Come si diventa schizofrenici

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA IRA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA PSICOSOMATICA PSICHIATRIA OSSESSIVOLa schizofrenia è una psicosi cronica caratterizzata dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell’affettività, da un decorso superiore ai sei mesi, con forte disadattamento della persona ovvero una gravità tale da limitare le normali attività di vita della persona.

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Come si sviluppa la schizofrenia?

Tra le ipotesi delle cause fisiopatologiche della schizofrenia vi è un deficit e/o alterata funzione dell’acido folico che comporta:

  • alterazioni della metilazione del DNA,
  • anormalità nella trasmissione glutaminergica,
  • alterazioni della funzione mitocondriale,
  • deficit di folati,
  • iperomocisteinemia materna.

Una recente ricerca indica una correlazione tra l’aumento di IL-6 e TNF-α con i livelli di omocisteina patologici dovuti alla mutazione genica C677>T dell’enzimaMTHFR. Uno studio mette in relazione la comparsa della sintomatologia schizofrenica con un deficit di attività della glutamato carbossipeptidasi II (GCPII), enzima chiave per l’assorbimento dell’acido folico Un altro gruppo di ricerca del Massachusetts General Hospital and Harvard Medical School di Boston mette in relazione i sintomi negativi della schizofrenia con il deficit di acido folico dovuto al deficit dell’enzima MTHFR. L’uso dell’acido folico nell’ambito della terapia complementare e alternativa (CAM), sembra avere un ruolo definito e interessante, certamente meritevole di ulteriori sviluppi di ricerca. Vi sono alcuni studi che mettono in relazione l’infezione da Toxoplasma gondii con lo sviluppo della schizofrenia.

Violenza sessuale e sviluppo della schizofrenia

Secondo uno studio dell’Università dell’Ulster e dell’University of Southern Denmark, una delle possibili cause dello sviluppo di alcuni disturbi mentali, tra cui la schizofrenia, ci siano traumi sessuali subiti anche molti anni addietro. I ricercatori hanno analizzato la salute mentale di donne che erano ricorse ai centri di crisi dopo aver subito uno stupro o violenza sessuale e hanno scoperto che proprio il trauma sessuale può giocare un ruolo chiave nello sviluppo di disturbi psicotici come la schizofrenia. In più, la tendenza ad allontanarsi dal luogo in cui sono state vittime della violenza influisce ancora di più sulla possibilità di sviluppare disturbi mentali a causa del mancato sostegno causato dall’interruzione dei rapporti sociali. I risultati di questo studio sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica “Schizophrenia Bulletin”, dove si apprende che i dati sono stati ricavati dal database del Danish Civil Registration System (CRS) che raccoglie informazioni ufficiali sui cittadini danesi dal 1968 in poi.

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Astenia, sonnolenza, stanchezza: cosa li causa e come curarle

MEDICINA ONLINE STANCHEZZA COSA FARE ASTENIA SONNOLENZA LAVORO DORMIRE MALE REGOLE AIUTO CAUSE CURE MANCANZA DI FORZA DEPRESSIONE MUSCOLI SENZA FORZE MANCANZA DI ENERGIE SPORT MOVIMENTO.jpgChiunque può sentirsi stanco e assonnato più o meno occasionalmente, ma in genere è sufficiente una buona notte di sonno per recuperare e affrontare nuovamente con entusiasmo i mille impegni che caratterizzano i ritmi di vita attuali. Se tuttavia la stanchezza persiste da molte settimane, magari inspiegabilmente, è senza dubbio opportuno rivolgersi al medico per approfondire. I medici parlano in questo caso di astenia, il cui significato è una costante sensazione di esaurimento fisico, un sintomo che consiste nella riduzione di energia del soggetto colpito. La stanchezza non è una malattia di per sé, ma può essere il sintomo di una patologia, l’effetto collaterale di un farmaco o la conseguenza di uno stile di vita errato. Un disturbo caratterizzato da una stanchezza e una sonnolenza patologici è la sindrome da fatica cronica, che persiste per lunghissimi periodi senza trarre sollievo dal riposo.

