Differenze tra il diabete di tipo 1 e 2 (insulino dipendente e resistente)

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZE DIABETE TIPO 1 2 INSULINO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgIl diabete mellito di tipo 1 e di tipo 2, una volta rispettivamente chiamati “insulino dipendente” ed “insulino resistente”, sono due patologie che vengono spesso confuse, anche perché in effetti portano entrambe ad una alterazione dei livelli glicemici nel sangue, tuttavia sono patologie profondamente diverse per eziologia, diffusione, sintomi e terapie. Vediamo quali sono queste differenze.

Diabete mellito di tipo 1 (insulino dipendente)
Il diabete mellito di tipo 1 (DM1), anche detto diabete insulino dipendente (o anche diabete giovanile, perché la sua insorgenza è abitualmente più precoce) si manifesta quando il pancreas non è in grado di produrre adeguata insulina: non potendo contare sulla propria produzione di questo ormone, chi ha questa forma di diabete è costretto a somministrarsi insulina per mantenere sotto controllo la glicemia. La terapia per il diabete di tipo 1 è quindi di tipo insulinico, con il paziente che deve somministrarsela tramite iniezione, in genere almeno 4 volte al giorno, o attraverso microinfusori. In genere, ha un esordio rapido, brusco, con variazioni stagionali e differenze geografiche. Diverse evidenze indicano che si tratti di una malattia autoimmunitaria (l’organismo distrugge parte delle sue stesse cellule). I fattori di rischio non sono conosciuti con certezza. Alcuni esperti hanno ipotizzato un coinvolgimento di infezioni virali intrauterine, predisposizione genetica ed altri.

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Diabete mellito di tipo 2 (insulino resistente)
Il diabete di tipo 2 (DM2), anche detto diabete insulino resistente, molto diffuso tra pazienti obesi, è la forma di diabete più frequente che si sviluppa in età adulta, oltre ad essere la forma di diabete più diffusa in assoluto nella popolazione ed in forte crescita negli ultimi anni. Si manifesta quando il pancreas produce una corretta quantità di insulina che però non riesce a svolgere la sua funzione a causa della resistenza delle cellule bersaglio, ciò porta nelle fasi iniziali della patologia ad una iperproduzione compensatoria di insulina da parte del pancreas (al contrario del diabete di tipo 1) che però cronicamente tende a diminuire nelle fasi successive della malattia. Il diabete di tipo 2 è legato a uno stile di vita scorretto, caratterizzato da un’alimentazione non equilibrata e da una scarsa attività fisica. Questa forma ha anche una forte caratterizzazione genetica, per cui tende a essere ereditario: chi ha genitori o parenti diabetici ha maggiore probabilità di sviluppare la patologia. Derivando molto spesso da abitudini non equilibrate, la correzione dello stile di vita è il primo presidio terapeutico per questa forma di diabete. Nel caso ciò non fosse sufficiente a tenere sotto controllo la glicemia – ed in molte persone accade anche se lo stile di vita è perfetto – occorre intervenire con i farmaci.

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Le differenze tra i due tipi di diabete appaiono chiare guardando la seguente tabella:

                                               Diabete di tipo 1                          Diabete di tipo 2

  • Insulina:                       Scarsa o mancante                     Normale/eccessiva
  • Sintomi:                        Evidenti                                       Assenti nelle fasi iniziali
  • Insulinodipendenza:  Si                                                   No nelle fasi iniziali
  • Peso:                              Generalmente normale            Sovrappeso, obesità
  • Cause:                            Forse autoimmunitarie            Stile di vita, ereditarietà
  • Esordio:                         Brusco                                         Graduale
  • Età:                                 Prima dei 35 anni                      Dopo i 35 anni
  • Complicazioni:            Molti anni dopo                          Evidenti alla diagnosi
  • Terapia iniziale:          Insulina                                        Dieta, esercizio, farmaci

Uno stile di vita sano è fondamentale in entrambi i tipi di diabete mellito: il paziente deve seguire una dieta libera ma equilibrata e mantenersi in forma con l’attività fisica.

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Fitomagra: prodotti drenanti e per la riduzione del peso corporeo

MEDICINA ONLINE FITOMAGRA DRENANTE PANCIA GONFIA COMPRESSE  FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO IMAGE PHOTO PICTURE HI RES INIEZIONE  PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA EFFETTI COLLATERALI CONTRO.jpgFitomagra è una linea di integratori alimentari prodotti e venduti da Aboca. A base di erbe sono prodotti ad azione drenante dell’organismo pensati per la riduzione del peso corporeo in regimi alimentari controllati. Tutti i prodotti della linea Fitomagra sono pensati per integrare l’apporto energetico, vitaminico per il controllo del peso corporeo. La linea fitomagra riguarda tutte le tipologie di problemi legate al mantenimento o alla necessità di controllare il peso corporeo.

Fitomagra: tante soluzioni per diverse esigenze

Fitomagra Ondieta

La fame nervosa è uno dei problemi principali di chi inizia una dieta, causando a volte dei disagi e vanificando gli effetti benefici della dieta. Fitomagra Ondieta si prefigge proprio questo: bloccare il senso di fame. E’ un integratore e serve principalmente a migliorare l’attività di metabolismo dei grassi. E’ un concentrato di erbe come Griffonia, Curcuma e Rodiola; è sotto forma di opercoli in flacone da 100 compresse da assumere seguendo attentamente le istruzioni per l’uso.

Fitomagra System

Sistema di integratori alimentari è un vero e proprio programma che racchiude le azioni fondamnetali di fitomagra attiva, drena e limita tutto in due soli prodotti. Actidren – concentrato liquido a base di Radice di Tarassaco, Arancio amaro e frutti immaturi, The verde e foglie di Orthosiphon da prendere lontano dai pasti, attiva il metabolismo di grassi e zuccheri, drenando e ad azione diuretica.
Limita DimaFibra compresse, a base di Inulina da radice di Cicoria, oli essenziali di Anice Stellato e Finocchio è studiato a partire dal brevetto Dimafibra che prevede un apporto di fibre all’organismo in grado di ridurre il senso di fame e arginare l’assorbimento del cibo. Le compresse Fitomagra devono essere assunte (n° 3 compresse) prima dei pasti, consentendo ai principi attivi di bloccare il senso di fame in modo da ridurre indirettamente la quantità di cibo ingerita. E’ necessario non esagerare con le dosi attenendosi a quanto indicato nel foglietto illustrativo. Inoltre tali integratori non sostituiscono la normale alimentazione ma la integrano in una dieta equilibrata e varia accompagnata da una sana attività fisica continuativa.

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Fitomagra Actidren

La tisana in filtri Fitomagra, grazie alla combinazione delle erbe che la compongono, produce un effetto drenante. Infatti il Tarassaco e Verga d’oro, uniti al The verde, Guaranà e alga bruna, attivano efficacemente il metabolismo dell’organismo. Gli ingredienti della tisana, completati dagli oli essenziali di cannella e Finocchio, insieme a Liquirizia e Anice stellato, la rendono utile in regimi alimentari. Assumendone un tazza al giorno, associata ad una vita sana ed un’attività fisica continuativa, è possibile ridurre efficacemente il peso corporeo grazie all’azione drenante delle erbe che la compongono. Fitomagra Actidren si presenta anche in soluzione concentrata liquida. A base di Citrus, in grado di aumentare e migliorare il metabolismo degli zuccheri e dei grassi, e Tarassaco che ha un’azione depurativa e drenante. Prima di assumere Fitomagra Actidren è encessario agitare il flacone assumendone un misurino al giorno oppure diluito in un bicchiere d’acqua lontano dai pasti, inoltre è possibile diluire un misurino in mezzo litro d’acqua da consumare in tutto l’arco della giornata. Fitomagra Actidren è sconsigliato in casi di malattie cardiovascoalri, ipertensione, in gravidanza e allattamento.

FitoMagra Actidren Opercoli

A base di Tarassaco e The verde, possiede un’alta concentrazione di sostanze in grado di migliorare l’attività drenante e metabolica in regimi alimentari controllati. Si presenta in formato blister in modo da agevolarne l’assunzione in qualunque momento della giornata. La dose massima per diem è di 4 compresse da assumere lontano dai pasti.

Fitomagra Limita Dimafibra

E’ un integratore alimentare di fibre da assumere poco prima dei pasti. Attenua il senso di fame e contribuisce a ridurre l’assorbimento dei cibi a livello di intestino. Realizzato con il Dimafibra, che è un brevetto messo a punto da Aboca unendo mucillaggini liofilizzate di Lino, Tiglio Altea e altre fibre vegetali di Opuntia e Cellulosa, agisce localmente permetterndo la formazione di un gel naturale che assorbe l’acqua, riducendo così il senso di appetito.

Fitomagra Drena Plus

Tisana, a base di Tarassaco e verga d’oro, con proprietà depurative utili in regimi alimentari. Tutte le piante utilizzate nella composizione del filtro sono conosciute per favorire l’equilibrio idrico. Liquirizia, Finocchio, Menta, Orthosiphon.

