A che serve la vitamina B12? L’importanza in gravidanza e allattamento

MEDICINA ONLINE BERE LATTE DIABETE BEVANDA CALORIE SODIO MINERALI GASSATA OLIGOMINARALE DISTILLATA INGRASSARE DIMAGRIRE FONTANA MARE PISCINA POTABILE COCA COLA ARANCIATA THE BERE ALCOL DLa vitamina B12 (o cobalamina; in inglese “vitamin B12” o “cobalamin”) è una vitamina essenziale, dal momento che il nostro organismo non è in grado di produrla da solo. E’solubile in acqua e si trova comunemente in una varietà di alimenti come pesce, crostacei, carne e prodotti caseari. La vitamina B12  – unitamente alle altra vitamine del cosiddetto complesso vitaminico B – fisiologicamente aiuta a mantenere sane le cellule nervose ed i globuli rossi – ed è necessaria anche per sintetizzare il DNA, il materiale genetico presente in tutte le cellule. La vitamina B12 è normalmente legata alle proteine del cibo e l’ambiente acido presente nello stomaco ne permette la separazione dalle stesse durante il processo di digestione.

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Cosa avviene alla vitamina B12 dopo averla ingerita?
Nello stomaco, l’ambiente acido e la pepsina staccano la cobalamina dalle proteine cui si trova associata ed essa, poi, si lega alla cobalofillina (o aptocorrina), proteina che viene secreta nella saliva. Nel duodeno, l’azione delle proteasi provenienti dal pancreas determina la degradazione della cobalofillina e la cobalamina, aiutata dall’ambiente alcalino, si lega a una glicoproteina che viene rilasciata dalle cellule parietali dello stomaco: il fattore intrinseco. Il complesso vitamina-fattore intrinseco viene riconosciuto da uno specifico recettore (complesso megalina-cubilina), situato sugli enterociti dell’ileo, che lega il tutto e, tramite un processo di endocitosi, ne permette il trasporto all’interno della cellula.

Fabbisogno nell’adulto, nei bambini, in gravidanza e allattamento
Le linee guida suggeriscono quantità comprese tra 1 e 2 mcg/die come valore medio di fabbisogno per l’adulto normale. Questo fabbisogno, aumenta di almeno il 50%, nel periodo della gravidanza in quanto, oltre al fabbisogno per la madre, c’è quello per il sostenimento della formazione dei globuli rossi del feto in accrescimento, e durante l’allattamento, poiché è attraverso il latte che il neonato assume il suo fabbisogno giornaliero di vitamina B12, Non esistono studi specifici che abbiano analizzato i valori raccomandati per i bambini, e perciò le indicazioni sono basate su quelli degli adulti e proporzionate al dispendio energetico (da 0.4 mcg al giorno per i neonati fono a 6 mesi, fino a 1.8 mcg nei soggetti di 9-13 anni).

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Vitamina B12: in quali cibi trovarla in abbondanza?
La cobalamina si trova in abbondanza nei prodotti di origine animale (carne, pesce, latticini, uova). Gli alimenti che ne contengono di più sono fegato, molluschi e alcuni tipi di pesce. Per questo motivo per chi sceglie una dieta completamente vegetariana o vegana è vivamente consigliabile il ricorso a integratori di vitamina B12. Nell’intestino umano esistono batteri sintetizzanti cobalamina ma sono situati in zone dove il fattore intrinseco (vedi paragrafi precedenti) non arriva per cui l’assorbimento di quest’ultima è irrisorio.

Deficit di vitamina B12
Livelli di vitamina B12 inferiori a 200 pg/ml sono considerati indicativi di un deficit della vitamina. Anche i livelli di omocisteina e di acido metilmalonico possono indirettamente essere indicativi di ipovitaminosi da vitamina B12. L’omocisteina aumenta in caso di bassi livelli di vitamina B12 (> 13 micromoli/L), ma poiché risente anche di altri fattori (vitamina B6 e acido folico) è un marker poco specifico. L’acido metilmalonico è un marker più specifico perché la sua conversione ad acetilCoA dipende direttamente dalla vitamina B12: in caso di carenza della vitamina i livelli sierici di acido metilmalonico aumentano (> 0,4 micromoli/L).

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Quando si verifica una carenza di vitamina B12?
Stati di carenza di vitamina B12 si verificano in caso di:

  •  processi patologici interessanti le cellule parietali dello stomaco o per resezione delle parti di quest’organo che secernono fattore intrinseco (cardias e fondo)
  • uso di contraccettivi orali
  • scarso apporto con la dieta (tipicamente in chi segue una dieta vegana o vegetariana)
  • eccessiva assunzione di alte quantità di vitamina C (> 1 g): ciò può generare stati carenziali di cobalamina dal momento che – ad alte dosi – la vitamina C, in presenza di ferro, si può comportare da ossidante e formare radicali liberi che danneggiano la cobalamina e il fattore intrinseco.

Cosa succede in caso di deficit?
Il deficit di cobalamina provoca la comparsa di anemia perniciosa, malattia caratterizzata da: anemia megaloblastica e disturbi del sistema nervoso. È sempre importante, in questi casi, valutare la concentrazione di cobalamina e acido folico in quanto anche la carenza di quest’ultimo provoca un quadro di anemia megaloblastica però senza interessamento nervoso. L’aggiunta di acido folico in una situazione di anemia perniciosa migliora il quadro anemico ma non ha nessun effetto sui disturbi del sistema nervoso che, anzi, continuano a peggiorare.