Cause

Malattie

La sensazione di fatica, di stanchezza, di sonnolenza, è spesso un campanello d’allarme che l’organismo utilizza per segnalarci che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe; tra le condizioni che possono causare astenia troviamo ad esempio:

  • celiachia non curata, ossia l’intolleranza al glutine, che tra i diversi sintomi spesso si presenta anche con affaticamento, anemia e perdita di peso;
  • anemia, una delle spiegazioni più comuni di pazienti costantemente stanchi (soprattutto donne in età fertile, magari con mestruazioni abbondanti), causata spesso dalla carenza di ferro;
  • sindrome da fatica cronica, una condizione caratterizzata da stanchezza e affaticabilità debilitanti;
  • fibromialgia, una sindrome caratterizzata da dolore e stanchezza;
  • sindrome delle apnee notturne, una condizione caratterizzata dalla ripetuta interruzione della respirazione durante la notte, che quindi inficia pesantemente la qualità del riposo notturno;
  • ipotiroidismo, uno dei sintomi più comuni di una tiroide pigra è proprio l’astenia;
  • diabete, uno dei sintomi più comuni (ma spesso sconosciuti) è una stanchezza a lungo termine, accompagnata da sete e perdita di peso;
  • mononucleosi, un’infezione virale che colpisce la gola e che, soprattutto negli adulti, può causare stanchezza per mesi,
  • sindrome delle gambe senza riposo, una condizione caratterizzata dall’esigenza di muovere costantemente le gambe, anche di notte;
  • artrite reumatoide, una condizione dolorosa che colpisce le articolazioni e che spesso è accompagnata anche da stanchezza;
  • tumore, a prescindere dall’organo colpito molto spesso i pazienti colpiti da tumore vanno incontro a forte astenia (peggiorata dalle terapie).

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Farmaci

Moltissimi farmaci possono causare astenia, ma tra quelli più comunemente usati e in grado di dare questo effetto collaterale ricordiamo:

  • antistaminici,
  • antidepressivi,
  • farmaci per nausea e vomito (ad esempio Plasil),
  • farmaci per la cinetosi (mal d’auto),
  • chemioterapia e radioterapia.

Anche il recupero da un intervento chirurgico è assolutamente normale che possa richiedere tempo e causare affaticamento.

Emozioni

Le preoccupazioni emotive e altre condizioni psicologiche possono spesso causare astenia, ad esempio:

  • ansia (spesso legata anche all’insonnia),
  • attacchi di panico,
  • depressione,
  • lutti,
  • stress (per esempio per problemi finanziari o personali, come un divorzio o un lutto),
  • noia.

Come vedremo meglio in seguito l’attività fisica regolare può efficacemente contribuire a ridurre queste sensazioni, migliorando stato d’animo e benessere generale.

Stile di vita

Anche uno stile di vita sbagliato può avere un concreto impatto sull’energia disponibile:

  • restare svegli troppo a lungo la sera,
  • consumo eccessivo di caffeina,
  • consumo eccessivo di alcool,
  • alimentazione ricca di junk-food (ricca di calorie vuote).

Anche un peso significativamente diverso da quello ideale può essere causa di affaticamento, sia in caso di sovrappeso (ancor di più se si parla di obesità) che di sottopeso, anche se ovviamente per ragioni diverse. Un importante sovrappeso rende qualsiasi attività, anche se banale come camminare, molto più faticosa per l’organismo e la stanchezza si accumula più facilmente; se a questo sommiamo il fatto che spesso l’obesità si porta dietro numerosi altri problemi (apnee notturne, pasti abbondanti alla sera) è intuitivo comprende le cause di questo legame. Nel caso di importante sottopeso l’organismo potrebbe essere carente di scorte di energia e segnala queste difficoltà attraverso una costante sensazione di astenia. Possiamo infine aggiungere la gravidanza, una condizione e non una malattia, che tipicamente nel primo e nel terzo trimestre è spesso causa di stanchezza e sonnolenza anche intense.

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Stanchezza invernale

Moltissime persone patiscono i lunghi periodi invernali, a causa della riduzione delle ore di luce; con l’accorciarsi delle giornate i ritmi circadiani dell’organismo possono venire alterati con un aumento della produzione endogena di melatonina che si traduce rapidamente in un aumento della sonnolenza. La produzione di questo importante ormone è fortemente influenzata dalle ore di buio, quindi nel tardo pomeriggio viene anticipata la produzione e così aumenta il desiderio di andare a letto presto. In alcuni casi questo passaggio può influire così profondamente da permettere la formulazione di una vera e propria diagnosi di disturbo affettivo stagionale, considerato a tutti gli effetti un disturbo dell’umore collegato alla depressione.

Quando contattare il medico?

Se la stanchezza persiste per parecchie settimane senza alcun sollievo e apparentemente senza alcuna spiegazione, è sicuramente necessario valutare la situazione con il medico curante, che procederà a un’anamnesi (domande su sonno, attività quotidiane, appetito ed esercizio) e probabilmente alla prescrizione di esami del sangue.

Dove perdiamo energia inutilmente?

