Allucinazioni lillipuziane e Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie

MEDICINA ONLINE Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie Alice-in-wonderland-disney CARTONE FILM CINEMA.jpg

Alice dopo aver mangiato il fungo… allucinogeno!

La “Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie” è una particolarissima sindrome di interesse neurologico e psichiatrico, in cui viene alterata la percezione dello spazio e del tempo, facendo vedere – a chi ne soffre – gli oggetti molto più grandi o molto più piccoli di quanto siano in realtà. Inoltre queste persone trovano difficoltoso giudicare il tempo che scorre, dal punto di vista quantitativo. Il disturbo può essere temporaneo, quando è associato con l’emicrania, crisi epilettica, tumori cerebrali e l’uso di droghe psicoattive, oppure permanente in seguito a lesioni cerebrali di vario tipo.

Le allucinazioni lillipuziane

Un sintomo prominente, e spesso fastidioso, della sindrome è quello dell’alterazione dell’immagine del proprio corpo: il malato può infatti confondere la dimensione e la forma di parti (o di tutte le parti) del corpo. La sindrome comporta distorsioni percettive anche della dimensione degli oggetti. Le allucinazioni caratterizzanti la sindrome sono chiamate spesso “allucinazioni lillipuziane“, questo perché gli oggetti possono apparire molto più grandi o – più frequentemente – molto più piccoli di quello che in realtà sono. I pazienti possono presentare sia micropsia che macropsia. La micropsia è una condizione caratterizzata dalla visione distorta di oggetti, che appaiono più piccoli di quanto in realtà sono. Nella macropsia, invece, il paziente vede tutto più grande di quanto non lo sia in realtà. Anche le reali distanze, tra soggetto e oggetti, vengono percepite in modo errato; per esempio un corridoio può sembrare di ampiezza smisurata o il terreno apparire troppo vicino.

Leggi anche:

Credersi in movimento da fermi

Il paziente può presentare un senso del tempo e dello spazio distorto, per cui il tempo sembrerà scorrere molto lentamente, in modo simile ad un trip da sostanze allucinogene. La perdita temporanea di tali sensi causa una distorsione nella percezione della velocità. Questo può portare il paziente a credersi in movimento, anche quando non lo è. Altri sintomi minori e meno comuni possono essere: mancanza di coordinamento, difficoltà nel muovere gli arti, perdita di memoria a lungo termine e una sensazione persistente di essere ascoltato, osservato o toccato. La sindrome è talvolta chiamata “Sindrome di Todd“, in riferimento ad un’influente descrizione della condizione nel 1955 da parte dello psichiatra inglese John Todd nella prima metà del ‘900. Todd aveva infatti scoperto che molti dei suoi pazienti, che soffrivano di gravi attacchi di emicrania, vedevano e percepivano gli oggetti in modo sproporzionato, soprattutto dopo un’intensa aura encefalica.

Il romanzo

Spesso questo delirio può essere causato da emicrania, della quale Lewis Carroll (l’autore del famoso “Alice nel Paese delle Meraviglie”, di cui il 14 gennaio ricorrevano i 150 anni dalla morte) soffriva e che probabilmente ha ispirato la scrittura del racconto. Inoltre nel romanzo di Lewis, colpisce il fatto che la protagonista Alice presenti tutti i sintomi della sindrome in questione dopo l’ingestione di muscimolo, un alcaloide psicoattivo contenuto dall’amanita muscaria e dall’amanita pantherina (nel romanzo descritto come un “fungo rosso e bianco”).

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Disturbi bipolari e sindrome maniaco depressiva: cause, sintomi, diagnosi, farmaci, psicoterapia

MEDICINA ONLINE DISTURBO DIPOLARE DISORDINE SINDROME MANIACO DEPRESSIVA DI PERSONALITA MULTIPLA DEPRESSIONE DISSOCIATIVO IDENTITA PSICHIATRIA CARATTERE TWO FACE FACCIA PAZZIA MAD PSICOLOGIA NARCISO IPOCRITA FALSO BUGIA.jpgI disturbi bipolari (in passato chiamati sindrome maniaco-depressiva) sono un gruppo di patologie psichiatriche caratterizzate dal comprende i due estremi dei disturbi dell’umore che si alternano: la depressione e la mania (o a una forma meno grave detta ipomania). Colpiscono, con diversa intensità, circa il 4% della popolazione. I disturbi bipolari interessano allo stesso modo sia gli uomini che le donne, specie adulti, mentre sono rari nei bambini. I principali disturbi bipolari sono:

  • Disturbo bipolare I: il soggetto ha avuto almeno un episodio maniacale completo (tale da inibirgli la normalità funzionale o che abbia incluso allucinazioni) e solitamente episodi depressivi.

  • Disturbo bipolare II: il soggetto ha presentato episodi depressivi maggiori, almeno un episodio maniacale grave (ipomania), ma nessun episodio maniacale completo.

Tuttavia, alcuni soggetti hanno episodi che ricordano il disturbo bipolare ma non rispondono ai criteri specifici previsti per il disturbo bipolare I o II. Tali episodi vengono classificati come disturbo bipolare non specificato o disturbo ciclotimico.

Cause

La causa esatta del disturbo bipolare non è nota. Si ritiene che l’ereditarietà sia coinvolta nello sviluppo del disturbo bipolare. Inoltre, determinate sostanze prodotte dall’organismo, come i neurotrasmettitori noradrenalina o serotonina, potrebbero non essere regolate normalmente (i neurotrasmettitori sono sostanze che le cellule nervose utilizzano per comunicare). Il disturbo bipolare talvolta insorge dopo un evento stressante, oppure un tale evento può scatenare un altro episodio. Tuttavia, non è stata dimostrata alcuna relazione di causalità. I sintomi del disturbo bipolare, la depressione e la mania, possono verificarsi in alcune patologie, come in presenza di livelli elevati di ormoni tiroidei (ipertiroidismo). Inoltre, gli episodi possono essere scatenati da varie sostanze, come cocaina ed anfetamine.

