Diabete ed emoglobina glicata alta: valori normali ed IFCC

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MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST ESAME SANGUE ANALISI CLINICHE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI LEUCOCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEL’emoglobina glicata (emoglobina A1c, HbA1c, A1C, o Hb1c; a volte anche HbA1c) è una forma di emoglobina usata principalmente per identificare la concentrazione plasmatica media del glucosio per un lungo periodo di tempo. Viene prodotta in una reazione non-enzimatica a seguito dell’esposizione dell’emoglobina normale al glucosio plasmatico. La glicazione alta dell’emoglobina è stata associata con le malattie cardiovascolari, le nefropatie e la retinopatia del diabete mellito. Il monitoraggio dell’HbA1c nei pazienti con diabete di tipo 1 può migliorare il trattamento. L’emoglobina A1c fu separata dalle altre forme di emoglobina da Huisman e Meyering nel 1958 mediante una colonna cromatografica. Venne caratterizzata per la prima volta come glicoproteina da Bookchin e Gallop nel 1968. Il suo aumento nel diabete fu descritto per la prima volta nel 1969 da Samuel Rahbar e collaboratori La reazione che porta alla sua formazione fu caratterizzata da Bunn e i suoi collaboratori nel 1975. L’uso dell’emoglobina A1c per il monitoraggio del grado di controllo del metabolismo glucidico in pazienti diabetici fu proposto nel 1976 da Anthony Cerami, Ronald Koenig e collaboratori.

Emoglobina glicosilata

L’emoglobina glicata a volte viene chiamata “emoglobina glicosilata“: le due espressioni sono sinonimi, quindi indicano la stessa cosa.

Principio

Nel normale arco di vita di 120 giorni dei globuli rossi, le molecole di glucosio reagiscono con l’emoglobina formando emoglobina glicata. In individui diabetici che hanno scarso controllo della glicemia, la quantità della emoglobina glicata che si forma è molto più elevata che nei soggetti sani o nei soggetti diabetici con un buon controllo glicemico ottenuto dalla terapia. Un aumento di emoglobina glicata all’interno dei globuli rossi, pertanto, riflette il livello medio di glucosio al quale l’emazia è stata esposta durante il suo ciclo vitale. Il dosaggio della emoglobina glicata fornisce valori indicativi dell’efficacia della terapia, monitorando la regolazione a lungo termine del glucosio sierico. Il livello di HbA1c è proporzionale alla concentrazione media del glucosio durante le quattro settimane – tre mesi precedenti. Alcuni ricercatori affermano che la porzione più grande del suo valore sia da attribuire a un periodo di tempo relativamente più breve, da due a quattro settimane. Nel 2010 l’American Diabetes Association Standards of Medical Care in Diabetes ha aggiunto l’A1c ≥ 6,5% come ulteriore criterio per la diagnosi clinica di diabete mellito, tuttavia l’argomento è controverso e questo criterio non è stato adottato universalmente.

Leggi anche: Differenza tra glicemia ed emoglobina glicata

Misurazione dell’emoglobina glicata

Esistono diversi metodi di misura dell’HbA1c. I laboratori di analisi usano:

  • high-performance liquid chromatography (HPLC);
  • immunoassay.

Gli strumenti presenti nei “point of care” (come gli ambulatori medici e le farmacie) usano:

  • immunoassay;
  • boronate affinity chromatography.

Negli Stati Uniti, i test utilizzati nei “point of care” sono certificati dal National Glycohemoglobin Standardization Program (NGSP) per standardizzarli nei confronti dei risultati ottenuti dal Diabetes Control and Complications Trial (DCCT) del 1993.

Il passaggio alle unità dell’IFCC

Nell’agosto del 2008 l’American Diabetes Association (ADA), la European Association for the Study of Diabetes (EASD) e l’International Diabetes Federation (IDF) hanno stabilito che, in futuro, l’HbA1c dovrà essere refertata con le unità dell’IFCC (International Federation of Clinical Chemistry and Laboratory Medicine). La refertazione in unità IFCC è stata introdotta in Europa, fatta eccezione per il Regno Unito, nel 2003; nel Regno Unito, il 1º giugno del 2009 è stata introdotta la doppia refertazione, che rimarrà in vigore fino al 1º giugno 2011.

La conversione tra le due unità di misura può esser calcolata mediante la seguente formula: IFCC-HbA1c (mmol/mol) = [DCCT-HbA1c (%) – 2.15] × 10.929

DCCT- HbA1c IFCC-HbA1c
(%) (mmol/mol)
4.0 20
5.0 31
6.0 42
6.5 48
7.0 53
7.5 59
8.0 64
9.0 75
10.0 86

Interpretazione dei risultati

A partire dalla comparazione dei valori di emoglobina glicata coi valori medi di glucosio plasmatico nell’uomo, è stato possibile costruire la seguente tabella:

HbA1c (%) Glicemia media (mmol/L) Glicemia media (mg/dL)
5 4.5 90
6 6.7 120
7 8.3 150
8 10.0 180
9 11.6 210
10 13.3 240
11 15.0 270
12 16.7 300

Una riduzione dell’1% dei livelli di HbA1c riduce del 21% il rischio di complicanze complessive e del 21% la mortalità dovuta alle complicanze del diabete.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Bilirubina diretta, indiretta, coniugata e libera: valori normali, ittero, significato, patologie

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La bilirubina è una sostanza derivante dall’emoglobina, in particolare dalla distruzione dei globuli rossi al termine del loro ciclo vitale. Si distinguono due tipi di bilirubina,:

  • bilirubina libera (anche chiamata indiretta, sono sinonimi);
  • bilirubina coniugata (anche chiamata diretta).

Il termine “bilirubinemia” indica la bilirubina ematica, cioè quella contenuta nel nostro sangue.

Che differenza c’è tra la bilirubina diretta (o “coniugata”) e quella indiretta (o “non coniugata” o “libera”)?

