Sostanze naturali ad azione antidepressiva

MEDICINA ONLINE FOOD SUPPLEMENT INTEGRATORE ALIMENTARE RUGHE PELLE VITAMINE MINERALI MULTI TERMOGENICO GRASSO DIMAGRIRE ALFA LIPOICO FARMACO ASPIRINA TACHIPIRINA PER OS ASSUNZIONE BOCCA GIRL DONNA RAGAZZA BIONDA WALLPAPERDi seguito una lista di composti di derivazione naturale ad azione antidepressiva (NO farmaci):

  • SAM-E (S-adenosil metionina) : è un intermedio fondamentale nella biosintesi di molti neurotrasmettitori. La sua assunzione (a dosaggi superiori a 400 mg\giorno) ha mostrato in alcuni studi di generare un effetto antidepressivo ed ansiolitico, specie nei confronti delle forme atipiche.
  • Acetil l-Carnitina: è un derivato amminoacidico che si è dimostrato interagire con i recettori del glutammato e attivare l’espressione di alcune proteine. In alcuni studi ha mostrato dei rapidi effetti nel trattamento della depressione, specie della distimia (a dosaggi di 6 grammi\giorno).
  • Erba di San Giovanni: il decotto è conosciuto da secoli nella medicina tradizionale come antidepressivo e ristorativo. I suoi componenti attivi (come l’iperforina) si sono dimostrati in grado di inibire il reuptake delle monoammine con un meccanismo diverso dagli SSRI e di interagire con numerosi altri target neuronali.
  • 5-HTP (5-idrossitriptofano): è il precursore biosintetico della serotonina. Degli studi hanno dimostrato come la sua integrazione (a dosaggi opportuni) abbia un effetto antidepressivo ed ansiolitico.
  • Cloruro di Rubidio: questo sale inorganico è commercializzato, specie in alcuni stati europei, come antidepressivo efficace nelle forme in cui prevale mancanza di energia ed apatia, a dosaggi di 180-720 mg. Si è visto incrementare i livelli di dopamina e noradrenalina ed è venduto col nome di Rubiclor.
  • Zinco: l’integrazione di zinco (ad un dosaggio equivalente a circa 25 mg al giorno di zinco elementare) ad un trattamento antidepressivo si è dimostrata in grado di diminuire i sintomi di depressione nei pazienti resistenti al trattamento ma di comportare solo un lieve miglioramento dei sintomi se utilizzato da solo.
  • Nicotina: la nicotina agisce come antidepressivo tramite la stimolazione del rilascio di Dopamina e Norepinefrina; in aggiunta, la nicotina sembra esercitare un effetto antidepressivo per mezzo della desensibilizzazione dei recettori della nicotina a seguito della tolleranza. Alcune sperimentazioni cliniche hanno dimostrato che la nicotina (somministrata tramite cerotti transdermici) esercita un effetto antidepressivo sia nei non fumatori depressi sia nei fumatori e che può essere presa in considerazione per il trattamento di depressione resistente. L’ipotesi che utilizzo cronico di nicotina causi desensibilizzazione dei recettori nicotinici, causando quindi un effetto antidepressivo è in linea con la prima teoria proposta oltre 30 anni fa e le successive ricerche che hanno confermato come un’eccessiva attività di acetilcolina nel cervello possa indurre sintomi depressivi. Anche la Vareniclina, un farmaco che agisce sui recettori della nicotina utilizzato per eliminare la dipendenza da nicotina (come il farmaco Champix) ha mostrato proprietà antidepressive.
  • Agmatina: in un piccolo studio pilota condotto nel 2013 presso l’università di Cambridge, dei pazienti sono stati trattati con 2-3 grammi al giorno di Agmatina, un neurotrasmettitore endogeno che agisce su un ampio numero di recettori, tra cui quelli del glutammato: tutti hanno sperimentato una remissione dei sintomi depressivi.
  • Magnesio: uno studio in doppio cieco pubblicato nel 2017 conclude che l’integrazione di magnesio (pari a 248 mg al giorno di magnesio elementare o 500 mg di magnesio cloruro) è stato trovato avere un rapido effetto antidepressivo ed ansiolitico senza significativi effetti collaterali, anche in associazione a farmaci antidepressivi.
  • Inositolo: ha efficacia nel trattamento della depressione (a dosaggi superiori a 12 g/giorno) e in degli studi ha mostrato una diminuzione statisticamente significativa rispetto al placebo del punteggio delle scale di valutazione dei sintomi depressivi. Alcuni pazienti che non hanno risposto al trattamento con inositolo hanno trovato beneficio con un SSRI, ma l’aggiunta di inositolo ad un SSRI non sembra fornire benefici aggiuntivi all’effetto dell’antidepressivo.

