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Informazioni su dott. Emilio Alessio Loiacono

Medico Chirurgo iscritto all’albo dei Medici Chirurghi di Roma con numero d’iscrizione 61477. Direttore del gruppo di ricerca Medicina OnLine.

Pandoro e dieta: calorie, carboidrati e valori nutrizionali

MEDICINA ONLINE NATALE DOLCI NATALIZI PANDORO PANETTONE TORRONE NOCCIOLE CIOCCOLATO BIANCO SFOGLIATA LIEVITAZIONE OFFELLA INGREDIENTI ZUCCHERO VENEZIANA A VELO CALORIE RICETTE DIFFERENZE DIETA CIBO DOLCE COLOMBA PASQUAIn generale possiamo dire che il pandoro è un dolce molto calorico, uno per questo andrebbe consumato in maniera limitata e non alla fine dei pasti come spesso si è soliti fare. In questo modo non si fa altro che appesantire il nostro intestino e mettere a rischio il peso forma. Per chi proprio non può rinunciare al pandoro sarebbe meglio mangiarne soltanto una piccola fetta dopo i pasti e preferirlo in altri momenti della giornata, come per esempio a colazione. Per conoscere il pandoro in termini di calorie, possiamo dire che il pandoro classico ha circa 410 calorie, quello al cioccolato 450 e quello farcito alla gianduia 420/450 per 100 grammi. Per quanto riguarda i carboidrati tutte tre le versioni del dolce si aggirano intorno ai 45-50 grammi, mentre i grassi corrispondono a circa 19-20 grammi.

Per rimanere in linea è meglio preferire le versioni classiche del pandoro, in modo da evitare le farcitura alla crema e cioccolato.

Pandoro classico

Calorie 100 gr Carboidrati Grassi Proteine Zuccheri
410 kcal 45,20 g 19,70 g 8,40 g 22,90 g

Visto che il pandoro tende non saziare velocemente, sarebbe meglio unire il consumo di una fetta di pandoro a una macedonia di frutta oppure usare come farciture del dolce dello yogurt magro. Al limite si possono mangiare le varianti leggere del pandoro, che contengono una quantità minore di grassi e zuccheri, ma questo non vuol dire che sia concesso esagerare.

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Andreas Munzer: i dosaggi degli steroidi del bodybuilder morto per emorragia

MEDICINA ONLINE ANDREAS MUNZER FARMACI LISTA ANNI ALLENAMENTO MUSCOLI PESI GINNASTICA GUINNESS RECORD MORTE DEAD DEATH CUORE PATOLOGIA STEROIDI DOPING SOSTANZE DOPANTI GH BODYBUILDER BODY BUILDING CULTURISTA.jpgAndreas Munzer era un campione di body building degli anni 90 noto per la sua definizione spaventosa e densità muscolare incredibile. Nato in Austria il 25 ottobre 1964, nei primi mesi del 1996 soffrì di un forte mal di stomaco e fu ricoverato in ospedale la mattina del 12 marzo 1996 dove gli fu trovata una emorragia gastrica. Alle 7 di sera, i medici avevano deciso di operarlo per fermare l’emorragia dallo stomaco, ma poco dopo il suo fegato e i suoi reni cedettero di funzionare. Munzer morì la mattina del 14 marzo. L’autopsia riscontrò, oltre all’emorragia gastrica, una quasi totale assenza di grasso sottocutaneo, un fegato che conteneva numerosi tumori, una ipotrofia testicolare ed una grave ipertrofia cardiaca (il cuore di Münzer pesava 636 grammi mentre il cuore di un uomo normale di solito pesa 300-350 g). La causa ufficiale della morte fu indicata come “insufficienza multiorgano distrofica”. Nel corpo del culturista furono trovate tracce di circa 20 farmaci diversi.

