In un normale regime alimentare assumiamo senza problemi il cloruro di sodio e, anzi, i suoi due componenti (Na e Cl) sono fondamentali per il corpo, eppure, Continua a leggere
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Dormire poco fa ingrassare o dimagrire?
La risposta è facile: dormire poco e/o male, fa ingrassare. Questo perché:
1) Lo sbilanciamento ormonale dato dallo squilibrio veglia/sonno provoca un aumento (pericoloso) dall’appetito e una diminuzione del senso di sazietà.
2) Perdere la parte finale del ciclo del sonno implica perdere la parte in cui si sogna in modo più approfondito, che è anche quella in cui si bruciano più calorie. Dormire poco, se non fa in ingrassare, di sicuro non fa dimagrire.
3) La carenza di sonno provoca un desiderio molto forte di cibi ad alto livello di carboidrati e grassi.
Quindi cosa bisogna fare per dormire “bene”? Nei seguenti articoli troverete alcuni utilissimi consigli:
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- Camminare fa davvero dimagrire?
- Bere acqua e limone fa dimagrire? Tutti i benefici
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- La frittata fa ingrassare o dimagrire? Quante calorie ha?
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- Lo yogurt fa bene: per dimagrire sceglilo così
- Differenza tra zucchero semolato, normale e di canna
- La creatina fa ingrassare o dimagrire?
- Eutirox fa ingrassare o dimagrire?
- La banana fa ingrassare o dimagrire? Quante calorie ha?
- Le mele fanno ingrassare o dimagrire? Quante calorie hanno?
- Fa più ingrassare il prosciutto cotto o quello crudo? Quante calorie hanno?
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- Il caffè fa ingrassare o dimagrire? Quante calorie ha?
- Saltare la colazione fa ingrassare o dimagrire?
- Lo stress fa ingrassare o dimagrire?
- L’arancia fa ingrassare o dimagrire? Quante calorie ha?
- Il formaggio fa ingrassare o dimagrire?
- Lo yogurt fa dimagrire o ingrassare? Quante calorie ha?
- La frutta fa ingrassare o dimagrire?
- L’ananas fa ingrassare o dimagrire? Quante calorie ha?
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- Il miele fa ingrassare o dimagrire? Quante calorie ha?
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Coprocoltura feci per salmonella: perché e come si fa
Con “coprocoltura” ci si riferisce ad uno dei più importanti esami microbiologici svolti utilizzando le feci. Si tratta di un esame batteriologico di fondamentale importanza che consente di individuare presenze anomale di germi all’interno del nostro intestino ed è ad oggi uno degli strumenti più importanti per identificare la causa specifica di talune infezioni. Per eseguire questa analisi basta raccogliere un campione di feci servendosi dell’opportuna spatolina e metterlo all’interno di un opportuno contenitore sterile. Nel caso fosse presente sangue nelle feci è consigliato raccoglierlo comunque perché al suo interno è più facile trovare i batteri. La coprocoltura è un esame che viene prescritto quando si sospetta una infezione batterica o parassitaria dell’intestino che si manifesta con diarrea, febbre e dolori addominali.
Perché si fa la coprocultura?
La coprocultura è un test che viene utilizzato al fine di andare ad investigare la presenza di alcune tipologie causate da specifiche popolazioni di batteri. È il caso ad esempio di:
- Campylobacter, un batterio presente nelle carni bianche che non vengono ben cotte e che reppresentano la principale causa di enterite batterica;
- Escherichia coli, che viene trasmesso principalmente attraverso l’acqua e le verdure crude contaminate. Questo batterio è responsabile della diarrea del viaggiatore ma anche di patologie ben più gravi come la colite emorragica;
- Salmonella, è uno dei batteri che si trova maggiormente in uova e carni che vengono consumate crude e che si rende responsabile di infezioni intestinali accompagnate da diarrea, muco nelle feci e pus.
- Shigella, è un batterio che si localizza all’interno delle tubature dell’acqua e che è responsabile di gastroenteriti con sintomatologia molto simile alla salmonella.
Talvolta si ricorre inoltre alla coprocultura per individuare la presenza di altre popolazioni batteriche come il Clostridium difficile, i vibrioni del colera, la Yersinia, lo stafilococco oppure il Rotavirus, che sono tra le cause più comuni per fenomeni acuti di diarrea nel bambini. Questo esame si rivela particolarmente utile anche diagnosticare un’infezione da Candida albicans, un fungo che può infettare il nostro intestino.
