Qual è la lunghezza media di clitoride e glande clitorideo?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZE ORGASMO CLITORIDEO VAGINALE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneLa lunghezza longitudinale media mondiale del clitoride, che include asta e glande clitoridei, è 16 millimetri con un range tra 11,7 e 20,3 mm.

Il diametro trasversale del glande clitorideo è 3,4 millimetri, con un range tra 2,4 e 4,4.

Il diametro longitudinale del glande clitorideo è 5,1 millimetri, con un range tra 3,7 e 6,5.

Fonte dei dait: Verkauf BS, Von Thron J, O’Brien WF., “Clitoral size in normal women“, Obstet Gynecol. 1992 Jul;80(1):41-4.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Vogatore: benefici, rischi, vantaggi, come e per quanto tempo usarlo

MEDICINA ONLINE VOGATORE RUNNER CARDIO CORRERE CORRIDORE CORSA APERTO TAPIS ROULANT MAGNETICO ELETTRICO MECCANICO DIFFERENZE DIETA DIMAGRIRE AEROBICA GRASSO CALORIE SALITA BOSCO CITTA SMOG WALLPAPER SEXY GIRL RUNNING CITYIl vogatore è un attrezzo ginnico con il quale è possibile simulare l’attività sportiva del canottaggio anche in palestra o tra le mura domestiche. E’ un attrezzo composto essenzialmente da un binario su cui scorre un carrello mobile, il sedile, e da un volano posto alla fine della rotaia. A questo è attaccata una catena, o degli elastici, che determinano il fattore di resistenza. Tramite un manubrio l’atleta tira a sè la catena, poggiando i piedi su delle pedane.
E’ presente inoltre un piccolo display con varie funzioni: misura la durata dell’allenamento,, la distanza “virtualmente” percorsa, la velocità, le calorie consumate ed i battiti cardiaci. La sua invenzione è di due fratelli americani, ingegneri e canottieri olimpici, nel 1976 quando Pete e Dick Dreissigacker unirono la loro passione per il canottaggio alla precisione del disegno tecnico per mettere a punto una macchina che gli permettesse di allenarsi e remare anche al coperto, durante il periodo invernale, quando le basse temperature ghiacciavano le acque.
Nacque così il primo simulatore di remata, che ebbe subito una grande diffusione, destando anche l’interesse di chi non aveva remato prima. Il boom delle attività legate al fitness ed alla ginnastica tradizionale ha contribuito in maniera determinante, negli ultimi anni, alla diffusione nelle palestre e soprattutto nelleabitazioni private di numerosi attrezzi, tra i quali il vogatore. Si tratta di uno strumento costituito da una struttura cardine alla quale sono fissati un sellino regolabile, un poggiapiedi e due bracci rotanti. Ideato per consentire all’utilizzatore di compiere un movimento analogo a quello di un rematore, consente di allenare prevalentemente il busto e gli arti superiori, senza tuttavia tralasciare i muscoli inferiori.
La pratica costante nel tempo di esercitazioni collegate all’uso di questo attrezzo contribuisce allo sviluppo ed al mantenimento della massa muscolare, pertanto risulta notevolmente indicato per l’allenamento quotidiano sia di atletiprofessionisti che di atleti amatoriali appartenenti alle più svariate discipline, nonchè per il loro graduale recupero da eventuali infortuni o traumi patiti. I benefici garantiti da un utilizzo abituale, lo rendono inoltre particolarmente adatto allo sv0olgimento di esercizi praticati da amanti del fitness e persone comuni che possono così curare in maniera semplice, ma al contempo adeguata, la propria forma fisica sia per motivi di carattere estetico che salutare.

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Ma quali sono esattamente tutti i benefici che si hanno utilizzando un vogatore?