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Differenza tra omega 3, omega 6 ed omega 9: quale integratore scegliere?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO Nahrungsergänzungsmittel.jpgOmega 3, 6 e 9: cosa sono?
I primi due sono generalmente definiti grassi essenziali, perché l’organismo non può produrli da sé ma li dobbiamo assumere con la dieta. E tutti e 3 sono anche dei grassi polinsaturi, in contrapposizione ai grassi monoinsaturi (che si trovano ad esempio nell’olio di oliva) e ai grassi saturi (che troviamo invece nella carne, nel cocco, nel formaggio).

Gli omega 3 sono presenti in natura in 3 forme: ALA, EPA e DHA
I grassi che appartengono alle sostanze chiamate OMEGA 3 contengono i seguenti acidi simili nelle loro strutture ma con benefici diversi:

  • Acido α-linolenico (ALA): presente principalmente nella verdura a foglie verdi, semi di soia, semi di lino (il più ricco in assoluto);
  • Acido acido eicosapentaenoico (EPA): presentie principalmente nell’olio di fegato di merluzzo, sgombro, aringa e olio di aringa, salmone e olio di salmone;
  • Acido docosaesaenoico (DHA): presente principalmente in sgombro, olio di pesce, alcuni tipi di alghe

Questi grassi acidi insaturi sono definiti “essenziali” in quanto non sono sintetizzabili nell’organismo e come tali devono essere introdotti mediante l’alimentazione. A livello delle mucose intestinali sono molto importanti per la protezione locale e generale del corpo per l’opera di assorbimento delle sostanze tossiche. Molto rilevante la loro azione nei meccanismi immunitari e di modulazione nella reazione infiammatoria come i mediatori chimici (aspirina e FANS).
Sebbene solo i primi siano essenziali e l’organismo è teoricamente in grado di convertirli nelle altre due forme (EPA e DHA), questo processo si è rivelato altamente inefficiente, in altre parole: se la tua dieta contiene solo omega 3 ALA e non omega 3 EPA e DHA, corri il rischio di entrare in carenza. E questa purtroppo è una situazione all’ordine del giorno, infatti, mentre gli ALA sono presenti anche in alcuni vegetali (semi di lino, semi di chia, noci), gli EPA e i DHA si trovano solamente nelle fonti animali. In condizioni naturali la carne sarebbe una buona fonte di questi grassi, ma in pratica non lo è per via degli allevamenti intensivi e l’alimentazione (tristemente innaturale) a base di cereali a cui viene sottoposto il bestiame. Rimane quindi il pesce come fonte abbondante di grassi omega 3, ma se non consumi salmone almeno 3 volte a settimana, una via intelligente è quella di ricorrere alle capsule di olio di pesce.

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Effetti specifici di EPA E DHA
EPA

  • contrastare il trigliceridi;
  • azione antitrombolica per il contrasto con l’aggregazione piastrinica;
  • effetto antiaritmico perché stabilizza il ritmo cardiaco e abbassa il rischio di infarto;
  • azione antinfiammatoria.

DHA

  • contrasta il trigliceridi;
  • azione antipertensiva;
  • azione antinfiammatoria;
  • migliora i sintomi della depressione.

Omega 6: quali sono e dove trovarli
Gli omega 6 sono grassi molto più comuni nella dieta occidentale, tanto che una carenza è virtualmente impossibile. Quello che invece è possibile, anzi direi all’ordine del giorno, è un eccesso di omega 6. Gli omega 6 si comportano da antagonisti riguardo gli omega 3, ciò significa che più omega 6 assumi, più avrai bisogno di integrare omega 3. Ne consegue che un ottimo metodo per non entrare in carenza di omega 3, è ridurre il consumo di omega 6. Sebbene questi ultimi si trovino un po’ dappertutto, dai cereali alle carni (appunto perché il bestiame viene nutrito con cereali), le fonti più abbondanti sono gli oli vegetali, in particolare l’olio di girasole, ma anche quello di mais, di arachidi, di soia e così via. Questi oli sono presenti praticamente in qualsiasi cibo pronto al supermercato, quindi leggi bene l’etichetta. Una regola semplice: gli unici oli utili e sani sono quello di oliva (purché di buona qualità), di cocco e di lino. Assumere troppi omega 6 e pochi omega 3 non è un errore senza conseguenze: può portare a diverse patologie fino anche a danni al tessuto cerebrale.

Omega 9: quali sono e dove trovarli?
A differenza dei precedenti, i grassi Omega 9 non sono essenziali, nel senso che l’organismo è in grado di produrli in modo autonomo a partire da altri grassi. Per questo motivo non sono interessanti dal punto di vista dell’alimentazione e se ne sente parlare di rado. Il più importante di questi è l’acido oleico, che si trova abbondantemente ad esempio nell’olio di oliva.

Integratori di omega 3, 6 e 9: servono davvero?
Integratori di omega 3-6-9 non hanno effetti collaterali (come si sente dire a volte) ma sono assolutamente inutili. Come detto gli omega 9 non sono essenziali e comunque si trovano nell’olio di oliva. Mentre gli omega 3 e 6 sono spesso presenti in un rapporto sfavorevole o al massimo pari, quindi anche qui davvero pochi benefici. Gli unici che ha senso integrare sono quindi gli Omega 3, dopo esserti assicurato che non provengano da fonte vegetale e contengano EPA e DHA.