La bilirubina che viene riversata nel sangue quando un globulo rosso viene distrutto, è in forma libera (o indiretta o non coniugata). Si lega all’albu­mina, una proteina prodotta dal fegato, e viene captata dalle cellule del fega­to che la legano all’acido glucuronico, una sostanza che la rende solubile nella bile. In questa forma legata all’acido glucuronico la bilirubina prende il nome di bilirubina coniugata (o diretta) e viene escreta con la bile nell’intestino. Qui, ad opera della flora bat­terica intestinale, viene in parte eliminata con le feci ed in parte riassorbita dal fegato e di nuovo escreta con la bile. Un’altra parte, invece, sfugge alla captazione del fegato e viene eliminata attraverso i reni.

Perché è importante controllare la bilirubina totale e frazionata?

L’analisi della bilirubina totale e della bilirubina frazionata (che corrisponde alla somma della bilirubina diretta ed indiretta), viene prescritta perché è utile per orientare il medico verso la diagnosi di varie malattie come, per esempio, l’eccessiva distruzione dei globuli rossi che provoca anemia o talassemia e, soprattutto, per offrire indicazioni sul funzionamento del fegato e della bile ed indagare su eventuale ittero.

Leggi anche: Cistifellea: cos’è, a cosa serve e dove si trova

Come si analizza la bilirubina?

La biliribunemia si calcola in laboratorio, su un campione ottenuto con semplice prelievo di sangue venoso periferico (dal braccio).

Come ci si prepara all’esame?

Per eseguire l’esame non è necessario essere a digiuno, anzi un digiuno protratto oltre le ventiquattro-quarantotto ore può indurre aumenti della bilirubina.

Farmaci che interferiscono col risultato dell’esame

I farmaci non influi­scono sul risultato, fatta eccezione per quelli a base di paracetamolo, clora-diezepossido, novobiocina ed acetoeximide. E’, quindi, sempre consigliabile informare il medico su quale tipo di medicinali si sta assumendo.

Quali sono i valori normali di bilirubina?

I valori normali di bilirubina, sono:

  • bilirubina totale 0,1-1,3 mg/dl
  • bilirubina libera (indiretta) 0,0-1,2 mg/dl
  • bilirubina coniugata (diretta) 0,0-0,3 mg/dl.

I valori di riferimento del test della bilirubina totale e frazionata possono cambiare in funzione dell’età, del sesso e anche della strumentazione in uso nel singolo laboratorio. È pertanto preferibile consultare i range forniti dal laboratorio direttamente sul referto. Si ricorda inoltre che lievi alterazioni non indicano necessariamente malattia: è sempre importante che i risultati delle analisi vengano valutati NON in assoluto, bensì nell’insieme e mai da soli, ma sempre dal proprio medico di fiducia che conosce la propria situazione clinica specifica.

Leggi anche: Insufficienza epatica lieve, acuta e cronica: dieta e rischio di morte

Quali patologie indica un livello di bilirubina totale alto o basso?

Se il valore della bilirubina totale aumenta oltre quello normale, si parla di “iperbilirubinemia” e siamo quasi certamente in presenza di un “ittero” causato dall’eccesso di bilirubina.
Si definisce ittero la colorazione giallastra della pelle, delle sclere e delle mucose causata dall’eccessivo innalzamento dei livelli di bilirubina nel sangue. L’iddeto non deve essere confuso con la carotenodermia. . Affinché l’ittero sia visibile il livello di bilirubina deve superare 2,5 mg/dL. Un ittero lieve (denominato “sub-ittero”), osservabile esaminando le sclere alla luce naturale, è di solito evidenziabile quando i valori della bilirubina sierica sono compresi tra 1,5 – 2,5 mg/dl. L’ittero è una condizione parafisiologica nel neonato, mentre è frequentemente segno di patologia nell’adulto.
Se invece il valore della bili­rubina è basso, si parla di “ipobilirubinemia” e nella maggioranza dei casi siamo in presenza di una anomalia spesso non rilevante.

Leggi anche: Funzionalità epatica; cos’è, cosa indica e come si misura

Quali patologie indica un livello di bilirubina libera (indiretta) alto o basso?

Il valore della bilirubina libera (o indiretta) aumenta oltre il valore nor­male, da sola, nel sangue degli itteri emolitici (come nella talassemia o da emolisi, cioè distruzione dei globuli rossi, causata da farmaci o sostanze tossiche) e nella malattia di Gilbert (che provoca un sovracca­rico di bilirubina nel sangue perché il fegato non la capta), mentre aumenta insieme alla bilirubina coniugata (o diretta) negli itteri epato­cellulari (epatite, cirrosi epatica) e negli itteri meccanici cronici (calcolidella colecisti).

Quali patologie indica un livello di bilirubina coniugata (o diretta) alto o basso?

Il valore della bilirubina coniugata (o diretta) aumenta oltre il valore normale, da sola, nella malattia di Dubin Jhonson (malattia ereditaria causata da una eccessiva presenza in circolo di bilirubina coniugata per un difetto di escrezione del fegato), mentre aumenta insieme con la bili­rubina libera (o indiretta) negli itteri epatocellulari (malattia causata da
sostanze tossiche o infettive che compromettono la capacità del fegato di secernere la bilirubina) e negli itteri meccanici cronici (malattia cau­sata da un ostacolo che ostruisce il deflusso della bile dal fegato all’inte­stino). In particolare, inoltre, aumenta rispetto alla bilirubina libera (o indiretta) negli itteri meccanici recenti (coliche epatiche causate da calcoli alla bile) e aumenta di meno negli itteri epatocellulari.

