I frutti buonissimi che forse non mangeremo mai in tutta la nostra vita

MEDICINA ONLINE FRUTTA DIETA CIBO UVA BANANE MELE ALBICOCCHE VITAMINEQuali sono i frutti che forse non abbiamo mai mangiato né mangeremo in vita nostra? Sono i frutti tropicali, di certo meno diffusi sulle nostre tavole rispetto alla nostra tipica frutta “italiana” come mele, pere e arance! Fino a qualche anno fa erano dei completi sconosciuti sulle nostre tavole, ma nel giro di poco tempo i frutti tropicali hanno conquistato un posto stabile tra le preferenze degli italiani. Oramai infatti non è più così raro trovarli nei più comuni supermercati o fruttivendoli, e spesso ci si lascia attrarre dal loro aspetto, talvolta poco conosciuto, dal loro fascino esotico, dal loro nome insolito e, perché no, anche dal sapore così diverso da una tradizionale mela. E se kiwi, banana e cocco oramai sono frutti esotici presenti stabilmente anche sul nostro territorio, mango, papaia e avocado diventano preziosi su un vassoio di frutta tropicale. Nonostante il loro appeal non a tutti piacciono, ma è necessario sapere che il loro costo a volte portato a prezzi “stellari” è contraccambiato da strabilianti proprietà nutrizionali.

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Pompelmi e farmaci: un rapporto difficile

MEDICINA ONLINE FRUTTA NATURA SETE BERE SUCCO ARANCE AGRUMI LIMONI POMPELMI VITAMINE DIETASe assunti in una dieta comprendente agrumi, in particolare il pompelmo, alcuni farmaci possono rivelarsi pericolosi. Già 20 anni fa gli studiosi del Lawson health research institute di London (Canada) pubblicarono un elenco di medicinali che se assunti in una dieta comprendente agrumi, in particolare il pompelmo, potevano rivelarsi altamente pericolosi. Oggi il numero di farmaci che possono interagire in modo avverso con gli agrumi sono aumentati, se ne contano più di 80, e ogni anno la lista aumenta di 6 nuovi prodotti farmacologici.

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Mangiando la Nutella o cinque biscotti al giorno ti rovini la salute e causi la distruzione di 17 metri quadrati di foresta: attenzione all’olio di palma

nutellaCosa hanno in comune i canditi, un sapone, i carburanti, l’obesità, i cosmetici, i grissini, la Nutella e la deforestazione? Semplice: è l’olio di palma.

Chi ha l’abitudine di controllare le etichette dei prodotti alimentari prima di compiere un acquisto si sarà imbattuto nella dicitura “olio di palma” oppure “olio vegetale“, che, se non seguita da una ulteriore specificazione posta tra parentesi e riguardante il tipo di olio utilizzato, potrebbe nascondere proprio quest’olio di provenienza esotica e sempre meno ben visto sia dal punto di vista salutistico che ambientale.

A lasciare particolarmente sconcertati è la diffusione del suo impiego, che abbraccia non soltanto l’industria alimentare, ma anche il mondo della cosmesi, trattandosi di un olio considerato molto versatile, oltre che disponibile sul mercato a prezzi contenuti rispetto ad altri oli vegetali maggiormente pregiati. La sua presenza negli alimenti confezionati non interessa soltanto i comuni prodotti da supermercato, ma anche i cibi biologici, tra cui si possono individuare fette biscottate e biscotti per la colazione. E’ necessario dunque porre una particolare attenzione alle liste degli ingredienti in qualsiasi luogo si acquisti un prodotto ed a qualsiasi marchio si faccia riferimento.

L’olio di palma, nei comuni prodotti confezionati, non manca di essere utilizzato in prodotti sia dolci che salati, tra i quali è possibile individuare diversi tipi di alimenti da forno, come crackers e grissini, ma anche merendine di vario genere e biscotti, senza contare alcune delle creme spalmabili più diffuse (come la Nutella) ed alcuni tipi di margarina, oltre che alcune basi pronte fresche o surgelate per la preparazione di torte salate, pizze e focacce e differenti tipologie di pietanze precotte o prefritte.

Ciò che ci dovrebbe spingere ad evitare il consumo di prodotti contenenti olio di palma al fine di proteggere la nostra salute riguarda il suo elevato contenuto di grassi saturi, che può raggiungere anche il 50% nel caso dell’olio di palma derivato dai frutti e l’80% nell’olio di palmisto, derivato dai semi. Si tratta di oli spesso utilizzati a livello industriale per la frittura ed a livello cosmetico per la preparazione di creme, saponi e prodotti detergenti destinati alla cura della persona.