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Uso specifico di omega 3, 6 e 9

  • OMEGA 3: olio di Pesce. Specifico per prevenzione e contrasto di problemi cardiovascolari, prezioso nel diabete alto colesterolo e trigliceridi alti e in caso di artriti, reumatismi, disturbi infiammatori. Ha un elevato effetto anticoagulante inibendo la viscosità delle piastrine.
  • OMEGA 6 (EFA) olio di Boraggine. Per depurare il sangue, per il drenaggio cutaneo, ha potere antidepressivo e disintossicante sul fegato. Stimola e rivitalizza le ghiandole surrenali agendo sulla ricostituzione della corteccia e quindi indispensabile dopo l’assunzione di cortisone e steroidi. Rassoda il seno e mantiene sani i capelli e le unghie.
  • OMEGA 9 olio di Lino. Utile per la riduzione del colesterolo totale, facendo diminuire il colesterolo LDL e aumentando quello HDL, per la prevenzione dei calcoli biliari, lubrifica i vasi sanguigni. Ha un forte effetto antinfiammatorio. Fornisce energia e dona un umore più sereno e tranquillo.

Una miscela ben bilanciata di acidi grassi indispensabili 3-6-9 porta a benefici sensibili su:

  • Concentrazione colesterolo “cattivo”, inibendo la formazione del LDL e favorendo l’incremento del HDL;
  • trigliceridi;
  • aggregazione piastrinica;
  • pressione arteriosa e sulla viscosità ematica;
  • artrite reumatoide;
  • allergie;
  • asma;
  • problemi dermatologici.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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Fitoestrogeni: rimedi naturali in menopausa

MEDICINA ONLINE DONNA ANZIANA MENOPAUSA ADULTA VAMPATE FITOESTROGENI SENO INGRANDIMENTO SOIA ORMONI ESTROGENI PIANTE.jpgFitoestrogeni: molte donne ne hanno sentito parlare, poche sanno cosa sono davvero e come agiscono sull’organismo femminile?
Io amo chiamarli “ormoni verdi”! In pratica, sono estratti ricavati da piante a elevato potere estrogenico: la salvia, la soia, il trifoglio rosso, la cimicifuga racemosa. Si tratta di veri e propri estrogeni naturali, in grado cioè di agire al livello organico proprio come gli estrogeni della terapia sostitutiva, ma con un’azione molto più leggera, blanda e, di conseguenza, non dannosa per l’organismo. Questo significa, in parole semplici, che il fitoestrogeno è scarsamente attivo sia sull’utero sia sulla mammella (organi a rischio con la terapia estrogenica artificiale), ma beneficamente attivo sui principali organi che, invece, tendono a invecchiare e ad ammalarsi, come la pelle, il cervello, le ossa, il sistema cardiovascolare e la vagina. Dunque, il saggio principio della minima dose con il massimo effetto è garantito: con i fitoestrogeni le ossa e il cervello si mantengono in ottima salute, la pelle resta giovane e bella, l’utero e il seno non corrono alcun pericolo.

Dove si trovano i fitoestroegeni?
Gli “ormoni verdi” si dividono in tre gruppi principali: gli isoflavoni, i lignani e i cumestani.

  • Gli isoflavoni sono contenuti in dosi generose nei legumi, per esempio nelle lenticchie, nei fagioli, nei piselli, ma soprattutto nella soia.
  • I lignani sono contenuti nella buccia (o meglio, nella cuticola) dei cereali principali – ovvero grano, frumento, orzo, riso, segala, semi di lino – nella frutta, nella verdura e negli oli vegetali, incluso l’olio d’oliva.
  • I cumestani, infine, sono presenti soprattutto nei germogli.

È chiaro, quindi, che la prevenzione della sindrome menopausale dovrebbe partire proprio in cucina, grazie all’ampio utilizzo di soia (ma anche tofu e latte di soia) e di tutti i legumi, oltre che dei semi (lino, girasole, noci, mandorle e così via). Una cucina salva-salute e salva-govinezza ben conosciuta dalle donne orientali che, a parità di anni, non solo evitano i disturbi più fastidiosi della menopausa, ma hanno anche ossa molto più forti delle loro coetanee occidentali e solo raramente si ammalano di tumore al seno. La soia e il trifoglio sono, in particolare, tra gli alimenti più ricchi di fitoestrogeni, capaci di proteggere dalla comparsa di tumore al seno quando la donna è ancora in età fertile, figurarsi in menopausa, quando si rivelano il migliore toccasana. Attenzione, però. La sola alimentazione non basta a fare il pieno di fitoestrogeni. Per assumere la giusta quantità di principi attivi, dunque, è necessario ricorrere sempre a integratori specifici, studiati proprio per soddisfare la richiesta di fitoestrogeni da parte dell’organismo.

Quali sono i benefici degli isoflavoni?
Gli isoflavoni di soia sono riusciti a convincere ormai anche il medico più diffidente, tanto è vero che sono universalmente utilizzati per contrastare i fastidi che la menopausa porta con sé e per prevenirne le conseguenze più pericolose per la salute futura della donna, come l’osteoporosi. Questo non stupisce, visto che il loro impiego è semplice e praticamente privo di effetti collaterali. Con i nostri ormoni verdi, le vampate si spengono ed è possibile vivere la fine dell’età fertile in armonia e in salute. I miglioramenti sono apprezzabili rapidamente, dopo il primo mese di trattamento, e restano invariati nel tempo. Mentre i sintomi più fastidiosi vengono neutralizzati, le ossa rimangono salde e forti, così come il colesterolo cattivo e i trigliceridi (i principali nemici di cuore e arterie) si abbassano e se sono già bassi non si alzano, con enormi vantaggi per l’intero sistema cardiovascolare. Un risultato, questo, che è stato ormai dimostrato da moltissimi studi ginecologici, tanto da indurre molti esperti a suggerire un’integrazione con fitoestrogeni anche nelle donne che stanno seguendo la TOS (terapia ormonale sostitutiva) a scopo precauzionale e preventivo.