È possibile individuare alcune cause nascoste in grado di influenzare sensibilmente la nostra riserva di energia giornaliera, vediamo quali sono:

  • Rimanere per lunghi periodi immobili: Anche stiamo guardando la TV o leggendo un libro, è consigliabile cambiare periodicamente posizione, fare qualche rapido esercizio di stretching e magari anche fare qualche passo; l’organismo associa l’immobilità al sonno e così riduce attenzione, voglia di fare, …
  • Cattiva postura: Rimanere a lungo in posizioni sbagliate o poco ergonomiche è spesso causa di affaticamento alla colonna vertebrale, causato dalla necessità di compensare con la forza muscolare uno scorretto allineamento.
  • Diete troppo aggressive: Recuperare il peso forma è sicuramente consigliabile sotto tutti i punti di vista, ma procedere con una dieta troppo audace può essere controproducente: può far sentire di più la stanchezza e soprattutto dopo aver perso i primi chili rapidamente si andrà altrettanto rapidamente in una condizione di stallo metabolico che renderà molto più difficile perdere i restanti.
  • Chiudersi in casa: Ridurre eccessivamente l’esposizione al sole e all’aria esterna ha un concreto impatto sulla produzione ormonale e può causare astenia (oltre a causare carenza di vitamina D per insufficiente esposizione solare).
  • Eccesso di zuccheri: A colazione è corretto concedersi una parte delle calorie giornaliere derivanti dagli zuccheri, ma è bene non esagerare e possibilmente andrebbero associati alla fibra (per esempio alla frutta o a cereali integrali); in questo modo si beneficerà dell’energia a pronto assorbimento, ma senza patire un calo ipoglicemico a distanza di due ore, dovuto alla risposta insulinica dell’organismo.
  • Ansia e stress: Anche quando non si tratta di ansia patologica, vivere costantemente in tensione è causa di aumento del battito cardiaco, aumento della pressione sanguigna e tensione muscolare, tutte attività che tra le diverse conseguenze (anche in termini di rischio cardiovascolare) si traducono in un enorme e inutile dispendio energetico.
  • Eccesso di esercizio fisico: L’attività fisica, inutile dirlo, è consigliata a tutti: migliora l’umore, riduce il rischio cardiovascolare e fa stare bene. Esagerare, come tutte le cose, è però controproducente e può non dare modo all’organismo di recuperare.

Rimedi

Moltissimi casi di stanchezza e astenia sono dovuti a stress, carenza di sonno, dieta poco sana e altri fattori inerenti lo stile di vita: vediamo come affrontarle.

  • Preferire 5-6 spunti giornalieri ai 2-3 classici pasti abbondanti, questo permetterà di mantenere costanti i livelli di energia disponibile ed eviterà la sonnolenza dovuta agli eccessi.
  • L’attività fisica moderata deve essere un pochino stancante, ma se praticata regolarmente permette di mantenere in salute l’organismo e ridurre la stanchezza e la fatica sul lungo periodo, aumentando i livelli di energia disponibili. È molto importante iniziare con sforzi compatibili con il proprio stato di salute e grado di allenamento e in seguito aumentare gradualmente, senza voler a tutti i costi strafare.
  • Perdere peso se necessario, in modo da permette all’organismo di spendere meno energia a parità di attività (riferendomi anche e soprattutto al quotidiano, come camminare, salire le scale o anche solo lo stare in piedi).
  • Migliorare la qualità del sonno e dormire un numero di ore adeguato (in genere almeno 7-8 per un adulto).
  • Ridurre lo stress.
  • Ridurre la caffeina e il consumo di alcolici per favorire il riposo notturno.
  • Bere almeno 1.5 l al giorno di acqua (alcuni casi di stanchezza sono legati a una moderata disidratazione).
  • Esporsi quotidianamente e regolarmente al sole e all’aria aperta, magari mentre si fa attività fisica; l’esposizione al sole stimola la produzione ormonale dell’organismo e regola finemente i ritmi circadiani, aiutando il corpo a essere attento e attivo durante il giorno e riposare meglio durante la notte.

Rimedi che NON funzionano

Nonostante claim pubblicitari e parole di sedicenti esperti, girano moltissimi falsi miti che è bene sfatare.

  • Praticare diete o altri protocolli detossificanti non serve a nulla, non esiste anzi alcuna evidenza scientifica che l’organismo abbia bisogno di alimenti o integratori detox (detossificarsi da cosa poi?).
  • Non esistono cibi miracolosi, ma esistono evidenze che un’alimentazione varia e completa possa fare la differenza. È la varietà a essere importante, non l’eccesso di un singolo alimento.
  • Pur essendo estremamente utili in molte situazione, gli integratori multivitaminici non devono mai sostituire interamente un’alimentazione ricca di frutta e verdura, ma solo integrarsi con essa.