– Riduce lo stress, l’ansia e la depressione.
– Diminuisce una pressione sanguigna elevata.
– Riduce il tasso di colesterolo.
– Diminuisce del 50% i rischi di infarto.
– Diminusce la percentuale della vostra massa grassa (utilizzando il vogatore tre volte a settimana per circa 20 minuti vi sarà di grande aiuto se intendete perdere peso).
– migliora il vostro sistema cardiovascolare.
Il vogatore è un attrezzo che permette di allenare contemporaneamente i muscoli superiori e quelli inferiori. L’allenamento che può fornire questo attrezzo è realmente uno dei più completi, dato che che permette di associare al rafforzamento della muscolatura l’allenamento del sistema cardiovascolare. I vogatori impegnano l’80% dei muscoli del corpo. I muscoli principalmente impegnati sono quelli delle cosce, dei glutei, della schiena, i bicipiti e le spalle. Un vogatore coinvolge, appunto diversi muscoli del vostro corpo, tonificando contemporaneamente arti superiori e arti inferiori.Vi permette infatti di irrobustire in maniera più o meno intensa le vostre spalle, le braccia, la schiena, i pettorali, gli addominali, le cosce e i polpacci. Alternando flessioni ed estensioni, potrete allenare sia il davanti sia la parte posteriore delle vostre gambe e delle braccia.
Dai primi vogatori in commercio sono stati fatti passi da gigante fino ad arrivare ad un attrezzo che riproduce i gesti e le sensazioni del canottaggio sfruttando la resistenza ad aria prodotta da una ventola. Da questo nasce una nuova disciplina: indoor rowing, un misto tra canottaggio e fitness, a tempo di musica. Questo sport si è presto diffuso in quanto è uno strumento di allenamento particolare perchè la resistenza della macchina è direttamente proporzionale alla forza che impiega l’atleta. Risulta essere uno sport molto efficace perchè mette a lavoro tutti i principali gruppi muscolari, e non solo le spalle e l’avambraccio, ma anche i muscoli delle dita, gli addominali, i dorsali ed interamente anche le gambe. E’ un allenamento completo, quindi, che permette di migliorare la forza fisica e di tonificare la muscolatura. Ma c’è anche un’altro beneficio molto importante che vede protagonista il nostro cuore: aumento della resistenza cardiaca e benefici cardiovascolari e respiratori in generale.

Quali rischi può portare fare indoor rowing?

Per fare indoor rowing bisogna essere sani come un pesce; infatti questo sport è sconsigliato a chi soffre di ipertensione ed a chi ha problemi cardiaci. Lo sforzo provocato dal movimento innalza i valori pressori e ciò può risultare pericoloso in questi casi. E’ opportuno, quindi, consultare un medico, meglio se cardiologo, prima di dedicarsi a questo sport, anche se non lo si vuole praticare a livello agonistico, soprattutto se non si fa attività fisica da molto tempo. Inoltre è consigliabile evitare l’indoor rowing se avete problemi alle spalle ed alle ginocchia.

Quanto può durare un allenamento di indoor rowing?

Può durare dai 20 ai 40 minuti, ma occore prima fare un pò di riscaldamento e streching per distendere i muscoli, come ogni buon istruttore che ci consiglierebbe.

Come utilizzare il vogatore?

– Il movimento di un vogatore va eseguito in2 tempi : prima la spinta è data dalle gambe, poi dalle braccia.
– La schiena deve sempre rimanere dritta, , il busto non partecipa al movimento.
– Durante il movimento le gambe non devono venire tese al massimo : questo infatti avrebbe conseguenze negative sulle articolazioni delle ginocchia.
– Durante la spinta, le gambe devono rimanere parallele e conservare la stessa distanza.
– Le spalle devono restare basse dato che partecipano al movimento facendo avvicinare le scapole.
– Non rilasciate mai la barra di trazione intanto che tirate.
– Verificate la posizione dei poggiapiedi : se le vostre braccia non sono tese correttamente nella posizione di trazione iniziale, significa che i poggiapiedi sono regolati male.
Questo sport si può facilmente praticare anche in casa, , con vogatori più piccoli di quelli da palestra e quindi più economici ma altrettanto efficienti. Si possono acquistare in negozi specializzati ed anche online.