Fitomagra Adiprox

Novità del sistema fitomagra. A base di AdiProFen complesso molecolare 100% naturale importante per migliorare le funzionalità dei tessuti adiposi: antiossidante, migliora la microcircolazione, supporta i processi di termogenesi e metabolici di grassi e zuccheri. Coadiuvando il tessuto adiposo Adiprox partecipa alla regolarizzazione del metabolismo lipidico e interviene nella modualzione della risposta dell’organismo. Fitomagra Adiprox è in un pratico flacone, dotato di misurino: è necessario assumere un misurino diluito in un bicchiere d’acqua una volta al giorno lontano dai pasti, oppure in mezzo litro d’acqua da bere durante tutto il giorno. Ingredienti: Mela succo concentrato; Sambuco (Sambucus nigra) frutti succo concentrato; Limone succo concentrato; Coestratto liofilizzato (AdiProFen®) di Thè verde (Camelia sinensis) foglie e Uva (Vitis vinifera) semi; Tarassaco (Taraxacum officinale) radice estratto liofilizzato; Lemon Lime aroma naturale.

Fitomagra Drena Fluido

L’esclusiva formulazione di Fitomagra drena fluido si contraddistingue per l’elevata concentrazione delle sostanze caratteristiche di estratti liofilizzati di piante che aiutano e favoriscono la funziona drenante. La sua preparazione in forma liquida da assumere diluita in acqua, consente un rapido e pratico assorbimento del Tarassaco, Finocchio, Bardana, Verga d’Oro, Orthosiphon, Thè Verde e rappresenta un valido aiuto per favorire i normali processi fisiologici di depurazione dell’organismo.

Visita il sito del produttore seguendo questo link.

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I carboidrati fanno davvero ingrassare?

MEDICINA ONLINE RISO RISOTTO CIBO DIABETICO INDICE GLICEMICO PASTA CARBOIDRATI GLICEMIA DIETA GRASSO PRANZOLa conversione dei carboidrati alimentari in grasso è sempre stata una preoccupazione per chi segue una dieta per dimagrire o cura la forma fisica. In realtà i carboidrati contribuiscono in maniera prevalentemente indiretta a far accumulare adipe, la loro conversione in grasso è piuttosto rara, e quindi sopravvalutata nella quotidianità. Questo articolo vorrà far luce sui dettagli poco conosciuti del processo di conversione dei carboidrati in grassi, approfondendo i rari contesti in cui questo effettivamente si verifica nel soggetto sano. Inoltre, si approfondirà l’influenza dell’attività fisica e delle diete con abbondanza calorica e glucidica per gli sportivi su questo processo metabolico.

Cenni fisiologici

Il processo di conversione dei carboidrati in grassi è meglio noto come de novo lipogenesi (DNL). La DNL indica generalmente la sintesi di acidi grassi da precursori non-lipidici, quali glucosio, aminoacidi ed etanolo, cioè da substrati dal cui catabolismo viene prodotto acetil-CoA, e che teoricamente possono essere convertiti ad acidi grassi nel metabolismo intermedio. Tuttavia, quando nella letteratura viene trattata la DNL si fa principalmente riferimento alla conversione dei carboidrati in grassi, poiché gli altri substrati non sembrano avere un ruolo importante nel processo.

Nell’uomo, la DNL da eccesso di carboidrati si verifica primariamente nel fegato, mentre nel tessuto adiposo questa sembra verificarsi più raramente, anche se la sua importanza in questo sito è discussa. Evidenze più recenti stanno invece avanzando l’ipotesi che la meno studiata DNL adiposa, al contrario della DNL epatica, rappresenti un processo positivo per la salute. La DNL ha inoltre un costo metabolico extra, circa il 28-30% delle calorie assunte viene disperso tramite il processo di termogenesi, poco conveniente quindi dal punto di vista dell’economia energetica.

Il principale prodotto della DNL è l’acido palmitico, un acido grasso saturo (SFA), ma da questo processo originano anche acidi grassi monoinsaturi (MUFA), principalmente l’acido palmitoleico. La DNL produce quindi trigliceridi e lipoproteine a bassissima densità (VLDL) all’interno delle quali vengono incorporati questi due acidi grassi, mentre riduce la presenza di acido linoleico – acido grasso polinsaturo (PUFA) – in queste stesse molecole. Nonostante questo processo permetta di gestire il forte eccesso di carboidrati, esso ha l’effetto collaterale di aumentare i livelli di grassi saturi nel sangue, che a loro volta possono peggiorare il rischio di malattie cardiovascolari e di insulino-resistenza.

Nel fegato, la DNL avviene anche indirettamente mediante l’inibizione dell’impiego energetico dei lipidi e il conseguente ri-deposito degli acidi grassi liberi (FFA) ad opera dell’insulina. Questo meccanismo biochimico comporta un aumento delle concentrazioni di malonil-CoA, un intermedio della lipogenesi che inibisce il trasporto degli acidi grassi nei mitocondri per essere impiegati energeticamente, e questo avviene in dipendenza dei livelli di saturazione del glicogeno nel fegato.

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Rilevanza della DNL nella vita reale

La DNL iniziò ad essere studiata più approfonditamente negli anni ottanta e novanta da alcuni Ricercatori, principalmente dai gruppi di Acheson e Hellerstein. Già all’epoca si osservò che nell’uomo sano questo processo non contribuisse in maniera significativa all’accumulo di grasso. Secondo queste prime conclusioni, risultava che l’uomo potesse ingerire grandi quantità di carboidrati senza portare la DNL a livelli maggiori dell’ossidazione di grassi.

Per fare in modo che la DNL consenta una sintesi e un guadagno netto di grassi dai carboidrati alimentari venne osservato che fosse necessaria la piena saturazione delle scorte di glicogeno: fin tanto che queste riserve dei muscoli e del fegato non sono completamente saturate, il corpo sarebbe quindi capace di depositare e ossidare immediatamente i carboidrati alimentari assunti in eccesso. Le principali condizioni in cui la DNL viene esasperata si verificano soprattutto nel caso molti carboidrati vengano assunti in una dieta ipercalorica. In sintesi, la ricerca sull’uomo sano ha rilevato che la DNL non contribuisca significativamente all’accumulo di grasso se non in condizioni rare o estreme.

Qui di seguito verranno riportati alcuni degli studi dell’epoca più emblematici sull’argomento: in un paio di studi a breve termine (Acheson et al., 1982; Acheson et al., 1987), i Ricercatori somministrarono a soggetti giovani e sani, prevalentemente maschi e normopeso, 500 g di carboidrati  (2000 calorie) nel giro di poche ore, osservando che la loro conversione in grassi fosse non significativa ammontando al massimo a soli pochi grammi.

Lo stesso gruppo (Acheson et al., 1988), in un’altra occasione fece seguire ai soggetti una dieta ipoglucidica-iperlipidica (low carb-hi fat: 10% CHO; 75% FAT) per 3 giorni prescrivendo varie forme di attività fisica per depletare le scorte di glicogeno. Il quarto giorno, a seguito della deplezione (esaurimento) del glicogeno muscolare e epatico, venne somministrata una dieta fortemente ipercalorica con 700-900 g di carboidrati e pochissimi grassi per diversi giorni consecutivi. Nelle prime 24 ore, con la risaturazione delle scorte di glicogeno non venne rilevata una DNL netta. Nei due giorni successivi, con un introito di carboidrati ancora molto elevato, venne osservato un aumento della DNL e quindi della sintesi dei grassi dai carboidrati. Nel protocollo descritto in The Body Chance, questi fenomeni spiegano perché sia possibile assumere 8-10 g/kg di carboidrati per 1-2 giorni senza riacquistare grasso corporeo.

Scorte di glicogeno

Sapendo che il processo di conversione dei carboidrati in grassi è dipendente dal grado di saturazione delle scorte di glicogeno muscolare e epatico, sarà utile approfondire le capacità di massimo stoccaggio in questi due depositi. Normalmente viene riferito che la capacità di accumulo di glicogeno nell’uomo ammonti a 500 g nel muscolo scheletrico e 100 g nel fegato, senza considerare le minime quantità situate in altri organi come il cuore, il tessuto adiposo, il rene o il cervello. In realtà questi dati sono indicativi, poiché le scorte di glicogeno muscolare basali aumentano con una dieta più ricca di carboidrati o con l’attività fisica. Uno sportivo che segue una dieta ricca di carboidrati subisce quindi un sensibile aumento delle scorte basali di glicogeno rispetto ad una persona media. Inoltre, è stato riconosciuto che le massime capacità di stoccaggio di glicogeno nell’uomo, ammessa una massa grassa nella norma, si aggirino approssimativamente attorno ai 15 g/kg, che per un uomo normopeso di 75 kg corrispondono a ben 1125 g (4500 kcal).

Queste quantità molto elevate possono essere tollerate in alcuni regimi alimentari specifici in cui si ciclizzano fortemente i carboidrati nel contesto dell’attività fisica: simili grammature vengono infatti suggerite nelle diete che prevedono periodi di forte restrizione glucidica e di deplezione del glicogeno alternati a fasi ristrette di ricarica dei carboidrati, dove viene provocata la “supercompensazione” delle scorte (oltre i livelli basali), come nel protocollo su citato.