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Che cosa succede e che fare se il nostro ascensore precipita?

MEDICINA ONLINE ELEVATOR ASCENSORE MORTE IMPATTO CAVI ROTTURA PRECIPITA TERRORE TERROR FEAR FOBIA SCALE SALIRE SCENDERECavi che si spezzano, cabina in caduta libera, schianto finale: è una sequenza tipica dei film catastrofici e uno dei peggiori incubi di tanti, specie di chi ha la fobia dell’ascensore. Nella realtà è, però, un’ipotesi remota. Per nostra fortuna, gli ascensori sono dotati di molti sistemi di sicurezza: l’ascensore è infatti uno dei mezzi di trasporto più sicuri al mondo (21 volte più delle scale mobili) e ha dotazioni di sicurezza (per esempio, da 6 a 12 cavi di sollevamento di acciaio) tali da prevenire cadute fatali. Ma se per cause imprevedibili (come un terremoto o un attentato terroristico) l’incubo si materializzasse e noi stessimo precipitando, cosa fare?

Accovacciarsi o saltare?

Nessuno dei due. Secondo l’esperto Eliot H. Frank del Centro di Ingegneria Biomedica del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, il gesto più istintivo, cioè accovacciarsi a terra, è sconsigliabile: rischia di provocare gravi lesioni alle ginocchia e alla colonna vertebrale. Altrettanto da scartare è il tentativo di saltare in alto prima dell’impatto per compensare la velocità di caduta: ammesso di avere un perfetto tempismo ed essere abbastanza lucidi ed atletici per riuscirci, cose quasi impossibili, l’unico risultato sarebbe sbattere la testa al soffitto e procurarsi lesioni alla testa.

Sdraiarsi

La migliore strategia scientifica di sopravvivenza è quella sicuramente meno istintiva: è sdraiarsi sul pavimento dell’ascensore a pancia in su, coprendosi la testa per proteggersi dai detriti e aderendo al suolo con la massima superficie possibile. In questo modo la forza dell’impatto (proporzionale alla massa e alla velocità) sarebbe distribuita sull’intero corpo, diminuendo così i rischi di fratture e di lesioni interne, anche se difficilmente ci lascerebbe scampo se la caduta avvenisse da decine di piani di altezza. Meglio farsela a piedi?

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra carie, placca e tartaro dei denti

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Placca dentale

La “placca dentale“, anche chiamata placca batterica o più semplicemente “placca”, è un aggregato di microrganismi incorporati tra loro e ben aderenti ai denti. È composta da batteri, cellule di sfaldamento della mucosa orale, sostanze che derivano dalla saliva e dagli alimenti. È la principale causa della carie e delle malattie parodontali. La placca è, dunque, il nemico numero uno dei denti e si annida negli spazi più nascosti ed in cui è più arduo arrivare con lo spazzolino:

  • spazi interdentali,
  • superfici occlusali,
  • irregolarità dentali,
  • in prossimità del colletto dei denti (quindi tra dente e gengiva).

Inizialmente la placca è morbida è la sua rimozione ostacola la formazione della carie. Dopo circa 24 ore la placca si indurisce, diventa tartaro ed è difficile da eliminare.

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Tartaro

Tartaro

Il “tartaro” è un deposito dentale dovuto all’indurimento della placca batterica e alla presenza di sali di calcio nella saliva. È un insieme di composti minerali formato per circa l’80% da sali inorganici, contenenti fosforo, calcio e sodio, e per il restante 20% da sostanze diverse. Tali formazioni vengono rimosse tramite detartrasi da un dentista o da un igienista dentale. Il tartaro può essere:

  • sottogengivale, ha un colore rossiccio per la presenza di piccole emorragie gengivali, è più consistente e si deposita nelle profondità del solco gengivale. Trovandosi al di sotto della gengiva non è immediatamente visibile e contribuisce alla formazione della tasca parodontale collegata alla parodontite. Il tartaro sottogengivale provoca spesso alitosi.
  • sopragengivale, si forma in meno di due settimane. Si presenta sotto forma di piccole incrostazioni bianche o giallognole che ricoprono la superficie del dente intorno all’orlo gengivale.
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Carie

Carie

La “carie” è un processo patologico che consiste nell’erosione o nella distruzione del dente. A causarla sono i comuni microrganismi presenti nel cavo orale, principalmente quelli adesi al dente nella forma di placca batterica e – successivamente- di tartaro, che se non mantenuti sotto controllo attraverso le comuni pratiche di igiene orale, o nel caso di abbassamento delle difese immunitarie, riescono a dissolvere la matrice minerale e organica che costituisce il dente, creando lesioni cavitate. Le carie appaiono di colore nerastro.

