da parte dell’organismo.

Quali sono i benefici degli isoflavoni?
Gli isoflavoni di soia sono riusciti a convincere ormai anche il medico più diffidente, tanto è vero che sono universalmente utilizzati per contrastare i fastidi che la menopausa porta con sé e per prevenirne le conseguenze più pericolose per la salute futura della donna, come l’osteoporosi. Questo non stupisce, visto che il loro impiego è semplice e praticamente privo di effetti collaterali. Con i nostri ormoni verdi, le vampate si spengono ed è possibile vivere la fine dell’età fertile in armonia e in salute. I miglioramenti sono apprezzabili rapidamente, dopo il primo mese di trattamento, e restano invariati nel tempo. Mentre i sintomi più fastidiosi vengono neutralizzati, le ossa rimangono salde e forti, così come il colesterolo cattivo e i trigliceridi (i principali nemici di cuore e arterie) si abbassano e se sono già bassi non si alzano, con enormi vantaggi per l’intero sistema cardiovascolare. Un risultato, questo, che è stato ormai dimostrato da moltissimi studi ginecologici, tanto da indurre molti esperti a suggerire un’integrazione con fitoestrogeni anche nelle donne che stanno seguendo la TOS (terapia ormonale sostitutiva) a scopo precauzionale e preventivo.

Nonostante siano sostanze naturali, ci sono possibili effetti collaterali?
Gli effetti collaterali sono praticamente nulli, tuttavia non devono essere assunti in presenza di forti fattori di rischio per il cancro al seno (ad esempio in caso di madri o sorelle con cancro al seno).

Trattandosi di integratori, ci si può affidare al fai-da-te o è sempre meglio seguire il consiglio del medico?
No al fai-da-te. L’integratore deve essere sempre assunto dopo un parere positivo da parte del medico, specie se si è a rischio di cancro al seno.

Quando i rimedi naturali sono da preferire alla TOS (terapia ormonale sostitutiva)?
Quando la donna ha sofferto o soffre di una serie di patologie più o meno gravi (al seno, cardiovascolari ecc.) o quando i disturbi della menopausa sono di moderata entità. Poi ci sono ben poco propense ad assumere qualcosa che “sa” di farmacologico e che, dunque, preferiscono affidarsi ai rimedi naturali. Teniamo conto che è anche possibile sfruttare le due terapie in combinata, cioè seguire una TOS a bassissimi dosaggi affiancata da una terapia sostitutiva naturale di “sostegno”. O ancora, dopo cinque anni di TOS è possibile passare il testimone ai rimedi naturali, in modo da trarre il massimo beneficio da entrambe le terapie. Le soluzioni a disposizione delle donne in menopausa, dunque, sono tanti e uno non è necessariamente migliore o peggiore di un altro: per questo è indispensabile farsi seguire da un medico. In casi particolari – per esempio di menopausa precoce, isterectomia oppure ovariectomia – quale strada è meglio seguire? Ogni caso merita un’attenta valutazione a sé. In caso di menopausa precoce, per esempio, spesso si ricorre alla pillola contraccettiva, mentre in caso di isterectomia, invece, si può valutare di seguire una terapia ormonale sostitutiva con i soli estrogeni.

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Per quali motivi si ingrassa dopo aver smesso di fumare? (seconda parte)

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma ITALIANI FUMARE E CIG ITA Riabilitazione Nutrizionista Medicina Estetica Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Linfodrenaggio Pene Vagina Glutei TestaQuella che state per leggere è la seconda parte di questo articolo (che vi consiglio di leggere prima): Per quali motivi si ingrassa dopo aver smesso di fumare?

7) SI SENTONO MEGLIO GLI ODORI
Gli odori che entrano nella cavità nasale attraverso le narici, raggiungono l’epitelio olfattivo, un sottile strato di cellule collocato in un’area ristretta della cavità nasale e vengono interpretati dai recettori olfattivi. Essi vengono danneggiati dal fumo di sigaretta quindi quando si cessa di inalare il fumo le cellule tornano ad essere pienamente efficienti quindi gli odori si sentono meglio: chi riesce a resistere al buon odore di un buon cibo?

