Ipotiroidismo: sintomi, diagnosi, cura farmacologica e consigli dietetici

MEDICINA ONLINE TIROIDE NODULO IPOTIROIDISMO IBSA EUTIROX ORMONI TIROIDEI METABOLISMO BASALE COLLO GOZZO SINTOMI PARATIROIDI TIROIDECTOMIA TOTALE PARZIALE CHIRURGIA OBESITA INGRASSARE PESO PONDERALE CHIRURGIA ECOGRAFIAL’ipotiroidismo è una patologia causata dalla mancata capacità della tiroide di sintetizzare una adeguata quantità di ormoni. Più raramente, può sussistere una resistenza all’azione dei suddetti ormoni a livello tissutale. L’ipotiroidismo può presentarsi sin dalla nascita (cretinismo) o comparire in età adulta, specie nelle donne ultracinquantenni. Può essere primario (congenito o acquisito), secondario o terziario. Da un punto di vista clinico-laboratoristico si possono distinguere:

  • ipotiroidismo subclinico: caratterizzato da un’elevata concentrazione sierica di TSH in presenza di normali valori di FT3 e FT4 con sfumati o assenti segni e sintomi di ipotiroidismo;
  • ipotiroidismo conclamato: caratterizzato da un’elevata concentrazione sierica di TSH in presenza di bassi livelli di FT3 e FT4 con chiari segni e sintomi di ipotiroidismo.

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Epidemiologia

Si calcola che l’ipotiroidismo colpisca in media lo 0,5-1% della popolazione, con una netta prevalenza nel sesso femminile.

Cause di ipotiroidismo

Varie e numerose sono le cause in grado di determinare questo quadro morboso. L’ipotiroidismo può essere determinato – ad esempio – dall’assenza congenita della tiroide o da un suo sviluppo incompleto, per alterazioni anatomiche, per una sua asportazione chirurgica, per l’assunzione di farmaci antitiroidei o di iodio radioattivo. Come già accennato, le varie forme di ipotiroidismo vengono classificate in primarie (o primitive), secondarie e terziarie. Nel primo gruppo rientrano tutte quelle malattie dipendenti dalla ridotta funzionalità del tessuto tiroideo, mentre si parla di ipotiroidismo secondario e terziario quando le patologie sono a carico, rispettivamente, di ipofisi ed ipotalamo. Alcuni degli ormoni secreti da queste due strutture sono infatti capaci di regolare pesantemente l’attività della tiroide. Nella maggior parte dei casi, l’ipotiroidismo primario è  associato a malattie autoimmunitarie della tiroide (la più comune delle quali è la tiroidite cronica di Hashimoto), oppure a gravi carenze di iodio nella dieta o a cause iatrogene (uso – abuso di determinati farmaci).

Ipotiroidismo dovuto a bassi livelli di iodio

Lo iodio è un minerale essenziale per la normale funzionalità della tiroide; se manca lo iodio la ghiandola non può sintetizzare i suoi ormoni ed insorge ipotiroidismo. Fortunatamente l’organismo possiede buone riserve sia di iodio che di ormoni tiroidei, sufficienti per circa 60-90 giorni, ed il semplice consumo di sale iodato basta per allontanare il rischio di carenze specifiche. Esistono tuttavia alcune aree del Pianeta in cui la carenza cronica di iodio nell’alimentazione provoca ipotiroidismo. A causa delle basse concentrazioni plasmatiche di ormoni tiroidei, la sintesi dell’ormone stimolante la tiroide o TSH viene sensibilmente accelerata. Questa ipersecrezione ha lo scopo di stimolare al massimo la ghiandola che, tuttavia, non riesce a sintetizzare i suoi ormoni perché non dispone di adeguate quantità di iodio. Si entra così in un circolo vizioso in cui l’iperstimolazione determina un vistoso ingrossamento della tiroide (gozzo).

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Sintomi e segni dell’ipotiroidismo

Le conseguenze dell’ipotiroidismo variano in base allo stadio evolutivo durante il quale insorgono. Nella vita fetale si verificano gravi ed irreversibili alterazioni dello sviluppo corporeo e cerebrale. Anche nel bambino si possono verificare permanenti alterazioni dello sviluppo somatico ed intellettivo (gli ormoni tiroidei sono essenziali per la completa espressione dell’ormone della crescita). Si osserva inoltre un ritardo nello sviluppo sessuale.
Quando insorge in età adulta, l’ipotiroidismo si manifesta attraverso alcuni sintomi caratteristici:

1) Cute secca e capelli radi, sottili, affaticamento fisico e debolezza muscolare cronica (l’ipotiroidismo determina una riduzione della sintesi proteica).

2) L’espressione del viso, caratterizzata da zone palpebrali gonfie e rime ristrette, capelli e sopracciglia scarsi, bocca semiaperta che lascia intravedere una lingua ingrossata, conferisce al volto del paziente l’aspetto inconfondibile e poco intelligente della “facies mixedematosa“; anche i tessuti sottocutanei sono caratterizzati dal cosiddetto mixedema, su cui la pressione delle dita non lascia il segno della fovea. L’ipotiroidismo determina infatti un accumulo cutaneo di mucopolisaccaridi che richiamano acqua determinando questo tipico aspetto.

3) Cute fredda e intolleranza alle basse temperature: una diminuzione degli ormoni tiroidei rallenta il metabolismo e il consumo di ossigeno; viene meno anche la loro attività termogenica.

4) Sonnolenza (letargia) che può arrivare fino al coma, depressione, rallentamento dei processi ideativi e sensazione di stanchezza; questi sintomi insorgono a causa delle alterazioni nervose indotte dall’ipotiroidismo.

5) Altri sintomi: costipazione, aumento del peso corporeo, pallore e anemia, raucedine ed abbassamento del tono della voce, diminuzione dell’udito e della memoria, diminuzione della fertilità, flussi mestruali abbondanti (menorragia), crampi, bradicardia e riduzione della forza contrattile del cuore, vasocostrizione, aumento dei livelli di lipoproteine a bassa densità (LDL) e trigliceridi nel siero, con conseguente e sensibile aumento del rischio di malattia coronarica.

C’è spesso ipercarotenemia, particolarmente evidente alle mani ed alle piante dei piedi, a causa del deposito di carotene negli strati epidermici ricchi di lipidi. Il deposito di sostanze proteinacee nella lingua può produrre macroglossia. La riduzione sia degli ormoni tiroidei sia della stimolazione adrenergica provoca bradicardia. Il cuore può essere ingrandito, in parte a causa di dilatazione, ma principalmente per l’accumulo di un versamento sieroso ad alto contenuto proteico nel sacco pericardico. Si possono rilevare versamenti pleurici o peritoneali. I versamenti pleurici e pericardici si sviluppano lentamente e solo raramente provocano difficoltà respiratorie o emodinamiche. I pazienti generalmente accusano stipsi, che può essere grave. Sono comuni le parestesie delle mani e dei piedi, spesso dovute alla sindrome del tunnel carpale-tarsale causata dal deposito di una sostanza amorfa proteinacea nei legamenti intorno al polso e alla caviglia, con conseguente compressione dei nervi. I riflessi possono essere di grande aiuto dal punto di vista diagnostico, a causa della vivacità di contrazione e della lentezza dei tempi di rilassamento. Le donne con ipotiroidismo manifestano spesso menorragia, in contrasto con l’ipomenorrea dell’ipertiroidismo. Si osserva frequentemente ipotermia. Spesso è presente anemia, di solito normocromica normocitica e a eziologia sconosciuta, ma essa può essere ipocromica a causa della menorragia e talvolta macrocitica a causa dell’associata anemia perniciosa o del ridotto assorbimento di acido folico. In genere, l’anemia è raramente grave (Hb > 9 g/dl). Essa recede con la correzione dello stato ipometabolico, richiedendo talvolta da 6 a 9 mesi. Quando è primitivo, dovuto cioè a malattie della tiroide, l’ipotiroidismo nell’adulto è caratterizzato da un esordio lento e molto graduale che può pertanto sfuggire a lungo agli occhi del medico e dello stesso paziente.