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Afte, nevralgia, herpes ed altre cause di dolore alla lingua (glossodinia)

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica DIETA SHOCK CEROTTO LINGUA Roma Cavitazione Pressoterapia Grasso Linfodrenante Dietologo Cellulite Calorie Peso Pancia Sessuologia Sesso Pene Laser Filler Rughe BotulinoLa lingua può essere colpita da numerosi disturbi, come dolore, lesioni, gonfiore, alterazioni del gusto, colore insolito, e modificazioni della struttura. Molti di questi non sono problemi gravi e sono causati da infezioni o da lesioni alla bocca non gravi. Tuttavia, a volte i sintomi possono indicare una patologia sottostante che richiede cure mediche. Molti disturbi alla lingua sono prevenibili con una corretta igiene orale. Se si è già affetti da disturbi alla lingua, certi semplici rimedi casalinghi possono aiutare ad alleviare il dolore. Esiste un’intera serie di sintomi di sintomi possibili che possono interessare la lingua, come:

  • gusto – una parziale o totale perdita del gusto, o cambiamenti nella capacità di identificare i sapori acidi, salati, amari o dolci;
  • movimento – difficoltà a muovere la lingua;
  • dimensioni – la lingua può essere troppo grossa o si può gonfiare ingrandendosi improvvisamente;
  • colore – un cambiamento al normale colore della lingua, che può diventare bianca, rosa brillante, nera, marrone o maculata;
  • dolore – una sensazione di dolore o di bruciore su tutta la lingua o solo in certi punti;
  • lesioni – chiazze bianche o rosse, spesso dolorose;
  • struttura – lingua di aspetto peloso.

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Cause e fattori di rischio

I sintomi specifici che affliggono il paziente aiutano a identificare la causa del problema alla lingua.

  • Il dolore (chiamato “glossodinia”) è di solito causato da una lesione o da un’infezione. Se ci si morde la lingua, si può sviluppare una lesione che dura per giorni e può essere molto dolorosa. Levi infezioni della lingua sono un’evenienza piuttosto comune e possono causare dolore e irritazione. L’infiammazione delle papille gustative ha come risultato la formazione di piccoli rigonfiamenti che appaiono in seguito a un morso o a un’irritazione causata da cibi troppo caldi.
  • Le afte sono un’altra causa frequente di dolore alla lingua. Si tratta di piccole lesioni biancastre che si manifestano senza causa apparente. Le afte possono essere causate da un virus, nel qual caso sono chiamate ulcere virali. In molti casi, la causa delle afte è sconosciuta, nel qual caso si parla di ulcera aftosa. Queste lesioni di solito spariscono senza alcun trattamento.
  • Altre cause più rare di dolore alla lingua comprendono tumori, anemia, herpes orale e irritazioni causate da dentiere o apparecchi ortodontici.
  • Il dolore alla lingua può anche essere causato da nevralgia. Si tratta di un dolore intenso che segue il decorso di un nervo danneggiato. La nevralgia può essere conseguenza di invecchiamento, sclerosi multipla, diabete, tumori, oppure può verificarsi senza una ragione apparente.
  • Una sensazione di bruciore sulla lingua può essere un sintomo che si manifesta nelle donne dopo la menopausa. Può inoltre essere causato dall’esposizione a sostanze irritanti, ad esempio dal fumo.
  • Il gonfiore della lingua può essere la manifestazione di una patologia, quale la sindrome di Down, tumore alla lingua, sindrome di Beckwith-Wiedemann (che porta all’ingrossamento degli organi), tiroide iperattiva, leucemia, mal di gola da streptococco e anemia.
  • Quando la lingua si gonfia improvvisamente, verosimilmente la causa è una reazione allergica che può portare a difficoltà respiratorie. In certi casi si tratta di una situazione d’emergenza, e il soggetto colpito dovrebbe ricevere immediatamente cure mediche di urgenza.
  • Se la lingua appare di colore rosa brillante, spesso la causa è una carenza di acido folico, di ferro o di vitamina B-12. Si può anche trattare di una reazione allergica al glutine.
  • Se la lingua è biancastra, la causa è di solito il fumo o il consumo di bevande alcoliche. Striature o protuberanze bianche possono essere sintomo di un’infiammazione chiamata lichen planus orale. La causa può essere la cattiva igiene orale o una patologia sottostante, quale l’epatite C o un’allergia.