Leggi anche: Disturbo di personalità multipla: sintomi, terapie e film in cui è presente

Sintomi

Nel disturbo bipolare, gli episodi sintomatici si alternano a periodi praticamente privi di sintomi (remissioni). Gli episodi possono durare da poche settimane a 3-6 mesi. I cicli (dalla data di insorgenza di un episodio alla data di quello successivo) hanno durata variabile. Alcuni soggetti presentano episodi infrequenti, magari solo due nell’arco della vita, mentre altri accusano oltre quattro episodi l’anno (disturbo bipolare a cicli rapidi). Nonostante questa grande variabilità, la durata del ciclo per ciascuna persona è relativamente regolare. Gli episodi consistono di depressione, mania o mania meno grave (ipomania). Solo una minoranza dei soggetti alterna episodi di mania e depressione in ciascun ciclo. Nella maggior parte dei casi, uno dei due episodi è parzialmente predominante.

Depressione

La depressione nel disturbo bipolare assomiglia alla depressione unipolare. Il soggetto si sente eccessivamente triste e perde interesse nelle proprie attività, pensa e agisce lentamente, può dormire più del solito, l’appetito e il peso possono aumentare o diminuire, e può essere sopraffatto dal senso di inutilità e di colpa. Potrebbe non essere in grado di concentrarsi o prendere decisioni. I sintomi psicotici (come allucinazioni e fissazioni) sono più comuni nella depressione che accompagna il disturbo bipolare che nella depressione unipolare.

Mania

Gli episodi maniacali terminano più bruscamente rispetto a quelli di depressione e sono solitamente più brevi, della durata di una settimana o poco più. Il soggetto si sente esuberante, energetico, esaltato o irritabile, e può anche sentirsi troppo sicuro di sé, agire o vestirsi in modo stravagante, dormire poco e parlare più del solito. I suoi pensieri si accavallano rapidamente. Il soggetto è facilmente distratto e passa continuamente da un argomento a un altro o da un’occupazione a un’altra; si dedica a un’attività dopo l’altra (impegni di lavoro, scommesse o comportamenti sessuali pericolosi), senza pensare alle conseguenze (come perdita di denaro o lesioni). Tuttavia, il soggetto spesso tende a credere di essere nel migliore stato mentale possibile e manca della capacità di comprendere la propria condizione. Tale mancanza, insieme alla grande capacità di agire può renderlo impaziente, invadente, sfacciato e aggressivamente irritabile quando infastidito. Ciò porta a problemi nelle relazioni sociali e a una sensazione di ingiustizia o di persecuzione. Alcuni soggetti hanno allucinazioni, ossia vedono o sentono cose che non ci sono.

Leggi anche:

Psicosi maniacale

La psicosi maniacale è una forma estrema di mania. Il soggetto presenta sintomi psicotici che assomigliano alla schizofrenia. Può avere manie di grandezza estreme, come credere di essere Gesù. Altri possono sentirsi perseguitati, come essere ricercati dall’FBI. Il livello di attività aumenta notevolmente; il soggetto può correre ovunque gridando, bestemmiando o cantando. L’attività psico-fisica può essere talmente alterata che vi è una completa perdita di ideazione coerente e comportamento adeguato (mania delirante), che provoca un estremo esaurimento. Un soggetto così colpito richiede un trattamento immediato.

Ipomania

L’ipomania non è grave quanto la mania. Il soggetto si sente allegro, necessita di poco sonno ed è mentalmente e fisicamente attivo. Per alcuni soggetti, l’ipomania è uno stato produttivo. Ci si sente pieni di energia, creativi e fiduciosi, spesso si hanno riscontri positivi nelle situazioni sociali e non si desidera necessariamente abbandonare questa condizione appagante. Altri soggetti affetti da ipomania, comunque, si distraggono e si irritano con facilità, talvolta con scatti d’ira. Il soggetto spesso prende impegni che non può mantenere o inizia progetti che poi non porta a termine e cambia rapidamente umore; può riconoscere queste reazioni ed esserne turbato, proprio come le persone che gli stanno intorno.

Episodi misti

Quando la depressione e la mania o l’ipomania si verificano in un unico episodio, il soggetto può improvvisamente mettersi a piangere nel corso di un momento di esaltazione oppure i suoi pensieri possono iniziare a galoppare durante la depressione. Spesso, il soggetto va a letto depresso e si sveglia di primo mattino sentendosi esaltato ed energico. Il rischio di suicidio negli episodi misti è particolarmente elevato.

Diagnosi

La diagnosi si basa sul quadro caratteristico della sintomatologia. Tuttavia, il soggetto affetto da mania può non riferire correttamente i propri sintomi perché ritiene di non avere problemi. Per tale motivo, il medico spesso deve ottenere informazioni dai famigliari. Il soggetto e i suoi famigliari possono utilizzare un breve questionario che li aiuti a valutare i rischi di disturbo bipolare. Inoltre, il medico chiede al soggetto se ha pensieri suicidi, esamina i farmaci assunti per controllare se uno di essi possa contribuire ai sintomi e controlla se vi siano segni di altre patologie in grado di sostenere la sintomatologia. Ad esempio, può richiedere esami del sangue per controllare la presenza di ipertiroidismo ed esami delle urine per verificare l’abuso di droghe. Il medico determina se il soggetto presenta episodi maniacali o depressivi in modo tale da somministrare il trattamento corretto.

Trattamento

Per la mania o la depressione grave, spesso è necessario il ricovero. Nelle forme maniacali meno gravi, il ricovero può rendersi necessario nei periodi di iperattività, per proteggere il soggetto e i suoi famigliari da attività finanziarie e comportamenti sessuali pericolosi. La maggior parte dei soggetti affetti da ipomania può essere trattata senza ricovero. I soggetti che presentano cicli rapidi sono più difficili da trattare. Senza trattamento, il disturbo bipolare si ripresenta in quasi tutti i soggetti.

Il trattamento può comprendere:

  • tototerapia, che può essere utile nel trattamento del disturbo bipolare stagionale;
  • farmaci per la stabilizzazione (stabilizzatori dell’umore), come il litio e alcuni anticonvulsivanti (farmaci solitamente usati per il trattamento delle crisi epilettiche);
  • farmaci antipsicotici;
  • farmaci antidepressivi;
  • psicoterapia;
  • terapia elettroconvulsivante, talvolta usata quando gli altri sistemi non hanno funzionato.