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Diagnosi di ipotiroidismo

La conferma di ipotiroidismo avviene generalmente attraverso un semplice esame del sangue, tramite il quale si andranno a valutare vari parametri tra cui i livelli ormonali del paziente. È importante distinguere l’ipotiroidismo secondario da quello primitivo; anche se l’ipotiroidismo secondario non è frequente, spesso coinvolge altri organi endocrini sotto il controllo dell’asse ipotalamo-ipofisario. In una donna con ipotiroidismo, gli indizi che orientano verso l’ipotiroidismo secondario sono una storia di amenorrea piuttosto che di menorragia e alcune differenze indicative all’esame obiettivo. Nell’ipotiroidismo secondario la cute e i capelli sono secchi, ma non altrettanto ruvidi; spesso si osserva depigmentazione cutanea; la macroglossia non è così pronunciata; le mammelle sono atrofiche; il cuore è piccolo, senza accumulo di versamenti sierosi nel sacco pericardico; la PA è bassa e spesso si rileva ipoglicemia a causa della concomitante insufficienza corticosurrenalica o del deficit di ormone della crescita.

Le indagini di laboratorio dimostrano nell’ipotiroidismo secondario la presenza di un basso livello di TSH circolante (benché il TSH sierico possa essere normale alla misurazione con tecniche immunologiche, ma abbia ridotta attività biologica), mentre nell’ipotiroidismo primario (o primitivo) manca la retroinibizione sull’ipofisi normale e i livelli sierici di TSH sono elevati. Il dosaggio del TSH sierico è l’esame più semplice e più sensibile per la diagnosi di ipotiroidismo primitivo. In quest’ultimo il colesterolo sierico è generalmente elevato, mentre lo è meno in quello secondario. Altri ormoni ipofisari e i corrispondenti ormoni dei loro tessuti bersaglio possono essere diminuiti nell’ipotiroidismo secondario.

Il test al TRH può essere utile ai fini della distinzione tra ipotiroidismo secondario a un’insufficienza ipofisaria e ipotiroidismo dovuto a insufficienza ipotalamica. In quest’ultimo, viene rilasciato TSH in risposta al TRH.

La determinazione dei livelli sierici totali di T3 nell’ipotiroidismo merita una menzione. Oltre all’ipotiroidismo primitivo e a quello secondario, altre condizioni sono caratterizzate dalla riduzione dei livelli circolanti di T3 totale; esse comprendono la riduzione della TBG sierica, gli effetti di alcuni farmaci e della euthyroid sick syndrome dovuta a patologie acute e croniche, l’inanizione e le diete povere di carboidrati. Nell’ipotiroidismo di gravità maggiore, sono diminuiti i livelli sierici sia di T3 sia di T4. Tuttavia, molti pazienti con ipotiroidismo primitivo (elevato TSH sierico, basso livello sierico di T4) possono avere normali livelli circolanti di T3, probabilmente a causa della prolungata stimolazione da parte del TSH sulla tiroide insufficiente, che determina la sintesi e la secrezione preferenziale dell’ormone biologicamente attivo T3.

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Terapie

La terapia dell’ipotiroidismo si basa sul recupero e sul mantenimento della funzionalità tiroidea, che avviene tramite la somministrazione sostitutiva di tiroxina (T4) per via orale. E’ inoltre necessaria una modificazione dietetica per evitare la costipazione. In caso di accertato ipotiroidismo è buona regola seguire un immediato percorso terapeutico; anche nell’evenienza di patologia presunta, è consigliabile richiedere un consulto medico, per evitare che i sintomi peggiorino nel tempo. L’ipotiroidismo, rispetto alla patologia opposta (l’ipertiroidismo) è assai più semplice da curare e controllare, grazie all’ausilio di farmaci di sintesi appropriati, la cui posologia dev’essere sempre stabilita dal medico, ed eventualmente modulata durante il corso della malattia.
Utile è trattare anche i sintomi secondari derivati dall’ipotiroidismo, come ad esempio l’anemia. La correzione delle abitudini alimentari non solo è utile per affrontare meglio la terapia, ma è necessaria per evitare stipsi, che spesso accompagna chi è affetto da ipotiroidismo.
Nell’evenienza di ipotiroidismo neonatale, è doveroso intervenire prontamente per indurre uno sviluppo fisiologico; sembra determinante la somministrazione di ormoni T3 e T4 già dai primissimi stadi di sviluppo dell’embrione. Il futuro bambino dovrà assumere per tutta la vita ormoni tiroidei, prestando particolare attenzione anche agli alimenti. Da qui di comprende come sia imprescindibile la terapia sostitutiva nelle donne in gravidanza affette da ipotiroidismo.

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Farmaci per trattare l’ipotiroidismo

Levotiroxina sodica (es. Eutirox, Syntroxine, Tiracrin, Tirosint): questo farmaco è largamente impiegato in terapia per l’ipotiroidismo, oltre a rappresentare il farmaco d’elezione per la cura della tiroidite di Hashimoto. La posologia, sempre accuratamente stabilita dal medico curante, può essere modificata da paziente a paziente, in base ai livelli di ormoni tiroidei nel sangue, al livello di TSH e alla risposta del paziente alla terapia. Indicativamente, il farmaco dev’essere somministrato per bocca alla posologia di 12,5-50 mcg/dì. È possibile incrementare la dose fino a 12,5-50 mcg al dì, ogni 1-2 settimane, nel pieno rispetto delle indicazioni stabilite dal medico. Nei bambini e negli anziani, la dose viene generalmente modificata dopo un intervallo di tempo maggiore (ogni 3-6 settimane). Non superare i 200 mcg. Qualora fosse necessaria un’assunzione parenterale (diversa dalla via orale), la dose del farmaco scende del 50-75% rispetto alla somministrazione del farmaco per os. Alcuni farmaci/alimenti possono incidere pesantemente sull’assorbimento di tale sostanza: sucralfato, integratori di calcio (es. Calcio Carbonato), integratori di ferro, CCColestiramina (es. Questran), idrossido di alluminio.

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Liotironina sodica (es. Liotir, Titre): si tratta di un farmaco molto simile al precedente, dal punto di vista terapeutico, ma la molecola tende ad essere metabolizzata più velocemente dall’organismo: l’effetto terapeutico, pertanto, si manifesta dopo alcune ore ma svanisce entro 1-2 gg dal termine del trattamento. Si raccomanda di iniziare la somministrazione del farmaco alla posologia di 25 mcg, da assumere per via orale una volta ogni 24 ore. La dose può essere aumentata di 25 mcg ogni 7-14 gg, sotto la supervisione del medico. La dose di mantenimento generalmente varia da 25 a 75 mcg al dì. Non interrompere la terapia, anche in assenza dei tipici sintomi dell’ipotiroidismo.

Coma mixedematoso: sintomi, diagnosi e trattamento

Il coma mixedematoso è una complicanza dell’ipotiroidismo potenzialmente letale. Le sue caratteristiche comprendono un ipotiroidismo di fondo di lunga durata, uno stato di coma con ipotermia estrema (temperature da 24 a 32,2°C [da 75,2 a 90°F]), areflessia, convulsioni, ritenzione di CO2 e depressione respiratoria. L’ipotermia grave può non essere riconosciuta, a meno che non vengano impiegati termometri speciali con scala di lettura per le basse temperature. È imperativo porre la diagnosi rapidamente basandosi sul giudizio clinico, sull’anamnesi e sull’esame obiettivo, perché c’è la probabilità di un decesso precoce. I fattori precipitanti comprendono l’esposizione al freddo, le malattie, le infezioni, i traumi e i farmaci che deprimono il SNC. Il coma mixedematoso viene trattato con un’alta dose iniziale di T4 (da 200 a 500 mg EV) o di T3 (40 mg EV). La dose di mantenimento per la T4 va da 50 a 100 mg/die EV, e per la T3 da 10 a 20 mg/ die EV, fino a quando non si può somministrare T4 per via orale. Vengono somministrati anche corticosteroidi, perché inizialmente non può essere esclusa la possibilità di un ipotiroidismo di natura centrale. Il paziente non deve essere riscaldato rapidamente, per evitare il pericolo di aritmie cardiache. L’ipossiemia è comune, perciò all’inizio del trattamento deve essere misurata la Pao2. Se la ventilazione alveolare è compromessa, è necessaria l’assistenza ventilatoria meccanica immediata. La malattia precipitante deve essere prontamente e appropriatamente trattata, e la reintegrazione idrica condotta con prudenza, perché i pazienti ipotiroidei non eliminano l’acqua in maniera adeguata. Infine, tutti i farmaci devono essere somministrati con cautela poiché, vengono metabolizzati più lentamente di quanto avviene nelle persone normali.