Il suo elevato contenuto di grassi saturi lo rende semi-solido a temperatura ambiente. Ciò avviene sia nel caso dell’olio di palma che dell’olio di palmisto, che viene impiegato soprattutto in pasticceria per la realizzazione di creme e farciture dolci, per le canditure e per la preparazione delle glasse. Il suo elevato contenuto di grassi saturi non è purtroppo controbilanciato da un’adeguata presenza di acidi grassi polinsaturi benefici, ritenuti in grado di tenere sotto controllo i livelli del colesterolo LDL.

L’olio di palma trova inoltre impiego al di fuori dell’industria cosmetica ed alimentare, ad esempio nella produzione di biodiesel. Il biocarburante ottenuto a partire dall’olio di palma è stato però bollato dalla U.S. Environmental Protection Agency come non ecologico, in quanto la sua produzione è causa di emissioni di anidrdide carbonica superiori a quanto consentito perché un biocarburante venga considerato realmente “pulito”, oltre che per via degli ingenti costi ambientali legati alla sua produzione.

La coltivazione di palme da olio sta infatti prendendo piede sottraendo terreno a foreste dal valore inestimabile, comprese antiche foreste pluviali caratterizzate dalla presenza di ecosistemi irripetibili al mondo.

L’olio di palma insomma fa male alla salute delle persone e dell’ambiente per 3 motivi:

1) contiene dal 50 all’80% di grassi saturi (più del lardo!) ed ha la più bassa quantità di acidi grassi omega-3, quelli che proteggono il nostro organismo riducendo i rischi cardiovascolari.

2) è ovunque ma noi non lo sappiamo, quindi è un nemico subdolo.

3) è il principale responsabile della deforestazione in Asia Orientale (10 milioni di ettari in Indonesia, Malaysia e Thailandia) e in Africa Occidentale (4,5 milioni di ettari) e la deforestazione è indirettamente causa di malattie.

Infine il dato sconvolgente che mi ha spinto a scrivere l’articolo: le ultime ricerche hanno rilevato che se si mangiano 5 biscotti al giorno di una delle marche più diffuse (che contengono mediamente il 22,5% di olio di palma), oltre ad assumere un olio che è causa di obesità e di malattie cardio vascolari,  in un anno si consumano quasi 5 kg di olio, ovvero 17 m² di foresta. Non è un po’ troppo?

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Il peperoncino fa bene o fa male alla salute?

MEDICINA ONLINE PEPERONCINO SPEZIE CUCINA DIETAEssendo di origini non del tutto settentrionali (eufemismo) sono letteralmente circondato da parenti ed amici che adorano il peperoncino. Tutti concordano sul fatto che esso sia un toccasana per la loro salute ed in parte non mi sento di contraddirli. In rete è pieno di articoli che parlano bene del peperoncino, qui invece, ve lo dico subito, vado – almeno in parte – in controtendenza. Il peperoncino, come vedremo nell’articolo, stando ai tanti studi pubblicati ed alle inesorabili statistiche mediche, si comporta proprio come un “condimento del diavolo”: fa insieme bene (piccole quantità e uso sporadico) e male (grandi quantità e uso quotidiano). Consumarlo spesso o in abbondanza, e senza accompagnarlo nel medesimo pasto da molti cibi protettivi come insalate crude abbondanti, frutta e perfino latte, fa solo male.

Se vi interessa in particolare il rapporto tra peperoncino e attività sessuale, leggi questo articolo: Peperoncino, sesso, testosterone e prostata: qual è il legame?

Rischio di eccessi se i piatti sono insapore

Piace a tutti, certo, insaporire con un sapore deciso un piatto evidentemente scondito. Ma perché è insapore? Questo è un altro punto da sottolineare: non si usano per ignoranza e insensibilità le tante erbe aromatiche e i tanti sapori delicati offerti dalla natura, e si preferisce coprire tutto con un solo sapore pungente, rozzo e invadente che molto spesso fotografa in modo impietoso la mancanza di gusto e raffinatezza del cuoco.  Il piccante anestetizza la lingua e il gusto.
Ormai la cucina italiana è tutta rossa-acidula di pomodoro, verde-amara di rucola e rosso-piccante di peperoncino. Un appiattimento mai verificatosi in passato. E i sapori delle pietanze, e i gusti delicati? Spariti.
Per fortuna tutti e tre questi invadenti alimenti sono antiossidanti e benefici. Il peperoncino, però, lo è solo se consumato con prudenza. Perché? Perché, anche un bambino lo capisce, è diverso dagli altri cibi con proprietà protettive e antiossidanti. Il peperoncino…

…è molto piccante!