Non tutti i batteri “vengono per nuocere”
Al contempo è utile ricordare che nel nostro intestino trova ospitalità, senza che questo sia motivo di preoccupazione ma anzi indice del buon funzionamento del nostro corpo, una gran varietà di batteri, che insieme assumono il nome di flora intestinale o microbiota. Parliamo di microrganismi che vivono in un rapporto simbiotico con il nostro intestino e che contribuiscono a svolgere compiti importantissimi in fase digestiva, basti pensare alla sintesi della vitamina K importantissima per la coagulazione. Non tutti i batteri che dunque si potrebbero trovare nel nostro intestino devono essere fonte di preoccupazione. Per quanto riguarda invece i batteri e i virus che abbiamo elencato poco sopra, si tratta di agenti patogeni che non trovano spazio nell’ambito dei batteri “buoni” che costituiscono la flora intestinale e che dunque necessitano sempre di contromisure volte all’eliminazione degli stessi.
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Come si fa la coprocoltura?
La coprocoltura è un esame che si svolge su un campione di feci che deve essere raccolto dal paziente con un opportuno contenitore per poi essere consegnato al laboratorio, che procederà con l’analisi. Prima di poter spiegare nel dettaglio cosa avviene successivamente, è necessario fare qualche premessa per quanto riguarda invece la raccolta del campione stesso. Il laboratorio in genere presenta degli opuscoli agli analizzandi, che spiegano come operare per raccogliere un campione che non sia contaminato. Per praticità elencheremo quelle che sono le precauzioni per ottenere un campione che potrà poi essere utilizzato per i test che ci interessano:
- l’ideale sarebbe defecare non nel water, ma piuttosto in un vaso da notte, dove non ci sarà possibilità di contaminare le feci con le urine; nel caso in cui non sia disponibile un vaso da notte, si potrà procedere (con più difficoltà) andando a ricoprire la parte interna del water con della carta igienica;
- allo stesso tempo, soprattutto per i soggetti leggermente incontinenti, bisognerà fare attenzione a non espellere urina in concomitanza con l’espulsione delle feci;
- le feci vanno raccolte con l’apposita spatolina, cercando di ottenere campioni da almeno 4-5 punti differenti. Nel caso in cui nelle feci siano presenti tracce di sangue, muco o pus, sarà indicato prenderne dei campioni;
- il contenitore va riempito circa per la metà per poi essere chiuso e consegnato al laboratorio riportando il nome e la data di nascita del paziente.
Qualora non si abbia la possibilità di portare il campione raccolto al laboratorio, questo può essere conservato in un luogo fresco (ad esempio in frigorifero) per un massimo di 12-24 ore.
Quale contenitore sterile usare?
Per raccogliere e conservare correttamente il campione di feci da inviare in laboratorio, è necessario usare un contenitore sterile apposito, dotato di spatolina. Il prodotto di maggior qualità, che ci sentiamo di consigliare per raccogliere e conservare le feci, è il seguente: http://amzn.to/2C5kKig
La coprocoltura: procedure di laboratorio
Successivamente in laboratorio vengono ricreate le condizioni ottimali per la proliferazione di alcune classi di batteri per permettere ai batteri stessi che si trovano all’interno delle feci di riprodursi e dunque essere rilevati dagli strumenti diagnostici. Dato che le condizioni ottimali per la riproduzione delle colonie batteriche sono però diverse da gruppo a gruppo, tendenzialmente i laboratori preparano diverse coprocolture dividendo il campione di feci originario in più colture, al fine di individuare quelli che sono i ceppi più comuni e quelli che il medico ha indicato come sospetti.
L’infezione da Campylobacter
Una delle più frequenti infezioni che si cercano di individuare attraverso la coprocoltura è quella dovuta al Campylobacter. Si tratta di un genere di batteri gram negativi, labili all’ambiente esterno e che causano tra le più preoccupanti infezioni dovute all’ingestione di alimenti contaminati.