Consigli dietetici

Ecco alcuni consigli per il paziente ipotiroideo:

  • preferire cibi ricchi di iodio: pesce marino, molluschi, alghe brune, latte vaccino, uova;
  • insaporire gli alimenti con sale iodato;
  • seguire una dieta equilibrata in fibre, utile per contrastare la stipsi che spesso accompagna l’ipotiroidismo;
  • l’assunzione di broccoli, cavolfiori, semi di lino, rape e ravanelli sembra incrementare il fabbisogno di iodio, pertanto il consumo di questi alimenti, nel contesto di ipotiroidismo accertato o presunto, dev’essere moderato.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Cosa può e non può mangiare il diabetico

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO PESCE CIBO SALMONE CUCINA DIETA OMEGA 3Non c’è una dieta specifica nella terapia per il diabete. Per la maggior parte delle persone che soffrono di diabete (anche se lieve e non insulino dipendente), una dieta sana è costituita per il 40% – 60% di calorie da carboidrati, per il 20% da proteine e per il 30% o meno da grassi. L’alimentazione dei diabetici dovrebbe essere a basso contenuto di colesterolo (soprattutto per gli obesi), con poco sale e zuccheri aggiunti. Circa il 10/20% degli anziani soffre di diabete. L’anziano spesso ha altri disturbi che devono influenzare la dieta (per esempio una cardiopatia o una nefropatia). Il dietologo deve tenere conto di tutte le malattie senili prima di preparare la dieta.

Si può mangiare qualsiasi tipo di zucchero?

Si. Negli ultimi anni, i medici hanno visto che mangiare un po’ di zuccheri non causa problemi per la maggior parte delle persone con il diabete, se questi cibi fanno parte di una dieta equilibrata. L’importante è essere attenti a quanto zucchero si mangia e cercare di non aggiungere zucchero ai cibi. Un medico può aiutarvi a decidere meglio come bilanciare la dieta con carboidrati, proteine e grassi.

Linee guida generali

  • La quantità di ogni tipo di cibo che si dovrebbe mangiare dipende dalla dieta, dal peso, da quanta attività fisica si svolge e dagli altri rischi per la salute.
  • Ognuno ha esigenze individuali, motivo per cui si dovrebbe lavorare con il medico e il dietista per sviluppare un piano alimentare personalizzato.
  • La piramide alimentare del diabete divide i cibi in sei gruppi. Nella piramide alimentare del diabete, i gruppi di cibi sono basati sul contenuto di carboidrati e proteine invece che sul tipo di classificazione del cibo. Una persona con diabete di tipo 1 o di tipo 2 deve mangiare più cibi nella parte inferiore della piramide (cereali, fagioli, verdure) rispetto a quelli sulla parte superiore (grassi e dolci). Questa dieta aiuta a mantenere sano il cuore e i sistemi del corpo.

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CEREALI, FAGIOLI E ORTAGGI A BASE DI AMIDI
(6 o più porzioni al giorno)
Cibi come pane integrale , cereali, fagioli, riso integrale, pasta integrale e ortaggi a base di amidi sono nella parte inferiore della piramide perché son la parte più importante della dieta.
Come gruppo, questi alimenti sono ricchi di vitamine, minerali, fibre e carboidrati sani.
È importante, tuttavia, di mangiare cibi con molta fibra.
Scegliere cibi integrali come il pane integrale, tortillas, cereali di crusca, riso integrale o fagioli. Utilizzare farine integrali in cucina e nella cottura. Scegliere pane a basso contenuto di grassi, come tortillas, English Muffin e la pita.

VERDURE E FUNGHI
(3 – 5 porzioni al giorno)
Scegliere le verdure fresche o surgelate senza aggiunte di salse, grassi o sale. Si dovrebbe optare per quelle verde scuro o giallo intenso come spinaci, broccoli, carote e peperoni.

FRUTTI
(4 porzioni al giorno)
Scegliere la frutta più spesso che i succhi di frutta perché la frutta ha più fibre. Gli agrumi, come arance, pompelmi e mandarini sono i migliori. Bere succhi di frutta che non hanno dolcificanti o sciroppi aggiunti.

LATTE
(2 – 3 porzioni al giorno)
Scegliere latte a basso contenuto di grassi o senza grassi oppure lo yogurt. Lo yogurt contiene zucchero naturalmente, ma può contenere anche zuccheri o dolcificanti artificiali aggiunti. Lo Yogurt senza dolcificanti artificiali ha meno calorie di quello con aggiunta di zuccheri.

CARNE E PESCE
(2 porzioni al giorno)
Mangiare più spesso pesce e pollame. Rimuovere la pelle dal pollo e dal tacchino. Selezionare carne magra di manzo, vitello, maiale o selvaggina. Tagliare tutto il grasso visibile dalla carne. Bollire, arrostire o cuocere alla griglia invece di friggere.

GRASSI, ALCOOL E DOLCI
In generale, è consigliabile limitare l’assunzione di cibi grassi, soprattutto quelli ad alto contenuto di grassi saturi, come hamburger, formaggio, pancetta e burro. Se si sceglie di bere alcol, limitare la quantità ed accontentarsi di bere durante i pasti. I dolci sono ad alto contenuto di grassi e zucchero, quindi bisogna mangiare porzioni piccole. Altri consigli per evitare di mangiare troppi dolci:

  • Chiedere al cameriere forchette o cucchiai extra per dividere il dessert con gli altri.
  • Mangiare dolci che sono senza zucchero.
  • Chiedere sempre la porzione piccola.
  • Si dovrebbe sapere anche come leggere le etichette degli alimenti e consultarli per le decisioni alimentari.

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Dieta per i bambini diabetici

I bambini con il diabete devono bilanciare l’assunzione di carboidrati con l’insulina. I carboidrati e gli zuccheri che mangiano (ad es. il pane e la pasta) aumentano la glicemia. I grassi e gli altri cibi ipercalorici hanno un impatto sulla glicemia in base alla velocità con cui il corpo assorbe i nutrienti mangiati. Pertanto, è particolarmente importante limitare gli alimenti ad alto contenuto di grassi o calorie. Ogni bambino, con o senza diabete, dovrebbe mangiare tre pasti principali e due o tre spuntini al giorno. È importante che il bambino eviti i dolci e altri cibi “proibiti”, deve capire che mangiare determinati alimenti modifica i livelli di insulina nel corpo.

Mantenersi attivo

Oltre a una dieta sana, i bambini con il diabete dovrebbero concentrarsi sull’attività fisica ogni giorno. Questo è importante per conservare e mantenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue. Se il bambino prende l’insulina, potrebbe essere necessario ridurre la dose di insulina se esegue molta attività fisica perché così abbassa la glicemia. Bisogna assicurarsi di dare carboidrati extra al bambino prima di fare sport per ridurre il rischio di abbassare troppo velocemente il livello di zucchero nel sangue. Le tabelle sulla crescita e sul peso possono aiutare a determinare se un bambino con diabete di tipo 1 mangia abbastanza. Le modifiche delle abitudini alimentari e l’attività fisica aiutano a migliorare il controllo della glicemia. I bambini con diabete devono stare attenti nelle occasioni speciali (come i compleanni o altre feste) perché si mangiano più dolci. Si può consentire al bambino di mangiare alimenti zuccherati, ma poi bisogna ridurre i carboidrati durante gli altri pasti del giorno.
Ad esempio, se il bambino mangia la torta di compleanno o altri dolci, dovrebbe mangiare una minor quantità di patate, pasta o riso integrale rispetto agli altri giorni. Questa sostituzione aiuta a mantenere calorie e carboidrati in equilibrio.

Diabete gestazionale

Se il diabete colpisce la donna in gravidanza si devono seguire alcuni consigli generali, per esempio:

  1. Non bisogna esagerare con i grassi e le proteine.
  2. Bisogna mangiare delle quantità limitate di carboidrati nei seguenti alimenti: frutta, verdura e carboidrati complessi (come pane, cereali, pasta e riso integrale ).
  3. Evitare cibo e bevande che contengono molto zucchero, come bibite, succhi di frutta e dolci.
  4. Bisogna mangiare tre piccoli pasti al giorno e uno/due spuntini. Non saltare i pasti e gli spuntini.

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Dieta vegetariana e vegana per diabetici

Oggi, molte persone scelgono di seguire una dieta vegetariana. Le persone che seguono una dieta vegetariana non mangiano la carne (cioè la carne rossa, pollame, pesce o prodotti realizzati con questi alimenti). Questa dieta è un’opzione sana da considerare, ma dovrebbe essere ben pianificata. Se si sceglie di seguire una dieta vegetariana, bisogna essere sicuri di mangiare un mix di verdure, frutta, legumi, cereali integrali, noci e prodotti lattiero-caseari a basso contenuto di grassi (se si sceglie di includere prodotti lattiero-caseari).