Alla luce dell’ecologia, dell’evoluzione e anche della tossicologia e della biologia dell’uomo, il piccante ha sempre un valore negativo. In natura il sapore piccante è interpretato come un segnale di pericolo, un avvertimento della specie al predatore (e l’uomo, tanto più se vegetariano o naturista, dopo gli animali erbivori è il “predatore” per antonomasia di vegetali), proprio come gli aculei d’un istrice o le affilate unghie d’un gatto dovrebbero dissuadere i loro attaccanti carnivori. La differenza è che il piccante “avverte” in tempo il predatore: si pensi ai tanti funghi velenosi di sapore piccante. E che il peperoncino possa non solo far bene (è, tra l’altro efficace antidolorifico e mucocinetico), ma anche far male, non è frutto di chissà quali revisionismi anti-Natura di oggi: è ingenuo, sottoculturale e anti-naturista idealizzare la natura come “buona” in ogni caso, come ben sapeva il saggio Socrate mentre beveva la cicuta. Del resto la selezione dei cibi tra tutti quelli possibili, spezie comprese, è interamente opera dell’uomo.

Leggi anche: Peperoncino e capsicina contro la caduta dei capelli

Peperoncino ed ulcera gastrica, cirrosi epatica, tumori ed infiammazioni: i danni che può procurare al corpo

Un problema dibattuto è se aumenti o diminuisca il rischio ulcera gastrica, e irriti o lesioni fegato e reni. Su questo ci sono studi con esiti diversi: alcuni (Myers e coll). hanno documentato danni al DNA e sanguinamenti nello stomaco simili a quelli ottenuti con l’aspirina; altri dopo un pasto “messicano” con 30 g di peperoncino jalapeño in 12 volontari non hanno visto erosioni allo stomaco (Graham e coll.). Del resto, tutte le spezie se usate in eccesso, cronicamente e insieme tra loro (il che spesso amplifica gli effetti, positivi e negativi), danno rischi. Come la yaji, popolare salsa ricca di spezie (peperoncino, pepe nero, chiodo di garofano e zenzero) usata quotidianamente in Nigeria, che ha fatto mettere le mani nei capelli ai biopatologi nigeriani in uno studio che riporta il maggior rischio di necrosi del fegato (Nwaopara e coll.) e altri danni tra cui una potente reazione immunitaria, infiammazioni, e nei casi più gravi nefropatie, lesioni cutanee, fibrosi, cirrosi epatica (A.A. Eddy). Ma sono evidentemente, come nella dieta di alcuni strati popolari urbani in Asia e Africa, casi legati ad alimentazione carente di cibi antiossidanti, poco o nulla riferibili alla nostra alimentazione. Però denunciano quello che potrebbero fare le spezie se assunte in modo sbagliato e in diete sbagliate, come può accadere anche da noi in anziani, malati, giovani, soggetti culturalmente isolati ed emarginati. Più vicini a noi i rischi di irritazione e infiammazione nell’ultimo tratto intestinale e ancor più alle vie urinarie, e talvolta con maggior rischio di prostatite e tumore della prostata. Inoltre dopo aver ripetutamente consumato cibi ricchi di peperoncino il paziente spesso manifesta bruciore e perfino difficoltà alla minzione, o minzioni ripetute (stranguria). Il peperoncino inoltre provoca quel sintomo leggero e passeggero chiamato ialoproctite (bruciore anale). In individui e diete a rischio può provocare un aumento del rischio di tumori delle vie digerenti, specie nel caso di tumori della bocca, della gola, dell’esofago. Vale la pena abusarne? No, decisamente no: ai primi sintomi anomali, meglio smettere del tutto, e ricorrere semmai ad altre spezie. Oltretutto il peperoncino ha sapore, ma non ha odore. Che per una spezia non è il massimo.

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Peperoncino e cancro allo stomaco

Nel 2007 una ricerca sostenuta dal World Cancer Research Fund e dall’American Institute for Cancer Research riportava ciò:“14 studi caso-controllo hanno investigato il rapporto tra peperoncino e cancro allo stomaco. 9 studi hanno mostrato un aumentato rischio per i più alti consumi, comparati ai più bassi, rischio statisticamente significativo in 4 casi. In un 5.o studio il maggior rischio era significativo nei maschi ma non nelle donne, mentre in un 6.o studio era significativo solo nei non-bevitori di alcol ma non nei bevitori. Un diminuito rischio [da peperoncino] era mostrato da altri 4 studi, ma statisticamente significativo solo in 3.”