Leggi anche:

Litio

Il litio può ridurre i sintomi maniacali e depressivi e in molti soggetti aiuta a evitare i cambiamenti d’umore. Poiché il litio richiede dai 4 ai 10 giorni per avere effetto, per controllare l’ideazione e l’attività frenetiche spesso si somministra un farmaco che agisce più rapidamente, come un anticonvulsivante o un farmaco antipsicotico più recente (di seconda generazione). Il litio può avere effetti collaterali, può causare sonnolenza, spasmi involontari (tremori), spasmi muscolari, nausea, vomito, diarrea, sete, diuresi eccessiva e aumento ponderale. Spesso l’acne o la psoriasi del soggetto peggiorano. Tuttavia, questi effetti collaterali sono di solito temporanei e il medico può ridurli o mitigarli aggiustando il dosaggio. Talvolta, l’assunzione di litio va sospesa a causa degli effetti collaterali, che scompaiono dopo la sospensione. Il medico controlla il livello di litio nel sangue con regolari esami del sangue, perché se i livelli sono troppo elevati è più probabile che insorgano effetti collaterali. L’uso a lungo termine del litio può abbassare i livelli dell’ormone tiroideo (ipotiroidismo) e, raramente, compromettere la funzione renale. Per tale motivo, devono venire effettuati regolarmente esami del sangue per monitorare la funzionalità tiroidea e renale.

La tossicità da litio si manifesta quando il tasso di litio nel sangue è estremamente elevato. Può causare cefalea persistente, confusione mentale, sonnolenza, convulsioni e anomalie del ritmo cardiaco. Gli effetti collaterali sono più frequenti negli anziani e nelle persone che presentano una disfunzione renale.

Le donne che desiderano una gravidanza devono sospendere l’assunzione di litio perché, in rari casi, può provocare malformazioni cardiache nel feto.

Anticonvulsivanti

Gli anticonvulsivanti valproato e carbamazepina possono essere usati per trattare la mania quando si presenta per la prima volta o per trattare sia la mania sia la depressione quando insorgono contemporaneamente (episodio misto). A differenza del litio, questi farmaci non danneggiano i reni, tuttavia la carbamazepina può provocare una notevole riduzione della conta eritrocitaria e leucocitaria. Sebbene sia raro, il valproato può danneggiare il fegato (principalmente nei bambini) oppure danneggiare gravemente il pancreas. Con un attento monitoraggio medico, questi problemi possono essere rilevati in tempo. Il valproato non è consigliato nelle donne con disturbo bipolare in stato di gravidanza o di allattamento al seno, poiché pare che aumenti i rischi di difetti genetici al cervello o al midollo spinale (difetti del tubo neurale) e di autismo nel feto. Il valproato e la carbamazepina possono essere utili, specialmente se il soggetto non ha risposto ad altri trattamenti.

Talvolta, la lamotrigina viene usata per controllare gli sbalzi di umore, specialmente durante gli episodi di depressione. La lamotrigina può provocare una grave eruzione cutanea. Raramente, l’eruzione cutanea si evolve nella sindrome di Stevens-Johnson, che è potenzialmente fatale. Assumendo lamotrigina, il soggetto deve controllare l’eventuale insorgenza di nuove eruzioni cutanee (in particolare nella zona intorno all’ano e ai genitali), febbre, ingrossamento ghiandolare, afte in bocca o sugli occhi, e gonfiore delle labbra o della lingua, riferendo tutto al medico. Per ridurre i rischi di sviluppare questi sintomi, il medico deve seguire scrupolosamente lo schema consigliato per l’aumento della dose. L’assunzione del farmaco inizia con un dosaggio relativamente basso, che viene lentamente aumentato (nel corso di qualche settimana) fino alla dose di mantenimento consigliata. In caso di sospensione della dose per almeno 3 giorni, lo schema di incremento graduale deve essere ricominciato.

Antipsicotici

Gli episodi maniacali sono sempre più trattati con gli antipsicotici di seconda generazione, perché agiscono rapidamente e il rischio di effetti collaterali gravi è inferiore rispetto a quello di altri farmaci usati per trattare il disturbo bipolare. Tra questi farmaci ci sono aripiprazolo, lurasidone, olanzapina, quetiapina, risperidone e ziprasidone.

Per la depressione bipolare, determinati antipsicotici potrebbero essere la scelta migliore. Alcuni di essi vengono somministrati con un antidepressivo.

Gli effetti a lungo termine degli antipsicotici comprendono l’aumento ponderale e la sindrome metabolica. La sindrome metabolica è un eccesso di grasso nell’addome con ridotta sensibilità agli effetti dell’insulina (resistenza all’insulina), iperglicemia, livelli di colesterolo anomali e ipertensione arteriosa. Il rischio di tale sindrome può essere minore con l’aripiprazolo e lo ziprasidone.

Antidepressivi

Alcuni antidepressivi vengono talvolta usati per il trattamento della depressione grave in soggetti affetti da disturbo bipolare, ma la questione è controversa. Pertanto questi farmaci vengono usati solo per brevi periodi e generalmente sono somministrati in associazione a un farmaco stabilizzatore dell’umore, ad esempio un antipsicotico.

Psicoterapia

La psicoterapia viene spesso consigliata ai soggetti in terapia con farmaci stabilizzatori dell’umore, soprattutto per aiutarli a seguire il trattamento come indicato.

La terapia di gruppo spesso aiuta i soggetti e i/le loro partner o i famigliari a comprendere il disturbo bipolare e i suoi effetti.

La psicoterapia individuale può aiutare il soggetto a comprendere come convivere al meglio con i problemi della vita di tutti i giorni.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Quello che pubblichi sui social indica se sei maniaco depressivo

MEDICINA ONLINE CELLULARE COLAZIONE SMARTPHONE APP WHATSAPP APPLICAZIONE PROGRAMMA TELEFONARE TELEFONO TELEFONINO PHONE CALL MARMELLATA MANGIARE DONNA MATTINA BREKFAST WALLPAPER PIC HI RIl disturbo bipolare, patologia in cui si alternano episodi di euforia a momenti di grande depressione, può essere “diagnosticato” precocemente analizzando i post che una persona pubblica su Twitter, almeno secondo quanto afferma uno studio della National Tsing Hua University di Taiwan pubblicato sul sito di divulgazione scientifica arXiv, nel quale si spiega che, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, si possono vedere i segni della malattia anni prima della diagnosi.