8) LA NICOTINA AUMENTA LA SECREZIONE DEGLI ACIDI GASTRICI
La nicotina esplica anche un curioso effetto a livello gastrico in sinergia con altri componenti del fumo di tabacco. A pochi minuti dall’assunzione di fumo di tabacco si verifica un incremento del 15% della secrezione di HCl (acido cloridrico) da parte della mucosa gastrica. Questa potrebbe essere la ragione per cui il desiderio di sigaretta aumenta dopo i pasti, specie se abbondanti. Quindi la nicotina favorisce la digestione a livello gastrico e ciò si traduce in una migliore gestione del peso corporeo.

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9) LA NICOTINA VELOCIZZA IL TRANSITO INTESTINALE
La nicotina nel tabacco tende ad alterare la motilità intestinale nei fumatori di sigarette. In determinate dosi può anche avere un effetto lassativo e ciò può avere effetti benefici sul peso corporeo. Venendo a mancare tale effetto lassativo, può comparire stipsi che influisce negativamente sul nostro peso. Si parla di effetto “lassativo” ma ricordate: l’abuso cronico di sigarette, però, può fare aumentare le contrazioni spastiche dell’intestino e aggravare nel tempo la situazione di stitichezza.

Esiste una correlazione tra il numero di sigarette fumate ed i chili presi
Sembra che i chili presi in più siano proporzionali al numero di sigarette fumate: secondo uno studio americano eseguito su ex fumatrici, quelle forti (25 o più sigarette al giorno) crescevano di peso almeno del doppio delle fumatrici “leggere”. La mia esperienza personale ha confermato in pieno questo dato. Nell’ultimo periodo della mia dipendenza da nicotina, fumavo circa 25 sigarette al giorno e, come già prima accennato, sono ingrassato circa 10 kg. In ogni caso, dalle ricerche è stato rilevato che la gran parte dell’ingrassamento è dovuto principalmente all’aumento di cibo ingerito: nelle donne una media giornaliera di circa 230 calorie in più.
Giorno dopo giorno, si arriva così a un aumento medio calcolato di tre-cinque chili in pochi mesi, anche se molto dipende dalla variabilità individuale e dallo stile di vita in generale. Normalmente gli effetti complessivi sul peso si fanno vedere dopo il primo anno, massimo due, da quando si è smesso di fumare. Nella mia esperienza io ho raggiunto il “picco” di peso intorno al sesto mese dopo aver smesso di fumare, per poi tornale al peso precedente (che avevo nel momento in cui ho smesso) dopo poco più di un anno.

I migliori prodotti per il fumatore che vuole smettere di fumare
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, pensati per il fumatore che vuole smettere di fumare o che ha smesso da poco e vuole perdere peso. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Conserve sicure: tutti i consigli per evitare il rischio di botulino

MEDICINA ONLINE MARMELLATA GELATINA CONSERVA MOSTARDA SENAPE VERDURA FRUTTA OLIO BARATTOLO BOTULINO DISINFEZIONE COTTURA BOLLITURA PESCA KIWI CREMA NUTELLA CIOCCOLATO RICETTA CACAO FATTA IN CASA YOGURT CALORIE DIETA FRAGOLAbarattoli di conserve su uno scaffale della dispensa hanno un aspetto casalingo e confortante, un po’ come portare con sé il ricordo del sapore di un frutto o di una verdura fuori stagione.PER PREPARARE LE CONSERVE IN CASA SONO NECESSARIE ACCORTEZZE CHE RIDUCANO A ZERO IL RISCHIO DI SVILUPPARE IL BOTULINOPrepararle in casa è un ottimo modo per garantirsi la genuinità del prodotto e la qualità degli ingredienti utilizzati, ma per igiene e sicurezza le accortezze da prendere sono determinanti. Nell’industria alimentare i contenitori pieni vengono sottoposti a trattamenti termici non riproducibili in casa, quindi è impensabile riuscire a replicare le condizioni di stabilizzazione e conservazione a temperatura ambiente per lunghi periodi di alcune conserve. In alcuni casi la pastorizzazione, trattamento termico più blando della sterilizzazione, è sufficiente a garantirne la conservazione soprattutto se associato a condizioni che riducono il rischio dello sviluppo del batterio Clostridium botulinum, il botulino.