Leggi anche: La dieta per prevenire l’ernia iatale ed evitare il reflusso gastroesofageo

Il peperoncino efficace come mucinetico e antidolorifico

Il pungente peperoncino aiuta come efficace mucocinetico a eliminare il catarro bronchiale.  Per uso topico, cosparso in soluzione oleosa sulla parte dolorante, è un potente antidolorifico perché interrompe la trasmissione del dolore attraverso le fibre nervose periferiche (ma in alcuni casi agisce perfino sui neuroni centrali, ha provato la rivista Pain), attutendo o facendo cessare dolori e pruriti post-erpetici che magari duravano da anni (“fuoco di S.Antonio” o herpes zoster).
Alle volte, quando si è un po’ raffreddati e intasati, un brodo piccante con peperoncino ci fa bene. Ed ha anche una potente azione antiossidante, limitata solo dal fatto che essendo una droga piccante la si può consumare solo a grammi, non a etti! Ho letto studi che lo considerano addirittura anticancro, ma evidentemente non verso gli organi che irrita. Ha anche un curioso effetto paradosso: secondo alcuni, a dosaggi adeguati, stimolando a reagire la mucosa gastrica (reazione adattativa), in alcuni casi potrebbe aumentare perfino le difese anti-ulcera. Ma alcuni studi più recenti hanno invece evidenziato preoccupanti microlesioni a livello dello stomaco.

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Come consumare il peperoncino per evitare i danni?

Consumatelo di rado, in polvere, quindi ben amalgamato ai cibi, mai a diretto contatto con le mucose (lo stesso per l’aglio), e sempre in piccole quantità e durante pasti abbondanti, ricchi di verdura e frutta fresca, per esempio arance. Non assumetelo più di una o due volte a settimana e, ai primi sintomi come bruciore e stranguria, smettete ed eventualmente consultate un medico se i sintomi persistono.

Leggi anche: Diarrea e sindrome dell’intestino irritabile: quali alimenti evitare?

Peperoncino e cottura

Infine il problema della eventuale cottura. Può essere cotto il peperoncino? No, assolutamente: il calore distrugge parte dei suoi principi attivi. In India, dove però si abbonda in piccante e anche il peperoncino viene mescolato ad altre spezie (p.es. è nel curry), può capitare che sia cotto o più spesso (e più correttamente) aggiunto in fine cottura. La differenza è una questione di tempi e di consistenza. Si può tollerare che sia aggiunto a pezzetti in fine cottura al riso e coinvolto in un minuto di cottura, ma non quando è in polvere: va aggiunto a fuoco spento o direttamente sui piatti, a seconda dei gusti di ognuno.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Una vostra amica è troppo magra? Vi insegno a capire se soffre di anoressia

MEDICINA ONLINE ANORESSIA ANORESSICA ANOREXIA IMAGE IMMAGINI CORPO NON ESISTE PIU BULIMIA NERVOSA VOMITO OSSA DIMAGRIMENTO CIBO MANGIARE PSICHIATRIA DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTAREMi capita spesso che una persona venga da me per chiedermi una opinione, preoccupata dal fatto che una sua amica (o una conoscente, o una figlia) è vistosamente al di sotto del peso normale o allarmata nel vedere che questa è dimagrita troppo in un arco di tempo eccessivamente breve. Casi estremi come quello che vedete nella foto in alto non lasciano dubbi alla presenza della patologia, ma lo stesso non è per quei casi border, di persone abbastanza magre: soffrono o no di anoressia? E’ ovvio che non tutti quelli che dimagriscono molto o che sono al di sotto del peso normale soffrono di anoressia, tuttavia è importante ricordare che non tutte le persone sottopeso che stanno “benissimo” con un certo vestito (secondo i canoni della nostra ormai distorta società) sono sane. Insomma come fare a distinguere una persona normale o al massimo sottopeso da una persona che soffre di anoressia, in un mondo che idolatra modelle malate?

Cos’è l’anoressia?

L’anoressia (dal greco ανορεξία: anorexía composto da alfa privativo e órexis: ‘appetito’ quindi senza appetito) è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal rifiuto del cibo, che nasce per la paura morbosa di ingrassare. La caparbia volontà di mantenersi sotto un peso normale, comunque percepito come eccessivo dall’anoressico, conduce allo sviluppo di una repulsione ossessiva nei confronti del cibo che dilaga fino a scatenare i sintomi fisici dell’anoressia conclamata: peso corporeo sotto i limiti di normalità (inferiore all’85% del peso ideale, indice di massa corporea anche detto BMI inferiore a 1,75 kg/m2), magrezza francamente patologica, bassa temperatura corporea, bradicardia, fragilità di unghie e capelli, osteopenia, alopecia, riduzione del volume del seno, ipotensione, pelle secca, aspetto debilitato/cachettico, ritardi mestruali e amenorrea (ritardo di almeno tre cicli mestruali consecutivi).

Nell’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) in realtà è stata rimossa la presenza di amenorrea per tre cicli consecutivi, dal momento che non era applicabile ai maschi, alle femmine in età prepuberale o che assumessero pillole anticoncezionali o, più in generale, in donne che comunque fossero affette da anoressia pur in presenza di una minima attività mestruale; tuttavia tale criterio risulta tuttora utile ai fini di una diagnosi rapida.