Logorroici, insonni e lunatici

L’inizio del disturbo bipolare, sottolineano gli autori, è caratterizzato da sintomi come l’eccessiva loquacità, i problemi del sonno e i rapidi cambiamenti dell’umore, e molti pazienti condividono sui social la loro condizione, compresa la diagnosi.
Per verificare se era possibile cogliere i segni premonitori i ricercatori hanno analizzato 10mila tweet dal 2006 al 2016 di più di 400 persone che avevano avuto una diagnosi di disturbo bipolare, confrontandoli con altri 400 presi a caso e usati come gruppo di controllo.

Fornire informazioni sui social

Il team ha analizzato il contenuto, la frequenza e l’orario dei post, studiando anche la variazione delle caratteristiche nel tempo, ‘insegnando’ infine ad un algoritmo ad effettuare l’analisi e a distinguere tra persone con i sintomi e individui sani. Il metodo, concludono gli autori, può individuare il 90% dei pazienti con fino a un anno di anticipo rispetto alla diagnosi. “I tweet di una persona che soffre di disturbo bipolare possono fornire molte informazioni sullo stato mentale – conclude l’articolo -. Queste persone stanno inconsciamente fornendo un set di dati che possono essere usati per ottenere informazioni”.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Christopher Reeve, l’incidente e quelle dita che si muovevano

MEDICINA ONLINE SUPERMAN DC MARVEL EROE HERO SUPEREROE SUPERHERO INCIDENTE CAVALLO HORSE Christopher D'Olier Reeve WALLPAPER ACTOR ATTORE STORIA VERTEBRE TETRAPLEGIA PARALISI CINEMA FILM MOVIE.jpgChristopher D’Olier Reeve, più conosciuto come Christopher Reeve o ancor più conosciuto come… Superman. Reeve è infatti famoso per aver interpretato nel corso degli anni ottanta il personaggio di Superman, eroe dei fumetti e icona della cultura pop statunitense, in ben quattro film a partire dal primo del 1978, diretto da Richard Donner e interpretato anche da Marlon Brando e Gene Hackman: film considerato un vero e proprio cult dagli appassionati di fantascienza di tutto il mondo.

L’incidente a cavallo

Nato a New York il 25 settembre 1952, l’uomo d’acciaio sembrava destinato ad una carriera sfavillante nel mondo del cinema, anche grazie alla bellezza del suo fisico che si innalzava a ben 193 cm di altezza per un peso di quasi 100 kg di muscoli ben allenati. Poi la tragedia: a 42 anni, il 27 maggio 1995, cadde da cavallo nel corso di una gara equestre a Charlottesville, nel parco Commonwealth a Culpeper, in Virginia. Christopher Reeve riportò lo spostamento traumatico di due vertebre cervicali, con seguente interessamento e lesione del midollo spinale: un trauma che quasi sempre conduce al decesso del paziente, ma non di Christopher. Come conseguenza del trauma subìto, Reeve restò vivo, ma riportò una paralisi permanente dal collo in giù (tetraplegia), perdendo l’uso di tutti gli arti ed anche la capacità di respirare autonomamente.

Leggi anche:

Lo sconforto

Christopher Reeve subito dopo l’incidente lottò tra la vita e la morte, ma, quando si stabilizzò e tornò cosciente, presa coscienza dell’immobilità e dell’impossibilità totale di recupero funzionale, il suo primo desiderio fu di suicidarsi. All’ospedale, per aiutarlo emotivamente, si recò l’amico Robin Williams travestito da chirurgo, per farlo tornare a sorridere e fargli riacquistare la voglia di vivere, ma Reeve era sempre più depresso ed intenzionato all’eutanasia: proprio lui, così atletico ed appassionato di sport, emblema dell’uomo d’acciaio, era costretto per sempre all’immobilità. Fu la moglie di Reeve a salvargli la vita. Dana Morosini Reeve gli chiese infatti di fare con lei un patto per amore suo e dei loro figli: darle due anni di tempo durante i quali lei avrebbe fatto qualsiasi cosa per rendergli la vita il più possibile confortevole e vivibile e – solo al termine dei due anni – decidere se optare o meno l’eutanasia. Christopher accettò e tutti sappiamo che, alla fine di quel patto, decise che la sua esistenza poteva e doveva avere un senso: sentiva forte il dovere di donare motivazione a chi era nelle stesse sue condizioni e di aiutare e spingere la ricerca scientifica nella giusta direzione.

Leggi anche:

La fondazione Christopher Reeve

Quanto accadde in seguito è di pubblico dominio per la risonanza internazionale delle straordinarie iniziative per la ricerca, l’assistenza ed i sussidi alle persone con infermità neurologiche da parte della Christopher Reeve Paralysis Foundation (CRPF), del Christopher and Dana Reeve Paralysis Resource Center e della National Organization on Disability, di cui l’ex-attore divenne vice-presidente. Trovata una ragione di vita nell’impegno civile a favore dei disabili e nel sostegno economico al progresso scientifico, l’ex-superman cinematografico divenne un testimonial straordinario per la ricerca scientifica, dettando innumerevoli discorsi per convegni, interventi parlamentari, trasmissioni televisive, e vari libri fra cui un’intensa, coraggiosa e commuovente autobiografia chiamata “Still Me” (che significa “Ancora me”) scritta nel 1998, che potete trovare a questo link: http://amzn.to/2D9rf7N

E’ importante però ricordare che l’impegno umanitario di Reeve NON fu conseguenza del suo incidente, ma – già ben PRIMA della tragica caduta da cavallo – l’attore aveva sfruttato la sua fama mondiale per sostenere battaglie a favore della pace: ad esempio nel 1987 si recò nel Cile di Pinochet per manifestare contro l’imprigionamento degli scrittori e intellettuali cileni.