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Differenza tra fonendo, fonendoscopio, stetoscopio e stetofonendoscopio

MEDICINA ONLINE AUSCULTAZIONE DIFFERENZA FONENDOSCOPIO STETOSCOPIO TORACE ADDOME VISCERI CUORE SUONI STETOFONENDOSCOPIO SEMEIOTICALo stetoscopio e il fonendoscopio sono due strumenti essenziali per valutare lo stato di salute del paziente. Si tratta di due dispositivi molto simili all’apparenza ma che in realtà vengono utilizzati per scopi molto diversi tra loro. Stetoscopio e fonendoscopio non sono la stessa cosa, anche se spesso i due termini vengono erroneamente utilizzati come sinonimi.

Se lo stetoscopio è lo strumento utilizzato per l’auscultazione del torace, il fonendoscopio (anche chiamato “fonendo“) viene usato per l’auscultazione dei visceri in generale. Nella maggior parte dei casi questi due termini vengono confusi e usati come sinonimi, nonostante il loro impiego sia piuttosto differente. Tutto dipende dalla tipologia di testina usata per l’auscultazione. Infatti, mentre lo stetoscopio ha una campana più larga ed ampia ed è impiegato per ascoltare i suoni più acuti e più semplici da udire, il fonendoscopio ha invece una campana più piccola e viene utilizzato per i suoni più cupi.

I dispositivi più moderni e professionali permettono di unire i due strumenti in un’unica soluzione chiamata stetofonendoscopio, il quale ha entrambe le campane. In questo modo è possibile eseguire delle diagnosi più accurate e stabilire con certezza le condizioni di salute del paziente.

Gli stetoscopi preferiti dal nostro Staff, sono:

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Disfunzione sessuale post-SSRI: sintomi, effetti a lungo termine e cure

MEDICINA ONLINE ANSIA DA PRESTAZIONE SESSO TRISTE SESSUALE PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE PAURA TIMORE COPPIA MENTE PSICOLOGIA LETTO PENETRAZIONE MATRIMONIO FIDANZATI UOMO DONNA LIBIDO SPERMA PIACERE SEXGli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (noti anche con la sigla abbreviata SSRI, dall’inglese selective serotonin reuptake inhibitors) sono una classe di psicofarmaci che rientrano nell’ambito degli antidepressivi. Tra gli effetti collaterali degli SSRI, rientra anche un particolare tipo di quella che una volta veniva definita “impotenza”, la “la disfunzione sessuale post-SSRI”.

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Disfunzione sessuale post-SSRI

La disfunzione sessuale post-SSRI (in inglese “post-SSRI sexual dysfunction“, da cui l’acronimo “PSSD“) è una patologia iatrogena (cioè dovuta ad un farmaco) causata dagli inibitori del reuptake della serotonina (SSRI) e inibitori del reuptake di serotonina-noradrenalina (SNRI) caratterizzata da disfunzioni sessuali ed emotive che insorgono durante l’assunzione del farmaco e che persistono per un tempo indefinito dopo la sospensione degli SSRI\SNRI. Può altresì comparire alla sospensione del trattamento, rappresentando uno specifico sottotipo di sindrome da sospensione degli SSRI\SNRI. Questa condizione non è stata ancora ben definita e studiata e le cause rimangono ancora non ben precisate. Sembra che a provocare questa sindrome siano solo gli Inibitori selettivi del Reuptake della Serotonina (SSRI) e della serotonina-noradrenalina (SNRI). Per la similarità con il meccanismo d’azione, si potrebbe supporre che anche alcuni triciclici possano essere in grado di indurre tale sindrome ma ad oggi non sono presenti rapporti che lo indicano.

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Quanto è diffusa?

La prevalenza della PSSD deve ancora essere determinata con esattezza. Sembra che la maggior parte delle persone ritrovino la loro normale funzione sessuale dopo l’arresto del SSRI\SNRI. Alcuni studi sembrano però indicare che una significativa parte di assuntori possa sperimentare, almeno in forma leggera, una qualche forma di disfunzione persistente. In 3 ampi studi versus placebo effettuati secondo il metodo del doppio cieco, con lo scopo di evidenziare gli effetti benefici degli SSRI nel trattamento dell’eiaculazione precoce, è stato rilevato che l’effetto ritardante sull’eiaculazione persisteva nel tempo (per oltre 6 mesi) dopo l’interruzione del farmaco su un’ampia percentuale dei pazienti trattati (oltre il 60%), segno che forse il farmaco ha indotto dei cambiamenti persistenti nella funzionalità sessuale.