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CAPIRE SE UNA CONSERVA È IDONEA AL CONSUMO

La prima accortezza da usare è quella di osservare attentamente il barattolo al momento della sua apertura: a un primo esame visivo il rigonfiamento della capsula del coperchio e l’intorbidamento del liquido di conservazione, ove previsto, devono scoraggiare il consumo. All’apertura non devono essere presenti fioriture di muffe né odori sgradevoli; la frutta o la verdura in barattolo non devono avere una consistenza molliccia e cedevole. La proliferazione di tossine botuliniche è inibita dall’acidità e dalla presenza di sale: ambienti acidi con pH<4,5 e salamoie almeno al 15% di sale (150 g di cloruro di sodio per litro di acqua) sono sicuri. Anche lo zucchero in elevate concentrazioni inibisce il batterio, come per le marmellate che utilizzano pari peso di zucchero e frutta.

ACCORTEZZE IN FASE DI PREPARAZIONE

Quando si prepara una conserva, è opportuno non riempire i contenitori fino al bordo ma lasciare uno spazio sufficiente per l’interposizione di appositi distanziatori tra la frutta o verdura e il coperchio: in questo modo lo spazio formatosi (spazio di testa) consente la generazione del vuoto e contiene l’aumento di volume durante i processi termici di pastorizzazione, mantenendo comunque i pezzi immersi nel liquido di conservazione.

PASTORIZZAZIONE

È un processo che si ottiene immergendo i barattoli in una casseruola piena di acqua e portando a bollore uniforme per un determinato periodo di tempo, in funzione del peso. L’esposizione delle conserve non acide e non in salamoia alla temperatura di 100 °C basta per inattivare il batterio ma non è sufficiente per la distruzione di eventuali spore, anzi la variazione termica può favorirne la germinazione e la produzione di tossina. Particolare attenzione deve essere riposta nella preparazione dei sottoli, laddove la sbianchitura delle verdure in acqua acidula e salata non sia sufficiente.

In casa è opportuno quindi sottoporre queste conserve a tindalizzazione, ossia una sterilizzazione frazionata i cui passaggi successivi hanno lo scopo di favorire la germinazione per poter poi distruggere le spore. Alla prima bollitura di pastorizzazione segue un’altra nelle 24 ore successive, durante le quali germinano eventuali spore presenti e vitali che sono uccise durante la seconda pastorizzazione. Un terzo trattamento termico ha il solo scopo precauzionale. Durante questi processi di bollitura è bene osservare gli stessi accorgimenti utilizzati in sanificazione e pastorizzazione per evitare urti e scheggiature del vetro.

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Paratiroidi: anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA TIROIDE PARATIROIDI GHIANDOLA ENDOCRINA ORMONI T3 T4 CALCITONINA PARATORMONE PTH CALCIO METABOLISMOLe ghiandole paratiroidi (in inglese “parathyroid glands“) sono un gruppo di ghiandole endocrine poste nel collo in prossimità della tiroide, immerse nel parenchima di quest’ultima. Ve ne sono solitamente quattro per individuo, due superiori (o interne), situate dietro alla tiroide, e due inferiori (o esterne), tuttavia in alcuni soggetti si possono trovare anche altre ghiandole paratiroidee (paratiròidi ectopiche) in altre regioni del collo, o nel mediastino. Il nome “paratiroidi” deriva dal fatto che tale ghiandole sono situate presso la tiroide (il prefisso “para” significa infatti “presso” in greco).
Le paratiroidi sono di forma ovale e hanno dimensioni molto piccole: forma e dimensioni ricordano quelle di una lenticchia; hanno una struttura tipica delle ghiandole endocrine: nidi o cordoni di cellule solide, anche se, a dispetto del nome, non condividono nulla con la tiroide, la quale ha una struttura follicolare. Le cellule delle paratiroidi sono sempre ben delimitate da una lamina connettivale molto vascolarizzata. Le paratiroidi embriologicamente derivano dall’apparato faringeo e in particolare le paratiroidi superiori derivano dalla IV tasca e quelle inferiori dalla III.

Funzioni delle paratiroidi
La funzione delle paratiroidi è di secernere invece l’ormone paratiroideo, o paratormone (PTH), importante regolatore del livello del calcio nel sangue, interferendo in molti processi biochimici del nostro organismo. Il paratormone, assieme alla calcitonina prodotta dalle cellule parafollicolari della tiroide ed alla vitamina D, concorre al conseguimento dell’omeostasi del calcio nel sangue. Infatti, in caso di alterazioni nei valori di calcemia, la calcitonina indurrà il deposito di calcio nelle ossa aumentandone il riassorbimento renale, mentre il paratormone attiverà la vitamina D a livello renale per favorire l’assorbimento intestinale di calcio, mobiliterà il minerale dalle riserve del tessuto osseo favorendo la produzione di osteoclasti ed aumenterà l’eliminazione urinaria dei fosfati. In condizioni normali la calcemia è mantenuta entro un ristretto range di valori, che va da 8,5 – 10,5 mg per decilitro di sangue. Sia un suo abbassamento (ipocalcemia), che un suo eccessivo rialzo (ipercalcemia) causano gravi alterazioni funzionali alla muscolatura striata e liscia.