MEDICINA ONLINE Christopher Reeve, l'incidente e quelle dita che si muovevano MIT BOSTON CELLULE STAMINALI RICERCA UNIVERSITA.jpg

Reeve al Massachusetts Institute of Technology nel 2003

Quelle dita che si muovevano…

Quando nel 2000, a cinque anni di distanza dall’incidente, Christopher Reeve cominciò incredibilmente a muovere le dita della mano, non più solo per un riflesso locale ma anche per intenzione volontaria, fu lui a chiedere di essere studiato sperando in possibilità future per la ricerca e la terapia, come lui stesso scrive in Nothing Is Impossibile, pubblicato nel 2002, che potete trovare qui: http://amzn.to/2DaAwMW

Il fenomeno del movimento volontario delle dita in paziente tetraplegico, mai descritto prima in quelle condizioni, fu attribuito in via ipotetica ad uno stimolo alla neurogenesi (cioè alla nuova crescita nervosa) indotto dalla fisioterapia passiva cui era sottoposto quotidianamente. John McDonald, che seguiva Reeve per conto della CRPF, per cercare di accertare ipotetici fenomeni riparativi nel midollo spinale chiese la collaborazione del prof. Maurizio Corbetta, neurologo illustre formatosi a Milano e divenuto il maggiore esperto di risonanza magnetica nucleare (RMN) del sistema nervoso presso la Washington University. Corbetta era così scettico sulla possibilità di movimento di Reeve che, prima di verificarlo personalmente, non voleva neppure sottoporlo all’esame RMN. Proprio il medico italiano, professore di neurologia ed anatomia a St. Louis, è ancora oggi il miglior testimone della straordinaria voglia di vivere che animava l’ex-attore americano e che è stata motivo di incoraggiamento e speranza per tante persone affette da infermità motorie.

Un esempio per tutti noi

Come tutti sappiamo, nonostante la strenua resistenza, Reeve morì a New York, il 10 ottobre 2004 a 52 anni, mentre era ricoverato al Norther Westchester Medical Center di New York a causa di un attacco cardiaco complicato da una grave infezione provocata dalle piaghe da decubito di cui, nonostante la mobilizzazione giornaliera, purtroppo soffriva. Dal suo incidente fino al giorno della sua morte passò nove anni costretto su una sedia a rotelle e collegato a un respiratore artificiale, tuttavia la sua voglia di vivere ha vinto e la sua storia è ancora oggi un esempio ed una motivazione formidabile per tutti noi.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Annusare la maglia del partner ti aiuta a combattere lo stress

MEDICINA ONLINE COME RICONQUISTARE EX RAGAZZA RAGAZZO FIDANZATA FIDANZATO MARITO MOGLIE MATRIMONIO COPPIA DIVORZIO SEPARATI SEPARAZIONE AMORE CUORE FIDUCIA UOMO DONNA ABBRACCIO LOVE COUPLE WALLPAPER PHOTO HDSentire l’odore della maglia del partner aiuta a combattere lo stress almeno a quello che dice una ricerca scientifica canadese secondo cui respirare il profumo della persona amata consentirebbe di allontanare ansie e tensioni. Per gli scienziati infatti l’odore di qualcuno che conosciamo e a cui siamo legati sentimentalmente, permetterebbe di cancellare il nervosismo, mentre il profumo di uno sconosciuto innalzerebbe i livelli di cortisolo, il temibile ormone dello stress; per approfondire leggi anche: Cortisolo: funzioni, produzione, chimica, patologie, glicemia e dieta

La ricerca canadese

Lo studio è stato realizzato dall’Università della British Columbia, in Canada, e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Personality and Social Psychology. “Molte persone indossano la maglietta del partner o dormono sul suo lato del letto quando è lontano – ha spiegato la dottoressa Marlise Hofer, commentando i risultati della ricerca -, ma potrebbero non rendersi conto del perché mettono in atto questi comportamenti. I risultati suggeriscono che il profumo del partner da solo, anche senza la sua presenza fisica, può essere un potente strumento per aiutare a ridurre lo stress”.

Cortisolo più basso con l’odore del partner

Nel corso dell’esperimento gli esperti hanno analizzato il comportamento di centinaia di coppie. Agli uomini è stato chiesto di indossare una maglietta pulita per 24 ore senza utilizzare deodoranti, fumare o mangiare alcuni cibi. In seguito le t-shirt sono state congelate per poterne mantenere l’odore. Subito dopo alle donne è stato chiesto di annusare casualmente una maglietta. Il risultato? Gli studiosi hanno scoperto che quando le volontarie annusavano la maglietta indossata dal proprio partner si sentivano meno stressate, sia durante il test che dopo. Non solo: dalle analisi è risultato che il livello di cortisolo nel loro organismo era molto più basso. Gli studi sul tema sono ancora all’inizio, nonostante ciò dimostrano ancora una volta come i sentimenti siano un forte motore nel nostro organismo. A quanto pare il vero amore non si riconosce solo con il cuore, ma anche con il naso!

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Arnica crema e olio: proprietà terapeutiche e controindicazioni

MEDICINA ONLINE DOLORE ARTO BRACCO SINISTRO FORMICOLIO CIRCOLAZIONE CANCRO TUMORE ATTACCO CARDIACO CUORE GOMITO TENNISTA ICTUS INFARTO MIOCARDIO CANCRO TUMORE SENO MAMMELLAL’Arnica montana, spesso chiamata semplicemente “arnica” è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Composite che cresce spontaneamente nelle regioni alpine e prealpine: la si trova sulle Alpi del Trentino, nel Parco Nazionale dello Stelvio, e sulle Dolomiti, ma non solo. I fiori, completamente gialli e a forma di margherita sono la parte utilizzata in fitoterapia e in erboristeria, con lo scopo principale di contrastare il dolore osteo-articolare.

Quali sono le proprietà dell’arnica?

principi attivi contenuti nell’arnica (flavonoidi, triterpeni, lattoni sesquiterpenici come l’elenalina e olio essenziale) le conferiscono proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche, antidolorifiche e stimolanti la circolazione, ma deve essere utilizzata solo per via esterna. L’uso interno è stato infatti abbandonato perché l’assunzione di arnica in dosi medicinali può scatenare irritazioni gastriche e altri effetti collaterali, e attualmente le cure per via orale sono a base di diluizioni omeopatiche del rimedio. Oltre a ridurre il dolore dovuto a traumi quali urti e cadute, l’arnica favorisce anche il riassorbimento dei lividi. Inoltre ad alcune delle sostanze presenti al suo interno è stata attribuita la capacità di stimolare l’attività cardiaca, di alleviare il dolore tipico dell’angina pectoris e di contrastare i cali di pressione associati a variazioni meteorologiche.