Associando l’attività fisica per depletare fortemente le riserve di glicogeno nel corpo, si avrebbe la certezza che tali quantità di carboidrati molto elevate (15 g/kg), se assunte nel breve periodo imposto da questi regimi, non provochino la DNL almeno nelle prime 24 ore di ricarica. Tuttavia, nella normalità la DNL si verifica ben prima di raggiungere le quantità di 15 g/kg, sembra fisiologicamente attorno ai 500 g/die (2000 kcal).

In conclusione, valutare il rischio che la DNL si verifichi in base alle capacità medie di accumulo del glicogeno è fuorviante, perché questo può dipendere da diversi fattori come la dieta seguita nei giorni precedenti, il livello di saturazione delle scorte di glicogeno, e, come si vedrà, dal fabbisogno energetico, dall’apporto energetico o dall’eventuale attività fisica.

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Livelli di carboidrati nella dieta

Nella precedente sezione è stato detto che la DNL possa verificarsi indicativamente con almeno 500 g/die (2000 kcal) di carboidrati. Esistono però diverse altre analisi che hanno valutato le quantità di carboidrati minime nella dieta eucalorica (normocalorica) sufficienti per aumentare sensibilmente il processo di DNL. In generale, è stato osservato che la DNL aumenti significativamente quando i soggetti sani vengono nutriti con una dieta eucalorica eccessivamente ricca di carboidrati  (68-75%), e di conseguenza molto povera di grassi  (10-17%). Questo potrebbe essere significativo considerando che le linee guida del RDI, l’AMDR o i LARN suggeriscono un massimo apporto di carboidrati nella dieta del 65% sul fabbisogno calorico, cioè un livello solo poco inferiore alle quantità testate in queste ricerche. In questi studi tuttavia, anche oltre metà dei carboidrati era rappresentata da zuccheri, che sono associati ad una maggiore DNL. Altre analisi hanno osservato infatti che, con queste stesse proporzioni, la DNL potesse essere soppressa sostituendo gli zuccheri con gli amidi (2,5). Valutando le molecole glucidiche di base, il fruttosio (che compone il 50% del saccarosio) ha un maggiore impatto sulla DNL rispetto al glucosio (che compone interamente l’amido). Questo perché il fruttosio viene preferenzialmente accumulato nelle scorte epatiche che, una volta saturate, stimolano la DNL.

Se si valutano i dati dal punto di vista delle grammature, su una dieta eucalorica ipotetica di 2000 kcal il 75% di carboidrati ammonta a circa 375 gr, mentre su 2500 kcal ammonta a circa 470 gr. Questo indicherebbe che nella vita reale la DNL potrebbe verificarsi assumendo anche meno di 500 g/die di carboidrati se si fa riferimento ad una dieta eucalorica, ma questo sembrerebbe avvenire nel caso si assumano quantità di zuccheri esageratamente e improbabilmente elevate (attorno a metà dei carboidrati totali). Se con queste stesse proporzioni la maggior parte dei carboidrati assunti è composta da amidi, l’accumulo netto di grasso via DNL non sarebbe significativo.

Un aspetto meno considerato è che le donne potrebbero essere più esposte alla DNL rispetto agli uomini a parità di quantità totali assunte, perché queste presentano un peso e un fabbisogno calorico e glucidico generalmente inferiore: se per un uomo 500 g di carboidrati ipoteticamente corrispondono al 80-85% del fabbisogno, per una donna le stesse quantità possono corrispondere al 120-130% (surplus calorico da soli carboidrati). Pertanto, oltre a parlare di quantità assolute, si dovrebbe parlare di quantità relative al fabbisogno del soggetto per stimare le minime grammature capaci di attivare la DNL.

DNL nella dieta ipocalorica

Considerando che la restrizione calorica è un importante fattore per permettere la perdita di grasso, questo potrebbe significare che l’accumulo di grasso via DNL non dipenda solo dalle quantità di carboidrati di per sé, ma dal suo rapporto con il bilancio energetico. Come accennato, le ricerche sulla DNL sull’uomo analizzano la DNL nella dieta eucalorica o ipercalorica. Non sembra che sia stato approfondito l’effetto della restrizione calorica sull’uomo per verificare se questa possa attenuare o sopprimere la DNL pur in presenza di quantità glucidiche molto elevate come quelle citate in precedenza (>75% del fabbisogno calorico).

Questo può essere dovuto al fatto che la restrizione calorica impone come diretta conseguenza una restrizione dei carboidrati, poiché i grassi e le proteine non scenderebbero al di sotto di certi limiti minimi, non inferiori al 20% e al 10% dei livelli di mantenimento rispettivamente. Di conseguenza, se almeno il 30% delle calorie sul fabbisogno energetico viene coperto da questi due macronutrienti, il taglio calorico dovrebbe interessare i carboidrati, che scenderebbero ben al di sotto del 70%. Nella dieta ipocalorica quindi la DNL non rappresenta un problema, almeno in parte perché i carboidrati forniti risulterebbero insufficienti per attivare questo processo. Bisogna considerare che nella dieta ipocalorica le proteine andrebbero aumentate rispetto ai livelli minimi giudicati adeguati sul mantenimento, cioè superiori a 0.8 g/kg o al 10% dell’apporto calorico . Questo ha il fine di prevenire il declino del metabolismo basale e della massa magra, riflettendosi su un apporto di carboidrati ancora minore di quanto stimato in precedenza (i dettagli sono presenti nell’articolo “Alterazioni della massa magra nella dieta ipocalorica”).

Infine, la restrizione calorica promuove fisiologicamente un aumento dell’impiego energetico dei grassi e un decremento della massa grassa che l’apporto di carboidrati sia più o meno elevato. Negli studi comparativi dove le calorie e le proteine tra le diete sono equiparate e l’alimentazione è strettamente controllata, la perdita di grasso in soggetti sani avviene in maniera paragonabile quando la dieta ipocalorica ha un maggiore contenuto di carboidrati o di grassi. In conclusione, se nella dieta eucalorica la DNL può aumentare in condizioni che difficilmente riguardano la vita reale, nella dieta ipocalorica non c’è motivo di preoccuparsi che tale processo avvenga e tantomeno che contribuisca all’accumulo netto di grasso.

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DNL e dieta ipercalorica per sportivi

L’eccesso calorico in concomitanza con un elevato apporto di carboidrati è la condizione che più probabilmente esaspera la DNL, e un tipo di alimentazione simile viene adottato per brevi periodi dai bodybuilder nella cosiddetta fase di off-season o di “massa” (bulk -). La fase di off-season consiste in un apporto di calorie superiore ai livelli di mantenimento per consentire la massima crescita muscolare. Alcune review scientifiche dedicate all’alimentazione per il bodybuilding parlano di surplus calorici del 15%, e un apporto di carboidrati del 55-60% sul totale o 5-6 g/kg di carboidrati giornalieri. Altri Ricercatori suggeriscono nella fase off-season apporti ipercalorici di ben 44-50 kcal/kg. Questi valori potrebbero tradursi in surplus calorici tra le 400 e più di 1000 kcal/die, oltre che in quantità di carboidrati ben superiori al 65% del fabbisogno, cioè ai limiti teorici che preverrebbero la DNL.

Nella letteratura scientifica esistono poche evidenze comparative tra diete ipercaloriche ma dalle diverse proporzioni di grassi e carboidrati nella dieta. Questi studi documentano, a pari calorie, guadagni di grasso simili con un differente rapporto grassi/carboidrati, ma una possibile tendenza ad un maggior accumulo di grasso con l’eccesso di grassi. In alcuni si è rilevato un incremento della massa magra quando il surplus era dato dai carboidrati, in altri l’incremento di questa componente era simile : questo effetto tuttavia potrebbe essere dovuto almeno in parte agli aumenti di glicogeno e acqua o a componenti non-muscolari. Ogni analisi presenta le sue limitazioni (durata e numero di soggetti limitati, sesso, composizione della massa magra, variabilità individuale etc), tuttavia sembra che si tendano a favorire i carboidrati ai grassi. Anche su gruppi di bodybuilder, è stato osservato che una dieta ipercalorica (~1000 kcal/die in eccesso) con molti carboidrati e pochi grassi avesse permesso in due settimane maggiori guadagni di massa magra e inferiori guadagni di grasso, rispetto ad una dieta poco meno glucidica ma più lipidica, circa a parità di calorie.

Pur essendo che la DNL incrementi molto in condizioni di surplus calorico-glucidico, l’evidenza sembra confermare che gli accumuli di grasso netto possano essere inferiori con un eccesso di carboidrati che con i grassi (a parità di calorie), senza ignorare i maggiori aumenti di massa magra favoriti dai primi. In conclusione, questo può significare che anche se l’eccesso di calorie e carboidrati attiva significativamente la DNL, gli accumuli complessivi di grasso sarebbero simili o potenzialmente inferiori rispetto ad una dieta di circa pari calorie ma il cui eccesso è rappresentato maggiormente dai grassi. In questo senso predire gli aumenti del grasso prendendo in considerazione la sola influenza della DNL sarebbe fuorviante.