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Differenza tra sindrome nefritica e nefrosica

MEDICINA ONLINE RENI RENE URINA APPARATO URINARIO URETRA URETERE AZOTEMIA ALBUMINA SINDROME NEFRITICA NEFROSICA PROTEINURIA POLLACHIURIA UREMIA DISURIA CISTITE INFEZIONE POLICISTICO LABORATORIO.jpgLa sindrome nefritica è un complesso di segni e sintomi che può manifestarsi in molte nefropatie. Si presenta con ematuria, edema e ipertensione. In alcuni casi è associata ad insufficienza renale acuta. La proteinuria è spesso presente in quantità modesta, comunque inferiore ai 3 grammi nelle 24 ore. Per approfondire: Sindrome nefritica: fisiopatologia, ipertensione, glomerulonefrite

La sindrome nefrosica è un insieme di sintomi e segni clinici causati da una alterazione dei glomeruli renali che comporta una perdita di proteine con le urine di oltre 3 grammi al giorno, a differenza della sindrome nefritica in cui la proteinuria è inferiore ai 3 grammi. La sindrome nefrosica è caratterizzata da proteinuria, ipoalbuminemia, edema, ipercolesterolemia e lipiduria. Per approfondire: Sindrome nefrosica: terapia, prognosi, dieta, si guarisce?

Sintomi e segni comuni

I sintomi ed i segni clinici di base comprendono:

  • proteinuria,
  • ipoalbuminemia,
  • edema,
  • iperlipidemia.

A questi possono conseguire anoressia, debolezza, lipiduria (perdita di lipidi con le urine), ipercoagulabilità e anemia ipocromica microcitica. Si riscontra un’aumentata suscettibilità alle infezioni per deplezione di immunoglobuline, in particolare IgG, dovuta alle perdite urinarie, ed ipocalcemia (conseguente all’ipoalbuminemia) a cui può conseguire iperparatiroidismo e/o alterato metabolismo della vitamina D. L’elettroforesi delle sieroproteine mostra, oltre alla riduzione della albumina, un incremento delle α2 e β globuline ed una riduzione delle gamma globuline. Nei casi più gravi, fortunatamente rari, una grave e prolungata perdita proteica comporta denutrizione e cachessia. Altri sintomi possono essere presenti, ma dipendono dall’eziologia della sindrome.

Eziologia

La sindrome nefritica si può osservare in seguito ad infezioni batteriche o virali delle alte vie respiratorie. In particolare, in seguito ad un’infezione da streptococco di gruppo A può insorgere una sindrome nefritica provocata dalla formazione di immunocomplessi che si depositano a livello glomerulare; la formazione degli immunocomplessi è stimolata da alcuni antigeni tipici dello streptococco (glomerulonefrite post-streptococcica). Anche altri agenti infettivi possono essere responsabili di glomerulonefrite acuta con sindrome nefritica. Altre possibili cause sono:

  • glomerulonefrite rapidamente progressiva;
  • glomerulonefrite a depositi mesangiali di IgA o malattia di Berger.

La sindrome nefrosica può essere primitiva, cioè conseguente ad un danno primitivamente renale, o secondaria, cioè conseguente ad una malattia che non colpisce esclusivamente i reni.

  • sindrome nefrosica primitiva: le glomerulopatie che più frequentemente la causano sono la glomerulopatia a lesioni minime, la glomerulosclerosi segmentaria e focale, la glomerulonefrite membranosa e la glomerulonefrite membrano-proliferativa. I sintomi sono frequentemente simili; per una diagnosi di certezza è sempre necessaria una biopsia renale;
  • sindrome nefrosica secondaria: la sindrome nefrosica compare come complicanza di diverse malattie. Fra queste la più frequente è la nefropatia diabetica; segue il lupus eritematoso sistemico ed il mieloma multiplo (la cui manifestazione renale è detta “rene da mieloma”, o meglio nefropatia da mieloma multiplo), con le altre cause di amiloidosi.