Perché usare l’arnica?

L’arnica è utile in caso di ditorsionislogaturecontusioniematomi e flebiti superficiali. Inoltre può essere usata contro l’artrosi e, più in generale, i dolori muscolari e articolari, gli edemi da frattura e le emorroidi. Nonostante venga applicata solo esternamente, secondo alcuni studi preliminari riduce il dolore associato all’artrosi e riesce a migliorare la funzionalità delle articolazioni colpite dalla malattia tanto quanto un antidolorifico. Utilizzata 2 volte al giorno per 3 settimane riduce la rigidità delle articolazioni sia in caso di artrite al ginocchio che in caso di artrite alle mani. Grazie alle sue proprietà antisettiche trova impiego anche nelle infiammazioni della pelle e per trattare localmente acne, foruncoli, labbra screpolate e punture di insetto. Infine, l’arnica viene a volte proposta contro il mal di gola e altri disturbi, spesso in forma di rimedio omeopatico.

Come si usa l’arnica?

Il fiore di colore giallo, che tecnicamente viene definito “capolino”, viene raccolto e lasciato asciugare all’ombra. I fiori non saranno pronti fino a che non saranno completamente essiccati. Una tintura a base di arnica può essere preparata anche facendo macerare 10 grammi di radici secche in un bicchiere d’arnica per 20 giorni, avendo cura di sbattere l’infuso una volta al giorno. Il liquido che si ottiene dopo filtrazione del macerato deve essere conservato al buio e al bisogno può essere mescolato a glicerina e acqua (in rapporto 1:2:3) per ottenere una soluzione con cui fare impacchi sulla pelle non lesionata da piaghe o ferite cutanee.

Un altro uso casalingo dell’arnica prevede di mescolare 1 cucchiaio di tintura con 2 cucchiai di miele per ottenere una sorta di crema o pomata per la cura dei foruncoli.

Preparare in casa un rimedio fai da te a base di fiori di arnica è invece un po’ meno semplice. I volenterosi dovrebbero procurarsi acqua, 30 grammi di fiori, mezzo litro di alcol puro, un dado di canfora e un bicchierino di trementina. La ricetta prevede di lasciar macerare i fiori nell’alcol da 8 a 10 giorni. Dopo averli scolati si devono aggiungere trementina e canfora, agitare fino a che quest’ultima non si sarà sciolta e diluire con l’acqua. L’unguento ottenuto viene consigliato per un massaggio sulle aree sottoposte a stress dai reumatismi, ma dati i metodi di preparazione non c’è nessuna garanzia della sua efficacia. Diverso è il caso dei prodotti in cui i principi attivi dell’arnica sono quantificati in modo preciso. Dai fiori si ottiene l’estratto secco titolato in rutina minimo 1%, destinato al solo uso esterno, che può essere utilizzato anche in combinazione con altri rimedi offerti dalla natura, come l’artiglio del diavolo. L’arnica è utilizzata soprattutto sotto forma di pomate, creme o gel, l’ingestione è controindicata a causa dei possibili effetti collaterali.

Arnica in omeopatia

I prodotti che possono essere assunti per via orale sono quelli omeopatici. Nel loro caso il trattamento a base di arnica viene proposto in caso di lividi, dolore muscolare o associato a procedure chirurgiche (inclusa l’estrazione del dente del giudizio) e problemi alla vista associati al diabete, ma le prove della sua efficacia non sono sufficienti a certificarne i benefici. La possibilità di assumere arnica per via orale sotto forma di prodotti omeopatici dipende dal fatto che in questi rimedi l’arnica è diluita a tal punto da non essere presente in quantità rilevabili: questa caratteristica se da un lato rende i rimedi omeopatici sicuri anche nei bambini, dall’altra dovrebbero far riflettere il lettore sulla loro reale efficacia e sulla loro pericolosità quando il rimedio omeopatico ritarda l’assunzione di un rimedio della “farmacologia” ufficiale e dalla provata efficacia.

Leggi anche: Differenza tra omeopatia, fitoterapia ed erboristeria

Gli altri impieghi dell’arnica

L’arnica non è utilizzata solo a scopo medicinale. I suoi impieghi trovano spazio anche nell’industria alimentare, che utilizza l’arnica per conferire aroma a bevande, dessert freddi a base di latticini, dolciumi, gelatine e prodotti da forno. L’olio di arnica trova invece impiego in ambito cosmetico, dove viene utilizzato come ingredienti sia nella produzione di profumi che in quella di cosmetici vari, tonici per capelli e preparazioni anti-forfora.

Controindicazioni

Per precauzione può essere raccomandato di evitare l’assunzione dell’arnica per via orale in caso di pressione alta, perché potrebbe aumentarla ulteriormente. Per lo stesso motivo l’arnica non dovrebbe essere assunta in caso di battito cardiaco accelerato (potrebbe accelerarlo ulteriormente) o di disturbi all’apparato digerente come sindrome dell’intestino irritabile, ulcere e malattia di Crohn (perché può irritare l’apparato digerente).

Effetti indesiderati

In generale l’arnica è considerata un rimedio sicuro, almeno fino a che viene applicata sulla pelle per brevi periodi di tempo. Nei soggetti sensibili può però causare dermatite da contatto. Restano invece dei dubbi sulla sicurezza della sua assunzione per via orale; sulla base di queste preoccupazioni il governo canadese ha addirittura proibito l’uso dell’arnica come ingrediente nei cibi. Infatti se ingerita l’arnica può provocare disturbi al fegato, gastriti, nausea, irritazioni della bocca e della gola, vomito, diarrea, enterocoliti, cefalea, ipotensione arteriosa, fiato corto e palpitazioni. Nei casi più gravi, l’assunzione di dosi eccessivamente alte di arnica può danneggiare il cuore, aumentare le emorragie e portare a insufficienze d’organo. Per questo motivo vi consigliamo l’uso di arnica solo come applicazione cutanea che, allergia a parte, non ha alcun rischio.