Dopo la morte di Muzer, furono anche svelati i dosaggi e i farmaci usati dal bodybulder, da lui stesso confessati ai medici poco prima di morire. Ecco la spaventosa lista:

Settimana 1-10

  • Ephedrine
  • Aspirin
  • Clenbuterol
  • Valium
  • Captagon
  • Cytomel

Settimana 1-5

  • 500mg Test Enanthate
  • 152 mg Parabolan
  • 150 mg Halostestin
  • 20 IU HGH
  • 20 IU Insulina

Settimana 6-8

  • 300mg Masteron
  • 152 mg Parabolan
  • 250 mg Winstrol Tab
  • 150 mg Halostestin
  • 50 mg Winstrol Inj
  • 24 IU HGH

Settimana 9-10

  • 200mg Masteron
  • 100mg Winstrol Inj
  • 200mg Halostestin
  • 400mg Winstrol Tab
  • 24 IU diarios HGH
  • Insulin
  • IGF-1

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Amigdala: connessioni, anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA PSICOSOMA.jpgCon “amigdala” anche chiamata “corpo amigdaloideo” (in inglese “amygdala” o “corpus amygdaloideum”) in medicina e anatomia si intende una parte del cervello che gestisce le emozioni, specialmente la paura ed il terrore. A livello anatomico viene definita anche come un gruppo di strutture interconnesse di sostanza grigia facente parte del sistema limbico, posto sopra il tronco cerebrale, nella regione rostromediale del lobo temporale, al di sotto del giro uncinato (uncus) e anteriormente alla formazione dell’ippocampo. Ha una struttura ovoidale situata nel punto più basso della parete superiore del corno inferiore di ogni ventricolo laterale. È in continuità con il putamen, dietro alla coda del nucleo caudato.

Etimologia

Il termine “amigdala” deriva dal greco ἀμυγδαλή che significa mandorla, a descrivere la particolare sua forma, che ricorda appunto quella di una mandorla.

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Anatomia

Al suo interno, si distinguono almeno dieci o dodici aree, con proprie suddivisioni interne e con diverse funzioni. I singoli nuclei facenti parte del complesso dell’amigdala non hanno un nome specifico, pertanto ci si riferisce complessivamente ad essi come “nuclei basolaterali” e “nuclei corticomediali”: I “nuclei basolaterali” hanno connessioni (in alcuni casi reciproche) con la corteccia prefrontale, il giro del cingolo, l’insula, il giro paraippocampale, il subicolo e i giri del lobo temporale vicini, il nucleo dorsomediale del talamo, le aree motorie, il nucleo accumbens e il neostriato ventrale. Le principali afferenze provengono dal lobo temporale, dal giro del cingolo, dall’insula, dalla regione dorsomediale del talamo e da altri nuclei talamici specifici, come il corpo genicolato mediale. I “nuclei corticomediali” ricevono afferenze da quelle regioni encefaliche implicate nella risposta autonoma e in funzioni viscerosensoriali, come il bulbo olfattivo, il nucleo parabrachiale del ponte, i nuclei ipotalamici ventromediali e laterali.

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Connessioni dell’amigdala

L’amigdala invia impulsi all’ipotalamo per l’attivazione del sistema nervoso simpatico, al nucleo reticolare talamico per aumentare i riflessi, ai nuclei del nervo trigemino, del nervo facciale, alla zona ventrale tegmentale, al Locus ceruleus ed ai nuclei laterodorsali tegmentali.