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La tabella con le calorie dei cibi più comuni e diffusi

MEDICINA ONLINE CALORIE CIBO CIBO PIATTI DIMAGRIRE DIETA DIETOLOGIA METABOLISMO CALORIE GRASSI CARBOIDRATI GRASSO OBESITA SOVRAPPESOLe calorie degli alimenti sono fondamentali nella gestione della propria alimentazione. Non si deve però esagerare nella ricerca della precisione. Infatti:

  1. Senza un’analisi chimico-fisica non è possibile dare che un’indicazione approssimativa del contenuto calorico di un alimento. Molti per esempio credono che i vari tipi di arancia apportino le stesse calorie, mentre per esempio alcune arance apportano 27 calorie per 100 g, altre ne hanno ben 54 cioè il doppio! Un altro esempio è citato alla fine della pagina sull’etichetta nutrizionale.
  2. La cosa diventa ancora più aleatoria per i cibi cucinati, le cui calorie dipendono dalla ricetta, cioè in massima parte dagli ingredienti. Come fare? Il primo consiglio è di utilizzare prodotti che hanno l’etichetta nutrizionale dove l’analisi di cui al punto uno è già stata fatta. Se non è possibile, farsi una coscienza alimentare e non consultare tabelle senza “digerirle”, cioè comprenderle. Chi ha una coscienza alimentare sa per esempio che il pane secco (disidratato) è sulle 400 kcal. Se è integrale è sulle 350 kcal. Quindi una fresella integrale sarà attorno alle 350 kcal/100 g.
  3. Gran parte della frutta che si compra al supermercato ha quasi il doppio delle calorie che le vengono normalmente attribuite da database nutrizionali compilati decine di anni fa. La densità calorica di un arancia non è di 34 kcal (fonte INRAN) ogni 100 g, ma spesso arriva a superare le 50 kcal. Va peggio con il cocomero che passa da 16 a 30 kcal ogni 100 g.

Di seguito vengono indicate (per 100 g) anche le calorie al lordo (per esempio la frutta pesata con la buccia e il nocciolo, i pesci prima della pulitura ecc.), poiché per alcuni alimenti è molto complicato pesare la parte edibile. Non sono stati inclusi gli alimenti (biscotti, brioche, dolci, budini, marmellate, gelati, succhi…) il cui contenuto calorico è variabile e può essere desunto SOLO dalle etichette nutrizionali. Questa tabella è solo indicativa.

Alimento Lordo Netto Alimento Lordo Netto
Acciuga 103 131 Mandorle 130 542
Acciughe sottolio 205 Margarina 719
Aglio 130 149 Mascarpone 453
Agnello (grasso) 282 Melanzane 19 24
Agnello (magro) 132 Mele 35 48
Albicocche 44 48 Melone 16 34
Ananas 22 40 Merluzzo 60 82
Anatra 110 160 Miele 304
Anguilla 130 184 More 43
Arachidi 370 567 Mortadella di suino 308
Arance 34 49 Mozzarella 300
Asparagi 13 25 Nespole 39 47
Astice 30 90 Nocciole 270 628
Avocado 118 160 Noce di cocco 240 354
Banane 57 89 Noci 264 654
Barbabietole 28 43 Oca 371
Birra 43 Olio (di vario genere) 884
Bovino (magro) 137 Olive nere 173 234
Bovino (semigrasso) 215 Olive verdi 113 145
Bresaola 160 Orata 70 97
Brie 334 Palombo 54 80
Burro 717 Pancetta di maiale 661
Cacao 377 Pane comune 271
Caciocavallo 439 Pane integrale 242
Calamaro 61 92 Pasta 371
Camembert 300 Pasta integrale 330
Capriolo 110 Patate 55 69
Carciofi 19 47 Pecorino 387
Carote 37 41 Peperoni 22 27
Carpa 70 140 Pere 52 58
Castagne 140 213 Pesce spada 121
Cavallo 133 Pesche 36 39
Cavolfiori 11 25 Piselli 36 81
Cavolo di Bruxelles 39 43 Pollo (petto) 116
Ceci 364 Polpo 73 82
Cernia 32 81 Pomodori 16 18
Cetrioli 10 15 Pompelmi 16 32
Ciccioli 523 Pop corn 382
Cicoria 15 17 Prezzemolo 34 36
Ciliegie 56 63 Prosciutto cotto 211
Cioccolato al latte 546 Prosciutto crudo 245
Cioccolato fondente 520 Prosciutto cotto magro 132
Cipolle 36 40 Prosciutto crudo magro 215
Cocomero 15 30 Provolone 351
Coniglio (grasso) 200 Prugne 42 46
Coniglio (magro) 114 Radicchio 21 23
Coppa 398 Rana 73
Cotechino 450 Rape 22 28
Cotechino cotto 310 Ricotta di mucca 174
Cozza 30 86 Riso 358
Datteri secchi 250 277 Robiola 310
Dentice 65 100 Rosmarino 96
Emmenthal 403 Rucola 10 25
Fagiano 102 133 Salame 396
Fagiolini 27 31 Salmone (chinook) 179
Fagiolo 42 104 Salmone affumicato 117
Faraona (carne e pelle) 131 158 Salmone al naturale 161
Farina di frumento 343 Salsiccia (fresca) 304
Farina di grano duro 304 Sarago 54 102
Farina di mais 365 Sardine sottolio 160 198
Fave 10 37 Scamorza 209
Fegato di bovino 135 Scarola 9 15
Fichi 60 74 Sedano 12 16
Finocchio 22 31 Seppia 79
Fiocchi d’avena 394 Sgombro sottolio 180 200
Fontina 389 Sogliola 49 91
Fragole 30 32 Soia (germogli) 50
Funghi porcini 24 27 Speck 301
Gambero 48 106 Spinaci 17 23
Gorgonzola 359 Tacchino (petto) 119
Grana 381 Tonno 108
Grissini 412 Tonno al naturale 118
Groviera 413 Triglia 75 123
Kaki 62 70 Trippa 108
Kiwi 53 61 Trota 73 119
Lamponi 52 Uovo 128 142
Lardo 902 Uovo (albume) 52
Latte intero 61 Uovo (tuorlo) 322
Latte parz. scremato 49 Uva 66 69
Latte scremato 36 Vino bianco 80
Lattuga 12 15 Vino rosso 85
Lenticchie 353 Vitello (magro) 92
Lepre 114 Vitello (semigrasso) 144
Lievito di birra (fresco) 105 Vongole 20 74
Limone 15 29 Yogurt (intero) 61
Lingua di bovino 224 Yogurt (magro) 47
Lumaca 32 90 Zampone 360
Maiale (grasso) 263 Zucca 20 26
Maiale (magro) 148 Zucchero 387
Mandaranci 46 53 Zucchero di canna 362
Mandarini 39 47 Zucchine 14 17

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Cos’è una caloria? Che significano kJ e kcal? Calorie per 100 g o per porzione?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO SUPERMERCATO MARKET CIBO SPESA CIBO CARRELLO COMPRARE ETICHETTA ALIMENTI DIETA (4)Quando si parla di nutrizione, ormai tantissime persone hanno imparato i principi base, dopo anni ed anni di diete, eppure quasi nessuno tra i miei pazienti riesce a rispondermi quando gli chiedo semplicemente: “Cos’è una caloria? Cosa significa kJ o kcal nelle etichette nutrizionali?“. 