Nonostante siano sostanze naturali, ci sono possibili effetti collaterali?
Gli effetti collaterali sono praticamente nulli, tuttavia non devono essere assunti in presenza di forti fattori di rischio per il cancro al seno (ad esempio in caso di madri o sorelle con cancro al seno).

Trattandosi di integratori, ci si può affidare al fai-da-te o è sempre meglio seguire il consiglio del medico?
No al fai-da-te. L’integratore deve essere sempre assunto dopo un parere positivo da parte del medico, specie se si è a rischio di cancro al seno.

Quando i rimedi naturali sono da preferire alla TOS (terapia ormonale sostitutiva)?
Quando la donna ha sofferto o soffre di una serie di patologie più o meno gravi (al seno, cardiovascolari ecc.) o quando i disturbi della menopausa sono di moderata entità. Poi ci sono ben poco propense ad assumere qualcosa che “sa” di farmacologico e che, dunque, preferiscono affidarsi ai rimedi naturali. Teniamo conto che è anche possibile sfruttare le due terapie in combinata, cioè seguire una TOS a bassissimi dosaggi affiancata da una terapia sostitutiva naturale di “sostegno”. O ancora, dopo cinque anni di TOS è possibile passare il testimone ai rimedi naturali, in modo da trarre il massimo beneficio da entrambe le terapie. Le soluzioni a disposizione delle donne in menopausa, dunque, sono tanti e uno non è necessariamente migliore o peggiore di un altro: per questo è indispensabile farsi seguire da un medico. In casi particolari – per esempio di menopausa precoce, isterectomia oppure ovariectomia – quale strada è meglio seguire? Ogni caso merita un’attenta valutazione a sé. In caso di menopausa precoce, per esempio, spesso si ricorre alla pillola contraccettiva, mentre in caso di isterectomia, invece, si può valutare di seguire una terapia ormonale sostitutiva con i soli estrogeni.

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Proteine whey: quando, quante e perché assumerle?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO NahrungsergänzungsmittelLe proteine whey sono proteine del siero del latte definite anche “proteine rapide” poiché il nostro organismo è in grado di assimilarle in circa 10/20 minuti. Un tempo assai ridotto se confrontato con quello di circa 8 ore necessario all’assimilazione delle “proteine lente” come quelle della caseina. Grazie al rapido assorbimento, le proteine whey determinano un aumento di aminoacidi nel sangue ed una conseguente velocizzazione della sintesi proteica. Per questo le proteine rapide sono ideali per contrastare la degradazione muscolare, favorire l’aumento della massa e ottimizzare i tempi di recupero. In commercio ne sono disponibili tre varianti, distinte in base alla percentuale proteica: concentrate (con percentuali comprese tra il 70 e l’85% di proteine, particolarmente indicate per potenziare l’ipertrofia muscolare), isolate (con il 90% di proteine pure, con contenuto minimo di carboidrati e grassi derivati dal lattosio e con un’assimilazione rapida anche per chi ha problemi di intolleranza al lattosio) e idrolizzate (il trattamento di idrolisi enzimatica, a cui vengono sottoposte durante la composizione, genera la rottura in peptidi più piccoli e aminoacidi singoli, rendendo più semplice l’assorbimento da parte dell’organismo). Per approfondire, leggi anche: Differenze proteine whey concentrate, isolate e idrolizzate: quale scegliere?

Proteine whey e sport

Sono numerosi gli sportivi che impiegano le proteine per la palestra, ma in quali sport è maggiormente consigliato l’uso di proteine rapide come le whey? Le proteine whey sono ideali soprattutto per chi pratica sport di resistenza e/o di forza e per chi pratica sport in cui il rischio di traumi di muscolari è maggiore. Ecco perché: durante gli esercizi e gli allenamenti di forza e resistenza, la sintesi proteica muscolare aumenta considerevolmente, specie nelle 4 ore successive allo sforzo fisico. È in questo lasso di tempo, definito finestra metabolica, che l’organismo è maggiormente esposto al rischio di microtraumi a livello muscolare e l’assunzione di proteine rapide come le whey può essere di grande aiuto. Infatti, le proteine whey hanno un duplice ruolo: quello di fornire gli aminoacidi indispensabili alla riparazione dei tessuti nel post allenamento e quello di supportare l’organismo (grazie all’assimilazione rapida) durante le fasi di recupero.

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Le proteine del siero del latte, con il loro elevato contenuto di aminoacidi essenziali e a catena ramificata, possiedono una composizione amminoacidica molto simile a quella del muscolo umano ed è per questo che sono un sostegno fondamentale tanto per la crescita quanto per il recupero muscolare. Ma questo non è tutto. Le proteine whey impiegate negli allenamenti di resistenza hanno dimostrato di apportare notevoli vantaggi sull’ipertrofia con conseguente incremento della forza muscolare. La loro funzione antiossidante, inoltre, supporta l’organismo nella corretta manutenzione del sistema immunitario. L’integrazione con proteine del siero del latte abbinata ad una corretta alimentazione, influisce positivamente sui livelli pressori ematici e la riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. Altro vantaggio, infine, è quello relativo al colesterolo. Secondo uno studio pubblicato sul British Journal of Nutrition, le proteine whey favorirebbero la riduzione dei livelli di colesterolo LDL (quello “cattivo”) con conseguenti vantaggi per tutto l’organismo.