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Funzioni dell’amigdala

L’amigdala è ritenuta il centro di integrazione di processi neurologici superiori come le emozioni, coinvolta anche nei sistemi della memoria emozionale. È attiva nel sistema di comparazione degli stimoli ricevuti con le esperienze passate e nell’elaborazione degli stimoli olfattivi. I segnali provenienti dagli organi di senso raggiungono dapprima il talamo, poi servendosi di un circuito monosinaptico, arrivano all’amigdala (vi è un fascio molto sottile di fibre nervose che vanno dal talamo all’amigdala); un secondo segnale viene inviato dal talamo alla neocorteccia. Questa ramificazione permette all’amigdala di cominciare a rispondere agli stimoli prima della neocorteccia. In questo modo l’amigdala è capace di analizzare ogni esperienza, scandagliando le situazioni ed ogni percezione. Quando valuta uno stimolo come pericoloso, per esempio, l’amigdala scatta come un sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza a tutte le parti principali del cervello; stimola il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga, (adrenalina, dopamina, noradrenalina), mobilita i centri del movimento, attiva il sistema cardiovascolare, i muscoli e l’intestino. Contemporaneamente, i sistemi mnemonici vengono “sfogliati” con precedenza assoluta per richiamare ogni informazione utile nella situazione di paura. Mentre l’ippocampo “rimembra” i fatti, l’amigdala ne giudica la valenza emozionale. L’amigdala quindi fornisce a ogni stimolo il livello giusto di attenzione, lo arricchisce di emozioni e, infine, ne avvia l’immagazzinamento sotto forma di ricordo. L’amigdala è dunque l’archivio della nostra memoria emozionale, perciò analizza l’esperienza corrente, con quanto già accaduto nel passato: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come una associazione ed agisce, talvolta, prima di avere una piena conferma. Ci comanda precipitosamente di reagire ad una situazione presente secondo paragoni di episodi simili, anche di molto tempo fa, con pensieri, emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi analoghi. L’amigdala può reagire prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero cosciente, e generalmente prima di esso.

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Dopo quanto tempo il cibo ingerito viene espulso con le feci?

MEDICINA ONLINE APPARATO DIGERENTE INTESTINO DIGIUNO ILEO DUODENO STOMACO ESOFAGO FEGATO PANCREAS DIGESTIONE FECI CRASSO COLON RETTO CROHN COLITE DIARREA VOMITO DIGERIRE SANGUE CIBO MANGQuesto dato dipende molto dalla variabilità individuale del soggetto, dal tipo di alimentazione e dalla presenza di eventuali patologie. In un individuo sano, con alimentazione bilanciata, ci vogliono dalle 2 alle 8 ore circa affinché il pasto attraversi i 7 metri di intestino, dove subisce una serie di trasformazioni chimiche per essere assimilato dall’organismo. Nell’intestino tenue enzimi e succo pancreatico trasformano chimicamente le molecole, in modo che la parete intestinale possa assorbirle. Ciò che avanza prosegue verso il colon, dove, prima dell’espulsione, viene disidratato e poi concentrato, dando forma al materiale fecale vero e proprio. In generale la maggioranza dei cibi ingeriti è pronta per essere espulsa dopo circa 6 ore dal pasto, anche se – come già prima ricordato – tale dato varia molto in funzione di vari fattori, come tipo di cibo ingerito, età del soggetto, stato di salute del soggetto ed eventuali patologie che rallentino o accelerino il transito intestinale.

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Ecocolordoppler cardiaco (ecocardio): funzioni, preparazione, gravidanza

MEDICINA ONLINE DOPPLER ECO COLOR ECOGRAFIA VASI CUORE ATRIO VENTRICOLO VALVOLE PROLASSO INSUFFICIENZA STENOSI SANGUE FLUSSO FLUSSOMETRIA DIREZIONE CALIBRO MISURA DIAGNOSI CARDIOLOGIA FLEBOLOGIA VARICI ARTI INFERIORI VENEChe cos’è l’ecocardio o ecocolordoppler cardiaco a riposo?