Nel caso l’anoressia si accompagni a saltuarie abbuffate seguite da condotte di eliminazione (anoressia nervosa di tipo bulimico), si registra una tipica erosione dentale dovuta agli episodi ripetuti di vomito autoindotto, spesso con ipertrofia delle ghiandole salivari.

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Alcuni dei sintomi dell’anoressia sinora elencati riguardano esclusivamente il sesso femminile, nel quale la frequenza della malattia è da 20 a 25 volte superiore rispetto alla popolazione maschile, in alcune popolazioni il rapporto uomo donna è ancora più a favore di quest’ultima. Nell’uomo anoressico si può apprezzare un importante calo della libido e dell’attività eiaculatoria. Alcuni autori associano l’anoressia maschile al termine vigoressia.

Cosa ci dicono le analisi del sangue?

In presenza di anoressia, le analisi del sangue possono rilevare alterazioni endocrine con valori di ormoni tiroidei, leptina e gonadotropine prossimi ai limiti inferiori di normalità o al di sotto di essi. Si può registrare anemia, leucopenia con linfocitopenia, ipokaliemia, ipocalcemia, ipomagnesemia ed ipofosforemia, alcalosi metabolica ed ipoglicemia. Il metabolismo basale appare decisamente inferiore rispetto alla norma.

Come riconoscere quando una persona soffre di anoressia?

riconoscere anoressia

L’esordio dell’anoressia è piuttosto sfumato sul piano sintomatologico e difficilmente riconoscibile anche dai familiari. Un basso peso corporeo, anche se non ancora patologico, associato alla colorazione giallo-arancio del palmo delle mani e della pianta dei piedi, può essere uno dei pochi sintomi fisici associati all’anoressia nervosa negli stadi precoci. Questo sintomo potrebbe infatti derivare dall’abitudine di mangiare quasi esclusivamente vegetali, molti dei quali ricchi di carotenoidi, che si accumulano nella cute determinando la carotenodermia. La condizione non va confusa con l’ittero, nella quale la magrezza è causata da disordini epatici e la colorazione giallastra si estende anche alle sclere oculari. Nelle fasi di esordio dell’anoressia nervosa sono soprattutto alcuni sintomi di carattere psicologico, tradotti in azioni e stati d’animo peculiari, a far sospettare la malattia. Non tutti sono ovviamente presenti contemporaneamente:

  1. paura morbosa ed immotivata di aumentare di peso;
  2. rifiuto ossessivo del cibo o di alcuni tipi di alimenti, specie di quelli con elevato contenuto calorico;
  3. alterata percezione corporea: si tende a vedersi grassi nonostante l’ago della bilancia segnali un peso corporeo normale, inferiore alla norma o decisamente sottopeso;
  4. ansia nell’osservare il proprio corpo allo specchio per la paura di vedersi ingrassati;
  5. eccessivo esercizio fisico nel tentativo disperato di bruciare più calorie
  6. iperattività ed ansia;
  7. tendenza a nascondere o a non ammettere di avere un problema con il cibo: si mente sulla quantità di alimenti consumata (arrivando a lasciare finte prove per dimostrare ai propri genitori di mangiare più di quanto si faccia realmente) e si banalizzano o nascondono i sintomi ed i disturbi fisici derivanti dall’anoressia;
  8. sensazione di disagio quando ci si trova a mangiare in pubblico od in compagnia di altre persone;
  9. abuso di tisane, integratori/farmaci anoressizzanti, lassativi, diuretici e farmaci che intervengono sulla tiroide per aumentare il metabolismo;
  10. pratiche inconsulte per consumare più calorie, ad esempio eseguire docce o bagni con acqua fredda, esercizi fisici sfrenati ad orari o in luoghi inusuali, pratica di attività motoria nonostante le precarie condizioni fisiche;
  11. consumo di acqua in quantità eccessive per stimolare il senso di sazietà;
  12. tentativo di sembrare più magra scegliendo abiti neri, con righe verticali o tagliandosi i capelli;
  13. tentativo di nascondere l’eccessiva magrezza a famigliari ed amici usando abiti larghi;
  14. comportamento compulsivo ritualistico riguardo al cibo (tagliare le pietanze in pezzi piccolissimi e rigirarli nel piatto prima di mangiarli, cucinare piatti elaborati per i familiari senza assaggiare quanto preparato, raccogliere e catalogare le ricette);
  15. sensazione di non essere capiti da nessuno, se non da altri che condividono la “voglia di dimagrire”;
  16. sintomi depressivi e, in alcuni soggetti, pensieri suicidari.