Ci sono molti tipi diversi di diete vegetariane. I tipi più comuni sono:

  • Vegana, questo gruppo non mangia carne, uova o latticini.
  • Vegetariana con latte, questo gruppo non mangia carne o uova. Tuttavia, mangiano prodotti lattiero-caseari.
  • Vegetariana con latte e uova, questo gruppo non mangia tutte le proteine animali, tuttavia, si alimentano con uova e latticini.

Una persona con diabete può seguire una dieta vegetariana?

Sì! Una dieta vegetariana è una scelta sana, anche per chi ha il diabete. La ricerca sostiene che questo tipo di dieta può aiutare a prevenire e gestire il diabete. Infatti, le ricerche sulle diete vegane hanno mostrato che la riduzione di carboidrati e calorie non erano necessarie, inoltre hanno favorito la perdita di peso. Le diete vegane hanno una quantità di fibre più alta, meno grassi saturi e colesterolo rispetto ad una dieta tradizionale. La fibra in questa dieta può aiutare a sentirsi sazi per un tempo più lungo dopo aver mangiato e può aiutare a mangiare di meno. Quando l’apporto di fibra è maggiore di 50 grammi al giorno, può favorire livelli di glucosio più bassi.

La dieta vegana

La dieta vegana è chiamata anche dieta vegetariana pura o totale. Coloro che seguono una dieta vegana non mangiano carne o cibi realizzati con prodotti di carne. Le persone con diabete possono scegliere di seguire anche questo tipo di dieta. La dieta vegana comprende molti alimenti a base di vegetali: mangiare prodotti di soia e un mix di verdure, frutta, fagioli e cereali integrali dà abbastanza proteine e altri nutrienti importanti. La carenza principale per questo gruppo può essere la vitamina B12, quindi è possibile prendere un supplemento o un multi-vitaminico. I carboidrati hanno un grande impatto sul livello di zucchero nel sangue, più di grassi e proteine, ma non si possono evitare. Basta scegliere i tipi di carboidrati giusti: in generale, si consiglia di limitare i carboidrati raffinati come pane bianco, pasta e riso, così come soda, caramelle e snack; concentrarsi invece sui carboidrati complessi ricchi di fibra, con buon indice glicemico, noti anche come carboidrati a lento rilascio. Questo tipo di carboidrati aiuta a mantenere il corretto livello di zucchero nel sangue perché sono digeriti più lentamente, impedendo così al corpo di produrre troppa insulina. Danno anche energia e una sensazione di sazietà più a lungo termine.

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Evitare questi alimenti

  • Riso bianco
  • Patate bianche (tra cui patatine fritte e purè di patate)
  • Pasta normale
  • Pane bianco
  • Cereali zuccherati
  • Farina d’avena istantanea
  • Croissant o pasticceria

Sostituire gli alimenti sopra elencati, con questi:

  • Riso integrale o riso selvatico,
  • Patate dolci, zucche, purè di cavolfiore,
  • Pasta integrale,
  • Pane integrale,
  • Cereali ricchi di fibre (cereali freddi che non si scaldano prima di essere mangiati),
  • Noccioli di avena o avena arrotolata,
  • Muffin di crusca.

Quali cibi sono a lento rilascio?

Diversi strumenti sono stati progettati per aiutare a rispondere a questa domanda. L’indice glicemico dice in quanto tempo un cibo si trasforma in zucchero nel sangue e quindi aumenta la glicemia. Il carico glicemico è un parametro che indica l’impatto sulla glicemia di un pasto in base all’indice glicemico e alla quantità di carboidrati contenuti. Alimenti con un alto indice glicemico fanno impennare la glicemia rapidamente, mentre i cibi con un basso indice glicemico hanno un effetto minimo. Lo chef australiano Michael Moore ha escogitato un modo più semplice per regolare i carboidrati che si mangiano. Egli classifica gli alimenti in tre ampie categorie: fuoco, acqua e carbone. Più il corpo ha bisogno di lavorare per digerire il cibo, meglio è. Gli alimenti del fuoco hanno un indice glicemico elevato e sono a basso contenuto di fibre e proteine. Tra questi ci sono “gli alimenti bianchi” (riso, pasta e pane bianco, patate, prodotti da forno ecc.), dolci, patatine e molti alimenti trasformati. Questi cibi dovrebbero essere limitati nella dieta. Gli alimenti dell’acqua sono alimenti liberi, significa che si possono mangiare quanto si vuole. Questa categoria comprende tutte le verdure e la maggior parte dei tipi di frutta (attenzione: succo di frutta, frutta secca e la frutta sciroppata confezionata impennano rapidamente la glicemia e non sono considerati alimenti dell’acqua). Gli alimenti del carbone hanno un basso indice glicemico e un alto contenuto di fibre e proteine. In questa categoria ci sono noci e semi, carni magre, pesce, cereali integrali e fagioli.
Fanno parte degli alimenti del carbone anche gli alimenti sostitutivi del “cibo bianco” come il riso integrale, pane integrale e pasta integrale.

I consigli per mangiare con un basso indice glicemico

  1. Mangiare molti ortaggi non a base di amido, per esempio fagioli, funghi e frutta come mele, pere, pesche e frutti di bosco.
    La frutta tropicale come banane, mango e papaia tende ad avere un indice glicemico più basso dei dolci.
  2. Mangiare cereali nello stato meno elaborato possibile: “non raffinati” come pane, riso e orzo integrale oltre al miglio.
  3. Si possono mangiare i cibi tradizionalmente elaborati come il pane macinato, noccioli di avena e i cereali muesli per la colazione.
  4. Limitare le patate bianche e i cereali raffinati come pane bianco e pasta bianca.
  5. Limitare i dolci concentrati, compresi gli alimenti ad alto contenuto calorico con un basso indice glicemico, come il gelato.
  6. Ridurre il succo di frutta a non più di una tazza al giorno.
  7. Eliminare completamente le bevande dolcificate con lo zucchero.
  8. Mangiare un tipo di proteina sano nella maggior parte dei pasti come fagioli, pesce o pollo senza pelle.
  9. Scegliere i cibi con grassi salutari come l’olio d’oliva, frutta col guscio (mandorle, noci) e avocado.
  10. Limitare i grassi saturi da prodotti lattiero-caseari e altri prodotti di origine animale.
  11. Eliminare completamente i grassi parzialmente idrogenati (grassi trans) che sono nei fast food e in molti alimenti confezionati.
  12. Fare tre pasti e uno o due spuntini ogni giorno, non saltare la prima colazione.
  13. Mangiare lentamente e interrompersi quando si è sazi.

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I dolci per diabetici

L’alimentazione per il diabete non prevede l’eliminazione dello zucchero. Chi ha il diabete può ancora mangiare una piccola porzione del dolce preferito. La chiave è la moderazione. La buona notizia è che le voglie passano e cambiano le preferenze. Come le abitudini alimentari diventano più sane, gli alimenti che piacciono molto possono essere troppo dolci e si possono trovare opzioni più sane. Come inserire i dolci in una dieta per il diabete:

  • Se si desiderano i dolci, rinunciare al pane, al riso o alla pasta. Mangiare dolci durante un pasto aggiunge carboidrati extra. Per questo motivo è meglio eliminare i cibi contenenti carboidrati nello stesso pasto.
  • Aggiungere alcuni grassi sani al dessert. Può sembrare controintuitivo passare da un dolce con pochi grassi a uno con un maggior contenuto di grassi, ma il grasso rallenta il processo digestivo, quindi la glicemia non si impenna rapidamente. Bisogna mangiare i grassi sani, come il burro di arachidi, lo yogurt o le mandorle.
  • Mangiare dolci durante un pasto, piuttosto che in uno spuntino isolato. Quando si mangiano i dolci e i dessert, si verifica un picco di glicemia. Ma se si mangiano insieme ad altri cibi sani, la glicemia non sale più rapidamente.

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Trucchi per ridurre gli zuccheri:

  • Ridurre il consumo di bibite, soda e succo. Un recente studio ha dimostrato che il consumo quotidiano di una lattina di una bevanda zuccherata aumenta il rischio di diabete di circa il 15%.
  • Ridurre la quantità di dolcificanti che si aggiungono al tè e al caffè.
  • Ridurre la quantità di zucchero nelle ricette da ¼ a ⅓. Se una ricetta richiede 1 cucchiaio di zucchero, ad esempio, utilizzare ⅔ o ¾ di cucchiaio. È inoltre possibile aumentare la dolcezza con la cannella, la noce moscata o l’estratto di vaniglia.
  • Si possono trovare modi sani per soddisfare la golosità.
    Invece del gelato, si può fare la crema con le banane congelate, oppure si può mangiare un piccolo pezzo di cioccolato fondente piuttosto che al latte. Si dovrebbe mangiare solo la metà del dolce e poi sostituzione l’altra metà con la frutta.
  • Procedere con cautela quando si tratta di alcool. È facile sottovalutare la quantità di calorie e carboidrati di bevande alcoliche, compresa la birra e il vino. Il cocktail miscelato con la soda e il succo sono ricchi di zucchero. Chi ha intenzione di bere deve farlo con moderazione (non più di 1 bevanda al giorno per le donne; 2 per gli uomini).