L’ecocardio o ecocolordoppler cardiaco transtoracico a riposo è Continua a leggere →

Linfonodi: cosa sono, come riconoscerli, quando sono pericolosi

MEDICINA ONLINE LABORATORIO LYMPH NODE SYSTEM HUMAN CORPO UMANO SISTEMA LINFATICO LINFONODO LINFA CIRCOLAZIONE BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO.jpgI linfonodi, o ghiandole linfatiche, sono piccoli organi tondeggianti formati da tessuto linfoide, localizzati laddove si diramano i vasi linfatici. Tali ghiandole si presentano di grandezza molto variabile che va da 1 fino a 25 millimetri. Le ghiandole maggiormente percepibili, sono i linfonodi del collo quando si ingrossano o sono dolenti. Anatomicamente parlando, la struttura della linfoghiandola è costituita da un piccolo taglio, in cui penetrano, da una parte e fuoriescono dall’altra, i vasi sanguigni. All’interno dei linfonodi si trova la linfa, ovvero un liquido che deriva dal sangue, che contiene zuccheri, sali, proteine, lipidi, amminoacidi, ormoni, vitamine e globuli bianchi. Questi ultimi servono per la difesa dell’organismo umano. In totale, si contano 600 ghiandole nel corpo, che sono disposte maggiormente in:

  • collo
  • ascelle
  • addome
  • inguine

I linfonodi possono trovarsi sia in catene lungo i vasi linfatici, che in gruppi, a formare linfocentri, di cui i più importanti sono quelli di inguine e ascelle. Questi ultimi sono centri ghiandolari importanti soprattutto per il controllo del tumore al seno: i linfonodi ascellari ingrossati, infatti, sono la prima via di diffusione del carcinoma della mammella. Nella maggior parte dei casi, la causa di un ingrossamento dei linfonodi è da ricercarsi in semplici infezioni, come quelle delle vie aeree nei casi di raffreddori e mal di gola, mentre soltanto una minima parte dei casi, come abbiamo già visto, è legata alla presenza di un tumore.

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A cosa servono i linfonodi?

Una delle prime domande che vengono in mente quando si parla delle ghiandole linfatiche è, a cosa servono i linfonodi? Questi sono delle unità anatomiche e funzionali del tessuto linfoide, poste lungo il decorso dei vasi linfatici, che assolvono a diverse e importanti funzioni, tra cui:

Filtro e difesa

I linfonodi rappresentano la prima risposta immunitaria a tantissime malattie più o meno gravi. Il loro principale ruolo è quello di produrre linfociti, cioè globuli bianchi, e filtrare particelle estranee all’organismo, come virus, batteri, eccetera. Pertanto, i linfonodi sono organi atti alla difesa dell’organismo.

Regolazione e drenaggio linfatico

Parallelo al sistema cardiocircolatorio, il sistema linfatico si oppone ad eccessivi accumuli di fluidi nei tessuti. A differenza del sangue, la linfa non viene spinta dall’attività cardiaca, ma scorre nei vasi mossa dall’azione dei muscoli. Contraendosi e rilassandosi, questi tessuti funzionano come una vera e propria pompa. I linfonodi possono essere definite delle stazioni di drenaggio.

Barriera immunologica

I linfonodi sono ghiandole che fungono da barriera immunologica contro le infezioni. Il loro ingrossamento avviene infatti in corrispondenza della risposta immunitaria. Entro pochi giorni, cioè dopo aver debellato completamente il nemico, ritornano alle loro dimensioni normali. Questo meccanismo di difesa si attiva molto spesso, anche se non è facile intuirlo ogni volta.

Quando e perché i linfonodi si ingrossano?

L’infiammazione dei linfonodi, in medicina, viene chiamata linfoadenite, che può colpire varie ghiandole del corpo ed essere curata con i normali antibiotici. La linfoadenomegalia, invece, riguarda anch’essa l’ingrossamento linfoghiandolare, ma in modo più accentuato perchè supera i 2 centimetri di diametro. Le linfoghiandole appaiono tumefatte e circoscritte nei processi infiammatori acuti, o nelle infezioni, nelle quali i linfonodi non solo si presentano ingrossati ma anche dolenti, soprattutto al tatto, come quando ad ingrossarsi sono i linfonodi inguinali. In tal caso si parla di linfonodi reattivi, definiti con quest’espressione in quanto reagiscono agli attacchi di virus e batteri. Di norma, i linfonodi si presentano elastici e duri, ma in presenza di un’infezione acuta, provocata da germi patogeni, tali formazioni si percepiscono alla palpazione per lo più di consistenza molle, con la cute sovrastante più rossa e lucente. Inoltre, i linfonodi, oltre che nelle patologie causate da infezioni acute, si possono presentare gonfi anche per effetto di altre cause, come ad esempio nelle infezioni croniche o neoplastiche. Ecco di seguito tutte le possibile cause che generano l’ingrossamento nei linfonodi:

  • Adenoidite
  • Artrite idiopatica giovanile
  • Brucellosi
  • Cellulite infettiva
  • Dengue
  • Difterite
  • Ebola
  • Faringotonsillite
  • Febbre emorragica di Marburg
  • HIV
  • Herpes genitale
  • Herpes zoster
  • Istoplasmosi
  • Leishmaniosi
  • Leucemia
  • Linfogranuloma venereo
  • Linfoma
  • Listeriosi
  • Lupus eritematoso sistemico
  • Malattia di Chagas
  • Malattia di Kawasaki
  • Malattia di Lyme
  • Malattia di Whipple
  • Mastoidite
  • Melanoma
  • Mononucleosi
  • Onfalite
  • Otite
  • Parotite
  • Pediculosi
  • Rosolia
  • Sesta malattia
  • Sifilide
  • Sindrome da decompressione
  • Sindrome da stanchezza cronica
  • Toxoplasmosi
  • Tubercolosi
  • Tumore del seno
  • Tumore del pene
  • Tumore dell’ano
  • Tumore dell’uretra
  • Tumori della laringe.

Linfonodi ingrossati: quando preoccuparsi?

Il coinvolgimento dei linfonodi nelle patologie tumorali si manifesta con un aumento di volume che solo il medico può distinguere da quello che si può verificare in seguito a malattie infettive, infiammatorie o autoimmuni, casi che peraltro, come si è detto, sono molto più frequenti. Ma quando è necessario preoccuparsi di un linfonodo ingrossato? I principali indizi per capire la gravità del problema si basano sulle dimensioni, sulla sede del rigonfiamento e sulle caratteristiche tattili.
I linfonodi, interessati da un tumore, possono essere maggiori di quelli che si ingrossano in risposta a un’infezione, ma quel che fa la differenza è soprattutto il fatto che il loro diametro non torna alla normalità nel giro di qualche settimana; al contrario, tende ad aumentare con il tempo.
I tumori che spesso si manifestano con il rigonfiamento di uno o più linfonodi sono i linfomi, sia del tipo Hodgkin sia del tipo non-Hodgkin, ma anche le leucemie, soprattutto quelle croniche di tipo linfoide.

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Linfonodi e tumori

Tuttavia, i linfonodi sono elementi essenziali nella diagnosi di un tumore perché il loro ingrossamento può essere il primo segnale della maturazione della malattia, oppure il segno che si sta espandendo. Specialmente nel caso di tumore al seno, si parla di linfonodo sentinella, la cui analisi si rivela essenziale per comprendere la presenza o meno della malattia e la presenza di metastasi. L’ingrossamento dei linfonodi è dovuto nella stragrande maggioranza dei casi a cause del tutto benigne. I linfonodi possono tuttavia essere importanti nella diagnosi di cancro perché il loro ingrossamento può, seppur di rado, essere il primo segno di esordio della malattia oppure il segno che essa si sta diffondendo. In un primo tempo, l’aumento di volume dei linfonodi rispecchia solo la risposta infiammatoria dell’organismo nei confronti delle cellule neoplastiche, che riconosce come potenzialmente pericolose. In una fase più avanzata della malattia, invece, a determinare il rigonfiamento non è più solo la proliferazione delle cellule del sistema immunitario, ma può essere anche l’invasione del linfonodo stesso da parte delle cellule cancerose, che lo raggiungono passando attraverso i vasi linfatici dopo essersi distaccate dal tumore. Da qui, seguendo di nuovo le vie del sistema linfatico oppure riversandosi nel circolo sanguigno, le cellule trasformate possono colonizzare anche parti del corpo molto lontane dalla sede originaria del tumore, formando le metastasi.

