I carboidrati fanno davvero ingrassare?

MEDICINA ONLINE RISO RISOTTO CIBO DIABETICO INDICE GLICEMICO PASTA CARBOIDRATI GLICEMIA DIETA GRASSO PRANZOLa conversione dei carboidrati alimentari in grasso è sempre stata una preoccupazione per chi segue una dieta per dimagrire o cura la forma fisica. In realtà i carboidrati contribuiscono in maniera prevalentemente indiretta a far accumulare adipe, la loro conversione in grasso è piuttosto rara, e quindi sopravvalutata nella quotidianità. Questo articolo vorrà far luce sui dettagli poco conosciuti del processo di conversione dei carboidrati in grassi, approfondendo i rari contesti in cui questo effettivamente si verifica nel soggetto sano. Inoltre, si approfondirà l’influenza dell’attività fisica e delle diete con abbondanza calorica e glucidica per gli sportivi su questo processo metabolico.

Cenni fisiologici

Il processo di conversione dei carboidrati in grassi è meglio noto come de novo lipogenesi (DNL). La DNL indica generalmente la sintesi di acidi grassi da precursori non-lipidici, quali glucosio, aminoacidi ed etanolo, cioè da substrati dal cui catabolismo viene prodotto acetil-CoA, e che teoricamente possono essere convertiti ad acidi grassi nel metabolismo intermedio. Tuttavia, quando nella letteratura viene trattata la DNL si fa principalmente riferimento alla conversione dei carboidrati in grassi, poiché gli altri substrati non sembrano avere un ruolo importante nel processo.

Nell’uomo, la DNL da eccesso di carboidrati si verifica primariamente nel fegato, mentre nel tessuto adiposo questa sembra verificarsi più raramente, anche se la sua importanza in questo sito è discussa. Evidenze più recenti stanno invece avanzando l’ipotesi che la meno studiata DNL adiposa, al contrario della DNL epatica, rappresenti un processo positivo per la salute. La DNL ha inoltre un costo metabolico extra, circa il 28-30% delle calorie assunte viene disperso tramite il processo di termogenesi, poco conveniente quindi dal punto di vista dell’economia energetica.

Il principale prodotto della DNL è l’acido palmitico, un acido grasso saturo (SFA), ma da questo processo originano anche acidi grassi monoinsaturi (MUFA), principalmente l’acido palmitoleico. La DNL produce quindi trigliceridi e lipoproteine a bassissima densità (VLDL) all’interno delle quali vengono incorporati questi due acidi grassi, mentre riduce la presenza di acido linoleico – acido grasso polinsaturo (PUFA) – in queste stesse molecole. Nonostante questo processo permetta di gestire il forte eccesso di carboidrati, esso ha l’effetto collaterale di aumentare i livelli di grassi saturi nel sangue, che a loro volta possono peggiorare il rischio di malattie cardiovascolari e di insulino-resistenza.

Nel fegato, la DNL avviene anche indirettamente mediante l’inibizione dell’impiego energetico dei lipidi e il conseguente ri-deposito degli acidi grassi liberi (FFA) ad opera dell’insulina. Questo meccanismo biochimico comporta un aumento delle concentrazioni di malonil-CoA, un intermedio della lipogenesi che inibisce il trasporto degli acidi grassi nei mitocondri per essere impiegati energeticamente, e questo avviene in dipendenza dei livelli di saturazione del glicogeno nel fegato.

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Rilevanza della DNL nella vita reale

La DNL iniziò ad essere studiata più approfonditamente negli anni ottanta e novanta da alcuni Ricercatori, principalmente dai gruppi di Acheson e Hellerstein. Già all’epoca si osservò che nell’uomo sano questo processo non contribuisse in maniera significativa all’accumulo di grasso. Secondo queste prime conclusioni, risultava che l’uomo potesse ingerire grandi quantità di carboidrati senza portare la DNL a livelli maggiori dell’ossidazione di grassi.

Per fare in modo che la DNL consenta una sintesi e un guadagno netto di grassi dai carboidrati alimentari venne osservato che fosse necessaria la piena saturazione delle scorte di glicogeno: fin tanto che queste riserve dei muscoli e del fegato non sono completamente saturate, il corpo sarebbe quindi capace di depositare e ossidare immediatamente i carboidrati alimentari assunti in eccesso. Le principali condizioni in cui la DNL viene esasperata si verificano soprattutto nel caso molti carboidrati vengano assunti in una dieta ipercalorica. In sintesi, la ricerca sull’uomo sano ha rilevato che la DNL non contribuisca significativamente all’accumulo di grasso se non in condizioni rare o estreme.

Qui di seguito verranno riportati alcuni degli studi dell’epoca più emblematici sull’argomento: in un paio di studi a breve termine (Acheson et al., 1982; Acheson et al., 1987), i Ricercatori somministrarono a soggetti giovani e sani, prevalentemente maschi e normopeso, 500 g di carboidrati  (2000 calorie) nel giro di poche ore, osservando che la loro conversione in grassi fosse non significativa ammontando al massimo a soli pochi grammi.

Lo stesso gruppo (Acheson et al., 1988), in un’altra occasione fece seguire ai soggetti una dieta ipoglucidica-iperlipidica (low carb-hi fat: 10% CHO; 75% FAT) per 3 giorni prescrivendo varie forme di attività fisica per depletare le scorte di glicogeno. Il quarto giorno, a seguito della deplezione (esaurimento) del glicogeno muscolare e epatico, venne somministrata una dieta fortemente ipercalorica con 700-900 g di carboidrati e pochissimi grassi per diversi giorni consecutivi. Nelle prime 24 ore, con la risaturazione delle scorte di glicogeno non venne rilevata una DNL netta. Nei due giorni successivi, con un introito di carboidrati ancora molto elevato, venne osservato un aumento della DNL e quindi della sintesi dei grassi dai carboidrati. Nel protocollo descritto in The Body Chance, questi fenomeni spiegano perché sia possibile assumere 8-10 g/kg di carboidrati per 1-2 giorni senza riacquistare grasso corporeo.

Scorte di glicogeno

Sapendo che il processo di conversione dei carboidrati in grassi è dipendente dal grado di saturazione delle scorte di glicogeno muscolare e epatico, sarà utile approfondire le capacità di massimo stoccaggio in questi due depositi. Normalmente viene riferito che la capacità di accumulo di glicogeno nell’uomo ammonti a 500 g nel muscolo scheletrico e 100 g nel fegato, senza considerare le minime quantità situate in altri organi come il cuore, il tessuto adiposo, il rene o il cervello. In realtà questi dati sono indicativi, poiché le scorte di glicogeno muscolare basali aumentano con una dieta più ricca di carboidrati o con l’attività fisica. Uno sportivo che segue una dieta ricca di carboidrati subisce quindi un sensibile aumento delle scorte basali di glicogeno rispetto ad una persona media. Inoltre, è stato riconosciuto che le massime capacità di stoccaggio di glicogeno nell’uomo, ammessa una massa grassa nella norma, si aggirino approssimativamente attorno ai 15 g/kg, che per un uomo normopeso di 75 kg corrispondono a ben 1125 g (4500 kcal).

Queste quantità molto elevate possono essere tollerate in alcuni regimi alimentari specifici in cui si ciclizzano fortemente i carboidrati nel contesto dell’attività fisica: simili grammature vengono infatti suggerite nelle diete che prevedono periodi di forte restrizione glucidica e di deplezione del glicogeno alternati a fasi ristrette di ricarica dei carboidrati, dove viene provocata la “supercompensazione” delle scorte (oltre i livelli basali), come nel protocollo su citato.

Associando l’attività fisica per depletare fortemente le riserve di glicogeno nel corpo, si avrebbe la certezza che tali quantità di carboidrati molto elevate (15 g/kg), se assunte nel breve periodo imposto da questi regimi, non provochino la DNL almeno nelle prime 24 ore di ricarica. Tuttavia, nella normalità la DNL si verifica ben prima di raggiungere le quantità di 15 g/kg, sembra fisiologicamente attorno ai 500 g/die (2000 kcal).

In conclusione, valutare il rischio che la DNL si verifichi in base alle capacità medie di accumulo del glicogeno è fuorviante, perché questo può dipendere da diversi fattori come la dieta seguita nei giorni precedenti, il livello di saturazione delle scorte di glicogeno, e, come si vedrà, dal fabbisogno energetico, dall’apporto energetico o dall’eventuale attività fisica.

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Livelli di carboidrati nella dieta

Nella precedente sezione è stato detto che la DNL possa verificarsi indicativamente con almeno 500 g/die (2000 kcal) di carboidrati. Esistono però diverse altre analisi che hanno valutato le quantità di carboidrati minime nella dieta eucalorica (normocalorica) sufficienti per aumentare sensibilmente il processo di DNL. In generale, è stato osservato che la DNL aumenti significativamente quando i soggetti sani vengono nutriti con una dieta eucalorica eccessivamente ricca di carboidrati  (68-75%), e di conseguenza molto povera di grassi  (10-17%). Questo potrebbe essere significativo considerando che le linee guida del RDI, l’AMDR o i LARN suggeriscono un massimo apporto di carboidrati nella dieta del 65% sul fabbisogno calorico, cioè un livello solo poco inferiore alle quantità testate in queste ricerche. In questi studi tuttavia, anche oltre metà dei carboidrati era rappresentata da zuccheri, che sono associati ad una maggiore DNL. Altre analisi hanno osservato infatti che, con queste stesse proporzioni, la DNL potesse essere soppressa sostituendo gli zuccheri con gli amidi (2,5). Valutando le molecole glucidiche di base, il fruttosio (che compone il 50% del saccarosio) ha un maggiore impatto sulla DNL rispetto al glucosio (che compone interamente l’amido). Questo perché il fruttosio viene preferenzialmente accumulato nelle scorte epatiche che, una volta saturate, stimolano la DNL.