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Sintomi e segni

Al di là del nome, la patologia non consiste solo in un insieme di sintomi che colpiscono la sfera sessuale ma è spesso caratterizzata da una più ampia difficoltà a provare esperienze edoniche ed emotive in genere, di cui i disturbi sulla sessualità sono solo i riflessi più evidenti. I sintomi più comuni, che possono essere presenti contemporaneamente o meno, consistono in:

  • assenza\riduzione libido: incapacità di provare attrazione sessuale; può venire meno il piacere legato alla sessualità, la necessità di esprimere bisogni fisici legati alla sessualità (come la masturbazione o la ricerca di materiale pornografico), il desiderio di ricercare un rapporto e le fantasie erotiche; possono essere assenti sogni erotici;
  • perdita o diminuzione della risposta fisica agli stimoli sessuali;
  • anestesia tattile o riduzione della sensibilità ai genitali: può essere diminuita o venire meno la sensibilità tattile e alla temperatura delle aree genitali (pene, vagina e talvolta anche capezzoli);
  • disfunzione erettile, diminuita lubrificazione vaginale: negli uomini raggiungere e mantenere una erezione risulta difficoltoso sia per via psicogena (pensieri a sfondo sessuale, visione di immagini erotiche) sia che per stimolazione fisica; nelle donne può venire meno la congestione genitale. Riduzione o assenza delle erezioni notturne e mattutine (la cui presenza è usata come indicatore per distinguere una disfunzione sessuale di origine psicogena da una fisiologica);
  • incapacità o difficoltà a raggiungere l’orgasmo (anorgasmia) o eiaculazione precoce, sindrome da eccitazione sessuale persistente nelle donne (PGAD);
  • anedonia orgasmica: può permanere la sensazione dell’orgasmo associata alle contrazioni muscolari ma queste non trasmettono più piacere;
  • ottundimento emotivo ed anedonia: può essere diminuita la capacità di provare emozioni (sia positive che negative, può risultare ad esempio difficile piangere o provare “sensazioni forti”), sensazioni edoniche in genere e di legame emotivo, può venire meno il desiderio di intimità di coppia; possono essere presenti apatia, mancanza di motivazione e di stimolo di fare, diminuita la capacità creativa. Musica, hobby o attività prima coinvolgenti possono non risultare più particolarmente attraenti o gratificanti; i pazienti potrebbero essere in grado di discernere questi sintomi da quelli causati da eventuali patologie depressive di fondo;
  • riduzione della viscosità e del volume dello sperma.

Generalmente non sembrerebbero essere presenti sintomi psicologici residui di depressione ed ansia mentre è spesso descritto in senso generale di “distacco” e alienazione. Tali sintomi possono comparire durante l’assunzione e persistere dopo l’interruzione, oppure peggiorare o comparire con la sospensione del trattamento.

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Disfunzioni in corso di trattamento

Accade molto comunemente che chi assume antidepressivi SSRI (e anche SNRI) lamenti effetti collaterali sulla sfera sessuale che si configurano in disfunzione erettile nell’uomo e difficoltà nella lubrificazione nella donna, incapacità di raggiungere l’orgasmo, calo della libido e del piacere legato alla sessualità e più raramente diminuzione della sensibilità genitale. La percentuale di persone che sperimenta questo tipo di effetti collaterali varia molto in base agli studi: i primi ne stimavano una prevalenza attorno al 8-14% (ma ciò si è rivelato un dato sottostimato perché i pazienti non erano propensi a riportare spontaneamente tali effetti ed i medici evitavano di chiederlo a causa dello stigma sociale legato alle disfunzioni sessuali) mentre le attuali indagini post-marketing portano tale percentuale al 70%. Alcuni studi arrivano ad una prevalenza del 100%.

Uno studio del 2009 condotto da un team di ricercatori dell’università di Oxford ha trovato che gli SSRI causano nella maggior parte dei pazienti trattati ottundimento emotivo, espresso come apatia e una minore capacità di provare empatia ed emozioni positive in genere. A causa di ciò alcuni pazienti hanno sviluppato ideazioni suicidarie ed uno è arrivato ad azioni di autolesionismo nella speranza di provare “emozioni”. In questo studio è risultato che i pazienti erano in grado di distinguere tra i deficit emozionali causati dal trattamento e quelli dovuti alla loro patologia depressiva. In un altro studio pubblicato nel 2014 si è evidenziato come gli SSRI (ed anche i TCA anche se in misura minore) abbiano un impatto negativo significativo sui sentimenti di “amore” e “attaccamento” verso la partner, in particolare negli uomini.