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Diagnosi

Nel corso della visita medica, il medico esaminerà accuratamente la lingua e porrà al paziente varie domande riguardo alla lingua e ai sintomi. Il medico chiederà da quanto tempo si sono manifestati i sintomi, se si sono verificate alterazioni del gusto, che tipo di dolore si prova, se si hanno difficoltà a muovere la lingua, e se ci sono altri problemi alla bocca. Se l’esame e le domande non sono sufficienti per la diagnosi, il medico potrà ordinare esami per determinare la causa di base. Molto probabilmente, il medico vorrà prelevare un campione di sangue per verificare o escludere i vari disturbi che potrebbero causare i problemi alla lingua. Una volta fatta una diagnosi, il medico consiglia trattamenti per il problema specifico.

Cura

Certi problemi alla lingua possono essere evitati o alleviati praticando una corretta igiene orale. Lavarsi i denti e usare il filo interdentale regolarmente, e farsi visitare dal dentista per i controlli di routine e per la pulizia dei denti. In presenza di afte o di lesioni alla bocca, è consigliabile evitare cibi caldi e piccanti. Si raccomanda di bere solo bevande fredde e cibi morbidi e leggeri fino a quando la lesione non è guarita. Si possono anche provare ad assumere analgesici da banco specifici per il cavo orale.

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Scura o chiara, liquida o schiumosa: la tua urina rivela la tua salute

MEDICINA ONLINE URINA SCURA CHIARA COLORE MALATTIE RENI SALUTE.jpgL’urina è formata da acqua ed altre sostanze di rifiuto ed è, per il medico, un importante strumento di diagnosi. Può assumere sfumature del rosso, verde, giallo, blu ed ogni tonalità – a meno che non si sia semplicemente mangiato un alimento di quel colore specifico o assunto un particolare farmaco – è indicativo di un preciso problema di salute. Così, ad esempio, una urina di colore rosso può indicare la presenza di malattie renali o cardiache, ma può anche essere la semplice ed innocua conseguenza dell’avere mangiato barbabietole che contengono betanina, un composto colorato rossastro. Vediamo ora alcuni tipi particolari di urina.

Paglierino chiaro

Il paglierino chiaro rappresenta la normale colorazione dell’urina, ovvero una corretta idratazione, quindi non c’è nulla da preoccuparsi, il nostro stato di salute è ottimo.

Urina trasparente

L’urina trasparente potrebbe indicare una eccessiva idratazione, o meglio che abbiamo bevuto troppa acqua, o in casi rari potrebbe indicare una eccessiva quantità di zuccheri (iperglicemia) che potrebbe portare a lungo andare allo sviluppo di diabete. Quest’ultimo caso si verifica quando abbiamo in continuazione sete e andiamo in bagno ad urinare più del dovuto.

Leggi anche: Odore delle urine di pesce, zolfo o ammoniaca: cause e cure

Giallo trasparente

Il giallo trasparente è una colorazione ottimale dell’urina, il soggetto è in buone condizioni di salute.

Giallo scuro

Il giallo scuro rappresenta una normale condizione di salute. La colorazione più scura potrebbe essere dovuto dal fatto che non siamo molto idratati. Quindi per ovviare a questo, bevete di più durante il corso della giornata.

Ambrato o color miele

Questo colore ci indica che il nostro corpo è disidratato e questo accade quando non beviamo a sufficienza o quando abbiamo una grande perdita di liquidi (sudorazione, utilizzo di diuretici, diarrea, ecc). Vi consigliamo di bere di più.

Leggi anche: Le tue feci dicono se sei in salute: con la Scala di Bristol impara ad interpretarle

Arancione

Il colore arancione potrebbe essere dovuto ad una disidratazione, o potrebbe essere ancora dovuto a una patologia del fegato o del dotto biliare. Molte volte potrebbe essere causato dall’assunzione di un farmaco (anti-infiammatori come la sulfasalazina (Azulfidine); fenazopiridina (Pyridium), e alcuni farmaci chemioterapici) o di un colorante presente negli alimenti.

Sciroppo

Il color sciroppo potrebbe rappresentare un grave disidratazione o ancora più grave la presenza di una malattia al fegato. Quindi bevete di più e se il problema persiste consultate uno specialista per eventuali accertamenti.