Impatto dell’attività fisica sulla DNL

Gli studi sulla DNL normalmente analizzano soggetti non-sportivi, pertanto i dati non potrebbero essere estesi alla popolazione degli atleti. L’attività fisica rappresenta un importante fattore di protezione verso l’accumulo di grasso, ed influisce positivamente anche sulla DNL. In primo luogo, l’attività fisica impone fisiologicamente un aumento dell’impiego energetico dei carboidrati (glicolisi) mediante la deplezione del glicogeno muscolare e epatico in maniera proporzionale all’intensità e alla durata dell’esercizio, quando è con la massima saturazione delle scorte di glicogeno che la DNL si verifica assumendo molti carboidrati. Nei casi invece in cui le scorte di glicogeno vengano fortemente esaurite – dalla combinazione tra attività fisica e restrizione glucidica protratta – nelle prime 24 ore la DNL può non verificarsi neppure assumendo 900 g di carboidrati. Bisogna inoltre considerare che l’esercizio fisico favorisce un aumento delle capacità di stoccaggio del glicogeno muscolare, e questo avviene in particolar modo nel gruppo di muscoli abitualmente sollecitato con l’esercizio. Per di più, l’attività fisica incide in negativo sul bilancio energetico, mentre la DNL sembra verificarsi con più facilità con un apporto glucidico molto elevato combinato con un bilancio energetico positivo (eccesso calorico).

Cosa più rilevante, nel post-allenamento la DNL risulta totalmente bloccata nel breve periodo e attenuata per molte ore. In questi studi su soggetti non allenati e sani si è osservato che anche assumendo quantità di carboidrati piuttosto elevate dopo l’esercizio (300 g di amido o 4-4.5 g/kg) la DNL rimanga soppressa, e che la DNL risulti diminuita per almeno 15 ore dal termine di un’ora di esercizio aerobico moderato. Il blocco acuto della DNL indotto dall’esercizio, avvenuto in condizioni di eccesso calorico, sembra essere dipendente dal livello di deplezione del glicogeno, e potrebbe quindi essere ancora più accentuato con l’attività intensa e/o più protratta, e con un bilancio energetico neutro o negativo. Su queste basi è stato proposto che l’attività fisica promuova un “accumulo sano” di carboidrati (specie nel muscolo scheletrico), mentre la DNL viene inibita e il metabolismo energetico post-esercizio fa eccezionalmente affidamento in prevalenza sui grassi anche assumendo grandi quantità di carboidrati . In conclusione, la preoccupazione nell’assumere grandi quantità di carboidrati a seguito dell’attività fisica per una presunta conversione in grasso sembra essere infondata.

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Conclusioni

In questo articolo sono stati approfonditi alcuni dettagli riguardanti il processo di conversione dei carboidrati in grassi (de novo lipogenesi, DNL). È stato osservato che, almeno per il soggetto sano, la DNL sia normalmente sopravvalutata nella vita reale:

  • La DNL assume una rilevanza soprattutto nella dieta ipercalorica (eccesso calorico) in cui l’apporto di carboidrati è elevato, specie quando questo copre interamente o eccede il fabbisogno calorico/dispendio energetico giornaliero (≥100% TDEE).
  • Nella dieta eucalorica (mantenimento), la DNL si verifica raramente, solo quando l’apporto di carboidrati supera abbondantemente i limiti massimi suggeriti dalle organizzazioni della salute (>65% TDEE), in particolare se questi carboidrati sono rappresentati da quantità di zuccheri esageratamente elevate  (50%).
  • Nella dieta ipocalorica, la DNL rappresenta un processo irrilevante, perché fisiologicamente viene promossa la riduzione del grasso corporeo, oltre che per il fatto che le quantità di carboidrati totali non raggiungerebbero i livelli necessari per attivare questo processo.
  • Per gli sportivi la DNL è ancora meno probabile, poiché l’attività fisica impone un aumento della spesa energetica anche a carico dei carboidrati (depletando le scorte di glicogeno) – incidendo quindi in negativo sul bilancio energetico, glucidico e lipidico – e blocca in acuto la DNL in risposta ad un’assunzione di carboidrati elevata per diverse ore a seguito delle sessioni.
  • La DNL viene attivata e contribuisce all’accumulo di grasso nelle fasi di sovralimentazione cronica e pianificata dello sportivo, questo a causa di un importante aumento dei carboidrati e delle calorie assunti. Sembra tuttavia che in questo contesto l’eccesso energetico a carico dei carboidrati tenda a favorire un accumulo netto di grasso inferiore (e un guadagno di massa magra maggiore) rispetto ad una dieta di pari calorie, ma con più grassi e meno carboidrati.

Il fatto che i carboidrati difficilmente vengano convertiti in grassi, non significa tuttavia che questo nutriente non contribuisca concretamente all’accumulo di grasso, come ben illustrato nella parte 4 dell’articolo “Come accumuliamo grasso”. Il principale meccanismo per cui i carboidrati favoriscono l’aumento del grasso corporeo è mediante la stimolazione dell’insulina (principale ormone lipogenetico), la quale inibisce il dispendio energetico dei grassi favorendo il loro accumulo. L’effettivo aumento del grasso corporeo, secondo questo processo, avviene nei casi in cui l’apporto calorico totale eccede il dispendio energetico totale (TDEE o mantenimento), ovvero con l’eccesso calorico.

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Chi ha il diabete può mangiare l’anguria? In che quantità e quando?

MEDICINA ONLINE CIBO DIABETE ANGURIA COCOMERO MELONE ROSSO MANGIARE DIETA QUANTO SI PUO VIVERE SOLA ARIA CIBO ACQUA TAVOLA DIGESTIONE UVA FRUTTA DIETA CALORIE DIMAGRIRE CORSI NUTRIZIONE VITAMINE SALI MINERALI DONNA VERDURA.jpgNell’ambiente medico si discute da tempo sul consiglio di dare o non dare importanza all’anguria nelle diete dei diabetici ed il dibattito ancora è aperto. Sicuramente l’anguria non va certo considerata un grosso pericolo per chi soffre di diabete, perché contiene meno zuccheri e carboidrati rispetto ad altri frutti molto comuni, come le mele; inoltre poiché nella dieta di una persona diabetica tutti i principi nutrivi – compresi quindi gli zuccheri – vanno assunti in maniera equilibrata, l’anguria potrebbe essere un alimento che permette gli apporti giornalieri in modo ottimale; chiaramente, però, è importante sempre evitare gli eccessi, quindi SI all’anguria, ma sempre con moderazione.

Importante: in caso di dubbio, il paziente diabetico può – sotto controllo medico – monitorare la propria risposta glicemica all’assunzione di certi alimenti, annotando i valori su un taccuino e raffrontando le relative glicemie.

Quanta anguria posso mangiare al giorno?

Mediamente il diabetico può mangiare 200/300 grammi di anguria a settimana, preferibilmente divisi in due assunzioni da 100/150 grammi in giorni diversi. E’ preferibile mangiare la propria porzione di anguria come spuntino del mattino o come merenda del pomeriggio, ovvero NON alla fine del pranzo/cena: quindi lontano dai pasti principali.

Come sostituire l’anguria?

Non potendola mangiare troppo spesso, è utile conoscere altri frutti con cui rimpiazzare l’anguria. Per sostituire in modo egregio il frutto estivo per eccellenza, il diabetico può indirizzarsi verso le mele, le albicocche, i kiwi o le pesche, mentre sarebbe preferibile evitare le banane e l’uva. Questi sono comunque consigli generici, prima di assumere i frutti consigliati in questo articolo, chiedete sempre il parere da parte del vostro medico diabetologo.

Prodotti per gustare al meglio l’anguria

Qui di seguito vi presentiamo alcuni prodotti utili per gustare al meglio l’anguria ed inventare ricette divertenti e gustose:

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La ragazza fruttariana che beve la sua urina

MEDICINA ONLINE PAMELA SCUPPA PAM DRINKING URINE URINA BEVE GIRL CUTE RAGAZZA PIPI BEVANDA DRINK FRUTTARIANA CRUDISTA ACQUANecessaria premessa alla lettura di questo post: stiamo per parlare di crudisti, persone cioè  che si nutrono esclusivamente di verdure e frutta crude, ingerite così come sono o al più frullate, tritate, essiccate ma a una temperatura massima di 45 gradi. In particolare, stiamo parlando di una crudista fondamentalista definita «fruttariana»: una crudista che mangia esclusivamente frutta. Fine della necessaria premessa sulla dieta fruttariana.

Se solo Paulo Coelho, lo scrittore brasiliano de “L’alchimista”, si rendesse conto dei danni causati dai suoi libri alle menti degli individui più suggestionabili, forse si andrebbe a chiudere in un monastero nel sicuramente amato Tibet, si mangerebbe la chiave con tutta la serratura e avrebbe come unica aspirazione quella di essere dimenticato dal consesso civile del mondo intero per omnia saecula saeculorum.