  • Effetti dell’ipocalcemia: tetania, ipereccitabilità cardiaca, spasmi bronchiali, vescicali, intestinali e vascolari.
  • Effetti dell’ipercalcemia: riduzione dell’eccitabilità muscolare e nervosa, nausea, vomito, stipsi.

La concentrazione del calcio nel sangue è controllata, oltre che dal paratormone secreto dalle paratiroidi, anche dal calcitriolo (che aumenta l’assorbimento del calcio a livello intestinale) e dalla calcitonina (che, in contrasto all’azione del paratormone, diminuisce la calcemia).

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L’allattamento al seno è possibile dopo un parto cesareo?

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA NATURALE CESAREO DIFFERENZE CHIRURGIA FOTO WALLPAPER PICTURE UTERO CHIRURGO OPERAZIONE RISCHI VANTAGGI VANTAGGI ALLATTAMENTO MADRE FIGLIO NEONATO MORTAìE MORTA LIQUIDOSia che il parto cesareo sia programmato o meno, molte mamme hanno paura di non riuscire ad allattare; vediamo i rischi ed i suggerimenti più efficaci.

Il modo in cui si partorisce influenza poco o nulla l’allattamento al seno. Il latte sarà prodotto esattamente come se il parto fosse stato naturale, ma è importante iniziare ad allattare appena possibile e continuare con frequenza per impedire che la produzione di latte diminuisca. Anche se ci vorranno alcune ore per riprendervi dal cesareo, potrete iniziare ad allattare appena ve la sentirete.

Le linee guida più recenti sottolineano il fatto che una donna che partorisce con cesareo potrebbe necessitare un aiuto maggiore da parte del personale sanitario per iniziare correttamente l’allattamento al seno, perchè potrebbero emergere problemi nel trovare la posizione e prendere in braccio il bambino a causa della ferita chirurgica e di un po’ di dolore e alla ridotta mobilità.

È molto importante in questi casi attaccare il neonato il prima possibile, possibilmente già nelle prime ore dopo il parto, compatibilmente con il tipo di anestesia ricevuta; molti dei farmaci somministrati alle mamme durante e dopo il cesareo non creano alcun problema grave al bambino e probabilmente la scelta cadrà sull’epidurale, anziché sull’anestesia generale (somministrata in passato e in grado di addormentare la donna durante il parto).

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L’anestesia locale raggiunge il sangue in quantità molto basse e gli effetti sul neonato sono trascurabili; alcuni potrebbero manifestare una leggera sonnolenza dopo l’epidurale e all’inizio potrebbero attaccarsi al seno con poco entusiasmo, ma non sono stati evidenziati effetti collaterali negativi di lungo periodo né sullo sviluppo, né sulla capacità di alimentarsi al seno dei bambini nati a termine. Anche se venisse usata la totale sarà comunque possibile allattare al risveglio, ma è importante mettere ostetrica e infermiere a conoscenza di questo vostro desiderio.

Dopo il cesareo il medico vi somministrerà diversi farmaci, all’inizio tramite flebo e poi in compresse, per aiutarvi a riprendervi. Nella maggior parte dei casi questi farmaci passano solo in minima quantità nel latte.

Alcuni antidolorifici potrebbero causare un po’ sonnolenza a vostro figlio, ma i benefici dell’allattamento al seno superano di gran lunga questo rischio temporaneo. Il dolore interferisce con il rilascio dell’ossitocina, l’ormone che stimola la produzione di latte, quindi è fondamentale tenere sotto controllo le sensazione di male. Se avete qualche dubbio sugli antidolorifici che vi vengono somministrati, parlatene con il medico, con l’ostetrica o con il personale dell’associazione per l’allattamento al seno.

La ferita chirurgica all’inizio potrà creare qualche difficoltà a trovare una posizione comoda per l’allattamento. Potrete cercare di modificare alcune delle posizioni fondamentali sedendovi nel letto, usando qualche cuscino in più per sostenere il bambino sulla coscia e proteggere la cicatrice, sdraiandovi su un lato con vostro figlio di fronte a voi oppure usando la posizione rugby con un numero di cuscini sufficiente ad alzare la testa del bambino all’altezza del seno. Altre donne preferiscono la posizione distesa, con il neonato appoggiato sul letto accanto al seno.