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I grassi nella dieta per diabetici

I grassi possono essere utili o dannosi nella dieta. Le persone con diabete sono a più alto rischio di malattie cardiache, quindi è ancora più importante essere attenti sui grassi.
I cibi ricchi di lipidi favoriscono l’obesità, quindi è importante limitare la quantità nell’alimentazione anche per prevenire il diabete. Alcuni grassi sono malsani, mentre altri possono dare ottimi benefici. Tutti i grassi hanno tante calorie, quindi si dovrebbero sempre controllare le porzioni.

  • Grassi “insalubri”: i due grassi più dannosi sono i grassi saturi e i grassi trans. I grassi saturi si trovano principalmente nei prodotti di origine animale come la carne rossa, uova e prodotti lattiero-caseari di latte intero.
    I grassi trans, chiamati anche oli parzialmente idrogenati, si producono aggiungendo idrogeno a un olio vegetale liquido per renderlo più solido.
  • Grassi “sani”: i grassi migliori sono quelli insaturi che provengono da fonti vegetali e pesci, si trovano liquidi a temperatura ambiente. Le fonti primarie sono: olio di oliva, olio di canola, noci e avocado. Bisogna anche concentrarsi sugli acidi grassi omega-3 che combattono l’infiammazione e favoriscono la salute del cervello e cuore. Le fonti di Omega-3 sono salmone, tonno e semi di lino.

Modi per ridurre i grassi malsani e aggiungere i grassi sani:

  • Cucinare con olio di oliva anziché burro o olio vegetale.
  • Togliere i grassi visibili sulla carne prima della cottura, sbucciare la pelle prima della cottura del pollo e del tacchino.
  • Invece di patatine o cracker, assaggiare le noci o le arachidi.
  • Si possono aggiungere ai cereali al mattino oppure prendere una piccola manciata per uno spuntino lontano dai pasti.
  • Il dado al burro è un altro alimento pieno di grassi sani.
  • Invece di friggere, è meglio cuocere alla griglia o saltare in padella.
  • Servire il pesce 2 o 3 volte alla settimana invece della carne rossa.
  • Aggiungere avocado ai panini al posto del formaggio, così si mantiene la consistenza cremosa, ma migliora la salute.
  • Quando si cuoce il pane, utilizzare olio di colza o salsa di mele invece del burro.
  • Piuttosto che usare la crema che è pesante, è meglio rendere cremose le zuppe aggiungendo latte addensato e farina, purè di patate o panna a ridotto contenuto di grassi.

Fare pasti regolari

  • È meglio mangiare con regolarità a degli orari ben precisi: il corpo riesce a regolare meglio i livelli di zucchero nel sangue e il peso corporeo quando si mantengono regolari gli orari dei pasti.
  • Cercare di mangiare porzioni moderate durante ogni pasto o spuntino.
  • Non saltare la colazione. Bisogna iniziare la giornata con una buona colazione. Fare la colazione ogni giorno aiuta ad avere energia e a mantenere costanti i livelli di zucchero nel sangue.
  • Mangiare piccoli pasti regolari, fino a 6 al giorno. Le persone tendono a mangiare porzioni più grandi quando sono eccessivamente affamate, mentre mangiare regolarmente aiuta a mantenere le porzioni adeguate.
  • Mantenere lo stesso apporto calorico. Regolare la quantità di calorie che si mangia su una base quotidiana ha un impatto sulla regolarità dei livelli di zucchero nel sangue. Provare a mangiare più o meno la stessa quantità di calorie ogni giorno, piuttosto che esagerare un giorno o in un singolo pasto e poi limitarsi su quello successivo.

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Il sale iodato è importante per prevenire le malattie della tiroide: in quali alimenti trovarlo?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PESCE MARE ABISSO PROFONDITA NUOTARE PESCA PESCARE CUCINA DIETA CIBO CARNE PROTEINE GRASSI OMEGA 3Lo iodio fa bene, non solo in caso di malattie tiroidee o per combattere l’esposizione alle radiazioni nucleari. Lo iodio fa bene a tutti e per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità auspica che il consumo di sale arricchito con questo minerale aumenti fino a raggiungere il 95%. Ma le proprietà dello iodio e il relativo consumo sono ancora molto lontane da questo obiettivo.

Il sale iodato è il sale marino a cui viene aggiunto artificialmente dello iodio. Lo iodio è importante per salute delle persone e lo si rileva in modo ancora più evidente sulle persone che vivono in luoghi lontani dal mare: la carenza di iodio può causare dei problemi alla tiroide, fino all’ingrossamento della ghiandola e al formarsi del gozzo. A conferma di quanto lo iodio sia importante, una ricerca delle università inglesi di Surrey e di Bristol, pubblicata sulla rivista The Lancet, è giunta alla conclusione che lo iodio è direttamente connesso allo sviluppo intellettivo. Lo studio è stato condotto su un campione di mille donne in gravidanza: quelle che avevano una dieta ricca di iodio hanno avuto bambini con un QI superiore di tre punti rispetto ai bambini nati dalle donne che avevano una dieta carente di questo minerale.

In quali alimenti si può trovare lo iodio? Innanzi tutto in pesci e crostacei, ma ne contengono una buona quantità anche il latte, la carne e le uova. Per quanto riguarda i cibi arricchiti artificialmente, oltre al sale iodato, si possono trovare in commercio anche le patate iodate e presto arriveranno altri tipi di verdura con aggiunta di iodio come pomodori, carote e insalata che si ottengono aggiungendo iodio al terreno: l’esperimento è stato condotto con successo presso l’università di Pisa. Saranno presto nei negozi anche latte e formaggi ulteriormente arricchiti, cosa che si ottiene aggiungendo iodio ai mangimi degli animali.

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I rischi della folle dieta della gravidanza (dieta HGC)

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO GRAVIDANZA MATERNITA FIGLIO MAMMA MADRE GENITORI CONCEPIMENTO PARTO FETO EMBRIONE (10)Per perdere peso, se ne perde. E come potrebbe essere altrimenti, dal momento che prevede l’introduzione di sole 500 calorie al giorno? Eppure, stando all’inventore della dieta HGC, grazie all’assunzione della gonadotropina corionica umana, ovvero l’ormone della gravidanza, sarebbe possibile non avere cali di energia. Il funzionamento di quest’ultimo ritrovato, di cui si trovano sempre più tracce in Rete, è semplice: l’HGC, infatti, permette di bruciare i grassi accumulati in precedenza, trasformandoli appunto in energia e sopperendo così al calo dovuto al ridotto apporto calorico.

Con 500 calorie al giorno a che serve l’HGC?

Il regime dietetico, si baserebbe su cicli di almeno 26 giorni, ma non più di 43, per un totale di 40 dosi di ormone somministrate tramite gocce da mettere sotto la lingua. L’indubbio risultato è quello di perdere peso, ma l’opinione degli esperti è altrettanto chiara: “Non c’è bisogno dell’ormone HGC per perdere peso con 500 calorie giornaliere!” queste le parole della dottoressa Giovanna Cecchetto, Presidente dell’Associazione Nazionale Dietisti (Andid). “Il problema più evidente di questa dieta è rappresentato però dai rischi nutrizionali che sotto a certo regime calorico ormai tutte le comunità scientifiche raccomandano di non andare: parliamo di 1.000/1.200 calorie quotidiane, sotto le quali si corre il pericolo di una grave malnutrizione. Nessun esperto ormai propone una dieta del genere, se non in casi rarissimi e protetti, come quelli seguiti per via ospedaliera”.