Purtroppo,  però,  manco più il Tibet è quello di una volta, e i supermercati di carabattole cinesi hanno preso il posto degli antichi monasteri, così come le antiche e profonde dottrine religioso-filosiche sono diventate paccottiglia new age da smerciare ai polli di turno, insieme al consueto contorno di parole passe-partout buone per ogni occasione quali le immancabili “consapevolezza”, “coscienza”, “compassione” e il solito repertorio che viene puntualmente sfoderato dai vari “guru” de noantri, ormai sparsi a bizzeffe per ogni angolo della Terra.

Ad oggi, infatti, tutti noi possiamo vantarci di annoverare tra le nostre conoscenza almeno un “guerriero della luce” o uno spirito evoluto, e se non lo troviamo nel figlio adolescente della vicina di casa appena reduce dalla lettura di Osho, possiamo comunque reperirlo agevolmente sul web, e cibarci delle perle di saggezza che da questi promanano.

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Come Pamela Scuppa, la procace mamma – youtuber che sta spopolando su Facebook o Twitter, non si sa bene se per le generose forme che offre con sguardo ammiccante facendoci l’occhiolino in pose porno-soft, o per le profonde riflessioni a base di risvegli vari e compassione a profusione, oppure per il particolare regime alimentare da lei seguito, che proprio della “filosofia” new age è diretta emanazione.

La sua particolarità infatti non è solo di essere “fruttariana”, cioè di cibarsi esclusivamente di frutta –fatto di per sé del tutto personale e neanche troppo stravagante, in un mondo dove ormai troviamo chi si ciba di solo respiro– ma soprattutto di integrare le pantagrueliche mangiate a base di meloni e pesche nettarine ad altrettante benefiche bevute a base di… urina. Sì avete letto bene. Di urina.

Pamela Scuppa diffonde infatti il verbo dell’urinoterapia, in compagnia, a suo dire, del grande Mahatma Gandhi e, più umilmente, della “nota opinionista” Eleonora Brigliadori, che tutti ricordiamo non tanto per i suoi trascorsi da annunciatrice televisiva dagli occhi magnetici quanto per le più recenti e movimentate performance con oggetto proprio questi temi.

Ammesso e non concesso che tale pratica sia stata effettivamente seguita dalla Grande Anima –cosa tutta da dimostrare e che ne fa comunque in automatico un regime da consigliare, così come il fatto di annoverare tra gli adepti una ex annunciatrice nostrana, e non un’esperta di alimentazione, non la rende parallelamente una pratica sicuramente deprecabile –  ci si domanda  comunque il motivo per cui l’abitudine di bere la propria o altrui urina dovrebbe essere considerata un rimedio paragonabile all’elisir di lunga vita, capace di curare dall’asma al diabete, dal cancro all’ipertensione.

Se è vero infatti che la nostra urina è composta al 95% di acqua ma anche da una (minima) parte di vitamine e sali minerali, è altrettanto vero che questi elementi sono stati scartati dal nostro corpo, giudicati inutili o in eccesso; perché quindi rimetterli in circolo?

Perché avremmo bisogno di assumere nuovamente ciò di cui già una volta il nostro organismo si è liberato?

Questi ragionamenti non sembrano comunque interessare l’insolita youtuber, che afferma tutta fiera: “posso permettermi il “lusso” di bere la mia amaroli (urina) perché mi nutro di sola frutta e quindi la mia urina è buona in ogni senso. Il gusto è molto gradevole ed è ricca di tutti i sali minerali e proprietà che vengono rilasciati dai reni. Questa dovrebbe essere un’abitudine di tutti”.

In realtà, un ragionamento del genere non dovrebbe risultarci così estraneo di questi tempi, tempi in cui la cucina molecolare e l’attenzione verso gli elementi intrinsechi contenuti in un alimento diventano a volte più importanti dell’alimento stesso.

Non è forse questo, oltretutto, il concetto che ha dato origine al Soylent,  il beverone sostitutivo del pasto che impazza in America e ispirato proprio dal ragionamento secondo cui al nostro organismo non servirebbero  gli alimenti di per se stessi –latte, pasta o carne che siano– ma i loro nutrienti fondamentali, suddivisi tra proteine, vitamine, sali e quant’altro risulti utile all’organismo umano?

Lo stesso varrebbe per l’urina: in pratica ci berremmo un bicchierone di buona pipì per godere di quel tesoro costituito dal 5% di vitamine e sali minerali, nientemeno, invece di mangiare più prosaicamente una  bella mela o un grappolo d’uva.

Ma ovviamente l’urinoterapia va oltre i freddi dati scientifici e il suo fascino non è certo dato dall’eventuale beneficio, tutto da dimostrare, che deriva dall’assunzione di quantità risibili di vitamine o sali minerali.

Il suo fascino contagioso è dato infatti dal contorno mistico- esoterico di cui è ammantata, dal suo richiamo alla dottrina ayurvedica, a pratiche millenarie, a benefici miracolosi in stile elisir di lunga vita.

Ce n’è abbastanza, per cinici e disincantati, per esprimere tutto il sarcasmo di cui sono capaci, vedendo in simili comportamenti e simili personaggi non certo “la mia Luce, la mia Purezza e l’Anima Evoluta e Guerriera che io sono” ma soltanto un modo come un altro per attirare l’attenzione e far parlare di sé in modo rapido.

Ad ogni modo, fruttariani e seguaci dell’urinoterapia procedono per la loro strada senza esitazioni, informando puntualmente noi profani della bontà e salubrità dei regimi da loro seguiti.

Nonché dalla loro genuinità, apprezzabile in particolare quando sono ospiti a cena presso amici e parenti, che invece di sbattersi a preparare parmigiane e paste al forno se la cavano servendo da mangiare una mela renetta.

E da bere? A voi l’amara, paglierina risposta.

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Feci pastose e maleodoranti: malassorbimento e cattiva digestione

MEDICINA ONLINE NAUSEA MAL DI PANCIA REFLUSSO GE ESOFAGO STOMACO DUODENO INTESTINO TENUE DIGIUNO ILEO APPARATO DIGERENTE CIBO TUMORE CANCRO POLIPO ULCERA DIVERTICOLO CRASSO FECI VOMITO SANGUE OCCULTO MILZA VARICI CIRROSI FEGATOMolte malattie o le loro conseguenze possono causare un malassorbimento . Il meccanismo può essere rappresentato da un’alterazione diretta dell’assorbimento o da dei disturbi della digestione che causano l’alterato assorbimento. Il malassorbimento si può verificare per molte sostanze nutritive o per specifici carboidrati, grassi o micronutrienti.

Quale contenitore sterile usare per l’esame delle feci?
In caso di un eventuale esame delle feci, per raccogliere e conservare correttamente il campione di feci da inviare in laboratorio, è necessario usare un contenitore sterile apposito, dotato di spatolina. Il prodotto di maggior qualità, che ci sentiamo di consigliare per raccogliere e conservare le feci, è il seguente: http://amzn.to/2C5kKig

Sintomi e segni

I sintomi del malassorbimento sono causati dagli effetti delle sostanze osmoticamente attive nel tratto GASTRO INTESTINALE o dai deficit nutrizionali che si sviluppano. Alcune cause di malassorbimento hanno dei quadri clinici specifici. La dermatite erpetiforme si associa spesso a un’enteropatia simil-celiaca di grado lieve; la cirrosi biliare e il cancro del pancreas causano l’ittero; l’ischemia mesenterica causa l’angina abdominis; la pancreatite cronica causa un fastidioso dolore addominale epigastrico e la sindrome di Zollinger-Ellison causa una grave e persistente dispepsia ulcerosa. Il malassorbimento causa perdita di peso, glossite, spasmi carpo-podalici, assenza di riflessi tendinei, ecchimosi cutanee, flatulenza, distensione addominale, meteorismo e senso di fastidio legato all’aumento della massa intestinale e alla produzione di gas. I sintomi di un deficit di lattasi includono una diarrea esplosiva con meteorismo addominale e presenza di gas dopo l’ingestione di latte. Il deficit di lipasi pancreatiche si manifesta con delle feci grasse, contenenti i grassi, indigeriti, assunti con la dieta (trigliceridi). A volte si ha steatorrea, con feci chiare, soffici, pastose e maleodoranti che aderiscono ai lati del water o che galleggiano e sono mandate via con difficoltà. La steatorrea si verifica più frequentemente nella malattia celiaca o nella sprue tropicale. Può essere presente anche in caso di feci che sembrano relativamente normali. Il deficit nutrizionale secondario si verifica in proporzione alla gravità della malattia primaria e all’area del tratto GASTRO INTESTINALE interessata. Molti pazienti affetti da malassorbimento sono anemici, di solito, a causa del deficit di ferro (anemia microcitica) e di acido folico (anemia megaloblastica). Il deficit di ferro si verifica usualmente nella malattia celiaca e nei pazienti gastrectomizzati. Il malassorbimento dei folati, si verifica nonostante la dieta adeguata, soprattutto nella malattia celiaca e nella sprue tropicale. Nella sindrome dell’ansa cieca, così come molti anni dopo un’estesa resezione della parte distale del tenue o dello stomaco, si può avere un deficit di vitamina B12. Tuttavia, la classica resezione di 50 cm dell’ileo terminale per una malattia di Crohn ileocecale, raramente conduce a un significativo deficit di B12. Il deficit di Ca è comune, in parte dovuto a un deficit di vitamina D con alterato assorbimento e in parte al legame del Ca con gli acidi grassi non assorbiti. Questa carenza può causare dolore osseo e tetania. Il rachitismo infantile è raro, ma nella forma grave della malattia celiaca dell’adulto si può verificare l’osteomalacia. Un deficit di tiamina (vitamina B1) può causare delle parestesie (come il deficit di vitamina B12), mentre il malassorbimento della vitamina K (principalmente liposolubile) può condurre a un’ipoprotrombinemia con la tendenza all’ecchimosi e al facile sanguinamento. Un grave deficit di riboflavina (vitamina B2) può causare un’infiammazione della lingua e una stomatite angolare, mentre i deficit di vitamine A, di vitamina C e di niacina raramente causano problemi clinici. Un malassorbimento proteico può portare a un edema ipoproteico, solitamente a carico degli arti inferiori. Una disidratazione, una perdita di potassio e una debolezza muscolare possono far seguito a una diarrea profusa. La malnutrizione può essere responsabile anche di deficit endocrini secondari; per esempio, l’amenorrea primaria o secondaria costituisce un’importante manifestazione della malattia celiaca nelle giovani donne.