Leggi anche: Differenza tra nefrologo ed urologo: patologie e competenze specifiche e comuni

Da rosa a rosso

Il colore rosa-rosso potrebbe essere dovuto al consumo di un particolare alimento come ad esempio il rabarbaro, la barbabietola, mirtilli e rape. In casi gravi invece, il colore rossastro potrebbe essere dovuto alla presenza di sangue nelle urine dovuto a patologie come infezioni del tratto urinario, ingrossamento della prostata, cisti renali, calcoli renali o alla vescica, o tumori cancerosi e non-cancerosi. Questa colorazione potrebbe ancora essere dovuta ad avvelenamento cronico da mercurio o piombo.

Grigio sporco, verdastro

Queste tipologie di urina possono essere causate da infezioni del tratto urinario e da calcoli renali.

Leggi anche: Le tue unghie dicono molto sulla tua salute: ecco come leggerle

Blu o verde

Il colore blu o verde dell’urina che si verifica raramente, potrebbe essere dovuta alla presenza di una di infezione batterica delle vie urinarie causata ad esempio da batteri Pseudomonas (colorazione verde). Spesso questa colorazione potrebbe essere causata dall’assunzione di qualche farmaco (amitriptilina, indometacina e propofol) o dal consumo di un colorante alimentare.

Marrone scuro

Possono indicare malattie del fegato oppure un melanoma, per la presenza di melanina nelle urine.

Leggi anche: Esame delle urine completo con urinocoltura: come fare e capire i risultati

Gradazioni del blu

In questo caso si parla di sindrome del pannolino blu, malattia ereditaria che aumenta i livelli di calcio nel sangue.

Urina schiumosa

L’urina normale è liquida e saltuariamente lievemente schiumosa e ciò non deve destare preoccupazioni. Se però persiste una elevata quantità di schiuma, ciò potrebbe essere la manifestazione di un consumo eccessivo di proteine, di infezioni urinarie o di problemi renali.

Urine torbide

Possono essere causate da infezioni delle vie urinarie, in questo caso possono essere associate a bisogno frequente di urinare con poca usina emessa ogni volta, dolore durante la minzione, febbre, debolezza. Se le urine sono torbide e rosse, possono essere la spia di un problema alla prostata. Per approfondire: Mi alzo spesso di notte per urinare: quali sono le cause e le cure?

Calcoli biliari e renali

Se le urine sono scure e le feci chiare, probabilmente vi è la presenza di calcoli biliari. Se il colore delle urine si avvicina al rosso e si avverte, o si è da poco avvertito, un dolore intenso ed improvviso al fianco, solitamente da un solo lato, è probabile la presenza di calcoli renali. Per approfondire: Calcoli urinari bloccati in rene, uretere, vescica e uretra: cause e cure

Sintomi gravi: cosa fare?

In caso di sintomi potenzialmente gravi, come forte dolore alla minzione, dolore addominale intenso, sangue nelle urine, malessere genrale e/o blocco totale della minzione, vi consigliamo di recarvi dal vostro medico, che indagherà la situazione con anamnesi, esame obiettivo, esami di laboratorio (ad esempio esame delle urine e/o del sangue) e/o di diagnostica per immagini (ad esempio radiografia addominale, ecografia addominale o cistoscopia).

Consigli

Per ridurre queste problematiche alcuni consigli generici possono essere:

  • bere la giusta quantità di acqua: per le donne circa 1.5 litri al giorno, per gli uomini 2 litri, con dosi aumentate in caso di forte caldo ed attività sportiva intensa. Per approfondire: Idratazione corretta: quanta acqua bere al giorno e perché è così importante;
  • alimentarsi in modo corretto;
  • evitare la vita sedentaria;
  • evitare il fumo di sigaretta;
  • evitare l’abuso di alcolici;
  • usare il profilattico in caso di rapporti sessuali con sconosciuti;
  • evitare i rapporti sessuali con partner che hanno malattie sessualmente trasmissibili come candidosi e sifilide;
  • usare indumenti intimi di alta qualità;
  • evitare vestiti troppo stretti a livello dei genitali;
  • mantenere una adeguata igiene intima.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Differenza dei capezzoli e del seno in gravidanza

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO GRAVIDANZA MATERNITA FIGLIO MAMMA MADRE GENITORI CONCEPIMENTO PARTO FETO EMBRIONE (7)In gravidanza il corpo della donna cambia radicalmente; una delle zone dove i cambiamenti si fanno anche molto evidenti sono il seno, l’areola  (la zona circolare intorno al capezzolo) ed il capezzolo.