Linfonodi nei bambini

I linfonodi ingrossati possono interessare anche e soprattutto i bambini. In questi soggetti, definiti a temperamento linfatico, le linfoghiandole si possono presentare leggermente ingrossate, senza superare comunque la grandezza di un pisello. Non è raro che l’ingrossamento dei linfonodi nei bambini sia associato ad altri sintomi, come febbre e mal di gola, tipici delle affezioni infantili. La stessa cosa potrebbe avvenire, anche se in misura minore, in presenza di carie ricorrenti e mai curate, per cui, almeno in questi casi, basterà curare il problema per risolvere la causa.

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Differenza tra coccodrillo, alligatore e caimano: come distinguerli?

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA COCCODRILLO ALLIGATORE  CAIMANO GAVIALE MANDIBOLA CARATTERISTICHE NASO DENTI ANIMALE DIVERSITA COCRODILE WALLPAPER COCCODRILLO DEL NILO SFONDO HD.jpgCoccodrillo, alligatore e caimano sono confusi spesso, dal momento che molti pensano che i tre termini siano sinonimi. Anche se non si fa riferimento agli stessi animali, non si può negare che si assomiglino molto dal punto di vista fisico. Inoltre, hanno alcune caratteristiche che li distinguono rispetto ad altri rettili: sono molto rapidi in acqua, possiedono denti affilati e mandibole forti e sono molto intelligenti, soprattutto quando entra in gioco la loro sopravvivenza. Tuttavia esistono varie differenze notevoli (anatomiche, comportamentali e di adattamento) tra questi tre rettili che dimostrano che non si tratta dello stesso animale.

La classificazione scientifica

Con il termine “coccodrillo” di solito si generalizza e si fa riferimento a qualsiasi specie appartenente all’ordine Crocodylia. Tuttavia all’interno di tale ordine possiamo riconoscere tre famiglie:

  • Crocodylidae;
  • Alligatoridae;
  • Gavialidae (di cui è sopravvissuta solo una specie, il gaviale del Gange).

I coccodrilli propriamente detti appartengono alla famiglia Crocodylidaea.
Alla famiglia degli alligatoridi (Aligatoridae) appartengono diversi generi:

  • Alligator (di cui fa parte l’alligatore);
  • Caiman (di cui fa parte il caimano);
  • Melanosuchus;
  • Paleosuchus.

In definitiva, coccodrilli, alligatori e caimani appartengono tutti all’ordine Crocodylia, ma il coccodrillo appartiene alla famiglia Crocodylidae, mentre alligatore e caimano appartengono alla famiglia Aligatoridae, ma a due generi diversi.

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Differenze tra coccodrillo e alligatore: la bocca

Una delle differenze maggiori tra coccodrillo e alligatore è il muso. Il muso dell’alligatore è più ampio e, la parte inferiore, è a forma di U. Il muso del coccodrillo, invece è più stretto ed è a forma di V.
Esiste un’importante differenza anche per quanto riguarda i denti e la struttura della mandibola. Il coccodrillo ha entrambe le mandibole delle stesse dimensioni, per cui è possibile osservare i denti inferiori e superiori quando ha la bocca chiusa.
Al contrario, l’alligatore ha la mandibola inferiore più stretta della superiore e i denti inferiori sono appena visibili quando è a bocca chiusa.

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Differenze tra coccodrillo e alligatore: dimensioni e colore

Confrontando un esemplare di coccodrillo con uno di alligatore della stessa età, è possibile vedere che i coccodrilli sono più grandi degli alligatori.
Gli alligatori e i coccodrilli hanno la pelle di un colore simile, ma il coccodrillo possiede macchie e delle fossette sui bordi della cresta, caratteristica che l’alligatore non ha.