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Diagnosi

I sintomi e i segni conducono al sospetto diagnostico di malassorbimento. Qualunque combinazione di calo ponderale, diarrea e anemia deve far nascere il sospetto di un malassorbimento. Gli studi di laboratorio confermano la diagnosi. La misurazione diretta dei grassi fecali è il test più affidabile per la diagnosi definitiva. La steatorrea rappresenta un’evidenza assoluta di malassorbimento, ma non è sempre presente. Per un adulto che segue una normale dieta occidentale, con un’assunzione giornaliera di grassi pari a 50-150 g, una perdita di grassi fecali > 17 g/die non è normale. L’accuratezza nella raccolta delle feci è importante. È possibile ed è vantaggioso effettuare gli studi dei grassi fecali ambulatorialmente; solitamente una raccolta di 3-4 gg è adeguata. L’ispezione delle feci e l’esame microscopico sono anch’essi di grande valore. Il tipico aspetto delle feci, descritto sopra, è inconfondibile. La presenza di frammenti di cibo indigerito suggerisce o l’estrema ipermotilità intestinale o un intestino corto (p. es., una fistola gastrocolica). Le feci grasse in un paziente itterico indirizzano verso una cirrosi biliare primitiva o un cancro del pancreas. L’esame microscopico che evidenzia la presenza di particelle di grasso e di fibre carnee indigerite, suggerisce un’insufficienza pancreatica. La microscopia permette di identificare le uova o i parassiti. La colorazione di Sudan III di uno striscio di feci è un test di screening relativamente semplice e diretto, anche se non quantitativo, per il grasso fecale.

I test dell’assorbimento sono utili per definire la lesione (per l’assorbimento del lattoso, v. oltre Intolleranza ai carboidrati). Il test di assorbimento del d-xiloso è una misura indiretta, ma relativamente specifica, dell’assorbimento della parte prossimale del piccolo intestino. I reperti alterati sono comuni nella malattia digiunale primitiva, ma raramente lo sono nelle altre cause. Al paziente a digiuno vengono somministrati 5 g di d-xiloso PO e poi vengono raccolte le urine per le successive 5 h. Questo dosaggio è leggermente meno sensibile rispetto a una somministrazione maggiore (25 g), ma non provoca nausea o diarrea. Se il flusso urinario è adeguato e la filtrazione glomerulare è normale, una quantità < 1,2 g di d-xiloso nelle urine raccolte per 5 h è considerata alterata, mentre 1,2-1,4 g sono considerati valori al limite della norma. Anche se il test è molto popolare nella pratica pediatrica, la raccolta completa delle urine nei bambini piccoli è difficile e molti ricercatori preferiscono misurare i livelli ematici. Tuttavia, la misurazione dei livelli ematici è meno attendibile perché i livelli normali e quelli anormali si sovrappongono in maniera importante a meno che la dose di d-xiloso non sia di 0,5 g/kg.

Il malassorbimento del ferro, solitamente, può essere sospettato in un paziente che segue una dieta adeguata e che non ha una perdita cronica di sangue o non è affetto da talassemia, ma presenta un deficit di ferro, indicato da una bassa ferritina sierica e da una bassa sideremia. All’esame del midollo osseo si possono osservare delle ridotte riserve di ferro.

L’assorbimento di acido folico è anormale se, in un paziente che assume una dieta adeguata e non consuma una quantità eccessiva di alcol, viene riscontrato un basso livello di folati nel siero o nei GR.

L’assorbimento della vitamina B12 è alterato nei casi in cui la concentrazione sierica di vitamina B12 è bassa. Poiché i depositi sono abbondanti, un basso livello indica una condizione cronica. Il test di Schilling è utile per accertare la causa del malassorbimento. La ridotta escrezione urinaria (< 5%) della vitamina B12 radiomarcata indica il malassorbimento. Se l’escrezione torna a valori normali (> 9%) quando viene somministrato il fattore intrinseco legato alla vitamina B12 radiomarcata, il malassorbimento è causato da un deficit di attività del fattore intrinseco (spesso, una vera anemia perniciosa). Quando la somministrazione del fattore intrinseco non corregge l’escrezione, devono essere sospettate una pancreatite cronica, i farmaci (p. es., l’acido aminosalicilico) o una malattia del piccolo intestino (p. es., le anse cieche, i diverticoli digiunali e la malattia ileale).

La deconiugazione dei sali biliari da parte dei batteri intestinali, che si verifica nei disordini del piccolo intestino che causano una stasi e una crescita batterica (p. es., le anse cieche, i diverticoli e la sclerodermia), può essere valutata con il breath test con l’acido glicolico con C 14. Il test, di solito, non è necessario, è costoso e spesso non è disponibile.

Le rx possono essere aspecifiche o diagnostiche. Un esame dell’apparato digerente superiore, seguito da un esame del piccolo intestino, può mostrare una dilatazione delle anse intestinali con un assottigliamento delle pliche mucose (che indicano una sprue celiaca) o un loro ispessimento (che indica la malattia di Whipple) e una frammentazione irregolare della colonna di bario, ma questi aspetti suggeriscono solo un malassorbimento. I reperti diagnostici sono rappresentati dalla presenza di fistole, di anse cieche o di varie anastomosi intestinali; di una diverticolosi digiunale; e aspetti della mucosa suggestivi di un linfoma intestinale, di una sclerodermia o di una malattia di Crohn. L’esame rx diretto dell’addome può evidenziare delle calcificazioni pancreatiche, che sono un segno di pancreatite cronica. Anche la CPRE può essere utile nell’identificare un’insufficienza pancreatica cronica, ma di solito è sufficiente la calcificazione pancreatica.

La biopsia del piccolo intestino a livello digiunale è una procedura di routine che permette contemporaneamente dei prelievi di succo digiunale per un esame microbiologico della flora intestinale. Le biopsie endoscopiche sono anch’esse utili, ma devono essere eseguite oltre la seconda porzione del duodeno. Il prelievo mucoso può essere esaminato macroscopicamente con una lente di ingrandimento o con un microscopio dissettore o con la microscopia ottica o elettronica e gli omogenati tissutali possono essere analizzati per la loro attività enzimatica. Le diagnosi specifiche includono la malattia di Whipple, il linfosarcoma, la linfangectasia intestinale e la giardiasi (in cui si può notare il trofozoita strettamente adeso alla superficie villosa). L’istologia digiunale (atrofia dei villi) si presenta alterata anche nella malattia celiaca, nella sprue tropicale e nella dermatite erpetiforme.

Sono utilizzati due test della funzione pancreatica che richiedono entrambi l’intubazione duodenale: il test di Lundh, in cui la secrezione pancreatica viene stimolata indirettamente mediante l’assunzione orale di un pasto apposito, misura i livelli della lipasi nell’aspirato duodenale. La secrezione pancreatica può essere stimolata anche direttamente da un’iniezione di secretina EV. Il test alla bentiromide è stato, invece, introdotto per valutare la funzione pancreatica, ma la sua accuratezza e la sua utilità devono essere ancora definite. Il test è basato sulla scissione del peptide sintetico bentiromide, da parte dell’enzima pancreatico chimotripsina. La molecola dell’acido para-amminobenzoico è assorbita ed escreta nelle urine. L’accuratezza dipende dal normale svuotamento gastrico, dal normale assorbimento e da una normale funzione renale; alcuni farmaci (p. es., i sulfamidici e l’acetaminofene) possono provocare dei falsi risultati.

Di test speciali possono essere utili per fare la diagnosi delle cause meno comuni di malassorbimento, come i livelli della gastrina sierica e la secrezione gastrica acida nella sindrome di Zollinger-Ellison, la concentrazione del Cl nel sudore nella fibrosi cistica, l’elettroforesi delle lipoproteine nella abetalipoproteinemia e il cortisolo plasmatico nella malattia di Addison.