Precauzioni

Creme e pomate non devono essere utilizzate sulla cute lesionata o in caso di dermatite. L’uso in gravidanza e durante allattamento è sconsigliato. Inoltre è bene tenere presente che l’arnica può scatenare reazioni allergiche in chi è allergico a piante della famiglia delle Asteraceae (note anche come Compositae), come l’ambrosia, il crisantemo, la calendula e le margherite. In caso di dubbi prima di applicare un prodotto sulla pelle è bene chiedere consiglio al proprio medico. Nel caso in cui si acquistino i fiori è necessario controllare che al loro interno non ci siano le larve della cosiddetta mosca dell’arnica. Questo insetto, noto agli scienziati come Phytomyza arnicae, depone le sue uova proprio nei fiori dell’arnica, dove le larve possono crescere indisturbate. La loro presenza può aumentare l’effetto irritante dell’arnica a livello della cute e potrebbe scatenare reazioni simili ad allergie. Per questo fiori contaminati da larve di Phytomizae arnicae, riconoscibili come piccolissimi puntini neri, devono essere scartati. Un altro insetto cui spesso ci si riferisce chiamandolo “mosca dell’arnica” è il Tephritis arnicae (o Trypeta arnicivora). Anche le sue larve sono accusate di compromettere le proprietà benefiche dell’arnica.

Interazioni

Non sono note interazioni con farmaci o altre piante. Dato, però, che un’eventuale assunzione per via orale potrebbe rallentare la coagulazione del sangue viene raccomandato di fare attenzione all’utilizzo contemporaneo di erbe, integratori o farmaci che interferiscono con questo processo, che includono anticoagulanti ed antiaggreganti. In caso di dubbio, chiedete consiglio al vostro medico curante.

Terapie e prodotti utili per contrastare il dolore

Vi riportiamo una lista di prodotti estremamente utili per contrastare i dolori articolari, ossei o muscolari ed indispensabili per accelerare i processi riabilitativi. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff di medici e fisioterapisti seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile:

Leggi anche:

Insonnia: perché la domenica sera è difficile addormentarsi?

insonnia giapponesi insegnanoQuasi tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo avuto problemi ad addormentarci la domenica sera. Perché ciò avviene? Le ragioni possono essere numerose, ma la causa principale sarebbe nel cambiamento delle nostre abitudini e dei nostri ritmi consueti durante i giorni del weekend

L’ansia del lunedì

Una delle ragioni che si collega con più frequenza a questo disturbo sta nello stress per l’imminente inizio di una nuova settimana fatta di lavoro, di mancanza di tempo e di situazioni insoddisfacenti e faticose da affrontare. Non c’è peggiore nemico del buon riposo della consapevolezza che la sveglia è puntata di buon mattino e ci tirerà giù dal letto di lì a poche ore. In questo caso non c’è molto da fare, se non prenderla con filosofia e cercare di migliorare il più possibile almeno gli aspetti delle nostre giornate che sono sotto il nostro controllo. Può essere utile pianificare per il lunedì un’attività piacevole e gratificante, come una lezione di fitness o un’ora verso sera da dedicare a un hobby.

Le abitudini vengono modificate

La causa più probabile della cosiddetta “sunday-somnia” è lo scombussolamento delle abitudini consolidate: se durante il fine settimana si riposa di più per recuperare le forze dal consueto logorio quotidiano e ci si sveglia più tardi, la domenica sera il nostro fisico avrà semplicemente meno bisogno di dormire ancora e ci terrà svegli più a lungo. Al contrario se siamo dati ai divertimenti e abbiamo fatto tardi la sera, i nostri ritmi sonno veglia si sono modificati, con conseguanti effetti negativi sui ritmi circadiani che regolano il nostro orologio interiore. Il risultato è simile a quello del jet lag, il disagio che si prova quando si cambia fuso orario. Se però ci siamo abbandonati agli stravizi, l’eccesso di alcol è probabilmente la causa del nostro disagio. In questo caso non ci resta che sopportare e… far tesoro dell’esperienza per la prossima volta.

Quali le possibili soluzioni?

La soluzione risolutiva è cercare di non alterare in modo troppo marcato gli orari a cui siamo abituati. Se sabato sera abbiamo festeggiato fino a notte fonda, meglio non concedersi un sonno ininterrotto fino alle due del pomeriggio: scegliamo piuttosto un compromesso ragionevole. Se sabato mattina abbiamo dormito fino a tardi, cerchiamo di anticipare le sveglia della domenica, riavvicinandola a quella consueta settimanale. Evitiamo di dormire nel pomeriggio della domenica: meglio optare per un po’ di moto all’aria aperta, magari nel verde, esponendoci il più possibile alla luce diurna, in modo da riequilibrare la produzione di melatonina, l’ormone che regola il ciclo sonno veglia. Scegliamo cibi leggeri per la cena della domenica, evitando le bevande eccitanti come il caffè e gli alimenti dalla digestione laboriosa e facciamoci consigliare in erboristeria una buona tisana che favorisca il riposo.

Rimedi pratici per riposare meglio e non russare

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Cause di svenimento improvviso: glicemia, pressione, neuromediate

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA ROMBERGLo “svenimento”, che in medicina viene più correttamente chiamato “sincope”, è una condizione caratterizzata dalla improvvisa perdita transitoria della coscienza associata all’incapacità di mantenere la posizione eretta, fatti potenzialmente pericolosi se si sta guidando una vettura, si sta svolgendo un lavoro pericoloso o se nella caduta si sbatte la testa (o il femore, se il soggetto è anziano e/o con osteoporosi) con elevato rischio di trauma cerebrale e fratture ossee. Generalmente, in tempi variabili di circa poche decine di secondi, lo svenimento cessa e la persona torna vigile spontaneamente, in caso contrario si parla di coma. Non tutte le perdite di coscienza transitorie sono però sincopi: in alcune forme di epilessia, ad esempio, si perde coscienza ma non si tratta di sincope, perché non si ha diminuzione del flusso ematico cerebrale né perdita del tono posturale. Alcune perdite di coscienza con perdita di tono posturale possono essere inoltre determinate da ipoglicemia, ma in questo caso non si tratta di sincope perché la causa della perdita di coscienza dipende dall’abbassamento della concentrazione degli zuccheri nel sangue, e non dalla diminuzione del flusso cerebrale.