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Edema nella sindrome nefrosica

L’importante edema presente nella sindrome nefrosica è dovuto principalmente alla diminuzione della pressione oncotica intracapillare conseguente all’ipoalbuminemia, dovuta sia alla perdita renale, sia all’aumentato metabolismo proteico dei tubuli renali. La sintesi epatica, benché aumentata in valore assoluto, risulta insufficiente nel compensare la ipoalbuminemia. L’edema si aggrava nel momento in cui si attiva il sistema renina-angiotensina-aldosterone, conseguente alla riduzione del volume ematico (i liquidi vengono intrappolati nell’interstizio) e rapidamente evolvente verso un grave quadro di ritenzione di sodio e liquidi. Inoltre, il fegato produce una grande quantità di fibrinogeno che, unitamente alla deplezione renale di antitrombina III e altri fattori anticoagulanti, giustifica la ipercoagulabilità che si riscontra frequentemente nella sindrome nefrosica. Un’ulteriore complicanza dell’ipercoagulabilità in corso di sindrome nefrosica è la possibile trombosi di una delle vene renali.

Sono inoltre evidenti, in corso di sindrome nefrosica, alterazioni nei livelli plasmatici dei lipidi; in particolare si osserva un aumento di trigliceridi, LDL e VLDL. La causa di questa iperlipidemia è riconducibile alla perdita urinaria di alcuni fattori che regolano il metabolismo lipidico (come la lipoproteina lipasi, la lecitina-colesterolo aciltransferasi o LCAT, l’apolipoproteina C2 e l’orosomucoide o “alfa1 glicoproteina acida”) e all’accumulo nel sangue di acidi grassi liberi in conseguenza della perdita di albumina (la quale lega e trasporta appunto anche gli acidi grassi); nelle gravi sindromi nefrosiche si può inoltre riscontrare una riduzione delle HDL plasmatiche, dovuta a perdita urinaria delle stesse.

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Differenza tra Eutirox e Ibsa nella cura dell’ipotiroidismo

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Roma Medicina Chirurgia Estetica Rughe Filler Cavitazione Peso Dimagrire Pancia Grasso Dietologo Cellulite Senologo Pene HD Grasso Pancia Auguri Buon Natale FARMACO MARCA GENERICO EQUIVALENTE DIFFERENZEIl trattamento standard dell’ipotiroidismo in tutto il mondo è attualmente basato sulla somministrazione della levotiroxina sodica (L-T4), prodotto sostanzialmente identico all’ormone tiroideo naturale, che – grazie all’azione delle desiodasi – viene trasformato nell’ormone attivo, la triiodotironina (T3). La levotiroxina è uno dei farmaci più prescritti al mondo, abitualmente commercializzato in formulazione solida sotto forma di compresse con il nome commerciale di Eutirox. Le compresse si assumono per bocca, quotidianamente. La lunga emivita del farmaco, (circa 7 giorni in condizione di eutiroidismo, 9-10 giorni in caso di ipotiroidismo o gravidanza), tuttavia, evita problematiche importanti in caso di sporadiche inosservanze nell’assunzione giornaliera. Una recente innovazione è rappresentata dalla formulazione orale di levotiroxina liquida. Il principio attivo, già in soluzione, non ha bisogno della fase di dissoluzione gastrica e pertanto l’assorbimento della levotiroxina liquida avviene in maniera molto più rapida. Quest’aspetto consente la netta riduzione dei tempi di attesa tra l’assunzione del farmaco e la prima colazione poiché, quando il cibo arriva nell’intestino tenue, l’assorbimento della levotiroxina liquida (T4) è già in gran parte avvenuto.

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Tiroide Ibsa
Alcune recenti evidenze scientifiche indicano però che la levotiroxina in monoterapia (Eutirox) non sia sempre in grado di assicurare lo stato di eutiroidismo in tutti i tessuti contemporaneamente, suggerendo un possibile impiego della terapia combinata Levotiroxina (T4) + Liotironina (T3) (farmaco chiamato “Tiroide Ibsa”, o comunemente “Ibsa”)
Sono attuamente disponibili alcune formulazioni precostituite in frazioni fisse di tetraiodotironina (Levotiroxina sodica, T4) e triiodotironina (Liotironina sodica, T3):

Tiroide Ibsa 33 (T4 19,54 mcg + T3 5,69 mcg), confezione da 50 Cpr.
Tiroide Ibsa 125 (T4 74 mcg + T3 21.4 mcg), confezione da 25 Cpr.