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Cura e trattamento

Cure e trattamenti dipendono, ovviamente, dalle cause responsabili di malassorbimento. Possono essere richieste specifiche integrazioni alimentari per colmare deficit nutrizionali, che nei nei casi più gravi andranno eseguite per via venosa (nutrizione parenterale); in presenza di deficit enzimatici può essere utile la supplementazione di enzimi digestivi animali (pancreatina) o vegetali (bromelina e papaina); diete di esclusione possono essere utili in presenza di intolleranze alimentari e celiachia (evitando, ad esempio, gli alimenti che contengono glutine); l’uso di antibiotici da un lato e probiotici dall’altro può essere utile per ripristinare il normale equilibrio della flora batterica intestinale nelle sindromi da malassorbimento dovute o associate a disbiosi.

E’ necessario quindi identificare le cause ed eliminare gli agenti scatenanti, oltre a seguire un regime alimentare sano accompagnato da integratori. Nei casi connessi all’uso di farmaci per il trattamento del cancro, a disfunzioni del pancreas e a particolari problemi conseguenti a interventi chirurgici allo stomaco o all’intestino è necessario un attento consulto medico.

Coloro che soffrono di malassorbimento hanno bisogno di più sostanze nutritive del normale per porre rimedio al problema. Gli elementi nutritivi vengono assimilati più facilmente in forma di iniezioni, polveri, liquidi e pasticche sublinguali. L’organismo di molti pazienti non è in grado di scomporre gli integratori in pillole; talvolta le pillole vengono eliminate attraverso le feci. Si dovrebbero evitare le pastiglie voluminose e dure e a rilascio prolungato. È essenziale una correzione della dieta e un programma depurativo che aiuti a guarire e depurare il colon.

A dispetto della correttezza della dieta o del numero di integratori presi, se accusate alcuni dei disturbi intestinali descritti precedentemente potreste soffrire di carenze nutritive. La sostanza fecale che rimane nell’intestino a causa della stitichezza si decompone e libera delle tossine e dei gas velenosi che entrano nel circolo sanguigno. Queste tossine danneggiano i tessuti e gli organi. Il sangue intossicato non è in grado di eliminare le cellule morte e i rifiuti, causando affaticamento, mal di testa, nervosismo e insonnia.

Il malassorbimento può provocare un invecchiamento precoce. È inoltre un fattore significativo nel processo complessivo dell’invecchiamento e può essere il motivo per cui alcune persone invecchiano più rapidamente di altre. Con gli anni il tratto intestinale si altera e il suo rivestimento si copre di dura sostanza fecale e di muco, che rendono difficile l’assorbimento degli elementi nutritivi. Per mantenersi giovane il corpo ha bisogno di sostanze nutritive. La cattiva assimilazione è una delle ragioni per cui gli anziani hanno bisogno di una maggiore quantità di elementi nutritivi.

Se il cambiamento di dieta e l’assunzione di corretti integratori non migliorano il vostro stato di salute nel giro di alcuni mesi, è possibile che abbiate problemi di malassorbimento. Coloro che soffrono di cattiva assimilazione hanno bisogno che gli integratori assunti eludano il più possibile il tratto intestinale, permettendo così di ricavare i necessari elementi nutritivi e di ritornare in salute. Si dovrebbero prendere integratori nelle forme sopra menzionate. Le pillole dure o le tavolette a rilascio prolungato dovrebbero essere evitate.

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SUGGERIMENTI

Si dovrebbero seguire i seguenti consigli dietetici per un periodo di trenta giorni, in modo da fornire al colon la possibilità di guarire e di eliminare dalle sue pareti il materiale indurito e il muco. Dopo trenta giorni potete reintrodurre nella dieta gli alimenti eliminati; non fatelo tuttavia troppo velocemente. Reinserite gradatamente piccole quantità di questi alimenti.
La dieta dovrebbe includere riso integrale ben cotto, escludendo però il riso bianco. Mangiate molta frutta, ma limitate il consumo di agrumi. Anche la farina d’avena, i vegetali cotti a vapore e il miglio dovrebbero far parte della dieta. Non consumate prodotti derivati dal grano fino a guarigione avvenuta. Mangiate pesce bianco ai ferri, a vapore o al forno tre volte alla settimana, ma eliminate dalla dieta i frutti di mare.
Bevete da sei a otto bicchieri di liquidi, includendo acqua di qualità, spremute e tisane alle ERBE (vedi: vi si trovano indicazioni su quelle che favoriscono la guarigione del colon). Per dolcificare usate malto d’orzo, una piccola quantità di miele e noci e latte di soia.
Evitate burro e margarina, alimenti fritti e tutti i tipi di oli e di grassi. Questi alimenti aggravano i problemi di malassorbimento rivestendo lo stomaco e l’intestino tenue e impedendo il passaggio degli elementi nutritivi. Si dovrebbero inoltre evitare gli alimenti che favoriscono la secrezione di muco da parte delle membrane, poiché anch’essi interferiscono con il processo di assimilazione. Tra questi alimenti troviamo i prodotti caseari, gli alimenti trattati e gli alimenti istantanei, la maggior parte dei quali contenuti in scatole e lattine.
La carne è difficile da digerire ed è acidogena. Evitate i prodotti contenenti caffeina come il tè, il caffè, le bevande tipo Coca-Cola e il cioccolato; i “cibi spazzatura” come le patatine in sacchetti e le caramelle; i prodotti contenenti zucchero, sale, MSG (glutammato di sodio) e conservanti.

I migliori prodotti per la salute dell’apparato digerente

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere del vostro apparato digerente, in grado di combattere stipsi, fecalomi, meteorismo, gonfiore addominale, acidità di stomaco, reflusso, cattiva digestione ed alitosi:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Pasto libero: “sgarrare” nella dieta è davvero così deleterio?

MEDICINA ONLINE POLENTA CIBO MANGIARE GLICEMIA DIABETE MELLITO DIABETICO PRANZO RICETTA CARBOIDRATIQuando si parla di pasto libero, o cheat meal o “sgarro” che dir si voglia, non si può prescindere da alcune piccole delucidazioni per fare sì che esso sia non un nemico, bensì una freccia in più nella faretra del nostro organismo. Seppur “libero” proprio nella sua natura, esistono alcuni accorgimenti, descritti più avanti, per renderlo il più piacevole e produttivo possibile. I benefici di un pasto libero sono molteplici e vanno dalla biochimica alla pura psicologia, infatti:

  1. Aumenta il senso di libertà e di conseguenza l’aderenza alla dieta;
  2. Ci rende più semplice la scelta di cosa mangiare durante la dieta, in quanto gli sfizi verranno soddisfatti ampiamente;
  3. Infine, rende tutto il nostro percorso socialmente più accettabile.

Dal punto di vista metabolico, inoltre, non si deve dimenticare che mangiare in maniera tranquilla e non calcolata per un solo pasto non crea alcuna grave conseguenza nel lungo periodo, se non un aumento di ritenzione del giorno dopo comunque smaltibile in poco tempo. Inoltre, un breve picco metabolico con innalzamento della media settimanale delle kcal impedirà alla tiroide, attraverso i meccanismi di adattamento, di “adagiarsi sugli allori”.

Purtroppo nell’ambiente mi è capitato in ambulatorio diverse volte di notare tendenze completamente opposte ma parallele: vedere incredibilmente difficile il proprio obiettivo ed estremamente semplice quello a cui non si mira. Diventare “troppo grossi” non è così semplice, così come non lo è “definirsi troppo” – sono concetti che chi si allena seriamente rincorre attraverso la cura maniacale dei dettagli nel lungo periodo, certamente non per un giorno. Ed è per questo preciso motivo che la dieta di un solo giorno, o addirittura in un solo pasto, non solo non può completamente annichilire i risultati di una settimana diligente, ma può risultare – come detto – uno strumento utile al raggiungimento dell’obiettivo nel lungo periodo: l’unico lasso di tempo che conta davvero.

Il vademecum del pasto libero

Il pasto libero è estremamente soggettivo dato che deriva in gran parte da stimolazioni neurali conseguenti all’andamento settimanale della dieta. Una dieta low carb porterà ad un forte desiderio di carboidrati e vice-versa: com’è ovvio che sia, il nostro senso animale ci porta verso quello che ci manca durante la settimana, rendendolo oltremodo piacevole.

Esiste una sola regola base che può applicarsi a un cheat meal – come nel resto della vita, d’altronde – che è il buon senso. Non si deve intendere il sabato sera come una sorta di remake di “Man vs Food”, poiché ingurgitare indiscriminatamente ogni tipologia di alimento, junk e non, porterà a problematiche che non sono strettamente correlate al dimagrimento, bensì al resto degli attori del nostro organismo: intestino, cervello, ipotalamo nello specifico.