FOTO DEL SENO DI UNA DONNA DURANTE LA GRAVIDANZA

Seno più gonfio

Le mammelle tendono ad apparire più gonfie e piene, spesso ciò si associa a dolore. La sensazione di indolenzimento al seno è un sintomo comune sia alla sindrome premestruale, sia alla gravidanza. Infatti, subito dopo il periodo ovulatorio il corpo inizia a produrre più progesterone. Quest’ultimo provoca tensione mammaria, dunque il seno appare più gonfio, teso e duro al tatto. Ma ciò accade anche se vi è una gravidanza in corso. Con la sostanziale differenza che, non appena compare il flusso mestruale, il seno si “sgonfia” e diventa più morbido.

Leggi anche: Mastodinia: quando il seno è gonfio e dolorante

Vene

Già dopo pochi giorni dall’impianto dell’ovulo possono cominciare a vedersi i primi segni sul seno, tanto per cominciare le vene diventano più evidenti, queste vene sono dette anche “vene del latte” e si espandono per tre motivi:

  1. poter portare più sangue sia alla mamma che al feto;
  2. i dotti galattofori che porteranno il latte ai capezzoli cominciano a gonfiarsi ed a prepararsi per la montata lattea che arriverà dopo il parto e premono sotto le vene, avvicinandole alla cute;
  3. man mano che il seno cresce di volume per prepararsi all’allattamento la cute si tende sempre più, diventando più sottile e trasparente, evidenziando le vene ulteriormente.

Leggi anche: Storia di un seno: dall’embrione alla menopausa

Tubercoli del Montgomery

Insieme alle “vene del latte” avvengono modificazioni anche ai capezzoli ed all’areola mammaria, i capezzoli diventano più larghi e scuri e tutto intorno diventano evidenti dei piccoli “rilievi”: si chiamano “tubercoli del Montgomery” ed avranno il compito di produrre una sostanza lubrificante e disinfettante durante l’allattamento. Questi tubercoli sono delle piccole ghiandole che aumentano di dimensione e sono più evidenti verso la sedicesima settimana di gravidanza. L’attività dei tubercoli di Montgomery è fondamentale e legata alla migliore lubrificazione dei capezzoli per migliorare l’allattamento del bambino che si porta in grembo. I tubercoli di Montgomery possono rimanere nel loro volume più consistente anche dopo il parto, ma ciò non necessariamente deve essere considerato come un pericolo. Un controllo medico può togliere ogni dubbio e timore. Qualora ci fosse un eccessivo sversamento di lubrificante da parte del tubercolo bisogna rivolgersi immediatamente al proprio medico per diagnosticare la situazione ed escludere e scongiurare la presenza di un cancro al seno. Questo fenomeno, infatti, è uno dei sintomi che deve allarmare chi ne ha a che fare.

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Cosa e come mangiare prima dell’allenamento?

medicina-online-dott-emilio-alessio-loiacono-medico-chirurgo-roma-aumenta-massa-muscoli-cibi-proteine-riabilitazione-nutrizionista-medicina-estetica-cavitazione-radiofrequenza-ecografia-pulsata-macchIl movimento fisico è una buona abitudine a cui non si deve mai venire meno, anche se ritagliarsi il tempo per un allenamento a volte ci costringe a pianificare la giornata con una certa attenzione. Uno dei momenti preferiti per fare sport è la pausa pranzo, anche se questo comporta la necessità di rinunciare a un pasto completo a mezzogiorno. Come alimentarsi in modo corretto in questi casi? E più in generale, come è opportuno mangiare prima di fare sport, per ottenere il massimo dall’allenamento e avere le energie necessarie al lavoro fisico?

Innanzi tutto, dobbiamo imparare ad ascoltare il nostro organismo e ad assecondare le sue esigenze. C’è chi ha una digestione lenta, chi tende a soffrire di cali di zuccheri e chi invece ha sempre fame. Fatti salvi alcuni principi generali, ognuno deve trovare il modo di personalizzarli e adattarli alle specifiche richieste del suo fisico. Molto dipende anche dal momento della giornata in cui ci dedichiamo allo sport, di primo mattino, all’ora di pranzo, nel pomeriggio o la sera, dopo il lavoro: a seconda delle situazioni il menù del pasto che precede l’allenamento è molto diverso e deve rispondere ad esigenze differenti. In linea di massima si può far valere questa regola: i cibi solidi, come pasta, pane, patate e condimenti, devono essere consumati a distanza di almeno tre ore dall’allenamento. I cibi liquidi o molto digeribili, come frutta e verdura cruda, possono essere assunti fino a 30-40 minuti prima dello sport. Se l’allenamento è ad alta intensità è opportuno consumare dello zucchero qualche ora prima della sessione. Infine, ricordiamo che fare sport non ci autorizza all’”abbuffata libera”, almeno se non vogliamo vanificare tutti i vantaggi del nostro allenamento.