Quando assumerle?

Possono essere assunte in qualsiasi momento della giornata, ma, se il vostro scopo è l’ipertrofia muscolare, è preferibile assumere le proteine whey subito o mezz’ora dopo la fine del vostro allenamento.

Quante proteine whey assumere al giorno?

Tipicamente i nutrizionisti calcolano il fabbisogno proteico giornaliero minimo moltiplicando il peso corporeo espresso in chili per 0.8. Il risultato che si ottiene si riferisce alla quantità di proteine minima (espressa in grammi) di cui il soggetto ha bisogno quotidianamente (fabbisogno proteico giornaliero). Ad esempio se il peso corporeo corrisponde a 55 kg, si devono consumare un minimo di 44 grammi di proteine al giorno. Coloro che praticano allenamenti di forza, se non soffrono di particolari patologie come insufficienza renale grave, dovrebbero consumare 1.6 g – 2 g/kg di peso corporeo (ad esempio 88 – 110 g di proteine al giorno se il soggetto pesa 55 kg). Ovviamente parte di queste proteine sono assunte con la dieta, la restante dovrà essere assunta tramite l’integrazione con whey quindi se assumete molte proteine con i cibi, necessiterete di minore integrazione, se invece assumete poche proteine con i cibi, dovrete aumentare l’integrazione.

I migliori integratori

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Integratore di acido alfa lipoico: a che serve e qual è il dosaggio?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO NahrungsergänzungsmittelL’acido alfa-lipoico (spesso abbreviato in ALA), è un acido grasso con una potente azione antiossidante che aiuta a combattere lo stress ossidativo provocato dai radicali liberi (responsabili dell’invecchiamento e dei danni cellulari) sia all’esterno che all’interno della cellula nervosa. Rappresenta quindi una molecola preziosa per la persona diabetica, in quanto favorisce la protezione del sistema nervoso e aiuta a contrastare la neuropatia diabetica.

Dove viene prodotto l’acido alfa-lipoico?
L’acido alfa-lipoico è un acido grasso contenente zolfo, che viene naturalmente prodotto dal fegato e da altri tessuti del nostro organismo. Viene inoltre assorbito intatto da alcuni alimenti introdotti con la dieta e si accumula in alcuni tessuti (fegato, cuore, muscolo, cervello e nervi e altri).

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Dove agisce l’acido alfa-lipoico?
L’ALA combatte i radicali liberi in ogni parte del neurone (ma anche delle altre cellule) ed è l’unico antiossidante a riuscire a farlo. Tra le peculiarità uniche dell’acido alfa-lipoico, c’è, infatti, quella di poter agire sia all’interno della cellula, in un ambiente acquoso (idrofilo) come il citoplasma delle cellule (dove agiscono anche altri antiossidanti come la vitamina C, sia in un ambiente oleoso ovvero ricco di lipidi (lipofilo) com’è la membrana dei neuroni e delle cellule, la cui integrità è fondamentale per la trasmissione degli impulsi nervosi; in definitiva, l’ALA può raggiungere tutti i compartimenti di una cellula proteggendola dentro e fuori dall’attacco incessante dei radicali liberi.

Come agisce l’ALA?
Sia l’acido alfa-lipoico che la sua forma ridotta DHLA (cioè che ha già esercitato la sua azione antiossidante e perciò ha acquistato un elettrone) funzionano come una coppia di potenti antiossidanti, esercitando una cosiddetta azione “scavenger” (spazzino) tra le più potenti sui radicali liberi dell’ossigeno (ROS o Reactive oxygen species, specie reattive dell’ossigeno). Ma c’è di più. Esso, infatti, interviene e promuove importanti cicli metabolici come la produzione di energia e anche questo è un aspetto molto importante, in quanto i radicali liberi attaccano, danneggiandole, anche le membrane dei mitocondri, piccoli organuli presenti all’interno delle cellule, che sono sede delle risorse energetiche e di autoriparazione del nervo. L’acido alfa-lipoico, inoltre, può riciclare e rigenerare i naturali antiossidanti idrosolubili (come la vitamina C e il glutatione) e anche quelli liposolubili (come la vitamina E e il coenzima Q), amplificandone gli effetti. Così facendo protegge nervi e vasi sanguigni (che portano i fattori nutritivi) dai pericolosi attacchi dei ROS, favorendo il benessere delle fibre nervose e svolgendo una generale azione anti-aging. L’ALA, in definitiva, ne protegge l’integrità e le mantiene più giovani a lungo e quindi più in grado di trasmettere in modo efficiente gli impulsi nervosi, indispensabili per la conduzione neuro-muscolare.
Alcuni studi hanno documentato che, somministrato per via orale o endovenosa a dosi si 600-1200 mg/die, l’ALA favorisce la riduzione dei sintomi della neuropatia diabetica (formicolio e intorpidimento alle gambe, dolori brucianti, senso di stordimento) nell’arco di 3-5 settimane di integrazione.

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Ci sono altri effetti dell’ALA utili alle persone diabetiche?
L’acido alfa-lipoico ha anche altri effetti benefici che lo rendono interessante per le persone con diabete di tipo 2 quando somministrato ad alti dosaggi. Alcuni studi hanno documentato che aumenta la sensibilità all’insulina (anche nelle donne con sindrome dell’ovaio policistico) favorendo l’assorbimento del glucosio e un miglior controllo della glicemia. Favorisce anche una riduzione dei trigliceridi nel sangue. Gli studi hanno documentato che anche ad alti dosaggi l’ALA è sicuro e ben tollerato, in ogni caso per scegliere un’eventuale integrazione è sempre bene chiedere al proprio medico o al farmacista di fiducia.