La differenza tra Eutirox e Tiroide Ibsa
Da quanto detto appara chiara la differenza tra i due farmaci: l’Eutirox contiene solo T4 (levotiroxina, in monoterapia), mentre Tiroide Ibsa contiene T3 e T4 (levotiroxina e liotironina in terapia combinata).

Meglio Eutirox o Tiroide Ibsa
Non esiste un farmaco migliore dell’altro. Sebbene alcuni studi abbiano dimostrato una maggior preferenza da parte dei pazienti e migliori profili metabolici per la terapia combinata, le evidenze scientifiche suggeriscono tuttavia che la terapia combinata (Tiroide Ibsa) non sia generalmente superiore alla monoterapia con levotiroxina. Pertanto la monoterapia con levotiroxina rimane il trattamento standard per l’ipotiroidismo ma, in pazienti selezionati, può anche essere presa in considerazione la terapia combinata. Sarà il vostro medico a decidere quale terapia sia per voi la più indicata.

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Paura dei luoghi chiusi e claustrofobia: cos’è e come si cura

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA PSICOSOMATICA PSICHIATRIA CLAUSTROFOBIA.jpgLa claustrofobia (dal latino claustrum, “luogo chiuso” e dal greco φόβος, phobos, “fobia”) è la paura di luoghi chiusi e ristretti come camerini, ascensori, sotterranei, metropolitane, strumenti per eseguire risonanze magnetiche e di tutti i luoghi angusti in cui il soggetto si ritiene accerchiato e privo di libertà spaziale attorno a sé. Oltre alle classiche manovre di fuga di fronte alla situazione fobica (letteralmente il soggetto si allontana con rapidità dal luogo ristretto, il claustrofobico cerca di fronte alle altre persone delle giustificazioni apparentemente logiche che spieghino il motivo di una scelta che altri possono considerare poco usuale: ad esempio il claustrofobico evita l’ascensore e preferisce salire le scale (anche se deve fare molti piani!) dicendo agli altri che così può fare un po’ di moto.

La claustrofobia è una delle fobie specifiche: le persone che ne soffrono manifestano una sensazione di malessere generale che risveglia paure archetipe (solitudine, vuoto, impotenza) e si può manifestare con attacchi di panico, senso di oppressione, difficoltà di respirazione, iperventilazione, sudorazione e nausea.

Claustrofobia e agorafobia

Nella claustrofobia il soggetto ha paura dei posti chiusi mentre nell’agorafobia – semplificando – ha invece paura degli spazi aperti. La claustrofobia è generalmente considerata in “antitesi” all’agorafobia, con la quale condivide i sintomi generali anche se motivati da diverse basi di partenza (l’agorafobico infatti teme di non essere soccorso in caso di panico e cerca la presenza di altri), con differenze anche di personalità di individui: il claustrofobico è infatti di norma autonomo, anche se imposta il suo stile di vita cercando di evitare le situazioni di accerchiamento e chiusura. Tuttavia, in molti casi, la presenza di legami relazionali troppo opprimenti potrebbe essere un’altra causa scatenante della claustrofobia e il soggetto potrebbe cercare una sua maggiore libertà evitando così la relazione con l’altro.

Trattamento

La terapia prevede:

  • la terapia espositiva;
  • la psicoterapia;
  • l’uso di psicofarmaci.

Se non vi sono altri disturbi psicologici, il trattamento della claustrofobia è di norma un percorso che si basa su un approccio cognitivo-comportamentista con terapia espositiva, associato o meno ai farmaci.

Terapia espositiva

La terapia espositiva “costringe” il paziente ad affrontare la situazione (o le situazioni) che gli genera l’attacco di fobia: il soggetto è invitato a parlare e/o scrivere ripetutamente del peggior evento traumatico che ha affrontato (o dei peggiori eventi), rivivendo nel dettaglio tutte le emozioni associate alla situazione. Attraverso questo processo molti pazienti subiscono un “abituarsi” alla risposta emotiva scatenata dalla memoria traumatica, che di conseguenza, col tempo, porta a una remissione dei sintomi della fobia quando la situazione si ripresenta nella realtà. La terapia espositiva – praticata per un periodo di tempo adeguato – secondo la nostra esperienza aiuta circa 9 pazienti su 10. Per approfondire, leggi questo articolo: Terapia espositiva: essere esposti alla propria fobia per superarla