Se si valutano i dati dal punto di vista delle grammature, su una dieta eucalorica ipotetica di 2000 kcal il 75% di carboidrati ammonta a circa 375 gr, mentre su 2500 kcal ammonta a circa 470 gr. Questo indicherebbe che nella vita reale la DNL potrebbe verificarsi assumendo anche meno di 500 g/die di carboidrati se si fa riferimento ad una dieta eucalorica, ma questo sembrerebbe avvenire nel caso si assumano quantità di zuccheri esageratamente e improbabilmente elevate (attorno a metà dei carboidrati totali). Se con queste stesse proporzioni la maggior parte dei carboidrati assunti è composta da amidi, l’accumulo netto di grasso via DNL non sarebbe significativo.

Un aspetto meno considerato è che le donne potrebbero essere più esposte alla DNL rispetto agli uomini a parità di quantità totali assunte, perché queste presentano un peso e un fabbisogno calorico e glucidico generalmente inferiore: se per un uomo 500 g di carboidrati ipoteticamente corrispondono al 80-85% del fabbisogno, per una donna le stesse quantità possono corrispondere al 120-130% (surplus calorico da soli carboidrati). Pertanto, oltre a parlare di quantità assolute, si dovrebbe parlare di quantità relative al fabbisogno del soggetto per stimare le minime grammature capaci di attivare la DNL.

DNL nella dieta ipocalorica

Considerando che la restrizione calorica è un importante fattore per permettere la perdita di grasso, questo potrebbe significare che l’accumulo di grasso via DNL non dipenda solo dalle quantità di carboidrati di per sé, ma dal suo rapporto con il bilancio energetico. Come accennato, le ricerche sulla DNL sull’uomo analizzano la DNL nella dieta eucalorica o ipercalorica. Non sembra che sia stato approfondito l’effetto della restrizione calorica sull’uomo per verificare se questa possa attenuare o sopprimere la DNL pur in presenza di quantità glucidiche molto elevate come quelle citate in precedenza (>75% del fabbisogno calorico).

Questo può essere dovuto al fatto che la restrizione calorica impone come diretta conseguenza una restrizione dei carboidrati, poiché i grassi e le proteine non scenderebbero al di sotto di certi limiti minimi, non inferiori al 20% e al 10% dei livelli di mantenimento rispettivamente. Di conseguenza, se almeno il 30% delle calorie sul fabbisogno energetico viene coperto da questi due macronutrienti, il taglio calorico dovrebbe interessare i carboidrati, che scenderebbero ben al di sotto del 70%. Nella dieta ipocalorica quindi la DNL non rappresenta un problema, almeno in parte perché i carboidrati forniti risulterebbero insufficienti per attivare questo processo. Bisogna considerare che nella dieta ipocalorica le proteine andrebbero aumentate rispetto ai livelli minimi giudicati adeguati sul mantenimento, cioè superiori a 0.8 g/kg o al 10% dell’apporto calorico . Questo ha il fine di prevenire il declino del metabolismo basale e della massa magra, riflettendosi su un apporto di carboidrati ancora minore di quanto stimato in precedenza (i dettagli sono presenti nell’articolo “Alterazioni della massa magra nella dieta ipocalorica”).

Infine, la restrizione calorica promuove fisiologicamente un aumento dell’impiego energetico dei grassi e un decremento della massa grassa che l’apporto di carboidrati sia più o meno elevato. Negli studi comparativi dove le calorie e le proteine tra le diete sono equiparate e l’alimentazione è strettamente controllata, la perdita di grasso in soggetti sani avviene in maniera paragonabile quando la dieta ipocalorica ha un maggiore contenuto di carboidrati o di grassi. In conclusione, se nella dieta eucalorica la DNL può aumentare in condizioni che difficilmente riguardano la vita reale, nella dieta ipocalorica non c’è motivo di preoccuparsi che tale processo avvenga e tantomeno che contribuisca all’accumulo netto di grasso.

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DNL e dieta ipercalorica per sportivi

L’eccesso calorico in concomitanza con un elevato apporto di carboidrati è la condizione che più probabilmente esaspera la DNL, e un tipo di alimentazione simile viene adottato per brevi periodi dai bodybuilder nella cosiddetta fase di off-season o di “massa” (bulk -). La fase di off-season consiste in un apporto di calorie superiore ai livelli di mantenimento per consentire la massima crescita muscolare. Alcune review scientifiche dedicate all’alimentazione per il bodybuilding parlano di surplus calorici del 15%, e un apporto di carboidrati del 55-60% sul totale o 5-6 g/kg di carboidrati giornalieri. Altri Ricercatori suggeriscono nella fase off-season apporti ipercalorici di ben 44-50 kcal/kg. Questi valori potrebbero tradursi in surplus calorici tra le 400 e più di 1000 kcal/die, oltre che in quantità di carboidrati ben superiori al 65% del fabbisogno, cioè ai limiti teorici che preverrebbero la DNL.

Nella letteratura scientifica esistono poche evidenze comparative tra diete ipercaloriche ma dalle diverse proporzioni di grassi e carboidrati nella dieta. Questi studi documentano, a pari calorie, guadagni di grasso simili con un differente rapporto grassi/carboidrati, ma una possibile tendenza ad un maggior accumulo di grasso con l’eccesso di grassi. In alcuni si è rilevato un incremento della massa magra quando il surplus era dato dai carboidrati, in altri l’incremento di questa componente era simile : questo effetto tuttavia potrebbe essere dovuto almeno in parte agli aumenti di glicogeno e acqua o a componenti non-muscolari. Ogni analisi presenta le sue limitazioni (durata e numero di soggetti limitati, sesso, composizione della massa magra, variabilità individuale etc), tuttavia sembra che si tendano a favorire i carboidrati ai grassi. Anche su gruppi di bodybuilder, è stato osservato che una dieta ipercalorica (~1000 kcal/die in eccesso) con molti carboidrati e pochi grassi avesse permesso in due settimane maggiori guadagni di massa magra e inferiori guadagni di grasso, rispetto ad una dieta poco meno glucidica ma più lipidica, circa a parità di calorie.

Pur essendo che la DNL incrementi molto in condizioni di surplus calorico-glucidico, l’evidenza sembra confermare che gli accumuli di grasso netto possano essere inferiori con un eccesso di carboidrati che con i grassi (a parità di calorie), senza ignorare i maggiori aumenti di massa magra favoriti dai primi. In conclusione, questo può significare che anche se l’eccesso di calorie e carboidrati attiva significativamente la DNL, gli accumuli complessivi di grasso sarebbero simili o potenzialmente inferiori rispetto ad una dieta di circa pari calorie ma il cui eccesso è rappresentato maggiormente dai grassi. In questo senso predire gli aumenti del grasso prendendo in considerazione la sola influenza della DNL sarebbe fuorviante.

Impatto dell’attività fisica sulla DNL

Gli studi sulla DNL normalmente analizzano soggetti non-sportivi, pertanto i dati non potrebbero essere estesi alla popolazione degli atleti. L’attività fisica rappresenta un importante fattore di protezione verso l’accumulo di grasso, ed influisce positivamente anche sulla DNL. In primo luogo, l’attività fisica impone fisiologicamente un aumento dell’impiego energetico dei carboidrati (glicolisi) mediante la deplezione del glicogeno muscolare e epatico in maniera proporzionale all’intensità e alla durata dell’esercizio, quando è con la massima saturazione delle scorte di glicogeno che la DNL si verifica assumendo molti carboidrati. Nei casi invece in cui le scorte di glicogeno vengano fortemente esaurite – dalla combinazione tra attività fisica e restrizione glucidica protratta – nelle prime 24 ore la DNL può non verificarsi neppure assumendo 900 g di carboidrati. Bisogna inoltre considerare che l’esercizio fisico favorisce un aumento delle capacità di stoccaggio del glicogeno muscolare, e questo avviene in particolar modo nel gruppo di muscoli abitualmente sollecitato con l’esercizio. Per di più, l’attività fisica incide in negativo sul bilancio energetico, mentre la DNL sembra verificarsi con più facilità con un apporto glucidico molto elevato combinato con un bilancio energetico positivo (eccesso calorico).

Cosa più rilevante, nel post-allenamento la DNL risulta totalmente bloccata nel breve periodo e attenuata per molte ore. In questi studi su soggetti non allenati e sani si è osservato che anche assumendo quantità di carboidrati piuttosto elevate dopo l’esercizio (300 g di amido o 4-4.5 g/kg) la DNL rimanga soppressa, e che la DNL risulti diminuita per almeno 15 ore dal termine di un’ora di esercizio aerobico moderato. Il blocco acuto della DNL indotto dall’esercizio, avvenuto in condizioni di eccesso calorico, sembra essere dipendente dal livello di deplezione del glicogeno, e potrebbe quindi essere ancora più accentuato con l’attività intensa e/o più protratta, e con un bilancio energetico neutro o negativo. Su queste basi è stato proposto che l’attività fisica promuova un “accumulo sano” di carboidrati (specie nel muscolo scheletrico), mentre la DNL viene inibita e il metabolismo energetico post-esercizio fa eccezionalmente affidamento in prevalenza sui grassi anche assumendo grandi quantità di carboidrati . In conclusione, la preoccupazione nell’assumere grandi quantità di carboidrati a seguito dell’attività fisica per una presunta conversione in grasso sembra essere infondata.