DI BUON MATTINO – Fare sport al mattino presto è un’ottima abitudine: fino alle 12 il metabolismo del fisico è più veloce e si bruciano più calorie. Attenzione però: da un lato il fisico è reduce dal digiuno notturno e ha bisogno di alimenti, dall’altro non ci si deve appesantire per non compromettere il buon esito dell’allenamento. Sì a due bicchieri di acqua appena svegli, magari con l’aggiunta di succo di limone, per idratarsi e depurarsi. Poi via libera a una prima colazione leggera a base di frutta e yogurt, con qualche biscotto secco o una fetta di pane casereccio, da consumare 30-40 minuti prima di iniziare il workout. Alla fine della sessione si può fare uno spuntino con un altro frutto o una spremuta, per reintegrare energie e sali minerali.

PAUSA PRANZO – Chi sfrutta l’intervallo di mezzogiorno per andare in palestra, oppure fa sport nel primo pomeriggio, farà bene a dividere il pasto in due metà: uno spuntino da consumare un’ora prima dell’allenamento, ad esempio un panino semplice (magari con prosciutto o bresaola), e un pasto leggero per il dopo palestra, come un piatto unico possibilmente a base di proteine (carne, pesce o uova) accompagnato da una bella insalata o verdura cotta.

POMERIGGIO – Anche in questo caso il pranzo deve essere composto da alimenti facilmente digeribili ed essere seguito da uno spuntino a metà pomeriggio. Può essere utile una banana, saziante e ricca di potassio, magari accompagnata da tre o quattro noci, ottime come spezza-appetito e per recuperare energia.

SERA – Chi fa sport dopo le 20 o le 21 deve trovare il tempo per un mini pasto prima dell’allenamento: alla fame tipica dell’ora serale si assomma infatti la stanchezza della giornata di lavoro. Sì a una porzione di pasta al pomodoro, da consumare almeno un’ora prima di allenarsi, oppure a un sandwich leggero da accompagnare a verdura e frutta, in attesa della cena da consumare dopo la seduta in palestra.

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Farmaci antipsicotici (neurolettici): lista degli effetti collaterali

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROfarmaci neurolettici (anche chiamati “antipsicotici“) sono un gruppo di psicofarmaci che agiscono su precisi target neurotrasmettitoriali (principalmente utilizzati tipicamente per il trattamento delle psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare e nel disturbo depressivo cronico. Non sono indicati per il trattamento dell’insonnia in quanto non vi sono evidenze cliniche a favore del loro impiego.

Effetti indesiderati

Questi farmaci dovrebbero essere il più selettivi possibile, dovrebbero essere utilizzati solo nei casi strettamente necessari, alla dose minima e per il tempo minimo necessari al fine di poter provocare meno effetti collaterali. Purtroppo un loro uso a lungo termine va generalmente a interferire con altre vie dopaminergiche generando così due particolari sindromi, chiamate sindrome neurolettica maligna e sindrome extrapiramidale. Nella prima si verifica la riduzione di movimenti spontanei, con riflessi spinali che rimangono comunque intatti; la seconda determina un quadro sintomatologico simile a quello della malattia di Parkinson, caratterizzato da tremore, bradicinesia e rigidità. Tra gli effetti extrapiramidali vi sono rigidità dei muscoli e dei movimenti, mancanza di espressività del volto, irrequietezza motoria, lentezza o blocco dei movimenti, rallentamento della ideazione e dei riflessi. Gli antipsicotici di prima generazione provocavano anche discinesia tardiva (movimenti involontari o semivolontari rapidi simili a tic, lente contorsioni muscolari di lingua, volto, collo, del tronco, dei muscoli della deglutizione e della respirazione). Gli effetti collaterali più comuni sono: pesantezza del capo, torpore, debolezza, senso di svenimento, secchezza della bocca e difficoltà di accomodazione visiva, impotenza, stitichezza, difficoltà nell’emissione dell’urina, sensibilizzazione della pelle (alterazione del colorito ed eruzioni cutanee), alterazione del ciclo mestruale, tendenza all’ingrassamento, aumento della temperatura corporea, instabilità della pressione arteriosa; possono accentuare la tendenza alle convulsioni nei pazienti epilettici.