Psicoterapia

La psicoterapia che ha mostrato fornire buoni risultati con la claustrofobia, è quella cognitivo comportamentale. La terapia cognitivo-comportamentale standard per il trattamento della claustrofobia, oltre agli interventi comportamentali basati sull’esposizione situazionale, prevede una psicoeducazione iniziale e interventi cognitivi. All’interno della psicoterapia cognitivo-comportamentale, le tecniche di esposizione si sono dimostrate utili nel ridurre i comportamenti che alimentano l’ansia claustrofobica (vedi paragrafo precedente). Recentemente sono state implementate strategie volte a incrementare la capacità dei soggetti di stare in contatto con l’attivazione ansiosa senza temerne le conseguenze catastrofiche. Favorendo l’accettazione e diminuendo il bisogno di controllo dei sintomi d’ansia.

Farmaci

Vengono usati farmaci ansiolitici e antidepressivi. Tra gli ansiolitici, le benzodiazepine (come il Valium) possono essere utili poiché generano un sollievo sintomatologico ansiolitico istantaneo, tuttavia tra gli effetti collaterali (se usate per lunghi periodi) ritroviamo il rischio di dipendenza da farmaco. Tra gli antidepressivi, particolarmente utili sono gli SSRI (Inibitori Selettivi del Reuptake della Serotonina). I farmaci generalmente funzionano bene per controllare la fobia, tuttavia, i sintomi della claustrofobia tendono a ripresentarsi alla loro sospensione.

Se credi di avere un problema di claustrofobia, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, riuscirai a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Scopri le formidabili proprietà curative dell’anguria

MEDICINA ONLINE DOTT. EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO ANGURIA COCOMERO MELONE FA INGRASSARE DIMAGRIRE FRUTTA ACQUA CALDO ESTATEL’anguria contrasta alcune patologie ed inestetismi:

  • Cistite, ritenzione idrica, gonfiore alle gambe. Grazie alle sue capacità diuretiche e disintossicanti, legate anche all’alta percentuale di acqua contenuta, il cocomero aiuta la depurazione dei reni.
  • Ipertensione e patologie legate all’apparato cardiocircolatorio grazie al potassio che regola insieme al sodio la quantità di liquidi nell’organismo. Per combattere l’ipertensione è infatti necessario assumere la giusta quantità di potassio, mentre invece viene assunto normalmente sodio in quantità eccessiva.
  • Carcinomi e tumori, soprattutto alla prostata, grazie al contenuto di licopene un antiossidante che combatte i radicali liberi.
  • Anemia, in quanto il cocomero è ricco di ferro e vitamine A e C e quindi è un ottimo ricostituente.
  • Stipsi ed emorroidi, i semi, come detto, hanno effetto lievemente lassativo e pertanto aiutano a riattivare un intestino pigro con notevoli benefici per le emorroidi.
  • Cellulite: il suo effetto disintossicante e drenante riduce l’accumulo di tossine e tessuto adiposo, attiva il microcircolo ed è pertanto molto utile a prevenire l’odioso inestetismo.
  • Invecchiamento cutaneo: il betacarotene di cui l’anguria è ricca, aiuta a prevenire l’invecchiamento della pelle, in quanto stimola la rigenerazione cellulare.
  • Umore e fame nervosa: la vitamina B ed il magnesio presenti nel frutto migliorano l’umore e contrastano la fame nervosa uno dei principali responsabili dell’aumento di peso.
  • Colesterolo e trigliceridi: poiché ricco di acqua e fibre il melone migliora la circolazione, e fluidifica il sangue contrastando il deposito di grassi.
  • Astenia e disidratazione in bambini, anziani e sportivi: l’anguria è rinfrescante e ricca di sali minerali per cui è molto efficace per contrastare disidratazione, stanchezza e spossatezza tipica dei periodi molto caldi e pertanto particolarmente indicata nell’alimentazione di anziani e bimbi, inoltre – grazie alla forte presenza di acqua e sali minerali – in caso di attività sportiva di diverso tipo (corsa, aereobica ma anche body building) anche solo una fetta di anguria può giovare molto nel restituire al corpo gli elementi perduti con la sudorazione e contrastare l’ipotensione arteriosa.