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Conclusioni

In questo articolo sono stati approfonditi alcuni dettagli riguardanti il processo di conversione dei carboidrati in grassi (de novo lipogenesi, DNL). È stato osservato che, almeno per il soggetto sano, la DNL sia normalmente sopravvalutata nella vita reale:

  • La DNL assume una rilevanza soprattutto nella dieta ipercalorica (eccesso calorico) in cui l’apporto di carboidrati è elevato, specie quando questo copre interamente o eccede il fabbisogno calorico/dispendio energetico giornaliero (≥100% TDEE).
  • Nella dieta eucalorica (mantenimento), la DNL si verifica raramente, solo quando l’apporto di carboidrati supera abbondantemente i limiti massimi suggeriti dalle organizzazioni della salute (>65% TDEE), in particolare se questi carboidrati sono rappresentati da quantità di zuccheri esageratamente elevate  (50%).
  • Nella dieta ipocalorica, la DNL rappresenta un processo irrilevante, perché fisiologicamente viene promossa la riduzione del grasso corporeo, oltre che per il fatto che le quantità di carboidrati totali non raggiungerebbero i livelli necessari per attivare questo processo.
  • Per gli sportivi la DNL è ancora meno probabile, poiché l’attività fisica impone un aumento della spesa energetica anche a carico dei carboidrati (depletando le scorte di glicogeno) – incidendo quindi in negativo sul bilancio energetico, glucidico e lipidico – e blocca in acuto la DNL in risposta ad un’assunzione di carboidrati elevata per diverse ore a seguito delle sessioni.
  • La DNL viene attivata e contribuisce all’accumulo di grasso nelle fasi di sovralimentazione cronica e pianificata dello sportivo, questo a causa di un importante aumento dei carboidrati e delle calorie assunti. Sembra tuttavia che in questo contesto l’eccesso energetico a carico dei carboidrati tenda a favorire un accumulo netto di grasso inferiore (e un guadagno di massa magra maggiore) rispetto ad una dieta di pari calorie, ma con più grassi e meno carboidrati.

Il fatto che i carboidrati difficilmente vengano convertiti in grassi, non significa tuttavia che questo nutriente non contribuisca concretamente all’accumulo di grasso, come ben illustrato nella parte 4 dell’articolo “Come accumuliamo grasso”. Il principale meccanismo per cui i carboidrati favoriscono l’aumento del grasso corporeo è mediante la stimolazione dell’insulina (principale ormone lipogenetico), la quale inibisce il dispendio energetico dei grassi favorendo il loro accumulo. L’effettivo aumento del grasso corporeo, secondo questo processo, avviene nei casi in cui l’apporto calorico totale eccede il dispendio energetico totale (TDEE o mantenimento), ovvero con l’eccesso calorico.

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Rimanere incinta facilmente: i 30 migliori consigli alla coppia, seconda parte

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16) Fate esercizio fisico, ma con moderazione
Un lieve a moderato esercizio quotidiano aiuterà a mantenere un ottimale pompaggio del sangue nei diversi distretti corporei e quindi contribuirà anche a mantenere sano l’apparato riproduttivo. Fate venti minuti al giorno di camminata attiva, danza, nuoto, o aerobica in generale, tutto ciò dovrebbe essere sufficiente a favorire il processo di concepimento senza problema alcuno. Gli uomini dovrebbero evitare di accaldarsi troppo durante l’attività fisica: il calore non è amico della spermatogenesi, vedi punti precedenti. Infine è preferibile evitare lunghi tragitti in bici: il sellino è nemico della spermatogenesi.

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17) Bevete tanto latte
Secondo gli studi condotti presso la University of Texas Southwestern Medical Center a Dallas, il latte ed i latticini sono ricchi di calcio che fornirebbe allo sperma quella spinta finale di energia necessaria per penetrare l’ovulo. Il calcio, infatti, è un minerale importante per le donne, è fondamentale per le ossa e per avere denti forti ancor prima delle esigenze della gravidanza. La dose giornaliera raccomandata per gli adulti è di circa 700-1.000 mg, è disponibile in compresse nell’ambito di alcuni multi-vitaminici minerali o nelle più semplici caramelle al latte. Il calcio è un minerale spiccatamente presente nei prodotti caseari.

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18) Vitamina E
Adeguati quantitativi di vitamina E sono importanti per la salute riproduttiva degli esseri umani in quanto tale vitamina regola l’attività fisiologica delle ghiandole endocrine tra cui ovaio e testicolo; le sue proprietà antiossidanti proteggono la membrana che circonda gli spermatozoi dal danno da radicali liberi. Gli adulti devono assumere 600 IU di vitamina E al giorno. Invece i soggetti ipertesi dovrebbero ridurre la somministrazione a 400 IU al giorno.

19) Vitamina B6
La vitamina B6 è importante per stare bene, sostiene il sistema immunitario e aiuta nel processo riproduttivo facilitando la regolazione degli ormoni femminili necessari per il concepimento; negli uomini aiuta ad aumentare la produzione di sperma. Gli adulti hanno bisogno di 2 mg al giorno di questa importante vitamina che si può assumere introducendo alimenti come i semi di girasole, noci, piselli secchi, legumi, farina di soia, e banane.

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20) I semi di girasole
Semi di girasole e semi di zucca possono migliorare il numero di spermatozoi in coloro che non godono di un numero sufficientemente adeguato negli stessi ai fini del concepimento. Perciò è auspicabile introdurre ¼ di tazza al giorno di questi alimenti in qualità di spuntino intercalato tra i pasti principali.

21) Consumate dell’olio di pesce al fine di migliorare la funzionalità ed il numero degli spermatozoi
Gli acidi grassi Omega-3, come quelli che si trovano nell’olio di pesce offrono un miglioramento della fertilità maschile, inoltre sono benefici al fine di favorire un calo della pressione arteriosa e nel contempo aumentare il flusso di sangue alla zona genitale riducendo notevolmente l’incidenza di disfunzione erettile. In secondo luogo, gli omega-3 aiutano anche a mantenere sana la ghiandola prostatica e contribuire ad aumentare la produzione dello sperma e la mobilità stessa degli spermatozoi. Questo acido grasso benefico può aiutare anche le donne nel processo di concepimento aumentando il flusso di sangue verso l’ utero. La dose consigliata è di 1-3 grammi di olio di pesce al giorno.

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22) Idratatevi in modo adeguato
L’acqua è importantissima per il nostro corpo. Sia gli uomini che le donne hanno bisogno di circa 2 litri di acqua al giorno e nei periodi estivi a causa dell’eccessiva sudorazione e perdite notevoli di liquidi, è necessario assumerne anche 3 litri o più al giorno.

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23) Nutritevi in correttamente
Evitate i fast food, i cibi fritti e prodotti alimentari già pronti e surgelati. Sostituiteli con della sana frutta fresca, verdura, cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi o, meglio, senza grassi; stesso discorso vale per la carne che deve essere magra, assicuratevi che il pollame che introducete con la dieta sia rigorosamente privo della pelle (poiché altamente grassa) e, ovviamente, non fatevi mancare il pesce. Fate in modo di assumere ogni giorno una certa quantità di fibre e sostituite i grassi cattivi (cioè quelli saturi) con i grassi buoni (quelli monoinsaturi) come l’ olio d’oliva ad esempio.

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24) Stop alla fretta
Stop alla fretta se volete rimanere incinta e godetevi l’esperienza. Non avete sentito parlare di coppie che provano e riprovano a concepire senza risultato? Quando finalmente abbandonano l’idea ossessiva e smettono di provarci con ansia, magicamente, riescono a raggiungere il nobile traguardo del concepimento. Lo stress influisce negativamente sui delicati equilibri ormonali del nostro corpo, necessari per il concepimento.

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25) Assicuratevi di assumere quantitativi giornalieri sufficienti del minerale selenio
Gli uomini hanno bisogno della giusta quantità di selenio per la produzione di adeguati livelli di testosterone; bassi livelli di selenio possono causare alterazioni morfologiche degli spermatozoi, soprattutto a livello della loro formazione funzionale che dona loro la motilità: la “coda”. La dose giornaliera consigliata di selenio per gli adulti è di 200 microgrammi, ma non di più di tale quantità limite poiché dosi eccessive potrebbero essere tossiche.

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26) La vitamina C
L’acido ascorbico, comunemente noto come vitamina C, aiuta a mantenere inalterato il numero degli spermatozoi necessari a garantire la fertilità maschile e diminuisce le anomalie spesso presenti in seno agli spermatozoi. Inoltre la vitamina C si rivela di elevata importanza al fine del concepimento poiché inibirebbe l’aggregazione di singoli spermatozoi tra loro; infatti gli spermatozoi tra loro aggregati non risultano idonei a fini del concepimento. Secondo recenti studi un dosaggio di 1.000 mg di vitamina C pro-die potrebbe aumentare significativamente il livello degli spermatozoi del 140%.

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27) Rapporti sessuali al mattino
Il numero degli spermatozoi tende ad essere più alto al mattino appena svegli, quindi questo è il momento migliore per avere rapporti sessuali se si sta cercando di rimanere incinta. Entrambi i partner saranno più rilassati la mattina, prima di aver subito lo stress di una intera giornata di lavoro.

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28) Non fatevi mancare il Coenzima Q10
Il coenzima Q10 attiva gli enzimi importanti in molti distretti del corpo e serve come un potente antiossidante per proteggere le cellule e quindi anche quelle deputate alla riproduzione; il coenzima Q10 può, inoltre, aumentare la produzione di spermatozoi e migliorare la mobilità degli spermatozoi. Sfortunatamente, molte persone introducono attraverso la dieta una quantità giornaliera di Coenzima Q10 inferiore ai 5 mg, mentre avrebbero bisogno di circa 100 mg al giorno al fine di ottimizzare le possibilità di concepimento.

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29) Evitate la masturbazione compulsiva
Questo punto è valido soprattutto per l’uomo: la masturbazione compulsiva riduce la quantità di sperma disponibile nel rapporto sessuale, diminuendo le possibilità di gravidanza. A tal proposito vi invito a leggere: Dipendenza dal porno online: ecco perché è così facile cadere nel vortice della masturbazione compulsiva che porta all’impotenza. I pensieri del masturbatore cronico

30) Non siate stressati
Già detto ma lo ripeto come ultimo punto: non riuscire ad avere un bambino è fonte di stress e lo stress è uno dei peggiori nemici di spermatozoi ed oocita. Cercate di vivere una vita rilassante, magari prendetevi qualche giorno di ferie ed aspettate con fiducia l’arrivo del vostro bambino: vi assicuro che sta per arrivare!