Caloria, kcal e kJ

Dal punto di vista energetico i cibi sono caratterizzati dal loro contenuto calorico, cioè dalla quantità di energia che possono fornire all’organismo rispetto alla dose assunta. Come unità di misura del potere calorico degli alimenti si è scelta la kilocaloria (anche chiamata grande caloria ed abbreviata kcal), la quantità di calore necessaria per elevare da 14,5 a 15,5 °C un litro d’acqua. La piccola caloria è la quantità di calore necessaria per elevare da 14,5 a 15,5 °C un millilitro d’acqua. In scienza dell’alimentazione si usa la kcaloria (kcal) e spesso la si chiama semplicemente caloria:

1 kcal = 1 caloria nel linguaggio comune = 1.000 piccole calorie

Nel sistema internazionale l’unità di misura dell’energia è il joule. Per passare da kcal a kJ (1.000 joule) basta moltiplicare per 4,186.

1 kcal = 4,186 kJ

Dopo questa breve spiegazione è chiaro come la sigla kcal (kilocaloria) sia equivalente a ciò che comunemente chiamiamo caloria.

Calorie per 100 g o per porzione?

L’etichetta nutrizionale spesso inganna, confondendo due indicazioni: quelle per 100 g di alimento e quelle per porzione. Il risultato è che spesso molti si riferiscono alle indicazioni per porzione e giudicano una merendina ipocalorica perché per porzione apporta 75 calorie mentre un’altra ne apporta 90; peccato che la prima apporti 480 calorie per 100 g, mentre la seconda ne apporti solo 410.
La porzione della prima merendina non apporta meno calorie perché è meno calorica, ma perché è più piccola! Il segreto per non sbagliare mai è considerate sempre le indicazioni riferite ai 100 g e non alla porzione.

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Aumentare il ferro in modo naturale, specie in gravidanza

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DONNA TRISTE PREOCCUPATA OROLOGIO RITARDO
Il ferro è uno degli elementi più importanti presente nel nostro corpo, ancor di più durante i nove mesi di gravidanza. E’ presente in numerose proteine ed è indispensabile per il trasporto e l’utilizzazione dell’ossigeno da parte dei tessuti e per il funzionamento di molti enzimi:

  1. permette la sintesi dell’emoglobina, il pigmento presente nei globuli rossi a cui si lega l’ossigeno per essere trasportato in circolo. È necessario per la produzione dei globuli rossi del nascituro e per mantenere quelli della madre a un giusto livello;
  2. interviene nella produzione di mioglobina, il pigmento analogo all’emoglobina che consente ai muscoli di immagazzinare ossigeno;
  3. è essenziale per l’attività di molti enzimi (es: produzione di energia, conversione del beta-carotene in Vitamina A, sintesi di DNA, RNA, collagene…).

Il deficit di ferro può condurre ad anemia sideropenica (o anemia da carenza marziale, sideropriva o ferro-carenziale). E’ importante però ricordare che, paradossalmente, un eccesso di ferro, soprattutto se in forma di radicali liberi, può condurre a patologie addirittura più pericolose di quelle dovute alla sua carenza.

Qual è il fabbisogno giornaliero di ferro?

Secondo le tabelle della LARN (Livelli di Assunzione Giornalieri Raccomandati di  Nutrienti per la popolazione italiana) il fabbisogno quotidiano di ferro per l’uomo ammonta a 10mg, mentre per la donna in età fertile sale a 18mg. Normalmente una dieta adeguata compensa l’eliminazione del ferro ed il bilancio viene mantenuto in equilibrio, grazie alle riserve ed alla regolazione di assorbimento ed eliminazione.

Leggi anche: A che serve la vitamina B12? L’importanza in gravidanza e allattamento

Quali sono i sintomi di una carenza di ferro?

I sintomi e segni della carenza di ferro, sono:

  • debolezza e sonnolenza;
  • eccessivo affaticamento durante le comuni attività quotidiane;
  • fiato corto e irregolarità cardiaca;
  • sensibilità al freddo e alle classiche infezioni respiratorie come il comune raffreddore;
  • pallore;
  • ulcere sulla lingua;
  • mal di testa.

Leggi anche: Diagnosi di laboratorio di anemia da carenza di ferro

Come si assorbe il ferro e cosa succede in gravidanza?

L’assorbimento del ferro avviene a livello intestinale (soprattutto nel duodeno) e l’organismo controlla attentamente il bilancio di ferr in modo da assicurare quantità sufficienti a mamma e bambino, senza un accumulo eccessivo. In gravidanza la capacità dell’organismo di assorbirlo aumenta e se la madre presenta un’adeguata riserva e assume con regolarità alimenti che ne sono ricchi, non si avranno carenze. Tuttavia molte mamme, nonostante l’assunzione di alimenti ricchi in ferro, soprattutto nel caso di gravidanze vicine, diventano anemiche e in questo caso il medico valuterà se è necessaria l’assunzione di farmaci integratori.

Leggi anche: Beta carotene: cos’è, a cosa serve e in quali cibi lo trovo?