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Risultati delle ricerche scientifiche sugli effetti dei neurolettici sulla massa cerebrale

Diverse ricerche scientifiche, indicano il rapporto diretto che esiste tra l’uso dei neurolettici e il restringimento della massa cerebrale.

Uno studio del 2012 ha concluso che con l’utilizzo di neurolettici la perdita di materia grigia è maggiore nei pazienti trattati con quelli tipici rispetto a quelli trattati con gli atipici, ma in entrambe i casi i danni cerebrali risultano notevoli.

  • In base alla durata dell’esposizione a questi farmaci corrisponde un più piccolo volume di tessuto cerebrale ed un aumento di volume del fluido cerebrospinale, con un conseguente degrado delle funzioni cognitive a carico del paziente.
  • In uno studio effettuato sui macachi, a cui era stato somministrato Aloperidolo, è stata riportata una perdita parziale delle funzioni intellettive, con effetti vicini a quelli della demenza.
  • La risonanza magnetica nucleare permette di visualizzare concretamente i cambiamenti reversibili nel cervello durante l’assunzione di questi farmaci.
  • La diminuzione progressiva del volume di materia grigia era più evidente nei pazienti che hanno ricevuto più trattamenti con antipsicotici. In generale un trattamento con antipsicotici è direttamente proporzionale a volumi inferiori di materia grigia.

A causa di questi effetti indesiderati, solo in alcuni casi reversibili, l’utilizzo di antipsicotici è sconsigliato a meno che non sia strettamente necessario. Per quel che riguarda la reversibilità dei danni causati da farmaci neurolettici è necessario sospendere il trattamento per poter avere dei miglioramenti significativi che tuttavia variano a seconda della tipologia di farmaco assunto

Lista dei principali effetti indesiderati dei farmaci neurolettici

  • Sedazione
  • Mal di testa
  • Vertigini
  • Ansia
  • Discinesia Tardiva
  • Distonia
  • Acatisia
  • Parkinsonismo
  • Effetti extrapiramidali
  • Osteoporosi
  • Disfunsioni sessuali
  • Riduzione della massa cerebrale
  • Prolungamento dell’intervallo QT
  • Diabete e insulino-resistenza
  • Ictus (raramente)
  • Pancreatite (raramente)
  • Torsione di punta (raramente)
  • Trombosi (raramente)
  • Epilessia (raramente).

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Gengivite: cause, patogenesi, sintomi e terapie

MEDICINA ONLINE LINGUA BOCCA FRENULO ANATOMIA FISIOLOGIA ORAL TONGUE LABBRA LEPORINO GENGIVE DENTI MANDIBOLA MASCELLA PAPILLE GUSTATIVE GUSTO CIBO FONAZIONE GLOSSODINIA PALATO SCHISIPer gengivite si intende infiammazione dei tessuti gengivali, caratterizzata da gonfiore, arrossamento, calore e sanguinamento conseguenti all’accumulo di placca. La malattia è reversibile dopo rimozione delle cause responsabili.

Cause

Tutte le specie batteriche che compongono la placca, depositandosi sulle superfici dure del dente, possono causare la patologia. Quindi tutte le cause che possono favorire l’accumulo della placca sono cofattori associati alla gengivite. Possono essere:

  • anomalie morfologiche o strutturali dei denti, come le perle di smalto;
  • fratture radicolari
  • ricostruzioni dentali incongrue.

Anche alcuni ormoni possono favorire e soprattutto esacerbare la gengivite: prove scientifiche hanno dimostrato l’importanza dei livelli dei cosiddetti ormoni sessuali: androgeni, estrogeni, progesterone. Si riscontrano pertanto gengiviti caratteristiche durante la pubertà e durante la gravidanza, quando l’infiammazione gengivale può causare l’insorgenza di una iperplasia dei tessuti molli nota come epulide. La malnutrizione continua ad essere causa di gengiviti nei paesi in via di sviluppo: in particolar modo la carenza di vitamina C che porta allo scorbuto, ma anche di vitamina A, B2 e B12, favoriscono la gengivite. Vari farmaci, appartenenti ai gruppi degli anticonvulsivanti, immunosoppressori, antipertensivipossono causare modificazioni gengivali caratterizzate da un ispessimento abnorme (iperplasia).