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Pasto libero: “sgarrare” nella dieta è davvero così deleterio?

MEDICINA ONLINE POLENTA CIBO MANGIARE GLICEMIA DIABETE MELLITO DIABETICO PRANZO RICETTA CARBOIDRATIQuando si parla di pasto libero, o cheat meal o “sgarro” che dir si voglia, non si può prescindere da alcune piccole delucidazioni per fare sì che esso sia non un nemico, bensì una freccia in più nella faretra del nostro organismo. Seppur “libero” proprio nella sua natura, esistono alcuni accorgimenti, descritti più avanti, per renderlo il più piacevole e produttivo possibile. I benefici di un pasto libero sono molteplici e vanno dalla biochimica alla pura psicologia, infatti:

  1. Aumenta il senso di libertà e di conseguenza l’aderenza alla dieta;
  2. Ci rende più semplice la scelta di cosa mangiare durante la dieta, in quanto gli sfizi verranno soddisfatti ampiamente;
  3. Infine, rende tutto il nostro percorso socialmente più accettabile.

Dal punto di vista metabolico, inoltre, non si deve dimenticare che mangiare in maniera tranquilla e non calcolata per un solo pasto non crea alcuna grave conseguenza nel lungo periodo, se non un aumento di ritenzione del giorno dopo comunque smaltibile in poco tempo. Inoltre, un breve picco metabolico con innalzamento della media settimanale delle kcal impedirà alla tiroide, attraverso i meccanismi di adattamento, di “adagiarsi sugli allori”.

Purtroppo nell’ambiente mi è capitato in ambulatorio diverse volte di notare tendenze completamente opposte ma parallele: vedere incredibilmente difficile il proprio obiettivo ed estremamente semplice quello a cui non si mira. Diventare “troppo grossi” non è così semplice, così come non lo è “definirsi troppo” – sono concetti che chi si allena seriamente rincorre attraverso la cura maniacale dei dettagli nel lungo periodo, certamente non per un giorno. Ed è per questo preciso motivo che la dieta di un solo giorno, o addirittura in un solo pasto, non solo non può completamente annichilire i risultati di una settimana diligente, ma può risultare – come detto – uno strumento utile al raggiungimento dell’obiettivo nel lungo periodo: l’unico lasso di tempo che conta davvero.

Il vademecum del pasto libero

Il pasto libero è estremamente soggettivo dato che deriva in gran parte da stimolazioni neurali conseguenti all’andamento settimanale della dieta. Una dieta low carb porterà ad un forte desiderio di carboidrati e vice-versa: com’è ovvio che sia, il nostro senso animale ci porta verso quello che ci manca durante la settimana, rendendolo oltremodo piacevole.

Esiste una sola regola base che può applicarsi a un cheat meal – come nel resto della vita, d’altronde – che è il buon senso. Non si deve intendere il sabato sera come una sorta di remake di “Man vs Food”, poiché ingurgitare indiscriminatamente ogni tipologia di alimento, junk e non, porterà a problematiche che non sono strettamente correlate al dimagrimento, bensì al resto degli attori del nostro organismo: intestino, cervello, ipotalamo nello specifico.

Sì, è vero, stiamo parlando di un pasto libero, ma la sensazione da provare dev’essere una liberazione psicologica dalle maglie costrittive settimanali, non una sfida personale dal punto di vista psicologico. La percezione è completamente diversa, così come l’atteggiamento mentale che si assume. Mangiare due pizze non crea nessun problema alla maggior parte delle persone, se in più però si aggiunge: 3 litri di birra, 3 portate di dolci con vaschetta di gelato finale, questo non è più un pasto libero ma un’abbuffata bella e buona da cui è bene guardarsi dal punto di vista psicologico.

Principali errori che causano binge eating

Il bisogno di compiere un simile delirio alimentare quando si dovrebbe semplicemente “sgarrare” durante la dieta per interrompere la monotonia può risiedere in due errori durante la programmazione dietetica:

  1. Eccessiva costrizione alimentare;
  2. Eccessiva restrizione calorica;

Vivere sei giorni a dieta non crea problemi alla maggior parte delle persone, se impostata con criterio e con deficit sufficientemente logico; d’altro canto, vivere sei giorni in agonia del sabato perché nessun giorno ha dei sapori sufficientemente godibili o un introito soddisfacente, è indice di qualcosa di completamente errato nella programmazione, che potrebbe essere quasi sicuramente migliorata ottenendo un risultato probabilmente più lento, ma più sano e mantenibile nel tempo.

Come strutturare il pasto libero: 5 piccoli “how to”

  1. Preferire gli alimenti di cui si sente la mancanza e non un mix indiscriminato;
  2. Per chi fa sport, farlo cadere in un giorno di allenamento, poiché la sensibilità insulinica sarà molto aumentata;
  3. Non consumarlo a casa, poiché acquistare del cibo per goderselo nel pasto libero creerà quasi certamente degli avanzi che forniranno stimoli e tentazioni nei giorni successivi. E non è mai bene buttare del cibo.
  4. Iniziare il pasto libero con della verdura cruda, non per essere sazi prima del tempo ma in ottica di consumare comunque qualcosa di utile, e per favorire anche i processi digestivi. Della verdura cruda ad inizio pasto infatti limita di molto il processo infiammatorio digestivo denominato leucocitosi digestiva.
  5. Dato che molto probabilmente si useranno sapori molto forti, consumare anche molte spezie – i benefici non tarderanno a manifestarsi, essendo la maggior parte delle spezie ad alto valore funzionale.
  6. Goderselo in santa pace!

Approfondimenti e spunti ulteriori sul pasto libero

  1. Per la praticità con cui il pasto libero dev’essere inteso, può essere scambiato tra pranzo e cena. Una regola tutta psicologica e non pratica è quella di farlo coincidere con la cena, in quanto a livello di comodità giornaliera è più facile “terminare una giornata” con un pasto libero piuttosto che iniziarcela, con l’obbligo poi di ricominciare la dieta a cena.
  2. La dieta di quel singolo giorno va cambiata? Non troppo, non per tutti. Non è il solito consiglio generalista e cercherò di dare una spiegazione breve: se si parte da una situazione di metabolismo disastrato, ricercare il piccolo particolare porterà a stufarsi prima del tempo. Viceversa, quando si è alla fine di un percorso e si limano i dettagli, andare a curare anche il resto del giorno può fare la differenza. In questo caso, norma igienica sarebbe quella di consumare proteine e verdure nel resto dei pasti della giornata, colazione compresa.
  3. Non pesarsi/usare come riferimento il proprio aspetto allo specchio il giorno dopo un pasto libero. La comune ingestione di carboidrati, sale e grassi nello stesso pasto vi darà un aspetto “puffy” che verrà smaltito nei giorni successivi, causato dalla forte ritenzione idrica – come già anticipato. Sembra scontato, ma meglio mettere sempre i puntini sulle i: un singolo pasto libero, così come un giorno di dieta, non rovineranno nel lungo periodo quello che state facendo usando un po’ di buon senso, perciò pesarsi/osservarsi il giorno dopo può avere solo aspetti demotivanti.
  4. Parlavamo di un vantaggio metabolico, ad inizio articolo. Effettivamente il famoso “plateau” a cui si giunge durante la dieta è principalmente dovuto all’adattamento repentino che il nostro corpo ha a qualsiasi stimolo. Pertanto, inserire uno stresso controllato durante un singolo pasto induce uno spike metabolico, una controregolazione oressinico-grelinica ed a livello tiroideo con susseguente diminuzione dell’espressione epigenetica delle sirtuine e di tutti i network immunocitochimici che si attivano nelle restrizioni caloriche. In pratica, il corpo la smette di vivere in perenne restrizione.

Quanti pasti liberi? Quando?

La fatidica domanda durante la visita ambulatoriale, sia da sportivi agonisti che da persone sedentarie, è: “Dottore ma il pasto libero lo concede, vero?” – quando si parte così, è d’obbligo un po’ di educazione alimentare, che in quest’articolo ci fa anche comodo per ricapitolare e terminare con ulteriori spunti pratici. Dunque, il pasto libero:

  • Dovrebbe essere inserito dopo due settimane dall’inizio della dieta, per dar modo all’organismo ed alla persona di abituarsi al nuovo regime alimentare senza cercare subito alternative vigorose;
  • Può anche essere doppio o triplo nella settimana, dipende tutto dalla quantità e qualità degli allenamenti e dallo stato metabolico della persona;
  • Dev’essere consumato con buon senso e con un senso di libertà, non con sensazioni di sfida o di iper compensazione.
  • Per gli sportivi è certamente più logico farli combaciare con un giorno di allenamento. Pensiamo a chi fa Ironman o il mezzo Ironman, senza dubbio loro avranno la piena libertà di concedersi praticamente ciò che vogliono dopo uno sforzo del genere in un singolo giorno.

Perciò, in definitiva, non preoccupatevi troppo dei vostri risultati, ma vivete serenamente una condizione in cui state lavorando per voi stessi.

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Dolore alla lingua ed alla bocca: cause, complicanze, dieta e terapia

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma LINGUA BIANCA IMPASTATA PERICOLOSA CAUSE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneIl dolore alla lingua ed alla bocca, può essere causato da molte condizioni e patologie, come ad esempio:

Ferite
Una delle cause più frequenti di male alla lingua ed alla mucosa orale è una ferita che provoca una costante irritazione. In alcuni casi, un morso accidentale della lingua mentre si mangia o si parla è la causa principale del dolore alla lingua. A volte, le papille della lingua si possono ingrandire e diventare infiammate, la conseguenza è il dolore e l’indolenzimento.

Denti del giudizio
I denti del giudizio possono causare dolore alla lingua ed alla bocca, durante la crescita e prima e dopo l’estrazione. Se crescono verso l’interno possono grattare contro la lingua provocando delle ferite della mucosa. Dopo l’estrazione del dente del giudizio, sulla lingua si può sentire dolore perché l’intervento può causare delle lesioni.