Sono quattro le specie di Campylobacter che sono responsabili delle infezioni nell’uomo:
- Coli, Jejuni e Lari: sono tutte e tre responsabili di infezioni intestinali che vengono accompagnate dai sintomi tipici delle gastroenteriti;
- Fetus: non interessa la coprocoltura in quanto è responsabile di infezioni di carattere extra-intestinale e riesce a colpire soltanto soggetti immunodepressi oppure i neonati
Il contagio deriva nella maggior parte dei casi dall’ingestione di liquidi o di alimenti che sono contaminati dalle feci degli animali infetti. Per quanto riguarda invece le cure, in genere c’è guarigione spontanea senza che sia necessario procedere con terapie a base di antibiotici. Nel caso in cui si volesse accelerare il recupero da parte del soggetto infetto, si può procedere con somministrazione di eritromicina, claritomicina e azitromicina. Può essere anche utile procedere con una terapia re-idratante, a base di liquidi ed elettroliti.
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L’infezione da Salmonella
Il secondo caso più comune tra quelli che si provano ad individuare attraverso la coprocoltura. La Salmonella è estremamente diffusa in natura e continua a colpire, anche se in misura decisamente minore rispetto al passato, anche nei paesi sviluppati. Il contagio avviene principalmente attraverso il contatto con carne o alimenti contaminati, con carni di pollo, uova, frutti di mare e latte che sono i veicoli più comuni per quanto riguarda il contagio umano. La cottura degli alimenti è in grado di ridurre fortemente le possibilità di contagio e costituisce ad oggi il presidio di prevenzione più importante nei confronti di questa specifica infezione. Il trattamento dell’infezione da Salmonella spesso non richiede alcun tipo di intervento e tende a regredire spontaneamente nel giro di pochi giorni. Durante la fase acuta è comunque consigliabile una costante idratazione del soggetto, con integrazioni, laddove richieste, di sali minerali.
Ci sono controindicazioni per chi si sottopone a coprocultura?
No. La coprocoltura è un test per nulla invasivo e che non può causare alcun tipo di problematica in capo al soggetto che vi si sottopone. Il campione è prelevato esternamente e la procedura alternativa, ovvero il tampone, è stata ormai abbandonata in quanto non in grado di fornire dei campioni attendibili. Anche in quel caso comunque il fastidio per il paziente è minimo e non c’è motivo di preoccuparsi di alcunché. Al contrario, spesso la coprocoltura permette di individuare la presenza di patologie in modo assolutamente non invasivo e senza che ci siano ripercussioni di alcun tipo per il soggetto che vi si sottopone.
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Diarrea in vacanza: attenzione all’alimentazione!
Quando si scelgono mete esotiche per le proprie vacanze, occorre mettere in conto il rischio di diarrea. Perché, cambiando clima e alimentazione, il primo a risentirne è proprio il nostro intestino.
La diarrea del viaggiatore infatti un disturbo molto diffuso tra i turisti che scelgono destinazioni con clima caldo e precarie condizioni igieniche e sanitarie come alcuni Paesi africani, latino-americani e asiatici. Per questo motivo, bisogna stare molto attenti a non assumere alimenti o bevande che possano essere contaminati da residui fecali, perché proprio lì sono presenti microrganismi quali batteri, virus e parassiti, che potenzialmente potrebbero causare questo disturbo. Tale disagio può portare a una forte disidratazione, che s’ intensifica nei casi in cui si manifestino episodi di vomito (e in particolare nei bambini), e il trattamento più indicato consiste nel reintegrare la perdita di fluidi e l’equilibrio dei sali minerali bevendo acqua e bibite zuccherate in abbondanza (the, limonate, succhi di frutta).
Per ridurre al minimo il rischio di contagio si raccomanda di evitare di ingerire cibi crudi o poco cotti. Anche i cibi cotti andrebbero consumati in luoghi idonei dal punto di vista igienico, mentre si consiglia di non acquistare i generi alimentari o le bevande da rivenditori ambulanti. Per quanto riguarda le bevande, è bene consumare solo quelle imbottigliate, ed evitare di aggiungere ghiaccio.
Inoltre si consiglia di assumere fermenti lattici probiotici anche prima di partire, per rafforzare le difese immunitarie del nostro intestino e mantenere in buon equilibrio la microflora intestinale. Prima della vostra partenza è consigliabile assumere i simbiotici, integratori alimentari utili per rafforzare le difese e migliorare l’equilibrio della flora batterica intestinale. I simbiotici sono costituiti da fermenti lattici vivi (probiotici) e fibra prebiotica; i probiotici, in particolare i lattobacilli e i bifidobatteri, quando somministrati in quantità adeguate, migliorano e rafforzano l’equilibrio della flora batterica intestinale. La fibra prebiotica come la fibra di psyllium rappresenta il nutrimento che è in grado di stimolarne e favorirne la crescita. L’assunzione dei simbiotici può essere quindi utile prima di partire ma anche durante il nostro viaggio, quando questi disturbi diventano un pericolo per il nostro relax e per la nostra salute.