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Differenza tra coccodrillo e alligatore: comportamento e habitat

Come abbiamo visto, una grande differenza tra coccodrillo, alligatore e caimano è l’habitat. I caimani si trovano solo in Centro e Sud America e possono vivere solo in zone di acqua dolce, come gli alligatori. Il coccodrillo, invece, possiede delle ghiandole apposite per filtrare l’acqua situate nella bocca, quindi può sopravvivere anche in ambienti dove è presente l’acqua salata. Tuttavia, anche se possiedono tali ghiandole, è comune trovare diverse specie di coccodrilli che vivono in habitat caratterizzati dalla presenza di acqua dolce.
Questi animali presentano differenze importanti anche dal punto di vista comportamentale. Il coccodrillo, infatti, è molto aggressivo in natura, mentre l’alligatore è meno propenso ad attaccare gli esseri umani o a mostrare aggressività a meno che non si senta in pericolo.

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Altre differenze

Il caimano dagli occhiali o “caimano comune” è un rettile di modeste dimensioni appartenente alla famiglia Alligatoridae, caratteristico dell’America centrale e del Sud America settentrionale. Gli adulti misurano dai 2 ai 2,5 m. Di colorazione “oliva spento”, ha un rilievo osseo posto davanti agli occhi, da cui trae il nome ed è per questo che è chiamato anche caimano dagli “occhiali”. Come visto precedentemente, alligatori e caimani appartengono alla stessa famiglia, ma a due generi diversi. La differenza principale tra alligatore e caimano sta nel fatto che quest’ultimo non ha un setto nasale vero e proprio. Inoltre i caimani vivono in Sud e in Centro America, mentre le due specie di alligatori che vivono ancora oggi si trovano in Cina e negli Stati Uniti. In particolar modo quest’ultimo è pericoloso per gli esseri umani, insieme al caimano nero, che però è molto raro.

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Ulteriori differenze

Un’altra differenza è la disposizione dei denti: in alligatori e caimani la mascella superiore è più larga dell’inferiore, così quando hanno la bocca chiusa, i denti della mascella inferiore sono nascosti poiché si sistemano in apposite fossette della mascella superiore. Nei coccodrilli invece sia i denti della mascella superiore che dell’inferiore sono visibili a bocca chiusa, perché le due mascelle sono più simili in larghezza tra loro. In particolare, a bocca chiusa il quarto dente della mascella inferiore è facilmente individuabile in un coccodrillo e meno in un alligatore, poiché esso si inserisce in un apposito incavo della superiore. Nel gaviale invece non ci sono fossette per i denti e la mascella superiore è un po’ più larga di quella inferiore.
Altra differenza: le ghiandole del sale. Coccodrilli e gaviali hanno ghiandole del sale sulla lingua (in realtà sono ghiandole salivari modificate), per espellere il sale in eccesso che deriva da una vita in ambiente marino o di estuario. Alligatori e caimani sembrano aver perso questa capacità di espellere il sale in eccesso, poiché in genere vivono in ambienti d’acqua dolce. In ogni caso hanno comunque le ghiandole salivari, ma non modificate come quelle di gaviali e coccodrilli, quindi non sono funzionali rispetto a quest’obiettivo.
Un’altra differenza sta nei cosiddetti ISO (Integumentary Sense Organs), organi di senso tegumentari, noti anche come DPRS: acronimo inglese che sta per: recettori cutanei di pressione): si presentano come tanti piccoli punti neri disposti, sia in alligatori e caimani che in coccodrilli e gaviali, sul capo e soprattutto intorno al muso, ma coccodrilli e gaviali li hanno anche sulle squame del resto del corpo. Gli ISO percepiscono piccole variazioni di pressione, e localizzano la preda sott’acqua (è quindi logico che, in qualsiasi gruppo, siano più addensati sul muso).