Non abbiate paura di provare, sbagliare e riprovare e chiedere aiuto all’ostetrica, ogni coppia mamma-neonato impara presto a conoscersi e trovare una sintonia perfetta. Quando sarete guarite e potrete muovervi più facilmente, allattare sarà molto più semplice, ma dovrete comunque riposarvi e chiedere a qualcuno che vi assista finché non vi sarete completamente riprese. Fatevi aiutare dai famigliari e dagli amici con le faccende di casa, così riuscirete a concentrarvi sulla guarigione e sull’allattamento.

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Classificazione dei muscoli

MEDICINA ONLINE MUSCOLI BICIPITE TRICIPITE QUADRICIPITE BRACCIO GAMBA COSCIA.jpgIn generale i muscoli si inseriscono sulle ossa tramite due capi: la testa (o capo di origine) e la coda (o capo terminale o capo di inserzione). La testa corrisponde all’estremità del muscolo che durante il movimento rimane perlopiù immobile, mentre la coda corrisponde al punto di attacco del muscolo sull’osso che viene spostato. La parte carnosa compresa tra i capi di origine e i capi terminali prende il nome di ventre del muscolo.

I muscoli possono essere classificati in base ad alcune caratteristiche che li contraddistinguono.

In base al numero di teste si distinguono:

1. muscoli monocipiti: hanno una sola testa
2. muscoli bicipiti: hanno due teste
3. muscoli tricipiti: hanno tre teste
4. muscoli quadricipiti: hanno quattro teste

In relazione al numero di code, distinguiamo:

1. muscoli monocaudati: hanno una sola coda
2. muscoli bicaudati: hanno due code
3. muscoli tricaudati: hanno tre code
4. muscoli pluricaudati: hanno più code

Alcuni muscoli hanno uno o più capi che non si inseriscono su un osso, ma nel derma, come i muscoli pellicciai o mimici, che permettono le espressioni del viso muovendo la pelle.

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In base alla forma, distinguiamo:

1. muscoli lunghi
2. muscoli larghi
3. muscoli brevi
4. muscoli circolari

muscoli lunghi o fusiformi (i muscoli degli arti) sono molto sviluppati in lunghezza ed in genere presentano una parte carnosa (il ventre muscolare) molto voluminosa che si assottiglia alle estremità. In relazione ai capi di origine si distinguono in bicipiti, tricipiti, quadricipiti. Sono dotati di una notevole capacità di accorciamento ed allungamento, ma si affaticano facilmente; sono presenti soprattutto negli arti e consentono l’esecuzione di movimenti ampi.

muscoli larghi (es. il diaframma) hanno un ventre largo e piatto. Sono muscoli di copertura e contenimento e si trovano nelle pareti del torace e dell’addome. Hanno una limitata capacità di allungarsi e accorciarsi e consentono sforzi prolungati.

muscoli brevi (es. i muscoli intercostali) sono caratterizzati da lunghezza, larghezza e spessore pressoché uguali.

Nei muscoli circolari (orbicolari e sfinteri) le fibre muscolari formano un anello capace di restringersi e dilatarsi. Si trovano intorno agli orifizi del nostro corpo. Gli orbicolari si trovano intorno agli occhi e alla bocca, gli sfinteri controllano la progressione del cibo nell’apparato digerente (cardias, piloro, valvola ileocecale, ano) e la fuoriuscita di urina (sfintere uretrale).

In relazione alla presenza di tendini intermedi, che dividono il ventre, i muscoli si suddividono in:

1. muscoli monogastrici (un ventre, nessun tendine intermedio)
2. muscoli digastrici (due ventri, un solo tendine intermedio)
3. muscoli poligastrici (più ventri e più tendini intermedi)

Alcuni muscoli del nostro corpo lavorano in coppia: uno consente un movimento (agonista), l’altro il movimento contrario (antagonista). Ad esempio il bicipite brachiale determina con la sua contrazione la flessione dell’avambraccio, il tricipite brachiale, con un’azione antagonista rispetto al bicipite, ne determina invece l’estensione. Affinché sia possibile il movimento, quando gli agonisti si contraggono gli antagonisti devono rilasciarsi e viceversa.

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