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Lo yogurt fa bene: per dimagrire sceglilo così
Lo yogurt è uno degli alimenti che tipicamente rientra nella diete dimagranti. E con ragione: leggero, con poche calorie, questo latticino è una fonte importante di proteine che stimolano il metabolismo, è saziante e molto digeribile. Non tutti gli yogurt, però, fanno bene alla linea e alla salute, e alcuni nascondono insidie, sotto forma di zuccheri semplici e grassi, che si possono identificare soltanto imparando a leggere i valori nutrizionali. Capita ad esempio con alcuni tipi di yogurt bianco che contengono anche succo d’uva che, sebbene evochi un ingrediente naturale e “benefico”, in realtà non è altro che un modo diverso per aggiungere zucchero. Così come il saccarosio, anche il succo d’uva è in grado di alzare la glicemia, far lievitare le calorie e favorire l’accumulo di grasso. Anche le scritte “crema di yogurt”, “yogurt bianco cremoso” oppure “ yogurt dolce”, dovrebbero insospettirti…
Uno yogurt al giorno
Chi mangia yogurt tutti i giorni, è più magro di chi ne consuma solo uno ogni tanto. Lo confermano alcune ricerche pubblicate sull’International Journal of Obesity, che affermano che il consumo di uno yogurt al giorno sia associato a un più basso indice di massa grassa, a un minore accumulo di peso e quindi a un girovita più sottile. La scelta più semplice e sicura è quella di uno yogurt bianco intero naturale. Grazie alla presenza di enzimi e bacilli che favoriscono la digestione, scongiurando fermentazioni e gonfiori, questo alimento non pesa sull’intestino, anzi viene smaltito velocemente e sgonfia la pancia. In più, contiene calcio, un minerale che promuove lo smaltimento dei grassi, e vitamina B12, che combatte la fame nervosa. La presenza di grassi e proteine è ciò che conferisce l’effetto saziante allo yogurt intero, mentre nelle versioni “magre” questo effetto si perde.
Quello greco ha più proteine
Una versione particolare dello yogurt bianco e intero è quella greca, che ha meno di un cucchiaino di zucchero per vasetto ed è un’eccellente fonte proteica. L’aggiunta, in alcune marche, di crema di latte, ne migliora il gusto, senza comprometterne l’utilità per la dieta, soprattutto se lo utilizzi al posto del dessert. Si può scegliere nella versione intera, sostanziosa ma completa e adatta, per esempio, a colazione o per sostituire un pasto; oppure in quelle al 2% e allo 0% di grassi, un po’ meno caloriche e più adatte come spuntini. Sono tutte un concentrato di proteine, ne contengono infatti fino a 15,4 g per vasetto, il triplo di quelle presenti in uno yogurt normale! Latte e fermenti lattici vivi sono gli unici ingredienti dell’autentico yogurt greco. Peccato che alcuni prodotti “alla greca” contengano anche amidi modificati, maizena, sciroppi, composte di frutta o panna, tutte aggiunte inutili.
Porta lo yogurt in tavola a ogni ora del giorno
A colazione con i cereali: lo yogurt bianco è ottimo a colazione, perché riduce l’indice glicemico dei carboidrati rappresentati ad esempio da fiocchi di cereali o da una fetta di pane e marmellata, essenziali all’inizio della giornata. Abbinalo a un frutto con pochi zuccheri e tante fibre, come mirtilli, fragole, pesche…
Come spuntino con la frutta: un vasetto di yogurt bianco intero con un cucchiaio di semi o di frutta secca è una merenda perfetta, che non alza la glicemia e tiene a bada la fame per molte ore. È perfetto abbinato anche a un semplice frutto, di cui aumenta il potere saziante.
A pranzo con l’insalata: lo yogurt intero, in particolare greco, è ideale come minipasto, associato a un’abbondante insalata di verdure miste.
A fine pasto con il cacao: lo yogurt bianco, nella versione magra, invece, è la soluzione giusta per chiudere un pasto leggero. Puoi insaporirlo con un cucchiaino di cacao amaro, che combatte la fame nervosa e concilia il sonno, o con della cannella.