In caso di uso frequente di condotte di eliminazione, il paziente presenta spesso il segno di Russell; per approfondire: Segno di Russell in anoressia e bulimia: cause ed interpretazione

Cosa fare nel dubbio?

Se riscontrate almeno la metà questi sintomi in qualcuno che vi è vicino dovreste subito iniziare ad indagare più a fondo sulle abitudini della persona in questione, fecendo intervenire i familiari ed eventualmente cercando di convincere la persona a farsi una visita di controllo dal medico.

Secondo la mia esperienza il paziente con anoressia è un paziente molto fragile ma che rimane saldo sulle sue convinzioni di NON avere un problema, quindi difficilmente si recherà da medico in modo autonomo. Nel dubbio, se volete portarlo da un medico per fare diagnosi esatta di anoressia, ditegli che lo state portando ad una visita di controllo generica perché, se il paziente anoressico intuisce che lo state portando ad una visita che riguarda il suo rapporto col cibo, allora si “chiuderà a riccio” e non riuscirete a portarcelo.

Se voi stessi vi siete ritrovati in almeno 6 di questi punti, dovete cercare assolutamente di superare la vostra convinzione di sottostimare quelli che potrebbero essere i primi sintomi di una malattia del comportamento alimentare: potrebbe salvarvi la vita.

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Alcol, testosterone e sessualità: bere troppo può portare a disfunzione erettile

alcol impotenza 2L’alcol è un afrodisiaco?
Molto spesso, dopo aver bevuto una bevanda alcolica, gli uomini (ma anche le donne) sentono un desiderio crescente, insieme ad un’aumentata capacità di soddisfare la propria partner.
Il fatto è che, a volte, piccole dosi di alcol possono avere un effetto disinibente e migliorare le prestazioni sessuali, ma in realtà l’alcol, se viene assunto per lunghi periodi ed in quantità elevate, cronicamente diminuisce il livello di testosterone nel sangue provocando riduzione del desiderio sessuale, difficoltà di erezione, disfunzione erettile (impotenza), calo nella libido, anorgasmia e frigidità, quindi in generale un’inibizione della funzione sessuale.

Poco alcol disinibisce

L’alcol (vino, birra, cocktail, superalcolici…) è un’arma a doppio taglio: dal punto di vista neurochimico l’alcol riduce temporaneamente il controllo che il lobo frontale esercita sui nostri comportamenti istintivi, tra cui quelli sessuali. Questa parte del cervello è fondamentale perché lì “abita”, il controllore dei nostri comportamenti, colui che ci blocca quando vorremmo fare qualcosa che non è d’accordo con la nostra educazione, la nostra cultura, le nostre leggi. L’alcol è come se narcotizzasse lievemente questo censore interno, ed ecco che il comportamento diventa più disinibito: a piccole dosi, l’alcol è considerato un “facilitatore” sociale. Proprio perché, disinibendoci un po’, aumenta la capacità di interagire con il partner, ci rende meno (auto)critici e meno severi, più allegri e più divertenti con tutti. Il problema si presenta quando la quantità di alcol aumenta e tale abuso viene portato avanti per lunghi periodi: in questo caso, infatti, non solo sul momento mettiamo più facilmente in atto comportamenti pericolosi o addirittura antisociali (guida in stato di ebrezza, risse, violenze…), ma anche il nostro desiderio sessuale sul lungo periodo viene frenato e viene inibita la produzione di testosterone, riducendo la funzione sessuale globale. Ciò vale sia per l’uomo che per la donna).

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In che modo l’alcol riduce la funzione sessuale?

Il comando per produrre testosterone è impartito da una ghiandola situata alla base del cervello, detta ipofisi, che utilizza due “aiutanti” per trasmettere gli ordini: l’FSH (ormone follicolo stimolante) e l’LH (ormone luteinizzante). Quando il loro messaggio stimolatorio giunge ai testicoli, dove viene prodotto il testosterone.
L’alcol agisce sia sui testicoli, interagendo negativamente con le Cellule di Leydig; sia a livello dell’ipofisi, inibendo la capacità di produrre l’ormone LH. A livello testicolare, l’alcol interagisce con la membrana esterna delle cellule, ricca di acidi grassi; l’alcol ossida questi grassi, causando la rottura della membrana, e la conseguente morte cellulare; senza cellule di Leydig, il testosterone non può più essere prodotto.
Ma l’alcol agisce anche in un secondo modo: i ricercatori hanno dimostrato che esso inibisce la funzione della proteina Chinasi C, fondamentale per la produzione di LH; l’alcol, inoltre, può legarsi anche con le stesse molecole di LH, riducendo la loro capacità di stimolare la produzione di testosterone.