Cause di mancanza di ferro

Oltre alla gravidanza/allattamento, vi sono altri fattori che influiscono negativamente sulla quantità di ferro:

  • Ridotto apporto con la dieta;
  • insufficiente assorbimento intestinale per alterazioni della mucosa gastro-intestinale o abuso di lassativi;
  • perdita di sangue anche per emorroidi o flusso mestruale abbondante.

Ferro, lattoferrina ed acido folico in gravidanza

Nonostante la donna in gravidanza ponga in genere molta attenzione nel seguire una dieta corretta, un’integrazione di ferro è pur sempre consigliata, magari associandolo a lattoferrina per favorirne l’assorbimento; la lattoferrina, infatti, lega e trasporta il ferro fino all’intestino e legandosi agli enterociti ne facilita l’ingresso nella circolazione sistemica. È noto che in gravidanza anche un’integrazione di acido folico è fondamentale per lo sviluppo del bambino: l’acido folico (vitamina B9) è un coenzima responsabile di molte reazioni cellulari e – dal momento che non viene sintetizzato dal nostro organismo (anche se una piccola quota viene prodotta dalla flora batterica intestinale) – dev’essere assunto regolarmente con la dieta. Considerando che l’acido folico può correggere l’anemia in gravidanza, sono stati condotti degli studi riguardanti la connessione ferro-acido folico, per verificare se l’assunzione di acido folico possa in qualche modo aumentare la disponibilità del minerale. A tal proposito, si è notato che l’assunzione combinata di ferro e vitamina B9 migliora i parametri del sangue, andando a correggere la carenza di ferro; da considerare, però, che l’integrazione congiunta di acido folico, lattoferrina e ferro sembra essere ancor più efficace.

Leggi anche: Anemia da carenza di ferro: cause, sintomi e cure

Quali sono gli alimenti più ricchi di ferro?

Dalle tabelle INRAN risulta che gli alimenti più ricchi in ferro sono: frattaglie, legumi, carni (in particolare rosse), pesce, frutta secca, cereali (soprattutto integrali), verdure a foglia verde, tuorlo.

  • Il fegato è molto ricco in ferro, ma in gravidanza va consumato con moderazione per l’elevato contenuto di vitamina A che se in eccesso potrebbe essere pericolosa per il feto.
  • Le carni devono essere ben cotte, anche se crude sono una fonte di ferro migliore, per evitare infezioni molto gravi e pericolose per mamma e bambino come la toxoplasmosi. Da evitare anche: uova crude (salmonellosi) e pesce crudo (parassitosi).

Dai dati dell’indagine INRAN-SCAI 2005-2006 è risultato che le principali fonti di assunzione nella popolazione italiana sono rappresentate per il 31% da cereali e derivati (spesso fortificati come cereali per la prima colazione o formulazione per la prima infanzia), il 17% da carni e derivati e il restante 14% da verdure.

Cibi contenenti ferro

I sette cibi con più ferro, sono:

  1. Carne di cavallo. Dal punto di vista nutrizionale, la carne di cavallo è particolarmente indicata per chi ha carenze di ferro ed è anche molto magra. Per questo motivo è consigliata sia alle donne in gravidanza che ai bambini e anche a chi pratica sport. Il ferro contenuto in questa carne risulta altamente biodisponibile per cui può essere assorbito e sintetizzato in percentuale maggiore rispetto a quello contenuto nei vegetali.
  2. Legumi. Sono per eccellenza ricchi di ferro, hanno tanti benefici per la salute, per esempio contribuiscono ad abbassare i livelli di colesterolo e riducono il rischio di tumori. Sono ricchissimi di ferro e apportano all’organismo anche fibre, ecco perché sarebbe bene consumarli costantemente anche durante la gravidanza.
  3. Cioccolato fondente. Il cioccolato fondente, oltre ad essere ricco di ferro, contiene anche magnesio e potassio che possono alleviare il continuo senso di stanchezza degli ultimi mesi. Inoltre, secondo tantissime ricerche, il cioccolato – ma che sia fondente – ha un forte potere antiossidante.
  4. Vegetali. Le verdure dovrebbero in ogni caso fare parte di un’alimentazione equilibrata e soprattutto le donne in gravidanza dovrebbero farne il pieno. Rucola, spinaci, cavoletti,  radicchio verde sono alimenti particolarmente ricchi di ferro, ma in generale basterebbe mangiare verdura durante ogni pasto per mantenere costante l’apporto di ferro in gravidanza. Ricordate di lavare per bene i vegetali crudi e, se consumate fuori casa i vostri pasti, meglio prediligere verdure cotte.
  5. Cibi ricchi di vitamina C. Svolgono la loro funzione indirettamente, non perché siano “portatori” di ferro, ma piuttosto perché se abbinati a cibi che ne sono ricchi ne agevolano e ne migliorano l’assorbimento da parte dell’organismo. Motivo per cui non sarebbe una cattiva idea condire gli alimenti con una spruzzata di succo di limone o sostituire l’aceto nell’insalata con del limone o del pompelmo.
  6. Frutta secca. Mandorle, noci e pistacchi sono ottime fonti di ferro, ma in termini di calorie e grassi sono meno vantaggiosi di altri alimenti. Di sicuro si possono mangiare, ma in questo caso meglio non farne incetta. Va bene mangiarne un pugnetto a merenda oppure utilizzarli per condire le pietanze, ma che nella scelta degli alimenti ricchi di ferro a guidarvi sia anche il buonsenso.
  7. Pesce. Anche il pesce è ricco di ferro, e in particolare lo sono anche i frutti di mare e i crostacei, ma alcuni non sono propriamente indicati per la gravidanza. Sarebbe il caso di prediligere sempre del pesce fresco e magro e, se avete qualche dubbio sulla scelta del tipo di pesce, chiedete sempre al vostro medico.

Ferro eme e non eme

L’organismo umano contiene circa 3-4 g di ferro. In base al legame con l’emoglobina e allo stato di ossidazione, si distinguono due diversi tipi di ferro:

  • ferro eme (o ferro emico): è il ferro legato all’emoglobina o alla mioglobina, nelle quali si trova allo stato di ossidazione Fe2+ (ione ferroso); solo in questo stato di ossidazione il ferro può legare l’ossigeno;
  • ferro non-eme (o ferro non emico): è il ferro legato a proteine di deposito (come la ferritina), nelle quali si trova allo stato di ossidazione Fe3+ (ione ferrico).