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Patogenesi

L’accumulo di placca lungo il margine gengivale scatena una reazione infiammatoria dei tessuti molli. I batteri responsabili sono perlopiù cocchi e bastoncelli Gram positivi anaerobi facoltativi (streptococchi e actinomiceti). Il tartaro non sembra svolgere un’azione diretta contro la gengiva, ma favorendo l’adesione e l’accumulo batterico generalmente aggrava il quadro clinico.

Il deposito di batteri sulle superfici dentali è da solo responsabile dell’infiammazione. Già dopo le prime 24 ore l’epitelio orale è stimolato dai microbi a produrre mediatori proinfiammatori: aumenta la pressione sanguigna locale e la permeabilità vasale, si forma un essudato con le cellule di difesa polimorfonucleate che raggiungono la sede dell’infiammazione e si accumulano nella regione del solco gengivale. I primi segni clinici si riscontrano dopo circa 7 giorni, quando oltre ai polimorfonucleati la zona è raggiunta anche dai globuli bianchi, ed inizia la degenerazione dei fibroblasti (probabilmente per morte cellulare) che sono responsabili della compattezza del tessuto gengivale. Il gonfiore aumenta gradualmente, fino a quando non viene rimosso lo stimolo. Superato un tempo limite, variabile in funzione del sistema immunitario dell’individuo e dell’aggressività delle specie batteriche coinvolte, la gengivite reversibile sfocia in parodontite irreversibile, in quanto l’infiammazione non è più contenuta nella gengiva bensì coinvolge tutti i tessuti parodontali.

Le gengiviti da farmaci determinano l’ispessimento gengivale anche in una dentizione relativamente priva di placca; comportano comunque difficoltà al mantenimento dell’igiene orale, e la presenza di placca concomitante determina un peggioramento del quadro clinico.

Sintomi e segni

L’infiltrato infiammatorio determina edema (gonfiore); l’aumento di pressione del microcircolo provoca rossore e calore; la degenerazione fibroblastica e la dilatazione capillare determina una facilità al sanguinamento. Il dolore è generalmente assente, tranne nei casi in cui la posizione della gengiva infiammata esponga la stessa allo sfregamento dei denti, della lingua o alla contrazione muscolare della bocca. Una variante, fortunatamente molto rara, denominata gengivite ulcerativa necrotizzante che tende a colpire in forma acuta e a volte ricorrente adolescenti e giovani adulti sottoposti a stress psicologico, è caratterizzata da una sintomatologia aggravata da dolore e sanguinamento spontanei, dovuti ad ulcerazione e necrosi del tessuto gengivale.

Terapia

La terapia e la prevenzione della gengivite si praticano con un’impeccabile igiene orale. Lo spazzolamento corretto dei denti, due-tre volte al giorno, e l’utilizzo del filo interdentale per rimuovere la placca dalla zona della papilla gengivale è sufficiente ad evitare la gengivite e permettere la guarigione. Qualora siano presenti fattori che favoriscono la ritenzione della placca (protesi o otturazioni incongrue, malformazioni dentarie) questi andranno rimossi. La prescrizione di antibiotici (penicillina o metronidazolo) è indicata solo nei casi più gravi (gengivite ulcerativa necrotizzante o gengivite di vecchia data).

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Cosa fare in caso di picco di pressione arteriosa elevato?

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Estetico Medicina Estetica Roma RICONOSCERE INFARTO DEL MIOCARDIO Vita Cuore HD Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Pulsata Peeling Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Nei Dietologo DermatologiaQuando all’improvviso si verifica un picco di pressione arteriosa, questo non va mai sottovalutato, specie se non siete soliti a questi eventi. Le crisi ipertensive comportano infatti un alto grado di rischio per infarto, ictus, emorragie cerebrali, tanto più elevato quanto è elevata la pressione ed il tempo di durata della crisi ipertensiva.

Cosa fare in caso di picco ipertensivo?

La prima cosa da fare è mettersi a riposo ed evitare sforzi che possano ulteriormente elevare la pressione arteriosa. Subito dopo occorre prontamente intervenire con farmaci che riportino i valori pressori nella norma evitando però brusche riduzioni pressorie che potrebbero portare ad una caduta dell’apporto di sangue e ossigeno agli stessi organi che la pressione alta potrebbe danneggiare, ossia il cervello, il cuore, i reni. Si usano prevalentemente vasodilatatori quali i calcio antagonisti, i beta bloccanti e i diuretici (Lasix): sicuramente il vostro cardiologo vi avrà avvisato su quale farmaco (e con quale posologia) assumere in caso di picco ipertensivo. Se la pressione non si abbassa nonostante l’assunzione del farmaco, contattate immediatamente il vostro medico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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