Leggi anche: Dipendenza da alcol: come fare per smettere di bere alcolici e superalcolici

Meno drink, più ormoni

Non c’è da stupirsi, dunque, dei risultati ottenuti al termine di uno studio condotto nel 2006 dal dott. Marc Walter, che ha dimostrato come il livello di testosterone presente nel sangue di alcuni pazienti in fase di disintossicazione da alcol cresca man mano che aumenta il periodo di astensione dalle bevande alcoliche. In un altro studio, condotto con dose giornaliera di alcol calibrata per il peso (3 grammi di alcol per chilo) è stato osservato un calo del livello di testosterone nel sangue nel giro di pochi giorni. L’assunzione continua di alcol, dunque, causa un’interruzione della produzione di testosterone, riducendo il desiderio sessuale e aumentando, contemporaneamente, il rischio di infertilità e di ipogonadismo. Sia l’esposizione acuta che cronica all’alcol provoca impotenza nell’uomo. Circa il 50% degli etilisti cronici di sesso maschile hanno disfunzione erettile e mostrano segni di femminilizzazione testicolare e ginecomastia (formazione di seno negli uomini).

E se al bere associate il fumo di sigaretta la situazione peggiora! seguite il link.

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Reflusso gastroesofageo: dieta, stress, alcolici, latte e notte

MEDICINA ONLINE DIETA FIBRA FRUTTA VERDURA GRASSI ZUCCHERI PROTEINE MACEDONIA FRAGOLE MANGIARE CIBO COLAZIONE MERENDA PRANZO DIMAGRIRE RICETTA PESO MASSA BILANCIA COLON INTESTINO DIGESTIONE STOMACO CALORIE PROPRIETA CARBOIl reflusso gastroesofageo è un disturbo molto diffuso caratterizzato da sintomi come il bruciore di stomaco, l’acidità ed il rigurgito. E’ causato, fondamentalmente, da una risalita involontaria del contenuto gastrico lungo l’esofago. Se tale risalita è particolarmente intensa e frequente si può parlare a tutti gli effetti di malattia da reflusso gastroesofageo.

Soprattutto nelle forme più lievi questa patologia viene spesso curata con un po’ di leggerezza dato che tra i pazienti è molto diffuso il ricorso all’automedicazione. Sia per chi decide di affrontarla con mezzi propri, sia per chi si rivolge ad un medico, la cura del reflusso gastroesofageo non può prescindere dall’adozione di una dieta e di uno stile di vita corretti.

Continua la lettura con: https://www.my-personaltrainer.it/dieta/dieta-reflussogastroesofageo.html

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Reflusso gastroesofageo: sintomi, diagnosi e cura

MEDICINA ONLINE NAUSEA MAL DI PANCIA REFLUSSO GE ESOFAGO STOMACO DUODENO INTESTINO TENUE DIGIUNO ILEO APPARATO DIGERENTE CIBO TUMORE CANCRO POLIPO ULCERA DIVERTICOLO CRASSO FECI VOMITO SLa malattia da reflusso gastroesofageo, sigla MRGE (in inglese GERD, Gastro-Esophageal Reflux Disease o GORD, Gastro-Oesophageal Reflux disease), è una malattia di interesse gastroenterologico, causata da complicanze patologiche del reflusso gastroesofageo: si parla di “malattia” (MRGE) quando il reflusso causa sintomi (pirosi, rigurgito) o quando, con la gastroscopia, si evidenziano lesioni infiammatorie a carico dell’esofago (esofagite), o ulcere, o trasformazione metaplastica della mucosa (esofago di Barrett). La malattia presenta tendenza alle recidive.

Diffusione

In Europa la malattia è frequente nel 20% della popolazione, mentre nei Paesi asiatici è più contenuta.