Molti rischi

Gli effetti collaterali di questa dieta consistono soprattutto nel fatto che, essendo a base di ormone prodotto normalmente durante la gravidanza, può portare ad un ingrossamento del seno, a squilibri ormonali, caduta di capelli o irsutismo, fino ad arrivare, in casi estremi, anche a cistite o gravidanze indesiderate. Ma senza giungere a conseguenze più gravi esiste una serie di problemi più immediati, connessi a questo tipo di regime alimentare? Certo ed è legato alla durata nel tempo di un’alimentazione del genere. Basti pensare che con sole 500 calorie al giorno è praticamente impossibile poter condurre una vita normale, sono troppo poche. Va poi ricordato che queste diete che si trovano online non indicano mai in modo chiaro gli effetti collaterali, perché risulta difficile individuare la fonte, gli studi, le ricerche scientifiche e mediche che ne sono alla base. Il web, pur avendo indubbi vantaggi e molte potenzialità, ha questa grossa criticità: a differenza delle informazioni che si possono trovare sulle riviste di settore, le notizie che circolano in modo incontrollato in Rete rischiano di abbagliare chi le legge, se non ha una specifica formazione.

Insomma, meglio non fidarsi?

Sì, perché bisogna tener presente che una dieta va calibrata a seconda del soggetto in questione e a quanti chili deve perdere, se solo un paio oppure 20 o 50. E’ poi fondamentale individuare il vero motivo che sta alla base di un aumento di peso: solitamente va cercato nell’ambiente e nello stile di vita delle persone. C’è poi, infine, un ultimo fattore importantissimo, ovvero il fattore tempo. Certe diete promettono risultati ottimali nel breve periodo, senza tener conto di quanto può accadere invece nel lungo periodo. Non si tratta solo del fatto che, con certi regimi alimentari, è facile e scontato riprendere peso non appena si torna ad un’alimentazione “ordinaria”. Nel mettere a punto una dieta occorre anche e soprattutto ricordare che esiste sempre un futuro: se si è donne, ad esempio, si deve ricordare che l’alimentazione può avere ricadute sulla possibilità di avere figli. Oppure che in menopausa possono avvenire cambiamenti importanti proprio dal punto di vista del peso. Occorre quindi sempre affidarsi ad un esperto? Certamente, anche perché ormai l’obiettivo delle diete è soprattutto quello di permettere ai soggetti di raggiungere un equilibrio. Equilibrio tra l’esigenza o la voglia di perdere peso e quella di potersi concedere una cena al ristorante, ad esempio. È per questo che noi ormai parliamo non di risultati ottimali (o veloci), ma di risultati salutari e di lunga durata.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Tiroide e obesità: qual è il vero legame?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO COLLO TIROIDE DONNA MAL DI GOLA (2)Avere gli ormoni tiroidei “sballati” non è una causa di obesità, ma una sua conseguenza. A ribaltare la visione classica dei rapporti tra funzione della tiroide e chili di troppo sono ricercatori e i clinici dell’Unità operativa di medicina interna ed endocrinologia dell’Istituto scientifico di Pavia dell’Irccs Fondazione Maugeri, guidati da Luca Chiovato.
In una serie di studi pubblicati su riviste internazionali, il team ha indagato sulla funzione tiroidea degli obesi, partendo dalla teoria secondo cui l’ipotiroidismo provoca un aumento di peso. Per gli autori, le conclusioni di queste ricerche permetterebbero di evitare cure ormonali inutili ai pazienti “extralarge”.

Leggi anche: Tiroide: anatomia, funzioni e patologie in sintesi

In tutti i Paesi sviluppati o in via di sviluppo l’obesità ha raggiunto negli ultimi 20 anni proporzioni epidemiche e la sua incidenza è in continuo aumento, ricorda una nota della Maugeri. In Italia il 33% della popolazione è in sovrappeso (41% degli uomini e 26% delle donne) e quasi il 10% è obesa. In Lombardia le persone in sovrappeso sono il 25%, gli obesi l’8%. Sebbene i primi responsabili dell’obesità siano le cattive abitudini alimentari e lo scarso movimento, vari studi hanno cercato altre possibili cause nell’assetto endocrino delle persone obese, e in particolare nell’ipotiroidismo.

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Molti studi epidemiologici, infatti, avevano ripetutamente dimostrato che una percentuale rilevante di pazienti obesi presenta agli esami di laboratorio valori superiori alla norma di ormone tireotropo (Tsh), cioè un quadro ormonale tipico delle forme iniziali d’ipotiroidismo. Per capire se si trattava di una condizione di vero ipotiroidismo, gli endocrinologi pavesi hanno condotto una serie di studi dimostrando come, nella maggior parte degli obesi, l’aumento dell’ormone tireotropo circolante sia una conseguenza dell’eccesso di peso e non la causa dell’obesità. L’ultima ricerca, pubblicata su Endocrine, ha preso in considerazione una conseguenza tipica dell’ipotiroidismo e cioè la dislipidemia, caratterizzata dall’aumento del colesterolo nel sangue.

È stato studiato l’assetto lipidico di 55 pazienti con obesità grave (Bmi maggiore di 40) e livelli eccessivi di ormone Tsh. Se fossero stati davvero ipotiroidei, avrebbero dovuto presentare un aumento del colesterolo. Invece, confrontati con persone normopeso affette da vero ipotiroidismo, presentavano valori di colesterolo più bassi. “Un’ulteriore dimostrazione che l’anormale profilo ormonale tiroideo di molti obesi non è indicativo di vero ipotiroidismo – concludono gli scienziati – e che quindi questi pazienti non hanno bisogno di un trattamento sostitutivo con ormoni tiroidei”.

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Osteoporosi: cause, diagnosi, cure, osteopenia, valori Z-score e T-score

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO OSTEOPOROSI MINEROLOMETRIA OSSEA COMPUTERIZZATA MOC DEXA Z SCORE T SCORE FRATTURA DIFFERENZE OSTEOPENIA OSSO OSSAL’osteoporosi è una osteopatia (cioè una malattia ossea) caratterizzata dalla riduzione quantitativa della massa ossea (si riduce il quantitativo minerale osseo, in particolare di calcio) e da alterazioni della microarchitettura dell’osso con conseguente aumentata fragilità ossea ed aumento del rischio di fratture da traumi minimi.

Differenza tra osteoporosi e osteopenia

Si parla di “osteopenia” quando i livelli di densità, quindi di massa ossea, scendono al di sotto della norma, ma ancora non si verificano le condizioni dell’osteoporosi. L’osteopenia è quindi una condizione meno grave dell’osteoporosi, tuttavia – nei pazienti con osteopenia – è importante impostare rapidamente una terapia, per evitare che la situazione si trasformi progressivamente in osteoporosi.

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Quanto è diffusa l’osteoporosi?

Dall’ultima indagine ISTAT si dichiara ammalato di questa patologia solo il 4,7% della popolazione totale e il 17,5% delle persone con oltre sessantacinque anni. Il dato reale in realtà, è molto più alto: il 23% delle donne di oltre 40 anni e il 14% degli uomini con più di 60 anni è affetto da osteoporosi (studio epidemiologico multicentrico nazionale ESOPO). Solo una donna su due affetta da osteoporosi sa di esserlo. Stessa mancanza di consapevolezza su questa patologia riguarda un uomo su cinque. Il 50% delle persone che pensano di essere ammalate di osteoporosi non lo sono, mentre la metà di quelli realmente affetti dalla malattia non sa di esserlo (studio condotto da Istituto superiore di sanità, Istat, Ars della Toscana e Asl di Firenze).

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Roma Medicina Chirurgia Estetica Rughe Filler Peso Dimagrire Pancia Grasso Dietologo Pene HD Grasso Pancia Sex Glutei Sedere Calo Botulino Sessuologo Unità Terapia Glutei OSTEOPOROSI CAUSE DIAGNOSI CURE 2

Fonte: Maggi S. et al., Quantitative heel ultrasound in a population-based study in Italy and its relationship with fracture history: the ESOPO study, Osteoporos Int (2006)

Cause e fattori di rischio dell’osteoporosi

In base alla causa, l’osteoporosi si divide in due grandi gruppi:

  • osteoporosi primaria: causata principalmente da una diminuzione dell’estrogeno (tipico della post-menopausa e dell’età senile) e favorita da altri fattori come scarso apporto di calcio con la dieta e vita sedentaria;
  • osteoporosi secondaria: causata da malattie non ossee, da farmaci (principalmente corticosteroidei) e sostanze tossiche.