Cause di uno svenimento

La perdita di conoscenza della sincope è la conseguenza di interruzione totale o parziale temporanea del flusso di sangue al cervello, che si risolve spontaneamente in tempi molto rapidi. Per questo motivo, ad esempio, un calo glicemico repentino che pure può dar luogo a perdita di coscienza e caduta, non è classificabile come sincope in quanto la perfusione cerebrale (afflusso di sangue al cervello) rimane nella norma. Per approfondire, leggi: Differenza tra calo di zuccheri e calo di pressione: sono la stessa cosa?

Una delle tipiche cause di svenimento è l’ipotensione arteriosa, cioè quella condizione in cui la pressione del sangue arterioso diminuisce oltre un certo limite, tale per cui il sangue non riesce ad essere spinto in modo adeguato ai tessuti cerebrali, che sono estremamente “avidi” ed “esigenti” in fatto di fabbisogno ematico (il cervello ha necessità di ricevere almeno 50 millilitri di sangue al minuto per ogni 100 grammi del suo tessuto, altrimenti si rischia lo svenimento).

Ricorda: Si parla di ipotensione se la pressione arteriosa sistolica (pressione massima) è minore di 100 mmHg o se la pressione arteriosa diastolica (minima) è minore 60 mmHg. Per approfondire leggi: Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

Cause di ipertensione e sincope

Le cause di ipotensione che possono portare a svenimento sono molte. Una causa tipica è l’ipotensione ortostatica che si verifica nel passaggio rapido in posizione eretta partendo da sdraiato, fatto questo che diminuisce la pressione arteriosa sistolica di anche 20 mmHg: tale improvvisa diminuzione di spinta ematica, priva il cervello del sangue necessario e può determinare svenimento, specie in soggetti già ipotesi e/o in anziani. Per approfondire leggi anche:

Esistono poi le ipotensioni arteriose neuromediate, un gruppo alquanto eterogeneo di condizioni la cui caratteristica comune è una temporanea iperattività del sistema nervoso autonomo o simpatico che, indipendentemente dalla nostra volontà, regola la pressione arteriosa mediante vasodilatazione e frequenza dei battiti cardiaci. Per effetto di questa iperattività il fisiologico controllo del circolo arterioso viene alterata e si determina bradicardia (rallentamento della frequenza cardiaca) o vasodilatazione (allargamento del diametro dei vasi sanguigni ) o entrambe le cose. La conseguenza di bradicardia e vasodilatazione è una improvvisa diminuzione della pressione arteriosa che porta a minor afflusso di sangue al cervello e svenimento.

Esistono varie tipologie di svenimento da ipotensione neuromediata, le più comuni sono:

Vasovagali. Sono varie sindromi che hanno in comune la mediazione del nervo vago e che conducono al temporaneo svenimento. I trigger ossia i grilletti che attivano questa condizione sono svariati ed eterogenei tra loro ed ad esempio: rimanere in piedi per tempi lunghi, emozioni intense…

Seno carotidee. Sono dovute ad una ipersensibilità del seno carotideo, che è una dilatazione nel tratto iniziale della arteria carotide interna in prossimità della regione in cui ha origine, cioè alla biforcazione con la carotide. Gesti comuni come radersi, allacciarsi il colletto della camicia o farsi il nodo alla cravatta possono attivare il riflesso seno-carotideo che determina una asistolia cardiaca transitoria (mancanza di sistole ovvero della contrazione del cuore) ed anche ipotensione. La conseguenza è ipoperfusione cerebrale e sincope.

Situazionali. Sono causate da un insieme di situazioni diverse tra loro ma che hanno in comune l’involontaria esecuzione di movimenti che portano a compiere quella che in medicina viene chiamata manovra di Valsalva: ovvero una  espirazione forzata con la glottide chiusa. Tutto ciò produce un aumento della pressione intra-toracica che contrasta il ritorno del sangue venoso al cuore. Ne consegue una riduzione della gittata sistolica e quindi della pressione arteriosa sistemica. I ricettori che sono posizionati nel seno carotideo rivelano il calo pressorio e per compensare lo squilibrio eccitano il sistema simpatico che induce aumento della frequenza cardiaca e vasocostrizione. Azioni che tendono a risollevare la pressione. La sincope in questa sequenza rapida di eventi può instaurarsi o per effetto del calo della pressione causato dalla diminuzione della gittata sistolica o per la successiva iperattivazione del sistema simpatico. Le situazioni che più comunemente attivano questo tipo di sincope sono: colpi di tosse, starnuti, sforzi durante la defecazione, minzione, deglutizione, esercizi fisici come il sollevamento di pesi, il post- prandiale, etc.

Terapia per l’ipotensione arteriosa

Essendo molte le cause dell’ipertensione arteriosa (in questo articolo ne abbiamo citate solo alcune), le terapie possibili sono diverse e sono legate alle cause a monte che hanno determinato l’ipotensione. C’è da dire che, se si eccettuano i casi di ipotensione secondaria a gravi patologie che richiedono il ricovero ospedaliero, in genere è sufficiente una buona idratazione per ripristinare una massa ematica adeguata. Nelle ipotensioni legate a farmaci antipertensivi, è spesso sufficiente modificare la dose del farmaco per evitare l’ipotensione. Negli altri casi l’ipotensione può essere risolta andando a causare la patologia a monte che la causa. La Diidroergotamina che causa aumento del tono venoso è il farmaco di prima scelta nella forma con prevalenza del tono simpatico e nella forma dinamicolabile dell’alterazione della regolazione circolatoria.

Consigli generali per minimizzare il rischio di ipotensione

  • maggiore apporto di sodio (ad es. al mattino panino con burro salato) e di liquidi; controindicazione: insufficienza cardiaca;
  • esercizi per la circolazione (attività sportiva);
  • massaggi, idroterapia (Kneipp);
  • la posizione a letto con busto più alto di 20o diminuisce la diuresi notturna e la reazione ortostatica al mattino;
  • alzarsi lentamente dalla posizione sdraiata;
  • calze elastiche.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!