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Infezione in bocca
Un’infezione del cavo orale da batteri, lieviti e virus può provocare bruciore e dolore dietro la lingua, ma anche nella parte superiore e sulla punta. Come in altri casi di infezione, il rischio di avere la lingua dolorante a causa di un’infezione è più elevato tra chi ha il sistema immunitario compromesso.

Afta
L’irritazione dolorosa della lingua può essere un segno dell’afta che causa delle ulcere nella bocca e nella lingua. I sintomi delle ulcere aftose si aggravano quando il paziente è sotto stress. Con alcuni rimedi casalinghi e farmaci da banco, il male alla lingua da afta si può risolvere.

Problemi dentali
I problemi ai denti e la mancanza di igiene orale possono causare l’indolenzimento della lingua e di alcune parti della bocca. Tra i fattori di rischio per gli episodi frequenti di male alla lingua ci sono dentiere incongrue e denti scheggiati.

Cancro orale
Anche se di solito il male alla lingua è causato da un problema non grave, può essere anche un sintomo del cancro alla gola o alla bocca. È da tenere presente che il cancro orale è asintomatico nelle prime fasi, ma peggiora e diventa sintomatico nelle fasi successive. Quindi, non trascurare una lingua dolente se non guarisce entro una settimana. Un tumore alle ghiandole sublinguali o alle parotidi è molto raro, in questo caso il dolore è sotto la lingua. Un tumore alla bocca o alle tonsille causa dolore nella parte posteriore della lingua e difficoltà nella deglutizione.

ATTENZIONE: non bisogna pensare di avere un tumore solo perché ci sono alcuni sintomi che possono essere ricondotti al cancro. Ci sono tantissimi sintomi che possono essere causati da una neoplasia, quindi spesso si confonde con altre malattie.

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Malattie
Come già accennato, una lingua dolente si può sviluppare come segno di altre malattie.
I problemi di salute che possono provocare raramente indolenzimento della lingua sono diabete, esofagite da reflusso e anemia. Per questo motivo, la diagnosi corretta è molto importante, soprattutto se è associata ad altri sintomi sospetti.

Calcolo salivare
Un calcolo alle ghiandole salivari può ostruire in tutto o in parte il flusso di saliva.
In questo caso si nota una zona gonfia e dolorosa sotto la lingua, soprattutto quando si mangia perché la ghiandola produce più saliva. Il dolore si può avvertire durante la deglutizione.

Nevralgia
La nevralgia glossofaringea può essere una causa di dolore alla lingua ed alla bocca. Questo è un dolore molto grave che si verifica lungo un nervo irritato. La nevralgia può essere causata dall’invecchiamento, diabete, sclerosi multipla, tumori oppure compare senza una ragione evidente. Tra i sintomi ci sono dolore alla lingua, gola, orecchio e tonsille.

Allergia
Quando la lingua si gonfia improvvisamente, il motivo probabilmente è una reazione allergica. Le conseguenze sono la difficoltà respiratoria e alla deglutizione.
In alcuni casi, questa è una situazione di emergenza e la persona colpita dovrebbe essere visitata subito da un medico. Tra le cause più frequenti di dolore alla lingua nei bambini ci sono le allergie.

Fumare
Spesso, i fumatori incalliti soffrono di dolore alla lingua e mal di gola: ciò accade perché il fumo di sigaretta irrita la lingua e le mucose della bocca. Quando la lingua diventa infiammata, ogni inspirazione dalla sigaretta diventa una sensazione dolorosa e brucia sulla superficie della lingua.

Cibi caldi e bevande
La lingua si può ferire a causa di cibi e bevande troppo calde. Se la lingua si lesiona a causa di un ustione, si può facilmente irritare mangiando cibi speziati o piccanti.
Gli alimenti con bordi spigolosi (come i cracker e le patatine) possono causare molto fastidio alla lingua se questa è ferita.

Altre cause meno frequenti sono:

  • Infezioni virali come Malattia “mani piedi bocca”, afta epizootica o herpes labiale.
  • Glossite romboide mediana, in cui una liscia macchia rossa si sviluppa in mezzo o sul retro della lingua. Si ritiene che questa formazione deriva da un’infezione da lievito.
  • Glossodinia (detta anche sindrome della bocca urente) è un dolore bruciante sulla punta della lingua che si nota spesso nelle persone con depressione.
  • Lichen planus è una malattia cronica della pelle che provoca un’eruzione cutanea pruriginosa.
    Il Lichen planus può colpire anche la bocca, causando delle macchie dolorose sulla lingua.
  • Malattia di Behçet, una patologia rara che provoca l’infiammazione dei vasi sanguigni e può provocare delle ulcere della bocca
  • Il pemfigo volgare è una malattia autoimmune rara e grave che provoca la formazione di vesciche dolorose sulla pelle, all’interno della bocca, naso, gola, ano e genitali.
  • La sindrome collo-lingua è una malattia rara caratterizzata da dolore nella parte superiore del collo e della lingua, ma solo da un lato. Tra i sintomi c’è anche la perdita di sensibilità della lingua.
  • I sintomi si verificano durante la rotazione cervicale.
  • Farmaci come la reserpina o l’aspirina presi per il mal di denti e alcuni colluttori.
  • Glossite di Moeller è un tipo di infiammazione della lingua.
  • Cancro alla lingua, raro.

Quali sono le possibili complicanze del dolore alla lingua?
Le complicazioni connesse con il male alla lingua o alla bocca possono essere progressive e variano in base alla causa. Dato che una lingua dolente può essere causata da una grave malattia, se non si effettuano le terapia adatte si possono avere complicazioni e danni permanenti. È importante visitare il medico quando si sente un dolore continuo o altri sintomi insoliti. Quando si fa la diagnosi della causa sottostante, se si effettua il trattamento adeguato si possono ridurre le potenziali complicazioni tra cui:

  • Dolore cronico,
  • Difficoltà di respirazione (ostruzione delle vie aeree),
  • Difficoltà di deglutizione,
  • Diffusione dell’infezione,
  • Rimozione della lingua a causa una grave infezione o di un tumore maligno.

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Alimentazione e dieta per il dolore alla lingua

  • Consumare yogurt può, a volte, migliorare la situazione. Si consiglia di inserirlo nell’alimentazione quotidiana.
  • Consumare alimenti ricchi di vitamine e sali minerali possono prevenire il dolore a lingua e bocca. Gli alimenti migliori in questo senso, sono: meloni, broccoli, peperoni gialli e rossi e un il succo fresco di mirtillo rosso non zuccherato. Le fragole e le arance sono altri alimenti che contengono molta vitamina C.

Rimedi naturali per il dolore alla lingua

  • Ghiaccio. Il buon vecchio metodo di mettere il ghiaccio sulla lingua funziona bene per dare sollievo dal dolore perché addormenta le terminazioni nervose.
    Mantenere un cubetto di ghiaccio sulla lingua nel punto doloroso per avere un effetto immediato.
  • Glicerina. Le piaghe sulla lingua possono essere curate rapidamente con la glicerina. Applicare regolarmente la glicerina sulle parti interessate della lingua. Questo rimedio riduce le ulcere ed aiuta anche ad alleviare il dolore in modo efficace.
  • Ficus religiosaPreparare un impasto di miele con le foglie e le radici dell’albero Ficus religiosa. Quando la pasta è pronta, si applica sulla lingua dolorante.
  • Gargarismi con acqua calda mescolata con il sale. Questo rimedio aiuta a pulire la bocca e quindi accelera il processo di polimerizzazione. Continuare i gargarismi per quattro-cinque volte al giorno per avere dei benefici.
  • Papaia. La Papaia è estremamente utile nel trattamento delle piaghe sulla lingua. È meglio includere la papaia nella dieta quotidiana se si soffre di piaghe sulla lingua. Altri frutti come le banane verdi e le mele sono eccellenti contro piaghe della lingua.
  • Cagliata e riso. La cagliata e il riso sono dei rimedi molto efficaci per le piaghe sulla lingua. La cagliata dà al corpo le vitamine necessarie e allevia la sensazione di bruciore.
  • Fumo. Spesso, c’è un motivo evidente per il male alla lingua. Per esempio, il fumo potrebbe essere la causa. Fumare può peggiorare la condizione del sistema immunitario e può favorire un’infezione. Se si smette di fumare ed il dolore passa, vuol dire che quella è la causa del fastidio.

Se il dolore dura più di 48 ore, si deve consultare il medico per la valutazione ed il trattamento.

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Pesce a tavola: i trucchi per riconoscere quello fresco

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma TAVOLA TRUCCHI SCEGLIERE PESCE FRESCO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgPer avere un pesce di qualità a tavola, è importante saperlo scegliere quando si acquista. Ma come capire se il pesce è di qualità e, soprattutto, se è fresco o no? L’occhio, le branchie, la pelle, le squame, il peritoneo, la colonna vertebrale e la carne possono lanciare dei segnali che, colti durante l’acquisto e la scelta del pesce, possono aiutarti a distinguere quello fresco da quello andato a male. Ma come interpretarli?

Se il pesce è fresco…

  • L’occhio è bombato (convesso), la cornea trasparente e la pupilla nera e brillante;
  • Le branchie sono di colore rosso vivace e senza muco. L’odore delle branchie (e della cavità addominale) è di alghe marine;
  • La pelle è di colore vivo, senza decolorazioni. Il muco cutaneo, presente naturalmente sulla superficie del pesce, è acquoso e trasparente;
  • Le squame aderiscono alla pelle. La carne è compatta ed elastica;
  • Il peritoneo, la membrana che riveste la cavità addominale, nel pesce fresco, aderisce alla carne;
  • La colonna vertebrale si spezza invece di staccarsi; internamente, lungo la colonna, non è presente alcuna colorazione.