Sì, è vero, stiamo parlando di un pasto libero, ma la sensazione da provare dev’essere una liberazione psicologica dalle maglie costrittive settimanali, non una sfida personale dal punto di vista psicologico. La percezione è completamente diversa, così come l’atteggiamento mentale che si assume. Mangiare due pizze non crea nessun problema alla maggior parte delle persone, se in più però si aggiunge: 3 litri di birra, 3 portate di dolci con vaschetta di gelato finale, questo non è più un pasto libero ma un’abbuffata bella e buona da cui è bene guardarsi dal punto di vista psicologico.

Principali errori che causano binge eating

Il bisogno di compiere un simile delirio alimentare quando si dovrebbe semplicemente “sgarrare” durante la dieta per interrompere la monotonia può risiedere in due errori durante la programmazione dietetica:

  1. Eccessiva costrizione alimentare;
  2. Eccessiva restrizione calorica;

Vivere sei giorni a dieta non crea problemi alla maggior parte delle persone, se impostata con criterio e con deficit sufficientemente logico; d’altro canto, vivere sei giorni in agonia del sabato perché nessun giorno ha dei sapori sufficientemente godibili o un introito soddisfacente, è indice di qualcosa di completamente errato nella programmazione, che potrebbe essere quasi sicuramente migliorata ottenendo un risultato probabilmente più lento, ma più sano e mantenibile nel tempo.

Come strutturare il pasto libero: 5 piccoli “how to”

  1. Preferire gli alimenti di cui si sente la mancanza e non un mix indiscriminato;
  2. Per chi fa sport, farlo cadere in un giorno di allenamento, poiché la sensibilità insulinica sarà molto aumentata;
  3. Non consumarlo a casa, poiché acquistare del cibo per goderselo nel pasto libero creerà quasi certamente degli avanzi che forniranno stimoli e tentazioni nei giorni successivi. E non è mai bene buttare del cibo.
  4. Iniziare il pasto libero con della verdura cruda, non per essere sazi prima del tempo ma in ottica di consumare comunque qualcosa di utile, e per favorire anche i processi digestivi. Della verdura cruda ad inizio pasto infatti limita di molto il processo infiammatorio digestivo denominato leucocitosi digestiva.
  5. Dato che molto probabilmente si useranno sapori molto forti, consumare anche molte spezie – i benefici non tarderanno a manifestarsi, essendo la maggior parte delle spezie ad alto valore funzionale.
  6. Goderselo in santa pace!

Approfondimenti e spunti ulteriori sul pasto libero

  1. Per la praticità con cui il pasto libero dev’essere inteso, può essere scambiato tra pranzo e cena. Una regola tutta psicologica e non pratica è quella di farlo coincidere con la cena, in quanto a livello di comodità giornaliera è più facile “terminare una giornata” con un pasto libero piuttosto che iniziarcela, con l’obbligo poi di ricominciare la dieta a cena.
  2. La dieta di quel singolo giorno va cambiata? Non troppo, non per tutti. Non è il solito consiglio generalista e cercherò di dare una spiegazione breve: se si parte da una situazione di metabolismo disastrato, ricercare il piccolo particolare porterà a stufarsi prima del tempo. Viceversa, quando si è alla fine di un percorso e si limano i dettagli, andare a curare anche il resto del giorno può fare la differenza. In questo caso, norma igienica sarebbe quella di consumare proteine e verdure nel resto dei pasti della giornata, colazione compresa.
  3. Non pesarsi/usare come riferimento il proprio aspetto allo specchio il giorno dopo un pasto libero. La comune ingestione di carboidrati, sale e grassi nello stesso pasto vi darà un aspetto “puffy” che verrà smaltito nei giorni successivi, causato dalla forte ritenzione idrica – come già anticipato. Sembra scontato, ma meglio mettere sempre i puntini sulle i: un singolo pasto libero, così come un giorno di dieta, non rovineranno nel lungo periodo quello che state facendo usando un po’ di buon senso, perciò pesarsi/osservarsi il giorno dopo può avere solo aspetti demotivanti.
  4. Parlavamo di un vantaggio metabolico, ad inizio articolo. Effettivamente il famoso “plateau” a cui si giunge durante la dieta è principalmente dovuto all’adattamento repentino che il nostro corpo ha a qualsiasi stimolo. Pertanto, inserire uno stresso controllato durante un singolo pasto induce uno spike metabolico, una controregolazione oressinico-grelinica ed a livello tiroideo con susseguente diminuzione dell’espressione epigenetica delle sirtuine e di tutti i network immunocitochimici che si attivano nelle restrizioni caloriche. In pratica, il corpo la smette di vivere in perenne restrizione.

Quanti pasti liberi? Quando?

La fatidica domanda durante la visita ambulatoriale, sia da sportivi agonisti che da persone sedentarie, è: “Dottore ma il pasto libero lo concede, vero?” – quando si parte così, è d’obbligo un po’ di educazione alimentare, che in quest’articolo ci fa anche comodo per ricapitolare e terminare con ulteriori spunti pratici. Dunque, il pasto libero:

  • Dovrebbe essere inserito dopo due settimane dall’inizio della dieta, per dar modo all’organismo ed alla persona di abituarsi al nuovo regime alimentare senza cercare subito alternative vigorose;
  • Può anche essere doppio o triplo nella settimana, dipende tutto dalla quantità e qualità degli allenamenti e dallo stato metabolico della persona;
  • Dev’essere consumato con buon senso e con un senso di libertà, non con sensazioni di sfida o di iper compensazione.
  • Per gli sportivi è certamente più logico farli combaciare con un giorno di allenamento. Pensiamo a chi fa Ironman o il mezzo Ironman, senza dubbio loro avranno la piena libertà di concedersi praticamente ciò che vogliono dopo uno sforzo del genere in un singolo giorno.

Perciò, in definitiva, non preoccupatevi troppo dei vostri risultati, ma vivete serenamente una condizione in cui state lavorando per voi stessi.

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Colesterolo e uova: si o no? Tutta la verità scientifica

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma COLESTEROLO UOVA SI O NO VERITA SCIENZA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgAncora sono molti gli italiani che – a causa dei media che per decenni le hanno estremamente demonizzate – credono nel fatto che le uova facciano aumentare il colesterolo, ma è davvero così? Falso. Le uova, consumate in modo corretto, non solo non aumentano i livelli di colesterolo, ma sono ricche di nutrienti importanti per la salute.

Tutta la verità sulle uova
Da tempo ormai si sa che 100 grammi di uova contengono solo 5 grammi di grassi e di questi solo 1,5 grammi sono grassi saturi, oltre ad essere un’ottima fonte di proteine ad altissimo valore biologico contenendo tutti gli aminoacidi essenziali per il nostro organismo in solo 64 calorie. Un uovo, per esempio, contiene 6 grammi di proteine e pochi grassi che non hanno alcun impatto negativo sul colesterolo. Come dimostrato da numerose ricerche scientifiche  le uova sono una buona fonte di vitamina D utile per l’assorbimento del calcio, aiutano a prevenire la degenerazione maculare grazie all’alto contenuto di carotenoidi, rientrano tra gli alimenti che prevengono il cancro della mammella ma soprattutto è stato dimostrato che, il consumo moderato di uova, che non superi le 4 uova a settimana suddivise anche nei vari preparati, non ha nessun impatto negativo sul colesterolo e quindi non vi è alcuna correlazione tra il consumo di uova e le malattie cardiovascolari.

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Come mai le uova pur ricche di colesterolo sono inserite nelle diete?
Le uova sono un alimento poco costoso, ricco di proteine, a elevato valore biologico ma è anche uno degli alimenti che contiene più colesterolo: il tuorlo, il rosso, ne contiene 200 mg. Nonostante questo anche nelle diete per chi soffre di ipercolesterolemia, cioè ha i valori del colesterolo oltre i livelli raccomandati, vengono lasciate le classiche due uova la settimana: questo accade perché quello su cui oggi si concentra l’attenzione è il tipo e la quantità di grasso che una persona assume (grassi saturi rispetto agli insaturi) più che alla quantità totale di colesterolo. Le uova contengono circa il 9% di grassi (poco più di 5 g per uovo, cioè quanto 1 cucchiaino di olio o di burro), concentrati nel tuorlo, di cui più del 50% sono formati da grassi mono e polinsaturi. Detto questo, è ovvio che un consumo elevato di uova da parte di persone affette da ipercolesterolemia è comunque sconsigliato.

Quante uova può consumare chi soffre di colesterolo alto?
Il mio consiglio è quello di non superare le 2-3 uova a settimana facendo attenzione non solo al consumo delle uova in sé ma anche a tutti quegli alimenti che possono contenerle, come dolci, paste fresche, alcune salse a base di uova, e come componenti di alcune ricette, visto che spesso sono usate perché fanno da legante tra i vari ingredienti.

Come mangiare le uova?
Meglio le uova alla coque piuttosto che sode: sono sufficienti 3 minuti di bollitura, rispetto ai circa 7 che servono per farle sode, per godere dei benefici delle uova e digerirle più facilmente e rapidamente.

I migliori prodotti per abbassare il colesterolo e dimagrire
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, che sono estremamente utili per abbassare il colesterolo e dimagrire, fattori che diminuiscono il rischio di ipertensione, ictus cerebrale ed infarto del miocardio. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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