Il ferro emico ammonta a circa il 75% del ferro totale presente nell’organismo (65% nell’emoglobina e 10% nella mioglobina). Il ferro non-emico è presente nella milza, nel fegato e nel midollo osseo, dove si trova prevalentemente legato alla ferritina e all’emosiderina, con funzione di deposito; nel complesso rappresenta il 20-25% del ferro totale presente nell’organismo. In piccole quantità (0,1-0,5% del totale) questo elemento si trova in alcuni enzimi intracellulari e nella transferrina, una glicoproteina che lo cede all’emoglobina del midollo osseo. In questo modo il ferro non-emico viene convertito in ferro emico. Il reale assorbimento delle due differenti forme di ferro è molto diverso: il ferro eme può essere assorbito anche fino al 35%, mentre l’assorbimento del ferro non-eme è molto scarso, meno del 10%, ma può essere aumentato, ad esempio assumendo vitamina C (succo di limone, agrumi, kiwi…). Importante è dunque l’abbinamento dei cibi. Inoltre, i fitati presenti in crusca e cereali integrali o i tannini contenuti in tè e caffè ostacolano l’assorbimento del ferro presente negli alimenti, quindi è meglio consumarli lontano dai pasti.

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Quali sono i fattori che facilitano l’assorbimento intestinale di ferro non EME?

  • acido ascorbico (kiwi, agrumi…);
  • acido citrico (agrumi);
  • una corretta acidità gastrica;
  • esercizio fisico.

Quali sono i fattori che ostacolano l’assorbimento intestinale di ferro non EME – fitati e fibre (crusca, cereali integrali)?

  • tannini (tè, cioccolato);
  • polifenoli (tè, caffè);
  • scarsa acidità gastrica;
  • uso di farmaci antiacidi.

A quanto corrisponde il fabbisogno giornaliero di ferro durante la gravidanza?

Il fabbisogno di ferro varia in base all’età e al sesso. Durante la gravidanza e l’allattamento il fabbisogno di ferro aumenta, per permettere l’accrescimento della placenta e una corretta ossigenazione di mamma e bambino. Nel primo trimestre quando le richieste del feto sono minime esso è di 1.2 mg/die, nel secondo semestre sale a 4.7 mg/die mentre nel terzo arriva a 5.6 mg/die, per tornare a 1.2 mg/die durante l’allattamento (IOM, 2001). Parte di questo fabbisogno può essere soddisfatto attingendo dalle riserve presenti nella madre, ma se già dall’inizio della gestazione sono scarse, si ha un maggior rischio di andare incontro a sua carenza. Per poter soddisfare questi fabbisogni l’assunzione di ferro con gli alimenti raccomandata secondo le indicazioni della LARN è di 27 mg/die in gravidanza e di 11 mg/die in allattamento (mentre lattanti: 11 mg/die; Bambini da 1-10 anni 8-13 mg/die; Adolescenti da 11-17 anni 10-13 mg/die Maschi; 10-18 mg/die Femmine; Adulti: 10 mg/die Maschi – 18 mg/die Femmine).

Che cosa si rischia con la carenza di ferro in gravidanza?

La carenza di ferro in gravidanza porta a una forma di anemia che prende il nome di sideropenica gestazionale. In generale per anemia s’intende una condizione patologica caratterizzata da una riduzione della concentrazione di emoglobina (Hb) nel sangue che porta a un calo della quantità di ossigeno disponibile per il corretto funzionamento dei tessuti. Sintomi: la scarsa ossigenazione dei tessuti porta stanchezza, pallore, tachicardia e ridotta concentrazione; in gravidanza può determinare parto prematuro e sottopeso alla nascita, ma anche problemi più gravi soprattutto se la carenza è grave e avviene nei primi mesi di vita, portando a danni neurologici e comportamentali. Diagnosi: tramite esame del sangue.

Che cosa si rischia se si assumono dosi eccessive di ferro?

In genere, l’intossicazione da ferro è rara, in quanto non esistendo meccanismi deputati alla sua eliminazione, l’organismo controlla il suo assorbimento. In genere si manifesta in chi è affetto da emocromatosi, una malattia genetica che determina un aumento dell’assorbimento intestinale di ferro. Tuttavia nel caso di assunzioni eccessive d’integratori contenenti ferro si può avere tossicità:

  • acuta caratterizzata da dolori addominali, stipsi, diarrea e vomito;
  • cronica che porta a un assorbimento scorretto dei nutrienti e di altri minerali importanti come calcio, zinco e rame, e formazione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS) che intervengono nello sviluppo di tumori, malattie cardiovascolari e neurodegenerative.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Smettere di fumare: quanto e per quanto tempo si ingrassa? L’esperienza mia e dei miei pazienti

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DIMAGRIRE GRASSO DIETA DIETOLOGIA CALORIE IPOCALORICA OBESO OBESITA SOVRAPPESO KG BILANCIA (2)Uno dei motivi che di più blocca i miei pazienti dallo smettere di fumare, è la paura di ingrassare. Non vi dirò bugie. Purtroppo è Continua a leggere

L’olio di palma provoca il cancro?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO FRUTTO DI ALBERO DELLA PALMA OLIO DI PALMA CANCRO SEMI NATURAL’olio di palma viene estratto dai frutti dell’albero della palma. È solido a temperatura ambiente, come il burro e altri grassi animali. Se non viene raffinato, è arancione perché ricco di betacarotene (un precursore della vitamina A). Più utilizzato dall’industria alimentare è l’olio di palmisto, estratto dai semi della stessa pianta. È di colore giallo e contiene una elevata quantità di acido laurico, un acido grasso saturo. L’olio di palma contiene circa il 50% di grassi saturi, mentre l’olio di palmisto può contenerne fino all’80%.

Cosa sono gli acidi grassi?