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Differenze tra morbo di Crohn e colite ulcerosa: sintomi comuni e diversi
La malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa sono due malattie totalmente diverse.
Molto spesso si fa confusione, perché – classicamente, in gastroenterologia – queste patologie sono state accomunate sotto l’unico nome di malattie infiammatorie croniche intestinali.
Ormai,però, sia i dati genetici che i dati della patogenesi ed anche gli approcci terapeutici ci dicono che queste patologie sono totalmente diverse, anche per il paziente che le vive.
E’ chiaro che, purtroppo, ancora oggi, abbiamo circa un 10-15% di pazienti in cui c’è un’area di grigio : c’è una sovrapposizione tra le due patologie. Non sempre, infatti, siamo così bravi nel riuscire a fare la diagnosi.
Quali sintomi contraddistinguono la colite ulcerosa e quali la malattia di Crohn?
Tra i sintomi della colite ulcerosa si segnalano:
- diarrea;
- sangue nelle feci.
La malattia di Crohn, invece, ha spesso una sintomatologia aspecifica e viene pertanto confusa con la sindrome dell’intestino irritabile:
- dolore di pancia;
- alterazione dell’alvo;
- diarrea;
- stitichezza.
Solo in alcuni casi la malattia di Crohn è associata a una sintomatologia più specifica, contraddistinta da:
- sangue nelle feci;
- febbricola.
I sintomi comuni ad entrambe le patologie sono spesso la diarrea ed il sangue nelle feci. Dal punto di vista sintomatologico, la rettocolite ulcerosa è più facile da diagnosticare perché, tipicamente,i pazienti lamentano diarrea e presenza di sangue nelle evacuazioni: questo è già un campanello di allarme per il quale i pazienti si riferiscono subito al medico.
Invece, il vero problema è la malattia di Crohn, in quanto, molto spesso, essa viene confusa con la sindorme dell’intestino irritabile. Tante volte, i pazienti continuano ad essere rassicurati dal medico di medicina generale, proprio perché i sintomi, molto spesso, sono aspecifici: dolore di pancia ricorrente, alterazioni dell’alvo – in alcuni casi con senso diarroico, in altri con stipsi – senza, però, avere dei sintomi classici di allarme. Solo in alcuni casi, invece, il paziente si presenta con i sintomi tipici: diarrea, presenza di sangue, febbricola; questo, ovviamente, aiuta subito il medico a fare la diagnosi, perché con esami strumentali mirati, si riesce a raggiungere l’obiettivo diagnostico. E’ fondamentale capire che la sindrome dell’intestino irritabile è una patologia benigna che non progredisce e con un’ottima prognosi, a differenza della malattia di Crohn, la quale – essendo una malattia organica che può colpire l’organo in maniera diversa, in vari punti – può portare a delle complicanze che possono necessitare dell’intervento chirurgico.
Inoltre, se si tratta di sindrome dell’intestino irritabile, in maniera molto semplice, già con una banale visita e con degli esami di laboratorio elementari, è possibile essere rassicurati che si tratti, appunto, di tale patologia.
La diagnosi
Molto spesso, si arriva anche a 2 o 3 anni di ritardo diagnostico nella malattia di Crohn che comporta che,in molti pazienti – circa il 20%, quindi una porzione abbastanza importante – già all’esordio, si abbia una complicanza che richiederà un intervento chirurgico. Per questo motivo, stiamo facendo degli studi, con i medici di medicina generale, che sono volti ad individuare le cosiddette bandiere rosse per la diagnosi precoce della malattia di Crohn. In realtà, queste sono state già individuate : la presenza di una fistola, la presenza di febbre, la perdita di peso superiore al 10%, la presenza di sangue nelle feci, la familiarità. Questi fattori, messi semplicemente in una lista portano alla conclusione che, se uno ne ha più di tre, allora deve vedere uno specialista. L’obiettivo ultimo è cercare di differenziare i pazienti con malattia di Crohn da quelli con la sindrome dell’intestino irritabile.
Per approfondire:
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Consigli per scegliere il panettone più buono e salutare
Il panettone, insieme a pandoro e torrone, è uno dei dolci lievitati più consumati durante le feste natalizie. Per scegliere il panettone migliore, bisogna per prima cosa saperne riconoscere la qualità. La prima cosa di dire è che, nella maggioranza dei casi, un panettone artigianale di alta qualità è preferibile a quello industriale. Cerchiamo insieme di capire perché.