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Bruciare grassi in palestra: dimagrire solo coi pesi è possibile?

MEDICINA ONLINE PALESTRA DA GIOVANE BLOCCA CRESCITA TEEN FITNESS HEIGHT STOP GROWING TREADMILL RUNNER CARDIO CORRERE CORRIDORE CORSA APERTO TAPIS DIETA DIMAGRIRE AEROBICA GRASSO CALORIE SALITA PESI CITTA SMOG PALESTRA SPORTQuante volte avete sentito dire, specie ovviamente alle donne: “non faccio i pesi perché poi mi ingrosso”, “per dimagrire devi fare cardio per tanto tempo a bassa intensità”, “quando facevo sala pesi ero ingrassata”. Tante volte, vero?

Purtroppo in gran parte dell’ambiente fitness troneggia ancora la regola che l’allenamento con i pesi sia nemico del dimagrimento, mentre interminabili ed estenuanti sedute cardio rappresentano il santo Graal per tutte quelle persone (soprattutto donne) che identificano nella bilancia il loro peggior nemico.

Ma è vero che i pesi non servono a dimagrire (anzi peggiorano le cose) mentre il cardio si? La risposta è ovviamente NO, anzi… tutto il contrario!

Il nostro corpo

Il nostro corpo è un sistema incredibilmente complesso, ma possiamo individuare in esso quattro grandi componenti: ossaorganimuscolo e pannicolo adiposo, a cui vanno aggiunti i liquidi. Ossa e organi sono componenti che, tendenzialmente possiamo considerare fisse (ovvero non sottoposte ad oscillazioni), mentre muscoli e tessuto adiposo sono le due componenti variabili a cui possiamo e dobbiamo fare riferimento quando parliamo di dimagrimento.

Per dimagrimento si intende il miglioramento del rapporto tra massa grassa e massa magra, all’aumentare della seconda diminuirà la prima e viceversa; e in tutto questo il peso ricopre un ruolo marginale se non nullo (tranne in particolari condizioni).

Inoltre va detto che grasso e muscolo hanno due densità completamente diverse a parità di peso, il che significa che, se in un lasso di tempo X  ci allenassimo con i pesi e perdessimo 3 kg di massa adiposa, a favore di 3 kg di massa magra, davanti allo specchio risulteremmo molto più asciutti, pur pesando sempre uguale.

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Il peso

Croce e delizia di chiunque debba (o pensa di dovere) dimagrire, alcuni arrivano a consultare la bilancia anche più volte al giorno disperandosi o gioendo di oscillazioni di pochi etti, sprecando tempo ed energie preziose. Il nostro peso infatti è un valore di per se abbastanza vuoto, che indica la somma di tutti i nostri tessuti, liquidi e quant’altro; ci da una stima quantitativa, ma non qualitativa, della nostra condizione attuale. Quindi, a meno che non rientriate nella categoria del forte sovrappeso o dell’obesità (condizione nella quale, perdere peso è necessario, almeno in una prima fase), potete tranquillamente consultare la bilancia non più di una volta ogni settimana, o anche meglio ogni due).

Il metabolismo

Il nostro corpo consuma una certa quantità di calorie ogni giorno per mantenere le proprie funzioni vitali (metabolismo basale) e per permetterci di svolgere tutte le nostre attività giornaliere, dal lavoro all’allenamento. Noi ingeriamo giornalmente una certa quantità di calorie per far si che tutto funzioni a dovere. Ogni tessuto del nostro corpo utilizza una certa quantità di calorie, e il tessuto che ne utilizza la quantità maggiore è il muscolo; va da se che più muscolo (massa magra) abbiamo, e più calorie il nostro corpo utilizzerà per le proprie funzioni, quindi all’aumentare dei muscoli, aumenta anche il metabolismo basale e quindi aumentano le possibilità di dimagrire.