Gli acidi grassi sono, per così dire, i mattoni di cui sono fatti i lipidi, quelli che in linguaggio comune chiamiamo appunto “grassi”. Sulla base della struttura chimica gli acidi grassi sono suddivisi in tre grandi gruppi: saturi, se non presentano doppi legami nelle catene carboniose che li compongono; monoinsaturi se vi è un solo doppio legame; polinsaturi con due o più doppi legami. Più numerosi sono i doppi legami, più fluido è il grasso. Gli acidi grassi saturi aumentano il colesterolo LDL nel sangue e quindi il rischio di malattie cardiovascolari. In generale i cibi di origine animale sono più ricchi di acidi grassi saturi di quelli di origine vegetale (ma non sempre, come nel caso dell’olio di palma o dell’olio di cocco). Ci sono però delle eccezioni: gli acidi grassi polinsaturi del gruppo omega 6 riducono i livelli di LDL, mentre gli omega 3 riducono i trigliceridi, un altro tipo di grasso circolante nel sangue che favorisce l’aterosclerosi. Non tutti gli acidi grassi insaturi, d’altra parte, sono sicuri per la salute: alcuni presentano doppi legami in una configurazione che in chimica si chiama “trans” e hanno effetti simili a quelli dei grassi saturi. Gli acidi grassi trans si formano in seguito a idrogenazione dei grassi vegetali, un processo necessario anche per produrre la margarina.

Perché l’olio di palma viene usato dall’industria alimentare?

L’olio di palma costa poco ed è semisolido, quindi è particolarmente adatto alla preparazione dei dolci. In pratica sostituisce il burro, di cui condivide alcune proprietà nutrizionali: secondo i dati INRAN, nell’olio di palma ci sono 49,3 grammi di grassi saturi su 100 grammi, nel burro (un derivato del latte) ce ne sono 51,3. Ovviamente queste percentuali possono variare (seppure di poco) a seconda del tipo di palma o del tipo di latte che si utilizza. L’olio di palma non è l’unico grasso vegetale con un tale livello di acidi grassi saturi: anche il burro di cacao, contenuto in molti prodotti dolciari per la stessa ragione per cui si usa l’olio di palma, raggiunge i 60 grammi di grassi saturi su 100 grammi di prodotto.

L’olio di palma è cancerogeno?

Nel marzo del 2016 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato sul proprio giornale i risultati di uno studio condotto dal CONTAM, il comitato interno a EFSA che si occupa di tossicologia alimentare. Oggetto dello studio erano i rischi per la salute umana legati alla presenza di 3- e 2-monocloropropanediolo (MCPD) e dei relativi acidi grassi nel cibo.
Di cosa si tratta esattamente? Le tre sostanze esaminate (2-MCPD, 3-MCPD e glicidil esteri degli acidi grassi) si sviluppano durante i processi di lavorazione di grassi e olii vegetali. Sono quindi presenti in molti grassi vegetali (anche in quelli di mais, arachidi, colza, girasole eccetera) e non solo nell’olio di palma. Perché tali sostanze si formino è necessario che gli olii siano trattati a temperature superiori ai 200 °C: più alte di quelle che sono raggiunte di norma nei processi di lavorazione dell’industria dolciaria, che è la maggiore utilizzatrice di olio di palma. Tuttavia tali temperature possono essere superate anche nella fase precedente, di raffinazione degli oli.
L’olio di palma e di palmisto, però, a parità di quantità di sostanza e di tecnica di lavorazione, ne contengono una percentuale molto più elevata rispetto altri olii vegetali. Queste tre sostanze sono note per essere cancerogene in vitro ad altissime concentrazioni: ciò significa che in laboratorio, a concentrazioni difficilmente raggiungibili con la normale alimentazione, sono genotossiche, hanno cioè la capacità di mutare il patrimonio genetico della cellula. È bene però ricordare che molte altre sostanze alimentari rientrano nella stessa categoria di rischio (per esempio la caffeina, l’alcol, le aflatossine che a volte sono contenute in alcuni derivati dei cereali; per maggiori informazioni si rimanda alla classificazione IARC sul rischio cancerogeno).

Perché queste sostanze non vengono vietate se sono cancerogene?

La domanda è legittima, ma non tiene conto del fatto che sono moltissime in natura le sostanze potenzialmente cancerogene ad alte concentrazioni, anche nell’alimentazione. Il rischio è legato alla frequenza e quantità delle consumazioni: non è mai pari a zero, ma per un consumo normale non è neppure molto elevato e rientra in quello che gli epidemiologi considerano il rischio generale legato all’ambiente esterno e agli stili di vita. Il comitato CONTAM ha dichiarato, riguardo a queste sostanze e al consumo di olio di palma, che non intende stabilire un livello di sicurezza da non superare, perché sarebbe scientificamente scorretto; intende piuttosto emanare un invito a non abusarne (considerando la grande diversità delle fonti possibili, comprese le fritture casalinghe con olio di mais o girasole, che facilmente raggiungono le elevate temperature necessarie alla formazione dei composti tossici).
Il CONTAM ha anche invitato, come è corretto, a considerare i tempi di esposizione: i bambini, per esempio, rischiano di essere esposti a queste sostanze per moltissimi anni, data l’attuale durata di vita media, in particolare se allattati artificialmente perché l’olio di palma è uno degli ingredienti di alcuni latti artificiali. Il CONTAM ha però anche notato che dal 2010 al 2015 la quantità di queste sostanze nei prodotti che contengono olio di palma o di palmisto è molto diminuita, probabilmente perché l’industria alimentare ha già messo in atto alcuni cambiamenti nei sistemi di produzione per evitare di raggiungere le temperature critiche durante la preparazione dei cibi.
L’EFSA, con questo studio, non fornisce risposte (perché non è il suo obiettivo) riguardo a una valutazione globale comparata di rischio tra l’uso di olio di palma e l’uso degli altri grassi che va a sostituire, in primo luogo il burro. Il cancro non è l’unica malattia che può nascere da una scorretta alimentazione: anche le malattie cardiovascolari possono essere provocate da una dieta non equilibrata, e di tale dieta fanno parte anche grassi che eventualmente potrebbero sostituire quello di palma.