La preparazione del panettone artigianale dipende molto dalla qualità delle materie prime utilizzate: è opportuno che il lievito sia naturale, con buone capacità di fermentazione; che la farina deve possedere caratteristiche di forza e sottoporsi al processo di lievitazione almeno tre volte. Va da sé che i tempi di produzione di un panettone artigianale sono piuttosto lunghi e laboriosi. E questo, insieme alle materie prime usate, è uno dei fattori che differenzia il prodotto artigianale da quello industriale, che ha tempi di produzione decisamente più brevi – rese più alte dato il processo di meccanizzazione- e materie prime non sempre di buona qualità.
Perché il prezzo è importante?
Ingredienti e tempi di fattura giustificano i prezzi più elevati del panettone prodotto nella piccola pasticceria sotto casa vostra. L’ADUC, Associazione di Difesa Utenti Consumatori consiglia, quando ci si appresta ad acquistare un panettone, innanzitutto di leggere l’etichetta: qualità e costo infatti sono determinati sia dagli ingredienti che dalla loro quantità.
I consigli dei pasticceri
Alcuni esperti pasticceri sostengono che il buon panettone deve essere di color marrone chiaro e ben lievitato, cioè non più di 2-3 dita sopra il pirottino, il peso che garantisce la migliore cottura e mantiene un buon grado di umidità va da 1 a 3 kg. Più i canditi sono soffici, profumati e consistenti, più sono garanzia di qualità. E naturalmente niente conservanti per un prodotto di vera qualità! Insomma, è vero che tutte queste qualità sono visibili solo una volta che la confezione è stata aperta, ma è anche vero che la fiducia nel pasticcere può sciogliere qualsiasi dubbio.
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L’acqua distillata è potabile? Si può bere o può dare danni alla salute?
L’acqua distillata, assunta in dosi ridotte, è potabile, ma assunta cronicamente può determinare danni alla salute. Per quale motivo?
Qual è la principale differenza tra acqua potabile e acqua distillata?
L’acqua considerata potabile è una soluzione di vari ioni (ione calcio, ione sodio, ione bicarbonato ecc.) in concentrazione ottimale. L’acqua distillata invece è da considerare cronicamente non potabile perché priva di sali disciolti, lo stesso vale per l’acqua piovana o di fusione della neve, anch’esse prive di sali.
Perché la mancanza di sali è pericolosa?
Per vari motivi. L’acqua distillata è un assorbente attivo e quando viene a contatto con l’aria assorbe anidride carbonica diventando acida e quindi, più acqua distillata si beve, più il corpo diventa acido. Questa sua particolarità può far corrodere le pareti di un contenitore non adatto, arricchendosi magari di ioni non desiderati. Richiede perciò particolari attenzioni per il suo trasporto e la sua conservazione. Inoltre l’acqua troppo priva di sali ha come effetto l’eliminazione di sali dall’organismo, prima di tutto il sodio ed il potassio. Se si bevesse solo acqua distillata o completamente deionizzata in pochi giorni l’organismo umano avrebbe un deficit di sali, in particolare sodio/potassio/iodio e magnesio, tale da provocare l’arresto della pompa sodio/potassio. Questo però solo a patto che nella dieta non si assumano sali per altra via! Il che non è poi così realistico.
Quindi l’acqua distillata fa male alla salute?
Sicuramente alcuni studi convalidano i benefici dell’acqua distillata in un individuo sano quando si cerca di “disintossicare” l’organismo per brevi periodi di tempo (due/tre giorni al mese), ma in ogni caso – superato questo lasso temporale – bisogna assolutamente integrare l’alimentazione con sodio, potassio, cloro ed oligominerali come il magnesio, la cui carenza può causare irregolarità nel battito cardiaco e ipertensione sanguigna. Una assunzione cronica di acqua distillata può condurre ad una mancanza di sali minerali che espone il soggetto ad un più alto rischio di osteoporosi, osteoartriti, ipotiroidismo, patologie delle arterie coronarie ed a tantissime altre malattie degenerative generalmente associate ad invecchiamento precoce. Per questo motivo l’acqua piovana, l’acqua ottenuta dalla fusione della neve e l’acqua distillata non si possono bere per lunghi periodi.
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