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Cardio vs pesi

Il dimagrimento si considera rapportando la percentuale di massa grassa con la percentuale di massa magra, il peso non è una discriminante fondamentale (si può notare facilmente capendo come funziona una bioimpedenziometria) e il muscolo è il nostro principale alleato per innalzare il metabolismo e rendere più efficace il processo di dimagrimento. Da queste considerazioni si evince che il lavoro con i pesi (ovviamente ben organizzato e strutturato) è sicuramente preferibile all’allenamento cardio, perché ci consente di rafforzare e potenziare quelle strutture che ci consentiranno di avere un metabolismo più efficiente e più veloce, a discapito della massa grassa. Avere una percentuale più alta di muscolo vi consentirà inoltre di mangiare di più (non cheesecake), perché è un substrato energeticamente più efficiente.

Ma allora il cardio va messo da parte? Assolutamente no! Pesi e cardio possono essere svolti in sinergia. L’allenamento cardio è un ottimo alleato, ma solo se eseguito con criterio: sono infatti sconsigliate interminabili sedute di camminata sul tappeto che hanno come unico risultato quello di farvi morire di noia, molto meglio una sessione più breve (anche ventitrenta minuti massimo), ma organizzata secondo degli intervalli di intensità variabili, che permetteranno al vostro corpo di non abituarsi mai a quello che state facendo, reagendo e migliorando la risposta metabolica.

Un consiglio da non dimenticare

Per concludere, il dimagrimento è senza dubbio un processo che va affrontato da più versanti (alimentazione, allenamento, integrazione), ma che trova nell’allenamento con i pesi il suo principale strumento di successo, e se riuscirete a superare tutte le leggende e i miti (per lo più sbagliati) che lo circondano, vi renderete conto di quanti e quali risultati positivi e durature potrete ottenere per mezzo di esso.

Inoltre, e questo vale soprattutto per le donne, non fatevi ingannare dalla storiella che fare pesi equivale a diventare muscolosi come gli uomini (una delle più grandi stupidaggini che si ascolta dentro e fuori le palestre!) perché il vostro quadro ormonale ve lo impedirebbe anche se lo voleste, inoltre la qualità muscolare e la compattezza che potete ottenere con allenamenti di forza sono irraggiungibili seguendo qualsiasi altra pratica, men che meno facendo soltanto cardio. Avete paura di diventare come le culturiste che ogni tanto vedete in tv? Non ci diventerete mai, soprattutto senza l’aiuto del doping!

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Perché quando si beve molto alcool si urina di più?

MEDICINA ONLINE BERE COCKTAIL ALCOLICO ALCOL INGRASSARE DIMAGRIRE VINO ROSSO BIANCO BOTTIGLIA LINEA CALORIE DRINKING WINE AMICI AMICIZIA GRUPPO TAVOLA MANGIARE RISTORANTE SERATA PUB BIRRQuando si bevono molti alcolici (birra, vino, cocktail, superalcolici…) si tende ad urinare molto di più rispetto al solito: da cosa dipende? Ci sono due motivi.

Lo stimolo ad urinare dipende dalla quantità di urina che si accumula nella vescica ed è ovvio che gli alcolici, essendo liquidi, tendono naturalmente ad aumentare la quantità di urina in vescica, al pari di qualsiasi altro liquido come l’acqua o il succo di frutta. Semplificando: bere alcolici aumenta la quantità di liquido presente in vescica e ciò aumenta lo stimolo ad urinare e fa urinare di più del solito.

Ma riguardo agli alcolici c’è un motivo in più che determina una maggiore produzione di urina: l’assunzione di bevande alcoliche aumenta l’alcool nell’organismo e l’alcol inibisce la secrezione dell’ormone antidiuretico (anche chiamato ADH o vasopressina), un ormone deputato a ridurre la quantità di liquidi eliminati con l’urina; la conseguenza è l’aumento di permeabilità vascolare a livello capillare e quindi a livello dei glomeruli renali, fatto che determina una aumentata produzione di urina e suo accumulo in vescica, con forte stimolo ad urinare.

Per approfondire: Vasopressina (ormone antidiuretico o ADH): funzioni e patologie

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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