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Cause

La malattia da reflusso gastroesofageo è spesso causata dal reflusso nell’esofago del contenuto dello stomaco e dei gas prodotti a livello intestinale che generano un reflusso duodeno-gastroesofageo. L’acido cloridrico e la bile che vengono a contatto in questo modo con la mucosa dell’esofago ne provocano l’infiammazione (esofagite) con possibile insorgenza di sintomi caratteristici, come la pirosi. Anche se occasionali piccoli reflussi sono considerati fisiologici, in alcuni casi la frequenza e l’intensità dei reflussi può assumere valenza patologica. Col tempo l’infiammazione può evolvere in danni al tessuto dell’esofago, sotto forma di erosioni e piccole ulcere. Altre cause del reflusso sono una diminuzione del tono del cardias (lo sfintere esofageo inferiore – SEI/LES), cioè la valvola che separa l’esofago dallo stomaco, in seguito all’assunzione di sostanze diverse, come cibi grassi, nicotina, caffeina, agrumi, alcolici ed anche alcuni tipi di farmaci; in casi più rari è dovuta al prolungato ristagno del bolo nello stomaco (si può ipotizzare una stenosi o pseudo-occlusione ileare o del tenue), per via di discinesie (disturbi motori) che rallentano il normale svuotamento dello stesso; altre volte la causa è da ricercare nell’assunzione di pasti troppo abbondanti; infine sono predisponenti tutte quelle condizioni che determinano un aumento della pressione gastrica, come l’obesità e la gravidanza. Per quanto sia stata lungamente studiata una possibile associazione tra l’infezione da Helicobacter pylori e la MRGE, essa non è mai stata accertata da studi epidemiologici, né è stato individuato un possibile meccanismo patogenetico con il quale il batterio provocherebbe la malattia. In taluni casi, addirittura, si è notata un’incidenza negativa legata all’eradicazione dell’H. pylori e l’eradicazione stessa parrebbe risultare inefficace per la prevenzione delle recidive.

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Sintomi e segni

I sintomi associati al reflusso si distinguono in esofagei ed extraesofagei. Non sempre la presenza dei sintomi è associata ad evidenza di esofagite mediante esami endoscopici e pH-metria. Tuttavia è proprio grazie a quest’ultimo esame che si è potuto associare alla MRGE anche sintomi extraesofagei. Alcuni di questi sintomi sono comuni anche a infezioni intestinali o a parassitosi.

Sintomi esofagei

I sintomi esofagei si suddividono in tipici e atipici. Fra i primi, sono particolarmente frequenti la pirosi (sensazione di bruciore retrosternale, talora irradiata al collo oppure posteriormente, tra le scapole) e il rigurgito (risalita non forzata del contenuto gastrico fino al cavo orale). Tra i sintomi atipici, si ricordano la disfagia (sensazione di difficoltà nella deglutizione, spesso legata ad alterazioni motorie correlate al reflusso), l’odinofagia (dolore legato alla deglutizione) ed il dolore toracico simil-anginoso (dolore retrosternale irradiato al mento, alla mandibola, alle braccia e tra scapole), che può indurre erroneamente a sospettare un infarto del miocardio.

Sintomi extraesofagei

  • Bronco-polmonari: tosse stizzosa o cronica, difficoltà respiratoria o asma, polmonite ab ingestis, ipersecrezione catarrale (aumentata produzione di muco, visibile sul piano glottico), emoftoe, apnee notturne, bronchiectasia
  • Oro-faringei: faringite (con o senza mal di gola), scialorrea, disfonia, raucedine, sensazione di nodo in gola (bolo faringeo), alitosi, prolasso dei tessuti molli (velopendulo), patina bianca sulla tonsilla linguare e raclage (sensazione di dover raschiare continuamente la gola per una forte presenza di muco che in realtà si rivela essere scarso e di difficile estrazione), vellicchio faringeo, disfagia orofaringea, rinite e peggioramento di sinusite.
  • Laringei: laringite cronica, laringite posteriore, ulcere e granulomi delle corde vocali

Diagnosi

La diagnosi di reflusso gastroesofageo patologico si effettua con la ph-impedenziometria o ph-metria esofagea delle 24 ore che consente di differenziare i reflussi fisiologici da quelli patologici. In alcuni casi, anche reflussi “fisiologici” possono provocare sintomi (“esofago irritabile o ipersensibile”). Per una diagnosi più coerente e certificabile soprattutto in casi di reflusso atipico, alcuni centri mettono a disposizione la Ph-metria con impedenziometria multicanale intraluminale, che permette di valutare se il refluito giunge fino in gola, in che entità ed in quale forma (liquido, gassoso o biliare). Nel caso in cui si rilevino solo reflussi gastro-esofagei (solitamente si verificano entro i 120 minuti dal pasto), la manometria gastro-esofagea può definire la tonia del cardias. Altri modi di indagine comprendono i test provocativi, il test di Bernstein, esami di radiologia, scintigrafia, istologia, endoscopia e manometria. È utile inoltre ricercare la presenza dell’Helicobacter pylori a livello gastrico, per stabilire la condotta terapeutica più adeguata.

Quali sono le possibili complicanze e qual è il rischio di tumore all’esofago?

Nei pazienti con reflusso gastroesofageo cronico, vi è un aumento del rischio di sviluppare tumore dell’esofago; per approfondire leggi questo articolo: Esofago di Barrett, tumore e reflusso gastroesofageo

Cura e trattamento

La cura della malattia da reflusso si basa su correzione dello stile di vita, sulla terapia famacologica e/o sulla terapia chirurgica. Per approfondire leggi questo articolo: Reflusso gastroesofageo: terapia farmacologica e chirurgica

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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