Se il pesce non è fresco…

  • l’occhio è incavato al centro, la cornea lattiginosa e la pupilla è grigia;
  • Il colore delle branchie tende al giallastro ed è presente muco lattiginoso. L’odore delle branchie (e della cavità addominale) è acre;
  • La pelle si presenta spenta o in uno stato più avanzato di deperimento; il muco è grigio-giallognolo e opaco;
  • Le squame si staccano con facilità dalla pelle;
  • La carne è molla e flaccida;
  • Il peritoneo non aderisce alla cavità addominale e la colonna vertebrale si stacca. Inoltre, la zona lungo la colonna vertebrale, diventa di colore sempre più rosso con l'”invecchiamento”.

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Quali sono i cereali senza glutine?

MEDICINA ONLINE CEREALI GLUTINE INTOLLERANZA CELIACO CEREALE INTEGRALE DIETA CIBO MANGIARE DIMAGRIRE STIPSI INTESTINO AMARANTO GRANO SARACENO MIGLIO QUINOALa celiachia è una malattia immunomediata dell’intestino tenue che può colpire individui di tutte le età e riconosce una predisposizione genetica. Nella forma classica presenta sintomi quali diarrea cronica, dolore addominale, gonfiore addominale, cefalea, ritardo della crescita nei bambini etc. Per non avere disturbi è necessario che i soggetti celiaci consumino alimenti che non contengono glutine, ovvero quella componente proteica dei cereali presente nel frumento e in alcune varietà di cereali quali farro, spelta, triticale, orzo e segale. Ma quali sono dunque i cereali senza glutine? Vediamolo nella lista che segue.

Riso
Il riso integrale, ricco di vitamine del complesso B e fibre, è privo di glutine. Contiene inoltre molto potassio e poco sodio e quindi è indicato per chi soffre di ipertensione. Ricco di molti nutrienti, aiuta a eliminare il gonfiore.

Miglio
Il miglio non contiene glutine, in esso sono presenti molte proteine rispetto a quelle del frumento, ma non solo, contiene vitamine del gruppo B, fosforo e magnesio ed è anche fonte di fibre alimentari. Questo cereale è però sconsigliato a chi soffre di ipotiroidismo poiché contiene una sostanza che interferisce con l’ormone tiroideo.

Mais
Privo di glutine, il mais rappresenta una grande fonte di vitamina B1, acido folico e fibre. Oltre ad essere adatto per chi soffre di celiachia è consigliato anche in gravidanza, per la dieta dei bambini e per chi ha livelli alti di colesterolo.

Quinoa
Ricca di magnesio, manganese, proteine, aminoacidi, vitamine B2, E, rame, ferro, zinco e fosforo, la quinoa è un’ottima alternativa per i soggetti celiaci.

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Grano Saraceno
Anche il grano saraceno non contiene glutine, in esso sono presenti il 20% di proteine e la rutina, un glicoside flavonoico che rinforza i vasi sanguigni. Contiene inoltre ferro, zinco e selenio, dunque è indicato per combattere il diabete.

Amaranto
Il seme dell’amaranto non contiene glutine. In esso sono presenti molte proteine, aminoacidi, lisina e metionina. L’apporto proteico che fornisce è completo, inoltre la presenza di calcio, fosforo, magnesio, ferro, fibre aiuta la digestione e le funzioni intestinali.

Manioca
La manioca è una pianta originaria dell’America centro-meridionale di cui si utilizzano le radici a tubero. Ricche di amido esse hanno un basso contenuto proteico e possono essere assunte dai celiaci perché prive di glutine. I tuberi, dopo essere stati sbucciati, possono essere cucinati come le patate, l’importante è che non vengano mai mangiati crudi.

Teff
Il teff è un cereale noto per le sue proprietà benefiche e curative, grazie all’elevato contenuto di fibre e sali minerali tra cui il magnesio, il calcio, il potassio ed il ferro. Oltre ad essere adatto per chi soffre di celiachia è consigliato anche ai diabetici, poiché in grado di abbassare i livelli di zuccheri nel sangue.

Sorgo
Il sorgo è un cereale ricco di fibre, ferro, calcio, potassio, vitamina B3 ed E. Privo di glutine è molto digeribile e facilmente assimilabile.

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Sindrome dell’intestino irritabile: sintomi, dieta, cibi da evitare e prodotti consigliati

MEDICINA ONLINE NAUSEA MAL DI PANCIA REFLUSSO GE ESOFAGO STOMACO DUODENO INTESTINO TENUE DIGIUNO ILEO APPARATO DIGERENTE CIBO TUMORE CANCRO POLIPO ULCERA DIVERTICOLO CRASSO FECI VOMITO SANGUE OCCULTO MILZA VARICI CIRROSI FEGATOLa sindrome dell’intestino irritabile è una condizione molto comune e debilitante, che interessa circa il 10% della popolazione, soprattutto di sesso femminile e con un tasso più alto di prevalenza dai 20 ai 50 anni. È caratterizzata da fastidio o dolore addominale, associati all’alterazione della funzione intestinale ed accompagnati da gonfiore o distensione.

Che cos’è la sindrome dell’intestino irritabile?

La sindrome dell’intestino irritabile, che una volta veniva definita “colite spastica” o “colon irritabile”, si presenta tipicamente con un fastidio o dolore addominale, che migliora dopo l’evacuazione; l’intestino può essere stitico, diarroico oppure di tipo misto, ossia con alternanza fra stipsi e diarrea. Spesso i pazienti sperimentano una riduzione della qualità della vita, e circa il 60% di essi lamenta anche debolezza ed affaticamento. L’andamento è cronico con carattere fluttuante e nel corso degli anni le riacutizzazioni dei sintomi coincidono con eventi stressanti, sia di tipo fisico (es. interventi chirurgici, infezioni virali o batteriche), che di tipo psichico (es. stress, separazioni, lutti). Le donne ne sono interessate in misura doppia rispetto agli uomini. Chi soffre di Sindrome dell’Intestino Irritabile spesso presenta sintomi anche di emicrania, ansia, depressione, fibromialgia, fatica cronica, cistite e problemi nella sfera sessuale.

Quali sono le cause della sindrome dell’intestino irritabile?

Le cause sono molteplici e, nello stesso individuo, non è riconoscibile un singolo fattore scatenante. Da un lato vi sono fattori psico-sociali, come il comportamento verso le malattie, aspetti cognitivi ed emotivi; dall’altro fattori biologici, come la predisposizione e la suscettibilità individuale, alterazioni della motilità del tratto digestivo, la sensibilità dei visceri, la percezione soggettiva del dolore, la flora batterica ed infezioni intestinali. A complicare il tutto vi possono essere anche intolleranze ed allergie alimentari, l’utilizzo cronico di farmaci (es anti-infiammatori, antibiotici) e lo stress, che possono avere un ruolo nel determinare e perpetuare la presenza dei sintomi. A livello intestinale c’è il cosiddetto “secondo cervello”, che è in continua comunicazione con il nostro “primo cervello”. Per questo motivo, molti degli eventi stressanti a livello psichico si riflettono sull’intestino, e viceversa (problemi addominali che causano stress psicologici). La Sindrome dell’Intestino Irritabile si presenta spesso in associazione con altri disordini motori del tratto digestivo, come la dispepsia funzionale e la malattia da reflusso gastroesofageo, così come altre patologie, inclusa la malattia celiaca. Un’alta percentuale dei pazienti, inoltre, presenta cefalea, dolori alla schiena, insonnia, debolezza, fibromialgia, dolore pelvico cronico, e dolore all’articolazione temporo-mandibolare.

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Quali sono i sintomi e segni della sindrome dell’intestino irritabile?

I sintomi e segni tipici sono definiti da criteri diagnostici internazionali (criteri di Roma). Il dolore o fastidio addominale (insorto almeno sei mesi prima della diagnosi) deve essere presente per almeno 3 giorni al mese negli ultimi 3 mesi, in associazione a 2 o più dei seguenti sintomi:

  1. migliora dopo l’evacuazione;
  2. inizialmente è associato con modificazioni della frequenza delle evacuazioni;
  3. inizialmente è associato con modificazioni dell’aspetto delle feci.

Altri sintomi e segni possono essere:

  • anomala frequenza di evacuazioni (maggiore di 3 al giorno o meno di 3 alla settimana);
  • alterata consistenza delle feci;
  • evacuazione difficoltosa (spinta eccessiva, sensazione di urgenza e di evacuazione incompleta);
  • passaggio di muco;
  • gonfiore o distensione addominale, talvolta alternati.

Diagnosi

La diagnosi si basa sulla classificazione sintomatologica ed è detta di “esclusione”, dal momento che i sintomi sono presenti ma non ci sono malattie organiche specifiche che li giustifichino. Se sono invece presenti anche sintomi e segni definiti “di allarme”, è necessario procedere con indagini più approfondite (ad esempio la colonscopia) che saranno indicate dal medico curante. I sintomi e segni di allarme sono:

  • insorgenza dopo i 50 anni di età;
  • dimagrimento inspiegabile;
  • anemia;
  • febbre;
  • sangue nelle feci;
  • dolore che non migliora dopo l’evacuazione.

Se i sintomi peggiorano in seguito all’ingestione di certi alimenti, sono indicati test diagnostici per escludere allergie oppure un malassorbimento. Fra gli esami da eseguire per escludere altre cause dei sintomi vi sono:

  • Colonscopia: consente di esaminare l’intero colon attraverso l’introduzione di uno strumento flessibile con incorporata una telecamera e con un sottile canale attraverso il quale passare la pinza bioptica per eseguire piccoli prelievi di mucosa (biopsie) o per asportare polipi.
  • Tomografia computerizzata: riproduce immagini degli organi interni, a livello dell’addome e della pelvi.
  • Breath test al lattosio (o test del respiro): l’esame è utile per verificare se è presente la Lattasi che è l’enzima necessario per digerire gli zuccheri (lattosio) presenti nei prodotti caseari (latticini). Se l’enzima è assente, l’ingestione di latticini può essere la causa di sintomi tipici della Sindrome dell’Intestino Irritabile e l’eliminazione degli alimenti contenenti lattosio può risolvere i problemi.
  • Esami del sangue per la malattia celiaca: la malattia celiaca è dovuta all’allergia al glutine e si può presentare con sintomi simili alla Sindrome dell’Intestino Irritabile.