Per capire le cause che primariamente portano ad osteoporosi, è necessario focalizzarsi su un fatto: le donne sono molto più colpite dall’osteoporosi rispetto agli uomini. Il 90% degli statunitensi con osteoporosi è di sesso femminile. La maggiore incidenza della malattia nelle donne (soprattutto con il progredire dell’età) è rapportata alla diminuzione dell’estrogeno, che si ha nella menopausa. Gli estrogeni favoriscono l’assunzione del calcio da parte delle ossa e ne inibiscono la loro distruzione, con conseguente perdita di calcio, quindi una diminuzione estrogenica può essere causa di osteoporosi primaria. L’uomo è più protetto, sia perché ha una certa produzione di estrogeni, sia perché ha un livello di testosterone che dura quasi tutta la vita, che in parte viene convertito in estrogeni. Questo fa sì che dai 50 anni in poi gli uomini perdano lo 0,4% del calcio corporeo all’anno, mentre nelle donne già dai 35 anni la perdita è già il doppio del valore maschile., con un peggioramento netto con la menopausa, perché le ovaie smettono di produrre estrogeni. Gli estrogeni calano di colpo, con minor assorbimento di calcio a livello intestinale, una minore produzione di calcitonina che inibisce la demineralizzazione, con il risultato totale che la menopausa accelera in modo importante l’osteoporosi. Con la menopausa la perdita di calcio accelera al ritmo del 3-6% all’anno nei primi cinque anni, per poi scendere all’1% all’anno. A questo ritmo, una donna perde circa il 15% della massa ossea nei primi dieci anni dall’inizio della menopausa e a 70 anni il calo può arrivare intorno al 30%.

Oltre alla ridotta secrezione di estrogeni, le principali cause e fattori di rischio che possono portare all’osteoporosi, sono:

  • malnutrizione per difetto (in particolare ridotta assunzione di calcio con la dieta);
  • vita sedentaria;
  • ingestione di bevande con ridotto contenuto di calcio (bevande gassate);
  • stress psicofisico prolungato;
  • età femminile superiore di 45 anni;
  • periodo post-menopausale;
  • fumo di sigarette;
  • assenza di gravidanza e di allattamento al seno.

Nella stragrande maggioranza dei casi la causa non è una sola, bensì più fattori di rischio concorrono nell’insorgenza dell’osteoporosi.

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Sintomi e segni di osteoporosi

Nelle fasi iniziali, l’osteoporosi può essere asintomatica, cioè non determinare alcun sintomo. Successivamente possono comparire:

  • mal di schiena;
  • abbassamento progressivo dell’altezza;
  • postura incurvata;
  • facilità a fratture.

L’osteoporosi si manifesta con sintomi solo quando è abbastanza grave da determinare microfratture o schiacciamento dei corpi vertebrali, con comparsa di dolore alla colonna vertebrale. L’osteoporosi aumenta molto il rischio di fratture di tutte le ossa del corpo, in particolare di vertebre, femore e polso. Nei soggetti anziani con osteoporosi, specie di sesso femminile, la frattura del collo del femore può essere provocata semplicemente da una banale caduta o dal sollevamento di un peso.

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Diagnosi di osteoporosi

L’OMS definisce l’osteoporosi utilizzando un parametro chiamato T-score. Questo parametro rappresenta il valore della densità ossea del paziente espresso come numero di deviazioni standard (DS) al di sopra o al di sotto rispetto alla densità ossea di un soggetto donna giovane adulto, che ha quindi raggiunto il picco di densità di minerale osseo. Il picco di densità di minerale osseo è la quantità massima di minerale osseo accumulata nel corso della propria vita, questo raggiunge il suo valore maggiore intorno ai 25/30 anni. Può essere influenzato oltre che da fattori genetici anche da fattori ambientali come: normale apporto di calcio con la dieta, normale e costante attività fisica, normale esposizione alle radiazioni ultraviolette che favoriscono la maturazione della vitamina D. Per giovane adulto ci si riferisce quindi ad un soggetto donna di circa 25/30 anni, di specifica etnia, con un normale stato di salute ed una normale attività fisica. La diminuzione del valore al di sotto di questo parametro ci consente di sapere se siamo in condizioni di osteopenia (modesta riduzione del contenuto minerale osseo) o osteoporosi franca, che può essere più o meno importante e che sottopone a rischio di fratture ossee al minimo trauma.
La tecnica che consente la diagnosi di osteoporosi è la densitometria ossea. La metodica più utilizzata è la densitometria a raggi X a doppia energia, chiamata DEXA, che consente la valutazione della quantità di osso sia trabecolare, che corticale. La DEXA permette la misurazione del contenuto minerale osseo a livello del rachide lombare, del femore prossimale e dell’intero scheletro. Al posto di DEXA talvolta MOC (acronimo di mineralometria ossea computerizzata): i termini DEXA e MOC sono sinonimi.

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T-score

In base al T-score ottenuto da una DEXA (MOC), si possono verificare tre situazioni:

  • un T-score maggiore o uguale a -1 DS indica osso normale;
  • un T-score compreso tra -1 e -2,5 DS indica osteopenia;
  • un T-score minore di -2,5 DS indica osteoporosi.

Un T-score uguale a 0 indica che il soggetto esaminato presenta una densità ossea uguale a quella media di una donna sana di circa 25/30 anni. Più il valore è basso rispetto allo zero, maggiore sarà la gravità dell’osteoporosi. Ad esempio:

  • un T-score di -3 DS indica osteoporosi;
  • un T-score di -3,5 DS indica una osteoporosi più grave;
  • un T-score di -4 DS indica una osteoporosi ancora più grave.

Un T-score superiore a 0 indica che il paziente ha una densità ossea migliore di una donna sana di circa 30 anni.

Z-score

La diagnosi di osteoporosi in alcuni casi si basa sul parametro chiamato Z-score, sempre ottenuto effettuando una DEXA (MOC). Mentre il T-score come abbiamo visto paragona la densità ossea del paziente espresso come numero di deviazioni standard al di sopra o al di sotto rispetto alla densità ossea di un soggetto giovane adulto donna (di circa 25/30 anni) di una specifica etnia, il Z-score paragona la densità ossea con quella media di soggetti di pari età, etnia e sesso del paziente. Il Z-score è quindi più attendibile in un ampia varietà di pazienti, come bambini, adolescenti e giovani adulti maschi, mentre il T-score ha più senso quando il paziente è una donna che ha superato i 30 anni (soprattutto se ha superato la menopausa) o è un uomo che ha superato i 50 anni.

Leggi anche: Menopausa: quali cambiamenti aspettarsi e come gestirli

Quando usare il T-score e quando lo Z-score?

Il T-score andrebbe usato come riferimento per donne oltre i 30 anni, soprattutto se in post menopausa, e uomini oltre i 50 anni. Per tutti gli altri casi andrebbe valutato l’uso dello Z-score, soprattutto per bambini, adolescenti e giovani adulti maschi. In parole semplici:

  • il valore della densità ossea ottenuti da una DEXA in un paziente donna ultratrentenne o donna nel periodo post menopausale o uomo di oltre 50 anni, viene messo a paragone con quello di una donna di circa 30 anni (T-score);
  • il valore della densità ossea ottenuti da una DEXA in un paziente che non rientra nelle precedenti classi, viene messo a paragone con quello di un soggetto di pari età, sesso ed etnia (Z-score).

A titolo di esempio un bambino di 7 anni afroamericano o scandinavo userà i valori di riferimento diversi da quelli di una bambina di 10 anni asiatica o sudamericana. Per capire l’importanza di usare lo Z-score al posto del T-score in questo caso, si pensi al rischio che si avrebbe paragonando il risultato della DEXA (MOC) di un bambino sano di 9 anni a quello di una donna di 30 anni, ovvero quello che accadrebbe usando il T-score: al bimbo verrebbe diagnosticata l’osteoporosi nonostante abbia una normale una densità per la sua età.

Leggi anche: Quali sono le differenze tra MOC e DEXA nella diagnosi di osteoporosi?

Terapia dell’osteoporosi

La terapia si basa sulla somministrazione di calcio che in alcuni soggetti è in grado di rallentare il processo, ma non di curarlo. Altri farmaci usati sono gli estrogeni: nelle donne in menopausa, anche questi con effetti di prevenzione più che di cura della malattia. Usati anche gli androgeni, la calcitonina, i fluoruri. Di recente utilizzazione nella terapia dell’osteoporosi è una nuova classe di farmaci, i bifosfonati, analoghi del pirofosfato, caratterizzati dal legame P-C-P, notevolmente stabile e resistente alla degradazione chimica; la loro azione consiste nella inibizione sia del riassorbimento sia del turn over osseo attraverso l’interazione fisico-chimica con l’idrossiapatite e le modificazioni morfologiche, biochimiche e metaboliche degli osteoclasti (le cellule che degradano il tessuto osseo). Molto importante, come misura di supporto alla terapia farmacologica, sono un’adeguata attività fisica e un’alimentazione equilibrata.

Leggi anche: Classifica dei cibi e bevande con maggior quantità di calcio esistenti

Prodotti consigliati

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere di ossa, legamenti, cartilagini e tendini e la cura dei dolori articolari:

Per approfondire: Cos’è la mineralometria ossea computerizzata (MOC), a cosa serve, come si interpretano i risultati?