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Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRI): meccanismo d’azione

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA AEROSOL ASMA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS INTRAMUSCOLO PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROINDICAZIONIGli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (noti anche con la sigla abbreviata SSRI, dall’inglese selective serotonin reuptake inhibitors) sono una classe di psicofarmaci che rientrano nell’ambito degli antidepressivi.

Meccanismo d’azione

Gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina sono in grado di bloccare, probabilmente per inibizione competitiva, l’attività del “trasportatore della serotonina” (Serotonin transporter, SERT), una delle proteine trasportatrici di membrana deputate a raccogliere la serotonina, rilasciata dal neurone presinaptico, dallo spazio sinaptico per ritrasportarla all’interno del neurone presinaptico dove verrà riciclata (cioè inglobata in nuove vescicole, pronta per essere rilasciata al successivo impulso nervoso), oppure degradata da enzimi (i più importanti dei quali sono le monoammino ossidasi). Il blocco del reuptake si crede porti quindi ad un aumento della concentrazione di serotonina nelle sinapsi che può stimolare più a lungo i rispettivi recettori. Al di là del nome, gli SSRI non sono completamente selettivi verso il loro target farmacologico, dato che dimostrano una spesso non trascurabile affinità per altri meccanismi che contribuiscono all’instaurarsi di effetti collaterali: ad esempio la paroxetina è nota per interagire i recettori colinergici e ciò è causa di effetti collaterali. Inoltre la modulazione del tono serotoninergico è noto alterare indirettamente altri sistemi trasmettitoriali (come ad esempio quello dopaminergico) che possono contribuire sia all’instaurarsi dell’effetto terapeutico che di quelli collaterali.

Il loro razionale d’uso si basa sulla “ipotesi monoaminergica”, una teoria empirica secondo cui l’origine della depressione sarebbe da ricercarsi in una diminuzione della quantità di neurotrasmettitori nel cervello, in particolare della serotonina. Gli SSRI sono in grado di bloccare il processo di reuptake, e quindi aumentare la concentrazione di serotonina nel vallo sinaptico, entro poche ore dalla somministrazione, eppure gli effetti antidepressivi si cominciano a manifestare solo diverse settimane dopo l’inizio del trattamento. Non c’è una spiegazione univoca per questa latenza d’azione, le ipotesi più accreditate la imputano al fatto che affinché si manifestino gli effetti antidepressivi devono verificarsi degli adattamenti nei meccanismi di regolazione e nella chimica del neurone, come ad esempio la desensibilizzazione degli autorecettori della serotonina (che mediano un meccanismo regolativo nel rilascio di questa da parte del neurone di tipo feedback) e l’induzione di fattori neurotrofici, come il BDNF (la cui carenza, secondo più recenti teorie, sarebbe la responsabile della depressione). Più recentemente si è dimostrato che gli SSRI sono in grado di stimolare già a partire da dosi molto basse a cui sono inattivi nell’inibire il reuptake della serotonina, la sintesi di neurosteroidi quali ad esempio l’allopregnenolone: molti di questi composti influenzano la trasmissione cerebrale, agendo ad esempio da agonisti del recettore GABA-A e possedendo quindi effetto ansiolitico, e ciò può quindi contribuire agli effetti terapeutici degli SSRI ma anche ad alcuni collaterali.

Farmacocinetica comparata

I primi effetti clinici di questa classe di farmaci si manifestano a partire dalla seconda settimana e possono richiedere sino a quattro settimane e oltre per raggiungere la loro massima efficacia. La terapia viene normalmente protratta per alcuni mesi, anche dopo la risoluzione dei sintomi nell’ottica di una terapia di mantenimento e di prevenzione delle ricadute. Non creando tolleranza, dipendenza e sedazione, vengono preferiti alle benzodiazepine nella cura dei disturbi d’ansia generalizzata e nella gestione del disturbo da attacco di panico.

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