Gli effetti dell’uso dell’olio di palma sull’ambiente

Per produrre tutto l’olio di palma necessario all’industria alimentare, i Paesi produttori hanno sacrificato altri tipi di colture e talvolta anche abbattuto foreste tropicali per far spazio alle palme. Ciò costituisce un importante problema ecologico nel Sud Est asiatico, come spiegava la rivista Nature già nel 2012 in un articolo intitolato “Il boom dell’olio di palma solleva problemi per la conservazione delle foreste”.
Dato che il prodotto è molto richiesto, anche se più per il suo uso come biocarburante che per l’uso alimentare, Paesi come Indonesia, Cambogia e Malesia stanno perdendo un patrimonio forestale unico e con esso la biodiversità dell’area. Inoltre i contadini più poveri convertono le loro colture in palme da olio, più redditizie ma poco utili per nutrire adeguatamente le popolazioni locali.
Alcune industrie promettono di utilizzare solo olio di palma proveniente da coltivazioni rispettose dell’ambiente, ovvero ottenute da aree già piantate a palme, ma al momento ciò non copre il fabbisogno. Altre industrie propongono di compensare le aree coltivate con la creazione di aree forestali in altri punti, una misura però largamente insufficiente, poiché è impossibile ricreare artificialmente un habitat così complesso, se non dopo molti anni.

FONTE DI QUESTO ARTICOLO: https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/vero-lolio-palma-contiene-composti-cancerogeni-possono-aumentare-rischio-sviluppare-un-tumore

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I cibi con la muffa causano il cancro?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO LIMONE FRUTTA MUFFALa muffa è cancerogena? Molti siti internet affermano di sì quindi molte persone rischiano di essere confusi sulla risposta. Per fortuna la scienza ci regala una risposta chiara: NO, altrimenti qualsiasi formaggio erborinato o frutto leggermente avariato sarebbe un grave rischio per la salute. Esistono però alcune muffe che possono davvero essere pericolose: sono formate da colonie di funghi Aspergillus flavus o Aspergillus parasiticus, che si sviluppano soprattutto sui cereali (in particolare sul mais, ma non solo), sui legumi (soia, fagioli), sui semi oleaginosi come le arachidi, sulle spezie, le granaglie e la frutta secca.

Aspergilli

Gli aspergilli si sviluppano solo quando gli alimenti sono conservati a temperature tra i 25 e i 32°C e con tassi di umidità dell’ambiente oltre l’80%.
Esistono diversi tipi di aflatossine: l’Aspergillus flavus produce i tipi B1 e B2, l’Aspergillus parasiticus produce sia i tipi B sia i tipi G1 e G2. Esistono altri tipi di aflatossine (circa una ventina), ma queste quattro sono le più pericolose per la salute umana, insieme al tipo M1 che si ritrova nelle carni e nel latte di animali nutriti con mangimi contaminati. L’aflatossina B1 è genotossica (cioè danneggia il DNA e la produzione delle proteine nella cellula) e provoca il cancro del fegato. Alcuni studi hanno messo in relazione l’intossicazione da aflatossina con la mutazione del gene p53, un importante oncosoppressore che, se mutato, priva la cellula di una protezione importante contro il cancro.
Se assunta in grandi quantità, come avviene nel caso di una intossicazione acuta (per fortuna rara), l’aflatossina B1 può provocare anche emorragie del tratto gastrointestinale e dei reni. Epidemie di intossicazioni da aflatossine si sono verificate soprattutto in Africa, dove non esistono sistemi di controllo della coltivazione e dello stoccaggio dei cereali.
Nel 1993 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione ha classificato l’aflatossina B1 nel gruppo 1 delle sostanze sicuramente cancerogene per l’uomo. Oltre alle intossicazioni acute, le aflatossine possono “avvelenare” lentamente se assunte in basse dosi e per lunghi periodi. Inoltre sono particolarmente pericolose per le persone che già soffrono di malattie croniche del fegato.
Le aflatossine resistono alle alte temperature: ecco perché anche i prodotti ottenuti da lavorazione industriali di materie prime contaminate possono essere tossici.

Come si può sapere se un cibo è contaminato?

Le aflatossine non si vedono e non hanno alcun sapore. Le muffe sui cibi non sono indicative della loro presenza. Solo un serio controllo della filiera di coltivazione e produzione consente ai consumatori di essere certi di non correre rischi.
L’Unione Europea ha introdotto diverse norme per ridurre al minimo la presenza di aflatossine negli alimenti. Esiste infatti un regolamento (il 1881 del 2006) che stabilisce le concentrazioni massime accettabili (in genere non più di semplici tracce, perché non esiste un limite al di sotto del quali la tossicità non si manifesta). Un’altra direttiva, datata 2002, stabilisce il livello massimo di aflatossina B1 consentita nei mangimi, dal momento che, come abbiamo detto, queste sostanze si accumulano nel latte e nelle carni degli animali da allevamento.
Tutti gli allevatori e coltivatori, così come le industrie alimentari, vengono sottoposti a regolari controlli a campione.

Come si può prevenire la contaminazione da aflatossine?

I controlli non dipendono dai singoli ma dai sistemi messi a punto dalle autorità per la sicurezza alimentare. Si tratta di sorvegliare i prodotti più a rischio, dal campo fino alla tavola. Per quel che riguarda il mais, per esempio, vi sono regole circa i tempi della raccolta, da effettuare quando l’umidità ambientale non supera i livelli di guardia, così come raccomandazioni per l’essiccazione, in modo che l’involucro dei chicchi non si rompa aprendo la strada alla contaminazione fungina. In fase di conservazione casalinga, è bene evitare di consumare prodotti a base di cereali (pane, torte) quando vi sono tracce di muffa, così come è opportuno rispettare le date di scadenza e le modalità di conservazione di frutta secca, noci e spezie.

FONTE

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