La diminuzione della pulsione, la disfunzione erettile e il diminuito interesse per le attività piacevoli e quotidiane sono un sintomo tipico anche di diverse patologie ansioso-depressive specie di grado severo, tuttavia la perdita della libido, delle reazioni automiche (quali erezioni spontanee), la difficoltà a raggiungere l’orgasmo, l’anestesia genitale, l’ottundimento emotivo sembrano invece essere speciale caratteristica degli antidepressivi serotoninergici.

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Altri farmaci che causano disfunzioni sessuali simili

  • Gli antipsicotici sono noti per causare, in corso di trattamento, disfunzioni sessuali simili alla PSSD, soprattutto a causa dei loro effetti antagonisti sui recettori D2 della dopamina, così come l’antagonismo di H1, Î ± 1 e Î ± 2.
  • Il farmaco finasteride, che viene utilizzato nel trattamento della calvizie maschile e dell’ipertrofia prostatica benigna, è stato mostrato causare anch’esso disfunzione sessuale persistente in un sottogruppo di pazienti trattati.
  • L’isotretinoina, un farmaco usato per curare l’acne, sembra causare una sindrome dalla sintomatologia molto simile.
  • Anche gli assuntori di MDMA (ecstasy), una neurotossina in grado di aumentare notevolmente le quantità cerebrali di serotonina, possono sviluppare una sintomatologia molto simile caratterizzata da anedonia, apatia, disfunzioni sessuali.

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Trattamento

Purtroppo attualmente non esiste ancora una cura nota per la PSSD, capace di invertirne gli effetti, soprattutto perché la sua eziologia è ancora sconosciuta. Le possibili opzioni di trattamento sono state esaminate solo teoricamente sulla base degli approcci utilizzati per la disfunzione sessuale indotta da SSRI durante il trattamento e sulla base di ipotesi teoriche. Vi è evidenza per le seguenti strategie di gestione: per la disfunzione erettile, l’aggiunta di un inibitore PDE5 come il sildenafil o altri farmaci approvati allo scopo (come soluzioni topiche di alprostadil, iniezioni intracavernose di prostaglandina E1, trattamenti orali a base di apomorfina); per la diminuzione della libido, un farmaco che agisce sulla trasmissione dopaminergica o farmaci volti a ripristinare eventuali scompensi ormonali, anche se non sono stati condotti studi in merito per verificarne l’efficacia.

In degli studi sono stati utilizzati agonisti dei recettori 5HT-1A (come il buspirone), antagonisti dei recettori 5HT-2 e 5HT-3 (come trazodone e mirtazapina) ed il naltrexone (un antagonista oppioide) che sarebbero in grado di agevolare la trasmissione dopaminergica ed alleviare i disturbi sessuali nei pazienti in trattamento con SSRI\SNRI. La cabergolina, che è un agonista dei recettori D2, che a sua volta diminuisce la prolattina, nei soggetti che stavano sperimentando una disfunzione sessuale durante il trattamento con un SSRI\SNRI, ha completamente restaurato l’orgasmo in un terzo dei soggetti anorgasmici, e parzialmente ripristinato l’orgasmo in un altro terzo dei soggetti. Tuttavia non sono stati svolti studi volti a verificarne l’efficacia nel trattamento della sindrome.
Alcune prescrizioni off-label di molecole che aumentano la trasmissione dopaminergica sono: pramipexolo, ropinirolo, yohimbina, metilfenidatoo amfetamina, selegilina e levodopa. La maggior parte degli studi sulla disfunzione sessuale sono stati fatti sugli uomini, anche se alcuni studi condotti sulle donne hanno mostrato benefici dal bupropione (a dosi > 300 mg/die a causa della sua debole azione dopaminergica). Uno studio mostra il beneficio sulla funzione orgasmica con il sildenafil, anche se nessun cambiamento nel desiderio o nell’eccitazione.

La terapia prevede anche un approccio di tipo psicoterapico per aiutare il paziente a comprendere, accettare e, in alcuni casi, in parte superare, la malattia.

Se credi di soffrire di disfunzione sessuale post-SSRI ed hai bisogno di supporto, prenota subito la tua visita ed insieme proveremo a risolvere il tuo problema.

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Prendere il sole: immersi in acqua ci si abbronza?