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È vero che gli antiossidanti lavorano meglio in squadra?
In effetti è così; tra gli antiossidanti, l’unione fa la forza per proteggere il nervo e questo vale anche per l’ALA. A livello della cellula nervosa (neurone), alcuni studi hanno documentato che l’acido alfa-lipoico agisce in sinergia con altri antiossidanti e sostanze cosiddette neutrofiche grazie alla spiccata azione neuroprotettiva che svolgono, in grado di accelerare la riparazione e la rigenerazione del nervo migliorandone la velocità di conduzione nervosa.
Tra gli altri antiossidanti, con cui agisce l’ALA, vanno citati soprattutto la superossidodismutasi o SOD, un potentissimo antiradicalico, tra i più studiati, che agisce all’origine dello stress ossidativo e che ha dimostrato un’ azione antinfiammatoria e neuroprotettiva sinergica con l’ALA; la vitamina E e il selenio che contribuiscono alla naturale protezione delle cellule nervose dallo stress ossidativo provocato dai radicali liberi.
Tra neurotrofici più noti e benefici c’è l’acido gamma-linolenico (GLA), un acido grasso polinsaturo essenziale (Essential Fatty Acids o EFA), che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare da solo e che deve essere assunto attraverso una dieta giornaliera appropriata.
Il GLA è un componente della membrana delle cellule nervose dove svolge un’attività riparativa ed è indispensabile per mantenere un’ottimale fluidità di membrana, elemento particolarmente rilevante per la funzionalità delle membrane nervose e della guaina mielinica (la mielina è il rivestimento di ogni cellula nervosa che consente una conduzione più veloce degli impulsi nervosi).

Quali altre attività svolge l’acido alfa-lipoico?
L’acido alfa-lipoico protegge anche dall’ossidazione del colesterolo-LDL (il colesterolo “cattivo”) agendo – quindi – come un fattore di prevenzione del rischio di malattie cardiovascolari. Alcuni studi hanno, inoltre, documentato la capacità dell’ALA di chelare metalli ovvero di catturare e requisire soprattutto rame e ferro che in alcune cellule porterebbero alla formazione di sostanze fortemente ossidanti.
Altri studi hanno evidenziato la capacità dell’acido alfa-lipoico di migliorare la “tolleranza al glucosio”, quindi di favorire un miglior funzionamento del metabolismo degli zuccheri nelle persone diabetiche e/o obese (nelle quali svolge quindi un’azione protettiva sulla neuropatia diabetica grazie alla sua potente azione antiossidante). Questa sua attività, lo rende utile anche nel miglioramento della performance sportiva (ottimizzando l’utilizzo dell’energia) area in cui è anche importante come “scavenger” dei radicali liberi prodotti nel corso dell’attività muscolare di elevata intensità. Ma non è ancora finita: ulteriori studi hanno evidenziato un’azione ipotensiva ed antinfiammatoria che si sta ancora studiando.
L’acido alfa-lipoico viene considerato un memory-enhancer, ovvero una sostanza in grado di migliorare la memoria in età avanzata e contrastare l’invecchiamento del cervello sempre grazie alla sua potente azione antiossidante.

Quali sono le fonti più ricche di acido alfa-lipoico?
In natura, le fonti più ricche di acido alfa-lipoico sono i tessuti animali ad alta attività metabolica (carne rossa, cuore, fegato, rene) che non si consumano spesso. Tra le fonti vegetali ci sono, in via decrescente: spinaci, broccoli, pomodori, piselli, cavolini di Bruxelles, riso.
L’acido alfa-lipoico può essere ricavato anche dall’assunzione giornaliera di un integratore alimentare che assicura un dosaggio fisso giornaliero dell’acido grasso. Per un consiglio adeguato alle proprie necessità è utile chiedere al proprio medico o al farmacista di fiducia.

Dosaggio di acido alfa-lipoico
Il dosaggio consigliato è di assumere almeno 100 mg di acido alfa-lipoico al giorno.

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Altri integratori molto utili per il tuo benessere psico-fisico, sono i seguenti:

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Creatina e sport: quando, quanta e perché assumerla?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO NahrungsergänzungsmittelLa creatina è probabilmente l’integratore alimentare per sportivi più famoso in assoluto, e tale fama è giustificata: essa migliora davvero la resistenza e la forza muscolare, soprattutto negli sforzi intensi e di breve durata. Si tratta di un derivato aminoacididico naturalmente presente nel nostro organismo in una quantità media di circa 30 mg per ogni kg di peso corporeo e si attiva ogni volta che uno sforzo muscolare intenso richiede un incremento di energie. La creatina è sintetizzata dal fegato (1 g/die) a partire da arginina, S-adenosil metionina e glicina e, dopo essere stato prodotto, si muove direttamente verso il cervello, il cuore e, per ben il 95%, verso i muscoli. Questa funzionalità rende particolarmente prezioso il contributo della creatina nello sport, assegnandole un ruolo di supporto fondamentale per l’allenamento in palestra e negli sport all’aperto.