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Combatti o fuggi: ecco cosa accade nel nostro corpo quando siamo terrorizzati

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO LEONE NATURA ANIMALI SAVANAImmaginate di essere un uomo preistorico e di stare passeggiando tranquilli lungo il bosco alla ricerca di cibo. All’improvviso vi ritrovate davanti un leone di grossa taglia decisamente affamato, che vi viene incontro mostrando i denti con aria minacciosa. Cosa fate? Per sopravvivere avete probabilmente solo tre soluzioni possibili:

  1. Scappate nella direzione opposta, sperando che il leone abbia già pranzato e stabilendo il nuovo record mondiale dei 100 metri piani.
  2. Cercate di colpirlo in testa con l’enorme clava che tenete in mano, con la forza della disperazione.
  3. Restate immobili, impietriti dalla paura.

Se ci fate caso, solo due soluzioni possono offrirvi qualche possibilità di salvarvi: le prime due; mentre invece restare fermi probabilmente vi condurrà a diventare la cena del leone. Ovviamente lo scenario che vi abbiamo descritto è una semplificazione, anche perché in alcune condizioni “fingersi morti” potrebbe in effetti anche salvarvi, ma sono eccezioni: il nostro corpo ha imparato, in migliaia di anni di evoluzione, che ci sono solo due vere efficaci possibilità di reazione ad uno stimolo che ci terrorizza all’improvviso: combattere o fuggire.

Fight or flight

Tale reazione primitiva ad una situazione di pericolo è quella che in inglese viene definita “fight-or-flight“, interpretabile in italiano con “combatti o fuggi“. Di fronte al pericolo la fisiologia del nostro corpo ci prepara ad affrontare molto rapidamente la situazione nelle uniche due soluzioni possibili. L’amigdala agisce sull’ipotalamo che a sua volta stimola l’ipofisi innescando una serie di reazioni che portano il corpo a produrre gli ormoni che ci preparano per l’azione, come ad esempio le catecolamine adrenalina e noradrenalina ed il corticosteroide cortisolo, che – dopo esser stati prodotti rispettivamente dalla midollare e dalla corticale del surrene – vengono rilasciati nel flusso sanguigno e fanno aumentare il tono muscolare per preparare il corpo all’azione fisica, aumentano la frequenza cardiaca in modo che il sangue scorra più rapidamente in tutto i tessuti, agiscono sul ritmo di respirazione per aumentare la quantità di ossigeno disponibile, e ci aiutano a concentrarci per poter pianificare e pensare velocemente ad un modo per tirarsi fuori dai guai. Nei momenti di terrore il nostro corpo diventa una potentissima arma metabolica, pronta a reagire per difendere lo scopo più importante della nostra esistenza: sopravvivere a qualsiasi costo.

Forza fuori dal normale

I meccanismi appena accennati ci predispongono velocemente ad affrontare entrambe le soluzioni, visto che – sia che si combatta o che si fugga – nei momenti successivi al terrore, al nostro corpo è richiesta una impennata di forza, agilità, velocità, reattività. Nei momenti di paura il corpo tende ad avere un picco di attività metabolica talmente elevato, che il tempo sembra rallentare: istinto e valutazione analitica dello scenario da affrontare si mescolano e in poche frazioni di secondo ci ritroviamo a correre più velocemente di quanto mai avremmo pensato o a picchiare con una forza che non pensavamo di avere. Molto spesso, quando la situazione torna normale, ci accorgiamo di avere dolori muscolari e articolari, o ferite, che prima non “sentivamo”. Ciò accade perché durante il meccanismo “combatti o fuggi” il corpo si preoccupa di salvare la nostra vita senza risparmiare il nostro sistema locomotore o lasciando in secondo piano tutte le informazioni che non sono vitali in quel momento, tra cui i i nostri dolori.

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La sinfonia metabolica “del terrore”

Il fegato estrae la fenilalanina (un amminoacido) dalle proteine che assumiamo come parte della dieta (da carni, uova ed altri alimenti proteici) e la trasforma in tirosina, prima di essere inviata alle ghiandole surrenali. Qui viene utilizzata per la formazione dell’ormone adrenalina. L’ormone viene poi immagazzinato per essere successivamente usato in situazioni di pericolo. Quando avvertiamo il pericolo, il nostro cervello stimola le ghiandole surrenali a rilasciare adrenalina nel circolo sanguigno 20 volte più velocemente del normale. Una volta in circolo, l’adrenalina va a legarsi ai recettori posti sulla superficie delle cellule degli organi target come polmoni, cuore, cervello e muscoli striati. In breve tempo provoca la reazione “combatti o fuggi” con i seguenti effetti principali:

  1.  più sangue arriverà al cervello, ciò rende i nostri pensieri più lucidi;
  2. le pupille si dilatano (midriasi) per rendere la vista acuta;
  3. il sangue coagula più rapidamente nella previsione di minimizzare eventuali perdite di sangue (nel caso di una caduta durante la fuga o ferite nella lotta);
  4. i vasi sanguigni che riforniscono il tratto gastrointestinale vengono ristretti: ciò porta ad un rallentamento della digestione (meccanismo inutile in un combatti o fuggi, anzi deleterio perché ruba risorse energetiche ai muscoli);
  5. il sangue è dirottato in quei distretti che necessitano maggiormente: cuore, cervello, polmoni e muscoli scheletrici;
  6. il sangue trasporta ancora più ossigeno e glucosio alle braccia, alle gambe, alla schiena ed al busto; ciò si traduce in “sforzi sovrumani” ed a volte ci permette di compiere azioni con una potenza che normalmente sarebbe fuori portata o addirittura deleteria per il nostro apparato locomotore;
  7. il cuore si contrae più efficacemente e velocemente, ciò aumenta la gittata cardiaca;
  8. le vie aeree nei polmoni si dilatano e ci permettono di assumere più ossigeno;
  9. la frequenza respiratoria aumenta.

L’effetto dell’adrenalina ha una durata di pochi minuti, durante i quali – se tutto va bene -il soggetto sarà riuscito a scappare o a mettere fuori combattimento l’avversario. Dopo questo surplus di energia, il corpo andrà incontro a un rilassamento compensatorio in cui ci si sentirà stanchi ed i muscoli potrebbero far fatica a tenerci in piedi, ad esempio potrebbero tremarci le gambe o addirittura perdere conoscenza. Dopo il combatti o fuggi si sentirà a volte il bisogno di urinare: la ragione di questo improvviso stimolo sta nel fatto che l’adrenalina viene ossidata e convertita in prodotti di scarto che sono eliminati dal corpo quando espelliamo l’acqua, oltre al fatto che l’improvviso rilassamento potrebbe influire sulla capacità di contrarre lo sfintere vescicale.

Per approfondire: Cos’è l’adrenalina ed a cosa serve?

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Due milioni di italiani sono diabesi, lo sei anche tu?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OBESITA GRASSO SOVRAPPESO DIETA DIMAGRIRE METRO ADDOME PANCIA GRASSOLe persone sovrappeso, obese e/o con diabete in tutto il mondo sono in aumento e in Italia si segue il trend: in Italia è sovrappeso oltre 1 persona su 3 (36%, con preponderanza maschile: 45,5% rispetto al 26,8% nelle donne), obesa 1 su 10 (10%), diabetica più di 1 su 20 (5,5%). Secondo l’Associazione Medici Diabetologi, oltre il 66,4% delle persone con diabete di tipo 2 è anche molto sovrappeso o obeso, mentre lo è un quarto delle persone con diabete tipo 1, il 24%. In pratica, sono sovrappeso quasi 22 milioni di italiani, obesi 6 milioni, con diabete quasi 3,5 milioni. Il termine “diabesi” si riferisce a individui che sono contemporaneamente obesi e con diabete. I diabesi in Italia sono più di 2 milioni.

Paolo Sbraccia, presidente della Società Italiana dell’Obesità, ha affermato: «Questi numeri ci fanno capire come diabete e obesità si sostengano a vicenda. L’obesità è considerata l’anticamera del diabete e la combinazione tra le due malattie rappresenta una vera e propria epidemia dei nostri tempi, per la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha persino coniato il termine diabesità. Il rischio di morte raddoppia ogni 5 punti di crescita dell’indice di massa corporea, il BMI: un diabetico sovrappeso raddoppia il proprio rischio di morire entro 10 anni rispetto a un diabetico di peso normale; per un diabetico obeso il rischio quadruplica».

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