MEDICINA ONLINE ABBRONZATURA CLORO CHIMICA SOLE MARE MONTAGNA MELANINA PELLE CUTE SOLE MARE PISCINA RADIAZIONE SOLARE NUVOLE ALTITUDINE UVA UVB INFRAROSSIIl sole abbronza la nostra pelle anche quando siamo in acqua (in piscina o al mare)? Se nuotiamo rischiamo lo stesso di ustionarci?
Gli ultravioletti sono una delle componenti della luce solare e – pur non essendo visibili ad occhio nudo – sono estremamente potenti e responsabili non solo delle nostre abbronzature, ma anche di numerosi danni alla pelle. Essere immersi in acqua, non deve darci la falsa sicurezza di essere protetti: l’acqua assorbe infatti le radiazioni infrarosse (quelle calde), ma ha un minore effetto sulle radiazioni ultraviolette. Mediamente l’acqua blocca meno della metà delle radiazioni ultraviolette, il restante di esse può penetrare attraverso lo strato di acqua e giungere alla nostra pelle. Addirittura il riflesso dei raggi sulla superficie può aumentare l’esposizione alle radiazioni stesse, motivo per cui prendere il sole sul bagnasciuga, in prossimità dell’acqua, permette di abbronzarsi di più rispetto al prendere il sole lontani dalla riva.

Percezione errata
I rischi dell’esporsi al sole in acqua sono essenzialmente legati al fatto che, essendo i raggi infrarossi bloccati in gran parte dall’acqua ed essendo la temperatura dell’acqua di solito più bassa, abbiamo una minore sensazione di calore sulla pelle e questo alimenta in noi la falsa percezione di non rischiare i danni dell’esposizione al sole diretto: in queste condizioni si tende ad esporsi per troppo tempo a raggi ultravioletti. Le ustioni sono tipiche, anche se passiamo tutto il giorno in acqua, specie durante i  mesi estivi e nelle ore comprese tra le 11 e le 14. Ovviamente la forza degli ultravioletti è massima in prossimità della superficie dell’acqua e diminuisce a mano che ci si sposta in profondità.

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Prendere il sole: perché in montagna ci si abbronza di più?

MEDICINA ONLINE ABBRONZATURA SOLE MARE MONTAGNA MELANINA PELLE CUTE SOLE MARE PISCINA RADIAZIONE SOLARE NUVOLE ALTITUDINE UVA UVB INFRAROSSI.jpgGli ultravioletti (UV) sono una delle componenti della luce solare e – pur non essendo visibili ad occhio nudo – sono estremamente potenti e responsabili non solo delle nostre abbronzature, ma anche di numerosi danni alla pelle. Gran parte della radiazione solare viene arrestata dall’atmosfera terrestre, ciò significa che un soggetto, più è posto in vicinanza del livello del mare, da meno radiazioni ultraviolette è raggiunto. Al contrario, tanto più si sale di quota, tanto più la quantità di atmosfera diminuisce e tanto maggiore è la quantità di radiazioni solari che investe il soggetto. Circa ogni 300 metri di dislivello l’intensità dei raggi UV aumenta di quasi il 5%, il che significa che a 1500 metri l’intensità è circa il 25% in più rispetto al livello del mare. Quindi il sole preso in montagna è certamente più forte rispetto a quello preso al mare ed abbronza più velocemente, ma è anche più rischioso, specie per chi ha carnagione chiara, ha molti nei e per chi ha casi in famiglia di tumore maligno della pelle (melanoma).

Ed in inverno?

In montagna il rischio di scottature solari aumenta, ma non solo d’estate, anche nei mesi più freddi, anzi in inverno questo rischio è addirittura maggiore, perché:

  • il freddo e le nuvole non ci fanno percepire il rischio legato all’esposizione al sole e ci fanno sottovalutare l’intensità dei raggi solari;
  • anche se il cielo è nuvoloso, al contrario degli infrarossi, i raggi ultravioletti penetrano ugualmente;
  • la neve riflette le radiazioni intensificandone la potenza (effetto specchio).

In montagna può bastare una sola applicazione di crema solare?

No, è sempre meglio rinnovare il prodotto più volte e metterlo PRIMA di esporsi al sole. L’effetto di una crema non è illimitato poiché la pelle – anche se non suda o viene esposta all’acqua come accade al mare – comunque traspira.

È vero che l’abbronzatura presa in montagna è più duratura di quella presa al mare?

No, anche se è pensiero comune, non è vero che l’abbronzatura di montagna sia maggiormente duratura di quella marina. E’ vero invece che, per i motivi sovraesposti, l’abbronzatura di montagna sia più rapida – e più pericolosa! – rispetto a quella marina, per questo motivo è bene limitare il tempo di esposizione specie le prime volte e se avete un fototipo chiaro.

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