Creatina per lo sport: più forza per i muscoli
La quantità di creatina, che si accumula nelle fibre muscolari, determina il tempo di resistenza allo sforzo fisico, consentendo di sostenere un allenamento più intenso per più tempo e incrementando di conseguenza le possibilità di aumento della massa muscolare. La creatina nello sport esprime il suo massimo potenziale quando viene impiegata a supporto di attività che richiedono scatti e sforzi brevi ma intensi (della durata tra i 2 e i 30 secondi), come fitness e bodybuilding, mentre i suoi effetti si riducono su sport di lunga durata, come il triathlon o la maratona. In 100 g di prodotto contenuto negli integratori di creatina monoidrato, ben l’88% è costituito da creatina pura.

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Per raggiungere il fabbisogno giornaliero ideale di creatina di 2 g, metà dei quali di produzione endogena, bisogna orientare la propria dieta prediligendo piatti a base di carne e pesce, che, tuttavia, perdono gran parte della loro percentuale attiva nella cottura. Al fine di assicurarsi un apporto adeguato, ogni giorno è possibile completare la dieta con integratori a base di diversi tipi di creatina. Il momento ideale per assumerla è lontano dai pasti, al fine di valorizzarne l’assorbimento.

Quando assumerla per un allenamento ottimale in palestra?
La scelta del momento più utile all’integrazione di creatina rispetto al work out raccoglie opinioni diverse e soggettive:

  • nella mezz’ora precedente all’allenamento, il consumo di creatina si presta alla creazione di una riserva immediatamente spendibile e quindi questo determina un aumento di forza durante l’allenamento;
  • nella mezz’ora successiva al lavoro in palestra, l’assunzione di creatina riesce a potenziare il suo aiuto nel reintegro delle energie e nell’aumento del volume della massa muscolare.

Per una valutazione scientifica, tuttavia, possiamo riferirci ad uno studio americano del 2013 che, osservando le prestazioni di un gruppo di culturisti amatoriali, ha registrato un impatto più significativo nei livelli di sviluppo della massa muscolare e della resistenza fisica in coloro che avevano assunto creatina dopo l’attività fisica. Questa rilevazione è avvalorata dalla generale considerazione secondo la quale nella fase post work out la captazione di elementi nutritivi da parte dei muscoli è superiore rispetto ad altri momenti.

Il nostro parere: quando e quanta creatina
Secondo la nostra esperienza, l’uso migliore che si può fare della creatina è per aumentare la forza e quindi il nostro consiglio è quello di assumerla 20/30 minuti prima dell’allenamento, con un dosaggio tra i 3 ed i 5 grammi, con l’aggiunta di alcuni grammi di fruttosio e circa 1 grammo di bicarbonato di sodio, in modo da tamponarla ed avere maggiore efficienza.

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Arvenum: terapia di emorroidi e fragilità capillari

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA AEROSOL ASMA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS INTRAMUSCOLO PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROINDICAZIONIComposizione di Arvenum
Ogni compressa contiene: principio attivo: Frazione flavonoica purificata micronizzata 500 mg – costituita da diosmina 450 mg, flavonoidi espressi in esperidina 50 mg – eccipienti: carbossimetilamido sodico; cellulosa microcristallina; gelatina; glicerina; ipromellosa; sodio laurilsolfato; ossido di ferro giallo E 172; ossido di ferro rosso E 172; titanio diossido; macrogol 6000; magnesio stearato; talco.

Forma farmaceutica e contenuto

  • 15 compresse rivestite con film
  • 30 compresse rivestite con film
  • 60 compresse rivestite con film

Via di somministrazione: orale.

Indicazioni: perché si usa Arvenum? A cosa serve?
Arvenum è un vasoprotettore e viene usato nelle sintomi attribuibili ad insufficienza venosa e stati di fragilità capillare.

Leggi anche: Alternative economiche a Daflon 500 mg e ad Arvenum 500 mg

Controindicazioni: quando non dev’essere usato Arvenum?

  • Ipersensibilità al principio attivo o ad uno qualsiasi degli eccipienti.

Interazioni: quali farmaci o alimenti possono modificare l’effetto di Arvenum?
Non sono stati effettuati studi di interazione. Informare il medico o il farmacista se si è recentemente assunto qualsiasi altro medicinale, anche quelli senza prescrizione medica.

Arvenum si può assumere in gravidanza?
Chiedere consiglio al medico o al farmacista prima di prendere qualsiasi medicinale. La sicurezza del farmaco in gravidanza non è stata determinata, pertanto è opportuno non somministrare il prodotto durante la gravidanza.

Arvenum durante l’allattamento
In assenza di dati sull’escrezione nel latte, il trattamento deve essere evitato durante l’allattamento.

Effetti sulla capacità di guidare veicoli e di utilizzare macchinari
Non sono stati condotti studi per valutare l’effetto della frazione flavonoica sulla capacità di guidare veicoli o di usare macchinari.

Posologia
2 compresse rivestite con film al giorno (1 a mezzogiorno e 1 alla sera) al momento dei pasti, anche nell’insufficienza venosa del plesso emorroidario.

Sovradosaggio: cosa fare se avete preso una dose eccessiva di Arvenum?
In caso di assunzione accidentale di una dose eccessiva di Arvenum avvertire immediatamente il medico o rivolgersi al più vicino ospedale.

Effetti Indesiderati
Come tutti i medicinali, Arvenum può causare effetti indesiderati sebbene non tutte le persone li manifestino. La frequenza delle possibili reazioni avverse elencate di seguito è descritta usando la seguente convenzione:

Patologie del sistema nervoso

  • vertigini,
  • cefalea,
  • malessere.

Patologie gastrointestinali

  • diarrea,
  • dispepsia,
  • nausea,
  • vomito,
  • colite.

Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo

  • rash,
  • prurito,
  • orticaria,
  • edema al volto, alle labbra, alla palpebra (gonfiore),
  • edema di Quincke (rapido ingrossamento del volto, delle labbra, della bocca, della lingua o della gola che può portare a difficoltà nel respirare).

Patologie del sistema emolinfopoietico

  • trombocitopenia.

Il rispetto delle istruzioni contenute nel foglio illustrativo riduce il rischio di effetti indesiderati.

Scadenza e conservazione
Scadenza: vedere la data di scadenza indicata sulla confezione. Attenzione: non utilizzare il medicinale dopo la data di scadenza indicata sulla confezione. La data di scadenza indicata si riferisce al prodotto in confezionamento integro, correttamente conservato. I medicinali non devono essere gettati nell’acqua di scarico e nei rifiuti domestici.

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Sostanze naturali ad azione antidepressiva

MEDICINA ONLINE FOOD SUPPLEMENT INTEGRATORE ALIMENTARE RUGHE PELLE VITAMINE MINERALI MULTI TERMOGENICO GRASSO DIMAGRIRE ALFA LIPOICO FARMACO ASPIRINA TACHIPIRINA PER OS ASSUNZIONE BOCCA GIRL DONNA RAGAZZA BIONDA WALLPAPERDi seguito una lista di composti di derivazione naturale ad azione antidepressiva (NO farmaci):

  • SAM-E (S-adenosil metionina) : è un intermedio fondamentale nella biosintesi di molti neurotrasmettitori. La sua assunzione (a dosaggi superiori a 400 mg\giorno) ha mostrato in alcuni studi di generare un effetto antidepressivo ed ansiolitico, specie nei confronti delle forme atipiche.
  • Acetil l-Carnitina: è un derivato amminoacidico che si è dimostrato interagire con i recettori del glutammato e attivare l’espressione di alcune proteine. In alcuni studi ha mostrato dei rapidi effetti nel trattamento della depressione, specie della distimia (a dosaggi di 6 grammi\giorno).
  • Erba di San Giovanni: il decotto è conosciuto da secoli nella medicina tradizionale come antidepressivo e ristorativo. I suoi componenti attivi (come l’iperforina) si sono dimostrati in grado di inibire il reuptake delle monoammine con un meccanismo diverso dagli SSRI e di interagire con numerosi altri target neuronali.
  • 5-HTP (5-idrossitriptofano): è il precursore biosintetico della serotonina. Degli studi hanno dimostrato come la sua integrazione (a dosaggi opportuni) abbia un effetto antidepressivo ed ansiolitico.
  • Cloruro di Rubidio: questo sale inorganico è commercializzato, specie in alcuni stati europei, come antidepressivo efficace nelle forme in cui prevale mancanza di energia ed apatia, a dosaggi di 180-720 mg. Si è visto incrementare i livelli di dopamina e noradrenalina ed è venduto col nome di Rubiclor.
  • Zinco: l’integrazione di zinco (ad un dosaggio equivalente a circa 25 mg al giorno di zinco elementare) ad un trattamento antidepressivo si è dimostrata in grado di diminuire i sintomi di depressione nei pazienti resistenti al trattamento ma di comportare solo un lieve miglioramento dei sintomi se utilizzato da solo.
  • Nicotina: la nicotina agisce come antidepressivo tramite la stimolazione del rilascio di Dopamina e Norepinefrina; in aggiunta, la nicotina sembra esercitare un effetto antidepressivo per mezzo della desensibilizzazione dei recettori della nicotina a seguito della tolleranza. Alcune sperimentazioni cliniche hanno dimostrato che la nicotina (somministrata tramite cerotti transdermici) esercita un effetto antidepressivo sia nei non fumatori depressi sia nei fumatori e che può essere presa in considerazione per il trattamento di depressione resistente. L’ipotesi che utilizzo cronico di nicotina causi desensibilizzazione dei recettori nicotinici, causando quindi un effetto antidepressivo è in linea con la prima teoria proposta oltre 30 anni fa e le successive ricerche che hanno confermato come un’eccessiva attività di acetilcolina nel cervello possa indurre sintomi depressivi. Anche la Vareniclina, un farmaco che agisce sui recettori della nicotina utilizzato per eliminare la dipendenza da nicotina (come il farmaco Champix) ha mostrato proprietà antidepressive.
  • Agmatina: in un piccolo studio pilota condotto nel 2013 presso l’università di Cambridge, dei pazienti sono stati trattati con 2-3 grammi al giorno di Agmatina, un neurotrasmettitore endogeno che agisce su un ampio numero di recettori, tra cui quelli del glutammato: tutti hanno sperimentato una remissione dei sintomi depressivi.
  • Magnesio: uno studio in doppio cieco pubblicato nel 2017 conclude che l’integrazione di magnesio (pari a 248 mg al giorno di magnesio elementare o 500 mg di magnesio cloruro) è stato trovato avere un rapido effetto antidepressivo ed ansiolitico senza significativi effetti collaterali, anche in associazione a farmaci antidepressivi.
  • Inositolo: ha efficacia nel trattamento della depressione (a dosaggi superiori a 12 g/giorno) e in degli studi ha mostrato una diminuzione statisticamente significativa rispetto al placebo del punteggio delle scale di valutazione dei sintomi depressivi. Alcuni pazienti che non hanno risposto al trattamento con inositolo hanno trovato beneficio con un SSRI, ma l’aggiunta di inositolo ad un SSRI non sembra fornire benefici aggiuntivi all’effetto dell’antidepressivo.

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