Trattamenti

La strategia terapeutica per la sindrome dell’intestino irritabile si basa principalmente sul trattamento dei sintomi riferiti dal paziente, essendo spesso sconosciuta la causa scatenante.

L’approccio iniziale si basa su:

  • Un’adeguata educazione alimentare e dello stile di vita, cercando di suggerire quali alimenti e bevande possono essere utili o nocivi.
  • Corretta idratazione ed attività fisica appropriata.
  • Ai chi soffre principalmente di stipsi verranno suggeriti integratori, lassativi o procinetici a seconda del tipo di stipsi. In caso di diarrea sono utili probiotici (fermenti lattici), antibiotici non assorbibili (es. rifaximina), anti-infiammatori intestinali (es. mesalazina). Nei casi di meteorismo ed eccesso di gas intestinali sono utili enzimi digestivi, integratori a base di probiotici, piante carminative (es. camomilla, melissa, cumino).
  • Integratori a base di fibre e lassativi osmotici: sia le fibre solubili (es. psyllium, glucomannano) o insolubili (es crusca) che gli osmotici (es. macrogol) sono utili nei casi di associata stipsi e gonfiore.
  • Farmaci antidiarroici: i farmaci da banco come la Loperamide devono essere utilizzati, con cautela e sotto controllo medico, nei casi di diarrea.
  • Dieta di eliminazione di cibi “formanti gas”: se il sintomo principale è il meteorismo e gonfiore con distensione addominale, è consigliabile la riduzione di alimenti che fermentano come le bevande gassate, l’insalata a foglia larga (es. lattuga), gli ortaggi (es. cavolfiore, piselli, broccoli), i legumi (es. fagioli, ceci, lenticchie), masticare chewing-gum, e la frutta dopo i pasti (è preferibile consumarla lontano).
  • Farmaci antispastici (o anticolinergici): questa classe di farmaci viene utilizzata per alleviare i dolori e gli spasmi intestinali. Esercitano anche azione anti-gonfiore ma, se assunti ad alto dosaggio, possono peggiorare la stipsi.
  • Farmaci antidepressivi: se i sintomi si accompagnano ad una riduzione del tono dell’umore, questi farmaci sono efficaci, in quanto aumentano i livelli disponibili di serotonina, che è il neurotrasmettitore maggiormente coinvolto nell’asse cervello-intestino, modulando sia la motilità che l’umore.
  • Farmaci ansiolitici: sei i sintomi si accompagnano ad uno stato ansioso, ci sono farmaci a base di benzodiazepine con o senza associazione di un antispastico. Solitamente vengono utilizzati nei casi di dolore spastico (crampi) intestinale aggravato da stress psico-fisici. Le Benzodiazepine inoltre esercitano un effetto rilassante la muscolatura intestinale.
  • Antibiotici non riassorbibili: sono antibiotici che non hanno un’azione sistemica (ovvero sull’intero organismo), ma solo a livello intestinale. Sono utilizzati per contrastare una contaminazione batterica del piccolo intestino che spesso può essere alla base di sintomi quali gonfiore, dolore e meteorismo.
  • Terapie complementari: diverse terapie non convenzionali si sono dimostrate efficaci nella cura della Sindrome dell’Intestino Irritabile, quali l’agopuntura, la terapia cognitivo comportamentale e le tecniche di rilassamento.

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Prevenzione

Più che la prevenzione, è indicato un comportamento teso ad accettare la malattia e convivere con essa. Solitamente, i pazienti sono in grado di riconoscere eventi particolari che riacutizzano i sintomi; in questi casi è necessario assumere, sul momento, farmaci o integratori in grado di contrastare il dolore, oppure adottare tecniche già sperimentate (attività sportiva, rilassamento, training autogeno) per affrontare al meglio le situazioni “a rischio”.

RACCOMANDAZIONI DIETETICHE GENERALI

  • Buona idratazione, un corretto equilibrio idrico è importante per garantire una consistenza morbida delle feci.
  • Prediligere preparazioni semplici come la cottura al vapore, ai ferri, alla griglia, alla piastra, al forno, al cartoccio.
  • Evitare un’alimentazione sbilanciata, troppo ricca di grassi, proteine e povera o priva di carboidrati.
  • Seguire un’alimentazione equilibrata tipicamente mediterranea con frutta, verdura e cereali.
  • Mangiare lentamente, masticando con calma i bocconi.
  • Valutare la tolleranza individuale agli alimenti

ATTENZIONE: durante la fase acuta (colica), le raccomandazioni dietetiche cambiano!
È raccomandabile prediligere una dieta “idrica” volta principalmente a garantire liquidi e sali minerali ed attenersi alle indicazioni mediche sulla base del quadro clinico.

I tre capitoli che seguono indicano gli alimenti non consentiti, consentiti con moderazione, consentiti e consigliati in caso della patologia indicata. Nel seguire le indicazioni si deve però tenere conto che, per ottenere una corretta ed equilibrata alimentazione che fornisca all’organismo tutti i nutrienti di cui necessita, occorre assumere la giusta quantità (porzione) dell’alimento e rispettare le frequenze con le quali alcuni alimenti debbono essere consumati, giornalmente o settimanalmente, all’interno di uno schema alimentare personalizzato. L’alimentazione della giornata deve rispettare il bilancio energetico di ciascuno e l’energia introdotta deve essere uguale a quella spesa per non aumentare il rischio di sovrappeso, obesità ma anche di malnutrizione.

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ALIMENTI NON CONSENTITI

  • Sorbitolo, mannitolo dolcificanti presenti nelle gomme da masticare, nella confetteria, nelle caramelle senza zucchero.
  • Superalcolici e alcolici
  • Caffè, tè e bevande contenenti caffeina (come la cola)
  • Bevande gassate
  • Condimenti grassi come burro, lardo, margarine e altri alimenti grassi che possono rallentano la digestione (intingoli, fritture, ecc.).
  • Insaccati
  • Salse come maionese, ketchup, senape
  • Peperoncino, pepe e spezie piccanti in generale perché possono irritare le mucose intestinali
  • Brodo di carne o confezionato con estratti di carne o dadi per brodo.
  • Dolci come torte, pasticcini, marmellata, panna, gelati ecc.
  • La fibra della crusca può aggravare alcuni sintomi del colon irritabile, pertanto bisogna essere attenti alle eventuali reazioni negative a questo alimento.

ALIMENTI CONSENTITI CON MODERAZIONE

  • Legumi (fagioli, piselli, lenticchie) per il loro potenziale flautogeno.
  • Verdure che durante la digestione producono grandi quantità di gas quali cavoli, cavolfiori, broccoli.
  • Frutta con potenziale flautogeno uva passa, banane, albicocche e prugne.
  • Latte. Alimento ritenuto a rischio ma da limitare soprattutto in associazione ad intolleranza al lattosio.
  • Prodotti integrali. Valutare la tolleranza individuale.

ALIMENTI CONSENTITI E CONSIGLIATI

  • Acqua almeno 1,5 litri al giorno, oligominerale naturale.
  • Pane, pasta, riso e cracker, in qualsiasi varietà tra cui segale, orzo, avena, grano intero bianco senza glutine, ecc. sono ben tollerati.
  • Pesce (fresco o surgelato). È consigliabile consumarlo, nelle dosi prescritte, almeno tre volte alla settimana preferibilmente cucinato alla griglia, al forno, al vapore, arrosto.
  • Carne: manzo, vitello, vitellone, pollo, coniglio, tacchino, lonza di maiale, cavallo, scelte nelle parti più magre e private del grasso visibile. Cucinate alla griglia, arrosto, bollito, al forno o anche in umido purché il tutto venga cucinato senza far friggere i condimenti.
  • Latticini freschi e yogurt. Quest’ultimo agisce positivamente sulla flora intestinale se consumato abitualmente.
  • Formaggi stagionati, come il Grana Padano DOP che non contiene lattosio e può essere un ottimo sostituto a un secondo piatto di carne o uova. Questo formaggio può anche essere consumato giornalmente grattugiato (un cucchiaio 10 grammi) per insaporire i primi o i passati di verdura al posto del sale. Il Grana Padano DOP è un concentrato di latte, ma meno grasso del latte intero perché parzialmente decremato durante la lavorazione, il suo consumo incrementa l’apporto proteico ai pasti e favorisce il raggiungimento del fabbisogno giornaliero di calcio.
  • Frutta. Consumare circa 2-3 frutti di medie dimensioni, a seconda della tollerabilità, sbucciata o non (in questo caso ben lavata). Il limone rappresenta uno dei migliori disinfettanti naturali dell’intestino e i kiwi, oltre a contenere una buona quantità di fibre per riequilibrare l’intestino, possono potenziare l’azione delle fibre prebiotiche.
  • Verdure. Le fibre permettono una buona peristalsi. Preferire quelle molto ricche in fibra grezza come carciofi, insalata, bieta e quelle che contengono i fruttoligosaccaridi (FOS) come asparagi, pomodoro, carote, porri, cicoria.

CONSIGLI COMPORTAMENTALI

  • Consumare i pasti a tavola mangiando lentamente
  • Rendere lo stile di vita più attivo (abbandona la sedentarietà! Vai al lavoro a piedi, in bicicletta o parcheggia lontano, se puoi evita l’uso dell’ascensore e fai le scale a piedi)
  • Praticare attività fisica almeno tre volte alla settimana. L’attività fisica moderata concorre ad attenuare i sintomi.
  • Non fumare: il fumo contribuisce a danneggiare le mucose dell’organismo
  • Elimina gli stress ambientali
  • Leggere le etichette dei prodotti, soprattutto per accertarsi del loro contenuto in grassi.

I migliori prodotti per la salute dell’apparato digerente

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere del vostro apparato digerente, in grado di combattere stipsi, fecalomi, meteorismo, gonfiore addominale, acidità di stomaco, reflusso, cattiva digestione ed alitosi:

Per approfondire:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Bicarbonato di sodio: come influenza la prestazione sportiva?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO BICARBONATO LIMONE (1)Il bicarbonato di sodio, è un prodotto popolare nell’ambiente domestico. Ha molti usi, che vanno dalla pulizia in cucina all’igiene personale. Tuttavia, il bicarbonato di sodio può anche fornire alcuni benefici interessanti. Molti atleti e frequentatori di palestre usano il bicarbonato di sodio per ottenere un aiuto durante l’allenamento intenso.

Cos’è il bicarbonato di sodio?

La formula chimica del bicarbonato di sodio è NaHCO3. È un sale leggermente alcalino formato da ioni di sodio e bicarbonato. Esso si trova comunemente in natura, sciolto in sorgenti minerali e si può tranquillamente acquistare presso il proprio centro alimentare di fiducia.

Bicarbonato di sodio e pH

Per capire come funziona il bicarbonato di sodio, è utile prima capire il concetto di pH. In chimica, il pH è una scala usata per classificare quanto acida o alcalina (di base) una soluzione è. Un pH di 7,0 è considerato neutro. Un valore inferiore a 7.0 è acido e qualsiasi cosa sopra è alcalino. Come esseri umani, il nostro pH è naturalmente vicino alla neutralità. Rimane normalmente a circa 7,4 nel sangue e 7,0 nelle cellule muscolari. Il corpo lavora meglio quando il proprio equilibrio acido-alcalino resta vicino a questo obiettivo, infatti il corpo ha vari modi per mantenere questi livelli. Tuttavia, alcune malattie o fattori esterni possono disturbare questo equilibrio. Uno di questi fattori è l’esercizio ad alta intensità, noto anche come esercizio anaerobico. Durante l’esercizio anaerobico, la domanda di ossigeno del corpo supera l’offerta disponibile. Come risultato, i muscoli non possono contare su l’ossigeno per produrre energia. Quindi, devono passare ad un percorso differente – la via anaerobica. La creazione di energia attraverso la via anaerobica produce acido lattico. Troppo acido lattico riduce il pH delle cellule muscolari al di sotto del valore ottimale di 7,0. Questo equilibrio perturbato, limita la produzione di energia e può anche ridurre la capacità dei muscoli di contrarsi. Entrambi questi effetti, in ultima analisi, portano a stanchezza, il che riduce le prestazioni di esercizio. Il bicarbonato di sodio ha un pH alcalino di 8.4 e può quindi aumentare leggermente il pH del sangue. Un pH alto del sangue permette all’acido di passare dalle cellule muscolari nel sangue, portandolo a pH 7,0. Ciò permette ai muscoli di continuare la loro contrazione e produzione di energia. Gli scienziati ritengono che questo sia il modo principale in cui il bicarbonato di sodio può aiutare ad allenarsi in maniera più dura, più veloce o più a lungo.

Bicarbonato di sodio e prestazioni sportive

Gli scienziati hanno esaminato come il bicarbonato di sodio influisce sulle prestazioni dell’esercizio fisico. Non tutti gli studi pubblicati fino ad oggi mostrano gli stessi effetti, ma la maggior parte concordano sul fatto che è utile. Il bicarbonato di sodio è particolarmente utile per l’esercizio ad alta intensità che dura tra 1 e 7 minuti e coinvolge grandi gruppi muscolari. Inoltre, la maggior parte dei miglioramenti sembrano ottenersi verso la fine di un allenamento. Per esempio, uno studio recente ha osservato un miglioramento di 1,5 secondi sulle prestazioni negli ultimi 1000 metri di un evento di canottaggio di 2000 metri. I risultati sono simili per il ciclismo, la corsa a sprint, nuoto e sport di squadra. Tuttavia, i benefici possono variare da persona a persona. Essi possono anche dipendere dal tipo di attività, genere, la tolleranza personale e livello di allenamento. Infine, solo pochi studi hanno esaminato come il bicarbonato di sodio influisce sull’esercizio di resistenza, e non tutti hanno trovato benefici. Sono necessarie ulteriori ricerche per esplorare questo tema prima che queste raccomandazioni possano essere fatte.

Come influisce sull’interval training?

L’interval training è un tipo di allenamento che alterna l’esecuzione dell’esercizio fisico intenso con quello meno intenso nel corso di una singola sessione. Alcuni esempi di questo tipo di allenamento comprendono tipi di corsa, ciclismo, canottaggio, nuoto, sollevamento pesi olimpico e CrossFit. Gli studi che hanno guardato questo tipo di esercizio, hanno evidenziato che il bicarbonato di sodio contribuisce a prevenire il calo fisico nelle prestazioni. Ciò generalmente, ha portato a miglioramenti complessivi di 1,7-8%. L’interval training è molto comune in molti sport, e gli studi trovano che l’assunzione di bicarbonato di sodio può beneficiare nel judo, nuoto, boxe e tennis. Infine, la capacità del bicarbonato di sodio di aiutare a spingere nelle fasi finali dell’allenamento può anche migliorare i risultati globali dell’allenamento. Ad esempio, i partecipanti che hanno preso bicarbonato di sodio durante un programma di interval training di 8 settimane, hanno pedalato il 133% in più entro la fine del periodo di studio.

Bicarbonato di sodio, forza muscolare e coordinamento

Il bicarbonato di sodio può anche aiutare ad aumentare la forza. In uno studio, i weightlifter esperti che hanno preso il bicarbonato di sodio 60 minuti prima di un allenamento sono stati in grado di fare 6 ripetizioni in più di squat nelle loro prime di tre serie. Questo suggerisce che il bicarbonato di sodio può migliorare le prestazioni, soprattutto all’inizio di una sessione. Inoltre, il bicarbonato di sodio può anche beneficiare la coordinazione muscolare. Per esempio, uno studio ha evidenziato che il bicarbonato di sodio ha contribuito a mantenere la precisione dello swing nei tennisti. Un altro studio ha trovato benefici simili sulla precisione dei pugni nei pugili. Questi risultati suggeriscono che il bicarbonato di sodio potrebbe avere effetti sul cervello, ma sono necessari ulteriori ricerche per capire esattamente come funziona.

Benefici del bicarbonato di sodio

Il bicarbonato di sodio può beneficiare la salute anche in altri modi. Ad esempio, esso:

  • Riduce il bruciore di stomaco: Il bicarbonato di sodio è un ingrediente comune come antiacido, che viene spesso utilizzato per ridurre il bruciore di stomaco e trattare le ulcere dello stomaco.
  • Promuove la salute dentale: Il dentifricio contenente bicarbonato di sodio sembra rimuovere la placca più efficacemente del dentifricio senza di esso.
  • Migliora la risposta al trattamento del cancro: Il bicarbonato di sodio può contribuire a migliorare la risposta alla chemioterapia. Tuttavia, non ci sono ancora studi umani su questo.
  • Rallenta la malattia renale: Il trattamento con bicarbonato di sodio nei pazienti con malattia renale può aiutare a ritardare il declino della funzione renale.

Integrazione e istruzioni di dosaggio

Integratori di bicarbonato di sodio possono essere disponibili in forma di capsule o compresse. È inoltre possibile acquistare anche la semplice polvere di bicarbonato di sodio. I benefici attesi rimangono gli stessi, indipendentemente da quale forma di integratore si sceglie. La maggior parte degli studi concordano che una dose di 200-300 mg / kg di peso corporeo produce benefici, e dovrebbe essere presa 60-90 minuti prima dell’esercizio fisico. Tuttavia, assumendo il bicarbonato di sodio così vicino all’esercizio fisico può causare problemi di stomaco in alcune persone. Se questo è il vostro caso, potete provare ad iniziare con una dose minore, ad esempio 100-150 mg / kg. Può anche essere utile assumere questa dose 90 minuti prima dell’esercizio. Per esempio, uno studio ha dimostrato che l’assunzione di 200-300 mg / kg 180 minuti prima dell’esercizio fisico è risultato altrettanto efficace, ma diminuendo i problemi di stomaco. È inoltre possibile ridurre gli effetti collaterali assumendo il bicarbonato di sodio con acqua o con un pasto. Infine, dividendo la propria dose di bicarbonato di sodio in 3 o 4 dosi più piccole e assumendole nel corso della giornata, può contribuire a migliorare la vostra tolleranza. Sappiate che gli effetti durano solo fino alle 24 ore successive all’ultima dose.

Effetti collaterali

Il bicarbonato di sodio è considerato sicuro quando assunto nelle dosi sopra raccomandate. Dosi più grandi possono gravemente aumentare il pH del sangue. Questo è pericoloso e può disturbare il ritmo cardiaco e provocare spasmi muscolari. Inoltre, quando il bicarbonato di sodio si mescola con l’acido dello stomaco, produce gas. Ciò può causare dolori addominali, gonfiore, nausea, diarrea e vomito. Non tutti sperimenteranno questi effetti collaterali. La gravità dei sintomi può variare in base alla quantità presa e alla sensibilità personale. Il consumo di bicarbonato di sodio può anche aumentare i livelli di sodio nel sangue, che può portare ad un aumento della pressione sanguigna in alcune persone. Inoltre, grandi quantità di sodio può far trattenere acqua al vostro corpo – ritenzione idrica. Mentre una maggiore idratazione potrebbe essere utile per coloro che si allenano al caldo, può essere svantaggioso per coloro che fanno gare negli sport dove è vincolante il peso per la categoria. Infine, il bicarbonato di sodio non è raccomandato per le donne in gravidanza o in allattamento. Né è indicato per persone con malattie cardiache, problemi ai reni o che hanno avuto una storia di disturbi elettrolitici, come iperaldosteronismo o morbo di Addison.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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